di Alessandro GAUDIO*

Si fa sempre più evidente la correlazione tra proliferazione del Covid-19, produzione industriale di alimenti e sviluppo degli allevamenti intensivi: a statuirla, di recente, ha contribuito un lungo articolo di ángel Luis Lara, studioso madrileno di cinema, apparso su «El Diario» alla fine dello scorso marzo e poi tradotto in Italia, per «il Manifesto», da Pierluigi Sullo. Già solo il titolo incuriosisce e inquieta: Non torniamo alla normalità. La normalità è il problema.

Il processo globale di “urbanizzazione” della popolazione di animali allevati − che, è bene ricordarlo, è quasi tre volte maggiore di quella umana − è all’origine della generazione di tempeste virali zoonotiche come quella che stiamo attraversando. Alla luce di quanto detto, appare ancora più assurdo fronteggiare questa emergenza senza affrontarne le cause strutturali, cioè combattendola come se fosse un fenomeno isolato e secondo quella logica emergenziale cui ci hanno abituato governi nazionali e amministrazioni locali. Sul pericolo di una stagionalizzazione di un virus così mobile e aggressivo non c’è bisogno di soffermarsi, anche perché c’è chi lo ha fatto prima e meglio di me. In assenza di un vaccino efficace o di un qualche farmaco, da più parti si paventano ipotesi che prevedono periodi di quarantena e di autoisolamento fino al 2022 e nuove ondate di Covid-19 addirittura fino al 2025. Siamo davvero pronti ad attenerci periodicamente e per chissà quanti anni a un modello di interazione sociale studiato, di volta in volta, a tavolino?

Se la risposta a questa domanda è no, cerchiamo di considerare alcune evidenze e di ripartire da quelle. Di un paio ho discusso largamente in queste note di confinamento: l’industrializzazione capitalista del ciclo alimentare e la drammatica erosione dei sistemi sanitari pubblici avrebbero contribuito in maniera decisiva, insieme ad altri fattori, a trasformare un microorganismo in tempesta. E, allora, invece di prendersela di volta in volta con tizio e caio, invece di individuare un comodo capro espiatorio, perché non mettere in questione l’intera ragione neoliberista? Non sarà questa la vera formazione sociale cui è sempre più necessario contrapporsi con decisione? Come farlo?

Ángel Luis Lara fornisce una risposta a questa domanda invitandoci ad affrontare non solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me, per evitare che ci impongano la restaurazione intatta della normalità, ossia della struttura che ci ha condotti a questo punto. Insomma, sarebbero gli stessi concetti di genere umano e di bene comune quelli dai quali ricominciare. E nonostante siamo congenitamente disillusi e viviamo in Calabria, dobbiamo sforzarci di non considerarla un’utopia. Se poi utopia fosse, ritengo che come modello sia di gran lunga preferibile a quello che quotidianamente, da troppo tempo, ci impone la realtà.

Torre della Signora, 17 aprile 2020

* R.A.S.P.A. (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: