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	<title>crisi della militanza Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>crisi della militanza Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>MARIO TRONTI E LA RIVISTA &#8220;CONTROPIANO&#8221; (III)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che segue è il terzo e ultimo saggio (il primo e il secondo sono consultabili sulla nostra rivista qui e qui) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista Contropiano diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/12/12/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-iii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA &#8220;CONTROPIANO&#8221; (III)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>Quello che segue è il terzo e ultimo saggio (il primo e il secondo sono consultabili sulla nostra rivista <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>qui</strong></a> e <a href="https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/"><strong>qui</strong></a>) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista <em>Contropiano</em> diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia e Quaderni Rossi.</p>



<p>I tre articoli, <em>Estremismo e riformismo </em>(CONTROPIANO, N. 1/1968, pag. 41-58),  <em>Il partito come problema</em> (CONTROPIANO n.2/1968, pag. 297-317) e <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em> (CONTROPIANO, N. 3/1968, pag. 505-526) rappresentano una lunga e attenta disamina su alcuni concetti quali l’organizzazione, la teoria del partito, la funzione del sindacato e il ruolo del movimento, soprattutto quello studentesco. In calce al primo articolo lo stesso autore scrive: <em>Questo discorso avrà un seguito, probabilmente in due parti: una dedicata a quella che si dice la teoria del partito, con annesso il problema del sindacato, oggi; l’altra dedicata a quella che si dice la strategia internazionale della lotta di classe, compreso il momento mondiale odierno del movimento operaio</em>. Necessariamente i testi proposti risentono del periodo storico e politico nel quale sono stati prodotti ma ancora oggi, in essi, si possono individuare elementi di assoluta attualità che ci hanno spinto alla pubblicazione sulla nostra rivista.</p>



<p>Quello che segue, <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em>, è l&#8217;ultimo dei tre contributi.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * *</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>INTERNAZIONALISMO VECCHIO E NUOVO</strong></p>



<p>A che punto è la congiuntura internazionale della lotta di classe? Il punto di svolta inferiore del ciclo è già passato o è ancora di là da venire? Salgono i toni acuti dello scontro, o cade la tensione e si va verso nuovi equilibri? Come gli economisti del capitale vorrebbero guardare da vicino e controllare il meccanismo di funzionamento del loro sistema ormai a livello mondiale, così i politici di parte operaia devono seguire e precedere i movimenti di lotta degli operai ormai quasi soltanto sul terreno internazionale. Se il mercato mondiale appare ancora un sogno irrealizzato del capitale, l’internazionale operaia assolve ancora alla funzione di utopia rivoluzionaria. Cosmopolitismo e internazionalismo, le due definizioni delle due classi in lotta, rimangono idee-guida per l’azione, obiettivi-limite per la loro esistenza storica, mete finali mai raggiunte e proprio per questo sempre di nuovo programmate. Ma rispetto agli ultimi anni, oggi un fatto nuovo interviene a modificare la collocazione, diciamo così, geografica di queste istanze strategiche. Mercato mondiale da una parte, internazionale operaia dall’altra, non coincidono più con la divisione del mondo in blocchi contrapposti. La geografia politica, di classe, è in piena crisi. Gli Stati Uniti, se rimangono il cuore pulsante di tutto il sistema capitalistico, non sono certo oggi il cervello del capitale: il punto della massima coscienza strategica è facile dire che adesso non sta alla Casa Bianca. L’Unione Sovietica, se continua a rappresentare l’ideologia socialista di fronte all’opinione pubblica generica, non rappresenta certo più il punto di vista di classe per gli operai di tutto il mondo: la Piazza Rossa, per le forze rivoluzionarie della società moderna, è un faro spento. Il mutamento è importante. E il senso di questo mutamento è positivo. I due massimi sistemi non stanno più al posto delle due classi in lotta. Non più stati al posto delle classi. Quella che sembra oggi una crisi del concetto di classe, è crisi dello stato, crisi del momento di direzione politica della lotta di classe, crisi dell’organizzazione di classe ai due livelli, del capitale e degli operai, momento transitorio di ristrutturazione del ceto politico borghese e del partito operaio. Non appaiono all’orizzonte soluzioni soddisfacenti. Sale dunque lo scontro, e cresce la tensione, e si va verso nuovi squilibri. A questo punto una ricomposizione strategica del movimento operaio a livello internazionale si impone come una necessità storica, una forma<em> </em>di iniziativa anticipatrice che precede la mossa dell’avversario e la fa nascere, per così dire, già morta. Ma per questo i vecchi miti devono prima crollare, le visioni ideologiche, i rituali magici, tutti i <em>credo quia absurdum </em>di cui è lastricata fin qui la via della rivoluzione, devono prima scomparire, le stesse vecchie parole vanno abbandonate, il linguaggio del socialismo non regge più alla prova dei tempi, tutto questo formulario infantile per classi sociali ritardate va spazzato via e nuove realistiche definizioni delle situazioni di fatto, nuovi metri di misura delle forze in campo devono prendere il posto degli antichi discorsi, degli antichi appelli alla mobilitazione di tutti per la lotta su niente. Il periodo in corso è per suo conto ricco di una storia oscura, quella che dovrà portare le istanze strategiche delle due classi a riprendere il loro proprio vero volto: la crisi dell’imperialismo porterà il capitale a riscoprire se stesso come mercato mondiale; la crisi del socialismo porterà gli operai a riprendere la parola d’ordine dell’internazionale come forma più adatta di organizzazione delle loro lotte particolari. Due sono allora i gradi di elaborazione della prospettiva pratica: uno immediato e pre-strategico, che vale per l’oggi, quando è in corso il processo della crisi e non si intravedono soluzioni; e uno di lungo periodo e post-tattico, per quando la forma delle classi si sarà ricomposta, in modi moderni, secondo il senso della loro natura storica.</p>



<p>Noi diciamo che è oggi in crisi l’iniziativa politica del capitale: un tipo particolare quindi di crisi politica, la cui ragione di fondo è data dall’assenza di una esplicita strategia internazionale. Gli Stati Uniti cercano una via, ma non sembrano sul punto di trovarla. L’Unione Sovietica non sembra nemmeno cercare. Dopo Kennedy il capitale non ha più trovato un livello di coscienza adeguato sul problema mondiale. È il problema mondiale che oggi sfugge alla comprensione e all’azione soggettiva del capitale. Il sistema è solido e bisogna dire che ha trovato recentemente nuovi solidi punti di autoregolazione. La macchina economica funziona. Non è il caso di aspettarsi su questo terreno né contraddizioni esplosive, né crolli catastrofici. Queste cose non sono sparite. Queste cose torneranno. Il concetto di crisi ciclica del capitale è una <em>realtà </em>ancora oggi viva e operante. Quello che ogni volta bisogna capire è il mutamento nella <em>forma </em>della crisi. Il carattere della crisi di oggi è direttamente <em>politico, </em>di politica formale, di politica istituzionale. Non funzionano bene i meccanismi del potere. Il controllo capitalistico sulla società risulta molto difettoso nello stesso suo funzionamento tecnico. Nei punti più avanzati del capitale, la mancata soluzione di contraddizioni secondarie non sembra più derivare da impossibilità materiali, da scarsità delle risorse in senso economico, come pure è stato in altri momenti; deriva piuttosto da un mancato uso moderno, nuovo, delle risorse disponibili, che è poi tutt’uno con la mancanza di un’iniziativa politica aggiornata, strategicamente avanzata. Politicamente, cioè nel suo ceto politico, il capitale non si è ancora riavuto dall’attacco di «pessimismo economico» che lo ha colpito all’inizio degli anni trenta: anzi, questo «pessimismo dei reazionari», come lo ha chiamato uno di loro, lord Keynes, sta diventando la malattia mortale del capitalismo.</p>



<p>La rigidità del ciclo sembra essersi concentrata a livello degli strumenti di potere. Sopra una società che deve e vuole muoversi in forme articolate e pluralistiche sta lo stato di sempre, immobile, burocratico e accentratore. In quest’anno di fuoco, da Parigi a Praga, da una parte le masse che sperimentano nuove vie di mobilitazione alternativa, dall’altra vecchi pezzi di repressione, che ripetono se stessi, da decenni, da secoli. E d’altra parte dall’Inghilterra all’Italia, con la socialdemocrazia al potere, la gestione passiva del capitale risulta insufficiente ad assicurare la stabilità politica in presenza di una classe operaia altamente sviluppata, che sa lottare su obiettivi<br>avanzati. Si possono tirare le fila di questi fatti sotto una definizione unica di <em>crisi internazionale dell’iniziativa capitalistica, </em>che parte dal centro dei massimi sistemi e arriva fino alla periferia del mondo. Certo se andiamo a vedere le origini di questa crisi, ritroviamo di nuovo il movimento delle categorie economiche, dove i livelli di classe e il terreno della lotta di classe tra operai e capitale. Dopo il botta e risposta degli anni trenta &#8211; rivoluzione capitalistica dei redditi da un lato, lotta operaia sul salario dall’altro &#8211; non c’è stato molto di nuovo. È continuata, in questi decenni, la lunga marcia degli operai in occidente che tende alla riduzione a <em>salario </em>di tutte le rivendicazioni non tanto sindacali quanto politiche, e quindi tende al limite a ridurre a richiesta salariale lo stesso rifiuto del sistema capitalistico. Per l’operaio di oggi, correttamente, l’orario, i tempi, i cottimi, i premi sono salario, le pensioni sono salario, lo stesso potere in fabbrica è salario, in quanto deve solo garantire migliori condizioni di lotta sul salario. Il pessimismo economico è patrimonio oggi soprattutto dei politici, che accusano la scienza economica di non assicurare al capitale il controllo del costo del lavoro. È di qui che nasce il mancato controllo politico sulle molteplici e contraddittorie istanze sociali, e quindi quella che si dice la crisi di potere. L’errore del capitale è di cercare soluzioni tecniche a questo che è un problema politico. L’econometrica non serve a risolvere i problemi che non ha risolto l’economia politica. La vera alta matematica capitalistica è la scienza dei rapporti sociali internazionali. Su questo terreno deve cimentarsi la capacità del capitale moderno di svilupparsi per sopravvivere, ovvero di sopravvivere sviluppandosi. Ma abbiamo visto che proprio la politica internazionale, il problema mondiale, è l’elemento odierno di drammatica debolezza del capitale. È forse qui, in questa <em>necessità impossibile del mercato mondiale, </em>che troverà la sua condanna storica il sistema della produzione capitalistica?</p>



<p>C’è stato recentemente un momento di alta coscienza del capitale sui suoi compiti strategici: coesistenza pacifica all’esterno più nuova economia all’interno danno insieme come somma appunto l’esperimento kennediano. Roosevelt cominciava già ad essere un modello in qualche punto largamente superato. Riprendeva corpo quel tipo di iniziativa politica aggiornata, moderna, che inevitabilmente portava con sé un salire di qualità del terreno dello scontro di classe. E la classe operaia, con la nuova gerarchia delle sue rivendicazioni, con forme nuove di lotta, con tutto il suo nuovo universo di comportamento sociale, già si apprestava a collocarsi al nuovo livello, quando l’intero processo è stato bruscamente interrotto. L’interruzione di questo processo, il modo brusco con cui si è rapidamente tornati indietro, entro i confini delle vecchie frontiere, dopo che erano state intraviste quelle nuove, &#8211; è questa forse la causa fondamentale delle tensioni sociali odierne ed è il motivo per cui all’interno dei singoli paesi esse assumono caratteri comuni a livello internazionale. I caratteri comuni tutti si raccolgono intorno al fatto dell’aggressione al livello formale del potere, al terreno istituzionale dello stato: aggressione che coinvolge forze sociali eterogenee e assume o riassume in proprio l’arma della violenza. Oggi possiamo dire che la prolungata assenza di una iniziativa politica moderna del capitale a livello mondiale ha prodotto una radicalizzazione della lotta politica in generale. Il Vietnam è il punto che ha tenuto nella rete del movimento operaio internazionale. La rivoluzione culturale cinese è stato il momento che ha rilanciato un certo tipo di iniziativa rivoluzionaria di base e di massa. Questi due fatti, l’uno di resistenza, l’altro di ripresa aggressiva, vanno pienamente valutati in questo quadro. Si poteva temere per il loro livello di arretratezza politica che faceva difficoltà al collegamento con le lotte operaie più avanzate. I canali del movimento operaio ufficiale erano chiusi. Una forza capace di mediare soggettivamente, nell’elaborazione e nell’organizzazione, gradi diversi, cioè diversi livelli di qualità, dello scontro di classe, non esisteva e non esiste. Il movimento comunista internazionale ha da tempo rinunciato ad assolvere a questa funzione. E in questa situazione, di debolezza politica dal punto di vista strategico delle due classi in lotta, ecco che fanno la loro comparsa nuovi canali di comunicazione, si scoprono passaggi incautamente lasciati aperti dal ceto politico dominante; forze non di classe eppure alternative all’attuale sistema di vita se non all’attuale sistema di produzione entrano in gioco e anche esse lottano in forme nuove; una crisi investe l’assetto formale della società civile, anche se non arriva ad aggredire la sostanza, cioè le radici, del potere. La classe operaia non sta a guardare: lotta per il proprio stretto interesse e in questa lotta utilizza tutte le contraddizioni secondarie che trova nel campo dell’avversario; ma nello stesso tempo sa per esperienza storica che non si possono porre rivendicazioni di potere globale se non quando la crisi inceppa la macchina economica del capitale e quando un’altra macchina, quella dell’organizzazione soggettiva di parte operaia, e pronta non per sostituirla ma per distruggerla. <em>Crisi politica capitalistica pur in assenza di un’organizzazione politica operaia: </em>questa è la situazione di oggi. Il livello internazionale è appunto il terreno di questa duplice crisi, dello stato borghese e del partito operaio. All’interno di ogni singolo paese operai e capitale si fronteggiano con pari forza e altrettanta violenza: botta e risposta tra iniziativa capitalistica e lotta operaia. Ma sullo scacchiere mondiale l’iniziativa del capitale è attardata e confusa, la lotta degli operai è disorganizzata e, diciamo pure, arretrata. Quella delle due parti che conquisterà per prima il respiro internazionale dell’iniziativa o della lotta metterà un’ipoteca strategica sulla vittoria finale.</p>



<p>Il ciclo moderno, o meglio contemporaneo, della lotta tra operai e capitale vede dapprima l’iniziativa operaia sul salario, poi una risposta capitalistica tipo politica dei redditi, quindi, su questa base, la crescita unificata, massificata, della classe operaia. Nelle strutture propriamente capitalistiche, cioè all’interno dei singoli paesi a capitalismo sviluppato, questo ciclo si presenta in forma classica e pura. A livello mondiale esso appare invece ancora avvolto in una serie di mistificazioni ideologiche da cui bisogna liberarlo teoricamente, anche se queste mistificazioni hanno una corposa origine reale e di fatto, conseguenza di un arretrato terreno economico di unificazione e di un basso grado di intensità politica del capitale internazionale. Quello che fa difetto nel ciclo della lotta di classe a livello internazionale è soprattutto il secondo momento. La risposta capitalistica è divisa. Non bisogna imputare tutte le difficoltà di fronte a cui si trovano le lotte degli operai alla mancata loro organizzazione soggettiva. Questa stessa mancante organizzazione di parte operaia è un fenomeno che consegue all’arretratezza politica del capitale e in parte la riflette. Se è vero che le scelte economiche capitalistiche vengono spesso imposte dal precedente livello delle lotte operaie, perché è in queste lotte la molla dello sviluppo per il capitale, &#8211; è anche vero che la qualità dell’organizzazione operaia viene spesso imposta dal tipo di iniziativa capitalistica in quel momento vincente, perché è nelle mani del capitale sempre il controllo del potere politico e la proprietà del potere statale. Di qui un principio pratico da tenere sempre strategicamente presente e al tempo stesso uno di quei paradossi storici su cui vive la società moderna: la potenza politica per eccellenza, la classe operaia, si trova ad avere nelle sue mani il destino di sviluppo o di crisi della macchina economica; la forza economica in quanto tale, il capitale, si trova ad essere padrona di tutto intero il terreno politico, organo sovrano nella questione del potere. Per questo la classe operaia sembra debole oggi, mentre ha una tremenda forza in prospettiva. E il capitale sembra forte sempre, anche quando dietro le quinte la sua stabilità vacilla.</p>



<p>Quando ci siamo chiesti perché il capitale vince, la risposta è stata: perché il rapporto grande industria-potere pubblico è più forte del rapporto classe-partito, cioè il nesso politica-economia in quanto blocco di potere reale funziona oggi meglio a livello capitalistico che a livello operaio. Bisogna dire che questo tipo di definizione del problema non vale sul terreno internazionale. Se qui la risposta del capitale è divisa non è per la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Questa divisione in blocchi, per quel tanto che è reale, è una cosa vecchia quanto la storia del mondo: mascherata di falsi valori, copre uno scontro o tra diversi orizzonti ideologici o tra diversi interessi di potenza. No, la risposta capitalistica è divisa sul terreno internazionale perché manca qui l&#8217;unità politica del capitale, sia pure tendenziale, sia pure di prospettiva, quell&#8217;unità verticale tra stato e società, non più nazione per nazione, o per gruppi di nazioni, ma sul mercato mondiale. Questo stesso ultimo obiettivo e ritardato e continuamente ricacciato nell’utopia dalla mancata iniziativa politica del capitale internazionale. Così, mentre le grandi concentrazioni economiche lavorano e producono e pianificano nella dimensione futura del mercato mondiale, i piccoli governi della vecchia politica continuano a intrallazzare con le operazioni di cambio delle monete nazionali. Così gli Stati Uniti, dopo otto anni di sviluppo interno senza recessione, si trovano al punto più critico del loro rapporto con il resto del mondo. E l’Unione Sovietica, solido meccanismo di autoregolamentazione dei propri squilibri, si trova di fronte al dilemma: o riforme di struttura o crisi. Sul terreno internazionale, il capitale soffre dello stesso male di cui soffre la classe operaia nei paesi a capitalismo avanzato: non ha organizzazione politica, e quindi non ha strumenti mondiali di stabilizzazione del potere così come gli operai non hanno strumenti neppure nazionali di aggressione al potere. È una situazione di particolare importanza per gli sviluppi immediati della lotta. La stessa lotta di classe all’interno dei singoli paesi, o all’interno di un gruppo di paesi tipo quelli che abbiamo detto mitteleuropei, deve tenere conto e profittare di questo punto debole nello sviluppo odierno del capitale. Tenerne conto nel senso che deve rilevarlo con precisione, nella sua portata transitoria ma di un medio periodo. Profittarne nel senso che su questa base, durante questo periodo, deve rafforzarsi lo schieramento operaio, col mettere sul tappeto l’urgenza di una soluzione al problema dell’organizzazione. Diciamo dunque che l’attuale crisi strategica dell’iniziativa capitalistica, se è vero che non va vista come la vigilia di uno spontaneo crollo del sistema, è vero però che va utilizzata come un momento di forte lavoro soggettivo sul terreno del partito per organizzare l’alternativa operaia. Quando saranno tutte di nuovo presenti le premesse di una strategia mondiale del capitale, questa non deve allora poter passare a realizzarsi per l’ostacolo insormontabile di un blocco politico operaio, organizzato in alcuni punti chiave, cioè in alcuni precisi paesi che fanno da cerniera nell’articolazione della produzione e del mercato; internazionali. È interesse direttamente operaio rimettere in moto il momento della risposta capitalistica a livello mondiale, perché questo fa salire di grado la qualità delle lotte e avvicina il momento dello scontro frontale sul terreno decisivo. Ma è necessario agli operai anticipare la risposta mondiale del capitale mediante forme di propria organizzazione politica sovranazionale, nel senso di modelli che si ripetono sulla scala di più paesi a sviluppo tra loro similare. L’attuale momento di crisi dell’iniziativa capitalistica va utilizzata per avviare questo processo. Se l’esperimento kennediano fosse andato avanti nello stato di generale disorganizzazione politica del movimento operaio che lo accompagnava, gravissime conseguenze avremmo dovuto scontare sul piano della prossima lotta pratica: uomini e mezzi pronti a combattere a quel livello non c’erano da parte operaia. Uomini nuovi e nuovi strumenti di lotta vanno nascendo in questo periodo di battaglie di massa su un terreno più arretrato. Il momento è a noi favorevole. Ma non dobbiamo cadere nell’illusione di stare mettendo a terra l’avversario. Per questa via lo costringiamo solo a ricomporsi e presto a contrattaccare. Ripeto: uomini e mezzi devono salire di livello e accettare quindi la lotta sul terreno della storia ultima del capitale, quella del capitalismo maturo e cosciente di sé, democratico e riformista, quel capitalismo umanitario che oggi non si riesce a trovare solo perché si cerca sotto il falso nome di «socialismo dal volto umano».</p>



<p>La questione del socialismo si pone oggi in termini radicalmente diversi rispetto al passato. E porla negli stessi termini del passato, &#8211; questo è l’errore più grave e al tempo stesso più facile da commettere. Il socialismo è caduto come forma di società alternativa al capitalismo, è caduto come obiettivo rivoluzionario della lotta di classe operaia, è caduto come mito ideologico di organizzazione delle masse oppresse. Solo più qualche intellettuale ritardato, qualche onesto funzionario di partito, qualche prete operaio c’è rimasto a combattere per gli ideali del socialismo. Operai e giovani hanno escluso oggi questa prospettiva dalla loro lotta pratica: sono disponibili solo a singole battaglie <em>contro </em>il potere generate del capitale <em>per </em>loro rivendicazioni particolari. Il paese del socialismo, finché ha avuto bisogno di una difesa dall’esterno, è stato preso come occasione di lotta contro il nemico comune, il capitale internazionale; poi è stato abbandonato a sé stesso, alla propria potenza, alla propria politica di potenza. C’è però un altro errore, meno grave solo perché più difficile per parte nostra da commettere: quello di parificare i due massimi sistemi in una equidistante condanna, quello di unificarli nel concetto quando sono ancora di fatto divisi nella realtà. Di fronte a Stati Uniti e Unione Sovietica il punto di vista operaio deve assumere lo stesso atteggiamento che di fronte alla socialdemocrazia e al movimento comunista. Gli Stati Uniti sono, al punto più alto, la gestione direttamente capitalistica del capitale, rappresentanza politica dello sviluppo economico in quanto tale, potere di autogestione della produzione per il profitto. Il punto di vista operaio non ha che da contrapporsi a questo blocco di potere reale, ma organizzando la lotta all’interno del suo meccanismo di funzionamento. Questo lottare operaio dall’interno del capitale rimane il fatto strategico più ricco di conseguenze immediate. È possibile nel senso più pieno solo là dove il capitale non dà in appalto nessuna fetta di potere, mantiene tutto per sé il controllo dall’alto sui fattori della produzione e sui movimenti della società. La concessione economica che tiene in moto il meccanismo dello sviluppo sostituisce qui in ogni punto le forme ideologiche di partecipazione al potere politico dal basso verso l’alto. L’uso operaio del capitalismo classico punta allo sfruttamento della concessione economica fino ai limiti sopportabili dal sistema, con la minaccia di andare oltre; questi quando vuole ottenere di più subito. Là dove è diretta la gestione del potere da parte del capitale, la rivendicazione del potere operaio può porsi solo indirettamente, perché due poteri sul terreno politico non possono coesistere, e al massimo, e solo in periodo prerivoluzionario, si può dare un dualismo di poteri al vertice dello stato e alla base della società. Il capitale è più forte e sembra quasi imbattibile dovunque è riuscito a stringere in un blocco storico sviluppo e potere, queste istanze contraddittorie della società moderna, dovunque è riuscito a farne un’arma sola nelle proprie mani, escludendo dovunque dallo sviluppo il pericolo della crisi e dal potere il pericolo dell’insubordinazione. La società capitalistica guadagna in stabilità economica quello che perde in dinamica politica. Ma la stabilità non sempre coincide con lo sviluppo; spesso contraddice allo sviluppo. Di qui la necessità per il capitale di rimettere in moto la macchina economica premendo l’acceleratore della lotta politica. Scelta di nuovi indirizzi, aggiornamento dell’iniziativa a livello di classe, ristrutturazione dinamica del rapporto stato-società, sono tutte azioni di fatto a cui solo la classe operaia con la sua lotta può costringere il capitale. Questo rammodernamento coatto dell’iniziativa capitalistica ad opera della lotta operaia può avvenire oggi solo a livello mondiale. Come la crisi economica degli anni trenta fu preceduta da una cruenta lotta di classe e seguita da limpide scelte padronali di politica del lavoro all’interno di singoli stati, così l’attuale crisi politica, provocata da una concentrata ondata di rivendicazioni operaie, tutto lascia prevedere che si concluderà con un riassestamento del capitale sul terreno internazionale. Il rapporto di classe sarà rimesso in gioco non più entro i singoli paesi ma tra paesi, non più per classi nazionali, ma tra sistemi mondiali. Dobbiamo aspettarci o uno stallo della crisi sul medio periodo o un’iniziativa di riforma dell’attuale geografia politica del mondo. Abbiamo già detto qualcosa sull’ambiguità dell’interesse operaio riguardo a questa alternativa. Adesso c’è appunto da aggiungere che, nel caso di iniziativa riformatrice, non direttamente la classe operaia sarà l’oggetto di essa, ma per suo conto, in sua rappresentanza, l’oggetto sarà il mondo socialista. I capitalisti non sanno, e i migliori di loro fingono di non sapere, che lo stesso mondo socialista, Unione Sovietica in testa, soffre oggi contemporaneamente di due mali, la presenza della lotta operaia e la mancanza del suo sviluppo.</p>



<p>Unione Sovietica e movimento comunista internazionale fanno un solo e medesimo discorso, anzi sono un solo e medesimo fatto. Per ambedue l’atto di nascita fu un fatto talmente alternativo alla storia fin lì trascorsa del capitale da permettere loro di vivere di rendita rivoluzionaria fino quasi ai nostri giorni. Mentre il capitale, tra crisi e guerre, si apriva la strada verso una dimensione mondiale dei problemi che avrebbe dovuto portare al superamento dei vecchi interessi imperialistici di potenza, ecco che la comparsa del paese dei soviet spezza questo processo di sviluppo e propone problemi nuovi. Proprio mentre il capitale arrivava a programmare a livello mondiale la questione del suo sviluppo, dall’altra parte, da parte operaia, sul terreno internazionale, veniva riproposta la questione del potere. La rottura in un punto del sistema capitalistico mondiale si può dire dunque che ha ritardato lo sviluppo del capitale? Si può dire. E questa è la funzione reale che l’Unione Sovietica ha giocato nella lotta di classe internazionale. Quando infatti il ritardo viene imposto al capitale dall’insorgenza al suo interno di un potere operaio che lo blocca per un certo periodo nella sua crescita politica, cioè nell’aggiornamento della sua iniziativa politica, questo è non solo in sé un grosso fatto storico in quanto occasione di organizzazione di forze alternative, ma su questa base diventa modello ripetibile in altre situazioni e avendo davanti altri obiettivi. Oggi che questo ritardo è stato imposto da una rete di particolari lotte operaie generalizzatesi in tutto il contesto della forza-lavoro sociale, questo modello in questo solo senso torna d’attualità. Così dall’esistenza storica dell’Unione Sovietica dobbiamo prendere non la costruzione del socialismo in un paese solo, ma la rottura dell’equilibrio mondiale del capitalismo, quel lungo periodo ormai quasi concluso che ha visto questo pezzo di mondo sfuggire al controllo del capitale internazionale, e contrapporre al suo dominio fino ad allora incontrastato una nuova forma di dominio autonomo e alternative. È su questa base, poggiando su questo dato di forza reale, che il movimento comunista in alcuni paesi ha potuto crescere a potenza organizzata, in grado di riorganizzare il resto delle disperse forze rivoluzionarie. Di nuovo, non dobbiamo guardare al movimento comunista internazionale per quello che rappresenta oggi di organizzazione per la rivoluzione. No, dobbiamo guardarvi per quanto ha lasciato di valido nel tentativo di riportare su scala internazionale quella che era stata la rottura della catena capitalistica nel suo anello più debole. Correttamente il partito comunista nasce come Internazionale comunista. Non però in astratto come erano state e come saranno poi le internazionali dei socialisti e dei trotzkisti, ma partendo da un’esperienza rivoluzionaria concreta, realizzatasi di fatto, in un determinato paese. La cosa che ogni socialdemocratico rifiuta nell’esperienza comunista, questo internazionalismo di stampo sovietico, è nella natura storica stessa di quell’esperienza: non vi si può rinunciare senza mettersi fuori di essa, fuori delle sue grandi tradizioni di lotta. Il tentativo che fanno oggi i partiti comunisti dell’occidente di distanziarsi dall’Unione Sovietica è giusto e sacrosanto. Ma bisogna sapere che per questa via si arriverà molto lontano, senz’altro a cambiare nome e cognome al partito, e forse, se andrà bene, a rinnovare forme di lotta, contenuti organizzativi, strumenti tattici e obiettivi strategici.</p>



