LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (VII)

Nel settimo e ultimo appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto (Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, concludiamo con un ultimo estratto del quarto capitolo Quelli di Piazza Statuto (pp. 101-204), caratterizzato dallo stile dell’inchiesta militante. L’autore raccoglie le testimonianze dei protagonisti diretti delle tre giornate torinesi e per restituirci un quadro complessivo degli avvenimenti.

Lo scrittore spezzino riesce a mettere a confronto fra di loro (anche con le ricostruzioni dei giornali e delle organizzazioni politico-sindacali, come abbiamo avuto modo di evidenziare nelle precedenti puntate) alcuni tra i protagonisti di “Piazza Statuto”. Quest’ultimo capitolo del libro è attraversato soprattutto dalle testimonianze di giovani operai provenienti da altre fabbriche, giovani proletari e studenti che raggiunsero la piazza o che, passando casualmente, vi rimasero.

L’ultima testimonianza che proponiamo è quella di D.B., operaio metalmeccanico di appena 14 anni. Emergerà, anche in queste interviste il consolidarsi delle divergenze tra la nuova composizione operaia e le organizzazioni, politiche e sindacali, del movimento operaio di allora.

* * * * *

10. D.B., di anni 14, operaio metalmeccanico

“… sembrava un posto dove tu andavi a fare giustizia, a dare delle legnate, c’era questa sensazione…”

Io allora avevo 14 anni; facevo l’avviamento serale, lavoravo in officina e dopo pochi mesi, credo, o forse a luglio stesso, sono entrato come operaio perché avevano eliminato la versione di apprendistato che comportava un mese di ferie e altri “privilegi”: ad esempio non potevi alzare più di trenta chili, dovevano darti mezza giornata alla settimana per andare a fare un corso di apprendistato, ecc. Per eliminare questi inconvenienti la Pininfarina cosa faceva? Assumeva direttamente come operaio di terza categoria. Dava prima 48 e poi 60-62.000 lire di paga. In quel periodo lavoravo in una “boita” come modellatore in legno; abitavo in piazza Tommaso Campanella, Borgata Parella. Piazza Campanella era ancora estrema periferia di Torino: da corso Lecce in poi, all’Aeronautica, non c’era nulla, non era ancora costruito.

Frequentavo la sezione del Pci, la quinta dal ’61. Era successo che dopo i fatti del ’60 di Tambroni che già allora, mi ricordo, mi avevano colpito, il Pci aveva messo fuori in bacheca, delle specie di decalcomanie piccolissime con i morti di Reggio Emilia e altri, in tutto 96 morti. Ma, io dicevo, “come mai un fatto di tale importanza non lo conosco?” Allora per saperne di più avevo chiesto al comunista della zona che era il ciclista dove andavo ad aggiustare la bici che usavo per andare a lavorare, che mi fa: “anche tua madre è democristiana” perché arrivava dalla campagna e invece non era democristiana “cosa vuoi sapere tu che i tuoi …”. Questo mi aveva creato un po’ di complessi di colpa, mi ero avvicinato alla V sezione, al circolo della Fgci in particolare, che era una sezione che sostanzialmente ruotava intorno a 15 compagni da Calderini, a Schiavi, Zanetti, Vincenzo De Leo a Fenoglio; questo compagno era molto grosso, enorme, e oltre a lavorare in una “boita”, faceva anche il volontario della Croce Verde come autista. In poco tempo mi trovavo a far parte di un gruppo di una decina di persone del medesimo quartiere che in momenti particolari come le feste, diventava anche di quaranta. La media era di 16-17 anni, due soli avevano 25 anni, erano operai di linea della Pininfarina e vivevano soli in un box adattato ad abitazione nel cortile di un condominio dove spesso ci riunivamo la domenica; la maggior parte erano immigrati dal Sud ma anche dal Veneto e dalla Sardegna. Per quanto mi ricordo erano tutti operai metalmeccanici ,di “boite”, ma anche di grandi fabbriche come la Lancia. Mi aveva colpito il fatto che molti non vivevano con i genitori, che erano rimasti al paese, ma da sorelle, cognati ecc., ai quali versavano gran parte della loro paga come pensione. Con questo gruppo più che altro passavo il mio tempo libero, si andava a ballare, si stava al bar a chiacchierare, a bere. Non si faceva molta politica; il più politicizzato era un abruzzese di 19 anni, che nel ’68 è ritornato definitivamente giù, che si dichiarava apertamente comunista, era iscritto alla sezione ma aveva già la tessera prima di emigrare; questo faceva il tornitore e so che era molto capace.

