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LA SOCIETÀ NICHILISTA È L’OBIETTIVO RAZIONALE DEL CAPITALE

La razionalità è qualcosa di labile e assai difficilmente definibile. Già Max Weber intuì la razionalità come elemento dinamico appartenente all’umano agire[1]. La diversificazione fra razionalità rispetto al valore e razionalità rispetto allo scopo ha fatto piombare nella confusione chi vedeva la razionalità come una sorta di “subordinato  etico” che suggeriva ciò che era meglio o giusto fare. Valore e scopo, invero, non sono concetti così facilmente universalizzabili, è sempre una questione intimamente legata al contesto nel quale si agisce. Si potrebbe dire che siano prodotti storici. In guerra come in situazioni di carestia, crisi economica o di decadenza dei sistemi di equilibrio sociale, valori come quello della vita, della dignità e del rispetto reciproco appaiono assai meno universali. Quando il concetto di valore muta, cambiano di conseguenza tutti i riferimenti ad esso collegati e da questo dipendenti.

Quando l’equilibrio sociale non è più retto da valori etici e si passa ai valori materiali non ci si può attendere altro che un cambiamento della struttura di riferimento su cui una società evolve. Con questo non va inteso che nell’antichità la società fosse moralmente più sana o eticamente più elevata. Semplicemente la governance faceva leva sui sentimenti (paura e terrore compresi) per garantire il suo controllo. L’egemonia culturale, cioè l’imposizione di una e una sola visione del reale, si alimentava di elementi valoriali “eticamente” fondati. Il fatto che l’etica non sia un valore assoluto la dice lunga sull’universalizzabilità dei valori di una società. 

Oggi l’egemonia culturale si estrinseca nella narrazione totalizzante del libero mercato. Si badi bene che questo è sempre e solo strumentale alla necessità principale della leva del potere. Al contempo non si tratta solo di un cambio di conformazione sociale alle esigenze del potere, ma di un cambio del paradigma valoriale attraverso il quale il potere opera. Quello che cambia e complica le cose è l’acquisizione di conoscenze tali da ridefinire il ruolo dell’essere umano con sé stesso, con la natura e  il suo rapporto con l’esistenza. Lo sviluppo tecnologico ha liberato le possibilità illimitate della tecnica in quanto volontà di potenza.  

Se ci spingiamo più a fondo nell’analisi dell’apparente dualismo “tecnica ed etica” noteremo che non cambiano solo i valori, con essi cambiano necessariamente gli scopi che ci prefiggiamo. Lo scopo non è quindi un succedaneo del valore ma si attualizza attraverso di esso. Finanche la razionalità rispetto ad uno scopo, ovviamente riferita agli esseri umani, proposta da Weber può essere letta non come come la spinta a realizzare qualcosa che abbia una certa importanza. Tale importanza non può prescindere da un qualsivoglia valore sia esso sociale, culturale, politico, economico. 

Si potrebbe quindi osservare che non si dà scopo senza una base valoriale. Che motivo avrebbe un individuo o una comunità di fare o non fare qualcosa se non credesse che ciò possa essere utile o giovare in qualche modo? E cosa fa si che il risultato sperato sia utile? Cosa se non un valore fondativo, un elemento che conforma, sostanzia, intenziona e configura le attività di un singolo o di una collettività. Scopo e valore sono quindi connessi da un legame sotterraneo, fondativo, paradigmatico. Non sono dati nell’universalità ma all’interno di contingenze storiche. Per comprendere ciò è forse utile comprendere più a fondo la differenza fra etica e tecnica in termini di valore e scopo. Ciò è possibile solo abbandonando giudizi moraleggianti. 

Una delle migliori definizioni della tecnica viene fornita da Emanuele Severino il quale ne definisce i contorni in maniera estremamente chiara, descrivendone il valore generativo: Il valore della tecnica dovrebbe essere quello di servire le richieste delle grandi forze culturali e ideologiche dell’occidente, come l’umanesimo, il cristianesimo o il capitalismo, ma anche la tecnica ha un suo valore che riguarda la capacità di produrre tutti i valori. Il valore in cui la tecnica consiste e che costituisce il suo scopo è la volontà di incrementare all’infinito la capacità di realizzare qualsiasi scopo e quindi qualsiasi valore[2].

