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REDDITO E MOVIMENTO

Il testo che segue è incentrato sull’analisi di alcuni aspetti contraddittori legati alla ricerca di percorsi emancipativi, che il movimento sta tentando di mettere in pratica negli ultimi due lustri.

L’analisi viene portata avanti partendo da alcuni concetti base, quali la redditualità diretta, la redditualità indiretta e il mutualismo; associati a questi si pone l’obbligo di ridefinire talune strategie e recuperare alcuni particolari significati. Nello specifico, prima di affrontare i concetti base, è utile un ragionamento per inquadrare il problema dal punto di vista storico e sociale, si farà quindi riferimento ad un processo necessario, che qui viene definito di “identificazione”, ossia il processo di percezione del proprio ruolo all’interno di un contesto storico, economico, sociale e politico. Processo a priori, rispetto alla ricostruzione del concetto, oramai svuotato di senso, di identità di classe. Il secondo significato oggetto dell’analisi è quello dell’incompatibilità col sistema, la quale si esplica come elemento essenziale per innescare una rottura sostanziale – quindi strutturale – con il sistema. L’incompatibilità è la prima importante fase da concepire, senza la quale si intraprendono percorsi che si ammantano di velleità antagoniste o di conflittualità col sistema ma che, nella sostanza, cercano di scavare nicchie comode all’interno dello stesso, nella fattispecie nicchie di mercato.

E’ chiaro che ci si muove nell’ambito di una critica radicale condotta con gli strumenti della decostruzione delle narrazioni ufficiali – la mercificazione totale e il mercato come unico orizzonte di senso possibile – e delle contro narrazioni “antagoniste”, ossia la ricerca di forme alternative per l’ottenimento di reddito apparentemente fuori dalla logica mercatale.

Identificazione necessaria

Cosa accade nel momento in cui alcune categorie sembrano saltare e la percezione del proprio essere parte di qualcosa viene meno? Spesso si genera una sorta di smarrimento edulcorato dalle esigenze e dai bisogni, si perde gradualmente la percezione di cosa si è e si tenta di ristabilire un equilibrio gettandosi in granitiche convinzioni identitarie o nella strenua difesa di tradizionalismi, dei quali si è smarrita la memoria del senso.

Identificarsi come componente sociale non è un passo semplice, non è un processo immediato; capire cosa si è e che ruolo si svolge nell’economia della società vuol dire portare fino in fondo una critica alla struttura stessa della società, nel nostro caso la società capitalista.

Identificarsi vuol quindi dire, analizzare la fase attuale, mettendola a confronto con l’analisi delle altre fasi nella storia, identificazione e identità sono due concetti dissonanti nella misura in cui il primo serve da bussola per capire in quale parte della società attuale dovremmo collocarci, l’identità dovrebbe invece definire la presa di coscienza sulla condizione che comporta il nostro essere in un punto della piramide sociale piuttosto che in un altro. La fase storica che stiamo attraversando è sì complessa, ma è anche molto confusa; lo schiacciamento che la classe media ha subito, come contrazione “necessaria” al superamento di una crisi ciclica, quindi come eliminazione di una parte sostanziale di garanzie socio-economiche in nome della sopravvivenza dell’upper class e dell’accumulazione capitalista, non è vista da molti nella sua genuina semplicità. L’errore storico commesso in questa fase è stato quello di innestare le rivendicazioni della classe media, cioè di riconquistare la sua egemonia perduta, in un percorso presuntuosamente antisistema. Da qui la centralità del reddito nei discorsi e nei documenti che si sono succeduti negli ultimi dieci anni. La domanda quindi a questo punto è inevitabile, pur nella sua brutalità, cosa cerca una buona parte del cosiddetto movimento, nuove modalità di conflitto e incompatibilità o semplicemente di riconquistare il terreno perduto, in quanto tale parte di movimento è innegabilmente borghese?  

Identificazione quindi come passo necessario per capire cosa si è in funzione delle rivendicazioni che si perseguono. Solo nel momento in cui ci si riconosce come parte del problema si può lavorare a quella genuina decostruzione dei propri schemi e preconcetti per avviare un percorso di incompatibilità totale col sistema.