<p>Come il movimento comunista conta per la sua ricerca di una terza via tra le soluzioni organizzative estremiste e riformiste, così l’Unione Sovietica conta per il suo tentativo di superare con larga anticipazione storica l’alternativa che si sarebbe posta in seguito tra capitalismo classico e sottosviluppo. Una società industriale avanzata che nasce sulla base di un processo di accumulazione socialista, un’accumulazione cioè di capitale pubblico, non a caso imposta da un alto grado di violenza statale, questa è la grande iniziativa che fa capo a Stalin e che può ben stare a livello della grande iniziativa rooseveltiana degli anni trenta. Ambedue trovano la loro origine non remota nei moti operai del ’17-’20, ambedue elaborano una risposta insieme realistica e strategica, ambedue rilanciano un ciclo internazionale di nuove lotte operaie tra loro in modo incredibile oggettivamente complementari, sul salario, sulle condizioni di lavoro, sul potere. Gli Stati Uniti hanno esportato le nuove lotte operaie in tutta l’area di influenza americana, con le caratteristiche della rivendicazione economica gestita dal sindacato, in assenza di obiettivi politici portati dal partito. Dall’Unione Sovietica è venuta sempre l’istanza del potere: il tipo di lotta che è partito di lì è stato sempre formalmente politico, mobilitazione di massa su obiettivi non immediatamente di classe, ma ora popolari ora statuali. I paesi che offrono oggi il terreno più avanzato per la lotta di classe sono quelli dove si presentano ambedue questi filoni di lotta, economica e politica, di classe e di massa, contro il padrone e contro lo stato, i paesi dove <em>salario e potere </em>si incontrano non come armi dell’iniziativa capitalistica, ma come momenti di una sua crisi permanente, che dev’essere fatta servire alla riorganizzazione del partito operaio. Stiamo così parlando di nuovo dell’Italia e di tutti quei paesi, nel nostro senso privilegiati, dove sono venuti a diretto contatto grande capitale e movimento comunista, due fatti storici che in gran parte dei paesi e per lunghi periodi sono rimasti purtroppo divisi. Va esattamente rovesciata la vecchia tesi piagnona dell’Italia afflitta dal duplice male, del capitale e della sua arretratezza. In realtà l’Italia gode oggi del doppio vantaggio di un alto sviluppo della lotta operaia e di un vasto appoggio di massa ai contenuti e alle forme di questa lotta. Prende per così dire dai due massimi sistemi il momento della reciproca contrapposizione, da un lato il capitale come sistema di sviluppo indotto dalle lotte operaie, dall’altro il movimento comunista come forma di potere alternativo nell’interesse delle masse. Così in nessun paese come qui da noi conta la dimensione internazionale della lotta di classe, e la prospettiva di una ricomposizione strategica del movimento operaio a livello mondiale risulta qui una di quelle premesse senza le quali è impossibile portare a soluzione il problema che più ci sta a cuore, il problema del partito. E non è vero quanto si dice oggi, che le difficoltà maggiori per la lotta di classe starebbero nelle cittadelle del capitalismo.<br>Mentre qui, secondo le più proprie indicazioni marxiane, e in assenza di un’aggiornata iniziativa capitalistica, diventa di nuovo possibile rimettere in moto un meccanismo di crisi politica del sistema a partire da classiche contraddizioni economiche, di là, nei paesi a basso livello di sviluppo, a tal punto si è ingarbugliata la ricerca di una via rivoluzionaria, causa la confusione fatta da improvvisati guerriglieri-teorici su natura e funzione delle forze motrici, che difficilmente si ritroverà il bandolo dell’organizzazione senza un aiuto dal di fuori dell’area e dall’alto dello sviluppo. Sullo scacchiere mondiale quella che abbiamo chiamato la particolare forma politica della crisi del capitale oggi, ha avuto questa paradossale conseguenza: nei paesi del sottosviluppo, dove solo un’iniziativa capitalisticamente moderna avrebbe potuto far nascere un’organizzazione di forze veramente alternative, proprio l’improvviso venir meno di quella iniziativa ha disperso insieme al problema dell’organizzazione le forze stesse che dovevano costituirla; nei paesi a grande capitalismo invece, dove la lotta operaia poteva essere imbrigliata solo da uno scatto strategico del potere istituzionale, il mancato ammodernarsi del comportamento del capitale ha liberato l’azione di forze che già c’erano, le ha rimesse in movimento tutte quante, parzialmente collegandole fra loro. Così l’attuale crisi, o meglio la particolare sua caratteristica, noi diciamo che raccorcia e stringe i tempi di riorganizzazione di tutti i movimenti anticapitalistici e aggiunge invece altre tappe necessarie ai processi di rivolta così detta antimperialistica.</p>



<p>È tanto falsa la tesi sull’accerchiamento delle città quanto è vera la tesi opposta: solo la ripresa di una strategia di attacco alle più sviluppate strutture capitalistiche può dare senso tattico ai moti insurrezionali dei popoli oppressi, così come solo la lotta operaia può dare significato politico ai movimenti di contestazione delle istituzioni di potere. Quello che si tratta di vedere oggi e se i processi avvenuti <em>dentro </em>la classe operaia &#8211; modifica dei rapporti tra parti avanzate e parti arretrate, tra avanguardia e masse, nel senso di una tendenziale massificazione &#8211; si sono ripetuti o si possono ripetere nei rapporti tra operai dei paesi a grande capitalismo e forze in rivolta dei paesi sottosviluppati e strati sociali in crisi degli stessi paesi più sviluppati. Certo, anche qui la classe operaia, senza strumenti organizzativi di carattere politico, ha offerto il modello e così ha tirato tutto il processo delle rivolte anticoloniali, delle rivendicazioni antimperialistiche, dei tentativi di costruzione <em>subito </em>di uno stato sociale, e oggi di tutto quel complesso di lotta antistituzionale che rappresenta la malattia del giorno del capitale maturo a livello internazionale. Mai verrà abbastanza sottolineato il grande ruolo di punta, anticipatore e modellatore, che la classe operaia e soprattutto le sue lotte hanno giocato nel costruire l’attuale processo di accusa all’intera storia del capitale. La diffamazione dell’integrazione operaia nel sistema è quanto di peggio ha prodotto la tradizione del marxismo volgare: questo è il suo naturale punto d’approdo, qui si doveva arrivare poiché si era partiti dal generale, l’uomo, la società, lo stato, per arrivare al particolare, le classi e la lotta di classe. A queste ideologie della sconfitta, secondo le quali si integra chiunque vince una battaglia sul campo dell’avversario, va sostituito il grande principio pratico di pura marca operaia: <em>chi ha ottenuto di più vuol dire che ha lottato meglio. </em>È su questa base, sulla base della forza con cui gli operai sono in grado di strappare concessioni al nemico di classe, che va ricostruita la prospettiva di una internazionale delle lotte operaie come prezzo che il capitale deve pagare per avanzare sulla strada del mercato mondiale. Non importa se una prima fase dell’organizzazione prenderà la forma di internazionale sindacale: gli operai hanno imparato da tempo a far fare al sindacato il mestiere del partito. E non importa se l’etichetta di tutti i sindacati non sarà «di classe»: la FSM, così com’è, ha fatto il suo tempo e ci sembra buona la proposta CGIL di un processo al tempo stesso di organizzazione delle lotte e di unità sindacale che vada avanti per aree internamente omogenee. Primo obiettivo deve essere la continuità della lotta a livello internazionale, attraverso quell’altalena di articolazione e generalizzazione tra categorie, tra settori, tra aree geografiche, che il modello italiano degli ultimi anni ha così bene sperimentato. Certo processi nuovi di ricomposizione politica del movimento operaio sul terreno dell’organizzazione devono accompagnare, anzi a ben guardare non possono che seguire questo particolare sviluppo delle lotte. È inutile cercare già una soluzione internazionale al problema del partito. Sarebbe commettere lo stesso errore dei capitalisti, o meglio dei loro rappresentanti nei singoli governi, che per anni hanno inseguito la chimera dell’Europa politica, quando ancora il mercato europeo veniva lasciato lì come una realtà irrealizzata. Il partito nuovo della classe operaia deve nascere qui da noi avendo chiaro in testa: 1) il disegno di un determinato evolversi dell’iniziativa politica del capitale internazionale; 2) il progetto di spostare con la sua stessa esistenza e con le sue proprie azioni il rapporto di forza tra le classi in lotta su scala mondiale; 3) la previsione strategica del continuo ricambio di forze rivoluzionarie fresche che vengono dai paesi del sottosviluppo man mano che diventano secondo la dizione borghese «paesi in via di sviluppo»; 4) la fredda capacità tattica di utilizzare la presente divisione del mondo ai fini di una futura unità di classe.</p>



<p>Questi ultimi due punti, nella loro apparente oscurità, chiedono di essere spiegati. Noi viviamo nell’epoca che si può definire della maturità del capitale. È il capitale maturo che governa il mondo. E l’unicità del mondo sotto il governo del capitale giunto a uno stadio di vita piena e dispiegata, questo è il presupposto storico su cui occorre fondare fattuali ipotesi di lavoro politico. Governo non vuol dire ancora controllo. Maturità non è aver risolto una volta per tutte tutti i problemi. Che il capitale sia un fascio di contraddizioni, non è necessario spiegarlo qui. Ma che tra queste contraddizioni una sola vive per tutta la vita del capitale, mutando solo forma di esistenza, e tutte le altre continuamente cambiano, nel senso che muoiono le contraddizioni vecchie e nascono quelle nuove, tutto questo è ancora lontano dall’essere acquisito dalla coscienza soggettiva del punto di vista operaio. La scoperta della specificità della contraddizione che nel momento dato inchioda il capitale al dover governare e nello stesso tempo a non poter controllare il proprio sviluppo su scala mondiale, è appunto il compito della scienza operaia. L’uso pratico, nella lotta, di questa scoperta è appunto la funzione del partito operaio. L’errore è sempre quello di scambiare una contraddizione reale del capitale internazionale con un’alternativa ideologica al suo sistema di sviluppo. E quanto è avvenuto nel movimento operaio di fronte all’esistenza storica dell’Unione Sovietica. È chiaro che bisognava far sopravvivere il paese dei soviet, rompere il suo accerchiamento, rilanciarlo all’attacco delle strutture montanti del capitalismo classico con un nuovo esperimento insieme di gestione economica e di potere politico, tutto questo però non per alimentare tra le masse oppresse l’ideologia del socialismo realizzato, ma solo per far vivere il più a lungo possibile una contraddizione mondiale del capitale, in funzione della lotta di classe degli operai più avanzati. Correttamente la cinghia di trasmissione tra paese del socialismo e lotta di classe in occidente andava rovesciata, ma per far questo proprio dall’alto dell’Internazionale comunista doveva scendere la fredda definizione del socialismo in un paese solo come contraddizione del capitalismo mondiale, realtà dunque interna e contraddittoria al capitale, tanto più minacciosa quindi nei suoi confronti. Mentre la classe operaia, ammaestrata da sanguinose sconfitte, imparava il senso di una lotta contro il capitale condotta dall’interno del suo stesso sistema di produzione, di consumo e di scambio, il socialismo si contrapponeva dall’esterno al capitalismo con un atto di fede nei propri autonomi valori ideologici. Nasceva di lì quel divario di sviluppo, quel distacco storico tra socialismo e classe operaia che ha portato oggi a questa conclusione paradossale: gli operai sembrano integrati perché accettano di lottare dentro il capitale, in realtà minacciandolo di morte da pochi passi di distanza; il socialismo che ha voluto stabilire una lontananza astrale, per mezzo di blocchi e di sistemi, dal capitalismo, è sembrato fin qui l’unica alternativa valida, ma sempre più lo vediamo vittima di una logica ferrea che lo recupera entro le leggi classiche del capitale. Che oggi il socialismo realizzato, cioè l’Unione Sovietica con i suoi alleati, non rappresenti più neppure una contraddizione del capitale, &#8211; è fin troppo facile dirlo e facile dimostrarlo; che non sia neppure più tatticamente utilizzabile nell’ambito di una strategia di lotte operate -, questo l’hanno capito perfino i comunisti dell’occidente, quindi ormai lo possono capire tutti. Si pone oggi il problema: questo tipo di contraddizione non si è spostata e quindi rinnovata in un altro spazio geografico, cioè in un’altra esperienza altrettanto macroscopica e altrettanto isolata di costruzione del socialismo in un paese solo? In altre parole: la Cina di oggi non rappresenta quello che rappresentava l’Unione Sovietica di ieri? Non è essa la contraddizione nuova del capitale a livello mondiale? Di contraddizione nuova noi pensiamo che in questo caso <em>non </em>si possa parlare. Secondo questo modo di vedere la Cina rappresenta piuttosto il residuo di una vecchia contraddizione. Talmente corposo e materiale e al tempo stesso funzionante a livello soggettivo è stato il fatto storico dell’Unione Sovietica per decenni fuori dell’iniziativa e del controllo del capitale internazionale, che non poteva estinguersi sul medio periodo, doveva ripetersi e restaurarsi su altri terreni, magari con diverse forme di espressione. Siccome non ci interessa in questa sede il modello di costruzione di una società alternativa a quella del capitalismo, ma ci interessa il modo di funzionamento di queste esperienze sul terreno della lotta di classe internazionale, possiamo senz’altro dire che la Cina ripete una storia già vissuta, ovvero più precisamente fa rivivere una contraddizione morente del capitale e in questo gioca un ruolo complesso ancora tutto da chiarire, di ritardo dell’iniziativa capitalistica a livello mondiale ma anche di accelerazione del processo di ricomposizione unitaria tra i due massimi sistemi, USA e URSS, di accelerazione nei passaggi di sviluppo dei movimenti antimperialistici ma anche di ritardo nel cammino di riconquista di una strategia internazionale delle lotte operaie anticapitalistiche. II fatto che si tratti di un residuo di contraddizione storica aumenta la complessità del suo funzionamento politico. Il punto di vista operaio deve con cautela rilevare il dato della sua esistenza materiale, seguirne lo sviluppo e di già abbozzare un comportamento pratico in conseguenza. Certo dall’interno della presente faticosa fase di crescita della scienza operaia a tutti noi capita di sorridere alla lettura delle massime di Mao. Ma non bisogna reagire alla incomprensione che da quella parte viene nei confronti delle lotte di classe operaia, con una incomprensione di senso opposto nei confronti di tutte le lotte che di classe operaia non sono, e ciononostante sono lotte vere e proprie. Non c’è solo la specificità delle contraddizioni singole del capitale, c’è anche e forse in conseguenza la specificità dei singoli movimenti di lotta contro il capitale. Ognuno ha il suo ambito di azione, il suo modo di sviluppo, i suoi obiettivi e la sua particolare forma di organizzazione. Ma alla contraddizione fondamentale corrisponderà &#8211; deve corrispondere &#8211; il momento fondamentale della lotta. A questo assolutamente non si può rinunciare. <em>Scegliere la classe operaia </em>è un imperativo per qualsiasi tipo di rivoluzionario, in qualsiasi parte del mondo si trovi appunto a lottare. Scegliere la classe operaia è il modo pratico di azione di ogni militante nei movimenti di lotta contro il capitale, sia che abbia il nemico di fronte a sé, sia che lo combatta da lontano, nei suoi effetti indiretti. Scegliere la classe operaia è il compito politico dell’organizzazione per la rivoluzione, non solo quando le forze direttamente operaie sono lì a portata di mano, ma anche quando vivono e lottano in un altro continente, con altre armi tattiche, per altri obiettivi strategici. Dall’interno del cosiddetto terzo mondo, a livello di coscienza soggettiva, c’è da augurarsi che scatti in un futuro molto prossimo la molla di una scoperta geniale, quella di una dimensione nuova della lotta su quel terreno, una visione globale, mondiale, delle rivendicazioni anticapitalistiche, con dentro una voluta parzialità delle proprie posizioni, delle proprie proposte, delle proprie richieste. Bisogna capire, in una sorta di escalation teorico-pratica, che oggi come oggi 1) le guerre nelle campagne del mondo devono servire alle lotte operaie nelle cittadelle del capitale; 2) non devono servire alla classe operaia perché scateni l’attacco finale alle fortezze del suo nemico, in quanto da questo siamo ancora lontani; 3) devono servire alla classe operaia perché risolva i suoi presenti problemi di organizzazione. Aggredire il capitale sulle sue ali esterne, specialmente in un momento di prolungata crisi dell’iniziativa politica, vuol dire soltanto mettere in difficoltà il suo potere di riassorbimento delle contraddizioni interne, specialmente di quella fondamentale che lo vede impegnato sul terreno del salario operaio. È inutile, e sarebbe puro volontarismo ideologico, tentare di trovare un’affinità di contenuti tra lotta operaia sul salario e guerra di guerriglia per il controllo delle singole ricchezze nazionali. Non è questo il punto. Su contenuti del tutto diversi, a diversi livelli di sviluppo, anche senza diretto significato di classe, lo scontro anche violento nelle retrovie del capitale, deve servire a creare un clima internazionale di crescente tensione politica, deve esasperare la specificità dell’attuale crisi capitalistica, deve far intravvedere la presenza di nuove possenti forze non certo neutrali nella lotta di classe, in modo da ambientare la parte operaia sul terreno più favorevole per affrontare il tema dell’organizzazione nuova, il problema del partito.</p>



<p>La classe operaia si cerca dunque i suoi <em>alleati </em>anche fuori del proprio ambito specifico di lotta. Se sul piano interno le alleanze si pongono tra partito operaio e altre forze organizzate che in quel momento contestano aspetti singoli del sistema, sul piano internazionale le alleanze sono tra lotte operaie e singole situazioni di crisi del capitale provocate da movimenti di rivolta contro gli effetti del suo dominio, neocolonialismo, imperialismo, ecc. Come dal terzo mondo deve salire oggi la proposta di una voluta subordinazione ai contenuti e alle forme delle lotte operaie, così dall’alto della classe operaia deve scendere il riconoscimento pratico che il capitale può essere aggredito da varie parti da varie forze che contrastano il suo sviluppo, ritardano l’ammodernamento della sua iniziativa, lo mettono in difficoltà proprio per tutto quel periodo che serve agli operai per rimettere in moto il meccanismo di passaggio ora rimasto bloccato: <em>lotte nuove &#8211; nuova organizzazione. </em>Questo riconoscimento può avvenire a livello di massa operaia ad una sola condizione: se da parte delle forze soggettive che sono in gioco per rinnovare il partito si porterà avanti prima ancora che un internazionalismo di tipo nuovo la critica del vecchio internazionalismo. Anche qui i miti devono morire. Le ideologie vanno fatte cadere, perché da sole non cadono, da sole si restaurano, da sole si riproducono. Che gli operai siano per natura internazionalisti è una favola ottocentesca come quella degli operai che in quanto tali combattono per il socialismo. Il proletario che si sdraia sui binari per non lasciar passare il convoglio che porta armi ai bianchi nella giovane Russia rivoluzionaria, è un’immagine che non si ripete più nella realtà odierna. Non a caso oggi sui binari ci trovate lo studente: è un segno dei tempi, del cammino che ha fatto la coscienza di classe fuori della classe operaia e di un’altra cosa importante: gli operai lasciano volentieri che facciano altri adesso quello che loro hanno fatto nel passato, specialmente quando si tratta di manifestazioni esteriori, gesti simbolici, atti di sfida ai potenti, solidarietà con gli oppressi, ecc., tutte cose che ricordano alla classe operaia matura la propria romantica infanzia. Diciamolo chiaramente. Pochi sono stati gli operai nel mondo che hanno lottato per la pace nel Vietnam e ancora più pochi quelli che hanno lottato per la vittoria dei Vietcong. Prima di condannare, bisogna capire. Un internazionalismo generico, formale, puramente retorico, «operai di tutto il mondo unitevi» e giù la banda che suona l’internazionale, «per una strategia mondiale della lotta di classe» e cioè gli operai per le guerre di liberazione nel sud-est asiatico, gli operai per la guerriglia nell’America latina, gli operai per le pantere nere, &#8211; con queste cose in questo modo ci si deve mettere in testa che non ci si tira dietro la classe operaia. Meglio quando si trattava di difendere l’Unione Sovietica dall’assedio e dall’odio dei capitalisti di tutto il mondo: almeno l’internazionalismo aveva un riferimento di fatto a un paese preciso, che non solo non coincideva per gli operai con la propria patria, ma era il nemico stesso della propria patria. Non a caso questa forma storica di internazionalismo prendeva le mosse dall’alta indicazione leninista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, con l’appello agli operai di rivolgere le armi contro i propri governi. In questa che è stata finora la sua forma più avanzata, più internazionalismo e irripetibile. L’internazionalismo di oggi deve essere un fatto pratico, concreto, non ideologico, non umanitario, soprattutto non dato per scontato, come se esistesse innato nella mente dell’operaio. Lo spontaneismo dell’internazionalismo è uno dei tabu più diffusi, forse in assoluto quello più diffuso tra i tabu del militante di partito. Per questa via si va incontro a cocenti delusioni. La diffidenza &#8211; di parte, di classe &#8211; molto semplicemente espressa come indifferenza, nei confronti del discorso internazionalista è infatti una delle realtà di fatto più corpose della massa operaia oggi. L’internazionalismo va portato agli operai dall’esterno, attraverso lo strumento del partito. Come è il partito che fa ormai le alleanze con le organizzazioni affini, così è il partito che stabilisce il legame internazionale con le lotte parallele. Dalla spontaneità di classe il partito può oggi rilevare, e deve rilevare, la critica distruttiva del vecchio internazionalismo. Ma l’internazionalismo di tipo nuovo, la nuova strategia mondiale della lotta di classe, dal punto di vista operaio, deve essere una scoperta soggettiva da far nascere coscientemente a livello di partito. Sarà così per tante altre cose. Il rapporto <em>classe-partito – </em>il punto di partenza di tutto &#8211; è soprattutto il momento della distruzione del passato e si tratta qui del passato del partito. Il rapporto <em>partito-classe &#8211; </em>il passaggio obbligato per tutti &#8211; è il momento della scoperta del nuovo, la finestra sul futuro, sul futuro della classe. Così l’internazionale nuova, proposta dal partito, non sarà più l’internazionale dei partiti, ma della classe, &#8211; <em>internazionale </em>prima di tutto <em>delle lotte operaie. </em>Non più quindi un ideale per cui combattere, né un organismo di vertice che cerca di convincere gli operai a combattere per l’ideale, ma un semplice fatto politico, un bisogno di organizzazione che sale dal basso, come dal basso salgono le lotte, e che si incontra con una strategia internazionale di queste lotte che viene dall’alto. Bisogna capire che la dimensione internazionale della lotta di classe è un fatto che ci viene imposto dallo sviluppo mondiale del capitale. L’iniziativa politica, istituzionale, dei capitalisti a livello mondiale può anche restare ferma, come oggi, nel medio periodo, ma la natura del capitale veramente non conosce confini e quanto più avanza lo sviluppo economico tanto più questo sviluppo diventa internazionale. La lotta operaia non può che adeguarsi a questo cammino, pena atroci sconfitte. Gli operai devono essere dunque internazionalisti non per scelta ideale, ma per i bisogni pratici della loro lotta. Se è vero che gli operai non hanno patria, allora per patria non vogliono nemmeno avere il mondo, e il destino di questo come di altri pianeti potete stare sicuri che li lascia completamente indifferenti. Internazionalisti non per vocazione ma per necessità, la classe operaia da una parte il capitale dall’altra, a un certo punto della storia che ambedue li comprende, trovano questo terreno obbligato di lotta. Prima abbiamo detto: quello dei due avversari che avanzerà con l’organizzazione a questo livello conquisterà punti per la vittoria. Adesso dobbiamo aggiungere: organizzazione delle lotte da parte operaia, organizzazione del mercato da parte capitalistica, è il punto da cui riparte il prossimo ciclo della lotta di classe internazionale. Stato borghese e partito operaio, solo adattando i propri problemi alla dimensione ancora sconosciuta di questa terra di nessuno, possono sperare di superare presto la rispettiva crisi. E del resto: chi per primo risolve la crisi in un punto significativo sposta dalla sua parte le migliori capacità di movimento sullo scacchiere mondiale. Così, nuovo internazionalismo e partito nuovo fanno una cosa sola, un solo fatto e al tempo stesso un solo problema, un circolo che non si chiude per un solo anello mancante.</p>



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<p>GLI ALTRI DUE SAGGI DI MARIO TRONTI SONO CONSULTABILI AI SEGUENTI LINK:</p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I) – ESTREMISMO E RIFORMISMO</strong></a></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (II) – IL PARTITO COME PROBLEMA</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/12/12/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-iii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA &#8220;CONTROPIANO&#8221; (III)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 15:44:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[TRONTIANA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che segue è il secondo saggio (il primo è consultabile sulla nostra rivista qui) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista Contropiano diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (II)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quello che segue è il secondo saggio (il primo è consultabile sulla nostra rivista <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>qui</strong></a>) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista <em>Contropiano</em> diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia e Quaderni Rossi.</p>



<p>I tre articoli, <em>Estremismo e riformismo </em>(CONTROPIANO, N. 1/1968, pag. 41-58),  <em>Il partito come problema</em> (CONTROPIANO n.2/1968, pag. 297-317) e <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em> (CONTROPIANO, N. 3/1968, pag. 505-526) rappresentano una lunga e attenta disamina su alcuni concetti quali l’organizzazione, la teoria del partito, la funzione del sindacato e il ruolo del movimento, soprattutto quello studentesco. In calce al primo articolo lo stesso autore scrive: <em>Questo discorso avrà un seguito, probabilmente in due parti: una dedicata a quella che si dice la teoria del partito, con annesso il problema del sindacato, oggi; l’altra dedicata a quella che si dice la strategia internazionale della lotta di classe, compreso il momento mondiale odierno del movimento operaio</em>. Necessariamente i testi proposti risentono del periodo storico e politico nel quale sono stati prodotti ma ancora oggi, in essi, si possono individuare elementi di assoluta attualità che ci hanno spinto alla pubblicazione sulla nostra rivista.</p>



<p>Quello che segue, <em>Il partito come problema</em>, è il secondo dei tre contributi.</p>



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<p class="has-medium-font-size"><strong>IL PARTITO COME PROBLEMA</strong></p>



<p>Ci sono momenti in cui sale lo scontro di classe, mentre arriva ancora a muoversi nella forma del partito: momenti in cui, mutati i contenuti delle lotte operaie, non c’è niente nella vecchia organizzazione che riesca a registrare le condizioni nuove. Dagli anni trenta ad oggi abbiamo vissuto un lungo momento, un’epoca, di questo genere. Gli operai a contatto diretto con l’iniziativa capitalistica, dopo la grande crisi, hanno via via modificato la gerarchia interna delle loro rivendicazioni, fino ad assumere il cammino più corretto e il modo d’attacco più efficace di tutta la storia della lotta di classe, quello che oggi si riassume nella parola d’ordine: dal salario al potere. II partito rivoluzionario, il movimento comunista, era nato sull’indicazione opposta &#8211; che bisognasse prendere il potere per migliorare le condizioni di vita dei lavorala -, e anche quando ha modificato questa prospettiva, non ha mai avuto il coraggio di rovesciarla. Che puntando la lotta sul salario, sulle condizioni economiche degli operai nel capitalismo, e ottenendo successi su questo terreno, si possa arrivare non a stabilizzare ma a mettere in crisi l’attuale macchina politica del capitale, &#8211; è questa l’ipotesi sempre più ricca di fatti che mette in situazione critica la presenza del partito così com’è e rende problematica la sua stessa sopravvivenza. Non esiste d’altra parte un modello già pronto di nuova organizzazione, tanto meno quindi la possibilità di una sua esistenza già tutta dispiegata. Esistono solo tutte le ragioni di una ricerca, tutte le condizioni di una sperimentazione, che offra un ponte di transito tra il vecchio e il nuovo, un punto di contatto storico, un rapporto, una struttura intermedia di passaggio dalla più vicina e più praticabile forma di partito agli ultimi altissimi e avanzatissimi livelli di classe.</p>



<p>Poniamoci la domanda: è necessario oggi rivedere e aggiornare quella che si dice la «teoria del partito»? Pochi, credo, avranno il coraggio di rispondere <em>no </em>a questa domanda. I cosiddetti dogmatici sono in fondo solo dei revisionisti che si vergognano. Per quanto li riguarda sono disposti a cambiare la forma del partito se rimane intatta la sostanza del loro potere. I revisionisti espliciti, invece, i riformisti moderni, sono i più pronti ad assumere l’istanza di un aggiornamento nella teoria dell’organizzazione, sulla base dei bisogni più recenti del capitale, sull’onda delle sue più correnti ideologie. È di nuovo per sfuggire a queste vecchie alternative che noi vogliamo rimettere in discussione il concetto stesso di «teoria del partito». Se teoria, dal punto di vista marxista, si dà di un fatto reale della produzione, che si mostra permanente per tutto l’arco di esistenza di una formazione economico-sociale, e condiziona le condizioni sociali, e impone una sua vita autonoma nei confronti dell’insieme, in termini di lotta, di insubordinazione, di antagonismo, &#8211; allora si dà teoria di una classe &nbsp; e non della sua organizzazione formale. Se teoria è conoscenza e giudizio di una parte sul tutto, della classe sulla società, se è non solo coscienza di classe ma coscienza della lotta di classe, &#8211; allora si deve parlare di punto di vista operaio sul capitale e non di quel balordo concetto di «partiticità», che a pensarci bene era inevitabile si riducesse al punto di vista del partito sui fatterelli della vita quotidiana. Estremismo e riformismo che in comune hanno l’assenza di una teoria della classe operaia, in comune hanno anche la presenza di una teoria del partito. E non si sa chi ha combinato più guai, se l’idea socialdemocratica di una organizzazione aperta per la raccolta del consenso e per la gestione del potere nell’interesse generale, o la teoria bolscevica del partito come circolo chiuso di rivoluzionari di professione che vanno in mezzo al popolo per sollevarlo, secondo la codificazione di principio del catechismo staliniano. Ma una sola classe, tanti partiti: questo è e rimane il fatto decisivo. Che la storia interna della classe operaia possa dar luogo a un concetto di classe che leghi insieme le fasi passate e preveda e prepari quelle future, &#8211; questo è il lavoro di oggi del pensiero teorico. Ma che le molteplici forme del partito, fin qui vissute e tuttora in gran parte conviventi (perché niente più del partito si presta ad essere eredità passiva) diano poi luogo a quella forma che più ci serve in questo momento, &#8211; questo è un fatto pratico, un’azione politica, un lavoro sulle cose. Altrimenti sarebbe come prendere per buona e adattare ai nostri bisogni la pretesa di parte borghese a una «dottrina dello stato»: e riconoscere così autonomia a una realtà che per definizione è derivata, non ha vita propria, vive di luce riflessa. Il partito non ha, non può, non deve avere autonomia rispetto alla classe: questo è l’unico punto teorico fermo, che può essere elaborato, ma mai, in nessun caso, né rivisto né tanto meno negato. Per il resto, <em>teoria della classe </em>e <em>pratica del partito </em>è il primo ancoraggio di metodo su cui bisogna fermare la ricerca.</p>



<p>Pratica del partito, ovvero ricerca di quella forma di partito che più ci serve in questo momento: vediamo se è un modo corretto questo di porre il problema. Non è il caso di impegnarsi adesso in una professione di fede metodologica. Ma certo bisogna partire dal fatto che il problema del partito ha per sua natura una soluzione di breve periodo, non in senso assoluto ma relativamente ad altro e l’altro in questo caso sono i problemi più direttamente di classe che seguono il passo delle grandi epoche storiche. La soluzione va cercata quindi già in una dimensione temporale provvisoria, con una autolimitazione nel tempo, che non può certo essere calcolata al millimetro, ma che deve tenere in sé una controllata approssimazione. Va cercata inoltre in uno spazio geografico ben delimitato, non in senso grettamente nazionale, come capita oggi<em> </em>spesso di sentire, ma sulla base di una situazione di classe omogenea, che copre livelli di lotte se non eguali, almeno simili tra loro. Dire una volta per tutte e come principio valido per tutti: ecco il partito della classe, &#8211; è non solo errore di metodo, è errore pratico, politico, che si paga duramente sul tempo lungo della lotta. Non sappiamo ancora se dal punto di vista operaio dovrà elaborarsi un nuovo moderno concetto di <strong>«</strong>politica», se l’attività pratica in senso sovversivo dovrà essere sistemata secondo nuove leggi. Sul momento tutto lascia credere di no. E a questo punto siamo quasi convinti che <em>leggi </em>della tattica non se ne possono dare, a meno di non dare veste strategica, e quindi significato non politico, al comportamento pratico. Il problema è sempre quello di trovare i modi concreti di organizzazione delle forze in lotta in questo momento dato e nello spazio che ci è concesso. Per questo occorre cominciare a mettere in circolazione una figura del partito come armamento leggero della classe, che si possa in breve assumere e in breve abbandonare, che dia duttilità di movimento e rapidità di esecuzione alle istanze di base, che abbia in sé quella capacità di autocontrollo che lo spinge a cambiare forma man mano che i nuovi livelli di sviluppo degli operai impongono mutamenti all’iniziativa del capitale. Il partito come funzione della classe non basta: questa <em>funzione </em>deve ora diventare una struttura elastica, agile, moderna, aggiornata, facile da usare, maneggevole cioè nel suo meccanismo consapevolmente provvisorio, e soprattutto ricca di complesse articolazioni.</p>



<p>L’articolazione non sarà soltanto e non sarà tanto <em>nel</em> partito, ma <em>del </em>partito con altre istanze organizzate, da esso autonome e con esso, diciamo così, <em>alleate. </em>Il concetto di alleanze sembra più propriamente spostarsi oggi dal terreno sociale a quello istituzionale. Un blocco storico, nel senso appunto di organica alleanza politica, e più facile oggi che si realizzi tra forze istituzionalmente diverse, ognuna nel proprio campo organizzata, che tra ceti sociali spontaneamente in lotta ognuno per i propri particolari interessi. Alla società del pluralismo democratico non si può rispondere con il settarismo di un’organizzazione unica e monolitica, rappresentante degli interessi di più classi e della nazione intera. Occorre anzi avere più pedine da muovere, contemporaneamente e nella stessa direzione, più forze organizzate da impegnare, alcune subito e in primo piano, altre di riserva e come sorpresa per l’avversario. Tutto lascia prevedere che ci troveremo a che fare, nel periodo immediatamente prossimo, non con una guerra di posizione, ma con una guerra manovrata e di movimento. Gli sviluppi degli ultimi anni, le vicende degli ultimi mesi indicano questa direzione oggettiva. Ma anche se così non dovesse essere, bisognerebbe comunque imporre soggettivamente al nemico di classe questa condotta nella lotta, perché è quella che più lo mette in difficoltà, lo costringe alla difesa, toglie spazio alla sua iniziativa, gli lascia come unica via d’uscita la risposta disordinata di chi sa che non può non perdere. Al partito spetta di esercitare l’egemonia più che la direzione sulle forze alleate. E l’egemonia è fatta di consenso spontaneo, e questo va fondato sul prestigio, sulla maggiore capacità di analisi e di coscienza della situazione complessiva, sulla migliore possibilità di incidere in forme aggressive sul potere del capitale: tutte cose che restano in mano al partito quando il partito funziona. Su questo terreno esterno i vecchi metodi di direzione sono invecchiati più in fretta che all’interno del partito, non funzionano più, vengono rifiutati con una giusta violenza. Da qui bisogna andare avanti a stabilire dovunque, dentro e fuori il partito, nuovi rapporti tra chi momentaneamente si trova a dirigere e chi momentaneamente è diretto. Uomini nuovi devono continuamente salire al vertice del movimento e fare esperienza di sé, a rinnovare tutto. È per la sommità del partito che vale prima di tutto la parola d’ordine: <em>bisogna cambiare!</em></p>



<p>Il sindacato è il primo degli «alleati» del partito. Il supporto tra i due, le reciproche competenze, la diversità dei compiti e al tempo stesso il terreno di classe che li unisce e talvolta li confonde, sono questi i problemi di sempre che oggi hanno avuto un decisivo e speriamo fecondo ritorno di attualità. A noi sembra che tra sindacato e partito non si possa parlare di un diverso terreno di lotta, ma di una diversa estensione di questo terreno. L’uno e l’altro vivono e lottano &#8211; devono vivere e lottare &#8211; sul campo della produzione sociale. Il sindacato gestisce quei contenuti della lotta che si rivolgono contro il padrone singolo o contro la somma dei padroni singoli. L’organizzazione sindacale padronale cura niente più che l’associazione degli interessi economici dei singoli capitalisti: è questo che gli dà forza politica; ma non bisogna confondere la confindustria con lo stato, come si fa spesso, rozzamente, da sinistra. Così, similmente, restano in mano al sindacato operaio la difesa del livello elementare della forza-lavoro, i tempi di lavorazione del prodotto, l’orario, i cottimi, ma anche tutto il resto, compreso il salario. Il sindacato gestisce nella sua tensione tutta la lotta e ne assicura la continuità. Il partito sceglie tra i contenuti della lotta quello che ha la maggiore incidenza sull’iniziativa politica del capitale nel suo complesso e fin un particolare momento. Sceglie e revoca a sé e prende in mani proprie quel contenuto spontaneo della lotta operaia che investe direttamente ed è capace di mettere in crisi l’equilibrio <em>statuale, </em>la stabilità politica del potere capitalistico: cosa che deve risultare dall’analisi scientifica del proprio avversario di classe, dal calcolo esatto delle forze in campo, dalla misura del livello dei bisogni della propria parte. Il sindacato comprende e tiene presente tutti i contenuti della lotta, ma tutti dentro il terreno della produzione diretta, arrivando al massimo alle condizioni <em>sociali </em>in cui si presentano i problemi operai: nella fabbrica e dalla fabbrica alla società. Il partito isola uno di questi problemi, volta a volta politicamente determinato, e lo porta dalla fabbrica alla società <em>fino allo stato. </em>Uno di questi problemi, una di queste richieste operaie di base, uno di questi bisogni collettivi di massa, in grado oggi di coprire tutta la traiettoria che porta la minaccia di sovversione nel cuore del sistema, &#8211; è il salario. Sul salario operaio, non solo da oggi, è possibile e diventa sempre più necessaria una lotta| politica generale, in cui il partito impegna i quadri della propria organizzazione e verifica la sostanza della propria linea di alternativa al sistema, con un attacco a fondo non alla politica economica del governo ma alla stabilità politica dello stato negando il controllo capitalistico sui redditi da lavoro, facendo saltare prima ancora che il piano nel suo complesso, le sue stesse premesse di valore. Questo vuol dire la frase in sé non del tutto chiara: <em>il salario in mano al partito.</em></p>



<p>Di questi tempi non si può parlare di sindacato senza parlare di autonomia e di unità. Bisogna dire subito che anche dal punto di vista qui trattato l’autonomia e l&#8217;unità del sindacato non sono delle concessioni tattiche, sono e devono essere, meno oggi, vere e proprie scelte strategiche da parte del partito. L’<em>autonomia </em>assicura al sindacato la funzione di specchio delle condizioni della forza-lavoro in un dato momento, riflesso diretto e immediato, misura economica, quantitativa, della situazione di classe della forza-lavoro, dei suoi bisogni elementari di fronte al padrone. L’<em>unità </em>sindacale, oltre a rendere possibile una vera autonomia, garantisce una visione appunto unitaria dei problemi dei lavoratori, media già in sé e ricompone in una linea di tendenza unica rivendicazioni specificamente operaie e rivendicazioni genericamente lavoratrici, cercando e trovando un’espressione di nuovo economica delle rispettive istanze politiche. Il partito ha bisogno di questa <em>conoscenza diretta e subito complessiva </em>della situazione di classe a livello economico-materiale, ha bisogno del sindacato per averla. Il sindacato è infatti <em>specchio della spontaneità </em>operaia; e non solo di quella operaia, ma anche dell’iniziativa padronale diretta sul luogo di produzione. Solo su questa base materiale il partito può costruire una <em>politica di classe. </em>È chiaro che perché il sindacato serva in questo modo al partito deve poter seguire tutto quanto e in piena libertà il suo compito specifico, funzionare quindi concretamente come organo di difesa della forza-lavoro di contro all’iniziativa padronale e come strumento di attacco delle richieste operaie al potere economico capitalistico. Il sindacato in quanto arma della lotta economica operaia assolve già e tutta intera la sua funzione politica e non ne deve cercare nessun’altra.</p>



<p>Si pone il problema: questo specchio sindacale non serve anche al capitale per conoscere i movimenti oggettivi della forza-lavoro e per aggiornare quindi la iniziativa politica generale sul terreno di classe? Il sindacato non diventa così un istituto neutro di ricerche sociali? o peggio una struttura formalizzante del problema di classe a favore di chi tiene il potere? Il pericolo dell’istituzionalizzazione è reale. La funzione istituzionalizzante che il sindacato esercita sulle lotte operaie per conto del capitale, in una parola l’uso capitalistico del sindacato, non è un’invenzione fantastica di gruppetti estremisti, è una scoperta scientifica di forte impronta marxista. È l’altra vera e reale faccia del sindacato a livello di capitalismo sviluppato. Questa faccia non si potrà mai completamente cancellare; ma come si può ridurre a fatto secondario? Come si può caricare di senso politico opposto l’organizzazione capitalistica della forza-lavoro? Due condizioni sembra necessario a questo proposito predisporre e salvaguardare. La prima riguarda la struttura democratica del sindacato al suo interno: la spinta dal basso verso l’alto deve essere più forte del controllo del vertice sulla base; il vertice di qualsiasi organizzazione in una società capitalistica è sempre pericolosamente sensibile alle necessità del capitale; per correggere questa tendenza non c’è altra via che curare di tenere sempre bene aperti i canali di passaggio delle richieste operaie di massa; oggi torna di moda l’assemblea operaia ed è una fortuna, ma bisogna stare attenti, la democrazia diretta così come stanno le cose non è un modo molto efficiente di direzione e di organizzazione; non si tratta di negare qualsiasi funzione ai dirigenti come tali; per adesso si tratta ancora di cambiare quelli che non si possono utilizzare e di utilizzare quelli che non si possono cambiare. La seconda condizione si chiama partito di classe fuori dal sindacato: l’iniziativa politica sempre in mano al partito e attraverso il partito in mano alla classe operaia; strategia di attacco al potere del capitale, mai sulla difensiva, mai dare tregua; spostare sempre in avanti gli obiettivi in modo che quello che viene istituzionalizzato dal capitale sia già il livello passato, quello immediatamente precedente, dell’organizzazione materiale della forza-lavoro, mentre il livello presente e quello che sta per sopraggiungere deve sfuggire alla conoscenza e alla presa del capitale stesso; la forza della previsione deve rimanere gelosamente in mani operaie, attraverso lo strumento dell’organizzazione politica; l’istituzionalizzazione capitalistica deve essere condannata a un generico riflesso di ciò che irrimediabilmente è stato.</p>



<p>Cade qui un appunto di metodo sulla differenza concettuale tra organizzazione e istituzionalizzazione. Specialmente dall’interno delle forze giovanili oggi in lotta è facile notare una certa confusione su questi concetti. Ogni e qualsiasi tipo di organizzazione, anche propria, anche fatta da sé stessi, viene rifiutata per i pericoli che presenta di essere strumentalizzata dall’avversario, attraverso i canali ufficiali di un movimento di opposizione formale. C’è qui un’istanza di principio giusta e corretta, di chiara origine operaia. Anche gli operai, quando non c’è ancora lo scontro di massa, quando si tratta di prepararlo, quando il nuovo ciclo di lotta è agli inizi e si devono raccogliere le forze e stabilire i piani d’attacco, &#8211; anche gli operai non li troverete disposti a scoprire le carte di fronte al padrone, a prefigurare cioè in modo aperto le forme della loro prossima struttura organizzata. Ma la lotta operaia si iscrive sempre in una continuità di organizzazione che non viene mai bruscamente interrotta: e qui sta la differenza. Gli operai possono permettersi il lusso di non passare alla nuova forma di organizzazione finché possono usare lo strumento di quella vecchia. Ma chi deve pensare per la prima volta a organizzarsi, chi dietro di sé non ha modelli se non da distruggere, chi dunque non ha tradizione di organizzazione, allora non può tardare a salire ai nuovi livelli adatti a un movimento che vuole camminare sulle proprie gambe, reggersi cioè su proprie strutture, lasciando alle neo-avanguardie artistiche, che se lo meritano, il gioco intellettuale dei discorsi «informali». Il ritardo nel passaggio all’organizzazione può compromettere oggi la crescita del nuovo movimento giovanile, la sua maturazione politica, la sua funzione prossima di <em>forza d’urto </em>dello schieramento di classe contro il sistema del capitale. Accettare l’organizzazione, rifiutare l’istituzionalizzazione: questo è il programma. Riuscire a costruire una struttura funzionante di espressione delle esigenze di massa e di direzione della nuova spontaneità senza lasciarsi iscrivere nell’elenco delle associazioni che ufficialmente raccolgono le spinte di base e pacificamente le convogliano nel mare inquieto dello stato borghese: questo è il problema. Con ciò non vogliamo dare credito alle illusioni della guerriglia cittadina nelle metropoli del capitalismo, o peggio, alle romanticherie dell’apparato semiclandestino che sempre ricorrono di fronte alla dura realtà della repressione poliziesca. Ripetiamo che tutto intero il terreno democratico tradizionale va utilizzato fino in fondo, e che è la possibilità di questa utilizzazione che va prima di tutto imposta all’avversario. <em>Organizzazione senza istituzionalizzazione </em>vuol dire autonomia e libertà di movimento per forza propria e non per graziosa concessione della carta costituzionale, vuol dire imporre anche sul terreno formale la presenza organizzata di una potenza politica alternativa senza che il sistema ne faccia un elemento di stabilità dei suoi meccanismi autoregolatori, vuol dire controllo alla luce del sole della crescita del movimento di classe ma dal solo punto di vista operaio, mentre il capitale non deve vedere, non deve capire, soprattutto non deve poter utilizzare quel poco che per sbaglio, e di riflesso, a stento, riesce a vedere e a capire.</p>



<p>Il mondo giovanile in genere e il movimento studentesco in particolare sembrano oggi il campo più proprio di sperimentazione di un’organizzazione non istituzionalizzata. Una larga fascia di questo mondo e di questo movimento vive ora un momento di tensione acuta e di estrema ribellione nei confronti del modo di vita capitalistico. Guai a non rilevare il fenomeno nella sua consistenza e a non inserirlo nei programmi di attacco al sistema. Non si tratta di teorizzare una condizione giovanile eternamente in lotta col presente e su questa base con diritto a una perenne positiva autonomia; né tanto meno si tratta di fare la minima concessione alle nuove ideologie premarxiste sui giovani «come classe», che avrebbero raccolto dalla polvere le bandiere rivoluzionarie lasciate cadere dagli operai ormai integrati, &#8211; patetiche senilità marcusiane che bene si incontrano con le presunzioni infantili di ogni movimento agli inizi della sua storia. Le cause di questa tensione giovanile noi diciamo che sono politiche, quindi con una forte immediatezza, quindi di breve periodo. Non c’è spazio qui per discorsi strategici, per visioni storicistiche. Tutto nasce da questa crisi di oggi dell’iniziativa capitalistica a livello mondiale, tanto più grave in quanto vera e propria crisi di ritorno, dopo che le soluzioni nuove, queste si di lungo periodo, erano state intraviste e appena impostate nel cervello del capitalismo internazionale, negli Stati Uniti, sulla base del primo esperimento kennedyano. Crisi quella di oggi non della macchina economica che produce profitto, crisi non ancora delle strutture statuali che garantiscono l’equilibrio, ma crisi appunto politica nel senso più tradizionale del termine, assenza di iniziativa, mancata comprensione dei fenomeni nel loro complesso, attività puramente tecnica dei ceti dirigenti e passività di fondo e sulla prospettiva. È ormai provato che senza una sua propria strategia mondiale il capitale vive una vita molto inquieta. Non a caso il riverbero di questa crisi lo troviamo con tanta violenza proprio in quelle parti del corpo sociale che più direttamente<em> </em>sono a contatto con le forze stesse della crisi: gli studenti sono i più vicini al ceto politico. Non è allora la solita rivolta dei figli contro i padri, è un preciso e determinato processo di invecchiamento politico dei gruppi dirigenti al vertice dei due massimi sistemi di fronte alla nascita e alla crescita di nuovi problemi, di nuove intelligenze adatti a capirli, di nuove forze pronte per risolverli. Spaventosa è l’arretratezza del livello politico formale dinanzi alla sostanza moderna dello sviluppo civile, cioè, diciamo pure, dello sviluppo economico. Il divario politico tra società e stato, tra sviluppo e potere, è oggi una contraddizione di fondo che coglie tutta intera la vita del capitale, supera la divisione in blocchi contrapposti e riunifica potenzialmente le linee maestre del discorso alternative. Sono fallite le grandi risposte ai piccoli problemi. E non è vero che i giovani hanno fame di ideali. Per fortuna, non ne vogliono più sapere. Vogliono cose concrete ma esplosive, armi leggere ma mortali per il sistema di vita che li circonda. Orazioni in morte del capitale ne hanno sentite tante, ma articolate azioni materiali per batterlo sul suo proprio campo ne hanno viste poche e sanno che qui c’è ancora tutto da inventare. Solo ora il terreno sembra aprirsi e si dà forse l’occasione del vero grande balzo. A ben guardare, la situazione è eccellente, per dirla in linguaggio cinese. Il gioco è fatto, perché tutti i miti sono caduti. Le nuove frontiere del modo di vita americano si erano da tempo impaludate nelle risaie del sud-est asiatico quando s’è pensato di celebrare i cinquant’anni di potere sovietico puntando i cannoni dell’armata rossa sui comunisti di Praga. A questo punto, chiedete ai giovani d’oggi che cosa sono per loro capitalismo e socialismo. Vi diranno: vecchie risposte a nuove domande.</p>



<p>Un movimento giovanile, né a livello operaio né a livello studentesco, può mai avere autonomia rispetto ai movimenti delle forze produttive sociali nel loro complesso: è qualche cosa che sta in mezzo tra il potere specifico di queste forze (le classi) e l’opinione pubblica generica (quella che si dice impropriamente la società civile), porta su quest’ultima la spinta in quel momento vincente sul terreno della lotta di classe. Attraverso l’immagine riflessa sullo stato attuale del movimento giovanile tutti possono vedere come e quanto viene aggredito oggi il sistema del capitale, come e quanto sia in crisi l’iniziativa dei capitalisti riguardo al governo della loro società. In una moderna articolazione pluralistica delle forze di classe, a livello politico formale, l’organizzazione della rivolta dei giovani è, con una lunga provvisorietà, un momento adesso essenziale. Un movimento politico giovanile unitario, non di partito, ma alleato del partito, accanto al sindacato, è appunto una di quelle armi semplici e offensive richieste dal nostro tempo. Il suo posto non è tra la classe e il partito: tra classe e partito il rapporto deve essere diretto, senza mediazioni. Il suo posto è tra partito e stato quando sono ancora divisi, prima della presa del potere, e tra lo stato e le masse dopo. La sua funzione e cioè eminentemente politica, non sociale, &#8211; strumento di classe solo indirettamente. La fabbrica è per i giovani la loro propria università di classe, non il luogo di organizzazione specifica dei loro propri interessi. Gli studenti che vanno verso gli operai devono consapevolmente andare alla scuola della lotta di classe, e niente più di questo o poco più di questo: mai cadere nella presunzione di dirigere le lotte mai nell’illusione di portarle ad uno sbocco, come si dice, «politico». Per i bisogni di oggi basta concepire la nuova forza giovanile come un fatto di movimento, un’organizzazione per sua natura dinamica, un canale di comunicazione politica sempre rinnovantesi, uno strumento di conoscenza delle esigenze nuove chi maturano in basso e in più fucina di quadri politici per il partito, ma qui non nel senso vecchio del funzionario che raggiunti i limiti di età diventa pensionato in un ufficio della direzione, ma nel senso di una continua crescita di dirigenti nuovi che sostituiscono quelli vecchi man mano che questi diventano inutili, sorpassati, ridicoli. Un’organizzazione giovanile unitaria, autonoma, indipendente dal partito e una necessità di oggi dello schieramento di classe. Come non si tratta di condannare in astratto il sindacato-cinghia di trasmissione, ma di riconoscerlo come la necessità storica di un periodo ormai passato per sempre, così si tratta di vedere nelle federazioni giovanili comuniste una forma di organizzazione che ha fatto il suo tempo e che ora non serve più. Tra i giovani il partito ha bisogno adesso di uno stimolo esterno e contraddittorio, per conoscere le cose nuove e prevederle, per aggiornare continuamente la propria linea, per rinnovare sempre e con facilità il proprio quadro dirigente. La massima autonomia deve essere quindi assicurata al movimento giovanile. Conviene puntare sulla spontaneità nel medio periodo del rifiuto e della rivolta a livello di masse giovanili: educare semmai queste masse al senso geloso dell’organizzazione autonoma dei propri movimenti spontanei, al gusto dell’opposizione sempre organizzata al sistema di potere in quanto tale, da chiunque cioè esso sia gestito, compresa dunque la gestione del partito. Per la lotta presente degli studenti e dei giovani il termine di opposizione extraparlamentare e abbastanza corretto: anche se solo con significato negativo, rende bene il senso di una opposizione di tipo nuovo non istituzionalizzata, eppure organizzata, proprio per questo sensibilissima, viva, mobile, attiva, non formale ma reale. Di nuovo, e anche da questa parte, per la dirigenza di partito è tempo invece di ricostruire tutto un nuovo modo di direzione politica. E ammettiamo pure che ci vuole coraggio. Riconoscere che un’organizzazione amica, quando esiste, sa dirigersi da sé e deve dirigersi da sé, che le masse in certe occasioni sono più mature dei loro capi presunti, che gli alleati della lotta bisogna saperseli conquistare con il prestigio delle proprie azioni e non con l’imposizione delle proprie verità, che quando si comincia a rimanere indietro bisogna allora rinunciare a stare avanti, perché vuol dire che per essere noi i dirigenti il tempo è scaduto, &#8211; riconoscere questo è qualcosa d’altro simile a questo è di nuovo una di quelle cose che spingono il movimento comunista ad andare oltre il movimento comunista, al di là di se stesso, verso nuove esperienze di organizzazione. Come camminare effettivamente in avanti, come non tornare indietro verso soluzioni liberali o democratiche, mensceviche o socialdemocratiche, &#8211; questo è il problema di oggi che ancora non ha soluzione.</p>



<p>La soluzione va prima di tutto cercata nell’ambito del rapporto partito-classe. È il punto più delicato e al tempo stesso il più decisivo. Da quando Lenin ha detto «non si deve confondere il partito, reparto d’avanguardia della classe operaia, con tutta la classe», è passato molto tempo. Che cosa rimane valido di questa affermazione? Come si può riparlare di reparto d’avanguardia, se la scissione partito-classe è avvenuta proprio sul fatto che il partito è rimasto indietro rispetto alla classe? se negli ultimi decenni politica e organizzazione del partito non sono riusciti non dico a precedere ma neppure a seguire i movimenti di lotta della classe? Certo, l’identificazione tra partito e classe non è tuttora possibile, neppure nei punti più alti dello sviluppo; si potrebbe dire che non è ancora matura, non esistono ancora le condizioni sociali, le premesse politiche per la sua realizzazione, e forse non esisteranno mai; è purtroppo ancora <em>no </em>la risposta alia domanda leninista: ogni scioperante può considerarsi membro del partito? D’altra parte la concezione bolscevica del piccolo, chiuso, ma agguerrito gruppo avanzato di rivoluzionari professionisti che decidono per la classe, in quanto parte più cosciente, e talvolta sola parte cosciente di essa, è ben superata dai fatti, non corrisponde più ai tempi, rimane legata a condizioni storiche precise e irripetibili, e da ultimo continua ad essere fonte di tali, come si dice, «tragici errori», che non è il caso di farla sopravvivere oltre. Dunque, <em>il partito non può essere ancora tutta la classe, d’altra parte non può essere più solo una parte della classe: questo è oggi il problema del partito. </em>Accanto all’inattualità delle concezioni classiche sta il fallimento di tutti i loro aggiornamenti. Le soluzioni cosiddette moderne sono sempre le meno nuove, sono state sempre aggiustamenti dell’organizzazione per far passare la rinuncia alla lotta. Le svolte di Salerno sono solo servite a portare alle ultime conseguenze pratiche le premesse sbagliate di un discorso teorico fatto una volta per tutte. La vecchia soluzione al problema del partito è stata aggiornata, non superata, adattata cioè a condizioni nazionali diverse, come fosse legge universale valida per sempre e dappertutto. È un vizio storico del movimento comunista che sembra non ancora superato: richiamarsi all’autorità ultima in ordine di tempo per cambiare tutto senza cambiare niente. Si trova sempre nell’oggi la conferma a quello che s’era detto ieri. Mentre l’esperienza politica consiglia e la condizione dell’oggi del rifiuto e della protesta ci insegna che quello che vai ripudiato è sempre il proprio immediato passato, quello che s’è fatto poco prima e che risulta sempre incredibilmente invecchiato rispetto a quello che facciamo ora. Nella polemica col presente, per chi non vuole ricorrere ai futuribili utopici ora di moda, il passato remoto è semmai più del passato prossimo ricco di possibilità pratico-critiche. In questo senso, la riscoperta di Marx, quando adesso viene dalle giovani generazioni è un fatto polemicamente positivo di avanzamento e di svolta; il ritorno a Lenin, da parte degli eredi di Stalin, è stato uno sprazzo di audacia politica, fecondo, se fosse stato veramente praticato, di grandi imprevedibili sviluppi; ma il querulo richiamo a Togliatti dell’attuale dirigenza del partito è solo segno di pigrizia mentale e prova di una impressionante mancanza di fantasia. La storia ultima del movimento comunista in occidente non gioca certo oggi come campo di riferimento positivo per le forze rivoluzionarie. L’epoca post-leninista non vogliamo dire che sia qui da noi una sequela di errori; può darsi anche &#8211; questo bisogna sempre essere pronti ad ammetterlo &#8211; che non si potesse fare altrimenti. Ma una cosa preliminare bisognerebbe intanto ammettere insieme: sembra veramente che vada chiudendosi, con ritardo ma per sempre, quel periodo storico che prese le mosse dal VII congresso dell’Internazionale, quando l’intera organizzazione del partito venne adattata alle esigenze della lotta contro il fascismo e a difesa del socialismo in un solo paese. Bisogna studiare a lungo questo periodo, puntando su di esso le armi della ricerca, recuperando quella parte di eredità che neppure noi respingiamo, ma senza false pacifiche continuità, anzi con quel gusto della rinuncia permanente alla propria tradizione, anzi con quella ricorrente decisione di rompere col proprio passato, che deve sempre sorprendere l’avversario, deve tenere sempre giovane e vivo il nostro movimento, deve in una parola diventare, da questo momento in poi e per la prima volta nella storia degli apparati organizzativi, la caratteristica politica dominante dell’organizzazione di classe della lotta operaia.</p>



<p>Andiamo dunque verso una forma di partito aperto? È presto per inventare formule nuove al posto di quelle vecchie. Se è vero che quello del partito è un vecchio problema che cerca una soluzione nuova, &#8211; allora conviene per adesso limitarsi a <em>cercare, </em>diffidando innanzi tutto di quelli che hanno già trovato. Un tempo di sperimentazione diventa sempre più necessario. E anche quando la soluzione ci sarà, bisognerà guardarsi dalla tentazione di fissarla in una definizione definitiva. Vediamo intanto, per processo negativo, che cosa il partito non deve essere. Non deve essere partito socialdemocratico di opinione, &#8211; meccanismo di controllo delle masse, apparato di governo o di opposizione in funzione delle esigenze razionalizzatrici del capitale. Non deve essere partito rivoluzionario minoritario, &#8211; palestra di esercitazioni estremistiche, dove si distrugge il sistema a parole, ma nei fatti non si arriva a colpirlo. Non deve essere partito «storico» del movimento operaio, con tutto quello che ha comportato e comporta: autonomia della macchina burocratica, manovra centralizzata del consenso di base, eternità dello schema organizzativo, irrevocabilità dei dirigenti. Vediamo invece quali sono i connotati positivi che ci rimangono dal passato e che dobbiamo prendere in eredità. Non si deve trattare di principi teorici astratti, ma di premesse politiche concrete, di fatto. La prima di queste premesse politiche è il <em>partito di massa. </em>Di qui non si può tornare indietro. Si deve anzi spingere avanti questa realtà, verso una sua effettiva piena realizzazione. Un partito di quadri, un’organizzazione chiusa di specialisti della politica, è oggi improponibile, contrasta con le tendenze di fondo a una politicizzazione sempre più vasta che sale dal basso. La politica come specializzazione, il mestiere del politico come professione, sono residui borghesi che vanno aspramente combattuti. La nozione di «ceto politico» è una necessità da capitale che non può essere, non deve essere, una necessità per la classe operaia. Dal punto di vista operaio la politica è un interesse di massa e una funzione sociale esercitata dalle masse. La classe operaia è classe politica per sua natura storica. Quanto più avanza la crescita della classe, tanto più chiede di realizzarsi questa sua propria natura. Ecco perché ogni forma di democrazia indiretta, rappresentativa, delegata, ogni tipo di separazione istituzionale tra dirigenti e masse, ogni modello di organizzazione centralizzata, professionistica, burocratica, se sono cose che valgono per livelli arretrati di sviluppo della classe operaia quando e in atto il processo materiale della sua formazione, non valgono più e entrano in crisi e provocano rotture violente se non vengono abbandonate quando lo sviluppo ha consegnato alla classe la sua autonomia, la sua interna coesione, la sua figura esterna di minaccia politica <em>diretta </em>al sistema. Sopra abbiamo detto: non si può fare a meno subito di chi dirige. Si può cominciare però a fare a meno della funzione di direzione per rappresentanza degli interessi. Qual è il difetto del centralismo democratico? È di essere ancora nei casi migliori, una forma di democrazia rappresentativa, cioè un tipo di organizzazione politica pre-operaia. Questo cammino oggettivo, di fondo, interno alla nostra classe, di abbandono delle elites politiche, di assunzione in proprio, al limite da parte di ogni membro della classe, della funzione di direzione, questa tendenza rivoluzionaria nel senso più alto della parola, non bisogna rinviarla, perché si realizzi, alio stato operaio. Una politicizzazione universale, come interesse di massa <em>alla </em>politica e come esercizio di massa <em>della </em>politica, non ci sarà nello stato operaio se prima non ci sarà stata nel partito operaio. È oggi che s’impone, e subito, la fine della distinzione tra <em>partito legale </em>e <em>partito reale. </em>Vuol dire tutto questo rinuncia all’organizzazione? No. La seconda premessa politica che dobbiamo riprendere e salvaguardare è la macchina organizzativa, un meccanismo provvisoriamente stabile di decisione, di controllo e di esecuzione dell’interesse di classe, della volontà di classe. Questa macchina deve rispondere ai requisiti della produttività politica e dell’efficienza pratica. Soprattutto qui «è necessario essere assolutamente moderni». Qualcosa dalla prodigiosa macchina economica del capitale maturo dobbiamo pure imparare. E allora. Dal basso verso l’alto: razionalizzazione nelle fasi di passaggio per la conoscenza di ciò e, cioè del livello reale della lotta di classe, dell’interesse particolare degli operai in quel momento dato; eliminazione dei tempi morti che ritardano questa conoscenza; lotta contro lo spreco di materiale umano nella formazione sempre provvisoria del gruppo dirigente. Dall’alto verso il basso: calcolo il più possibile scientifico della consistenza di una situazione, dell’efficacia di una decisione e della sua corretta praticabilità; spirito non più pionieristico da vecchio capitalismo concorrenziale, ma iniziativa che segue l’analisi, scelta che viene fuori dalla ricerca, in una condizione che sarà sempre più oligopartitica, e entro un processo al tempo stesso di diffusione della proprietà dell’organizzazione tra le masse di lavoratori generici e di concentrazione del controllo nelle mani della sola classe operaia. Partito di massa dunque e non di quadri da un lato, efficienza produttivistica della macchina organizzativa dall’altro lato. Sembrano obiettivi contraddittori. Ma se pensiamo al partito di massa effettivamente diretto dalla classe operaia, allora vediamo la contraddizione sparire.</p>



