DALLE LOTTE CONTRO LE GABBIE SALARIALI AL FEDERALISMO DIFFERENZIATO (III)

Cos’è stato 1969? L’autunno caldo. Certo. Ma c’è qualcosa che contribuì a rendere quell’autunno incandescente un evento «nazionale»: le possenti manifestazioni per l’abolizione delle «gabbie salariali» che investirono il Nord come il Sud. (Con le gabbie salariali, introdotte nel 1945 in seguito a un accordo tra industriali e sindacati, i salari erano rapportati al costo della vita nei diversi luoghi). Al Sud il tentativo di soffocare le manifestazioni ebbe anche conseguenze tragiche: il 2 agosto del ’68 ad Avola costò la vita a due braccianti uccisi dalla polizia.

Quella stagione, segnato dalle lotte operaie e proletarie, è stato il culmine di un sentirsi parte di una comunità «nazionale». Un sentimento, che come ben sappiamo, non era appartenuto a larga parte delle masse meridionali quando il regno sabaudo annesse il Sud e si definì Regno d’Italia. Aveva però trovato una sua consistenza, un senso, nel secondo dopoguerra, con la Repubblica; gli anni dello sviluppo, della speranza riposta nel «progresso del Paese».

Oggi a a cinquant’anni da quel 1969, tutto è cambiato. Un «destino comune» non è fra i sentimenti del rider di Milano ma neanche dell’operatore del call center di Crotone.

Prenderne atto comporta fare i conti con la profonda trasformazione avvenuta in questi anni per capire cos’è la società odierna e come fare i conti con il neoliberismo. Aiuta anche ad affrontare il cosiddetto «federalismo differenziato», uno dei temi centrali dell’attuale dibattito politico.

In queste note cercheremo di segnalare alcune tappe di questo processo.

Decentramento o federalismo?

Federalismo, autonomia, regionalismo sono termini oggi correntemente considerati sinonimi, se non addirittura equivalenti.

Non siamo né in grado, né è questo il luogo, per metterne in luce i diversi significati ma si vuole sottolineare come l’equivalenza di questi termini nei discorsi politici correnti evidenzi lo scarso spessore dei loro presupposti «teorici».  Ad essere rozzi la sostanza oggi in Italia è il «federalismo fiscale». E semplificando ancora: la pila l’arzan, il bèsi, il caurin, i dané, i dne‘, i fènach, i franch, gli schei, il soc. Questo sì assolutamente chiaro, univoco.

In Italia il vero dibattito sul federalismo si ebbe solo rispetto all’Europa soprattutto a seguito del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.

Nel testo della Costituzione approvata dall’Assemblea costituente il 27 dicembre del 1947 il termine federalismo non compare mai. Le Regioni, le Province e i Comuni vengono definite autonomie locali. Per articolare il rapporto fra lo stato centrale e le autonomie si usa il termine « decentramento ». L’articolo 5 della Costituzione recita: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principî ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento». Articolo che non menziona il federalismo. E’ singolare che la Riforma della Costituzione del 2001 che ha aperto la strada al «federalismo» abbia eliminato dal Titolo V qualunque riferimento al «decentramento» e abbia affermato l’uguale potere legislativo dello Stato e delle Regioni, ma abbia lasciato immutato l’articolo 5. Singolarità che trova la sua spiegazione nella retorica sull’intangibilità della prima parte della legge fondamentale. Invece metter mano alla definizione delle competenze si presentava come un’esigenza di funzionalità, di tecnicalità.

Cominciamo queste note dal 1987 quando per la prima volta nel Parlamento italiano per bocca dell’allora quasi sconosciuto Umberto Bossi risuonò un’allusione all’autonomia per non dover «mantenere» un Sud ladrone e parassitario. Dietro al senatur, a dare spessore intellettuale ai suoi interventi, c’era il pensiero per nulla banale di Gianfranco Miglio.

Ma conviene anche ricordare quello che successe un anno prima: Radio Radicale attraversava una delle sue periodiche crisi finanziarie e Pannella decise da un giorno all’altro di cambiare completamente il palinsesto: stop alle sedute del Parlamento o alle udienze dei processi o alle dirette delle manifestazioni. Ma microfoni senza alcun filtro agli ascoltatori. Durò 35 giorni 24 ore su 24: era Radio parolaccia. Suscitò sbigottimenti, indignazioni, stupori, richieste di censura, chiamate ai carabinieri e alla magistratura. Un’Italia magmatica e ribollente, rimasta a lungo sotterranea grazie al ruolo di contenimento dei partiti, dei sindacati, delle scuole o delle parrocchie, squarciava inaspettatamente la crosta terrestre, erompeva in superficie e accedeva alla visibilità pubblica. E tracimava il profondo disprezzo, odio, razzismo di tanti ascoltatori del Nord (e anche qualcuno del Sud).