La mia questione con piazza Statuto è stata in questi termini: si parlava già il sabato tra amici, nel gruppo, di queste cose che capitavano in piazza Statuto, ma non ancora come un fatto grande. Comunque gli scontri erano ancora piccoli; adesso, mi spiego. Un mio amico, che adesso fa il vigile a Moncalieri, andava in ferie a Superga, (pensa da corso Montegrappa!), e mi dice: “Senti vado in ferie a Superga, finite le scuole, mi accompagni?” Probabilmente era sabato perché era festa e io non lavoravo, di pomeriggio comunque. Aveva tre valige, e due mani e io ho preso due valige e intendevo accompagnarlo sino alla “dentiera” . Prendiamo il 65 per andare a Porta Nuova… e appena arriviamo in piazza Statuto è entrato un cubetto di porfido nel pullman. Allora “scendiamo, non scendiamo…”.

A.: Ma questo ancora in corso Francia?

D.B.: Sì, il 65 girava intorno alla ferrovia e poi andava a Porta Susa, non faceva il giro che fa adesso di tutta la piazza, girava lì stretto. Noi arriviamo lì e c’era già più confusione; scendiamo, io poso le valige per terra… mi alzo e mi trovo davanti uno con la striscia tricolore, enorme che mi fa “o risalite sul pullman o vi sbatto in galera …” un’immagine dei carabinieri un po’ come c’è nei bambini; sul momento gli ho fatto una pernacchia e son scappato e le valigie le ho lasciate lì.

Non so come ho fatto, mi è venuto spontaneo perché, sai, eravamo un po’ emozionati dal fatto… a vedere una cosa che non… Gli ho fatto questa pernacchia e son scappato e sono andato verso corso S. Martino in mezzo a queste viette visto che c’era un po’… E lì, in corso S. Martino, proprio davanti alla Frejus, dove vendevano le biciclette e adesso c’è un negozio di articoli sportivi, lì all’angolo tra la piazza e corso S. Martino ho trovato Fenoglio e Schiavi che erano tutti della mia sezione. E, “cosa fai qua, cosa fai là”, mentre stavamo un po’ parlando è passata una camionetta velocissima, sotto i portici, ad una velocità incredibile, una di queste jeep con i poliziotti con i manganelli fuori. E Fenoglio che è enorme, io non so come ha fatto, si è attaccato sulla serranda della Frejus ed è rimasto attaccato in alto così perché se no lo ammazzava. Perché io ero magro e stavo dietro il bordo di marmo… ma lui era grasso, ha dovuto proprio alzarsi perché la camionetta è passata vicinissima . 

Dopo siamo stati un po’ insieme, e andando verso Porta Susa è ripassata la camionetta, sempre a forte velocità, con l’intento di metterci sotto. Fenoglio ha preso al volo un manganello, gliel’ha preso a un poliziotto che è rotolato dalla camionetta. Questi si son fermati, son scesi giù; Fenoglio ne ha presi due, li ha messi con la testa sotto il giubbotto e li soffocava; era enorme, fai conto che era alto 1,90, grosso come… Li ha presi uno di qua, uno di là, e li sbatteva così… Schiavi si dimenava un po’ e io son scappato. Son scappato verso via Cibrario e là son stato tutto il pomeriggio fino alla notte, alle due o alle tre. In via Cibrario si faceva a botte, si tiravano pietre, poi si tornava indietro, fin giù al Maria Vittoria, sempre di corsa. E questi poliziotti non si avventuravano tanto in via Cibrario, cioè arrivavano fino ad un certo punto poi si fermavano, se ti ricordi.

A.: Io ero in via Garibaldi e non so niente di quella parte lì.