<p>Si riducono a due oggi i grossi filoni su cui si tenta con una certa serietà la soluzione al problema del partito: li possiamo definire democratico l’uno, tecnocratico l’altro. Il filone democratico vive in questo periodo una sua nuova giovinezza. In ogni lotta, anche la più lontana dal terreno operaio, troviamo ormai momenti di democrazia diretta, di regime assembleare, istanze consiliari o soviettiste, esigenze autodecisionali e autogestionali. La lotta operaia di questi ultimi anni, che ha senz’altro implicita in sé questa tematica, è riuscita a trasportarla poi fino al livello politico formale. In essa va intanto salvata la richiesta politica egualitaria che vi sottende, la rinuncia a qualsiasi tipo di organizzazione burocratica, la critica a ogni direzione delegata del movimento. Ma risulta ancora molto impreciso il discorso sull’effettivo funzionamento pratico, moderno, di questa democrazia di base, e quindi invecchiato proprio il richiamo ideale, da prima parte degli anni venti, che non tiene conto di quanto è mutato da allora il volto della società capitalistica e di quanto è cresciuto il livello della classe operaia. La soluzione tecnocratica al problema del partito è meno visibile ad occhio nudo, si fa vedere meno in giro, non sembra esattamente questo il suo momento, vive nascosta negli uffici della direzione, si sviluppa nei centri-studi, esce allo scoperto solo nei seminari. Ma un’ala manageriale è pronta a prendere tutto il potere nel partito quando la vecchia guardia bolscevica sarà materialmente sparita. Non tutto è naturalmente da respingere. Anche qui c’è qualche cosa da salvare: la volontà ammodernatrice delle strutture organizzative, l’attenzione ai criteri di economicità, l’uomo giusto al posto giusto, e in più l’empirismo, la fine di ogni credo ideologico, quello che una volta si elogiava come «spirito pratico americano». Ma certo per questa via il legame con gli interessi immediati ed elementari della classe si perde e svanisce, l’autonomia del gruppo dirigente dalle spinte di base diventa molto più assoluta che in qualsiasi direzione paleoburocratica, il momento della lotta diventerà sempre meno importante rispetto al momento della contrattazione, la contestazione meno importante della gestione, l’opposizione meno importante del governo, e si sa di qui dove si finisce per arrivare. Verso queste due soluzioni-principe al problema del partito occorre tenere lo stesso atteggiamento che verso i lasciti ereditari delle due grandi correnti storiche del movimento operaio. L’egualitarismo democratico di base e di massa è quanto residua, malgrado tutto, dalla tradizione migliore del movimento comunista: è necessario riferirsi ad esso, spingerlo avanti e semmai correggerlo per farlo esprimere in forme e dentro strutture moderne. L’efficienza tecnocratica di vertice è quanto di meglio ci rimane del passato di organizzazione della socialdemocrazia: è conveniente prenderla freddamente nelle nostre mani, rovesciandola poi in una funzione pratica dei movimenti di lotta dell’interesse di classe. Partito di massa diretto dalla classe operaia vuol dire appunto che, al suo interno, proprio tutto il potere direttamente agli operai garantisce le strutture produttive, efficienti e moderne di questo potere, vuol dire un’organizzazione di base che riesce a tenere dentro di sé l’obiettivo della rivoluzione e il modello dell’industria, una sorta di meccanismo industriale per una politica rivoluzionaria. È per questa via che va forse cercata la forma del partito nuovo. Il discorso politico sulla classe operaia, su dove cadono i confini che la separano dal resto delle masse del popolo, sul nuovo rapporto di oggi tra operai e lavoratori nel capitalismo maturo, &#8211; questo discorso non mancheremo di riprenderlo a tempo opportuno, dopo questa galoppata sui problemi di linea, di organizzazione e prossimamente di strategia internazionale del movimento operaio. Ma le tre connotazioni intanto di produttività, di efficienza, di modernità, credo nessuno sia in grado di toglierle alla classe operaia. Si pone piuttosto qui l’altro problema: in che modo la classe operaia arriva a dirigere effettivamente il partito di massa. È noto come la formula della «funzione dirigente della classe operaia» non è mai sparita, almeno finora, dal rituale giaculatorio dei partiti comunisti e dei paesi socialisti. Come darle ancora, malgrado questo, un significato di verità? La cosa è tutt’altro che facile. Prima di tutto perché gli operai, ammaestrati dalle passate esperienze, diffidano di questa formula, come di tutte le formule che vogliono imbarcarli in un tipo di attività direttamente politica, ma completamente formale. In secondo luogo perché i canali di comunicazione, nelle attuali istituzioni, sono interrotti proprio e fondamentalmente nel passaggio che va dalla fabbrica al partito, dalla classe operaia alla sua cosiddetta organizzazione politica. S’è già detto una volta che il partito non entrerà in fabbrica se prima la fabbrica non sarà entrata nel partito, se non sarà salita cioè al centro della politica del partito. Si può aggiungere che effettivo rinnovamento di quadri non ci sarà se una nuova leva di dirigenti di estrazione direttamente operaia non salirà ad occupare posti di responsabilità nell’organizzazione di partito. Il che non vuol dire trasformare l’operaio singolo in rappresentante del popolo, vuol dire mettere in grado la massa operaia di esprimere dei dirigenti operai. Se è vero che la classe operaia è la <em>nuova classe politica </em>del mondo moderno, se è vero anzi che <em>il concetto di classe politica è proprio esclusivamente della classe operaia, &#8211; </em>allora dentro di questa, e soltanto dentro di questa, è risolto il problema della rappresentanza politica, perché potenzialmente non solo ogni operaio è membro del partito, ma è dirigente del partito. Il partito deve quotidianamente scavare entro questa inesauribile miniera di quadri, in modo da rinnovare sempre sé stesso, la propria organizzazione, il materiale umano della propria direzione. Questa è la grande superiorità del partito operaio sulle formazioni politiche di parte capitalistica. La crisi del ceto politico capitalistico, di cui sopra abbiamo parlato, è oggi crisi di reclutamento di personale politico che sia al tempo stesso efficiente e fidato, ed è anche crisi di formazione di questo personale che non possiede mai immediatezza di azione politica ma deve ottenerla dall’iniziativa in grande del capitale in quel momento dato. Di fronte a questo bisogna far risaltare le immense riserve di materie prime politiche che il partito operaio possiede nella sua classe, e la facilità con cui può lavorarle subito nell’azione pratica, mettendo in movimento il naturale, storico, immediato, istintivo comportamento politico delle masse operaie come tali. È vero e c’è da ripeterlo: gli operai vogliono il potere per garantire l’avanzamento del livello di vita, il miglioramento delle condizioni di lavoro. Questo è il rapporto di lotta di classe che oppone oggi gli operai al capitale. Più salario, meno lavoro, quindi il potere. Qui la classe operaia è il movimento concretamente sovversivo, in un dato momento, della categoria economica che mette in crisi lo stato del capitale. Diverso è il rapporto di organizzazione tra gli operai e il partito. Qui la politica sta veramente al primo posto. La questione del potere precede. La prima istanza operaia nei confronti del partito è un’istanza di direzione del partito. È qui che la classe operaia vale immediatamente come realtà politica. Donde due conseguenze: il partito è necessario alla classe operaia perché qui essa può esprimere direttamente la propria natura politica; il partito per la classe operaia è il contrario di quello che sono le istituzioni politiche in genere per il capitale. Distinzione, neppure formale, di un ceto politico dalla classe che lo esprime, non si dà più. Si dà anzi, appunto, l’opposto: unificazione, sempre in processo, tra composizione di classe e organismi di partito, che si realizza attraverso un continuo ricambio organico di uomini tra classe e partito. È soprattutto la separazione tra dirigenti e popolo, in quanto rapporto di governo, che assolutamente non deve ripetersi nel rapporto tra il partito e gli operai. Quando questo si ripete, questo è il segno della subordinazione politica dell’organizzazione cosiddetta di classe alle istituzioni della società capitalistica, è il segno della più paradossale contraddizione del nostro tempo, quella che fa stravedere tutti oggi sulla realtà di lotta della classe operaia: proprio questa che è la <em>classe politica </em>si trova <em>senza partito. </em>È<strong> </strong>necessario a questo punto ripetere che la soluzione pratica, diciamo pure tecnica, da dare poi a questi problemi è ancora tana dall’essere raggiunta, e che qui si vuole solo preparare un terreno di ricerca, sgombrando il campo dai detriti del passato e delimitando di nuovo l’orizzonte generale entro cui iscrivere in seguito concrete forme di funzionamento di una nuova macchina organizzativa. Questo vogliono dire le cose fin qui dette: che per il partito il luogo di nascita dell’iniziativa politica, il luogo di formazione della decisione politica va tutto trasportato a livello di grande fabbrica; che compito del centro è l’elaborazione dei dati di base e la loro sistemazione in una visione complessiva della situazione di classe compresa la misura delle forze in campo; che il problema delle alleanze tra la classe operaia e le altre parti del popolo si risolve oggi nel rapporto tra partito e altre organizzazioni sue alleate; che caduta del monolitismo all’interno e articolazione pluralistica di organizzazioni di lotta anticapitalistica all’esterno sono un medesimo e unico processo; che la democrazia diretta deve soprattutto imparare a funzionare e da organo di discussione deve diventare strumento d’azione; che l’assemblea operaia di massa solo così ha diritto di crescere a istituto politico fondamentale dell’organizzazione di partito, organo tassativo di controllo e di ratifica di ogni continuità e di ogni mutamento della linea, istanza deliberativa ed esecutiva nello stesso tempo; che gli operai devono cominciare a guidare la lotta dal vertice del partito e i dirigenti del partito dalla base della classe, &#8211; da queste e da altre cose, da questo decalogo incomplete e da completare si dimostra come e perché il partito si pone oggi come problema.</p>



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<p>IL PRIMO ARTICOLO È CONSULTABILE AL SEGUENTE LINK:</p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I) &#8211; ESTREMISMO E RIFORMISMO</strong></a></p>
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		<title>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 08:56:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[TRONTIANA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo per la ns sezione Kritik, a partire da oggi, alcuni saggi di Mario Tronti pubblicati nel 1968 sulla rivista Contropiano, fondata proprio in quell&#8217;anno e diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari. Tronti vi pubblica solo tre articoli (che la ns redazione proporrà con cadenza settimanale), ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Proponiamo per la ns sezione <strong><a href="https://www.malanova.info/category/kritik/">Kritik</a></strong>, a partire da oggi, alcuni saggi di Mario Tronti pubblicati nel 1968 sulla rivista <em>Contropiano</em>, fondata proprio in quell&#8217;anno e diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari. Tronti vi pubblica solo tre articoli (che la ns redazione proporrà con cadenza settimanale), ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia e Quaderni Rossi.</p>



<p>I tre articoli, <em>Estremismo e riformismo </em>(CONTROPIANO, N. 1/1968, pag. 41-58),  <em>Il partito come problema</em> (CONTROPIANO n.2/1968, pag. 297-317) e <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em> (CONTROPIANO, N. 3/1968, pag. 505-526) rappresentano una lunga e attenta disamina su alcuni concetti quali l&#8217;organizzazione, la teoria del partito, la funzione del sindacato e il ruolo del movimento, soprattutto quello studentesco. In calce al primo articolo lo stesso autore scrive: <em>Questo discorso avrà un seguito, probabilmente in due parti: una dedicata a quella che si dice la teoria del partito, con annesso il problema del sindacato, oggi; l’altra dedicata a quella che si dice la strategia internazionale della lotta di classe, compreso il momento mondiale odierno del movimento operaio</em>. Necessariamente i testi proposti risentono del periodo storico e politico nel quale sono stati prodotti ma ancora oggi, in essi, si possono individuare elementi di assoluta attualità che ci hanno spinto alla pubblicazione sulla nostra rivista.</p>



<p>Quello che segue, <em><em>Estremismo e riformismo</em></em>, è il primo dei tre contributi.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * * </p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>ESTREMISMO E RIFORMISMO</strong></p>



<p>Per agganciare una forma più generale di discorso politico vediamo di partire da un tema preciso: le modifiche intervenute nel contenuto delle lotte operaie a livello internazionale dagli anni trenta agli anni sessanta. Quello che era un dato costante, legato all’esistenza sociale degli operai di fabbrica, e cioè la lotta sul salario, ha perso il carattere di lotta per la sopravvivenza fisica dell’operaio singolo e della sua specie, per acquistare una funzionalità politica che gioca direttamente sul terreno dello scontro fra le classi. Quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, tanto più la categoria salario approfondisce la sua specificità operaia e diventa per questa via il perno attorno a cui comincia a girare il rapporto di classe.</p>



<p>Dovrebbe ormai essere noto come questo nuovo ciclo della lotta di classe sia nato dalla grande iniziativa capitalistica che ha fatto seguito alla grande crisi del capitale. In questi ultimi tre decenni, nell’occidente capitalistico, la «rivoluzione dei redditi» è stato il più grosso fatto pratico e il più importante passaggio storico. La classe operaia, da qui, è saltata al grado più alto finora raggiunto dalla sua crescita politica. Il capitale ha afferrato quella coscienza di sé che inseguiva invano dagli anni della sua infanzia e ha trovato qui tutta intera la sua verità. La riscoperta capitalistica del salario è stata la molla che ha rimesso in moto il meccanismo dello sviluppo economico dopo il crollo degli anni trenta. L’uso operaio della lotta salariale può diventare il punto di svolta per avviare a soluzione i problemi dell’organizzazione politica dopo gli anni sessanta. Nella lotta sul salario si misurano oggi i nuovi rapporti tra spontaneità e organizzazione. La spontaneità operaia &#8211; la classe divisa dal partito &#8211; vede una faccia sola del salario, quella del reddito. La spontaneità capitalistica &#8211; l’imprenditorialità privata divisa dallo stato &#8211; vede solo l’altra faccia, quella del costo. Soltanto i due livelli dell’organizzazione &#8211; il partito e lo stato &#8211; sono in grado di cogliere le due facce insieme, per utilizzarle secondo gli interessi delle due classi. Perché oggi il capitale vince? Perché il rapporto grande industria-potere pubblico è più forte del rapporto classe-partito. Di qui alcuni compiti urgenti per il movimento: rovesciare questo processo, rimettere in contatto classe e partito e al tempo stesso puntare a dividere il capitale dal suo stato. In particolare quest’ultimo obiettivo, tutt’altro che transitorio ma anzi strategico e di lungo periodo, è quello che dobbiamo cominciare qui ad analizzare. È un punto delicato e bisogna stare attenti a non aggiungere altri equivoci ai tanti che già esistono. Isoliamo intanto il problema. Interrompere gradualmente il rapporto potere politico-grande industria, e cioè togliere l’organizzazione ai capitalisti, costringerli alla spontaneità, inchiodarli a movimenti ciechi:<br>questo è l’obiettivo. Ma questo non si può fare portando gli operai in un partito genericamente rivoluzionario, perché questo partito non esiste e se esistesse gli operai non ci andrebbero lo stesso: il partito della «frase rivoluzionaria» giustamente oggi fa solo sorridere. Questo non si può fare nemmeno però portando il partito alla testa del riformismo borghese: il riformismo è ormai storicamente provato che non serve a introdurre gli operai nella macchina dello stato, serve a far arrivare l’iniziativa capitalistica, attraverso lo stato, fino agli operai. Altre strade dunque bisogna battere nella ricerca di contenuti nuovi per la linea politica, di nuove forme per l’organizzazione, di un’altra prospettiva per l’azione concreta.</p>



<p>Qual è l’errore fondamentale delle posizioni di sinistra nel movimento operaio? È quello di proporsi l’unificazione della parte operaia senza misurare il grado di unità già raggiunto dalla parte capitalistica, che impedisce, proprio esso, finché esiste, di ristabilire il rapporto classe-partito: di qui quella che si dice l’astrattezza delle posizioni rivoluzionarie. Qual è invece la colpa storica che ricade sulla destra del movimento? È quella di non aver mai conquistato autonomia rispetto all’iniziativa capitalistica, di aver sempre seguito e mai anticipato le mosse del capitale, di non possedere una strategia di attacco al sistema: di qui quello che si dice l’opportunismo del riformismo. Qual è infine il contenuto che unifica queste due tradizionali forme di organizzazione? Forse solo oggi lo possiamo vedere con chiarezza: manca nell’uno e nell’altro caso una <em>teoria della classe</em> <em>operaia. </em>Una teoria, cioè una rilevazione realistica e pratica del suo attuale momento di lotta, e non una ideologia, cioè una predica dall’esterno sui suoi compiti universali. Guardate appunto che blocco di ideologie si è recentemente creato intorno al tema salario. Ci sono i critici romantici della società del benessere: vedono negli aumenti salariali solo un mezzo di integrazione nell’attuale sistema di bisogni e agli operai lanciano la parola d’ordine «non monetizzate tutte le vostre rivendicazioni!». È l’ideologia dei bassi salari &#8211; metà cristianesimo delle origini, metà comunismo di guerra &#8211; che affida al malessere dei lavoratori singoli il fervore rivoluzionario delle masse. Ci sono poi gli amatori dello sviluppo economico nazionale: vedono nella dinamica salariale lo strumento più idoneo per la crescita accelerata del sistema della produzione e raccomandano ai padroni «sostenete la domanda interna!». Alti salari per il bene del paese, cioè per lo sviluppo del capitale, è l’ideologia keynesiana che va passando oggi dal riformismo governativo della vecchia socialdemocrazia al riformismo all’opposizione dei comunisti più moderni. La verità è che le <em>ideologie del salario </em>hanno una funzionalità specifica nell’attuale iniziativa capitalistica di gestione diretta del proprio sistema. Il salario deve muoversi, ma non deve muoversi senza controllo. Deve complessivamente salire, ma non deve salire oltre i limiti imposti dalla produttività media del sistema. Deve tirare dietro di sé la dinamica di tutte le paghe non operaie, ma senza che gli operai diventino la guida di tutti i lavoratori. Quanto più si fa elastica la domanda interna, tanto più deve farsi rigido il rapporto di lavoro. Più apparente autonomia alle contrattazioni centralizzate, meno slittamenti di fatto alla base. <em>Rivoluzione permanente dei redditi e al tempo</em> <em>stesso sviluppo equilibrato del sistema. </em>Queste sono le antinomie entro cui si muove, ed è costretta a muoversi, l’iniziativa politica, la capacità di governo, tutta l’esperienza statuale finora accumulata del capitale moderno. Le ideologie del salario servono a mediare questa iniziativa a livello operaio, servono a far passare in fabbrica le soluzioni elaborate sul terreno del governo, servono a tenere divisi e contraddittori fra loro strati diversi della classe operaia e delle altre forze lavoratrici e popolari, verticalmente in ogni singolo paese e in una dimensione geografica orizzontale quando si guarda al piano internazionale della lotta di classe. Per questa via non bisogna prendere per buone le difficoltà che i capitalisti accampano sul loro terreno: concorrenzialità fra gruppi di nazioni, divari tecnologici e soprattutto difficoltà monetarie, come se tutto oggi si risolvesse con una buona nuova organizzazione di scambio della moneta mondiale. Bisogna avere il coraggio marxista di riportare tutte queste difficoltà alla loro radice prima, al contenuto concreto, oggi, del rapporto di classe. E se qualche sfumatura andrà perduta per il livello della scienza economica, pazienza; se ne guadagnerà in funzionalità pratica, in capacità di attacco ai pilastri su cui si regge il sistema, per esasperare gli squilibri veri e non per risolvere quelli falsi. È chiaro che la lotta sul salario non può esaurire oggi tutto il terreno della lotta e tanto meno può farci comprendere tutta la realtà nel suo complesso. Ma è un fatto di metodo: ogni volta, in ogni momento, occorre scegliere un punto a cui riferire tutto il resto, un terreno intorno a cui organizzare tutto quanto; e deve essere un punto nevralgico per l’iniziativa capitalistica e un terreno di massa per la mobilitazione operaia. Ci vuole un bisogno del capitale e la possibilità di parte operaia a farne una contraddizione, per un certo periodo, insolubile. La odierna politica dei redditi non è una statica, è una dinamica economica. È nata dallo sviluppo capitalistico e lo sviluppo capitalistico è rinato quando s’è rimesso in moto il reddito da lavoro. La necessità del controllo sul salario nasce quando è già acquisita da parte padronale e già sfruttata da parte operaia la necessità di farlo muovere e in qualche caso anche correre. Il movimento dei salari il capitale è disposto a pagarlo concedendo un margine alle lotte operaie, il controllo è disposto a pagarlo concedendo una fetta di potere al vertice dello stato. Ambedue questi terreni, lotta operaia e potere politico, vanno utilizzati con abilità: la lotta, per unificare partito e classe; il potere, per dividere capitale e stato. In mezzo, tra i movimenti del salario e il suo controllo si apre così il più concreto, il più realistico, il più praticabile campo di azione politica per la sinistra nell’occidente.</p>



<p>Sono pesanti, è vero, e sentite da parte operaia e investite dall’iniziativa padronale, quelle che si dicono le «condizioni di lavoro». L’industria moderna vive in uno stato di eterno sommovimento tecnologico, che con una aggressione continuata ai tempi di lavorazione del prodotto, rimette in causa senza soste i rapporti fin lì raggiunti dalle macchine fra loro e in più lo stadio di organizzazione del lavoro vivo. Una storia del capitale come storia del risparmio di lavoro deve ancora essere scritta e non si capisce perché si studino tante cose inutili invece che questa, così essenziale. Ma questa, appunto, è la storia eterna del capitale; non è iniziativa politica di oggi che scopre i bisogni presenti del potere capitalistico. Nel rituale dei discorsi di partito, chiunque dice fabbrica, deve poi affrettarsi ad aggiungere che non si tratta di rimanere chiusi nella fabbrica, ma di arrivare da qui alla società. Bene. La via che porta dalla fabbrica alla società è soprattutto allo stato non è certo quella della denuncia dei ridimensionamenti tecnologici che aumentano e approfondiscono la produttività del lavoro. Questo è infatti uno dei pochi campi che rimangono alla decisione spontanea del capitalista singolo, all’interesse di impresa sul mercato delle grandi concentrazioni; poco o nulla vi interviene la mano pubblica, e gli operai si trovano di fronte su questo terreno sempre e solo il padrone diretto. Le condizioni di lavoro sono un motivo permanente della lotta operaia, sono il pane quotidiano di questa lotta, non bisogna mai dimenticarle, pena il distacco da quel livello di condizione elementare della forza-lavoro in fabbrica che è il punto da cui tutto il resto comincia. Ma farne oggi il centro della lotta di classe, o pensare di ristabilire per questa via il rapporto partito-classe, questo è il tipico errore politico che nasce da una deformazione ideologica. Errore politico, perché non si arriva così a colpire il potere generale del capitale, che è sempre la particolare iniziativa politica di un determinato momento, la sua necessità di risolvere una contraddizione prima delle altre, la sua volontà di dominio così e così organizzata per un periodo preciso della sua storia. E la deformazione ideologica è un cattivo concetto della classe operaia, è di nuovo la mancanza di una teoria della classe operaia. Il pianterello, anche questo di rito, sull’aumentato sfruttamento degli operai, sulle loro sempre più disagiate condizioni di produzione, sulla loro sempre più penosa situazione di umiliati e offesi, e questo il contributo che crede di portare alla lotta di classe chi oggi mostra simpatia per gli operai. Il vecchio cuore garibaldino della nostra sinistra democratica, si sa, è disposto a battere solo per la causa degli oppressi in qualunque parte del mondo essi si trovino: naturale che anche nella società industriale moderna si vada in cerca di: un ceto subalterno da emancipate con gli appelli morali di una nobile coscienza civile. Naturale e molto «umano». Ma queste piccole vergogne umanitarie che vengono respinte ormai persino dai negri nei ghetti, dai guerriglieri nelle foreste, dagli studenti nelle università, come volete che vengano prese sul serio dagli operai in fabbrica? È ora di convincersi che in fabbrica ha trovato da tempo la sua giusta morte ogni ideologia.</p>



<p>Gli operai moderni, e non da oggi, vogliono soprattutto due cose: lavorare poco e guadagnare molto; in più vogliono il potere per garantire queste due conquiste dai flussi e riflussi a cui li sottopone il dominio incontrastato dell’interesse capitalistico. Vogliono lavorare poco perché odiano il lavoro e odiano il lavoro più di tutto, più del padrone, perché il lavoro nei loro confronti è padrone due volte, una volta come sfruttamento capitalistico e una volta come ideologia socialista, una volta come profitto iniquo del capitalista singolo e una volta come profitto equo del capitale sociale: l’etica del lavoro è un’etica cristiano-borghese, quanto di più lontano e nemico per la coscienza operaia. Vogliono guadagnare molto perché amano il benessere; hanno imparato dal socialismo che si può eliminate la miseria dal capitalismo, che si può ben usare della ricchezza, e non hanno nessuna intenzione di rinunciare a queste promesse profane; amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche dei prodotti intellettuali e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani: sono una rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza morale. E vogliono il potere, il potere come dispotismo, cioè come possibilità di disporre in modo assoluto della ricchezza delle nazioni piegando l’interesse sociale generale a servire il loro stretto interesse di classe, &#8211; sfruttamento operaio della ricchezza e dei portatori di essa, i capitalisti e i funzionari loro servi, sfruttamento operaio del capitale; il potere quindi <em>con segno rovesciato, </em>ma senza più ideologie, senza le mascherate democratiche dei diritti dell’uomo e del cittadino. Già all’interno del capitale e sfruttando il suo bisogno di lavoro, deve nascere, dal lavoro produttivo industriale al lavoro produttivo non industriale al lavoro indirettamente produttivo al lavoro non produttivo, deve nascere una nuova gerarchia non di valori, ma, appunto, di potere, che lungo un provvisorio periodo storico, deve riorganizzare e tenere il filo dei nuovi rapporti sociali e coincidere con la distribuzione della forza e del dominio sul terreno della politica diretta. Dobbiamo assumere con coraggio il principio che non solo il capitale ha bisogno della classe operaia, ma la classe operaia ha bisogno del capitale, e non solo per la propria crescita politica, ma per lo sviluppo economico della società. Il capitale moderno è <em>sviluppo, </em>la classe operaia moderna è <em>potere. </em>O meglio, queste devono diventare <em>le condizioni nuove della lotta di classe. </em>È vero che sono crollate tutte le contrapposizioni arcaiche fra le due classi sociali: ma in questo senso è finita solo la preistoria della lotta di classe. Non più proletariato e borghesia, non più sfruttati e sfruttatori, non più una classe subalterna e una classe dominante, ma <em>sviluppo economico capitalistico </em>da una parte e <em>potere politico operaio </em>dall’altra, &#8211; due forze, ognuna nel suo campo, di pari potenza, con caratteri storici molto simili fra loro, con eguale vocazione al dominio della parte sul tutto, che si battono, con l&#8217;abilità e la violenza, in una lunga guerra di cui non si intravede né quando sarà la fine né di chi la vittoria. Dobbiamo disporre i nostri problemi in questa dimensione strategica moderna, se vogliamo cogliere con esattezza i compiti del momento. Comprendiamo come questa dimensione sia per tutti la cosa più difficile da assumere oggi. E per questo diciamo: importante non è mai la visuale strategica in sé, ma il modo con cui da questa si può arrivare a toccare i termini concreti della lotta. Il nemico da battere subito è l’astrattezza delle posizioni rivoluzionarie. Il compito urgente è trovare la via che porta al <em>concreto. </em>Ma bisogna stare attenti: l’astrattezza di cui si parla qui non è solo quella delle affermazioni estremistiche, ma anche quella della politica riformista. Non bisogna infatti concedere a quest’ultima la virtù della concretezza. Il riformismo è per gli operai la massima utopia. E proprio questa dimensione utopistica, questo essere fuori dell’interesse operaio diretto, lo fa simile all’estremismo. Alla fine di questa tradizione, che tristemente si ripete, di posizioni falsamente contrapposte, fra le ultime morenti ideologie di destra e di sinistra, si tratta di aprire la strada a una nuova <em>Realpolitik </em>di parte operaia.</p>



<p>Se l’estremismo é la malattia infantile del comunismo, nel riformismo ci sono già gli acciacchi della vecchiaia. Come in tutti i movimenti storici, i passaggi che si susseguono nel tempo si presentano poi anche contemporaneamente nello spazio. Così oggi il riformismo comunista è la senilità precoce di un movimento che è stato strozzato nel crescere, più che da tutto il resto, da questa prodigiosa seconda giovinezza del suo avversario di classe, il capitale, passato dall’epoca della sua crisi mondiale all’epoca del suo sviluppo internazionale. E l’estremismo di oggi è la forzata e attardata sosta nell’infanzia, come riflesso di situazioni, marginali anche se macroscopiche, di arretratezza e di sottosviluppo dello stesso avversario di classe, del capitale, che non ha risolto alcune sue contraddizioni secondarie, che non riesce a risolverle, che non le risolverà comunque da solo, senza l’aiuto del suo nemico interno, la classe degli operai salariati. È su questo aiuto che si può dare e non dare – in alcuni casi sì e in altri no – è il discorso che può portare alla ricomposizione di una strategia internazionale della lotta di classe. Questo discorso non mancheremo di farlo. Ma adesso ci interessa sottolineare il riprodursi della spaccatura, all’interno del movimento comunista, oggi, tra estremismo e riformismo. È questo che rende possibile la ricerca della nuova soluzione politica dell’organizzazione in un superamento di sé del movimento comunista, che va preso, qui da noi, come punto privilegiato, come perno, come soluzione già tentata e non riuscita. Noi stessi, dobbiamo venire fuori dal movimento comunista, come la classe operaia viene fuori dal proletariato. Mai bisogna dimenticare che questo movimento ha una origine proletaria diretta, non mediata da nessuna iniziativa capitalistica, anzi nata come risposta tutta alternativa alla soluzione socialdemocratica in quanto mediazione capitalistica sui problemi di organizzazione del movimento operaio. Come nessuna parte della classe operaia, anche la più avanzata, può rinunciare alla sua nascita proletaria, così nessuno di noi ha<strong> </strong>il diritto di dimenticare che a livello di masse lavoratrici c’è stata una soluzione comunista ai problemi di organizzazione. Attraverso questa soluzione bisogna passare, se veramente si vuole arrivare al di là. È il cammino dell’Europa continentale e dell’Italia in mezzo ad essa. Questo ci interessa. Ed è inutile dire: questo discorso non vale per il resto, che è poi la parte più consistente e più qualificata della classe operaia in occidente, tutto il movimento operaio inglese e americano e giapponese. È inutile dirlo: perché noi siamo fuori dalla tradizione operaia anglosassone &#8211; e non ci saremo dentro per adesso &#8211; e ogni tentativo di adattarsi subito ad essa è di nuovo astrattezza e modellistica. In mezzo a tanta sacra polemica contro 1’eurocentrismo, una prima soluzione <em>mitteleuropea &#8211; </em>che faccia perno sul movimento operaio italiano, francese e tedesco più qualche democrazia popolare &#8211; sembra tuttora quella che ha più possibilità di espansione: se è attiva e moderna e avanzata, può riproporre in blocco il problema della linea e dell’organizzazione al movimento operaio anglosassone; e se è concreta, se è pratica, se è politica, può mettere in crisi, e rilanciare a nuovi livelli, organizzazione e linea già esistenti nell’URSS di oggi e nella Cina di domani.</p>