Il mercato

Un’altra osservazione necessaria per decostruire narrazioni viziate da contraddizioni profonde, è che se per mercato si intende l’ incontro tra domanda e offerta, da questa logica non si esce, il baratto e la banca del tempo, fortemente sbandierati come strumenti alternativi alla logica della mercificazione totale, non sfuggono affatto alla dinamica di domanda, offerta e valore dato all’oggetto o al tempo (leggi servizio) per quanto paradossale anche il capitalismo fa a meno del denaro in talune situazioni. I voucher che si propinano come pagamento (intero o parziale che sia) per prestazioni d’opera cosa sono se non una sorta di baratto tu mi dai il tuo tempo (di produzione) io ti ripago con beni o servizi commisurati al valore del tuo tempo. È un dato interessante che nella crisi di liquidità, anche le punte avanzate del capitale aggirino l’ostacolo della liquidazione del valore di scambio in moneta, preferendo usare la moneta come semplice indicatore, pagando lo stesso valore in servizi e merce.

Se per mercato si intende invece uno strumento, per mezzo del quale il sistema capitalista agisce sul controllo sociale, imponendo un percorso all’agire politico dei regimi democratici, allora siamo su un terreno più fertile per la discussione, anche se non privo di ostacoli o tranelli. Il mercato non è quindi solo quel momento in cui si trova un equilibrio tra interessi e bisogni, ma uno strumento che porta avanti interessi particolari nei confronti di necessità collettive, attraverso la creazione della scarsità e ripagando i suoi fedeli operatori con la massimizzazione degli utili. Quindi entra in gioco il valore di scambio e il valore associato allo scambio stesso che genera altro valore, in una successione di passaggi che generano valore, che capitalizzano quindi l’investimento iniziale massimizzandone il profitto.

Profitto che viene misurato in moneta, qui bisogna aprire una breve parentesi sul significato della moneta, il  oscilla tra l’essere “merce delle merci” all’essere intermediaria tra le merci, in funzione dell’ambito cui ci si riferisce se macroeconomico e microeconomico, il che complica un po’ le cose creando sistemi dai quali è assai difficile svincolarsi nel momento in cui si ricorre al mediatore, costituito dalla moneta, per quantificare il valore di uno scambio.

Quindi quando alcuni percorsi si definiscono “spazi fuori mercato” non v’è chiarezza da quale mercato si intenda uscire, è quindi su questa ambiguità di fondo che si tenta di tenere in piedi una struttura che non accenna ad essere incompatibile con alcunché.  A poco servono anche le monete locali o le monete virtuali o tutti questi meccanismi che apparentemente rompono alcuni schemi, ma che non sono altro che delle interfaccia utili al mantenimento di delicati equilibri economici locali, spesso vincolando piccoli commercianti ad un circuito che esiste solo nel momento in cui la moneta locale è esigibile, in un dato momento, in valuta legale.

Ma andando oltre i labirinti dei tecnicismi, ritroviamo in questi percorsi di emancipazione apparente dall’ambito mercatale delle logiche talune volte paradossali, ad esempio i tempi di lavoro e il valore del tempo di produzione.

La contraddizione maggiore risiede nella pratica dell’autosfruttamento, ossia il logorio fisico del darsi anima e corpo in un’esperienza, definita “altra” dalla logica mercatale, per perseguire un reddito inteso come scollegato dai rapporti di forza insiti nella produzione, senza accorgersi di essere caduti all’interno di una logica assai più bieca dello sfruttamento collettivo aziendale con un “autosalario” spesso più basso del minimo sindacale. Su questa falsa pista, in molti hanno costruito percorsi di auto-reddito, che hanno avuto come prima conseguenza l’abbandono della politica e della militanza attiva, piegata a quella stessa logica mercatale – e al suo necessario corollario di alienazione –  dalla quale si pretende di sfuggire. In secondo luogo questi percorsi hanno imbrigliato forze militanti entro binari rigidi, avendo legato l’esistenza di un collettivo o di un gruppo generico all’autosussistenza, caduta la quale il gruppo si sfalda o a causa della quale il gruppo “degenera” in una azienda vera e propria, il cui scopo principale è produrre reddito, il che non è di per sé negativo se non fosse che spesso questa esigenza è celata dietro una cortina di impegno politico e di vaneggiamenti anti sistema. 

