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SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (II)

Sussunzione tra produzione materiale e produzione politica

Nella prima parte di questo articolato discorso abbiamo affrontato quelle che dal nostro punto di vista possono considerarsi tra le questioni più evidenti riguardanti il moto sussuntivo subito dal movimento. Nelle pagine che seguono proviamo ad articolare il discorso esemplificandolo attraverso la rilettura di pratiche specifiche che hanno connotato fasi cruciali della storia recente del Movimento

Partiamo quindi dal concetto di sussunzione squisitamente marxiano, il quale è già di per sé  aperto ad una interpretazione ben al di là della mera produzione materiale, e che in qualche modo Deleuze e Guattari hanno interpretato nelle loro analisi. Sussunzione del lavoro al capitale significa, dice Marx, che il capitale sottomette a sé, vale a dire include nel rapporto sociale in cui esso consiste e rende quindi funzionale alla logica della sua autoriproduzione, modi d’essere del lavoro umano che si sono costituiti prima e indipendentemente da esso, e che esso piega ai suoi interessi senza modificarne il contenuto. Il termine sussunzione formale vuol indicare appunto che il modo di produzione che tale sussunzione istituisce è capitalistico soltanto nella forma, non anche nel contenuto. La successiva fase, se così possiamo esprimerci, è la sussunzione reale del lavoro al capitale, la determinazione del modo stesso di essere del lavoro da parte del rapporto sociale capitalistico che lo ingloba. Il capitale si appropria quindi, dice Marx, non soltanto del prodotto del lavoro, ma anche della sostanza del lavoro, che riplasma per adattare alla sua teleologia la maniera stessa del suo svolgersi. La produzione che ne nasce, egli prosegue, è specificamente capitalistica, in quanto è il suo stesso contenuto lavorativo che è formato dal capitale, non già storicamente trovato da esso.

Scorgiamo in questa doppia declinazione della sussunzione, ossia sussunzione formale e sussunzione reale un parallelismo con quanto sostenuto da Deleuze e Guattari.  Nella prima declinazione formale, possiamo riconoscere il processo di deterritorializzazione, nel secondo quello “sostanziale” di riterritorializzazione. Per intenderci potremmo fare l’esempio di un artigiano che svolge la sua attività lavorativa in autonomia con una modalità che lo ripaga dei costi delle materie prime e dei beni strumentali necessari al compimento del suo lavoro. Nel momento in cui tale attività viene ad essere inglobata in un meccanismo propriamente capitalista, ossia l’artigiano non produce più per sé ma diventa subalterno ad un processo più ampio nel quale la quantità di prodotto è stabilita da qualche altro soggetto, allora le cose cambiano. L’artigiano dovrà modificare tanto il tempo di produzione quanto la modalità stessa di produzione per adeguarsi alle richieste. Questo processo, nella sua estrema sintesi e semplificazione[1], apre ad una analisi che potrebbe in apparenza esulare dalla mera questione di produzione di merci e servizi, approdando alla produzione sociale, politica e culturale. Diciamo “in apparenza” in quanto già da lungo tempo, non soltanto la produzione ha cessato di essere retaggio dell’industria classicamente intesa come fabbrica, ma l’intera società è da ritenersi un fattore preordinato alla riproduzione capitalista. 

Ma andiamo per ordine. Come nell’ambito strettamente riguardante l’estrazione di plusvalore, la sussunzione è qualcosa concernente l’introiezione di attività all’interno di uno schema gerarchico (il contadino che diventa mezzadro, l’artigiano che diventa operaio, ecc.), in tutto quel che resta fuori dall’ambito produttivo, la dinamica legata alla sussunzione non assume purtroppo altri connotati rispetto a quelli sin qui esposti. O almeno così non sembra definirsi storicamente per quanto ci è dato sapere Questa non è una scoperta recente ovviamente, e come già accennato, da Marx a Deleuze e Guattari, il concetto di sudditanza della società alla riproduzione capitalista ha riempito interi scaffali di testi. Quello che appare caduto nell’oblio è una cosa che, per quanto possa apparire scontata, sembra essere sparita dal dibattito, ossia che la società, modernamente intesa, è il prodotto del modo di riproduzione capitalista. In quanto ad essere prodotto, ciò deve intendersi nella ratio del significato produttivo, cioè che la società umana inserita nel modo di riproduzione capitalista non ha scopo in sé, in termini di esistenza, che non sia quello di essere funzionale alla riproduzione del capitale. Gli individui diventano risorse umane e agenti economici, la personificazione di una domanda di beni e servizi. Dalla prima rivoluzione industriale il fenomeno si è semplicemente fatto più evidente, non che prima non esistesse. 

