LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (II)

In occasione dei 60 anni dalla rivolta, «Malanova» ha iniziato a proporre alcuni frammenti tratti dal testo di Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto, pubblicato da Feltrinelli nel 1979. Dopo la prima pubblicazione, nella quale abbiamo proposto l’Introduzione al volume, proseguiamo con un estratto del capitolo I fatti (pp. 11-21) nel quale l’autore ricostruisce la cronaca – evidenziando le diverse interpretazioni dei fatti – di quei tre giorni che infiammarono Torino. Su alcuni giornali di allora risalta un dato importante e cioè l’apparire sulla scena del conflitto di una nuova soggettività operaia (quella che verrà definita operaio massa) non riconducibile, per i modi di stare nella fabbrica e in piazza, alla tradizione del movimento operaio. Un dato su tutti ne evidenzia la novità: la prima giornata della “battaglia di piazza Statuto” termina con 291 fermati, Si arriverà, alla fine delle tre giornate, a 1215 tra arrestati e denunciati. La maggior parte dei quali giovani operai provenienti dal meridione, come poi si evincerà in tribunale dove, appunto, i due terzi degli imputati per le violenze di strada saranno giovani immigrati del Sud. La Cgil fu colta di sorpresa da quella esplosione di radicalità che tentò, senza riuscirci, di controllare. L’Unità del 9 luglio definirà la rivolta come “tentativi teppistici e provocatori”, e i giovani manifestanti come “elementi incontrollati ed esasperati”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati”, “anarchici, internazionalisti”.

Psi, Pci e sindacati descrissero gli scontri come il frutto dell’azione di “agenti provocatori”. Diego Novelli, futuro sindaco comunista di Torino, affermò che a molti giovani erano state regalate 1500 lire e delle sigarette affinché creassero disordini in piazza. Ma il giorno del processo fu difficile negare l’evidenza: la maggioranza di coloro che avevano preso parte agli scontri di piazza Statuto erano giovani operai. 

* * * * *

I FATTI

Il primo semestre ’62 a Torino, ma un po’ in tutte le aree industriali del paese, è segnato, rispetto ai sette-otto anni precedenti, da una forte ripresa della lotta operaia, non solo per la scesa in campo delle maestranze Fiat, ma per la qualità delle lotte. Una sintesi di questa fase, compare nella seconda parte, nel capitolo “gli antefatti” e può essere utile per vedere meglio il contesto generale dal quale emerge l’episodio di piazza Statuto. Qui, in questa prima parte di cronaca, desunta dalle fonti ufficiali di informazione, basta ricordare che anche il luglio ’62 alla Fiat e in piazza Statuto è immediatamente preceduto da un crescendo di tensioni sociali che sono legate alla vertenza per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.

Sabato 7 luglio, lo sciopero

I giorni che precedono lo sciopero contrattuale, sono frenetici da ambo le parti in lotta. Le riunioni di militanti sindacali si susseguono incessantemente e capillarmente; la Fiat viene bombardata di volantini che ora non vengono più respinti come accadeva ancora pochi mesi prima. In uno di questi, firmato Fiom-Fim-Uil si sottolinea il carattere di “prova del nove” dello sciopero: “Questo e il momento decisivo per i lavoratori della Fiat e per i padroni della Fiat, se i lavoratori parteciperanno uniti allo sciopero del 7, 8, 9 luglio, avranno sconfitto una volta per tutte la discriminazione del padrone… avranno rafforzato la loro unità e definitivamente conquistato una forza permanente e… posto le basi per conquistare tutte le loro rivendicazioni…” e poi l’indicazione della chiave del successo: “Preparate lo sciopero… e avrete vinto.”[1]

Ma dall’altra parte non si sta fermi. In tutti gli stabilimenti i capi tastano il terreno, indagano sulla reale volontà operaia; in molti casi promettono, avvertono o minacciano esplicitamente. Poi ci sono le “grandi manovre”. La Fiat distribuisce a tutti i dipendenti la cedola per l’incasso del premio di collaborazione e compie l’atto che dovrebbe far pendere definitivamente la bilancia a proprio favore: l’accordo separato con Uil e Sida con il quale concede parte delle richieste sindacali (essenzialmente quelle monetarie ma niente su orario di lavoro, controllo di ritmi e tempi, revisione delle norme disciplinari, ecc.). Il calcolo aziendale è semplice: Uil e Sida hanno raccolto, alle ultime elezioni di Commissione interna il 63% dei voti dei dipendenti; se questi non scioperano perché le loro organizzazioni non ci stanno, tutta la “ripresa” del Movimento operaio alla Fiat salta. 

Il venerdì 6, La Stampa dà la notizia con questo titolo: Uil e Sida si accordano con la Fiat e invitano gli operai a non scioperare. L’indomani mattina lo sciopero è totale, ma sui motivi della riuscita le versioni padronali e quelle del Mo (Movimento operaio, ndr) sono, ovviamente, opposte. 