D.B.: C’è stato questo tira e molla per un po’; ma poi quand’è che son venuto via? Son venuto via quando lì c’era un mucchio di pietre che era stato fatto dove c’è adesso la cremeria Riccardo, tra via S. Donato e la ferrovia. C’era un grosso mucchio di pietre e io a un certo punto mi son fatto prendere dall’entusiasmo, a tirare pietre e a fare ‘ste cose qua… mi son guardato indietro e non c’erano più i compagni ed ero lì solo che tiravo pietre e questi mi son corsi dietro; io sono scappato proprio per il rotto della cuffia: uno spavento terribile. Allora sono andato … ho ancora fatto la scala al muro in via Cibrario, in via S. Donato, non mi ricordo più bene, e intanto pensavo “però è meglio che torno perché…”, non so.

A.: Ti ricordi l’atteggiamento della gente, dei negozianti?

D.B.: Mi ricordo della gente di via Cibrario e S. Donato, cioè di questi che erano incazzatissimi con la polizia, questa cosa me la ricordo bene, perché non avevano mai visto delle robe simili. E poi c’erano anche quelli che dicevano “va a casa”. A me particolarmente che ero giovane, “va a casa che sei giovane, cosa fai” e queste balle qua. Vivevo anche nel terrore di trovare qualcuno che mi conoscesse. Episodi bestiali eran quelli degli arrestati, quando facevano passare in mezzo a due righe di carabinieri, di poliziotti, erano del Padova, dicevano. Una sberla con la striscia tricolore e passavi lì in mezzo e ti davano proprio con il calcio del fucile, delle botte da orbi. Ma lì non è finito con piazza Statuto, perché siamo ritornati.

Poi andando a casa verso le due o tre di notte, – tu pensa dal pomeriggio presto, saranno state le due, le tre o le quattro, da quel pomeriggio lì sino alle nove non sono andato a mangiare, le solite cose che capitano in queste occasioni. Tornando su a piedi a Parella, ho trovato un bar aperto in via Fabris e mi sono fermato lì davanti, c’erano questi crocchi di giovani, di persone che parlavano (sostanzialmente tutti operai), che discutevano di questi fatti e allora io ho perso un’altra ora, no perso, guadagnato, discutendo…, “andiamo, non andiamo…” Poi c’era quello che tirava indietro, quello che tirava avanti. “Andiamo a vedere?” “Ma cosa vuoi andare a vedere”. E poi dopo le varie ipotesi, su come era cominciata la cosa, da chi era gestita e ste’ cose qua che non si sapeva bene, si diceva che erano i comunisti, tutti dicevano “sono i comunisti”, non c’era dubbio su questo, caso mai sull’inizio c’era questa interpretazione, come quella dei panettieri: che durante la notte c’erano dei panettieri che facevano i picchetti, le ronde in pratica, si erano trovi a passare davanti alla Uil. Ma davanti alla Uil, che aveva fatto la firma separata per il contratto, c’era la polizia, li avevano presi per manifestanti, per operai – così si diceva – e li han menati, arrestati, non si sa bene. Da questo è nato il casino. Gli altri hanno risposto, è venuta poi della gente… Quello che non mi ha convinto di questa versione è che a mezza notte non c’è molta gente in giro anche se allora ce n’era piú di adesso che circolava. Però mi sembrava strana la cosa…

Comunque è così, la discussione avveniva sostanzialmente davanti ai bar o anche in piazza Campanella e per tutto il periodo anche… ecco, adesso mi ricordo, anche dove lavoravo, in via Aquila. C’era uno, Ciccio, anche lui operaio – anche lui era andato in piazza Statuto – poi è diventato della Fgci e poi del Pci. Lui aveva partecipato a quasi tutti questi scontri, non era addirittura andato a lavorare per alcuni giorni. La questione appunto era lì. Questo fatto che fosse durato molto, sembrava un posto dove tu andavi a fare giustizia, a dare delle legnate, c’era questa sensazione . Arrivavi a casa, mangiavi, poi “vado via, vado là gli spacco…” poi un po’ di legnate e avevi sempre in testa questa immagine che lì si menava, non è che si poteva pensare ad altre questioni e credo che questo meccanismo come ha toccato me ha toccato gli altri. Io poi una sera sono andato in sezione per capire cosa si diceva di questo e c’era un atteggiamento da doppio binario, da dire “ma sì, sì, si può andare però bisogna stare attenti, comunque…”, ma non c’era una condanna. Poi quando è uscita l’Unità, era una cosa impressionante, era la prima volta che sentivo parlare molta gente del giornale l’Unità: si diceva “ma anche l’Unità condanna questa cosa”.