Fra Maastricht e Roma ladrona

Pochissime parole per inquadrare la situazione di quegli anni: le lotte operaie e i sindacati hanno conosciuto la pesante sconfitta del referendum che aboliva la contingenza mentre a Torino la marcia dei Quarantamila sanciva la sconfitta di quel ciclo di lotte operaie. Una sconfitta che riguardava tutto l’occidente. Fuori dall’Italia, in Inghilterra era stata pesantemente sconfitta la lotta dei minatori, negli Stati Uniti erano i tempi della Reagan economics. Sono gli anni della fine del fordismo con tutto ciò che comportava e avrebbe comportato per il Welfare state pilastro, se non fondamento, soprattutto in Italia dello Stato-nazione. Sono gli anni in cui imperversano le teorie neoliberiste sullo Stato minimo (salvo il paradosso che per ‘produrre’ il neoliberismo si è costruita una macchina sconfinata).

La globalizzazione sembra mettere irreversibilmente in crisi lo Stato-nazione. Si dissolve l’Unione sovietica. Proprio a fianco a noi va in frantumi la Jugoslavia. Le frontiere diventano più incerte; si cercano e s’inventano nuove «patrie», qualcuno inventa anche il « Dio Po ». Sono anni in cui si ristruttura l’economia e la finanza mondiale imponendo nuove regole, fra le quali l’obbligo per gli Stati di ricorrere ai mercati internazionali per finanziare i propri debiti. Il 1992 è l’anno del Trattato di Maastricht che avviando il processo per la creazione di un moneta unica stabilisce vincoli per gli Stati aderenti che sanciscono la supremazia in Europa del neoliberismo alla tedesca. Ma gli anni ’90 sono quelli di «Mani pulite» di «Roma ladrona» e delle speranze riposte in un’eruzione del Vesuvio.

Ricordate la «devolution»?

Fino a quella data alla crescita della spesa pubblica, per tanta parte in capo agli enti locali, si faceva fronte con l’aumento del debito, l’inflazione e la svalutazione della moneta. Da Maastricht in poi questo non fu possibile e bisognò mettere mano ai tagli, al contenimento della spesa quindi un maggiore controllo sugli e degli enti locali. Quindi negli anni fu introdotta una serie di misure nel solco del «decentramento amministrativo». Gli enti locali furono costretti a contenere le spese segnando la crisi di quel sistema di potere nei territori cresciuto nel dopoguerra e giunto all’apice con il centrosinistra.

Nelle nuove condizioni che aprono una sorta di competizione fra le autonomie locali per garantirsi fette più consistenti dei fondi pubblici le invettive della Lega fanno breccia fra strati sempre più vasti di cittadini. Negli anni gloriosi si guardava alle masse meridionali come culturalmente arretrate da conquistare al progresso e alla democrazia. Ora è tempo della «concorrenza» coerentemente con l’ideologia ormai patrimonio comune di tutto il ceto politico.

E’ un’altra stagione, sono gli anni di Berlusconi al governo con Fini e Bossi. Certo Fini si fa campione della nazione. Ma è solo l’aspetto ideologico da contrapporre alla «secessione» a fronte di una condivisione nei territori di quel processo in cui matura il «federalismo».

Se il primo Governo Berlusconi, durato solo due anni, non riuscì a por mano a una revisione della Costituzione, ci pensò il Governo di centro-sinistra che governo fino al 2001. E proprio al limite della legislatura il governo presieduto da Massimo D’Alema approvò la riforma del Titolo V successivamente sottoposto a referendum. Dei contenuti della riforma si parla in altra parte di queste note. Ma vale la pena ricordare ancora il paragrafo di poche righe che apre la breccia a tutta la successiva produzione legislativa e alle scelte compiute dai governi che si sono succeduti: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, […] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali […]».