Per La Stampa[2], lo sciopero è riuscito grazie alla violenza di una minoranza di operai che hanno impedito alla stragrande maggioranza di entrare in fabbrica nonché alla benevolenza della polizia che non è intervenuta a garantire la libertà di lavoro. Sotto il titolo di prima pagina, Uno sciopero senza libertà, il giornale degli Agnelli presenta quel sabato come una giornata di calamità cittadina nel corso della quale vengono messi in crisi valori sacri come l’ordine e la disciplina sui quali erano stati edificati il benessere e la tranquillità dei cittadini. L’articolo inizia dando “il tono” alla cronaca dei fatti: “Pubblichiamo con animo amareggiato la cronaca dei disordini. Questi fatti non sono accaduti in paesi lontani e deserti…” e, data questa premessa, la narrazione ha l’effetto di gonfiare la violenza operaia (che ovviamente c’è stata) attribuendola ad una minoranza piccolissima per presentare come vittime la grandissima parte dei lavoratori e giustificare la sconfitta padronale. Ma tenuto conto di ciò i fatti ci sono. 

I picchetti non sono tenuti a distanza sufficiente dagli ingressi da parte della polizia, così i lavoratori che vogliono lavorare devono superare minacce, ingiurie e botte. Le macchine che tentano di entrare vengono prese a sassate, a calci, rigate con chiodi, mutilate di specchietti, maniglie, tergicristalli. A volte, quando sopra ci sono dirigenti riconosciuti, rovesciate. In questo caso si tratta sempre di piccole utilitarie e non si capisce se si tratta di dirigenti alla moda come il presidente Valletta (che usava “democraticamente” andare in ufficio in 500) o di un trucco per non dar nell’occhio, per confondersi. Malgrado ciò, subiscono questo trattamento il capo del personale della Spa Pistamiglio, il dirigente di Mirafiori Valloire, il capo del personale del Lingotto e altri tre o quattro dirigenti; vengono picchiati il dirigente della Fiat Avio, Anfossi e il dirigente del Lingotto Casertano. 

Parlando di questi episodi La Stampa dice che “le botte piovevano da tutte le parti e lo spettacolo era tale da togliere ai più coraggiosi, la voglia di recarsi al lavoro. A molte macchine di impiegati, che tentano di entrare, vengono strappati i fili del motore mentre gli occupanti sono costretti a scappare e ad abbandonare la vettura di fronte agli ingressi rendendo ancora più difficile l’accesso alla fabbrica”.Un gruppo intero di impiegati che tenta di entrare a piedi, viene bloccato e, come scrive il giornale, “trasferito di peso sul tram”. Ad alcuni tram viene “abolita” la fermata – vengono fatti proseguire chissà per dove -; ad altri viene staccata l’asta prima che giungano a destinazione; altri ancora vengono addirittura deviati “fuori strada” con il blocco degli scambi. 

E la polizia? È impotente; oltre a non tenere sgombri i cancelli (le riesce solo alla palazzina degli uffici di Mirafiori), non può impedire le singole violenze. Due giovani operai, fermati da un ufficiale perché danneggiavano una macchina, vengono liberati dalla massa di operai che tentano di disarmare lo stesso ufficiale. Una jeep della polizia con su un operaio arrestato, viene bloccata, circondata e l’operaio liberato. Due attivisti sindacali invece vengono arrestati; uno di questi (Giulio Mia) avrebbe picchiato un agente che tentava di arrestarlo per il rovesciamento di una vettura; un altro agente, però, viene picchiato perché “scambiato per un crumiro” che vuole entrare: è in borghese e si salva impugnando la pistola, mentre un commissario di pubblica sicurezza (il dottor Ferri) finisce a terra colpito da un pugno durante un tafferuglio. 

Violenza e caos dominano ovunque. Le violenze “contro la libertà di sciopero” non hanno riguardato solo la Fiat: in decine di medie fabbriche vengono denunciati episodi analoghi. Alla Safa, Sicam, Bertone, Graziano, Cbr ed altre vi sono sassaiole contro le vetrate per costringere gli operai ad uscire. Stessa azione alla Pianelli e Traversa di Rivoli dove vengono fermati anche quattro attivisti sindacali. Vi sono anche numerose invasioni di locali, sfascio di arredamenti e altre violenze. 

La Stampa conclude tristemente la cronaca annotando come “alle 11 l’asfalto di corso Agnelli appariva disseminato di sassi, ortaggi spiaccicati, vetri infranti e centinaia di manifestini”. 

Il tono dell’Unità, è pressoché opposto. L’inviato speciale da Roma (Adriano Guerra)[3], in un resoconto non privo di osservazioni corrette, fa sparire le violenze ed emergere il carattere plebiscitario, festoso, democratico dello sciopero e dei picchetti.

