“Esistono due classi e chi non è con l’una è con l’altra”

Il centesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre ha visto a livello nazionale lo sforzo collettivo di diversi compagni e varie organizzazioni che hanno portato avanti interessanti campagne politiche per l’occasione dei cento anni dell’assalto al cielo (degne di nota “l’ottobre sta arrivando”, “il segnale dell’aurora” quanto x citarne alcune) che si sono approcciate a tale ricorrenza fuori da schemi puramente commemorativi o autocelebrativi, ma attraverso un approccio proprio al materialismo dialettico che recuperasse dall’ottobre la cassetta degli attrezzi utile alle sfide del socialismo nel XXI secolo.

Tutte, al di la delle sfumature riconducibili a questa o a quella organizzazione, hanno avuto il merito di essere riuscite a porre un punto di vista militante sul più importante capitolo di storia del novecento. Hanno recuperato, dopo tanti anni di oblio scientemente orchestrato dalla borghesia e da settori revisionisti di sinistra, la grandezza del pensiero strategico leniniano, hanno affermato un punto di vista di classe rispetto alla visione mainstream che dipinge i quasi 80 anni di storia sovietica come una buia parentesi barbara nel cammino del progresso capitalista.
Consegnare tale ricorrenza al revisionismo borghese avrebbe voluto dire spogliare l’ottobre rosso dal suo contenuto di classe, operazione tanto gradita alla borghesia continentale europea e ai moderni oligarchi russi che dalla caduta dello stato dei soviet hanno tratto i maggiori benefici e guadagni costruendo imperi ultra-miliardari e facendo arretrare le condizioni delle masse popolari a quelle di cento anni fa, o alle schiere nazionaliste e dichiaratamente fasciste che lavorarono a stretto contatto con le forze imperialiste straniere (vedi l’Ucraina) e le corrotte dirigenze russe per schiacciare e far implodere la prima esperienza di governo proletario e che hanno trasformato il 7 novembre, la data della presa del palazzo d’inverno nella festa di una presunta unità nazionale

Per chi non ne avesse avuto l’occasione o per chi pur leggendolo ha sottovalutato l’importanza, vorremmo riproporre a 100 anni dai dieci giorni che sconvolsero il mondo un pezzo del libro di John Reed. Un piccolo brano della celebre opera del comunista americano sepolto al Cremlino, che seguì di persona quelle gloriose giornate e che a nostro avviso rappresenta un utile input per una riflessione non più rimandabile tra i compagni e le soggettività organizzate alla luce delle mutate condizioni socioeconomiche nelle quali da comunisti ci troviamo ad operare.
Quella relativa “all’organizzazione dell’Organizzazione” all’altezza delle sfide di oggi; al che fare, cioè alla programmazione di un piano di azione tattico che nonostante la frammentazione esistente tra organizzazioni di classe ci porti a colpire come un unica mano con centinaia di dita stretta in un unico minaccioso pugno e a far fronte alla lotta di classe condotta dall’alto dai padroni; e all’individuazione del nemico di classe nelle sue articolazioni nazionali e sovrannazionali.

Se è vero che non esiste tangibilmente un netto dualismo di classe tra proletari e borghesi come lo era in altre fasi storiche, che Contessa è più difficilmente individuabile, è altresì incontrovertibile il fatto che le condizioni sociali degli odierni salariati siano tutt’altro che migliorate, anzi oggi ci si scontra con un netto peggioramento delle condizioni di vita di una quota maggioritaria di proletariato che schiacciato in una condizione di sostanziale frammentazione e atomizzazione, non solo non ha chiara l’individuazione della propria controparte che lo ha costretto in una condizione di totale precarietà e indeterminatezza esistenziale, non solo si scontra con la difficoltà a percepirsi come classe in sé, ma individua in una quota di altri proletari la causa della propria condizione di subalternità e miseria (guerra tra poveri).
Spogliarsi dalla visione eurocentrica per concentrarsi su un piano di azione internazionale e percepirsi come ingranaggio locale di una catena mondiale. Non sta forse anche in questo la grandezza del marxismo-leninismo? Nell’aver concepito l’organizzazione bolscevica come una frazione del partito internazionale del proletariato, nell’aver organizzato l’allora moderna quota di proletariato (la classe operaia) che avrebbe diretto la rivoluzione in Russia, nell’aver individuato, più tardi, nei popoli in lotta contro la colonizzazione l’altro segmento rivoluzionario che avrebbe minato nel sud del mondo gli equilibri imperialisti, mentre in europa ampie fette di proletariato (aristocrazia operaia) venivano cooptate in una gestione consociativista dello sfruttamento.
Saper districarsi nei delicati equilibri geopolitici internazionali, rigettare la logica borghese del né con questo, né con quello, e lasciare campo libero all’azione saccheggiatrice e devastatrice degli imperialismi e della Nato, parteggiare e “sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato sulla guancia di un altro uomo”.

