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CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (I)

All’indomani della morte di Jacques Delors (27 dicembre 2023), da tutti considerato il padre dell’unione economica europea, cogliamo l’occasione per fare il punto sulla fase, cercando di tracciare le origini dei problemi che, ad una attenta analisi appaiono connaturati con la stessa Unione Europea. Non è sicuramente semplice produrre delle ipotesi sul futuro dell’Europa, ma se si sta strategicamente parlando di come implementare la competitività dell’area euro, affidando il compito a Mario Draghi, è evidente che si profilano per il futuro cambiamenti di ragguardevole portata.

L’ipotesi che si snoda lungo la serie di scritti che stiamo proponendo si articola attorno alla considerazione che l’attuale crisi europea si fondi su almeno tre nodi principali. Crediamo che solo in parte la crisi sia riconducibile ad una congiuntura di fase abbastanza sfavorevole, ma quel che qui ha maggiore importanza è che, almeno a nostro avviso, sia dovuta tanto ad una tara strutturale della stessa architettura europea, quanto al suo ruolo nello scenario internazionale.

Come cercheremo di spiegare, definire cosa sia una crisi economica non è una questione liquidabile in due parole, possiamo però affermare con una certa serenità che la complessità di una crisi economica è direttamente proporzionale alla complessità del sistema che ne è affetto, sarebbe quindi opportuno prima descrivere il sistema oggetto di crisi piuttosto che la crisi in sé. A quanto pare, visti i dati su occupazione, inflazione e PIL, l’Europa si trova in una fase piuttosto instabile. Una crisi che da stagnazione secolare sta sfociando in una recessione, (secondo alcuni già in atto) al di là delle rassicurazioni di governi e istituzioni varie. 

Ma cos’è una crisi in definitiva? In senso lato, la crisi è una situazione  non lineare e complessa, per affrontare la quale vanno prese alcune scelte. Il problema delle scelte sta tanto negli strumenti che noi abbiamo per decidere, quanto tra cosa ci è consentito scegliere. Dobbiamo tenere conto che questo “noi” è un noi che in parte non ci riguarda. Il potere di scegliere la strada “migliore” per risolvere una crisi sta altrove, il “noi” che invece ci comprende lo usiamo quando c’è da far fronte agli esiti, spesso negativi, di queste scelte. 

Le scelte dipendono da cosa e chi si deve salvare, ma questa decisione generalmente non spetta alle persone comuni, (popolo o cittadini chiamiamoli come più ci aggrada) viene generalmente imposta come “scelta obbligata”, qualcosa di inevitabile se si vuole salvare la società. Il più delle volte si pongono aut aut anomali (un po’ come lo slogan fordiano per il modello T, “scegliete qualunque colore vogliate purchè sia nera”) nei quali si accetta e non si sceglie. Viene posta una sola opzione come assolutamente necessaria, ossia come sosteneva Milton Friedman, rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile. 

Ma “zio Milty” sosteneva la shock economy in un periodo nel quale si doveva fare il conto con una controparte (più immaginaria che reale), ossia lo spauracchio russo, già in piena crisi degli anni ‘70. Oggi il pensiero unico neoliberista non ha rivali se non se medesimo in altri contesti geografici, quindi non c’è la paura della minaccia al “mondo libero” ma resta l’egida dei mercati per i quali devono essere prese le scelte “migliori”.

I soggetti o le funzioni da rassicurare e coccolare non sono quindi le categorie più fragili, i precari, le famiglie indigenti o i servizi di base. Al contrario quelli che si vogliono proteggere sono gli appetiti dei mercati, il sistema bancario e le grosse holding. Se si ragiona sul fatto che “ormai è così” c’è poco da argomentare e potremmo chiudere qui il discorso, ma sarebbe un po’ come dire che siccome c’è una dipendenza in atto si può solo perseverare onde evitare crisi d’astinenza. Ma se invece per un momento cercassimo di capire come siamo giunti a questa situazione e quali scelte abbiamo dovuto accettare, con la promessa di opportunità per tutti, forse avremo qualche informazione in più almeno per capire quanto le decisioni che sta prendendo l’Europa siano in contrasto con le stesse promesse fatte. Dobbiamo prima di tutto comprendere su quali spinte si è realizzata l’Unione europea. Non è sicuramente utile prendere l’UE come qualcosa di dato e di assolutamente inamovibile dal momento che quando lo richiedono i mercati e i flussi di capitale tutto può essere messo in discussione. Bisogna prima di tutto comprendere che la nascita dell’Europa, come mercato ancor prima che come istituzione, è avvenuta in un periodo storico ben determinato, nel quale il neoliberismo si faceva largo, proponendo una prospettiva che avrebbe da lì a poco fagocitato tanto la socialdemocrazia quanto il concetto stesso di Stato. Lasciando in piedi un vuoto simulacro, una sorta di teatrino delle ombre nel quale va in scena di volta in volta una compagnia diversa ingaggiata sempre dallo stesso impresario.