“Consapevolezza”, “senso di responsabilità”, “dialogo”, “Costituzione”, sono le parole che ricorrono e poi tanta retorica mirante a far apparire la classe operaia, comunque diversa da quello che è.

Alla Riv, davanti al cancello, un operaio e il capitano dei carabinieri stanno discutendo ad alta voce. Il tema è: “Di chi è il marciapiede?”, -“è di tutti”, dice l’operaio; “è del comune, e mio quanto suo signor ufficiale…”, “Anche voi agenti dovete capire”, dice l’operaio, “che questo sciopero deve riuscire… chi vuole entrare in fabbrica noi vogliamo dire solo questo, e abbiamo il diritto di dirlo…”. Il vecchio operaio sapeva a memoria tutta la Costituzione e andava citandola con voce sempre più alta. Davanti alla Mirafiori troviamo un’atmosfera diversa, festosa. Passano auto dei sindacati con l’altoparlante e portano le ultime notizie: “Lo sciopero è completo in tutti gli stabilimenti Fiat.” 

Si applaude. “Avete vinto”, dice un ufficiale di polizia, “ora potete anche andare a casa”. Contro i crumiri, fischi e pane, contro i dirigenti “una certa fermezza.” La macchina del capo del personale del Lingotto viene bloccata e “rimessa” in carreggiata, col muso però, non più rivolto al cancello dello stabilimento.

In casi come questi, però, trapela una certa impazienza e tende a prevalere lo spirito del militante su quello del giornalista di partito:

È il minimo che potesse accadere a chi ha firmato decine e decine di lettere di licenziamento per partigiani, dirigenti sindacali, operai e impiegati colpevoli soltanto di aver resistito al regime Fiat dentro la fabbrica.

Del resto sono i dirigenti che provocano – ma non è ironico – tentando di investire i picchetti. Anzi, ad una certa ora,

le macchine del dirigenti Fiat che ruotano attorno ai cancelli per provocare. si infittiscono… si alzano fischi, urla. Bisogna intervenire. Pari un dirigente dell Cisl e, per la Fiom, Pugno. “Lo sciopero”, dice, “è una grande vittoria. Ora Valletta ha solo un’arma: la provocazione. Fate perciò molta attenzione. Dobbiamo impedire a Valletta di portare a termine anche questa manovra”. E nasce la discussione su quello che gli operai debbono fare in questa giornata. Ci avviciniamo ad un gruppo: ci sono tre personaggi della Fiat di oggi. Un vecchio operaio, il ragazzo assunto da poco e l’immigrato del Sud. Il “vecchio” spiega che cos’è la ”provocazione”. Il ragazzo è impaziente. Dice che quando una cosa è giusta è giusta, e che i crumiri sono dei “traditori”. Il meridionale dice che bisogna “stare attenti”. In pochi minuti si fanno corsi interi di scuola politica e sindacale. 

Poi il primo cenno alla manifestazione davanti alla Uil, praticamente all’inizio dei “fatti di piazza Statuto”.

Il sabato pomeriggio di piazza Statuto

La cronaca degli avvenimenti che ne fa La Stampa è drammatica quanto il resoconto dello sciopero del mattino. Già verso le 14,30-15, tre, quattrocento operai in gran parte iscritti alla Uil, ma anche a Cisl e Cgil, sono assembrati davanti la sede della Uil: urlano, fischiano. Un centinaio di agenti con alcune jeep e due autoidranti, presidiano la sede del sindacato socialdemocratico. La tensione aumenta rapidamente; in un bar vicino, due  sindacalisti Uil, riconosciuti, vengono picchiati; sono messi in salvo a fatica su una macchina di passaggio; volano le prime pietre contro le finestre del sindacato: inevitabilmente cadono sulle teste dei poliziotti del presidio. Alle 15 arrivano rinforzi dal battaglione Padova che sono a Torino dal giorno precedente per il servizio d’ordine in occasione dello sciopero. C’è una prima carica a piedi, volano i manganelli, fuggi fuggi generale. Dice La Stampa: “Molti operai se ne vanno, restano i giovani e i ragazzi.”

È una annotazione importante perché traccia già una interpretazione della dinamica dei fatti, dei soggetti, dei movimenti; La Gazzetta del Popolo, nel numero dello stesso giorno, partendo da quel presupposto, il cambio di “tipi” ad una determinata ora, e con il suffragio di testimoni, sviluppa una vera e propria teoria su “fatti di piazza Statuto” che vedremo dettagliatamente nel capitolo successivo.