La crescita urbana è il segno di questo rapporto di sudditanza, se intendiamo la città come luogo di produzione per eccellenza nel quale ognuno svolge un ruolo e nel quale per questioni di economia di spostamento e concentrazione produttiva (tanto di merci nel passato quanto di servizi nel presente) si concentra un numero sempre crescente di persone. Oblio quindi appurabile nel fatto di non riconoscersi come parte integrante del meccanismo di riproduzione capitalista ma di pensarsi agenti come liberi individui. Forse qualche ragionamento “limite” può inquadrare la problematica entro i confini del presente discorso. Potrebbe sembrare paradossale ma anche i “paria” della società partecipano al processo di sussunzione, anzi la loro presenza in un certo modo fluidifica il meccanismo. Pensiamo a tutto il capitale umano, finanziario e di mezzi che muovono la massa di attività caritatevoli, cifre ragguardevoli per senza tetto o persone cadute in disgrazia. Per non parlare dell’economia gravitante attorno alle comunità di recupero e a tutte quelle attività per dipendenze varie. Una sorta di meccanismo di compensazione all’interno del sistema che genera da sé sia le patologie che i palliativi, ma sempre riuscendo ad estrarre valore da ogni attività “esternalizzando” i costi delle cure a circuiti caritatevoli. 

Bisogna ricordare un concetto chiave dell’economia di impresa: non si ottengono buone performance solo con i ricavi, ma anche tagliando i costi. Se quindi parte dei costi sociali fisiologicamente legati al modo di riproduzione capitalistica vengono scaricati sulla pietas delle persone, le quali gioiscono nel privarsi di qualche spicciolo per aiutare il prossimo, ben venga. Ma un gesto che fino a qualche decennio fa era qualcosa di immediato come mettere in mano a qualcuno una moneta, un atto spontaneo tra un individuo e un’altro, oggi passa attraverso un mediatore che non è l’associazione o la ONLUS in sé e per sé. Il mediatore è ciò che le ONLUS o l’associazionismo finisce per rappresentare, ossia il modo di riproduzione capitalista. All’interno del processo caritatevole sono entrate le economie di scala, ciò lo si  ritrova nei volantini e nelle pubblicità a sostegno delle più disparate attività, “con soli 10 euro al mese potrei aiutare…” continuate pure con quello che vi viene in mente. C’è la razionalità capitalista dietro all’individuazione del giusto contributo, commisurato al reddito di quello strato sociale che più di altri si muove a compassione. Ma che l’azione caritatevole sia un’industria che macina cifre a nove zeri non è una novità. Quello che ultimamente salta all’occhio è la concorrenza che tali associazioni cominciano a farsi tra loro, dovendo accaparrarsi la benevolenza di una classe media sempre più impoverita. Ciò avviene all’interno di una sorta di paradosso, più la classe media si impoverisce più bisogno c’è di azioni caritatevoli per ludopatie, e dipendenze di vario genere, maggiore è la concorrenza fra le associazioni. Allora ogni mezzo è lecito per primeggiare e rivaleggiare con gli altri, entrano in atto le tecniche di comunicazione o le strategie di marketing, si investono somme ragguardevoli per farsi confezionare una pubblicità strappalacrime o un documentario che  narri le gesta degli operatori o delle figure eroiche dei fondatori. Uso efficace della narrazione per snudare il principio dell’anima bella di schilleriana memoria.

Ma spiegare come si giunge da un gesto individuale all’industria della carità non è un fatto semplice. C’è da mettere in conto una serie di fattori, tra i quali quello di inflazione di un pensiero o di una tendenza. Ciò implica il fatto che da un lato per essere incisivi su un fenomeno si deve rivaleggiare con esso ad armi pari, quindi un’associazione che vuole intervenire sulla fame nel mondo o in aree specifiche deve poter agire in maniera quantitativamente efficace. Ma la quantità implica organizzazione e l’organizzazione, a sua volta, implica investire quota parte delle risorse per garantire il personale e i mezzi utili alla complessità dell’obiettivo che ci si pone.

