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TONI NEGRI: Dalle resistenze al contropotere

Di SANDRO MEZZADRA e TONI NEGRI.

Il voto europeo ci consegna scenari fluidi e in evoluzione. L’indebolimento dei popolari e dei socialisti corre parallelo alla crescita dei liberali e soprattutto dei verdi. Nelle prossime settimane si verificherà la possibilità di costruire coalizioni che all’interno del Parlamento europeo rilancino e riqualifichino (in direzioni che possono essere anche sensibilmente diverse) il processo di integrazione. Le forze sovraniste e nazionaliste nel complesso non sfondano, rendendo vani gli auspici di Matteo Salvini di avere istituzioni europee allineate alle sue posizioni. Rappresentano tuttavia un elemento di potenziale disgregazione e frammentazione all’interno del Parlamento. I grandi temi della politica europea – dalla continuità dell’austerity e del rigore fiscale al governo delle migrazioni – rimangono in ogni caso aperti, e non è detto che i nuovi equilibri non consentano sperimentazioni innovative e qualche avanzamento. Resta il fatto che anche a livello europeo si subirà soprattutto la spinta imposta dal potere capitalistico a livello globale, dopo la crisi del 2008, a trasformare e rafforzare le politiche neoliberali in forma autoritaria.

Vogliamo qui, tuttavia, occuparci in modo specifico della situazione italiana. L’affermazione della Lega – pur scontato il dato dell’astensionismo – pone questioni a nostro giudizio non aggirabili. Lo spostamento a destra del quadro politico italiano è nettissimo e inquietante. Non consola né rassicura registrare – come pure occorre fare – che questo spostamento a destra appare coerente con la congiuntura globale appena richiamata, segnata da una vera e propria controrivoluzione autoritaria, dall’abbandono dei caratteri “promissori” del neoliberalismo e da una sua coniugazione con nazionalismo e sovranismo. In Italia lo spostamento è profondo, non si limita al piano elettorale ma investe e trasforma il senso comune. L’uso selettivo da parte di Salvini di retoriche e simbologie del fascismo storico non annuncia certo un lineare ritorno al passato. Parla tuttavia di un clima generale e legittima tra l’altro l’attivismo di gruppi fascisti come Casa Pound e Forza Nuova, le cui iniziative contro rom e migranti nelle periferie romane rappresentano un bonus elettorale prontamente incassato dalla Lega. E perfino Fratelli d’Italia, alla perenne ricerca di candidati che possano vantare il cognome Mussolini, aumenta complessivamente i suoi voti.

Sentendo la necessità di collocare questa affermazione della destra in una vicenda di medio periodo, essa sembra caratterizzata nel nostro Paese – quantomeno a partire dai primi anni Novanta dello scorso secolo – dall’emergere di diverse varianti di quello che si può definire “giustizialismo”. Intendiamoci: attorno al giustizialismo si sono espresse di volta in volta rivendicazioni materialmente significative di giustizia, tanto sul terreno della giustizia sociale quanto su quello della democrazia. La stessa battaglia per i “beni comuni” (con il suo culmine nel referendum per l’acqua pubblica nel 2011) era sostenuta da questa domanda di giustizia. Ma la giustizia (non certo per la prima volta in questi trent’anni!) è stata spogliata dei suoi referenti materiali, è stata spostata su un terreno meramente formale e ridotta in modo misero e unilaterale alla battaglia contro la corruzione. I 5 Stelle hanno interpretato e spinto questo passaggio, che gli ha procurato successi che oggi appaiono effimeri (per quanto rimanga significativo il loro insediamento elettorale al Sud, circostanza su cui occorrerà approfondire la discussione): Salvini ha efficacemente spostato il giustizialismo sul terreno di una domanda di ordine, di autorità e di obbedienza.

Di fronte all’incalzare dell’iniziativa leghista, la “sinistra” appare frastornata. Il PD recupera qualcosa e festeggia il sorpasso dei 5 Stelle, senza rendersi conto che nelle attuali condizioni di polarizzazione la sua strategia ossessivamente centrista, la sua ricerca della rappresentanza di una classe media sempre più erosa tanto dal punto di vista delle sue basi economiche quanto da quello della sua identità sociale e culturale non consente di uscire dalla marginalità. E che dire delle forze alla sinistra del PD? Resta quasi misterioso come non sia stato possibile costruire attorno a un’alleanza “rosso-verde” un soggetto politico realmente nuovo, capace di suscitare passioni ed entusiasmo e di agganciarsi all’onda verde nord-europea. Piccole burocrazie hanno impedito che avvenisse, a dimostrazione del fatto che i “partiti” di cui si considerano proprietarie non sono mai stati attraversati da ondate di democrazia di base, l’unica condizione per rinnovarli e per strapparli all’irrilevanza.