La complessità dell’argomentazione ci impone quindi di procedere per passi successivi nella speranza di poter descrivere al meglio il processo generativo dell’attuale fase di transizione. Divideremo quindi la nostra analisi in tappe storiche per meglio descrivere i presupposti sui quali viene costruita l’Unione Europea. Al contempo tenteremo una disamina delle modifiche del modo di riproduzione capitalista e di come questi mutamenti abbiano condotto alle attuali condizioni socio-economiche. Ovviamente non è stato un processo automatico nel quale il capitale abbia agito come ente autonomo, si è trattato di un percorso fatto di scelte politiche con assunti teorici e presupposti ideologici che le hanno supportate.

Anni ‘70: riconfigurazione di sistema

Le strategie che hanno dettato la configurazione attuale dell’Europa sono nate in piena guerra fredda, con specifiche esigenze di egemonia geografica, ma che una volta venuta meno la controparte sovietica hanno subito modificazioni per riadattare il sistema alle mutate condizioni politiche. Questo processo di riconfigurazione avveniva tra gli anni ‘70 e ‘90, quindi tra il compimento del processo di integrazione globale (almeno per quanto riguarda i mercati finanziari) e l’imporsi dell’economie orientali favorite dalla stagione di offshoring che da occidente ha spostato interi settori produttivi verso aree con costi fiscali e produttivi assai più bassi.

Quello che è entrato in crisi è il sistema economico che ha visto un progressivo smantellamento di buona parte delle filiere produttive a basso valore aggiunto e la scelta strategica di puntare sulle ultime fasi di produzione o spostare il tiro verso i servizi. Per reggere la spinta trasformativa si sono dovute riconfigurare le regole del gioco ed eliminare gli “ostacoli” alla competitività. Morale della favola almeno in Italia abbiamo allegramente rinunciato ai distretti delle eccellenze produttive di mobili, pellami, filati, ceramiche ecc. mandando a casa un indotto capillare e ridimensionando diritti dei lavoratori e previdenza sociale. 

Tale sistema basato sulla competitività ha avuto origine dalla particolare conformazione che il  capitalismo ha assunto nel corso degli ultimi trent’anni del secolo scorso. Potrebbe essere utile citare qualche significativo evento storico. A partire dagli anni Settanta il dibattito politico internazionale, focalizza l’attenzione sui fallimenti delle politiche economiche pubbliche, criticando la sostanziale incapacità delle politiche monetarie e fiscali di impedire il susseguirsi di cicli di alta inflazione ed elevata disoccupazione, ossia periodi di stagnazione. Riemerge con una certa prepotenza il pensiero liberale, sulla scorta dei lavori di quattro economisti, Friedrich Von Hayek (padre del marginalismo moderno), Milton Friedman e George Stigler (alfieri del monetarismo di matrice neoliberista), e James M. Buchanan, (fondatore della teoria della scelta pubblica), i quali a vario titolo propongono un ridimensionamento del ruolo del settore pubblico nell’economia.

Quindi il neoliberismo nasce come forma pensiero non coerente e organica ma come critica su più fronti ai meccanismi di intervento statale in materia economica e finanziaria[1]. Solo successivamente  vede la luce come costrutto normativo intorno al 1980 nel Regno Unito, sulla spinta delle politiche economiche della Thatcher, che hanno poi avuto una forte eco nell’amministrazione del presidente Reagan, sostituendo di fatto il “capitalismo regolamentato” che lo aveva preceduto. 

Ben presto si diffuse in molti altri paesi, e arrivò ad indirizzare le strategie delle istituzioni economiche a livello globale di questa fase storica. In breve, nel capitalismo neoliberista le relazioni di mercato e le forze di mercato operano molto più liberamente di quanto non lo fossero fino agli inizi degli anni ‘80, svolgendo il ruolo predominante nell’economia. Per capitalismo regolamentato intendiamo invece una forma di capitalismo nel quale, istituzioni non di mercato come gli Stati, le burocrazie corporative e i sindacati, svolgono un ruolo importante nella regolamentazione dell’attività economica, limitando l’azione delle forze di mercato come soggetti decisori delle strategie economiche.