<p>Ecco il perché di questa scelta del movimento comunista, come punto di partenza per andare oltre. Non ci devono essere ragioni sentimentali, che pure talvolta contano e giocano un ruolo inconscio nelle decisioni dell’uomo singolo, e cioè nelle prospettive che può crearsi il politico isolato. Le fotografie dei bolscevichi che abbiamo rivisto nel cinquantenario della rivoluzione ci sono troppo care, sono gli uomini che stanno dietro di noi e prima di noi, non ne potremmo comunque fare a meno, neppure volendo. Ma sono già lontani da noi come i comunardi, come gli insorti di giugno, un periodo eroico del nostro movimento che non ritorna, l’epoca delle illusioni rivoluzionarie che però avevano un significato positivo, una funzione dirompente, di rottura e di svolta. Adesso che son finite anche le cantilene delle commemorazioni, dobbiamo convincerci che <em>no, </em>qui da noi, in occidente, nel pieno del capitalismo, <em>rivoluzioni d’ottobre non ce ne saranno più. </em>Ma non ci devono essere nemmeno motivi di opportunismo. Il rapporto pratico con l’immediato passato dell’organizzazione non deve diventare culto della continuità, non deve essere la scelta della via più comoda e contemporaneamente non deve ridursi a chiacchiericcio ipercritico contro tutto ciò che è e che è stato. Certo, la condizione attuale del movimento comunista non è fatta per entusiasmare. Ed è necessaria una notevole dose di freddezza per scegliere questo come campo sperimentale più proprio.</p>



<p>È tanto facile guardare con simpatia la figura del vecchio bolscevico, quanto è facile sentirsi respinti dalla figura del comunista moderno, dirigente «di tipo nuovo» del partito. Eppure tra l’uno e l’altro corre un filo tenuto insieme dalle esperienze preziose di più di una generazione di militanti: esperienze che si sono tutte raccolte intorno a un tentativo di portata storica, anche se dalle infelici conseguenze politiche. No, non parliamo della costruzione del socialismo in un paese solo: questo non ci interessa qui, è un altro discorso e non è il caso di affrontarlo in questa sede. Il tentativo e quell’altro, che ha visto il movimento comunista, nell’Europa occidentale, impegnato nella ricerca di una <em>terza via </em>tra la socialdemocrazia da una parte e l’estremismo di sinistra dall’altra, maggioritaria ma riformista la prima, rivoluzionario ma minoritario il secondo. Non a caso proprio la Germania al centro dell’Europa aveva dato insieme il fallimento del riformismo e della rivoluzione. Questa lezione, al contrario di quanto si crede, non andò perduta. L’errore politico del movimento comunista, la sua colpa storica, non è stata quella di aver cercato una terza via, <em>ma di non averla trovata. </em>E non fu per tradimento dei capi, fu semmai per la loro incapacità e mediocrità e piccolezza, e neppure questo poi conta molto. La verità è che due grosse, formidabili e terribili, condizioni si abbattevano quasi contemporaneamente sull’Europa, cioè sul terreno che anche allora doveva servire all’esperimento, &#8211; due condizionamenti nuovi, non previsti e tremendamente dotati di forza: Stalin al posto di Lenin, il fascismo al posto del capitalismo. Lasciamo agli storici l’indagine dei particolari nell’influenza di questi due fattori sui contenuti politici, sulle forme organizzative della lotta di classe, e andiamo avanti. Questi due condizionamenti sono caduti, e ormai non da oggi, sono cadute le eredità passive che li hanno fatti rivivere con la guerra fredda, vanno cadendo gli ultimi residui di questa e su questa via nei prossimi anni ne vedremo delle belle. Ma i comunisti, almeno finora hanno continuato ad agire come se quelle due condizioni fossero ancora vive e presenti: di qui l’impossibilità di riconoscere o la volontà di non riconoscere il fallimento del loro stesso tentativo centrista. Bisogna riprendere questo tentativo nel suo <em>momento leninista, </em>del Lenin degli ultimi anni, capo del potere socialista in Russia e della rivoluzione operaia in Europa. È in questo che dobbiamo farci eredi del movimento comunista, riconsegnando ad esso l’ultima iniziativa pratica prima del suo tramonto in occidente. Per dirlo in altre parole: è necessaria una grande <em>NEP politica </em>se vogliamo puntare a rimettere in mani operaie il filo dell’iniziativa storica.</p>



<p>Non ci si può mettere invece nel solco delle tradizioni socialdemocratiche. Neppure qui vale il discorso sul tradimento dei capi. Ma neppure si può parlare di errori della socialdemocrazia come si parla di errori del movimento comunista. La socialdemocrazia è fin da principio un’iniziativa del capitale, a differenza &#8211; abbiamo visto &#8211; del movimento comunista che si presenta all’inizio come un’iniziativa direttamente di parte operaia, anche se ad un livello e in una condizione storicamente proletaria. All’opposto, la base materiale della socialdemocrazia non è quella parte di classe operaia che raggiunge condizioni borghesi. Il concetto di «aristocrazia operaia» è di nuovo un errore che nel movimento comunista ha avuto molta fortuna. Oggi, nel linguaggio diffamatorio dell’estremismo contemporaneo, copre non più gruppi di operai privilegiati, ma l’intera classe operaia dell’occidente. Per questo non bisogna concedere che all’inizio una parte della classe operaia, entrata nel campo del capitale, abbia dato il via alla socialdemocrazia classica; perché allora bisognerebbe concedere che nel seguito della storia l’intera classe operaia ha seguito questo esempio, con le conseguenze appunto evidenti sul movimento comunista dell’occidente e dell’oriente russo. Per questa via si arriva a dire che contro il capitale ci rimangono solo quelli che sono ancora fuori di esso, che non vi sono ancora entrati, non sono stati ancora ammessi, malgrado la parabola evangelica, al banchetto dei ricchi. Si arriva così a cambiare volto al proprio nemico, ed ecco al posto della solida macchina ben funzionante del capitalismo contemporaneo farsi avanti il mostro malefico dell’imperialismo. Si discute oggi sulle tattiche della lotta, se dare la preferenza al fucile o alle elezioni, se organizzare un esercito di guerriglieri o una rete di consiglieri comunali, ma la visione strategica è la stessa, copre un largo arco di forze, è comune alla nuova sinistra dei professori di università e alla vecchia sinistra dei funzionari di partito. Non si può fare a meno di rimanere sorpresi a vedere quanta strada hanno fatto <em>le ideologie antioperaie nel movimento operaio. </em>Ma quelli che teorizzano un nuovo blocco storico di forze rivoluzionarie arretrate non si accorgono di diffamare le forze stesse che vogliono organizzare, condannandole ad un’azione di disturbo alla periferia del sistema capitalistico mondiale e, peggio, non si accorgono di portare a una sconfitta storica queste stesse forze, perché se il loro nemico diventa il capitale più la classe operaia, operai e capitale insieme, allora le parti chiaramente si rovesciano, è la rivoluzione che diventa una tigre di carta di fronte alia macchina di ferro della moderna società industriale; e si potrà vincere qualche guerra d’indipendenza, ma la lotta di classe è perduta in partenza per il semplice fatto che non è neppure cominciata. La verità è che già negli ultimi decenni del secolo scorso la classe operaia iniziava un cammino storico prodigioso, che doveva portarla ad abbandonare la condizione proletaria a cui l’aveva inchiodata il basso livello dello sviluppo capitalistico, che doveva portarla dunque a strappare, con la lotta e con l’organizzazione, concessioni su concessioni al suo nemico di classe, e a conquistare per sé e per il resto del popolo nuove condizioni di lavoro, nuove condizioni di vita, nuove condizioni di potere. La politica e l’organizzazione socialdemocratica del movimento operaio sono state la risposta capitalistica a questo salto in avanti che la forza-lavoro industriale aveva imposto a tutta la società. La socialdemocrazia ha dunque, se volete, un’origine operaia <em>indiretta </em>&#8211; di nuovo a differenza del movimento comunista &#8211; <em>mediata </em>da un’iniziativa capitalistica sulle organizzazioni operaie e come uso capitalistico delle organizzazioni operaie. Questo è il cammino, la crescita, lo sviluppo, la storia interna, anche solo sul terreno istituzionale, delle forze di classe degli operai e del capitale, ognuna per proprio conto e l’una di fronte all’altra, come potenze politiche abituate a misurare la propria forza sulle debolezze dell’altra, e con l’occhio sempre ai problemi di fondo non alle situazioni marginali, alle prospettive di sviluppo che un’accorta condotta pratica può accelerare e non ai residui del passato che il tempo, da solo, con la sua lentezza, basta a bruciare.</p>



<p>Il problema primo è di linea politica. È chiaro che occorre una nuova dimensione strategica rispetto a quella che si citava sopra con ironia. Ma è perlomeno inutile che sia del tutto alternativa ad essa. Non possiamo pensare di creare prima nuove forze per poi organizzarle. Intorno all’esigenza del mutamento della linea vanno riorganizzate le forze che già ci sono. Per questo il mutamento della linea non può essere un’astratta proposta di rovesciamento. Occorre una <em>nuova strategia, </em>ma <em>di breve periodo; </em>un nuovo programma politico, ma concretamente transitorio; una nuova forma di organizzazione, ma prima di tutto sul terreno istituzionale. In questo senso, tutto quanto c’è stato, specialmente nelle esperienze più recenti del movimento operaio, deve essere messo a frutto positivamente. L’esperienza del movimento comunista ci insegna che è possibile far giocare a livello di massa una linea di globale alternativa al sistema capitalistico, ci insegna che un movimento rivoluzionario non è destinato a rimanere minoritario. Il residuo storico che ci lascia il movimento comunista è <em>un’opposizione di massa </em>al capitalismo. L’esperienza della socialdemocrazia ci insegna che è possibile arrivare a manovrare le leve del potere dall’alto dello stato, e che il movimento operaio può porsi come obiettivo il governo del capitale. Il residuo storico che ci lascia la socialdemocrazia: è un <em>controllo di vertice </em>su tutta la società. Questi due residui sono due possibilità di fatto non realizzate. Il movimento comunista in occidente non è mai riuscito a mettere seriamente in pericolo il potere capitalistico, perché ha reso sempre più generico l’arco di forze che andava organizzando, perché qui dentro non ha mai scelto gli operai, cioè non ha mai usato l’arma della minaccia direttamente operaia, l’unica che il capitale è disposto a subire: eppure questa scelta, quest’uso erano possibili. La socialdemocrazia non è mai arrivata a conquistare un’autonomia al suo governo dello stato, non ha mai posseduto una forza indipendente per prendere un’iniziativa appena diversa da quella del capitale, è stata e rimane gestione passiva del potere, registrazione delle esigenze di sviluppo della società in un momento provvisorio di crisi politica dell’interesse capitalistico: questo suo destino non poteva essere diverso. Di nuovo balza in primo piano la differenza tra queste due grandi esperienze storiche: il movimento comunista ci lascia lo spazio di una iniziativa operaia da organizzare, la socialdemocrazia lo spazio di una iniziativa capitalistica da utilizzare. Mai mettere dunque sullo stesso piano i due movimenti, mai confonderne le origini di classe, ne pensare ad una sintesi dialettica che li superi entrambi. Da ognuna trarre invece l’indicazione positiva per la lotta di oggi e per l’organizzazione di domani: assumerne i risultati storici portandoli oltre i limiti politici che li hanno bloccati. E allora: <em>opposizione di massa al sistema, ma guidata di fatto e non a parole dalla classe operaia; controllo di vertice sulla società, ma con le mani libere dai lacci dell’interesse capitalistico. </em>Fino a che punto è possibile oggi proporsi concretamente questi obiettivi e raggiungerli nella pratica, è ancora difficile da dire. Ma certo nel modo in cui risolveremo nei prossimi anni questi problemi sta il segreto di una rinascita politica del movimento operaio.</p>



<p>In Italia e nell’area mitteleuropea si pone e si porrà con sempre maggior forza quello che si dice il grande problema dell’unità fra tutte le forze socialiste. Qui da noi la cosa è complicata dall’esistenza di un partito cattolico complesso nella sua struttura, mobile nella sua azione, abile in alcune delle sue iniziative, ben inserito ormai nelle strutture amministrative dello stato data la sua lunga esperienza di governo, forte della fiducia del ceto imprenditoriale, ma capace al momento opportuno di scavalcare a sinistra la stessa socialdemocrazia. È chiaro che questa macchina va spezzata. È chiaro che forti minoranze cattoliche sono disponibili per un’azione socialista. Ma prima di pensare a questo, o mentre si pensa a questo, non è da scartare la possibilità di un rapporto con il vertice democristiano come forma di pressione sugli stessi incerti e debolissimi socialdemocratici di oggi, perché rompano gli indugi e marcino verso una rapida unità a sinistra. Il processo di unità sindacale va anch’esso favorito e utilizzato in questo senso, come necessario rammodernamento delle strutture della contrattazione a livello di lotta economica, e come creazione di un nuovo spazio per il nuovo partito sul terreno della lotta politica. Ancora qui da noi, c’è stata, per un brevissimo periodo, un’altra possibilità: quella di isolare la socialdemocrazia subito al suo nascere, chiuderla in un angolo, renderla minoritaria togliendo ad essa l’iniziativa pratica, con un’operazione di unificazione a sinistra che avrebbe raccolto nel paese una larga eco di consensi soprattutto tra gli operai e tra i giovani, <em>le due forze che oggi contano e che sfuggono. </em>Era una via originale da tentare con entusiasmo. Ma in questo caso la tempestività era tutto; ci voleva una macchina organizzativa duttile e rapida nell’eseguire e cervelli freschi e audaci nel dirigere: proprio quello che manca. Nel modo invece in cui si ripropone oggi l’unita PCI-PSIUP è facile scorgere la prima tappa della più vasta unificazione con il resto della socialdemocrazia. A questo punto non è male che sia così. Quando un processo storico avviene, e non si hanno forze sufficienti per batterlo e rovesciarlo, è inutile puntare il dito accusatore e fare profezie di grandi sventure; conviene adattarsi al processo per controllarlo e disporsi subito nella dimensione della sua utilizzazione. Tra i massimi problemi ancora insoluti c’è anche quello di un possibile uso operaio della socialdemocrazia. Storicamente, e a un livello di pura spontaneità, si può dire che qualcosa del genere è già avvenuto, quando la classe operaia con una serie ininterrotta di conquiste parziali ha fatto quei salti in avanti di cui si diceva nelle sue condizioni di lavoro e nel suo livello di vita, anche, tra l’altro, con la partecipazione formale al potere. Storicamente, e sul terreno della più alta coscienza del capitale, è pure avvenuto, e più spesso, il contrario: la socialdemocrazia al governo come ritorno alia stabilizzazione politica del sistema &#8211; l’uso socialdemocratico, e quindi capitalistico, degli operai &#8211; rimane la forma classica di questa esperienza e, tutto sommato, non sarà facile rovesciarla. Ma è al punto d’origine che bisogna aggredire il problema. Prima di tutto è necessario ritrovare un aggancio reale, realistico, con la situazione di fatto della classe operaia, ristabilire con essa un rapporto corretto, assumere cioè a livello politico generale &#8211; di partito subito, di stato in seguito &#8211; il suo stretto interesse particolare, al di fuori di tutti gli schemi ideologici tradizionali. Dobbiamo convincerci che senza questo non è possibile oggi nessuna ripresa di contatto politico con la fabbrica, con il luogo di produzione, che è centro, motore e cuore pulsante di tutto il meccanismo sociale, al punto che chi veramente lo possiede, possiede già il dominio sull’intera società, e chi lo perde non ha altro destino che quello di ridursi, come merita, a forza subalterna. Spezzare il canale capitalistico che unisce fabbrica-società-stato e sostituirlo con un canale operaio, è questo l’obiettivo strategico per raggiungere il quale tutte le armi tattiche sono buone. L’errore non è quello di <em>utilizzare </em>le istituzioni democratiche: l’errore è di <em>credere </em>nella democrazia. Lo stesso discorso e un atteggiamento simile vale per la socialdemocrazia. Se la fonte del potere è nel processo produttivo, chi controlla questo vince. Quando interviene la mediazione istituzionale &#8211; il partito, lo stato -, quando interviene cioè il momento della diffusione del potere, il gioco è già fatto in un senso o nell’altro. Se il partito vuole veramente puntare allo stato, deve portare la minaccia sul terreno della produzione sociale. Se non fa questo, è il vecchio riformismo che dal vertice dello stato non può scendere alla base di classe, o è il vecchio estremismo che dalla base di classe non sa salire al vertice dello stato.</p>



<p>Il discorso ritorna dunque al tema salario. A un livello più alto: il salario sì, ma in mano al partito. Con due risultati: la ripresa del rapporto classe-partito, una crisi del rapporto stato-capitale. La politica dei redditi è destinata a rimanere ancora per qualche tempo il punto più delicato nel funzionamento complessivo della moderna macchina economica. È qui che va puntata l’arma del <em>no </em>operaio, e qui che va fatta pesare la minaccia dello squilibrio. C’è una scala di priorità non solo nei bisogni del capitale, ma anche nei punti di attacco al suo sistema, e quindi nelle richieste di classe della parte operaia. Individuare questo terreno, che non è mai lo stesso, che volta a volta cambia, storicamente nel tempo e orizzontalmente nello spazio, è il compito appunto della <em>nuova politica operaia. </em>La lotta sul salario assicura da un lato a questa nuova politica un’adesione di massa della classe operaia &#8211; si presenta quindi in modo corretto come organizzazione della spontaneità -, d’altro lato fa saltare un’iniziativa storica del capitale e in questo modo mette in forse la sua stessa capacità di autogoverno. Solo così diventa utile mettere in programma la possibilità di una gestione non capitalistica del capitale, in questa forma aggressiva, che vede un attacco di parte operaia, a cui il ceto politico tradizionale non trova altra difesa che cedere per un momento le chiavi del governo. L’origine della socialdemocrazia al potere è stata, anche nel passato, sempre questa. Ma la spinta operaia che la precedeva era un fatto spontaneo, non rilevato dall’organizzazione e quindi politicamente tutt’altro che aggressivo, anzi nel suo controllo, nella sua autolimitazione, nel suo culto dell’interesse generale, elemento positivo di equilibrio e di stabilizzazione. Di qui la debolezza storica e la vocazione e battuta. Un nuovo cammino va iniziato e perseguito con costante chiarezza. Bisogna strappare il salario dalle mani del sindacato e consegnarlo a una politica di partito. Il partito sì, ma in rapporto con la classe. La classe sì, ma con una scelta di governo, con il suo senso del potere, la sua volontà di dominio. Cominciano così a precisarsi i termini di quella strategia provvisoria che la classe operaia va cercando a livello di capitale avanzato, o se volete i gradi intermedi, le tappe ravvicinate di una tattica di lungo periodo: <em>lottare sul salario, ricostruire il partito, puntare al governo. </em>Salario-partito-governo è la forma scheletrica, lo schema-guida, che assume oggi, nella congiuntura presente del capitale internazionale, il cammino storico classe-partito-stato.</p>



<p>È facile rendersi conto a questo punto della sorpresa di molti. Ma la crescita del nostro discorso ci impegna a questo sviluppo, e chi non lo aveva previsto, poco aveva capito di esso. Nel momento in cui la nuova forza dei giovani in quanto tali, puntuale all’appuntamento, arriva sulle posizioni del rifiuto e della rivolta, noi vogliamo di nuovo precedere il movimento, avanzando su questa che è la strada più ardua, esposta, secondo il solito, alle più dure incomprensioni. Ci viene rimproverato il fatto di non rendere mai esplicita la metodologia della ricerca. Facciamo una concessione anche su questo punto. E a conclusione di questa prima parte, mettiamo un’indicazione di metodo che vuole correggere la saggezza con l’ironia, a metà strada com’è tra Machiavelli e Mao. Per essere produttivi, e creativi, sul terreno della teoria, bisogna rompere con la tradizione e saltare in avanti, badando a rimanere sempre noi stessi; per essere produttivi, e pratici, sul terreno della politica, bisogna legarsi al livello ultimo raggiunta dall’organizzazione, cambiarlo gradualmente e cambiare noi con esso.</p>
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		<title>IL RIBELLISMO NELL’ARTE TRA SISTEMA E ANTISISTEMA</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Oct 2023 14:29:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recentemente è venuto meno il mito dell’anonimato di Banksy: una denuncia lo ha obbligato a presentarsi in un’aula di tribunale dove il graffitaro dovrà tutelare la sua opera che, da arte di strada effimera e controcorrente, si è trasformata, suo malgrado, in oggetto commerciale a tal punto che lo stesso artista si è visto costretto [&#8230;]</p>
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<p>Recentemente è venuto meno il mito dell’anonimato di Banksy: una denuncia lo ha obbligato a presentarsi in un’aula di tribunale dove il graffitaro dovrà tutelare la sua opera che, da arte di strada effimera e controcorrente, si è trasformata, suo malgrado, in oggetto commerciale a tal punto che lo stesso artista si è visto costretto a creare una &#8220;società di tutela dal mercato”. Assolutamente contro il copyright, l’artista inglese si è dovuto tutelare dall’utilizzo commerciale che viene fatto delle sue stesse opere. Dice Stefano Antonelli, in una recente intervista, che<em> questa sua battaglia è iniziata anni fa, quando Banksy, per cercare almeno in parte di proteggere il suo lavoro, pur senza mai dichiarare la sua identità, ha costituito una società, la Pest Control</em> (S. Antonelli, <em>Certo, Banksy è Robin Gunningham. Ma il suo mito rimane intatto. E vi spiego perché</em>, <a href="https://www.artuu.it/stefano-antonelli-certo-banksy-e-robin-gunningham/">Artuu</a>, 9 ottobre 2023).</p>



<p>Sul sito di questa società che tutela i diritti dell’artista nel tentativo di non sfociare nel copyright si legge: <em>Puoi utilizzare le immagini di Banksy per divertimento personale e non commerciale. Stampali in un colore che si abbini alle tue tende, crea un biglietto per tua nonna, inviali come compiti a casa, qualunque cosa. Ma né Banksy né Pest Control concedono in licenza le immagini dell&#8217;artista a terzi. Si prega di non utilizzare le immagini di Banksy per scopi commerciali, incluso il lancio di una gamma di prodotti o indurre le persone a pensare che qualcosa sia stato realizzato o approvato dall&#8217;artista quando non lo è. Dire &#8220;Banksy ha scritto che il copyright del suo libro è per i perdenti&#8221; non ti dà libero sfogo nel travisare l&#8217;artista e commettere frodi. Abbiamo verificato </em>(traduzione nostra).</p>



<p>Già in questo ravvisiamo l’avverarsi della constatazione che non esiste nulla che viva in un al di là rispetto al capitalismo. Non sarebbe altro che un luogo mitico e auto-affermato al pari della Terra di Mezzo di Tolkien o di Utopia di Tommaso Moro. Banksy partito dalla periferia di Bristol come un bandito graffitaro operante nella notte per non farsi beccare dalla polizia, dopo il successo planetario ha dovuto cercare una qualche ricetta per non farsi del tutto fagocitare dal sistema commercial-finanziario. Ricordiamo che le sue opere sono vendute a milioni di euro come il famoso quadro autodistruggente &#8220;Love is in the Bin&#8221; che è stato battuto all&#8217;asta da Sotheby&#8217;s a Londra per 18.582.000 sterline, pari a 25.383.941 dollari.&nbsp;</p>



<p>Lo stesso Banksy è ovviamente conscio di questo ossimoro, un’opera artistica anti-sistema ma talmente famosa da essere oggetto di attività commerciali milionarie. Tante le critiche, come sempre accade, dalla stessa comunità dei graffitari, molto spesso sfigati o che non hanno goduto della stessa massmedialità, a cui l’artista stesso rispose nel 2010 in un’intervista come sempre caustica e multilivello: <em>io dico a me stesso che uso l’arte per promuovere il dissenso, ma forse sto piuttosto usando il dissenso per promuovere la mia arte. Mi dichiaro non colpevole di tradimento. Ma mi dichiaro innocente parlando da una casa più grande di quella in cui vivevo prima</em> (O. Ward, <em>An interview with Banksy</em>, Time Out London, 3 marzo 2010).</p>



<p>In effetti scriviamo sulla sua storia proprio per analizzare questo fenomeno di ribaltamento, i più saggi direbbero sussunzione, dei riottosi poveri in riottosi o integrati ricchi. Potremmo estendere questa analisi al nostro Zerocalcare che viene trasmesso da Netflix pur mantenendo la sua cifra stilistica o J-Ax che da hip-hopper di quartiere si ritrova a lanciare i tormentoni estivi: <em>per fortuna si può dire tutto, pure che è incredibile che un ambiente tossico come quello dei centri sociali di Roma abbia prodotto una cosa così bella come “Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare. E che lui sia riuscito a guadagnare come una Ferragni grazie al capitalismo di Netflix. Ero lì a guardare una sua intervista in cui girava per un Carrefour in cerca di ingredienti per preparare un hamburger, che era il format delle interviste, e prima del video partiva la pubblicità del supermercato (l’algoritmo non è antagonista). Lì ho ricostruito la parabola che parte dal Crack! del Forte Prenestino e arriva a Netflix. Tempo due anni e ce lo ritroviamo a promuovere i Suv della Mercedes e a far le pubblicità dell’Eni. E che male c’è? Non sto sostenendo non sia sincero: non m’importa neppure lo sia. Il capitalismo vince sempre, e se non puoi combatterlo finisci in catalogo</em> (M. Peruzzo, <em>Il successo di Zerocalcare è la vittoria del capitalismo di Netflix sui centri sociali</em>, <a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2021/11/24/news/il-successo-di-zerocalcare-e-la-vittoria-del-capitalismo-di-netflix-sui-centri-sociali-3400123/">Il Foglio</a>, 24 novembre 2021).</p>



<p>Un articolo che in fondo pone alcune questioni che sono la spina dorsale di questa riflessione: il fatto che alla fine il capitalismo riesce a normalizzare e portare a sé tutto ciò che può avere un impatto significativo tra i consumatori. Alcune grandi intuizioni sociali, spesso provenienti da esperienze dal basso (il biologico, i gruppi d’acquisto solidali, il software libero, solo per citarne alcune), da tempo sono diventate settori di business della grande distribuzione organizzata o delle multinazionali dell’high tech.</p>



<p>Ma torniamo alla nostra storia.</p>



<p><em>Banksy nasce in un ambiente, quello dell’arte di strada a Bristol negli anni Ottanta, in cui l’anonimato è non soltanto una pratica molto diffusa, ma è anche necessario e direi quasi obbligatorio. Negli anni in cui Banksy opera a Bristol, se ti trovavano a fare un graffito ti davano 16.000 sterline di multa e rischiavi di fare sei mesi di carcere, insomma era una cosa molto seria. Per tutti, sono gli anni della signora Thatcher ma anche del pugno di ferro contro i graffiti, della cosiddetta “Operazione Anderson” che è stata la più grande operazione anti-graffiti della storia, dove decine e decine di graffitisti vengono inquisiti e molti sono costretti a smettere, mentre altri, quelli che continuano ad operare, sono costretti a entrare in una vera e propria clandestinità. Da qua nasce il “metodo Banksy</em> (S. Antonelli, <em>Certo, Banksy è Robin Gunningham. Ma il suo mito rimane intatto. E vi spiego perché</em>, <a href="https://www.artuu.it/stefano-antonelli-certo-banksy-e-robin-gunningham/">Artuu</a>, 9 ottobre 2023).</p>



<p>L’opera d’arte dello street artist non è soltanto un mettere una tela su un cavalletto ma consiste in appostamenti, sopralluoghi, blitz furtivi utilizzando la città come museo e una bomboletta come pennello. L’anonimato, inoltre, affascina di per sé, per il suo porsi in antitesi ad una società basata sul selfie e l’autonarrazione. Banksy è riuscito a diventare famoso saltando il sistema museale e dei critici d’arte; prima il popolo lo ha fatto suo e solo successivamente è passato al mainstream conquistandosi uno spazio comunicativo mondiale senza passare dai salotti televisivi, dai paparazzi o dalle foto nature su qualche calendario. Ma questa clandestinità non deve lottare solo contro la repressione delle leggi e delle guardie ma anche contro la normalizzazione del mercato. Se, infatti, rendi popolare e commerciale un’azione estrema e marginale, la rendi alla fine commerciale e ti accorgi che puoi farci dei soldi. Alla fine, nonostante i tuoi più puri pensieri, hai solo allargato i confini del sistema capitalistico e la sua presa sulle persone.</p>



<p>Daniel scrive: <em>Non so chi siete né quanti siete ma vi scrivo per chiedervi di smettere di dipingere le vostre cose dove viviamo. In particolare strada xxxxxx a Hackney. Mio fratello ed io siamo nati qui e abbiamo vissuto qui per tutta la vita, ma in questi giorni così tanti yuppie e studenti si stanno trasferendo qui tanto che nessuno di noi due può più permettersi di comprare la casa dove siamo cresciuti. I tuoi graffiti sono senza dubbio parte di ciò che fa credere a questi segaioli che la nostra zona è bella. Ovviamente non sei di queste parti e dopo aver fatto salire i prezzi delle case probabilmente te ne andrai e basta. Fai un favore a tutti noi e vai a fare le tue cose da qualche altra parte come Brixton</em> (lettera ricevuta sul sito di Banksy con nome e indirizzo non nascosti e resa nota dall’artista nel suo libro “<em>Wall and Piece</em>”).</p>