Quello che segue è un brano di grande rilevanza ed attualità che nella sua semplicità espositiva testimonia la presa delle parole d’ordine leniniane su ampie quote di proletariato russo, (soldati, operai, contadini ed operai) che stremato dalla guerra, dalle carestie e dalla fame, dai tradimenti dei propri governanti si schierarono dalla parte dei bolscevichi e del loro programma, che non teorizzava la socializzazione dei mezzi di produzione, non si arroccava in sterili diatribe intellettuali su riforma sociale o rivoluzione, reddito garantito o incondizionato, sulla centralità dell’operaio cognitivo o manuale, ma parlando alla pancia delle masse gridava pane, pace e tutto il potere ai soviet. Poche parole d’ordine che posero un ristretto gruppo di rivoluzionari alla guida del primo governo operaio della storia.

L’importanza del brano sta nell’attualità della dialettica materialista che vede oggi come ieri la centralità dello scontro tra le classi come momento di rottura che condurrà ad uno stadio più elevato della storia, quello senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quello stadio storico che metterà a valore il mondo dell’uomo rispetto alla centralità del mondo delle cose.
Recuperare la forza rivoluzionaria dell’ottobre e del primo esperimento di dittatura proletaria, fare nostro il pensiero strategico leniniano e la dialettica materialista dell’incompatibilità degli interessi di classe divengono condizioni ineluttabili per resistere alla ferocia dello scontro di classe in atto e per rovesciare i rapporti di forza a nostro vantaggio.

(…) All’ingresso della stazione, stavano due soldati con la baionetta   in   canna;   un   centinaio   di   persone,   commercianti,   funzionari   e studenti inveivano contro di loro e li apostrofavano con violenza. Si vedeva
che   si   sentivano   a   disagio   ed   umiliati   come   ragazzi   rimproverati ingiustamente.   Un   giovanotto,   alto,   dal   viso   arrogante,   che   vestiva l’uniforme di studente, guidava l’attacco.
–  Voi   comprendete,   suppongo   –   diceva   con   tono   insolente   –   che prendendo   le   armi   contro   i   vostri   fratelli,   diventate   gli   strumenti   di   una banda di assassini e di traditori.
–  Non è così, fratello – rispondeva il soldato seriamente. – Voi non capite. Vi sono due classi, il proletariato e la borghesia. Noi…
–  Oh!   la   conosco   questa   storia!   –   interruppe   lo   studente.   –   Voialtri, contadini ignoranti, basta che sentiate ragliare qualche frase fatta e subito, senza aver capito niente, vi mettete a ripeterla come pappagalli.
La folla rideva.
– Oh! so bene – riprese il soldato, mentre la fronte gli si imperlava di sudore   –   voi   siete   un   uomo   istruito,   lo   si   vede;   io,   non   sono   che   un ignorante. Ma mi sembra…
– Voi credete certamente – interruppe l’altro sprezzante – che Lenin è un vero amico del proletariato?
– Sì, lo credo – rispose il soldato.
– Ebbene, amico mio, lo sapete che Lenin ha attraversato la Germania in un vagone piombato? Sapete che Lenin ha preso dei quattrini dai tedeschi
–  Oh! so ben poco di tutto questo – replicò il soldato testardo, – ma io trovo che quello che egli ha detto è proprio quello che ho bisogno di sentire io   e   tutta   la   gente   semplice   come   me.   Vedete,   vi   sono   due   classi,   la borghesia e il proletariato…
–  Siete pazzo, amico mio! Io ho passato due anni a Schlusselburg per la mia  azione   rivoluzionaria,   mentre   voi,   a   quell’epoca   sparavate   sui rivoluzionari e cantavate «Dio protegga lo zar». Mi chiamo
Vasilij Georgevič Panin. Non avete sentito parlare di me?
– Mi dispiace, mai… – disse il soldato umilmente. – Ma io non sono che un ignorante. Voi siete un grande eroe, certamente.
–  Proprio così – replicò lo studente con convinzione, – ed io combatto i bolscevichi   che   stanno   rovinando   la   nostra   Russia,   la   nostra   libera rivoluzione. Come spiegate voi questo?
Il soldato si grattò la testa.
– Non   so  come   si   spiega   questo  –   disse,   facendo   delle  smorfie  per   lo sforzo imposto al suo cervello.
– A me, tutto sembra molto chiaro; è vero  che   non   sono   che   un   ignorante.   Mi   sembra   che   vi   sono   due   classi,   il proletariato e la borghesia…
–  Ed eccovi daccapo con la vostra stupida formula! – gridò lo studente.
–  …due classi, – continuò il soldato,  cocciuto. – E chi non è con l’una è con l’altra…

 

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