La riforma del dentista

Quel testo rimase lì senza produrre conseguenza alcuna fino al 2009. E questo perché nel frattempo, il nuovo governo Berlusconi, sempre con Fini e Bossi, pose mano a un ambizioso progetto di revisione costituzionale, la cosiddetta «devolution» che se in verità poco cambiava rispetto al federalismo, proponeva profonde modifiche nell’assetto dei poteri dello Stato, (dal Presidente della Repubblica, agli organi legislativi con l’abolizione del bicameralismo perfetto, al ruolo del Capo del governo). La revisione fu approvata dal Parlamento ma non con la maggioranza dei 2/3, per cui fu sottoposta a referendum e venne bocciata. A quel punto è il costituzionalista per eccellenza della Lega, il dentista Roberto Calderoli, che prende in mano il problema ripartendo dalla riforma approvata dal governo D’Alema.

E’ di Roberto Calderoli la Legge delega al Governo « in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione » (legge 42/2009) per predisporre i decreti attuativi entro 24 mesi. E’ questa la legge che interpreta la riforma costituzionale e innerva tutti i provvedimenti successivi. Con essa si aggira – pur menzionandola – la necessità di definire prioritariamente i Livelli essenziali delle prestazioni valido per chiunque sia cittadino italiano e dovunque risieda. Per il godimento di diritti quali la sanità o l’istruzione non fa differenza dove si risiede. Ed è proprio questo pilastro insostituibile di una comune cittadinanza che viene aggirato attraverso le norme previste nella legge e da quanto scaturisce dai decreti attuativi. In particolare vengono introdotti i « costi e i fabbisogni standard » che definiscono le risorse a disposizione degli enti locali.

Senza entrare nei particolari cui si parla in altra parte è evidente a questo punto che  tutto sta nel modo in cui vengono fissate le « variabili » i « parametri » delle complesse relazioni matematiche. A farlo è un Commissione tecnica per la definizione dei bisogni standard. Vediamo per esempio qual’è il risultato. Per esempio, racconta Mauro Esposito in Zero al Sud, a Casoria comune di 80.000 abitanti con 3.000 bambini non c’è neanche un asilo. Risultato del calcolo dei fabbisogni standard? A Casoria 0 € per gli asili. Sono calcoli che hanno del magico… con l’intervento, quando necessario, di « variabili fantoccio ». Di fronte allo stesso numero di persone che necessitano dello stesso servizio da un anno all’altro diminuiscono le risorse disponibili. Per esempio al Comune di Foggia si riconosce un fabbisogno di 15.350.435 euro a fronte di un calcolo precedente di 19.207.022. Questo grazie all’introduzione variabili fantoccio chiamate tecnicamente dummy (fantoccio), che riducono il fabbisogno delle Regioni che già offrono meno servizi, tra le quali la Puglia. Un certo indice è sceso da 0,0042010620 a 0,0033575287. Risultato un minore fabbisogno a parità di disabili o anziani non autosufficienti presenti in una comunità, tagliando i diritti alle famiglie in difficoltà.

Ancora più scandaloso il modo in vengono distribuiti le risorse per il servizio sanitario unico settore in cui sono stati definiti i Livelli essenziali delle prestazioni che hanno preso il nome di Livelli essenziali di assistenza. Un solo parametro preso in considerazione: l’anzianità. Ma chissà perché a Napoli muoiono prima che a Bologna. Non ci sarà un problema di «vulnerabilità sociale». Ma proprio questa « variabile » in un primo tempo presa in considerazione è stata successivamente eliminata. Certo non per una scelta politica, non per avere una fetta più larga della torta. La colpa è tutta di un algoritmo.

Da D’Alema a Gentiloni

E’ proprio per consolidare , estendere e porre a fondamento della salviniana « Nazione »questo meccanismo che attribuisce più risorse a chi ne ha già tramite il « federalismo differenziato » sono le richieste di alcune regioni « ricche » (attualmente Veneto, Lombardia ecEmilia-Romagna) . In sovrappiù il Veneto ha avanzato la richiesta per l’attribuzione di buona parte del cosiddetto « residuo fiscale » cioè della somma che risulta dalla differenza fra i contributi versati dai cittadini residenti in quella regione e il costo secondo i fabbisogni standard dei servizi erogati. E’ evidente che larga parte dei comuni del Sud i cui introiti sono inferiori alle spese sostenute,« non toccherebbero palla » per dirla con il linguaggio calcistico.

Concludiamo queste note di ricostruzione della vicenda del federalismo all’italiana con una curiosità, significativa. A dare avvio tutta la vicenda del « federalismo all’italiana » è stato il Governo D’Alema con la riforma della Costituzione (per via della « costola della sinistra », si disse). L’ultimo salto di qualità è stato opera di Paolo Gentiloni con gli accordi preliminari sottoscritti con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna (senza più neanche la costola della sinistra).