<p>Certamente non era obiettivo di Banksy quello di far salire il prezzo delle case di un anonimo Quartiere ma il sistema sa utilizzare bene anche le idee antisistema più radicali per lucrarci sopra. Una lotta impari tra comunicazione e pubblicità, tra realtà militante e verità mass-mediale. Tutto può essere utilizzato, anche l’icona del Che Guevara per fare magliette, spillette e cappellini: <em>Un martedì sera d&#8217;estate ho provato a dipingere il ponte ferroviario che attraversa Portobello Road, nella zona ovest di Londra, con i manifesti che raffigurano il leader rivoluzionario Che Guevara, che a poco a poco si staccano dalla pagina. Ogni sabato il mercato sotto il ponte vende magliette, borsette, bavaglini e spille di Che Guevara. Credo di aver cercato di fare una dichiarazione sul riciclo infinito di un&#8217;icona riciclando all&#8217;infinito un&#8217;icona</em> (Banksy, <em>Wall and Piece, 2012</em>).</p>



<p>Il bipolarismo che è costretto a vivere Banksy nella sua azione artistica è molto simile a quello che vivono i movimenti anti-capitalisti: ad ogni spinta in avanti corrisponde una spinta ulteriore del sistema tendente ad inglobare la novità. Una lotta senza quartiere che trova però il sistema con il coltello dalla parte del manico, più organizzato e con maggiori risorse. Quando il “movimento” di lotta con fatica riesce a creare una frattura nel meccanismo sistemico, a generare una breccia nella narrazione mainstream, spesso si lascia cullare da questa vittoria parziale, si ferma a prendere fiato generando una consuetudine antagonista, un’auto-narrazione dell’impresa che serve a riprendere fiato ma che inesorabilmente si fossilizza formalizzandosi in una conformistica tradizione ribelle destinata a spegnersi inesorabilmente, braccata e poi superata e conquistata dal tumultuoso fluire del capitalismo che non conosce requie. Di fatto, l’avanguardia che informa di sé la storia promuovendone passaggi e mutamenti è oggi rappresentata dal capitale mentre i movimenti popolari di lotta si muovono invariabilmente su temi da retroguardia, seguendo l’agenda dettata dalla comunicazione mass-mediale. Laddove c’è una telecamera accesa lì c’è lo striscione del comitato di turno, vero o improvvisato che sia, ma tutto ciò nel mentre il capitale si è già mosso per programmare il prossimo scacco matto.</p>



<p><em>C’è un lavoro che rifiuterebbe per principio? “Si, ho rifiutato quattro proposte della Nike, sinora. Ad ogni nuova campagna mi mandano una mail chiedendo di fare qualcosa per loro. Non ho preso nessuno di questi lavori. La lista dei lavori che ho rifiutato è infinitamente più lunga di quella dei lavori che ho fatto, al momento. È una specie di CV al contrario, tipo, strano. La Nike mi ha offerto delle cifre pazzesche per far qualcosa per loro”. Cosa intende per cifre pazzesche? “Un sacco di soldi!” risponde impacciato. E perché allora ha rifiutato? “Perché i soldi non mi servono, e perché non mi piace che i bambini lavorino fino a consumarsi le dita all’osso per niente. [&#8230;] Voglio restare fuori da questa merda, per quanto possibile</em> (Simon Hattenstone, <em>Something to spray</em>, The Guardian, 17 luglio 2003, contenuto in <em>La vera arte è non farsi beccare, Interviste a Banksy</em>. 24 Ore Cultura srl, Milano, 2020).</p>



<p>Cosa vuol dire questo “restare fuori dalla merda, per quanto possibile?”. Quali sono i confini da non superare? È possibile contro-utilizzare quella merda per concimare l’orto del futuro? A nostro avviso, queste dovrebbero essere le domande che un pensiero militante dovrebbe porsi, in un permanente lavorio tra teoria e prassi.</p>
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		<title>«NOI È PIÙ CHE IO»</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 09:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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<p><em>La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato d’eccezione’ in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci starà davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d’eccezione, migliorando così la nostra posizione nella lotta contro il fascismo. La cui chance sta, non da ultimo, nel fatto che gli oppositori lo affrontano in nome del progresso, come se questo fosse una norma della storia. &#8211; Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono ‘ancora’ possibili nel xx secolo non</em><strong><em> </em></strong><em>è filosofico. Non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile</em>[1].</p>



<p>Com’è possibile che ai nostri giorni si professino ancora queste puerili filosofie? Dopo un secolo da questo scritto nulla è cambiato e la gente vive dell’errore filosofico segnalato da Benjamin. La <em>fede messianica nel progresso</em> non ha nulla di sostenibile ed il fascismo non è stato sconfitto una volta per tutte. Non esiste alcuna linearità. Il Messia della teologia è stato crocifisso dalla storia ma è risorto nei panni secolarizzati della politica. <em>In Draghi we trust</em>. Nella situazione ereditata dalla pandemia del 2021 e dalla guerra europea in Ucraina, solo un euro-burocrate, un tecnico che dà del tu alla Troika, avendone fatto parte, poteva risollevare le sorti del paese italico. Solo lui poteva essere capace di tradurre i linguaggi geroglifici contenuti nel salvifico PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Solo lui, Draghi, aveva la statura curricolare per poter stare ritto dinanzi al gotha europeo.</p>



<p>Sappiamo <em>con chi poi propriamente s’immedesimi lo storiografo dello storicismo. La risposta non può non essere: con il vincitore. Quelli che di volta in volta dominano sono però gli eredi di tutti coloro che hanno vinto sempre. L’immedesimazione con il vincitore torna perciò sempre a vantaggio dei dominatori di turno. Con ciò, per il materialista storico, si è detto abbastanza. Chiunque abbia riportato sinora vittoria partecipa al corteo trionfale dei dominatori di oggi, che calpesta coloro che oggi giacciono a terra. Anche il bottino, come si è sempre usato, viene trasportato nel corteo trionfale. Lo si definisce patrimonio culturale. Esso dovrà tener conto di avere nel materialista storico un osservatore distaccato. Perché tutto ciò, deve la sua esistenza non soltanto alla fatica dei grandi geni che l’hanno creato, ma anche all’anonima servitù dei loro contemporanei. Non è mai un documento della cultura senza essere insieme un documento della barbarie. Nella misura del possibile il materialista storico, quindi, ne prende le distanze. Considera suo compito spazzolare la storia contropelo</em>[2].</p>



<p>Le tradizioni, tutte le tradizioni storiche, vanno recuperate ma guardate con sospetto, come ogni tradizione umana. La lente della teologia le illumina e le relativizza perché il <em>Sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato</em> (Marco 2,27).&nbsp;</p>



<p><em>Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?&#8221; &#8211; dicevano gli scribi e i farisei al Cristo. Ed egli rispose loro &#8220;Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini </em>(Marco 7,5-8).</p>



<p>Tutte le tradizioni, anche quelle rivoluzionarie, possono essere recuperate dai vincitori, sussunte direbbero i grandi pensatori. Tutte le pratiche, anche quelle più radicali possono essere utilizzate a favore dei vincitori. Vanno allora guardate dall’alto, messe alla prova dei fatti, spazzolate in contropelo per vedere se effettivamente reggono alla critica: <em>Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo ‘proprio come è stato davvero’. Vuole dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. Per il materialismo storico l’importante è trattenere un’immagine del passato nel modo in cui s’impone imprevista nell’attimo del pericolo, che minaccia tanto l’esistenza stessa della tradizione quanto i suoi destinatari. Per entrambi il pericolo è uno solo: prestarsi a essere strumento della classe dominante. In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla. Il messia infatti viene non solo come il redentore, ma anche come colui che sconfigge l’Anticristo. Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere</em>[3].</p>



<p>Con questo pensiero Benjamin riprende il concetto di rivoluzione così come sopra lo abbiamo esposto. Non un concetto statico ma obbligatoriamente dinamico. Un percorso che procede dando le <em>spalle al futuro</em> affinché neanche il passato venga imbrigliato dal nemico. Più che un progresso lineare è un eterno ritorno alle necessità originarie degli sconfitti della storia, anche in momenti di vittoria. Molto facilmente, ci ricorda Benjamin, la trasmissione del passato può diventare conformismo che è sempre più utile al nemico che a noi.</p>



<p>Non esiste un concetto magico della rivoluzione. Mi armo, parto, prendo il potere, sovverto l’esistente, instauro il migliore dei sistemi possibili. La rivoluzione, dicevamo, non è una realtà statica, puntuale, una data nella storia. Non c’è stata nel 1789, dato che poi è arrivato Napoleone e ancora dopo la Restaurazione. Non è avvenuta nel 1917 visto che poi il tutto è imploso nella fine della storia con la vittoria del capitalismo. Non è autonomo il proletariato così come non è autonomo il politico, il cambiamento delle cose presenti non può che passare dalla complessità dei ruoli e delle situazioni. In questo sbaglia chi crede di stravolgere le cose dal basso; per lo stesso motivo sbaglia chi crede di poter trasformare le cose dall’alto.</p>



<p>Cosa può un rivoltoso fattosi sindaco di una città se non cambia il sistema in alto e, contemporaneamente, il sentimento laggiù in basso. Può certamente galleggiare tra i marosi della storia, può ben amministrare la nave istituzionale, ma non può stravolgere le cose se non riesce a condurre un moto di precessione dell’asse di rotazione dal basso verso l’alto e viceversa intorno ad un secondo asse rappresentato dagli interessi degli sconfitti. Ruotare sempre intorno al medesimo asse significherebbe generare quella tradizione fatta di conformismo facilmente sussumibile dal nemico. Il lavorio politico sta proprio nello spostare continuamente ed anticipatamente l’asse di rotazione per <em>strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla</em>. <em>Sentiamo che il grido di Zarathustra dice oggi: il popolo è morto! Come è possibile che voi, vecchi viandanti, non ve ne siete accorti? Ma il messaggio collettivo, che proviene da due secoli di lotte dei lavoratori, a loro volta eredi di una millenaria storia di rivolte delle classi subalterne, quel modo profondo di essere convinti che «noi è più che io», questo messaggio possiede ancora le condizioni per vivere, anche se non esprime adesso la volontà di vivere, in un’altra idea di solidarietà umana di parte. Quale questa deve essere, in quali soggetti incarnarsi, con quale forza imporsi, su quali tempi distendersi, è tutto questo che non si sa. E questa è la via della ricerca. «Profeta – dice Padre Turoldo – non è uno che annuncia il futuro,/è colui che in pena denuncia/il presente…». […] Contro quanto pensano tutti, la colpa del comunismo è quella stessa del moderno, secondo Nietzsche e Hölderlin: di non aver saputo generare nuovi de</em>i[4].</p>



<p>Da questo <em>«noi è più che io</em>» proveniente dalla parte degli sconfitti c’è bisogno di far ripartire la ricerca affinché possa tornare ad essere principio vitale, strategico-programmatico che inveri nuovamente quella sana tradizione non conformata né conformista che ci ricorda come <em>la moltitudine […] aveva un cuore solo e un&#8217;anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. […] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l&#8217;importo di ciò che era stato venduto […] e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno </em>(Atti 4,32-35).</p>



<p>È la comunità reale che si costituisce come controllo delle condizioni di esistenza di tutti gli individui componenti è ciò avviene quando essa si appropria delle forze produttivi e degli strumenti materiali di produzione promuovendo lo sviluppo di una totalità di capacità:<em> In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni</em>[4].</p>



<p>È <em>l&#8217;epilogo dell’etica marxiana</em>, direbbe Galvano della Volpe riferendosi al testo marxiano summenzionato, dove il moro di Treviri immagina una fase suprema della società comunista dove la socializzazione dei mezzi di produzione diventa creatrice di nuovi valori[5].</p>



<div style="height:74px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Note:&nbsp;</strong></p>



<p>[1] W. Benjamin, <em>Sul concetto di storia, op. </em>cit., p. 486.</p>



<p>[2] <em>Ibidem</em>, p. 486.</p>



<p>[3] <em>Ibidem</em>, p. 485.</p>



<p>[4] Mario Tronti, <em>Con le spalle al futuro</em>, Introduzione, Editori Riuniti, 1992.</p>



<p>[5] K. Marx,<em> Critica del programma di Gotha</em>, I, 1875.</p>



<p>[6] G. della Volpe, <em>La libertà comunista</em>, Bordeaux edizioni, 2018, p. 89.</p>
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		<title>SALARIO MINIMO E REDDITO DI CITTADINANZA: L&#8217;ESITO DEL NEOLIBERISMO</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Sep 2023 09:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito delle ultime settimane, dentro e fuori dal Parlamento, si è spesso focalizzato su due questioni, la soppressione (parziale) del reddito di cittadinanza e la proposta del salario minimo per legge. Ora del reddito di cittadinanza ci siamo ampiamente occupati negli scorsi anni[1][2], un ragionamento a parte richiede invece la questione del salario minimo. [&#8230;]</p>
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<p>Il dibattito delle ultime settimane, dentro e fuori dal Parlamento, si è spesso focalizzato su due questioni, la soppressione (parziale) del reddito di cittadinanza e la proposta del salario minimo per legge. Ora del reddito di cittadinanza ci siamo ampiamente occupati negli scorsi anni[1][2], un ragionamento a parte richiede invece la questione del salario minimo. Oltre a dare numeri non ci sembra che ci sia un reale dibattito che riesca ad andare oltre gli slogan e all’indignazione. Non ci è sembrato che le cifre sul salario minimo siano ancorate a considerazioni reali. Si danno i numeri, nove o dieci euro l’ora, che siano poi netti o lordi non si capisce. Ma sarebbe interessante capire se questi dieci euro sono una cifra che scaturisce da una analisi specifica sul potere d’acquisto o da una qualche indagine sul livello minimo necessario dei salari. A noi sembrano numeri dati un po’ a caso da esponenti di partito che pare non abbiano idea delle condizioni medie di lavoro in questo paese.</p>



<p>Il salario minimo dovrebbe forse riguardare i contratti di categoria o qualsiasi tipo di contratto? Non abbiamo sentore che questo provvedimento possa di fatto annichilire, ad esempio, il lavoro sommerso, o le contrattazioni anomale, tipiche del lavoro bracciantile e stagionale. Contratti part-time da 4-5 ore che celano, neanche tanto bene, 10-12 e più ore di lavoro quotidiano. Questi tipi di impiego semplicemente non subirebbero grosse limitazioni dall’introduzione di un salario minimo.</p>



<p>Ma ragionando sulla fase nel suo complesso è interessante capire come si è giunti a dover introdurre, per legge, l’ipotesi di un salario minimo e un sussidio al reddito. Appaiono incontrovertibili almeno due considerazioni, la prima è&nbsp; che le leggi di mercato, nella fattispecie il mercato del lavoro, non siano in grado di regolare o autoregolare alcunché. La seconda è che se il salario deve essere blindato da una legge dello Stato, non possiamo che prendere atto che il potere di contrattazione dei lavori e delle organizzazioni sindacali è stato pressoché azzerato.&nbsp;</p>



<p>È sempre un’arma a doppio taglio ciò che viene acquisito come diritto senza una effettiva base conflittuale che l’abbia ottenuto e un soggetto reale che sappia difenderlo. In altri termini, se non è la lotta che produce il diritto, il rischio è sempre quello di vedersi smantellare da un giorno all’altro una misura &#8211; come ad esempio il reddito di cittadinanza, utile in una fase di profonda crisi &#8211; solo per scelte ideologiche del Governo che sussegue.</p>



<p>È interessante, ad ogni modo, comprendere come si sia giunti ad immaginare dispositivi di legge che sanciscano un salario minimo e un sostegno al reddito per individui e nuclei familiari in difficoltà. Solo quarant’anni addietro avrebbero fatto accapponare la pelle perché considerati assurdi. Assurdità che risiedeva da un lato nel fatto che l&#8217;esistenza del welfare statale sosteneva le esigenze di base di individui e nuclei familiari e dall’altro nella struttura di un sistema economico che si sosteneva nell&#8217;equilibrio fra spesa pubblica ed export.&nbsp;</p>



<p>Un sistema nel quale trasporti, istruzione, sanità e alloggi non solo erano accessibili, ma fornivano essi stessi una base reddituale stabile grazie alla forza lavoro necessaria al loro funzionamento (anche se spesso potesse apparire sovrannumeraria). Seppur tra alti e bassi e tra le mille pieghe dell&#8217;italica corruttela gli apparati statali hanno comunque garantito e sostenuto la crescita del Paese. Crescita che, seppur impostata su un modello &#8220;sviluppista&#8221; e senza badare ai costi sociali ed ambientali, ha consentito per oltre trent’anni quantomeno un miglioramento delle condizioni materiali della popolazione.</p>



<p>Non è un sussulto di nostalgia, ma solo una descrizione, seppur molto spiccia, di come funzionava il sistema socio-economico fino ai primi anni ‘90. In una sorta di rapporto sussidiario l&#8217;industria dava lavoro e lo Stato pensava, attraverso le commesse e i vari appalti, a garantire una domanda di un certo rilievo ai settori produttivi chiave. Senza contare al diretto impegno statale in alcune branche dell&#8217;economia e dell&#8217;industria. Queste con le varie catene di valore (chiamiamolo indotto se vogliamo) trasferiva la domanda sotto forma di produzione. Il tutto si concludeva con la paga di stipendi e salari, che seppur non stratosferici venivano compensati dai servizi che <em>de facto</em> agivano come reddito indiretto. L&#8217;<em>equo canone</em>, per esempio, ha mantenuto calmierati i prezzi degli affitti consentendo di massimizzare anche i salari più bassi (pur se con alterne fortune), favorendo mobilità geografica. A questo si univa il corollario di servizi alle famiglie, da quella pediatrica agli asili nido ecc.; pur con molti limiti e disfunzioni, consentivano di tenere alta la natalità. Fattore questo che manda in crisi il modello di sviluppo liberista. Analogo ragionamento si potrebbe fare sulla funzione che ha svolto per lungo tempo lo strumento economico della <em>scala mobile</em> sul potere d’acquisto dei salari attraverso l’indicizzazione automatica degli stessi in funzione degli aumenti dei prezzi di alcune merci.</p>



<p>Non era il paradiso socialista e non era la terra promessa, era molto semplicemente un sistema socio-economico nel quale la spesa pubblica mandava avanti non solo le cordate di banchieri, industriali e costruttori, ma cercava di ingraziarsi il popolo con una serie di servizi, dietro ai quali ovviamente c’era un complesso meccanismo di nepotismi, clientele, feudi, potentati e baronie varie. Un sistema che ammetteva la raccomandazione come elemento necessario per inserirsi nei ranghi. Quindi una architettura complessa di interessi politici ed economici che trovavano punti di equilibrio più o meno stabili nei gangli della burocrazia. Nella quale era assai normale essere servo di due padroni. Ma nella sua assurda complessità quel sistema non avrebbe mai preso in considerazione questioni come salario minimo o reddito di cittadinanza. Non tanto per ragioni ideologiche, ma perché non se ne ravvedeva la necessità.</p>



<p>La svolta ultra liberista o neo liberista, ha imposto un radicale cambio di rotta, diradando, fino a farli scomparire, i servizi gratuiti o a canone agevolato attraverso la progressiva aziendalizzazione del comparto pubblico. Con questo si è rarefatto il potere decisionale politico all’interno del meccanismo di spesa dei fondi pubblici, forse ciò ha contribuito a erodere la fiducia nella politica rappresentativa: se non mi puoi assumere cosa ti voto a fare? Ma quel che è peggio è che con lo sgretolamento di quel modello di economia mista pubblico-privato, sono saltati i calmieri sui prezzi di alimentari, casa ed energia. Assieme a ciò è stata ridisegnata l&#8217;architettura del diritto al lavoro e dello stesso mercato del lavoro. Più dinamico e flessibile, in altre parole la necessaria precarizzazione per garantire profitti più alti e meno problemi per licenziare.</p>



<p>Assieme a questo cambiamento strutturale si sono ovviamente “riconfigurati” (per non dire adeguati) soggetti socio-politici storici come partiti e sindacati, i quali perdendo gradualmente, ma inesorabilmente, terreno in termini di consenso, potere contrattuale e di mobilitazione, hanno assunto una funzione completamente diversa da 30-40 anni a questa parte. Soprattutto le organizzazioni sindacali, cosiddette di sinistra, sono passate nel giro di circa sessant&#8217;anni da soggetti politici con l&#8217;intento di organizzare le masse dentro e fuori dai posti di lavoro, a soggetti di mediazione fra il capitale e il lavoro per terminare come agenzia di servizi e facilitatori.&nbsp;</p>



<p>Su questa evoluzione del ruolo sindacale&nbsp; centreremo parte della nostra analisi. Ora è chiaro che non possiamo considerare i sindacati come capro espiatorio per tutti i disastri, gli arretramenti e l&#8217;erosione dei diritti dei lavoratori. Però se il sindacato diventa il fluidificante per i fisiologici attriti fra capitale e lavoro, facendo digerire dei contratti di categoria via via sempre più dequalificanti, non può neanche dirsi scevro da responsabilità.</p>



<p>Se da un lato abbiamo contratti di categoria fatti accettare come inevitabili, dall&#8217;altro abbiamo categorie non sindacalizzate, che devono accettare forme di sfruttamento e precariato senza alternative (vedi gli stagionali, dalle mondine degli anni &#8217;20 ai camerieri di oggi non c&#8217;è quasi soluzione di continuità). Quindi si configura un mondo del Lavoro a tutele differenziate, con i lavori tradizionali (industria su tutti) con contratti ancora accettabili e Iavori di nuova introduzione (vedi i riders) che non hanno una loro categoria di riferimento. Poi troviamo lavori sia storicamente non tutelati (stagionali agricoli e turistici) sia lavori che permangono nel sommerso come accompagnatori e badanti.</p>



<p>L&#8217;incedere della precarizzazione per flessibilizzare il mercato del lavoro, unito alla sparizione dei calmieri per le fluttuazioni di prezzo insite nell&#8217;aggressività di taluni mercati come quello immobiliare, ha finito per configurare una costante compressione della capacità di spesa di buona parte della popolazione. Ma la trasformazione da società in chiave socialdemocratica in una ultra capitalista non implica solo che la domanda di beni e servizi cresca. Quello che determina la regola del gioco è la concorrenza e il vantaggio competitivo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>I due sistemi non differiscono solo per il dinamismo intrinseco, ma per il piano della concorrenza, che fra gli anni ‘80 e ‘90 si è spalancata al mondo intero in maniera sempre più caustica. Da qui nascono le prime problematiche strutturali, la necessità cioè di essere competitivi e flessibili, di poter delocalizzare e ridisegnare l’architettura aziendale in tempi rapidi. L&#8217;esternalizzazione di parti della produzione in aree più convenienti ha aumentato i dividendi ma ha ridotto la forza lavoro. Lo spostamento del baricentro di interessi dal mercato nazionale a quello globale ha fatto sì che il consumo interno cominciasse a non essere più un assillo per determinate industrie, che nel tempo avevano cominciato ad invadere altri mercati.&nbsp;</p>



<p>Ma un’altra parte dell’economia nazionale si regge sui consumi, che venendo meno innescano un fenomeno anomalo, ossia alcuni settori in rapida crescita e altri in stagnazione, solo che a crescere non sono i settori che impiegano forza lavoro di massa, crescono i servizi con contratti a tempo determinato e salari bassi. Questo non stimola nessun tipo di crescita. Tutto ciò unito alla sparizione del welfare in tutte le sue declinazioni ha condotto ad un periodo di instabilità continua.</p>



<p>Gli alloggi costano sempre di piú sia da acquistare che da prendere in locazione. Il che implica o una spesa familiare che grava da un terzo a piú del 50% del reddito per la casa o trovare alloggi economici ma piú distanti dal luogo di lavoro, il che implica costi crescenti per gli spostamenti. Dove prima equo canone e trasporto collettivo riuscivano a mitigare le spese e massimizzare il potere d’acquisto del salario oggi il meccanismo è saltato. Il che vuol dire che tutto o quasi grava per intero (ossia a prezzo di mercato) su redditi discontinui ed esili.</p>



<p>È abbastanza ovvio che la domanda di beni e servizi tende ad assottigliarsi con questo meccanismo. Da qui l&#8217;esigenza di supportare la domanda con un sostegno al reddito[3]. É in quest&#8217;ottica che a nostro avviso vanno inquadrati tanto il reddito di cittadinanza quanto il salario minimo. Per ottenere i quali si deve ricorrere alla spesa pubblica. Quindi un processo di sostegno pubblico alla crescita della domanda. Non vediamo in questa strategia nessuna ombra di keynesismi di sorta.</p>



<p>In piú ravvisiamo il fallimento del comparto sindacale, nel pur misero ruolo di mediatore per la ridistribuzione della ricchezza prodotta. Se deve intervenire un dispositivo per imporre un trattamento salariale minimo per mantenere un certo equilibrio nei consumi significa che, come già accennato, il mercato tende a massimizzare il profitto più che trovare un optimum di equilibrio per garantire il prosieguo dei cicli di produzione. Ma significa anche che tutto l&#8217;apparato sindacale ha come obiettivo tutt&#8217;altro rispetto all’emancipazione di classe dal lavoro salariato.</p>



<p>In questo meccanismo manca ancora una considerazione, ossia che gli stati membri dell&#8217;UE non possono indebitarsi all&#8217;infinito per garantire il rientro dei prestiti contratti sui mercati azionari. Ciò apre un campo di analisi abbastanza complesso ma oltremodo interessante ossia il conflitto tra capitalismo finanziario e capitalismo produttivo. Il secondo tende a soccombere alle richieste del primo se la spesa pubblica (o i mancati introiti fiscali) non può crescere per sostenere la domanda.</p>



<p>È un circolo vizioso, solo che dalla parte della finanza c&#8217;è il mastodonte dell&#8217;UE, con le sue regole e i suoi apparati (Commissione europea MES e BCE), mentre dalla parte della produzione ci sono i goffi tentativi di governi sempre più improbi e male assortiti. Ora lungi da noi liquidare la questione del salario minimo o del reddito di cittadinanza. Sono comunque sostegni a situazioni di indigenza. Ma cosa succede quando questi vengono poi realmente applicati?</p>



<p>Il Reddito di Cittadinanza è stato smantellato e sarà ripristinato nell&#8217;ottica del workfare sul modello tedesco[4], un reddito condizionato non solo in entrata, ma anche in uscita. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che sarà condizionato all&#8217;accettazione di qualsiasi tipo di lavoro e in qualsiasi luogo e per periodi variabili. Immaginiamo una persona residente in provincia di Messina che per mantenere il reddito deve lavorare per Tre mesi a Milano, potrebbe tranquillamente accadere se entra il modello Hertz IV. Ora per mantenere 800 euro al mese dovrebbe spendere in quei Tre mesi magari 900 euro per alloggio, trasporto e alimenti. Come se non bastasse nell&#8217;ipotesi in cui restasse qualcosa in tasca, questo non sarebbe liberamente spendibile per comprare ciò che si vuole. Sarebbe invece vincolato a determinati prodotti. L&#8217;avvento della valuta digitale favorirebbe il processo di controllo della spesa.&nbsp;</p>



<p>Avviandoci alla conclusione possiamo considerare quindi il sistema nel suo complesso avendo qualche idea in più per confrontarlo con il passato. Il sistema attuale prevede comunque un esborso di fondi pubblici, ma mentre fino a circa trenta, trentacinque anni orsono la spesa pubblica era uno dei pilastri dell’economia reale. Oggi la spesa pubblica è sempre più imbrigliata dai grandi interessi finanziari, ostaggio del patto di stabilità e sempre meno utile a mantenere attiva l’economia reale. In sintesi si spende di più ma gli effetti di questa spesa non sono percepiti come investimento per la società ma per mantenere interessi particolari. Al di là della parentesi della pandemia nella quale si è potuto (o dovuto) spendere per puntellare un sistema economico fragile, oggi si intravede nuovamente la scure dell’austerity.&nbsp;</p>



<p>Quindi il “dilemma”: elargire denaro direttamente agli individui e famiglie per scongiurare tanto una recessione quanto una crisi sociale, oppure investire denaro pubblico per risollevare l’economia secondo uno schema tipicamente keynesiano. A quanto pare ambedue le soluzioni sembrano essere escluse dal dibattito. Si preferisce una sorta di terza via, un workfare misto ad un minimo salariale garantito, sostenuto dal taglio delle imposte. Sarebbe interessante qual è la contropartita. Un taglio alla contribuzione o un taglio alle imposte delle aziende (IVA, IRPEF, addizionale IRPEF, IRI, IRES e IRAP) sembrano quelle più gettonate, ma non sono provvedimenti senza conseguenze e non possono durare a lungo. La prima indebolirebbe la previdenza sociale già di per sé traballante in quanto il precariato ha ridotto il flusso di cassa in entrata dell’ INPS e gli investimenti hanno fatto il resto. Il taglio alle imposte alle imprese ridurrebbe sensibilmente una delle voci in entrata più corpose del bilancio statale. Certamente &#8211; qualcuno potrebbe obbiettare &#8211; ci sarebbero altre corposissime voci di bilancio “distratte” o “dirottate” altrove (vede le spese militari, ad esempio) ma resta, a nostro avviso, sempre una considerazione di fondo e cioè da cosa e da chi sono indotte le scelte economiche di governo. Sono effetti del conflitto capitale-lavoro o semplicementi aggiustamenti strutturali di un sistema economico in adattamento permanente? Visto l’attuale panorama del conflitto di classe, noi crediamo sia la seconda.</p>



<p>Al di là di speculazioni e tecnicismi rimane un punto fermo in questo discorso. Oggi si spende molto più di ieri[5], questa spesa ci costa in termini di tagli continui ai servizi e privatizzazioni continue. Da tale indebitamento non sortiscono vantaggi per la popolazione ma solo per determinati interessi. In tutto questo meccanismo&nbsp; le voci contrarie sembrano sparite del tutto o, se ancora esistono, sono ridotte al silenzio. Tutto ciò che un tempo si muoveva fuori dal parlamento sembra preoccupato da ben altri problemi più che dagli scenari da qui ai prossimi cinque o dieci anni. Quando cioè potrebbero esserci da un lato delle strette dell’austerità dall’altro potremmo arenarci un una stagnazione recessiva. Non che ci interessi molto che il motore economico si fermi, ma a livello sociale cosa può accadere nel momento in cui i riferimenti storici sono evaporati e al loro posto c’è un misto fra il “si salvi chi può” e &#8220;ognuno pensi per sé”?&nbsp;</p>



<p>Nel momento in cui il germe più nefasto dell&#8217;ideologia dominante, il liberismo più bieco, ha infettato tutta la struttura sociale, l’individualismo spinto ha soppiantato l’agire comunitario, collettivo e sociale. Quando questo sistema mostrerà tutte le contraddizioni in un vacillamento più evidente di quelli che ormai riteniamo la normalità, cosa ne sarà del rancore e della rabbia degli &#8220;ultimi&#8221; che nel frattempo lo saranno diventati ancora di più? Purtroppo non abbiamo notizia di organizzazioni che stiano prevedendo gli scenari più cupi e stiano cercando di creare quelle necessarie interconnessioni sociali che solo il recupero dell’agire collettivo può assicurare.</p>