Quindi il passaggio di testimone da un sistema all’altro ha riconfigurato la matrice socio-economica sulla quale si reggeva la democrazia occidentale. Le modifiche sono state strutturali a tal punto da modificare ad esempio il rapporto fra credito e produzione, fra credito e consumo giungendo alla centralità del sistema creditizio nel processo produzione-vendita-consumo. In questa transizione il ruolo del circuito bancario è fortemente cambiato, da  gestori di depositi e prestiti le banche sono sempre più divenute operatori finanziari. 

Da qui la tendenza alla trasformazione delle banche in istituti per investimenti finanziari più che agenti dell’economia “reale”, caratterizzati dal ruolo di facilitatori dell’incontro tra risparmio familiare e investimenti per la produzione o per il consumo (mutui, prestiti personali, fido). Questo ha posto il sistema bancario in un ruolo cruciale, ossia quello di cardine tra l’economia finanziaria ed economia reale.

Questa centralità del sistema bancario è divenuto evidente nella crisi del 2008. Non è stata solo una crisi finanziaria che ha poi innescato una recessione particolarmente grave. È stata una crisi strutturale della configurazione del circuito monetario. La crisi, a differenza di quelle “classiche” insite nel ciclo economico, andò a interrompere il circuito dei prestiti ad aziende e famiglie per proteggere gli investimenti finanziari, o meglio si è interrotto il flusso di prestiti interbancari e la concessione di linee di credito per tamponare l’esposizione finanziaria successiva al crac dei subprime. 

L’attuale crisi risente della configurazione assunta dal sistema, con le banche che di fatto sorreggono il circuito creditizio utile alla produzione e al consumo (credito alla produzione e credito al consumo). Capire come si è giunti a questa configurazione del sistema è di estrema importanza anche se non è estremamente semplice spiegarlo.

Un passaggio storico importante in questo senso, si è giocato tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 tanto a livello globale quanto a livello europeo. La fine del regime di cambi fissi e della convertibilità delle valute in oro da un lato (1971, Nixon manda in soffitta gli accordi di Bretton Woods) e la creazione del Sistema Monetario Europeo dall’altro (SME 1979) hanno segnato un profondo cambio di passo nella nostra storia. Questi avvenimenti pur se con ragioni diverse, hanno man mano alleggerito il circuito finanziario da ostacoli per la circolazione dei capitali e per ampliare le possibilità di speculazioni. 

Non va nel frattempo dimenticata la “sperimentazione economica” in chiave neoliberista avvenuta in Cile in quegli anni, un vero e proprio banco di prova per le politiche economiche che da lì a poco avrebbero preso il sopravvento in Occidente. Tale sperimentazione si basava su alcuni elementi fondamentali, il principale dei quali era la necessità di uno stato autoritario ma pienamente assoggettato ai desiderata dei mercati[2]. Un decisore supremo che impone tutte le purghe necessarie per soddisfare i grossi interessi economico-finanziari. capace di imporre quelle scelte cui si accennava in apertura dell’articolo, ossia “rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile”. 

L’austerity è stata una di queste politiche, spacciata come unica e necessaria, supportata da una narrazione tossica e caustica, che accusava un molto generico “noi” di aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità, che i debiti si pagano e che avere debiti è da irresponsabili. Peccato che il debito contratto sia in buona parte servito a tamponare la crisi e a purgare i pancini delle banche dai titoli tossici. Una bella lavanda gastrica al sistema che c’è costato lacrime e sangue.

Tornando agli anni ‘80-’90, nel vecchio continente la teoria neoliberista non solo si istituzionalizza, ma addirittura viene posta a fondamento della futura Unione Europea. Il mantra che il mercato sia la forma più democratica di regolamentazione sociale permette, con una sorta di perverso sillogismo, di sostituire pesi e contrappesi istituzionali con le regole di mercato. Promesse di progresso e sviluppo, opportunità e lavoro, benessere e prosperità per tutti. Integrazione e progresso sociale, promesse forti, impegnative ed entusiasmanti. Ma di tutte queste visioni e promesse è stato effettivamente realizzato solo quello che poteva essere utile ad una profonda trasformazione sociale in funzione di una “ristrutturazione” economica. La ristrutturazione giunge a compimento negli anni ‘90 con il crollo dell’Unione Sovietica e la riconfigurazione dei mercati europei. 