Il reddito nell’agire politico

Negli anni recenti si è spesso dibattuto su varie tematiche legate alle conquiste sociali. Dall’abitare, all’istruzione, alla salute finendo poi, con un processo quasi filologico, all’enucleazione del reddito come elemento base per avere accesso a tutto ciò che da conquista è divenuto servizio, acquistabile in funzione della propria capacità di spesa. Questo ribaltamento nella visione sociale in termini di progressiva perdita di conquiste, quindi da qualcosa che è dovuto in quanto sancito da concordati, carte costituzionali, statuti e codici vari, si è giunti a qualcosa cui poter accedere tramite l’acquisto. Il fatto di acquistare un servizio comprende l’indebitamento come metodo per accedere al denaro necessario, ciò ha di fatto causato uno scivolamento delle rivendicazioni su un terreno assai impervio e pericoloso; rivendicare il reddito in sé come bene primario e necessario, ha potenziato i ranghi di coloro i quali valutano positivamente il reddito di cittadinanza, il reddito universale e il reddito sociale, come elemento necessario per superare il problema di accesso a beni e servizi.

Su queste tipologie di reddito, sociale, di cittadinanza e universale, va notato che il primo è fondamentalmente una forma di sussidio di disoccupazione, come il Reddito di Inclusione recentemente approvato dal Governo Italiano ma anche le proposte in tal senso fatte dal M5S, che, prendendo a modello l’Hartz IV tedesco introduce pesantissimi e pervicaci dispositivi disciplinari atti a controllare in modo costante e profondo la vita di chi andrà a percepire questi, per altro miseri, redditi. Nel paese, la Germania, dove questo modello è nato e si è sviluppato la riforma che ha trasformato il welfarestate in workfarestate, lungi dal creare nuovi posti di lavoro, ha semplicemente costretto milioni di persone a lavori a basso salario, in parte elargito dal datore di lavoro e in parte dallo stato, e a subire un costante monitoraggio da parte dell’apparato burocratico statale. Tale sistema, che si vorrebbe ora in parte replicare in Italia, atomizza i bisogni collettivi della classe-in-sé in bisogni individuali che vengono soddisfatti dall’alleanza tra stato e imprese in cambio della quiescenza dell’azione collettiva andando a inibire la coscienza di sé stessi come proletari, portatori strutturali di un collettivo e materialmente definito interesse di classe e gettando l’individuo dipendente da questi sussidi come in una vita da monade, pura vita biologica soggetta al totalitario potere del dispositivo di dominio da cui si potrà riscattare, secondo la narrazione dominante, solamente tramite un percorso individuale, guidato dalla burocrazia. con cui diventare imprenditore-di-sè. Inutile dire che per motivi strutturali, quali concentrazione di capitale e l’ovvia mancanza di mobilità sociale, questo obiettivo di auto-responsabilizzazione è assolutamente una vile menzogna.

Il Reddito Universale è un concetto che differisce dai redditi di sussidio in quanto è un reddito che dovrebbe essere percepito da chiunque a prescindere dalla sua situazione economica e collocazione di classe come compenso economico per la produzione di dati , sia nel senso di dati immediatamente quantificabili che di dati di tipo qualitativo, memi culturali, che vengono successivamente drenati e messi a valore dall’economia dei Big Data e più in generale vengono sussunti nel general intellect e messi a profitto.

In realtà non si tratta altro che di un nuovo modo di tentare di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto, di togliere la produzione dalla palude del mercato generata dalla stagnazione dei salari e, in questa fase, da un esercito industriale di riserva che diventa sempre più puro esubero di merce-lavoro non assorbibile da un modo di produzione nel quale aumenta costantemente l’automazione anche per i lavori cognitivi, oltre che per i manifatturieri. Questo reddito di base, garantito a tutti, infatti servirebbe a finanziare l’acquisto di beni accessori e beni di lusso, tecnologia soprattutto, tramite il mercato dei crediti. Nei fatti un sistema per finanziare ulteriormente la spirale del debito individuale, e ricordiamo che nel mondo anglosassone il debito studentesco, quanto i neolaureati devono restituire, con gli interessi, quanto le istituzioni finanziare che hanno prestato loro per accedere all’alta formazione, ammonta a 1,4mila miliardi di dollari, di cui 376,3 miliardi sono costituiti dal debito di studenti sotto i trenta anni[1].

In pratica chi si approccia al mercato del lavoro, con un’alta specializzazione come raccomandato per anni dalle istituzioni, ha da subito decine di migliaia di dollari di debiti da ripagare agli istituti di credito. Il Reddito Universale sarebbe quindi niente altro che un modo di finanziare il debito di una classe media sempre più in via di proletarizzazione a livello globale e non è un caso che venga sponsorizzato anche dai nuovi robber barons del digitale.