<p>Ci giungono al contrario notizie di proteste contro l’eliminazione del reddito di cittadinanza &#8211; legittime per carità in un momento drammatico come questo &#8211; ma se possiamo esprimere un pensiero alla luce di quanto fin qui detto, va benissimo pretendere che il denaro pubblico sia speso per il popolo e non per mantenere i mercati finanziari o per gonfiare le spese militari ma, nell’ottica del significato che il reddito di cittadinanza ha nel sostegno all&#8217;economia, crediamo che forse assieme a tale rivendicazione, o attraverso tale rivendicazione, si dovrebbero costruire processi di critica al significato del reddito in questa fase storica[6].&nbsp;</p>



<p><strong>Note:</strong></p>



<p>[1].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2020/04/21/effetto-coronavirus-crescita-domande-reddito-di-cittadinanza/">EFFETTO CORONAVIRUS: CRESCITA DOMANDE REDDITO DI CITTADINANZA</a>, Malanova, 21/04/2020</p>



<p>[2].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2019/04/19/cosa-succede-al-reddito-di-cittadinanza/">COSA SUCCEDE AL REDDITO DI CITTADINANZA?</a>, Malanova, 19/04/2019</p>



<p>[3].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2022/07/13/reddito-di-cittadinanza-un-rattoppo-a-una-transizione-di-fase/">REDDITO DI CITTADINANZA: UN RATTOPPO A UNA TRANSIZIONE DI FASE</a>, Malanova, 13/07/2022</p>



<p>[4].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2022/09/02/lavoro-reddito-e-consumo-ii/">LAVORO, REDDITO E CONSUMO (II)</a>, Malanova, 02/09/2022</p>



<p>[5].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.intesasanpaolo.com/content/dam/vetrina/documenti/mercati/obbligazioni/2020/focus-obbligazioni-22052020.pdf">Il debito pubblico italiano: storia di un sasso diventato macigno</a>,&nbsp; Intesa Sanpaolo, Focus maggio 2020</p>



<p>[6].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2023/02/28/reddito-e-movimento/">REDDITO E MOVIMENTO</a>, Malanova, 28/02/2023</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/09/27/salario-minimo-e-reddito-di-cittadinanza-lesito-del-neoliberismo/">SALARIO MINIMO E REDDITO DI CITTADINANZA: L&#8217;ESITO DEL NEOLIBERISMO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>UN NOSTRO PENSIERO SU MARIO TRONTI</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Sep 2023 08:35:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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		<category><![CDATA[TRONTIANA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/09/16/un-nostro-pensiero-su-mario-tronti/">UN NOSTRO PENSIERO SU MARIO TRONTI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>Come da nostra abitudine, oramai consolidata, cerchiamo di evitare per quanto possibile i commenti a caldo. Soprattutto quando sono relativi a dipartite di personalità che hanno giocato un ruolo determinante in merito alla teoria politica o all&#8217;analisi di fasi storiche particolarmente complesse. Non è facile spiegare che relazione intercorra tra la nostra redazione e la figura di Mario Tronti per almeno due ordini di motivi. Il primo é che il pensiero di Tronti rappresenta un po&#8217; l&#8217;ossatura metodologica sulla quale costruiamo gran parte delle nostre analisi, con questo non vogliamo ovviamente definirci epigoni o ancora peggio depositari di alcun pensiero. Riteniamo di aver trovato una rara freschezza e attualità nel pensiero trontiano, cercando quindi di ravvivarlo nella prassi di &#8220;interrogare&#8221; la fase nella quale viviamo. Il secondo motivo risiede più nella natura della redazione che nel pensiero di Tronti. La strutturazione dell&#8217;indagine socio-politica fornita dalla corposa letteratura di e su Tronti, ha consentito un nostro serrato e a volte concitato dibattito interno. Pur provenendo, noi redattori, dal grande calderone della cosiddetta sinistra extraparlamentare, vi apparteniamo con sfumature marcatamente differenti. Da quella piú autonoma a quella libertaria. Il dibattito sviluppatosi attorno alla ricerca di una attualizzazione del pensiero di Mario Tronti, per altro al di là dall&#8217;essersi concluso, ha consentito un chiarimento e una riconfigurazione dei nostri parametri analitici. Un momento di maturazione e affinamento del pensiero in seno ad un processo di scrittura collettiva.</p>



<p>La dipartita di Tronti non segna ovviamente nessuna battuta d&#8217;arresto di questo processo. Se mai preclude la possibilità di conoscere il punto di vista sulla futura evoluzione della fase di una mente indagatrice e riflessiva come quella trontiana.</p>



<p>Crediamo che oltre ai grandi pensatori rivoluzionari del XIX secolo, siano ancora da approfondire un nutrito gruppo di teorici a cavallo fra la grande stagione della contestazione, l&#8217;avvento del pensiero postmoderno fino all&#8217;esaurirsi del sistema generato dalla guerra fredda.</p>



<p>Fasi storiche complesse nelle quali anche eventi geograficamente circoscritti assumevano un rilievo strategico sia dal punto di vista della narrazione del capitale sia da quella della contronarrazione di movimento. In queste poche decadi si è consumato il propellente del &#8216;900 e in pochi hanno colto cosa sarebbe accaduto &#8220;dopo&#8221;. Eppure, a volerle vedere, le traiettorie erano chiare e le analisi sulla fabbrica diffusa, sulla produzione cognitiva, l&#8217;economia immateriale e la precarizzazione erano un fatto in via di compimento piú che un&#8217;ipotesi.</p>



<p>La crisi del soggetto e la rarefazione della classe operaia, &#8220;evolutasi&#8221; in classe precaria a tutto tondo, era già visibile ai primi bagliori degli anni &#8217;90. Ebbene la capacità di intravedere le tendenze e immaginare i punti di caduta del Sistema appartiene a quegli attenti pensatori dei quali Tronti ha fatto parte.</p>



<p>Non abbiamo mai immaginato di rinverdire o ritracciare il pensiero trontiano, se mai il nostro intento è quello di abbandonare il codismo o, in termini piú nobilitanti, la prassi da retroguardia e tornare a ragionare secondo un metodo analitico per interrogare la fase. Evitando cadute da adepti del &#8220;trontipensiero&#8221;, abbiamo cercato di prendere ciò che di attualizzabile c&#8217;era e di innestarlo in un ragionamento complesso che tenesse assieme l&#8217;analisi della fase con l&#8217;inchiestare alcune evidenze processuali della stessa. Il tutto ovviamente all’interno di un&#8217;operazione con successive approssimazioni e sintesi parziali, barcamenandoci tra personali aderenze ad alcune forme pensiero e l’accettazione di contraddizioni spesso non percepite. Un processo che ci ha piacevolmente costretti a rivedere e mettere in discussione assunti che consideravamo assodati e stabili. Il confronto interno ha poi sortito i suoi primi effetti, portandoci a relazionarci con ciò che avevamo immediatamente attorno a noi.</p>



<p>Abbiamo decostruito in primis la narrazione proveniente dall&#8217;interno del movimento per decodificare la crisi che lo attraversa da almeno sei lustri, per poi giustapporre quanto ottenuto alla narrazione imperante del Sistema socio economico nel quale siamo immersi. Ciò che è facilmente osservabile è come il movimento antagonista europeo sia in balia del Sistema, avendone assorbito I canoni fondativi[1]. Nulla di eclatante dal momento che abbiamo descritto, anche se per sommi capi, un processo che è alla luce del sole, ma forse non ancora a tutti chiaro.&nbsp;</p>



<p>È nel solco dell&#8217;eterodossia del pensiero di personalità come Alquati, Tronti, Panzieri, ecc. che abbiamo cercato strumenti utili per comprendere il nostro presente. La complessità come elemento base col quale confrontarsi ed evitare la banalizzazione dei processi facendo scadere l&#8217;analisi nella narrazione. Il punto di innesto della sussunzione della struttura del movimento, a nostro modo di vedere, è quello partendo dal quale si è cominciato a retrocedere sul piano analitico per indulgere su quello narrativo, giungendo a deduzioni via via sempre piú distanti dalla realtà dei problemi. Un&#8217;auto narrazione consolatoria al posto di un’interrogazione realistica e dolorosa della fase. Alla dialettizzazione dei problemi si è sostituita la problematizzazione della dialettica. Un abbandono quasi scientifico degli strumenti utili a sondare la complessità della nostra contemporaneità. Il mantra del superamento del &#8216;900 ha avuto una presa tanto efficace da farci gettare tutto, bimbo, acqua sporca e finanche la tinozza. Proprio al contrario del pensiero Trontiano che ha origine, sviluppo ed epilogo tutti interni al ‘900, una fase storica, secondo il nostro, ancora da scandagliare per comprenderne la complessità e le intuizioni. Tutto ciò non per fare un inutile feticcio del contenitore novecentesco con le sue lotte, le sue vittorie e le sue sconfitte, ma per tenere sempre con sé la storia, senza la quale non si può ricostruire alcunché. Un procedere “con le spalle al futuro”, consci del passato nel mentre si procede nel buio del presente.</p>



<p>Abbandonare i metaracconti in virtù di una svolta epocale (la fine della storia) per abbracciarne inconsapevolmente un altro che non ha antagonisti ma indossa I panni dell&#8217;ineluttabilità. Da questo avanzare a tentoni nella “libertà dello spirito” scaturisce quella linea di pensiero &#8220;eretica&#8221; di cui Tronti faceva parte e che ha continuato fino alla fine. Mai simile a se stesso, capace di valicare più volte la palizzata ideologica, recuperando in varie fasi ciò che c’era di interessante per la causa degli oppressi nel pensiero conservatore, anche di quello troppo frettolosamente etichettato come nazista di Carl Scmitth, fino ad arrivare a fare irruzione nel pensiero teologico-politico dell’ultima fase.&nbsp; Troppo semplice rompere il suo pensiero in un prima ed in un dopo. Più difficile cogliere il fatto che mentre lui apriva nuovi scenari, il resto del mondo a sinistra rimaneva incatenato a forme politiche oramai sorpassate dalla realtà. Dalla sua postazione, stabilmente in prima linea, fatta della sostanza di un pensiero adulto e irriducibile a facili schematismi, ci aveva messo in guardia già molto tempo prima che la crisi fosse irreversibile. In molti libri si chiedeva sconfortato: “ci saranno nuove generazioni ad interessarsi del politico?” &#8211; aggiungiamo noi &#8211; senza facili sistematizzazioni e paludi ideologiche?</p>



<p>Il lascito critico e metodologico del pensiero trontiano, certamente non solo quello, merita una attenta rilettura e una sistematica messa in atto.&nbsp;</p>



<p><em>Avrei&nbsp; voluto&nbsp; che&nbsp; fosse&nbsp; questo&nbsp; il&nbsp; titolo&nbsp; del&nbsp; libro. [&#8230;] «Senza&nbsp; titolo»,&nbsp; perché&nbsp; non&nbsp; è&nbsp; tempo&nbsp; di&nbsp; grandi&nbsp; affermazioni,&nbsp; di&nbsp; parole&nbsp; che&nbsp; si caricano&nbsp; di&nbsp; senso&nbsp; futuro.&nbsp; Siamo&nbsp; stretti&nbsp; nel&nbsp; presente,&nbsp; non&nbsp; solo&nbsp; incapaci&nbsp; di&nbsp; uscirne,&nbsp; ma&nbsp; in&nbsp; difficoltà&nbsp; a&nbsp; muoverci&nbsp; in&nbsp; esso,&nbsp; con&nbsp; la&nbsp; grinta&nbsp; delle idee,&nbsp; cioè&nbsp; con&nbsp; le&nbsp; armi&nbsp; della&nbsp; critica.&nbsp; E&nbsp; tuttavia:&nbsp; c’è&nbsp; necessità&nbsp; e&nbsp; urgenza non&nbsp; soltanto&nbsp; di&nbsp; ripensare,&nbsp; come&nbsp; tutti&nbsp; sono&nbsp; disposti&nbsp; ad&nbsp; ammettere, ma&nbsp; di&nbsp; pensare&nbsp; e&nbsp; basta,&nbsp; di&nbsp; «pensare&nbsp; contro»,&nbsp; contro&nbsp; il&nbsp; mondo&nbsp; e&nbsp; contro&nbsp; l’uomo&nbsp; di&nbsp; oggi. [&#8230;] Da&nbsp; tenere&nbsp; ben&nbsp; fermo&nbsp; il&nbsp; punto:&nbsp; che&nbsp; non&nbsp; si&nbsp; tratta&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; approdo, bensì&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; attraversamento.&nbsp; Su&nbsp; una&nbsp; terra,&nbsp; per&nbsp; questo&nbsp; tipo&nbsp; di&nbsp; cultura,&nbsp; quasi&nbsp; di&nbsp; nessuno.&nbsp; All’interno&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; percorso&nbsp; e&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; viaggio&nbsp; intellettuali,&nbsp; che&nbsp; si&nbsp; complicano,&nbsp; arretrano,&nbsp; deviano,&nbsp; cercano&nbsp; di&nbsp; spezzare l’accerchiamento,&nbsp; badano&nbsp; a&nbsp; non&nbsp; perdere&nbsp; la&nbsp; direzione:&nbsp; che&nbsp; è&nbsp; quella sempre&nbsp; del&nbsp; capire&nbsp; per&nbsp; cambiare,&nbsp; del&nbsp; comprendere&nbsp; per&nbsp; trasformare. [&#8230;]&nbsp; Essenziale&nbsp; è&nbsp; tenere&nbsp; saldo&nbsp; in&nbsp; pugno&nbsp; il&nbsp; filo&nbsp; della&nbsp; ricerca,&nbsp; superando&nbsp; e&nbsp; superandosi, pur&nbsp; non&nbsp; sapendo&nbsp; dove&nbsp; il&nbsp; tutto&nbsp; andrà&nbsp; a&nbsp; parare.&nbsp; Libertas&nbsp; philosophandi è&nbsp; rivendicazione&nbsp; che&nbsp; va&nbsp; avanzata&nbsp; da&nbsp; noi&nbsp; a&nbsp; noi&nbsp; stessi,&nbsp; rispetto&nbsp; a&nbsp; una tradizione,&nbsp; ai&nbsp; suoi&nbsp; fondamenti,&nbsp; con&nbsp; i&nbsp; suoi&nbsp; caratteri&nbsp; e&nbsp; con&nbsp; le&nbsp; sue&nbsp; componenti,&nbsp; fondamentalmente&nbsp; marxismo&nbsp; più&nbsp; movimento&nbsp; operaio.&nbsp; Stare&nbsp; su&nbsp; questo&nbsp; solco,&nbsp; ma&nbsp; sciolti&nbsp; da&nbsp; vincoli&nbsp; di&nbsp; fedeltà&nbsp; anche&nbsp; solo&nbsp; al&nbsp; metodo&nbsp; dell’analisi.&nbsp; Va&nbsp; ribadita&nbsp; un’eredità&nbsp; di&nbsp; storia,&nbsp; va&nbsp; liberata&nbsp; un’appartenenza&nbsp; di&nbsp; cultura </em>(M. Tronti, <em>Con le spalle al futuro</em>, p. IX, 1992).</p>



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<p><strong>note</strong></p>



<p><strong>[1]</strong> Alcuni aspetti dei processi di sussunzione al capitale di ampie fette di movimento, sono stati affrontati recentemente dalla redazione di Malanova all’interno del saggio <em>Sussunzione e Movimento</em> pubblicato in tre separati interventi. Per chi volesse approfondire, questi sono i link:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/">SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (I)</a></li>



<li><a href="https://www.malanova.info/2023/03/28/sussunzione-e-movimento-ii/">SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (II)</a></li>



<li><a href="https://www.malanova.info/2023/04/04/sussunzione-e-movimento-iii/">SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (III)</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/09/16/un-nostro-pensiero-su-mario-tronti/">UN NOSTRO PENSIERO SU MARIO TRONTI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LA SOCIETÀ NICHILISTA È L&#8217;OBIETTIVO RAZIONALE DEL CAPITALE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/07/07/la-societa-nichilista-e-lobiettivo-razionale-del-capitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 17:41:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La razionalità è qualcosa di labile e assai difficilmente definibile. Già Max Weber intuì la razionalità come elemento dinamico appartenente all’umano agire[1]. La diversificazione fra razionalità rispetto al valore e razionalità rispetto allo scopo ha fatto piombare nella confusione chi vedeva la razionalità come una sorta di “subordinato&#160; etico” che suggeriva ciò che era meglio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/07/07/la-societa-nichilista-e-lobiettivo-razionale-del-capitale/">LA SOCIETÀ NICHILISTA È L&#8217;OBIETTIVO RAZIONALE DEL CAPITALE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La razionalità è qualcosa di labile e assai difficilmente definibile. Già Max Weber intuì la razionalità come elemento dinamico appartenente all’umano agire[1]. La diversificazione fra razionalità rispetto al valore e razionalità rispetto allo scopo ha fatto piombare nella confusione chi vedeva la razionalità come una sorta di “subordinato&nbsp; etico” che suggeriva ciò che era meglio o giusto fare. Valore e scopo, invero, non sono concetti così facilmente universalizzabili, è sempre una questione intimamente legata al contesto nel quale si agisce. Si potrebbe dire che siano prodotti storici. In guerra come in situazioni di carestia, crisi economica o di decadenza dei sistemi di equilibrio sociale, valori come quello della vita, della dignità e del rispetto reciproco appaiono assai meno universali. Quando il concetto di valore muta, cambiano di conseguenza tutti i riferimenti ad esso collegati e da questo dipendenti.</p>



<p>Quando l’equilibrio sociale non è più retto da valori etici e si passa ai valori materiali non ci si può attendere altro che un cambiamento della struttura di riferimento su cui una società evolve. Con questo non va inteso che nell&#8217;antichità la società fosse moralmente più sana o eticamente più elevata. Semplicemente la governance faceva leva sui sentimenti (paura e terrore compresi) per garantire il suo controllo. L’egemonia culturale, cioè l’imposizione di una e una sola visione del reale, si alimentava di elementi valoriali “eticamente” fondati. Il fatto che l’etica non sia un valore assoluto la dice lunga sull’universalizzabilità dei valori di una società.&nbsp;</p>



<p>Oggi l’egemonia culturale si estrinseca nella narrazione totalizzante del libero mercato. Si badi bene che questo è sempre e solo strumentale alla necessità principale della leva del potere. Al contempo non si tratta solo di un cambio di conformazione sociale alle esigenze del potere, ma di un cambio del paradigma valoriale attraverso il quale il potere opera. Quello che cambia e complica le cose è l&#8217;acquisizione di conoscenze tali da ridefinire il ruolo dell’essere umano con sé stesso, con la natura e&nbsp; il suo rapporto con l’esistenza. Lo sviluppo tecnologico ha liberato le possibilità illimitate della tecnica in quanto volontà di potenza.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Se ci spingiamo più a fondo nell’analisi dell’apparente dualismo “tecnica ed etica&#8221; noteremo che non cambiano solo i valori, con essi cambiano necessariamente gli scopi che ci prefiggiamo. Lo scopo non è quindi un succedaneo del valore ma si attualizza attraverso di esso. Finanche la razionalità rispetto ad uno scopo, ovviamente riferita agli esseri umani, proposta da Weber può essere letta non come come la spinta a realizzare qualcosa che abbia una certa importanza. Tale importanza non può prescindere da un qualsivoglia valore sia esso sociale, culturale, politico, economico.&nbsp;</p>



<p>Si potrebbe quindi osservare che non si dà scopo senza una base valoriale. Che motivo avrebbe un individuo o una comunità di fare o non fare qualcosa se non credesse che ciò possa essere utile o giovare in qualche modo? E cosa fa si che il risultato sperato sia utile? Cosa se non un valore fondativo, un elemento che conforma, sostanzia, intenziona e configura le attività di un singolo o di una collettività. Scopo e valore sono quindi connessi da un legame sotterraneo, fondativo, paradigmatico. Non sono dati nell’universalità ma all’interno di contingenze storiche. Per comprendere ciò è forse utile comprendere più a fondo la differenza fra etica e tecnica in termini di valore e scopo. Ciò è possibile solo abbandonando giudizi moraleggianti.&nbsp;</p>



<p>Una delle migliori definizioni della tecnica viene fornita da Emanuele Severino il quale ne definisce i contorni in maniera estremamente chiara, descrivendone il valore generativo: <em>Il valore della tecnica dovrebbe essere quello di servire le richieste delle grandi forze culturali e ideologiche dell’occidente, come l’umanesimo, il cristianesimo o il capitalismo, ma anche la tecnica ha un suo valore che riguarda la capacità di produrre tutti i valori. Il valore in cui la tecnica consiste e che costituisce il suo scopo è la volontà di incrementare all’infinito la capacità di realizzare qualsiasi scopo e quindi qualsiasi valore</em>[2].</p>



<p>Scopo e valore qui agiscono diacronicamente, come conseguenza di una necessità originaria. Una volta interiorizzato il principio della tecnica possiamo comprendere il perché valore e scopo emergano come elementi interdipendenti e intrecciati. Se quindi accettiamo che il valore preordina lo scopo allora più che razionalità potremmo parlare di logica aderente allo scopo, di ratio attraverso la quale ottenere qualcosa. Che poi il percorso per giungere allo scopo sia razionalizzabile in un quadro di azioni, mansioni, compiti e fasi questo attiene alla visione della “produzione di scopi”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Qui potremmo avere quello “iato funzionale” tra valore determinante e determinazione dello scopo, nel senso che il meccanismo, il processo o il percorso per raggiungere lo scopo è tanto determinante per lo scopo in sé quanto determinato dal valore che lo fonda. Potremmo quindi affermare che il modo di darsi di un processo è determinato dal sistema entro cui questo avviene.&nbsp;</p>



<p>In una fase storica nella quale il valore imperante è quello economico, gli scopi ad esso associati non possono che configurarsi come economicamente significativi. Il valore economico deve essere ben specificato, non ci si può quindi semplicemente riferire all’inflazionato “dio denaro”. Questo va invece inteso in quanto valore superiore che determina e legittima il potere decisionale, quindi la capacità di coercizione sociale. Se quindi lo scopo ultimo è la perpetuazione del potere, possiamo comprendere come il cambiamento cui abbiamo assistito nel secolo breve sia di portata più che ragguardevole.</p>



<p>Se al posto di replicare l’esistenza, riproducendo la società in quanto esseri viventi che devono necessariamente riempire di senso il loro esserci, riproduciamo valori non esistenziali ma economici ecco che la riproduzione sociale è subordinata alla riproduzione di valore economico. Qui lo scopo dell’esserci in quanto esseri viventi assume l’inquietante conformazione della produzione. L&#8217;esistenza è quindi il rispetto del mansionario[3], l’efficienza diventa il binario su cui si agisce. Da qui l’imprinting produttivista dell’agire sociale, il produrre risultati immediati, l’essere attivi quantitativamente, ottimizzare e massimizzare, intesi in senso estrattivo del valore economico.</p>



<p>Se la tecnica è l’orizzonte di senso che fornisce lo scopo,&nbsp; se lo scopo è la produzione e se il valore ad esso associato è solo quello eminentemente funzionale all’accrescimento di valorialità economica, allora si comprende come la ratio dell’agire sia divenuto quello della produttività. Questa ben si sposa con l’enumerabilità dei risultati, con la quantificazione del prodotto. Se le ragioni della tecnica diventano l’emblema della possibilità illimitata, la scienza, da metodo per disvelare il sensibile, diviene ricerca della reale attuazione delle possibilità illimitate. Per fare ciò, per essere alfiere dello sviluppo senza fine, deve essere blindato in una sorta di dogmatismo religioso, insondabile e indiscutibile. In questo cambio di paradigma si passa, definitivamente, dal metodo scientifico alla tecno-scienza. Un’istanza che fa leva sulla ricerca al servizio del valore economico e non come momento metodologico di indagine del reale.</p>



<p><strong>La ratio dell’autoreferenzialità</strong></p>



<p>Se prendiamo per buona la conclusione che la tecno-scienza diviene un sistema dogmatico allora gli esiti non possono che essere quelli che abbiamo dinanzi agli occhi. Se l’agire tecnoscientifico è lo strumento privilegiato per porre un veto assoluto su qualsiasi critica all’implementazione tecnologica e con essa la moltiplicazione infinita del valore, allora buona parte di coloro i quali operano in quell’ambito devono necessariamente essere al servizio del valore economico più che del valore genuinamente scientifico. Si badi che la critica qui posta non è al metodo scientifico di Newton, Galilei o Plank, ma a ciò che nel tempo è divenuto l’agire della ricerca indirizzato e intenzionato dal modo di riproduzione capitalista.</p>



<p>La&nbsp; tecnoscienza e quindi surroga la prassi&nbsp; della “produzione cognitiva” all&#8217;interno dell’accademia. Questa è sempre di più programmata per essere autoreferenzialità in atto. Produrre pubblicazioni, convegni conferenze ed eventi, muovere interesse e quantificare in ritorno economico il suo operato spesso e volentieri parlando di sé e non più ponendosi come strumento di interpretazione.</p>



<p>Sicuramente un effetto combinato del sistema di valutazione scientifico-curricolare con il produttivismo spinto tipico dell’attuale fase storica, che è portato avanti a livello ministeriale su base meramente quantitativa condita in salsa meritocratica. A livello dipartimentale il gioco è invece spesso imperniato su base sostanzialmente nepotistica, in barba anche a quel simulacro del merito tanto caro al Ministero della Ricerca. Il sistema baronale non è certamente defunto con la riforma Gelmini che nei vaniloqui della sua firmataria avrebbe dovuto porre un freno al precariato e allo sfruttamento negli Atenei.&nbsp;</p>



<p>In questa sorta di teatro il dibattito&nbsp; accademico, fatte salve rare eccezioni, è del tutto assente e al suo posto vige un melenso balbettio&nbsp; motivato da meri fini carrieristici. Anche l&#8217;accademia, comunque, non è altro che lo specchio di una temperie culturale, storica e geografica, nella quale vengono premiate e segnalate persone la cui carriera si è giocata esattamente su arrivismo e produttività a tutti i costi. Costi nei quali rientrano articoli scientificamente carenti, o fatti scrivere a collaboratori, dottorandi, ricercatori in cerca di conferma ecc. e poi inevitabilmente firmati dal baroncino di turno o dal protetto di quest&#8217;ultimo. Pure essendo nei rispettivi ambienti ognuno noto per ciò che fa o ancor più per ciò che pretende di essere, l’accademia spesso è difficile da giudicare, soprattutto se l’accademico porta lustro e fondi all&#8217;ateneo.&nbsp;</p>



<p>Toccare uno di questi “mostri sacri” rendendo pubblici questi dati di fatto e le conseguenti riflessioni sistemiche, significherebbe essere zittiti e smentiti all&#8217;istante da altre decine di accademici belanti. Significherebbe solamente essere posti ai margini e alla fine essere estromessi definitivamente dal sistema e da ogni residua possibilità di partecipare anche marginalmente a esso. Questo vale per tutti i luoghi della produzione dove l&#8217;elemento principale che viene messo a profitto è l&#8217;intelletto. Lavorare dentro una catena-sistema per la generazione di profitto attraverso il saccheggio delle risorse (naturali o intellettuali che siano) rende schiavi-automi di determinate logiche e fa sì che chiunque esprima una qualsiasi deviazione da queste logiche venga bollato come disfattista nel migliore dei casi o, peggio, come soggetto antisociale e non funzionale al processo produttivo.</p>



<p>Tutto ciò accade a causa dello smarrimento di qualsiasi possibilità di un&#8217;azione collettiva dentro (e contro) i luoghi di lavoro: abbiamo sostanzialmente perso la possibilità del cambiamento. Manca lo scopo, il motivo per cui lottare. Questo processo di smarrimento del soggetto collettivo capace di devianza parte da lontano, radicandosi nell&#8217;atomizzazione delle soggettività che si fonda sull&#8217;adagio classico “mors tua, vita mea”. Si salvi chi può!</p>



<p>Questo vale in ogni ambiente produttivo e nella vita di tutti i giorni, visto che ogni ambito esistenziale è costantemente messo a valore. Occorrono individui affidabili, regolari, performanti nella vita come sul posto di lavoro. Si parte dalla scuola dove al minimo segno di irrequietezza si fanno partire programmi di sostegno e cure farmacologiche. Abbiamo vissuto il dramma di tanti lavoratori che non volendo vaccinarsi hanno perso il posto di lavoro per qualche tempo o definitivamente. Abbiamo raccolto le confessioni di tanti medici e ricercatori che non potevano sostenere opinioni alternative alla vulgata pena l’esclusione e l’azzittimento. Pensiamo al fenomeno Orsini, studioso fuori dagli schemi prefissati, al di là di come si giudichino le sue affermazioni, allontanato da ogni ribalta proprio per le sue posizioni alternative al sentimento comune infuso dai media. Cosa è oggi l&#8217;Università? Riesce ancora a produrre pensiero critico e radicale? In che misura? Al &#8220;servizio&#8221; di chi?</p>



<p>Si possono fare anche mille inchieste per anno accademico, ma se l&#8217;obiettivo è il curriculum, la valutazione, capiamo bene che ci troviamo di fronte a un pensiero completamente appiattito su significati altri dalla ricerca di un qualsivoglia senso di un fenomeno. Manca lo scopo, il motivo per cui ricercare al di fuori del produrre risultati.<strong> </strong>Sempre più rare sono le inchieste veramente utili al cambiamento dello stato delle cose presenti. Spesso ci si limita a osservare e chiosare l’esistente: quella micro esperienza sociale, quel processo economico alternativo, quel tentativo politico partecipativo. Proprio perché si è snaturata, smarrita l&#8217;idea di militanza che oggi vi si può annettere personaggi che non hanno nulla a che vedere con essa. L’essere intellettuali di parte e non olistici. Pensare che ci siano modelli alternativi a quelli dominanti. Credere che sia possibile far saltare il banco e non solo mettere la zeppa giusta per non farlo traballare troppo.&nbsp;</p>



<p>La militanza in Accademia si è ridotta a misero espediente carrieristico. Scrivere, ad esempio editoriali, fondi o recensioni sul “Corsera” o su “Alias”. E, si badi bene, recensioni che non dicono nulla del libro che recensiscono ma che parlano quasi esclusivamente di chi scrive la recensione e dunque al servizio della sua visibilità. Punto. La militanza politica, diciamo così, è oggi priva di uno scopo che non sia individualistico: non altro che puro nichilismo al servizio del capitale, un capitale che ha ingerenze pesantissime su pensiero, esistenza, scelte, socialità, prima ancora che sull’economia e sul lavoro. Cosa si sta facendo per sottrarsi a questo peso? Non si intravvedono che sacche di resistenza individuali, sempre più marginali e quindi inefficaci. Neanche la marginalità della pratica intellettuale riesce più a trarre una visione che riesca a dire che un&#8217;altra via è possibile. Anche in sperimentazioni più avanzate spesso un autore non legge l’altro di cui pure condivide il percorso, il campo di una certa parte al di qua o al di là della barricata. Si scrive per fare sfoggio di nozionismo, non si ha lo scopo urgente di far emergere il campo di lotta, di recuperare e organizzare il soggetto dal piano sistemico. No, spesso rimangono solo scopi personali, legati all’auto-visibilità. La pandemia del COVID che a tanti pareva un toccasana, una sorta di medicina che avrebbe riportato l’umanità a essere un tantinello più umana, alla fine ha mostrato inevitabilmente il suo vero volto rendendo la deriva antropologica ancora più evidente e ancora più invincibile.</p>