Scopo e valore qui agiscono diacronicamente, come conseguenza di una necessità originaria. Una volta interiorizzato il principio della tecnica possiamo comprendere il perché valore e scopo emergano come elementi interdipendenti e intrecciati. Se quindi accettiamo che il valore preordina lo scopo allora più che razionalità potremmo parlare di logica aderente allo scopo, di ratio attraverso la quale ottenere qualcosa. Che poi il percorso per giungere allo scopo sia razionalizzabile in un quadro di azioni, mansioni, compiti e fasi questo attiene alla visione della “produzione di scopi”.  

Qui potremmo avere quello “iato funzionale” tra valore determinante e determinazione dello scopo, nel senso che il meccanismo, il processo o il percorso per raggiungere lo scopo è tanto determinante per lo scopo in sé quanto determinato dal valore che lo fonda. Potremmo quindi affermare che il modo di darsi di un processo è determinato dal sistema entro cui questo avviene. 

In una fase storica nella quale il valore imperante è quello economico, gli scopi ad esso associati non possono che configurarsi come economicamente significativi. Il valore economico deve essere ben specificato, non ci si può quindi semplicemente riferire all’inflazionato “dio denaro”. Questo va invece inteso in quanto valore superiore che determina e legittima il potere decisionale, quindi la capacità di coercizione sociale. Se quindi lo scopo ultimo è la perpetuazione del potere, possiamo comprendere come il cambiamento cui abbiamo assistito nel secolo breve sia di portata più che ragguardevole.

Se al posto di replicare l’esistenza, riproducendo la società in quanto esseri viventi che devono necessariamente riempire di senso il loro esserci, riproduciamo valori non esistenziali ma economici ecco che la riproduzione sociale è subordinata alla riproduzione di valore economico. Qui lo scopo dell’esserci in quanto esseri viventi assume l’inquietante conformazione della produzione. L’esistenza è quindi il rispetto del mansionario[3], l’efficienza diventa il binario su cui si agisce. Da qui l’imprinting produttivista dell’agire sociale, il produrre risultati immediati, l’essere attivi quantitativamente, ottimizzare e massimizzare, intesi in senso estrattivo del valore economico.

Se la tecnica è l’orizzonte di senso che fornisce lo scopo,  se lo scopo è la produzione e se il valore ad esso associato è solo quello eminentemente funzionale all’accrescimento di valorialità economica, allora si comprende come la ratio dell’agire sia divenuto quello della produttività. Questa ben si sposa con l’enumerabilità dei risultati, con la quantificazione del prodotto. Se le ragioni della tecnica diventano l’emblema della possibilità illimitata, la scienza, da metodo per disvelare il sensibile, diviene ricerca della reale attuazione delle possibilità illimitate. Per fare ciò, per essere alfiere dello sviluppo senza fine, deve essere blindato in una sorta di dogmatismo religioso, insondabile e indiscutibile. In questo cambio di paradigma si passa, definitivamente, dal metodo scientifico alla tecno-scienza. Un’istanza che fa leva sulla ricerca al servizio del valore economico e non come momento metodologico di indagine del reale.

La ratio dell’autoreferenzialità

Se prendiamo per buona la conclusione che la tecno-scienza diviene un sistema dogmatico allora gli esiti non possono che essere quelli che abbiamo dinanzi agli occhi. Se l’agire tecnoscientifico è lo strumento privilegiato per porre un veto assoluto su qualsiasi critica all’implementazione tecnologica e con essa la moltiplicazione infinita del valore, allora buona parte di coloro i quali operano in quell’ambito devono necessariamente essere al servizio del valore economico più che del valore genuinamente scientifico. Si badi che la critica qui posta non è al metodo scientifico di Newton, Galilei o Plank, ma a ciò che nel tempo è divenuto l’agire della ricerca indirizzato e intenzionato dal modo di riproduzione capitalista.

La  tecnoscienza e quindi surroga la prassi  della “produzione cognitiva” all’interno dell’accademia. Questa è sempre di più programmata per essere autoreferenzialità in atto. Produrre pubblicazioni, convegni conferenze ed eventi, muovere interesse e quantificare in ritorno economico il suo operato spesso e volentieri parlando di sé e non più ponendosi come strumento di interpretazione.

Sicuramente un effetto combinato del sistema di valutazione scientifico-curricolare con il produttivismo spinto tipico dell’attuale fase storica, che è portato avanti a livello ministeriale su base meramente quantitativa condita in salsa meritocratica. A livello dipartimentale il gioco è invece spesso imperniato su base sostanzialmente nepotistica, in barba anche a quel simulacro del merito tanto caro al Ministero della Ricerca. Il sistema baronale non è certamente defunto con la riforma Gelmini che nei vaniloqui della sua firmataria avrebbe dovuto porre un freno al precariato e allo sfruttamento negli Atenei. 

In questa sorta di teatro il dibattito  accademico, fatte salve rare eccezioni, è del tutto assente e al suo posto vige un melenso balbettio  motivato da meri fini carrieristici. Anche l’accademia, comunque, non è altro che lo specchio di una temperie culturale, storica e geografica, nella quale vengono premiate e segnalate persone la cui carriera si è giocata esattamente su arrivismo e produttività a tutti i costi. Costi nei quali rientrano articoli scientificamente carenti, o fatti scrivere a collaboratori, dottorandi, ricercatori in cerca di conferma ecc. e poi inevitabilmente firmati dal baroncino di turno o dal protetto di quest’ultimo. Pure essendo nei rispettivi ambienti ognuno noto per ciò che fa o ancor più per ciò che pretende di essere, l’accademia spesso è difficile da giudicare, soprattutto se l’accademico porta lustro e fondi all’ateneo. 

Toccare uno di questi “mostri sacri” rendendo pubblici questi dati di fatto e le conseguenti riflessioni sistemiche, significherebbe essere zittiti e smentiti all’istante da altre decine di accademici belanti. Significherebbe solamente essere posti ai margini e alla fine essere estromessi definitivamente dal sistema e da ogni residua possibilità di partecipare anche marginalmente a esso. Questo vale per tutti i luoghi della produzione dove l’elemento principale che viene messo a profitto è l’intelletto. Lavorare dentro una catena-sistema per la generazione di profitto attraverso il saccheggio delle risorse (naturali o intellettuali che siano) rende schiavi-automi di determinate logiche e fa sì che chiunque esprima una qualsiasi deviazione da queste logiche venga bollato come disfattista nel migliore dei casi o, peggio, come soggetto antisociale e non funzionale al processo produttivo.

Tutto ciò accade a causa dello smarrimento di qualsiasi possibilità di un’azione collettiva dentro (e contro) i luoghi di lavoro: abbiamo sostanzialmente perso la possibilità del cambiamento. Manca lo scopo, il motivo per cui lottare. Questo processo di smarrimento del soggetto collettivo capace di devianza parte da lontano, radicandosi nell’atomizzazione delle soggettività che si fonda sull’adagio classico “mors tua, vita mea”. Si salvi chi può!

Questo vale in ogni ambiente produttivo e nella vita di tutti i giorni, visto che ogni ambito esistenziale è costantemente messo a valore. Occorrono individui affidabili, regolari, performanti nella vita come sul posto di lavoro. Si parte dalla scuola dove al minimo segno di irrequietezza si fanno partire programmi di sostegno e cure farmacologiche. Abbiamo vissuto il dramma di tanti lavoratori che non volendo vaccinarsi hanno perso il posto di lavoro per qualche tempo o definitivamente. Abbiamo raccolto le confessioni di tanti medici e ricercatori che non potevano sostenere opinioni alternative alla vulgata pena l’esclusione e l’azzittimento. Pensiamo al fenomeno Orsini, studioso fuori dagli schemi prefissati, al di là di come si giudichino le sue affermazioni, allontanato da ogni ribalta proprio per le sue posizioni alternative al sentimento comune infuso dai media. Cosa è oggi l’Università? Riesce ancora a produrre pensiero critico e radicale? In che misura? Al “servizio” di chi?

Si possono fare anche mille inchieste per anno accademico, ma se l’obiettivo è il curriculum, la valutazione, capiamo bene che ci troviamo di fronte a un pensiero completamente appiattito su significati altri dalla ricerca di un qualsivoglia senso di un fenomeno. Manca lo scopo, il motivo per cui ricercare al di fuori del produrre risultati. Sempre più rare sono le inchieste veramente utili al cambiamento dello stato delle cose presenti. Spesso ci si limita a osservare e chiosare l’esistente: quella micro esperienza sociale, quel processo economico alternativo, quel tentativo politico partecipativo. Proprio perché si è snaturata, smarrita l’idea di militanza che oggi vi si può annettere personaggi che non hanno nulla a che vedere con essa. L’essere intellettuali di parte e non olistici. Pensare che ci siano modelli alternativi a quelli dominanti. Credere che sia possibile far saltare il banco e non solo mettere la zeppa giusta per non farlo traballare troppo. 

La militanza in Accademia si è ridotta a misero espediente carrieristico. Scrivere, ad esempio editoriali, fondi o recensioni sul “Corsera” o su “Alias”. E, si badi bene, recensioni che non dicono nulla del libro che recensiscono ma che parlano quasi esclusivamente di chi scrive la recensione e dunque al servizio della sua visibilità. Punto. La militanza politica, diciamo così, è oggi priva di uno scopo che non sia individualistico: non altro che puro nichilismo al servizio del capitale, un capitale che ha ingerenze pesantissime su pensiero, esistenza, scelte, socialità, prima ancora che sull’economia e sul lavoro. Cosa si sta facendo per sottrarsi a questo peso? Non si intravvedono che sacche di resistenza individuali, sempre più marginali e quindi inefficaci. Neanche la marginalità della pratica intellettuale riesce più a trarre una visione che riesca a dire che un’altra via è possibile. Anche in sperimentazioni più avanzate spesso un autore non legge l’altro di cui pure condivide il percorso, il campo di una certa parte al di qua o al di là della barricata. Si scrive per fare sfoggio di nozionismo, non si ha lo scopo urgente di far emergere il campo di lotta, di recuperare e organizzare il soggetto dal piano sistemico. No, spesso rimangono solo scopi personali, legati all’auto-visibilità. La pandemia del COVID che a tanti pareva un toccasana, una sorta di medicina che avrebbe riportato l’umanità a essere un tantinello più umana, alla fine ha mostrato inevitabilmente il suo vero volto rendendo la deriva antropologica ancora più evidente e ancora più invincibile.

Alla fin fine, la società nichilista è l’obiettivo razionale del capitale. Non c’è scopo nella mia vita liquida. Proviamo almeno a emergere da questi liquami in ogni modo. Vediamo se gonfiando a dismisura l’ego personale si riesce almeno a galleggiare: l’aria che gonfia questo ‘salvagente’ sta nella conformità al sistema attraverso l’accumulazione di merci tramite acquisto, l’accumulazione di ricchezza, l’accumulazione di fama o di potere.

Nell’ambito dei pensieri deboli manca l’attesa presente o escatologica dell’evento forte (lo scopo della vita) che un tempo era giocato nella contrapposizione-alternativa, spesso atematicamente concomitante, tra l’avvento del Regno di Dio e quello del Regno dell’Uomo. Viviamo nel pieno, senza accorgercene, dell’oscuro baratro nichilista che si è generato tra l’illuminazione divina e il sol dell’avvenire, tra l’inedito uomo divinizzato per grazia nell’epifania del Cristo e il nuovo superuomo auto-divinizzato del pensiero nietzscheano. Credendo ormai perduti definitivamente i due costoni del burrone non possiamo far altro che chiederci: Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? (F. Nietzsche, Gaia Scienza, aforisma 125).

Alla fin fine, la società nichilista e non il suo superamento o la trasmutazione di tutti i valori è l’obiettivo razionale del capitale.

Note

[1] M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, 1922, trad. it.”Economia e società”, 1961

[2] E. Severino, Téchne, le radici della violenza, Milano, Rizzoli, 2020

[3] U. Galimberti, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, Milano, Feltrinelli, 2008

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