Murray Bookchin: urbanizzazione VS civificazione

Nel suo pensiero municipalista libertario, Murray Bookchin analizza due processi paralleli che stanno alla base della nascita delle nostre società metropolitane; processi che non vanno confusi. I due termini con i quali indichiamo questi due processi sono quello noto di urbanizzazione e quello della civificazione (citification – neologismo coniato dall’autore). Questi due termini si sono mescolati nella storia, si sono confusi, tanto da diventare un unico termine. Partendo dall’etimologia, però, il latino urbs indicava la parte strutturale – gli edifci, gli acquedotti, le strade. Il termine civitas, invece, indicava l’insieme dei cittadini, il “corpo politico”.

La “crescita dell’urbs avviene a spese della civitas. Ma ecco che sorge una nuova domanda: la civitas ha un senso se, letteralmente, non si incarna? Rousseau ci rammenta che ‘le case fanno un agglomerato urbano (ville), ma solo i cittadini fanno una città (cité)’.”

Quanto il concetto di urbanizzazione sia entrato nelle menti del popolo-massa-elettorale è lampante. Basta fare un’analisi di ciò che accade nell’area urbana. La validità politica del sindaco di turno è misurata dalla quantità di opere cantierizzate. Mancini è passato alla storia per le sue realizzazioni (Viale Parco, Riforma, Corso Telesio etc..), Perugini per la sua assoluta assenza di realizzazioni salvo il fantomatico Auditorium di fine mandato. Poi tocca ad Occhiuto, di Forza Italia, che ha sfondato il 60% di gradimento del popolo-massa-elettorale grazie alla sua continuità con il precedente sindaco socialista (Calatrava, Piazza Fera, Planetario etc…) e la sua fama di sindaco del fare e le sue realizzazioni urbanistiche che vanno dalle numerose piazze rifatte alla futura Metropolitana Leggere (a cui un tempo si oppose strenuamente) passando per il Museo di Alarico, lo Stadio e la futuristica Ovovia.

Stessa ricetta nella vicina Rende dove si passa dalla mitica età dell’oro socialista guidata da Principe padre e figlio, costituita dalla fondazione vera e propria della Rende nuova, fino al sindaco Manna che si appresta a chiudere la legislatura con la promessa, al pari del suo omologo bruzio, di mirabilanti grandi opere – Parco Acquatico, Metropolitana Leggera, Stadio, Ospedale privato, piazze e ovviamente strade e ponti. Tante inaugurazione da fare con la fascia tricolore sul petto.

Non si può dire, quindi, che manchi una progettualità tesa all’urbanizzazione, intesa come cantierizzazione di grandi opere e servizi, ma è completamente assente una logica che unisca a questo sforzo una capacità di civificazione. Cosa ce ne facciamo di un Comune senza Comunità? A cosa servono le piazze e le strutture in uno spazio urbano atomizzato e privato delle relazioni fondamentali tra i suoi cittadini? E soprattutto chi decide quali strutture e grandi opere occorrano realmente alla comunità?

In effetti in epoca di rappresentanza, il popolo-massa-elettorale viene ascoltato una volta ogni cinque anni per decretare il gradimento verso il vecchio amministratore/costruttore-di-opere oppure l’investitura di un nuovo sindaco/capomastro. Punto. Su questo Bookchin non ha dubbi: “ un popolo la cui sola funzione ‘politica’ è quella di eleggere dei delegati non è affatto un popolo: è una ‘massa’, un agglomerato di monadi […] Lo spazio civico – polis, città o quartiere – è la culla in cui l’uomo si civilizza…civilizzare, in questo senso, è sinonimo di politicizzare, di trasformare una massa in un corpo politico deliberante, razionale, etico.”

Per i Greci, e in particolare per Aristotele, la città doveva avere dimensioni tali che le questioni si potessero discutere direttamente, ‘faccia a faccia’, e che vi fosse un certo grado di familiarità tra tutti i cittadini. Ovviamente questo salto quantico della politica non ci possiamo aspettare che lo compia il Capo Politico di turno (vedi nuovo statuto del Movimento 5 Stelle), il Sindaco/capomastro o il Governatore/tecnocrate, tutte figure che godono dell’ignavia del popolo-massa-elettorale. Questo è il compito specifico delle associazioni, dei movimenti e delle singolarità che spesso, purtroppo, impregnati della stessa sensibilità, si rivolgono verso i cittadini come a quella massa da cooptare verso i propri obiettivi, non uscendo dal paradigma della politica rappresentativa. Il lavoro da fare è capire come rompere gli steccati e mettere in rete le varie anime che popolano il Mondo di Sotto per costruire una cittadinanza partecipe, una comunità dialogante e costituente relazioni sempre più fitte, dal basso verso l’alto, capaci di invertire il processo: dall’urbanizzazione delle grandi opere alla civificazione dello spazio urbano.

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