<p>Alla fin fine, la società nichilista è l&#8217;obiettivo razionale del capitale. Non c’è scopo nella mia vita liquida. Proviamo almeno a emergere da questi liquami in ogni modo. Vediamo se gonfiando a dismisura l’ego personale si riesce almeno a galleggiare: l’aria che gonfia questo ‘salvagente’ sta nella conformità al sistema attraverso l’accumulazione di merci tramite acquisto, l’accumulazione di ricchezza, l’accumulazione di fama o di potere.</p>



<p>Nell&#8217;ambito dei pensieri deboli manca l’attesa presente o escatologica dell’evento forte (lo scopo della vita) che un tempo era giocato nella contrapposizione-alternativa, spesso atematicamente concomitante, tra l’avvento del Regno di Dio e quello del Regno dell’Uomo. Viviamo nel pieno, senza accorgercene, dell’oscuro baratro nichilista che si è generato tra l’illuminazione divina e il sol dell’avvenire, tra l’inedito uomo divinizzato per grazia nell’epifania del Cristo e il nuovo superuomo auto-divinizzato del pensiero nietzscheano. Credendo ormai perduti definitivamente i due costoni del burrone non possiamo far altro che chiederci: <em>Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina?</em> (F. Nietzsche, <em>Gaia Scienza</em>, aforisma 125).</p>



<p>Alla fin fine, la società nichilista e non il suo superamento o la trasmutazione di tutti i valori è l&#8217;obiettivo razionale del capitale.</p>



<div style="height:89px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Note</strong></p>



<p>[1] M. Weber, <em>Wirtschaft und Gesellschaft</em>, 1922, trad. it.&#8221;Economia e società&#8221;, 1961</p>



<p>[2] E. Severino, <em>Téchne, le radici della violenza</em>, Milano, Rizzoli, 2020</p>



<p>[3] U. Galimberti, <em>Psiche e techne: l&#8217;uomo nell&#8217;età della tecnica</em>, Milano, Feltrinelli, 2008</p>
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			</item>
		<item>
		<title>SULLA NECESSITÀ DI UN PENSIERO FORTE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/06/06/sulla-necessita-di-un-pensiero-forte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2023 16:39:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Appunti sul libro Per la critica della libertà di Gigi Roggero (DeriveApprodi, 2023) Il nostro pensiero, dicevano, è debole, non ci sono verità che possano assurgere ad assolutezza, il terreno è instabile e lo smottamento costante. Non c’è possibilità per un ragionamento che raccolga la tradizione per inverarla nell’oggi e ri-pro-gettarla per il domani. E [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Appunti sul libro <em><a href="https://deriveapprodi.com/libro/per-la-critica-della-liberta-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Per la critica della libertà</a></em> di Gigi Roggero (DeriveApprodi, 2023)</strong></p>



<p>Il nostro pensiero, dicevano, è debole, non ci sono verità che possano assurgere ad assolutezza, il terreno è instabile e lo smottamento costante. Non c’è possibilità per un ragionamento che raccolga la tradizione per inverarla nell’oggi e ri-pro-gettarla per il domani.</p>



<p><em>E questo specifico tempo in cui viviamo, non il tempo presente bensì il tempo del presentismo, pretende di abolire la durata. L’istante è tutto, il processo è nulla. Oggi l&#8217;hic et nunc non è più grido di battaglia contro la nostalgia romantica del passato e l&#8217;attesa salvifica del futuro. È, meramente, simbolo della liquefazione postmoderna del tempo storico. Presentismo, nostalgia e utopismo hanno questo in comune: privano il presente di genealogie, di prospettiva, di storicità. E dunque di possibilità di rottura e trasformazione radicale. Finché noi ci rifugiamo nel qui e ora e lasciamo la longue durée nelle mani del nostro nemico, non ci sarà partita.</em></p>



<p>Se non mi piace la realtà posso sempre falsificarla o raggirarla: virtualizzarla. Se la roccia stratificata del presente non assomiglia ai desiderata estetico-edonistici del presente, si può sempre tentare di ignorarla per ricostruirla in una realtà aumentata, di certo virtuale anche se rassicurante. La realtà è però realtà rocciosa e se ci vai a sbattere puoi pensarla morbida ma certamente farà male.</p>



<p><em>Noi diciamo che così è, che lo desideriamo oppure no. O il desiderio, infatti, è radicato nella materialità, oppure è mera consolazione utopica, vuota speranza, pappa del cuore. Qualcosa da disprezzare, certamente da rifiutare. [&#8230;] In termini schmittiani, come il mare sta alla terra l’influencer è un servo che crede di essere padrone, il militante è chi vuol far saltare per aria quella soluzione dialettica. L’influencer tifa, il militante organizza. L’influencer vende merci, il militante ne distrugge la forma. L’influencer è il prodotto della cronaca, il militante agisce dentro e contro la realtà.</em></p>



<p>Se il luogo è il presentismo, il modo è il presenzialismo. Rifuggendo la fatica del concetto, la difficoltà dell’organizzazione, si sbanda da una parte all’altra: laddove è puntata una telecamera potremo srotolare i nostri striscioni. Oggi Cutro, domani una marcia per la pace, dopodomani uno “sciopero generale”. Anche le parole sono diventate deboli, svuotandosi costantemente del loro significato, seguendo la cronaca, l’audience e i like forniti da quell’attenzione distratta e superficiale della “gente comune”. Ma <em>prendere posizione nel vuoto della cronaca, significa semplicemente farsi inghiottire da quel vuoto &#8211; un vuoto incluso nel pieno del capitale e da esso prodotto.</em></p>



<p>Le due vie che divaricano nel libro di Gigi Roggero sono quelle dell’assecondare per cavalcare l’opinione pubblica oppure conoscerla per marcarne una distanza, un’alterità irriducibile. Secondo il ragionamento di massa, che impregna di sé questa famosa opinione pubblica, il bene ultimo è la libertà. Libertà di vaccinarsi, libertà di scegliere il nostro proprio genere, libertà di voto. Tutti specchietti per le allodole, gabbie per canarini che sono liberi di volare in uno spazio dato dove possono cinguettare liberamente a squarciagola «<em>finendo così (come il detective che tende a somigliare al serial killer in un altro tipo di prodotti hollywoodiani), per fare da megafoni inconsapevoli ai contenuti ideologici del capitalismo più à la page; compresa, come ultima tra le mode da cui il capitalismo trae profitto e legittimazione sociale, la negazione della biologia, nella fattispecie la negazione del binarismo sessuale della specie cui apparteniamo</em>» (W. Bukowski, <a href="https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/?fbclid=IwAR1gEnB4lMtsY_YLoKP8CGyqSPJHYWzn3ZZ_z9nubRqkLYAzEXu8MTUpqbk"><em><strong>Nel mondo ma non nel Capitalismondo</strong></em></a>, Malanova, 9 maggio 2023).</p>



<p>Ma alla fin fine la sintesi di questo simulacro della libertà è più vicina ad un’idea di schiavitù: consiste nella libertà ultima di chi, per essere libero di consumare, ha solo la via della libera vendita della sua forza-lavoro e quindi del suo corpo.</p>



<p>Da qui comprendiamo come sia difficile risolvere tutti i ragionamenti nell’armocromia del bianco e del nero, del giusto e dello sbagliato, del sicuramente vero contro il sicuramente falso. Tifoseria dicevamo,<em> perché la democrazia ha sussunto la libertà, l&#8217;ha inghiottita, incorporata, cancellata. Tanto che oggi, nel regno del capitale, democrazia e libertà sono utilizzati come sinonimi. Noi affermiamo il contrario: più c&#8217;è democrazia, meno c&#8217;è libertà ovvero possibilità di rompere con il totalitarismo democratico. Lì, nella trappola della cronaca e dell&#8217;opinione pubblica, la dialettica della necessità pone l’alternativa tra il mito del progresso tecnico e il mito del ritorno alla natura. La libertà andrebbe dunque cercata nella teleologia della crescita oppure nel romanticismo della decrescita. Su entrambi i poli, tuttavia, quella libertà è affidata a un ente metafisico, rappresentato come puro, neutrale, salvifico, benigno, indipendente dai rapporti sociali di dominio e di produzione. La religione, marginalizzata dalla secolarizzazione della politica, torna camuffata nel linguaggio di scienziati ed ecologisti.</em></p>



<p>Una religione secolarizzata totalitaria. La bandiera dei diritti umani oggi è sventolata dal sistema così come quella dell’ecologia. Al rosso è stato sostituito il verde in tutte le sue varianti. Questa religione ha i suoi dogmi che partano dall’inquinamento antropico al buco dell’ozono (oggi dimenticato), dalla crisi climatica alla moda del bio-eco-green. Il tutto condito dal senso di colpa ovviamente individuale. Devi consumare, non sia mai che diminuisci, ma fallo in maniera ecosostenibile. Chiudi l’acqua del rubinetto quando ti lavi i denti e compra più acqua in bottiglia (tanto la plastica di ricicla). Devi muoverti e tanto, certo, ma fallo su un’auto elettrica. Fino alle ultime proposte shock in Germania dove una climatologa si è sterilizzata per ridurre le emissioni di CO<sub>2</sub> nell&#8217;atmosfera. Bisogna diminuire l’umano e quindi meno bambini &#8220;a favore del clima&#8221;, come afferma il movimento diretto dall&#8217;attivista Verena Brunschweiger, a cui si uniscono anche uomini che si sottopongono volontariamente alla vasectomia. Qualsiasi sacrificio per rimanere conformi ai precetti ecobio. Così, pare, con l’affermarsi della moneta digitale, potremmo essere sempre più controllati e diretti anche nelle nostre scelte più intime di consumo: la carne fa male, per mitigare la tua impronta ecologica puoi consumare massimo un tot al mese dopodiché il chip di blocca. Potrai consumare però degli ottimi grilli o delle larve succulente chiaramente ad un prezzo tre volte più alto di quello della carne bovina. L’importante è assumere la giusta percentuale di proteine, meglio ancora quelle provenienti da sintesi. Puoi muoverti liberamente, certo, ma non farlo troppo o almeno acquista un nuovo mezzo ecofriendly. Se puoi acquistarlo potrai girare liberamente per la città ma se non puoi comprarlo ed hai una macchina scassata diesel ti conviene ritornare ad usare le tue stesse gambe o i mezzi pubblici (alle nostre latitudini assolutamente insufficienti per non dire inesistenti).</p>



<p><em>Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema, recitava alcuni anni fa uno slogan dei movimenti di lotta cileni. Invece è proprio il desiderio di normalità a imporsi, perché la normalità è percepita come garante della libertà. Ecco la vera catastrofe: non la fine del mondo, ma la sua continuazione in queste forme. In forme normali, appunto. Una normalità in cui l&#8217;autorità è stata superata e incorporata nell&#8217;automatismo tecnico. Non riproduciamo l&#8217;esistente perché siamo piegati all’obbedienza; lo riproduciamo perché l&#8217;esistente è dentro di noi, ci fa alzare il mattino e andare a letto la sera, muove la nostra quotidianità, determina le nostre aspettative, parla con la nostra bocca, ci fa guardare il mondo con i suoi occhi. Niente affatto poteri occulti: al contrario i poteri sono fin troppo visibili, è la nostra impotenza nel combatterli che non ci dà la forza e il coraggio di indicarli.</em></p>



<p>Questo il massimo della libertà che ci è concesso, una libertà coatta-senza-imposizioni, una libertà cercata e voluta, una schiavitù vissuta come normalità e con il sorriso. Se ci sarà un chip sottocutaneo, se ci pagheranno a cottimo ed in moneta digitale in base al lavoro fatto dinanzi ad un monitor e rilevato dai sensori, se ci vaccineranno anche per guarire dall’irascibilità o dalla depressione, se ci regaleranno il paradiso nel nostro salotto dove potremo lavorare, sudare, comprare ed anche scopare virtualmente, tutto ciò sarà con il nostro massimo gradimento. Diremo grazie a Netflix che ci darà alcune serie gratis, ad Amazon che ci regalerà dei buoni spesa ed a Facebook che ci fornirà un reddito digitale in base ai nostri click. Noi ci accontenteremo e saremo felici della nostra tranquillità da salotto mentre quegli altri governeranno il mondo!</p>
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		<title>NEL MONDO MA NON DEL CAPITALISMONDO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 09 May 2023 16:15:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione. Un contributo di Wolf BUKOWSKI* in risposta al nostro articolo &#8220;SPOSSESSAMENTO E CONFLITTO&#8220; La pandemia è stata la cartina di tornasole della militanza, o più probabilmente il tracciato della fine dei suoi parametri vitali. Le aporie e anzi le miserie della militanza del tempo prepandemico, osservate [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/">NEL MONDO MA NON DEL CAPITALISMONDO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p><strong>Militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione</strong>.</p>



<p class="has-black-color has-text-color">Un contributo di <strong>Wolf BUKOWSKI*</strong> in risposta al nostro articolo &#8220;<a href="https://www.malanova.info/2023/05/02/spossessamento-e-conflitto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">SPOSSESSAMENTO E CONFLITTO</mark></strong></a>&#8220;</p>



<div style="height:77px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>La pandemia è stata la cartina di tornasole della militanza, o più probabilmente il tracciato della fine dei suoi parametri vitali. Le aporie e anzi le miserie della militanza del tempo prepandemico, osservate col senno di poi, sembravano fatte apposta per incastrarsi e incastonarsi nella narrazione pandemica, cioè nella narrazione di una <em>fine del mondo</em> che non conduceva in alcun modo a una <em>fine del capitalismo</em>, anzi piuttosto promuoveva a un grado inedito la sussunzione integrale di ogni atto umano, produttivo o riproduttivo, al capitalismo stesso.</p>



<p>Ma andiamo per gradi. Ho fatto uso, in questo <em>incipit</em>, della semplicistica giustapposizione popolarizzata da Mark Fisher tra i concetti di <em>fine del mondo</em> e <em>fine del capitalismo</em>. Tale giustapposizione è espressione tarda delle aporie, dei <em>detti-per-non-dire</em>, del confusismo teorico che ci ha accompagnato negli ultimi almeno due decenni. L’arco temporale non è causale: il 2001 genovese non ne era affatto scevro, benché il suo finale tragico abbia comprensibilmente messo in ombra le sue premesse claudicanti. “It’s easier to imagine an end to the world than an end to capitalism”: di tale formula ci si è beati; in essa ci si è rigirati, e tale rigirarsi era già segno inequivocabile della fine del mondo della militanza. Inizialmente l’ho usata anche io, per pigrizia mentale e incapacità a resistere alla sua forza evocativa. Ma poi, mentre la pandemia acuiva i sintomi della malattia della militanza, ho iniziato a riguardarla con dubbio crescente. Perché ci piace così tanto?, mi domandavo. Forse perché tace su punti dolorosi (le aporie di cui sopra), e spinge invece sul proscenio una dualità facile da afferrare, quella tra mondo e capitalismo.</p>



<p>In un testo del 2021, pubblicato da Ortica edizioni in coda alla ristampa del mio racconto <em>Il grano e la malerba, </em>avevo messo in forma la riflessione su quella frase; ne riporto tra un momento alcuni passaggi. Il presupposto di quel testo era nella coincidenza a tre tra: capitalismo, tecniche del capitalismo e l’intero mondo di cui facciamo esperienza. Capitalismo e mondo, tramite le tecniche del capitalismo che tutto innervano, finiscono per essere la stessa cosa, allo stesso modo in cui Dio e Natura (<em>natura</em> nel senso secentesco di “ogni cosa che esiste”) si equivalevano in Spinoza.</p>



<p>Mi domandavo in quel testo: «cosa ci dice la formula, e soprattutto il consenso che riscuote?». La risposta che mi davo si incuneava nei non detti della frase, piuttosto che in ciò che essa rendeva esplicito: «se la tecnica è forma e sostanza del capitalismo avanzato (tecnica di calcolo, finanziaria, estrattiva, disciplinare, mediatica…), e tale tecnica del capitalismo coincide con il tutto della nostra esistenza, cioè col <em>mondo</em>, risulta di conseguenza chiaro che non possiamo pensare la fine del mondo e quella del capitalismo, cioè della sua tecnica, in modo separato e indipendente. Pensare la fine del mondo diventa così il solo modo di pensare la fine del capitalismo, poiché una fine (della tecnica) del capitalismo condurrebbe in effetti a una fine del mondo; mentre al contrario una fine del capitalismo che non sia anche al tempo stesso una fine del mondo è impossibile da pensare».</p>



<p>E ancora: «Ecco perché è più semplice immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo: senza capitalismo non c’è mondo residuo (la sua tecnica ha già occupato interamente il solo mondo disponibile, e va in cerca di altri mondi oltre la sfera terrestre), e dunque sul piano razionale meglio che non finisca, questo capitalismo, perché tale fine sarebbe appunto <em>la fine del mondo</em>». Ma il piano scelto dalla formula fisheriana non è il razionale quanto l’immaginario (“it’s easier to <em>imagine</em>&#8230;”), e dunque per veder soddisfatta l’esigenza di fantasticare la fine del capitalismo «ci arruoliamo al <em>binge watching</em> di un numero enorme di <em>fini del mondo</em> sotto forma di narrazioni distopiche. Esse sono infatti la sola fine del capitalismo che sia consentito immaginare».</p>



<p>Il nesso tra distopie e critica politica (più o meno militante: diciamo provvisoriamente “radicale”) è meno occasionale di quanto si possa pensare. La critica radicale oggi, infatti, non dispone di un’adeguata teoria e soprattutto di un adeguato rapporto tra teoria e prassi. Sul piano teorico, la dissoluzione dei confini tra stato e capitale ha confuso definitivamente tutta la parte genericamente comunista della critica radicale, che in una grossa sua componente continua a invocare uno stato che possa almeno concedere qualcosa, uno stato da cui si possa strappare qualcosa (spesso nelle forme indicate dal testo della Redazione, al punto 2) come se lo stato fosse qualcosa di radicalmente altro dal capitalismo. Da parte sua la componente anarchica della critica radicale, che alla comprensione di questa dissoluzione arrivava più preparata, si trova però nella dolorosa necessità di ammettere a sé stessa che i luoghi di autonomia degli individui e delle comunità risultano spesso incapaci di esprimere un’alterità che sia all’altezza di sé stessa. Come è stato ampiamente dimostrato dalle posizioni di subalternità alla narrazione pandemica del potere che si sono affermate anche in diversi luoghi “autogestiti” e “orizzontali”.</p>



<p>Ancora di più l’inadeguatezza della critica radicale si esprime nell’articolazione tra teoria e prassi: se piccoli gruppi riescono per esempio a evitare di precipitare nel vortice della comunicazione <em>social</em>, quello che era invece l’“antagonismo” diffuso (per esempio i centri sociali), che vi era già dentro prima con un piede, ora vi è sprofondato. Ricordo l’eterno ritorno, nelle assemblee del centro sociale che frequentavo, della questione del rapporto con Facebook, in cui era necessario ogni volta riaffermare che non bisognava avere una pagina del social, ma poi questa saggia decisione si risolveva con il fruire passivamente di pagine Fb altrui, o di pagine “civetta” dai nomi creativi e strampalati (cioè pagine in cui la creatività e la stranezza erano esercitate nel momento stesso in cui venivano sussunte dal capitale digitale). Nel quotidiano poi di compagni e compagne dell’antagonismo diffuso si manifestava anche anche una sorta di dissociazione, perché non riuscivano e neppure volevano rinunciare alla loro propria pagina Facebook personale. In essa postavano ovviamente anche pezzi della propria vita militante, a testimonianza del fatto che l’ultimo stadio&nbsp; della dissociazione tra teoria e prassi è sempre quello personale, soggettivo; direi esistenziale.</p>



<p>Ultimo stadio o forse primo? Nasce prima l’accomodamento per pigrizia o la sua giustificazione in chiave personale e collettiva? Al giustificazionismo di ogni tipo di comportamento personale, compreso forse persino lo svaccamento e lo sdraiamento in posture gradite al potere, temo di aver nel mio piccolo contribuito anche io, insistendo in diversi scritti degli anni dieci sul fatto che “non si combatte il capitalismo con scelte personali, di consumo”, eccetera. Ora vedo la cosa sotto una diversa angolatura, e ritengo che se continua a essere vero che con i comportamenti personali non si cambia il mondo (ed è davvero così!), è altrettanto vero che senza una costante critica e revisione dei propri comportamenti personali si lascia infine che sia il mondo (e cioè il capitalismo, vedi sopra) a cambiarci integralmente, a fare di noi ogni cosa esso desideri; a fare dei nostri desideri niente più che uno specchio dei suoi. Ma non è questa la sede per illustrare la mia metanoia, anche se sul punto tornerò, in qualche misura, in conclusione di questo contributo.&nbsp;</p>



<p>Ho fin qui detto dell’inadeguatezza della teoria e dell’inconsistenza della prassi, ma mi pare rimanga irrisolta la domanda sul nesso <em>non occasionale</em> tra distopie e critica radicale. Poiché appunto non c’è teoria adeguata, e non c’è prassi conseguente, per indicare i guasti estremi del capitalismo dobbiamo ricorrere ad altro. E cioè alla distopia. La narrazione così copre e sostituisce la teoria (vedi al punto 4 del testo della Redazione): è la narrazione a far capire le storture del mondo, per come le vede il/la militante, a chi militante non è. La nostra critica radicale non ha alcuna “parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe” (esse, le parole, ci sono state rubate dal capitalismo, e le poche residue le abbiamo stoltamente consegnate al decostruzionismo, che le ha letteralmente <em>fatte a pezzi</em>), né tantomeno abbiamo una “formula che il mondo possa aprir[ci]”: tutto ciò che possiamo dire è, col Montale di un secolo fa quasi preciso, “ciò che non siamo [e] ciò che non vogliamo”. Dunque per questo dire in negativo dobbiamo chiamare in ballo le distopie. A volte sono quelle nobili, come Huxley e Orwell (imprevedibilmente, quest’ultimo, il meno profetico della coppia); ma nel più dei casi useremo di preferenza i prodotti del più avanzato capitalismo, quelli di Netflix, come strumento narrativo per illustrare la nostra contrarietà al più avanzato capitalismo, cioè quello stesso di Netflix. Ovviamente questo produce un cortocircuito e non attiva alcun processo di soggettivazione: difficile credere il contrario. Induce invece solo a cibarsi di ulteriori distopie sullo schermo per trarne nuovo materiale di apparente critica radicale, ovviamente in chiave sempre più <em>pop</em>. Cosa che ha fatto la relativa fortuna di diversi siti di informazione suppostamente “militanti” e di “critica radicale”, che leggono la realtà attraverso le serie televisive, finendo così (come il <em>detective</em> che tende a somigliare al <em>serial killer </em>in un altro tipo di prodotti hollywoodiani), per fare da megafoni inconsapevoli ai contenuti ideologici del capitalismo più <em>à la page</em>; compresa, come ultima tra le mode da cui il capitalismo trae profitto e legittimazione sociale, la negazione della biologia, nella fattispecie la negazione del binarismo sessuale della specie cui apparteniamo.</p>



<p>Mancando teoria e prassi, ed essendo sprofondati in uno <em>storytelling</em> manovrato da altri, non possiamo, come militanti, agire in modo consapevole all’interno di un mondo e di un capitalismo che sono in realtà fusi, e le cui <em>fini</em> sono in opposizione solo nei desiderata (vedi Fisher) ma non nella realtà. Può accadere infatti che finisca il mondo senza che finisca il capitalismo; mentre non può finire, alle condizioni attuali, il capitalismo senza trascinarsi dietro una qualche fine del mondo. A fronte di questo legame si deve necessariamente ammettere che il solo modo di approssimarsi a una fine del capitalismo sia quello di separarlo con metodi brutali dal mondo, cosa quasi impossibile perché il mondo è innervato e irrorato di capitalismo, ma appunto<em> cosa quasi impossibile</em> alla quale deve essere all’altezza la militanza anticapitalista, pena la sua vanità e insussistenza. E invece, proprio al contrario, la pandemia, tracciato di un collasso epocale, ha prodotto in gran parte della militanza l’illusione di essere davanti a una “fine del mondo” che si sarebbe quasi spontaneamente risolta in una “fine del capitalismo”: questo il substrato concettuale del “nulla sarà come prima”, “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”, eccetera. Nel frattempo, mentre l’intelletto collettivo si beava di questa illusione ottica, molti dei compagni e delle compagne, singolarmente o a grappoletti, si costruivano una profonda tana nelle apparenti comodità del capitalismo digitale, portando la dissociazione tra ciò che si pensa e ciò che si è a livelli vertiginosi, alimentando la confusione tra l’inazione indotta dall’abuso di <em>app</em> con il nobile “rifiuto del lavoro salariato” e con l&#8217;elogio dell’ozio. Ogni richiamo al tenere la schiena dritta e a non ascoltare le sirene assiepate sugli scogli dell’isola del silicio, legandosi all’albero maestro quando necessario, veniva e viene derubricato a “senso di colpa cattolico” e “vabbè tutti viviamo nella contraddizione”, e poi subito via di corsa a rotolarvicisi, in quella contraddizione, affinché il suo incavo prenda una forma ancor più confortevole, come i materassi in <em>memory foam</em>.</p>



<p>L’accogliere, anche in ambito militante, senza conflitto alcuno, nemmeno interiore, le innovazioni tecniche del capitalismo (e tali innovazioni sono oggi la stessa essenza del capitalismo, come detto), nonché le “comodità” che esse offrono, impedisce altresì di trarre le necessarie conseguenze di fronte alla sempre rinnovata <em>accumulazione per spossessamento</em> – fenomeno da cui peraltro muove il testo dei nostri curatori. La parte prevalente delle spoliazioni che il capitalismo realizza nei nostri luoghi di vita (intendo in questo paese e continente) avviene infatti per via tecnologica e di “comodità” indotta. I servizi, gli uffici pubblici, i luoghi di cura sanitaria&#8230; non spariscono mai <em>sic et simpliciter</em>, il che causerebbe forse scompiglio e reazione popolare (<em>forse</em>, ripeto), ma sono già da prima sostituiti da un qualche <em>app</em> ben propagandata, da un “fascicolo telematico” o “identità digitale”, da una qualche minchiata online per mezzo della quale si otterrà faticosamente e con logorio nervoso e oculare qualcosa di vagamente simile a ciò che si cercava, rimanendo frustrati dal risultato, che malamente cela l’espropriazione e la conseguente privatizzazione di un bene pubblico, ma anche, in qualche modo, trovandosi sedotti dalla capacità della tecnologia, vieppiù tramite il feticcio <em>smart</em> che ci parassita e che abbiamo sempre in mano o in tasca, di penetrare questo ennesimo servizio che fino a un attimo prima era incarnato da nostri simili che si guadagnavano uno stipendio dietro uno sportello, con le loro simpatie, antipatie e variabili umori, e ora risulta annesso al regno magico e cosale degli schermi retroilluminati. Dimenticando così facilmente, oppure ricordando ma in modo sterile, che la “comodità” ottenuta non è assoluta ma solo relativa a disservizi creati appositamente (innanzitutto con tagli al personale) proprio per rendere “comoda” e favorevolmente accolta la soluzione digitale. Se si aggiunge che la stessa creazione di consenso attorno a questo inganno clamoroso è in sé una tecnologia sociale (i passaggi sono di fatto standardizzati, la propaganda è studiata con approccio rigoroso, eccetera), l’incapacità di metterla al centro di una lotta anticapitalista, <em>il cui obiettivo minimo sia quella di respingerla in toto</em>, mi pare ancor più grave.</p>



<p>Ineluttabile giunge qui il momento di una parte costruttiva del discorso. Se la biologia non è un opinione non lo è neppure del tutto la biografia. Il mio tempo sulla Terra, fin qui, ha conciso con mezzo secolo di trionfi del capitalismo, trionfi realizzatisi attraverso le sue crisi (attraverso, cioè, le sue apparenti <em>fini del mondo</em>), da quella petrolifera del 1973 fino a quelle, incontabili, di oggi. Da ognuna di queste crisi il capitalismo è uscito rafforzato; e il concetto stesso di crisi risulta sottoposto in conseguenza al suo uso ripetuto a continue torsioni, al punto che alcune crisi sono vere e verissime, altre false, altre ancora sono fatte di una sostanza mista, impossibile da sceverare una volta miscelata, come il latte e il caffè nel cappuccino. Da una tale biografia si esce necessariamente zavorrati, visto che non si è esperito altro che sconfitte; eppure un tale gravame, nel procedere delle generazioni che è oggi contestuale all’estendersi incessante dei confini del capitalismo, potrebbe farsi condizione generalizzata, col rischio che le sconfitte neppure siano più percepite come tali, perché a ogni sguardo, generazione dopo generazione, non si troverà che “ingiustizia e nessuna rivolta” (Brecht). Non dispongo quindi di alcuna rotta, né indicazione, eppure sento (accontentatevi di questo <em>sento</em>, ve ne prego) che solo riannodando i fili dell’esistenza con le ragioni dell’anticapitalismo si può riconquistare uno strumento di navigazione. Solo operando su di sé, su di sé come persona e su di sé come parte di contesti collettivi, in modo da far emergere il discrimine tra esistenza (cioè mondo <em>in potenza</em>) e capitalismo, solo così si può almeno riacquistare coscienza di ciò di cui il capitalismo ci sta derubando, e di ciò che invece potremmo essere e che, almeno in parte, siamo stati. E poiché il capitalismo <em>si</em> e <em>ci</em> nutre della nostra presunta comodità, della nostra passività indotta tecnologicamente, della nostra mollezza posturale, questi sono i primi luoghi in cui il bisturi deve agire.</p>



<p>Non si può stare comodi e autogiustificati nel capitalismo ed essere pienamente anticapitalisti. Bisogna starci solo per quanto è necessario, non un’unghia in più, e sempre con l’obiettivo di essere sì nel mondo ma mai del <em>capitalismondo</em>. È solo rinnegando la cittadinanza del Paese dei Balocchi che Pinocchio si è fatto persona, da burattino qual era. La strada per divenire un anticapitalista militante in carne e ossa è ancora lunga, ma senza quel primo passo resterà per sempre sbarrata.</p>



<div style="height:59px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>*Wolf Bukowski </strong>ha scritto per <em>Giap</em>, <em>Internazionale</em>, <em>Napolimonitor</em> e altre testate. I suoi libri sono pubblicati da Alegre ed Edizioni Ortica; il più recente è <em>Perché non si vedono più le stelle</em> (2022, Eris)</p>
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