A .: Come c’eri rimasto?

D.B.: Ma l’Unità condanna, cosa vuol dire; non è che mi avesse impressionato perché ero abbastanza esterno; non è che ero un militante; frequentavo ogni tanto, andavo lì in sezione ; a militare ho iniziato nel ’64 con le elezioni ; ho cominciato portando i panini agli scrutatori che era una cosa ben diversa da piazza Statuto. Poi cos’è capitato : che tra amici, si dice “ma andiamo”, e c’era sempre questa tentazione di andare lì, però non volevi neanche andare solo perché io non volevo più correre il rischio di trovarmi da solo in mezzo le pietre ed i poliziotti. E allora cosa ho fatto? Ho cercato di coinvolgere qualcuno . Siamo andati in gruppo, siamo andati in sette od otto di Borgata Parella . Nel frattempo avevano arrestato uno di quel bar di quelli che erano andati. Perché poi alla fin fine chi andava? Andavano i più giovani, i pi esterni da mediazioni di famiglia, dì lavoro, età . C’era questa discussione e questa spaccatura tra chi andava e quelli che stavano e continuavano a giocare a carte . Però anche loro credo pensassero . .. e di lì c’è poi stata tutta una solidarietà attorno a questo che avevano arrestato. Dicevano lui non c’entra niente, l’avran preso per combinazione, ma nessuno sapeva se c’entrava o non c’entrava ; c’era proprio una grossa campagna spontanea che tendeva a smontare questo arresto.

A.: Tu mi dicevi che eri andato con sei o sette, dopo.

D .B.: Chi erano? Mah! Erano tutti di uno stesso gruppo, una decina di persone del quartiere, un gruppo che non aveva finalità politiche. Si organizzavano feste, serate al cinema o in sala da ballo, bevute . Eravamo piemontesi e immigrati . Mi colpiva il fatto che molti di questi vivevano non con i genitori che erano rimasti al paese, ma da sorelle, cognati … ai quali versavano gran parte della paga come pensione. Eravamo tutti operai o apprendisti. Due che avevano 25 anni lavoravano alle linee della Pininfarina e vivevano soli in un box, adattato ad abitazione, nel cortile di un condominio, e dove ci si riuniva spesso alla domenica. Di questo gruppo mi è rimasto impresso un abruzzese di 18-20 anni – che poi nel ’68 è tornato definitivamente qui – che faceva il tornitore. Era l’unico politicizzato, si dichiarava comunista ed era già iscritto al partito prima di emigrare.

Io ero andato con sei o sette, però praticamente cos’era successo; non so dirti i giorni; so che erano passate delle ore, forse un giorno, poi i miei avevano “cioccato” perché ero arrivato tardi a casa: gli ho detto che avevo accompagnato questo mio amico e che tornando indietro c’erano casini in piazza Statuto e mi ero fermato a vedere, ma gli avevo detto che ero arrivato a Superga. E allora si è tornati e cosa si è fatto? Io ho detto, “andiamo e cerchiamo di attraversare la piazza”. Non so come abbiamo fatto, siamo riusciti in due ad attraversare la piazza. Quello che mi ha impressionato in quei momenti e che non avevo ancora visto prima, era il livello di violenza, cioè c’erano alcuni personaggi, in questi scontri che non me li dimenticherò mai. C’era uno enorme, con un fazzoletto bianco sulla testa che sradicava le paline basse, con le catene ; aveva un paio di catene per mano e le girava, guarda, una roba! Erano cose in cui il ruolo personale contava moltissimo. Mai più visto scontri con quel tipo di violenza e di paura . Anche da parte dei poliziotti . Perché quando ne beccava uno quello lí, lo conciava male . E poi tutti lo inneggiavano, un po’ capo popolo. Quando rientrava nel gruppo, tutti gridavano. Quello che impressionava, poi, era questo – mi ricordo nelle discussioni – che della gente aveva preso il tram, alzato, tolto dai binari, il pullman, si diceva, messo per traverso che erano cose che prima non si erano mai viste muovere, giravano sui loro binari. Era una cosa impressionante, la gente aveva un ruolo.