Che fare, dunque, per porre una domanda non nuova? Occorre in primo luogo prendere atto del fatto che oggi siamo minoranza. E tuttavia siamo una minoranza straordinariamente ricca di competenze e saperi, variegata e diffusa, capace di agire e di costruire intanto un tessuto articolato di resistenze. Ne diamo qualche esempio. Il ciclo di manifestazioni anti-fasciste delle ultime settimane (Bologna, Genova e Roma, per citare tre luoghi particolarmente significativi) ha mostrato una grande capacità di articolare l’azione di piazza puntuale e radicale con l’affermazione di massa di un’altra società che esiste già, qui e ora. Collocate all’interno di una proliferazione di iniziative contro la Lega di Salvini (i “lenzuoli” e manifestazioni come quella di Firenze), queste mobilitazioni dimostrano la possibilità di riqualificare l’antifascismo all’altezza delle sfide del presente. Ovunque, in queste iniziative, è stato tangibile il salto di paradigma che negli ultimi due anni ha determinato il movimento transfemminista “NonUnaDiMeno”, la continuità della cui iniziativa (formidabile tanto l’8 marzo quanto a Verona contro il Congresso delle famiglie) va ben oltre la “resistenza” per assumere tratti direttamente costituenti. Attorno alla “questione sociale”, ovvero contro l’immiserimento di massa determinato da un decennio di crisi si moltiplicano quotidianamente le lotte (da vertenze sindacali a occupazioni di case), mentre i processi di auto-organizzazione dei rider alludono a un salto di qualità nell’organizzazione del lavoro precario. I “Fridays for future” hanno portato finalmente anche in Italia la lotta contro il cambiamento climatico, determinando la politicizzazione delle giovani e giovanissime generazioni. La migrazione continua infine a essere terreno duramente conflittuale, sia per quel che riguarda le pratiche dei e delle migranti sia per quel che riguarda iniziative come quella di “Mediterranea”, che è stata capace di aggregare attorno a sé un ampio tessuto di associazionismo laico e cattolico nonché il sostegno della stessa Chiesa (mentre non si era mai visto un Cardinale che riallacciasse la corrente tagliata in un’occupazione abitativa).

Queste resistenze si aggregano in modo particolare all’interno delle città, a conferma del fatto che il municipalismo indica oggi, in termini affatto materiali, un campo di lotta fondamentale. Le iniziative dei Comuni di Palermo e Napoli sulla migrazione, in aperta contrapposizione al governo, sono da questo punto di vista fondamentali e prefigurano una pratica di disobbedienza che rompa gli assetti istituzionali e veda appunto protagoniste le città. Anche qui siamo su un piano che va oltre la mera resistenza (se di quest’ultima si dà una definizione “difensiva” e “reattiva”): in questione è piuttosto l’affermazione di modi di vivere e cooperare, di immaginari irriducibili alla torsione autoritaria impressa all’azione del governo nazionale. Ci pare che questo sia un dato che emerge in modo ancora più evidente in città come Milano e Bologna, governate da giunte di centro-sinistra “moderate”, che tuttavia – perlomeno in alcuni momenti – non possono che esprimere anche attraverso l’azione amministrativa bisogni e desideri che vivono nel tessuto metropolitano, che fanno delle città che amministrano organismi geneticamente insubordinati.

Abbiamo parlato di “resistenze”, ma poi – ad esempio a proposito di NonUnaDiMeno e delle città – abbiamo indicato come emergano già oggi molteplici elementi che spingono le lotte oltre la resistenza, in direzione del contropotere. A noi pare che il passaggio dalla resistenza al contropotere sia oggi il “compito di fase” a cui lavorare. Un agire minoritario, dicevamo, ma orientato alla ricomposizione di una molteplicità di lotte che non sempre comunicano tra loro – mantenendone la dimensione plurale ma unendole contro un comune avversario. Si tratta di sviluppare quegli elementi di “democrazia di base” che vivono all’interno di queste lotte, inventando la forma politica che consenta di formulare e approfondire elementi di programma: salario sociale, libertà di movimento, welfare del comune, lotta contro il cambiamento climatico. La difesa e la liberazione della terra sono ormai costitutive della lotta di classe. Si tratta dunque di consolidare ed estendere le forme di associazione, solidarietà e sindacalismo sociale che costituiscono strumenti necessari per lottare in modo efficace attorno a questi elementi di programma. Siamo al punto nel quale potremmo costruire, ed essere riconosciuti, come il movimento di queste resistenze che contrasti, dal basso, l’agenda dell’azione di governo, sviluppando forme organizzative di consenso democratico di base. Contropotere significa infatti costruire, difendere, sviluppare e vincere su obiettivi che siano insieme costruttivi di organizzazione sovversiva e distruttivi dei programmi di governo capitalistico.

Sulla base di questo tipo di lavoro politico si potrà riprendere – anche a partire dall’Italia – un ragionamento sulla politica europea.

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