Reddito e salario

Al di là del reale significato e delle confusioni tra i vari tipi di reddito e gli strumenti che garantiscono il welfare, si dovrebbe aprire una discussione anche su quest’ultimo che va ricordato essere uno strumento di esproprio di quota parte del salario. Nelle fasi precedenti l’avverarsi della crisi economica (che è immanente al sistema capitalista), gli interventi sono sostanzialmente duplici, sostenere artificialmente la domanda prima e “socializzare” l’aumento del costo del lavoro nella fase di sovra produzione. “Lo stato del capitale è perciò chiamato a pagare quelle componenti del salario di classe che figurano come oneri sociali, per alleviare i conti del capitale, fornendo “servizî” gratuiti o semi-gratuiti, che altrimenti dovrebbero essere comprati e pagati con reddito, e con reddito salariale in particolare”[2]. Pagare i servizi con reddito anziché direttamente con capitale, secondo Marx, non vuol dire progresso ma è un dato di arretratezza, nel senso di supremazia del capitale. Ciò in definitiva vuol significare che le quote salariali che i capitalisti risparmiano grazie allo Welfare state, sono pagate dagli altri lavoratori, median­te un trasferimento coatto interno al totale dei salari, senza però incidere sul plusvalore totale – in quanto prelevato appunto dal salario stesso – ma anzi accrescendolo mediante un trasferimento in direzione a esso favorevole.

Quel che è interessante notare è come si sia progressivamente prodotta una mutazione nelle rivendicazioni concernenti proprio la questione del reddito. Ma a ben vedere la questione si amplia, nel momento in cui vi può essere una disponibilità economica maggiorata indipendentemente dal fatto se si percepisca o meno un reddito monetario, che è il presupposto del reddito universale, si pone quindi in essere l’aumento della capacità di spesa pro capite, quindi si è disposti, ad esempio, a pagare un canone locativo lievemente più alto o subire in maniera passiva la privatizzazione e l’aziendalizzazione dei pubblici servizi. Si rende socialmente accettabile un passaggio epocale, ossia il sostegno indiretto ma palese alla produzione di beni e servizi, insomma un trasferimento di denaro derivato dalla fiscalità generale (e quindi per la più parte dall’esproprio di una parte del salario) dalle casse statali alle casse delle aziende passando dalle tasche del cittadino-utente.

Ma questa non è che la parte emersa del problema, il cambio di prospettiva sul reddito diretto come diritto, ha di fatto distorto le prospettive di un immaginario collettivo, che ora rivendica denaro e non conquiste materiali o, ancor peggio, rivendica il denaro come strumento di accesso ai servizi pubblici, cancellando al contempo la questione fondamentale della diminuzione dell’orario di lavoro. Il reddito è oggetto di dibattiti complessi, ma la sua centralità è sempre stata vista come positiva, mai come problematica da decostruire. L’esigenza del reddito è centrale, ma questa sua centralità deve essere indagata, l’esigenza di moneta è sì centrale, ma solo in una società mercatale ossia nel modo di produzione capitalista. Quindi l’esigenza di moneta come unico mezzo per accedere a beni e servizi è già inscritto in una visione particolare della società, è essa stessa l’emanazione più genuina di una particolare narrazione, la quale concepisce l’acquisto di beni e servizi – non esclusi quelli essenziali – come unica forma possibile di accesso a tali mezzi di sostentamento dell’individuo e che vede nel mercato l’unica forma di relazione e di rapporto sociale: questo è in estrema sintesi il mantra del capitalismo. 

Costruire l’incompatibilità

Una decostruzione analitica della narrazione neoliberista è quindi un passo essenziale nella costruzione di un immaginario conflittuale, che non deve però procedere sul solo binario del conflitto di piazza, ma deve mirare a costruire un livello di incompatibilità crescente, radicale e radicata nei territori. Con questo non si invita né all’eremitaggio né alla favola del ritorno all’antico e al bucolico – se mai l’antico fu un periodo di felicità contadina – né all’isolamento ideologico né tanto meno alla creazione di nuove società tribali. Quel che si propone è un rovesciamento della narrazione capitalista attraverso il riconoscimento delle contraddizioni prima e la pratica dell’incompatibilità poi.