Arriviamo lì in due e immediatamente ci beccano. Appena siamo davanti a dove c’è quel negozio di pesci, lì sotto i portici di piazza Statuto. Sono usciti in sei o sette e ci beccano . Ci portano lì davanti al bar Ideal, c’erano quelle due colonne e ci han dato qualche mazzata . Arriviamo sopra il camion e lì ho avuto proprio un culo tremendo. Perché sono arrivato sopra questo camion e son passato in mezzo a queste colonne dove mi han dato legnate e ,mi ricordo sempre di un… Io avevo recuperato… una boccia da gioco a cui avevano saldato un tubo e poi un anello da agganciarsi alla cintura e me l’ero agganciata. Pesava più di me. Una mazza proprio ce l’avevo attaccata qua, quando mi han preso e avevo una paura terribile, ma non me l’hanno scoperta. Arrivo su sto’ camion e avevo sta’ cosa e non sapevo dove metterla. Mi siedo lì vicino ad uno. Era uno che avrà avuto già sui trent’anni, incazzato come una bestia perché c’era un brigadiere col pizzo di cui mi è rimasta scolpita l’immagine, e mi rimarrà per tutta la vita, che continuava a dire “bastardi, comunisti, pezzi di merda, disgraziati!”, e mi impressionava. Questo con la baionetta sotto il naso ci faceva, ci passava così con la baionetta, io mi son sentito persino graffiare; avevo una paura che mi cagavo sotto. Invece a quello vicino a me non l’impressionava per niente, ad un certo punto con questa boccia, tocco lui che si agitava e mi fa “cos’hai?”, “ho questo”, mi fa, “presta un po”, mi sgancio ‘sta cosa, la prende e gliela tira dritta nel petto a questo brigadiere che è volato giù dal camion e siamo scappati.

Poi c’era il “gancio del portuale” che ricorreva anche nelle discussioni; la gente era impressionata da questi ganci dei portuali di Genova, ed è possibile che di ganci ce ne fossero, perché… Comunque sai, c’erano questi personaggi come Fenoglio, questo qua come altri… C’era però questa grossa volontà di mantenere l’anonimato, era una tacita intesa di tutta la piazza, cosa che non c’era ad esempio in corso Traiano, cioè in corso Traiano, la gente se ne sbatteva abbastanza; l’unica cosa è quando c’è stato l’episodio di quel tenente che è rimasto in mezzo ai manifestanti, ma lí non c’era così attenzione, come invece c’era in piazza Statuto. Una tacita intesa per cui… anche la questione delle macchine fotografiche, credo fosse importante.

A.: C’era la paura di essere licenziati, poi non trovavi più lavoro…

D.B.: Ma, molti, sai, non erano andati lì per questa paura, molti andavano e poi non lo dicevano, tornavano tranquillamente la sera e ne parlavano solo tra alcuni, pochissimi. C’è anche che, quando se ne parlava c’era il parlare ufficiale, poi… Quella cosa della sezione, eran belle le discussioni in sezione, queste discussioni informali, seduti sui tavoli, c’era Schiavi, Fenoglio, c’era Calderini, c’era quello che poi è diventato funzionario, come si chiama, Caffarati mi sembra. Ma lì era già una sezione in cui c’era già allora questa spaccatura tra operai e impiegati (non si può dire intellettuali), per cui c’era questa sinistra di cui faceva parte Calderini ecc., sostanzialmente operaista e difatti gli altri eran trattati malissimo, e poi c’erano i partigiani. Cioè c’eran partigiani e operai da una parte, poi c’erano quei tre o quattro in minoranza, ma neanche questi non hanno mai… si ventilava “ma, può essere una provocazione”, oppure dicevano “bisogna rispettare l’indicazione del partito”, invece con gli altri c’era ancora proprio una analisi di classe, dello scontro, per cui si discuteva “questa è un’insurrezione o non è un’insurrezione?” ma sostanzialmente quando si metteva sul politico era il fatto del contratto separato, della Uil… C’era un odio contro la Uil inverosimile, anche alla Pininfarina, nei confronti della Uil, del sindacato giallo, il sindacato padronale, c’era proprio un odio bestiale che adesso ce l’hai, non so, nei confronti dei fascisti, del Sid. C’era questa grossa idea di fabbrica, secondo me, cioè di dire “è il primo contratto collettivo di lavoro che ci fa intravvedere un minimo di luce e questi qua firmano”. Poi ricordavano anche le lotte dure; mi ricordo che portavano testimonianze di ore di sciopero, giornate di sciopero o scioperi riusciti. Dicevano “per la prima volta molti hanno scioperato e adesso guarda qua, è giusto bloccarli, inchiodarli una volta per tutte”.