Cerchiamo di dare una connotazione storica ad alcuni cambiamenti chiave del vecchio continente. Nel 1992 avviene uno dei primi grossi capitomboli della CEE, ossia la crisi dello SME, (Sistema Monetario Europeo), Un sistema che aveva raccolto i consensi di molti autorevoli pensatori economici e che era riuscito ad attirare altri paesi esterni alla CEE che avevano spontaneamente deciso di agganciare la loro valuta allo “scudo europeo” dando l’illusoria impressione che questo sistema non fosse solamente solido e affidabile, ma avrebbe addirittura potuto allargarsi al di là dei confini della comunità europea. Ripercorriamo brevemente la storia dello SME con le parole di Augusto Graziani:

[…] Lo SME era sempre stato, sin dalla sua origine, nel ’79, molto diverso dal sistema che lo aveva preceduto, quello di Bretton Woods, un accordo di cambio con l’obiettivo di instaurare cambi stabili, che però lasciava liberi i  paesi partecipanti di controllare i movimenti di capitali in via amministrativa e, in questo modo, ogni paese poteva gestire la politica monetaria in maniera più o meno autonoma. Era quindi possibile tenere bassi i tassi d’interesse e fare una politica di alta domanda globale di piena occupazione. Un certo influsso keynesiano, era travasato nel sistema di Bretton Woods. Lo SME parte, invece, con obiettivi molto più ambiziosi, non solo realizzare un accordo di cambio, ma realizzare anche un mercato finanziario unico, con l’obiettivo della libertà dei movimenti di capitali che, infatti, viene realizzato. Anche l’Italia, che è uno degli ultimi paesi a realizzarlo, nel ’90 ammette la piena libertà dei movimenti di capitali. È evidente che si crea uno spazio finanziario europeo unico, un tasso d’interesse collegato in tutte le piazze finanziarie al quale ogni paese deve adeguarsi. Non è più possibile condurre una politica monetaria autonoma, non è più possibile mettere in prima linea l’obiettivo del sostegno della domanda globale e della piena occupazione, occorre recepire il tasso d’interesse dai vincoli esterni che vengono dai mercati finanziari maggiori. L’equilibrio finanziario prende il sopravvento come obiettivo primario rispetto al precedente obiettivo della piena occupazione[3].

Quindi è sempre più chiaro che la strategia di integrazione europea è già all’origine innervata nella matrice economica ultraliberista. Negli stessi anni si andava consolidando lo spostamento del baricentro economico europeo ad Est, con la Germania che attirava a sé investimenti, dipanando il suo indotto industriale tra Europa e paesi extraeuropei. Un passaggio cruciale che genererà una serie di cambiamenti esattamente a ridosso del crollo dell’URSS. Una Germania riunificata ed economicamente potente, vorace di materie prime ed energia a due passi dai ruderi del gigante rosso, creeranno i presupposti per un peso specifico sempre crescente dell’area mitteleuropea che tendera a sbilanciare lo scacchiere europeo fino ai giorni nostri. 

Lo SME fu quindi non solo il preludio della moneta unica e della supremazia della finanza sull’economia reale, ma fu un primo decisivo strumento per affermare la centralità tedesca sull’economia europea. La crisi del 1992 fu una crisi innescata da cambi eccessivamente fluttuanti generati dalla volontà della Bundesbank di mantenere il suo vantaggio competitivo sul resto del mercato europeo. Sempre secondo Augusto Graziani quello che fece saltare la struttura del cosiddetto “serpente nel tunnel” (immagine del meccanismo di oscillazioni dei cambi, il serpente, calmierati tra un minimo ed un massimo; il tunnel) furono le scelte perseguite dalla germania in ambito monetario:

[…]questa era una politica deliberata della Bundesbank che non aveva tanto d’occhio la stabilità dei prezzi monetari interni, come hanno sempre dichiarato, ma aveva piuttosto d’occhio il valore esterno del marco con lo scopo di proteggere le esportazioni di manufatti. […] Non solo rivalutazione reale del marco, ma anche, fin dal 1987, creazione di un’Europa a due velocità. Si crea un nocciolo europeo intorno alla Germania in cui abbiamo stabilità dei cambi, nominali e anche reali. L’Europa a due velocità, quindi, non è un problema che dobbiamo porci per l’avvenire, ma è un fatto che esiste già dal 1987. Intorno, una cintura di paesi deboli – Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia – rispetto ai quali, invece, il cambio reale fino al ’92 continua a cadere[4].