Citando Hegel, potremmo rammentare un concetto molto utile a comprendere l’evoluzione dei fenomeni, ossia che mutamenti quantitativi influiscono sugli aspetti qualitativi del fenomeno stesso. Se siamo un gruppetto di individui che aiutano persone in difficoltà in un quartiere in maniera del tutto autorganizzata è un conto, se siamo un’associazione internazionale con decine di migliaia di aderenti, siamo una vera e propria impresa, anche se no profit, che gestisce flussi di cassa, che organizza il lavoro e l’intervento tenendo conto di entrate ed uscite. In tutto ciò quella relazione sociale con il quartiere tende a svanire, dal momento che per buona parte del tempo saremo impegnati a raccogliere fondi per l’ordinaria gestione dell’apparato. Raccolta fondi, campagne pubblicitarie, propaganda e narrazione e, dal momento che i soldi servono in primis per mantenere l’organizzazione, l’impegno principale si estrinseca nel narrare per fare cassa. Per non parlare poi delle forme di investimento di talune associazioni per riuscire ad ottenere una maggiore visibilità quindi un maggior contributo. Se il fine giustifica i mezzi, alla lunga forse i mezzi piegano il fine dirottando il percorso.

Questo è significativo del fatto che l’aumento quantitativo di un fenomeno ne influenza la qualità, una serie di scelte che portano alla crescita quantitativa di un progetto finisce per intaccarne la natura stessa, con apparati sempre più complessi e le inevitabili rendite di posizione, leaderismi ecc. Queste sono le cosiddette “crisi di crescita” ben note ai teorici della rivoluzione quindi nulla di veramente nuovo, ma dal momento che molta parte del patrimonio conoscitivo del movimento è finito a prendere polvere in cantina, possono apparire come problematiche afferenti alla sola contemporaneità.

Da questo processo pare non salvarsi praticamente nulla. Tornando a Deleuze e Guattari la disamina del processo di eradicazione della natura autonoma di un aspetto culturale, storico e sociale, e della sua collocazione in uno schema utile alla riproduzione capitalista, conduce ad alcune riflessioni che riteniamo centrali per comprendere la fase storica. Tale processo, di fatto, non lascia indietro nulla di tutto ciò che è potenzialmente utile al capitale, o in quanto si configura come risorsa o come domanda. Dall’esempio più banale della museificazione delle città nelle quali si paga il biglietto per risiedere più di un giorno, alla trasformazione di ogni territorio con un minimo di attrattiva in un polo di interesse di massa (luoghi di pellegrinaggio, luoghi di interesse paesaggistico, siti di interesse tecnologico ecc.). Il concetto di “tassa di soggiorno” si è reso necessario vista la natura massiva del turismo attratto in loco, l’aumento esponenziale del numero dei turisti impatta pesantemente sul contesto e il volume d’affari non ha un ritorno nella preservazione di quel patrimonio che è l’elemento che attira di fatto la massa di turisti. Altro cortocircuito della tendenza depauperante del processo di mercificazione totale di un territorio. 

Ma tale processo come si vedrà si estende ad ogni tipo di attività che possa avere una qualche potenzialità di realizzare plusvalenze. Le tendenze o mode ne sono un esempio lampante, finanche un modo di essere può costituire una nicchia di mercato. Non è inusuale trovare accessori, capi d’abbigliamento, testi, applicazioni, abbonamenti, siti e altro riguardanti uno stile di vita, un hobby, una religione, una fede calcistica, musicale o addirittura un’idea politica. Potrebbe  a questo punto suonare come anomalia  quella che finanche le azioni antagoniste siano state inglobate nel processo di riproduzione capitalista. il merchandising come bandiere, felpe, cappellini, fibbie, liquori e tutta una vasta gamma di oggettistica dedicata al supporto di qualche iniziativa o molto più banalmente ad identificarsi come appartenente ad una linea di pensiero ormai non fanno storcere il naso a nessuno. Ma non è ovviamente su questo che si misura la sussunzione, se mai questa è solo una sorta di evidenza epifenomenica abbastanza risibile ma a suo modo indicativa. Le ragioni sono al contempo più profonde e più complesse e afferiscono al versante storico-sociale più che di produzione tout court. Ciò non toglie che gli esiti siano poi riconducibili ad istanze di produzione e riproduzione.

note:

[1] Per un approfondimento si veda il saggio di Massimo Bontempelli consultabile al seguente url:      https://altrecorrispondenze.wordpress.com/esuberi/sussunzione-formale-e-reale 

I contributi precedenti:

SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (I)

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