A.: Hai seguito i processi, i giornali?

D.B.: Sì, leggevo l’Unità, la Stampa, ecc. e mi ricordo che ero incazzato perché facevano vedere un gruppetto di persone, quasi sempre fotografate, una volta o due è comparsa una foto in cui compariva un gruppetto, trenta scalmanati, quaranta, cinquanta al massimo ; a me sembrava una cosa veramente ingiusta, è chiaro che era una cosa di una dimensione molto diversa, volevano colpevolizzare un gruppetto di persone dicendo… io cercavo sempre di vedere sulle foto se trovavo qualcuno che conoscevo di vista. Cioè colpevolizzare della gente, nelle foto cercavano anche di prenderli sempre negli atteggiamenti scomposti, mentre parlavano, ridevano, ecc. Allora non succedeva mai, se tu vedi è difficile che in un processo normale prendessero un gruppo così, in fotografia, l’imputato era quello della foto tessera, quella della carta di identità o simili. Invece lì facevano vedere questo gruppo in cui si vedeva la camicia e faceva incazzare perché appariva proprio come un gruppo per strada, nel centro storico, di scalmanati; invece si vedeva benissimo che era gente che era lì per caso o era gente incazzata, ma, voglio dire… eran molto diversi uno dall’altro.

A me anche, ha impressionato perché c’era questa grossa saldatura fra il quotidiano del proletariato, di chi lavora ecc. e la gente che faceva politica ; questa cosa mi piaceva di piazza Statuto, questa grossa saldatura di chi lavora da una parte, con tutte le loro idee, le loro cose così come sono e dall’altra invece questi quadri delle sezioni, a volte anche, della Fiom quindi anche del sindacato. Lo vedevo come un ricollegarsi della politica con le masse.

A.: Ti ricordi i tentativi di Pajetta di trascinare via la gente con un corteo?

D.B.: Questo me lo ricordo bene nel ’66, con Spagnoli davanti a Mirafiori, quando c’erano gli arrestati e questi sono andati a parlamentare e hanno permesso, praticamente, alla camionetta di andar via perché se no noi la rovesciavamo. E lì mi ricordo che per l’incazzatura ho tirato pietre anch’io sulla loro schiena dal nervoso di vedere i compagni… cioè si capiva benissimo… “trattativa”, “no, non trattiamo”, andiamo alla trattativa, ma se vai a trattare, dico.., “indietro, mettetevi di là, si tratta”. Appena noi ci mettiamo di là, le camionette con gli arrestati, zac, via in questura. A quel punto la gente si è incazzata, io mi sono incazzato a morte, ho preso le pietre e le ho tirate a loro. Qui però non ho visto cos’è successo.

A.: Hai fatto sciopero lunedì?

D.B.: Adesso non mi ricordo più bene se l’ho fatto, com’è andata, di sicuro mezza giornata o una giornata di lavoro la persi.

A.: Gli scontri sono stati sabato, domenica e lunedì.

D .B.: Solo tre giorni? Ma guarda che secondo me è durato di più. Io ero convinto di 5 o 6 giorni… Ho avuto diverse discussioni, per me, il mio tempo, era molto più lungo di tre giorni, mi sembrava 5 o 6 giorni, perché vivevi scisso, sembrava un fatto sociale, socializzato per dirla in termini moderni e quindi il mio tempo era molto lungo perché era molto intenso rispetto agli altri.

Dai fatti di piazza Statuto in avanti, nel Pci da quei 20-30 soliti e anche con grosse difficoltà sulle iscrizioni, c’è invece un allargamento della sezione. Comincia a organizzarsi una sezione vera e propria, si fanno i festival dell’Unità… Ballo alla domenica per i giovani ecc. La gente di Parella ne aveva discusso anche quando non aveva partecipato; aveva discusso, l’aveva vista come una roba dei comunisti, come una roba contro il governo, si era avvicinata con un altro spirito, comunque c’era una ripresa del lavoro, possibilità di lavorare con la gente.

I PRECEDENTI APPUNTAMENTI:

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (I)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (II)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (III)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (IV)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (V)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (VI)

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