Vantaggio competitivo quello della Germania che viene de facto ratificato all’interno dell’architettura della nascente UE. Un vantaggio competitivo che quindi crea due velocità nell’economia dell’area europea, la qual cosa sembra fare molto comodo, con paesi che in pratica ricomprano quello che hanno contribuito a produrre come indotto. Si ha un processo di integrazione verticale differenziato su scala europea, con paesi che hanno forti relazioni internazionali nei rami industriali più trainanti (all’epoca l’automotive era l’industria di punta) e paesi che fanno semplicemente parte della catena di valore con alcune tipicità di export ma che nella bilancia economica non hanno lo stesso peso. 

In una prima sintesi sulla storia d’Europa possiamo quindi affermare che l’architettura dell’Unione nasce con un imprinting neoliberista più che di reale interesse allo sviluppo economico in senso neoclassico (il quale descrive lo sviluppo e la crescita solo quando vi era un generalizzato aumento dei redditi, non quindi un aumento nominale del reddito medio). In più nella stessa struttura che istituisce l’Unione si sancisce l’esistenza di due velocità socio-economiche. In parole povere l’UE nasce in un certo senso con figli e figliastri, quelli che in una fase successiva saranno nominati PIGS, che sono essenziali per l’indotto industriale Mitteleuropeo.

Anche se a grosse linee, è questa la matrice politica e socio economica che caratterizza l’Europa a nostro avviso, ed è partendo proprio da questi presupposti che intendiamo svolgere la nostra analisi per tentare di spiegare l’attuale fase. La situazione che l’Europa sta affrontando è quella che vede l’impennata inflazionistica non dovuta ad un surriscaldamento dell’economia, quindi i prezzi non aumentano per eccesso di domanda, ma in virtù della sovrapposizione di due effetti, lo shortage post pandemia e la crescita dei costi dell’energia, stanno portando ad una contrazione della produzione. 

Alla luce di quanto precedentemente esposto dovrebbe essere più chiaro se ciò sia dovuto ad una criticità congiunturale o piuttosto un problema strutturale che emerge. Crediamo di poter asserire che la crisi in atto sia l’emergere di criticità strutturali innescate da un periodo di affanni protrattosi per circa quattro o cinque lustri, nei quali pandemia e conflitto russo-ukraino hanno accelerato il processo. In questo discorso devono essere inseriti anche alcuni fattori esogeni dovuti agli equilibri globali nei quali l’Europa non agisce come un unico soggetto quando si tratta di procacciare affari, ma subisce come unica entità quando si tratta di consentire il riassetto degli equilibri internazionali. 

Ad esempio la guerra russo-ucraina l’UE la sta subendo per procura, e fintanto che la NATO per nome e per conto degli USA non deciderà di staccare la spina il conflitto andrà avanti con le note conseguenze tanto per l’Ucraina quanto per l’Europa.

NOTE:

[1] Si può far risalire il primo nucleo teorico di idee neoliberiste o neoliberaliste con l’istituzione nel 1947 della Mont Pelerin Society ad opera dell’economista austrico Friedrich von Hayek, questa fu un’organizzazione internazionale composta da persone influenti come economisti, intellettuali e uomini politici, riunitisi per promuovere il libero mercato con il quale raggiungere l’obiettivo di una «società aperta».

[2] Il cosiddetto “Miracolo Cileno”, basato su principi economici, che oggi potremmo defini “ultra-liberisti” provenienti dalla scuola di Chicago, che dalla metà degli anni settanta furono assunti come linee guida dall’amministrazione del ministero dell’economia del Cile, guidato dal tecnico José Piñera, durante il regime di Augusto Pinochet. Le politiche del ministero di Piñera si caratterizzarono per il processo di privatizzazione delle imprese statali e liberalizzazione dell’economia del paese, questi processi condussero ad un trtemendo divario sociale, con una elité estremamente ricca, la sparizione della classe media e l’impoverimento generalizzato della popolazione ma con un PIL nominale molto più alto rispetto al recente passato.

[3] Graziani, A. (1994) Trascrizione del convegno “Pragmatismi, disciplina e saggezza convenzionale. L’economia italiana dagli anni ’70 agli anni ’90”, Università “La Sapienza” di Roma – 9 novembre 1994.

[4] Ibid.

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