Molte esperienze e discussioni non hanno mai creato le doverose istanze di incompatibilità con il sistema mercato, ci si ritrova quindi a dibattere su come riappropriarsi di reddito o su come disarticolare spazi per un libero ottenimento dello stesso, svincolato da leggi e regole, nella speranza che questo basti ad avviare un processo di reale emancipazione dai dettami del sistema mercatale di riproduzione del reddito. In realtà si liberano risorse e si creano dei micro redditi attraverso l’economia informale, che nel complesso sgrava lo Stato e il sistema in generale, da alcuni obblighi e oneri. In questo complesso flusso di dibattiti e analisi è spesso sfuggito il concetto stesso di reddito e cosa invece potrebbe configurarsi come suo sostituto, il riappropriarsi dei mezzi per la produzione di reddito indiretto – un tempo definito salario indiretto – cioè beni e servizi non mediati dalla quantità di moneta, in breve recuperare il valore d’uso nell’ottica di dissacrare il valore di scambio.

Quello che colpisce è che nella rincorsa al reddito, spesso si sottovaluta la direzione verso la quale si avvia la rivendicazione, si perde di vista il fatto che ciò che si chiede è la crescita economica nella sua più genuina formula neo-classica, ossia la generalizzata crescita del reddito pro capite. Che a chiedere ciò sia la classe media, in un tentativo di recupero del suo potere di spesa, quindi dei suoi storici privilegi, non sorprende; il problema e la contraddizione esplodono, quando queste istanze divengono le parole d’ordine di un intero movimento e di una intera generazione che in nome del conflitto di classe chiede semplicemente accesso al reddito, cioè potere d’acquisto.

Quando poi si ammantano di connotati rivoluzionari alcune pratiche, tendenti a scavare nicchie nel mercato globale, le quali non emancipano dalla necessità del reddito diretto ma ne fanno addirittura il fine ultimo, è chiaro che qualcosa è sfuggito di mano. Nella ricerca dell’autodeterminazione attraverso l’auto-reddito ci si imbatte in alcune dinamiche che tendono a costruire una serie di rapporti, allorché su scala ridotta, mimano la complessità della produzione di massa con effetti quali l’autosfruttamento. Quindi orfane di un preciso percorso politico verso la reale incompatibilità col sistema mercato molte sperimentazioni concedono al mercato molto di più di quel che ottengono in termini di lavoro politico verso la reale decostruzione della narrazione capitalista, e figuriamoci delle pratiche! In questi percorsi lo sforzo di realizzare un profitto finisce col depotenziare il conflitto e dirottare energie dal movimento alle produzioni di nicchia quindi alla produzione di reddito.

Si assiste inoltre alla nascita di relazioni di tipo meramente economico tra varie realtà, che sono anche lontane tra loro da un punto di vista di pratiche politiche – a questo punto vere o presunte – nelle quali le diversità o le divergenze vengono quasi annullate dalla comune esigenza di fare cassa. Accordi che possono venire meno nel momento in cui sparisce l’interesse principale che sostiene il reciproco interesse mercatale. Si assiste quindi alla riproposizione della nascita e dell’estinzione di meri rapporti commerciali, i quali seguono la ferrea logica da bottega della massimizzazione dei profitti a fronte di un minimizzazione dei costi. Questa quindi sovrintende alle relazioni altre in maniera sempre più pervasiva man mano che le relazioni si fanno sempre più di natura economica venendo meno il piano del percorso politico e sociale e rendendo , al contempo, sempre più difficile costruire delle pratiche di reale mutuo appoggio.

Va anche ricordato che tali produzioni trovano una domanda in quegli strati sociali che hanno una discreta capacità di spesa, in un paradosso tipico del nostro tempo e tutto interno al capitalismo: si tenta di combattere il soggetto sociale che sostiene economicamente il “conflitto”, ci si trova quindi ad essere mantenuti esattamente da quel soggetto contro il quale si è convinti di lottare.

Il concetto stesso di mercato è di per sé ineliminabile senza un passaggio necessario di eliminazione del concetto di valore, nella fattispecie del valore di scambio. Fintanto che si utilizza il denaro come mezzo per definire il valore di un processo produttivo o di un oggetto saremo immersi nel mercato e a nulla servono i proclami di presunte zone franche. Senza scendere troppo nelle definizioni e nei meccanismi economici, si deve qui porre in chiaro una serie di aspetti e affermazioni che si pongono come erronei o fuorvianti.

Sarebbe più corretto parlare di economia informale piuttosto che di spazi fuori mercato, anche perché la prima apre ad una serie di analisi, potenzialità e dinamiche molto interessanti, a patto che si accetti la contraddizione originaria di dipendere da un mercato monetario.

L’economia informale si pone come micro sistema svincolato da regole esterne e sostenuto dal solo scambio interno, un ibrido tra servizi, beni e moneta, questo tipo di economie è tipico, delle bidonville e delle favelas, o delle realtà rurali più o meno remote, un tempo sopravvivevano anche nei quartieri popolari, sistemi sociali nei quali il valore di scambio viene spesso a comporsi di una parte in denaro e una parte in beni o servizi, senza nessun costo aggiuntivo prodotto dalla tassazione, l’unico aspetto che lega questi microsistemi al mercato esterno è la svalutazione della moneta, ma solo nel momento in cui si acquistano prodotti all’esterno del sistema, il che produce una sorta di inerzia interna che rallenta l’aumento dei prezzi in quanto compensati dagli altri elementi che compongono il valore di scambio.

In termini assoluti il concetto di mercato è ineliminabile ma può essere riportato a scala umana modificando l’elemento che media lo scambio, passando dalla monetizzazione del servizio ad uno scambio di servizi, insomma dal valore di scambio al valore d’uso. Con questo non si intende buttarsi alla cieca nel baratto o nella banca del tempo, ma eliminare progressivamente l’esigenza assoluta di denaro, questo sarebbe già un percorso interessante da analizzare.

 Veniamo quindi ad uno dei nodi centrali della questione, abbiamo fin qui distinto il reddito in due categorie, il reddito diretto – salario o stipendio – e il reddito indiretto – ossia il valore d’uso di beni e servizi forniti in un sistema di welfare state o di ciò che ne rimane. Il primo non è riproducibile al di fuori del mercato in senso lato, sia esso quello monetario, il quale determina il costo ed il valore di scambio della moneta, quello del lavoro che determina il costo del lavoro, quindi i salari e gli stipendi, e infine il mercato di beni e servizi il quale determina costi, prezzi e tariffe di beni e servizi. Il secondo tipo di reddito, quello indiretto, è riproducibile parzialmente al di fuori dell’egida mercatale o quantomeno fuori dal mercato monetario e del lavoro,  nel momento in cui si entra in possesso di conoscenze e mezzi di produzione e attraverso l’organizzazione. E’ chiaro che un percorso politico che mira all’emancipazione sociale dal giogo della mercificazione totale, non può che puntare alla progressiva riduzione dell’esigenza di denaro primo e di un’ aumento dell’autoproduzione e autogestione di beni e servizi.

Siamo nel campo delle ipotesi e della speculazione teorica, un tempo definita utopia. Ma è pur vero che se da un lato il reddito serve per poter accedere a beni e servizi, nel momento in cui questi si riesce ad autoprodurli e autogestirli almeno in parte, il fabbisogno di moneta comincia a decrescere, fino a limiti fisiologici imposti dal sistema economico e sociale nel quale si è immersi, con questo non si intende un eremitaggio di massa o un ritorno alle istanze bucoliche, si intende mettere a sistema la tecnologia disponibile per sopperire alle tariffe dei servizi energetici, si intende una messa a sistema delle conoscenze per sopperire alla scarsità di servizi collettivi – ad esempio ambulatori popolari e istruzione autogestita.

È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia micro filiera produttiva è assai più semplice che autoprodurre progressivamente quello di cui si ha bisogno, dai beni di largo consumo fino all’energia, ma il portato socio-politico del percorso è decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione.

 Utopia certo, ma altrove discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi. È chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, ma saltarli a piè pari senza prendersi la briga di ragionare sulle potenzialità e preferire percorsi meno complessi, non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut, o il reddito o il conflitto, probabilmente si può uscire dal dualismo, attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali.

NOTE

[1] A. J. Hess, Here’s how much the average American in their 20s has in student debt, CNBC, 14 luglio 2017. L’Articolo è consultabile al seguente url: https://www.cnbc.com/2017/06/14/heres-how-much-the-average-american-in-their-20s-has-in-student-debt.html).

[2] G. Pala, CLASSE, SALARIO, STATO. La merce forza-lavoro per il salario sociale contro lo stato sociale, in Lo stato a/sociale, Laboratorio politico, Napoli 1998

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