Verso le 16 in piazza c’è assai più gente di un’ora prima; ora i dimostranti sono alcune migliaia. C’è una nuova carica con le jeep che dà l’avvio ai caroselli sotto i portici, sulle aiuole, sui marciapiedi. Ci sono i primi fermi con botte a tutti quelli che si trovano sul percorso delle cariche, curiosi compresi. Ovviamente, la tensione fra i dimostranti aumenta. Ad un gruppo di fotografi vengono sequestrate le macchine, uno di questi viene picchiato, un altro rischia di essere gettato nella fontana che circonda il monumento al traforo del Frejus, un altro ancora si salva rifugiandosi in un negozio.

Vi è un primo tentativo del segretario della Camera del Lavoro di Torino di trascinare via per lo meno i propri simpatizzanti, con un comizio di fronte al cinema Ideal nel quale – come scrive il cronista della Gazzetta del Popolo – ”li invita a salutare la Uil con un’ultima bordata di fischi e a tornare a casa”.

Dalle 19 alle 20 gli scontri si intensificano. Continua ad affluire gente dalle vie e corsi (sono 18) che sboccano nella grande piazza. Aumentano anche i rinforzi alla polizia che ora può contare su circa 500 agenti nonché sull’opera del vicecapo della polizia Agnesina, giunto appositamente da Roma con grand’urgenza. I dimostranti hanno cominciato a sradicare paline, cartelloni pubblicitari che lanciano fra le ruote delle camionette, disselciano il porfido della pavimentazione. In alcune zone si vedono manifestanti che si aiutano in questa operazione con picconi presi in un vicino cantiere edile. Verso le 21, in c.so San Martino, sorge una prima rudimentale barricata dalla quale vengono lanciate contro la polizia alcune latte di benzina in fiamme. Alla stessa ora c’è un incontro tra il capo della “mobile” che ha sostituito il capo della “politica” al comando delle operazioni, con segretario della Cdl perché una macchina con altoparlante inviti i manifestanti a spostarsi verso c.so G. Ferraris dove c’è la Cdl, ma l’iniziativa non ha successo.

Poi dalle 21,30 alle 23 c’è abbastanza calma e la polizia ne approfitta per far evacuare i dirigenti Uil dalla sede in cui sono asserragliati da ormai otto ore. Per maggior sicurezza si usa il trucco di travestirli da dimostranti: ognuno su di una camionetta in mezzo a tre poliziotti a forte velocità verso la “centrale”. 

Alle 23 c’è un altro tentativo di sindacalisti Cisl e Cgil “per far terminare – come riporta La Gazzetta del Popolo – la gazzarra, ma ai loro inviti alla moderazione e a tornare a casa, la teppaglia ha risposto con i cubi di porfido che si ricavava dal selciato di piazza Statuto e i sindacalisti sono stati costretti fuggire a gambe levate per via del Carmine”.

Poi fino alle 4 di mattina del giorno dopo, la battaglia non conosce un momento di sosta. Quelli che sono rimasti i muovono a squadre, sono molto più organizzati e la polizia deve ricorrere ad una manovra di accerchiamento totale per neutralizzarli: centinaia di poliziotti bloccano tutti gli accessi alla piazza mentre dal centro del presidio viene scatenato un vero fuoco di sbarramento con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Alle 4,30, cioè dopo 13 ore, la prima giornata della “battaglia di piazza Statuto” è terminata con questo bilancio: 291 fermati di cui più della metà immigrati dal meridione, il 6% con precedenti per reati comuni e il 12% per reati politici. Di questi, 3 sono in stato di arresto. Tra i poliziotti si contano 90 feriti con lesioni guaribili da pochi a 40 giorni e, fra essi, 7 commissari e tre questori. 

Non viene fornito il numero dei dimostranti feriti mentre si insiste molto sugli “ingenti” danni subiti dal patrimonio pubblico. Il partito liberale denuncerà che ignoti hanno forzato la porta di una sezione locale, buttato all’aria i documenti dei cassetti e dipinto su di una parete la falce e il martello.

Domenica-Lunedì

Domenica, la seconda giornata di sciopero è formale. Sono interessati solo gli addetti alla manutenzione o ai cicli continui degli altiforni. Più calma è anche piazza Statuto. Non mancano però gli incidenti perché già alle 11 di mattina, migliaia di persone vi stazionano a “distanza di sicurezza” dalle forze dell’ordine che con alcune cariche tentano inutilmente di disperderle. Nel pomeriggio la Fiom distribuisce – come scrive il cronista dell’Avanti! – un volantino in cui si mettono in guardia i lavoratori; un altro volantino è distribuito dalla Federazione giovanile socialista.

La notte scorre tranquilla con la piazza presidiata da un enorme schieramento di polizia e carabinieri. Sono giunti, infatti, ulteriori rinforzi dal Veneto, dall’Emilia e dalle altre province piemontesi, anche in vista dello sciopero di lunedì. 

L’indomani, però, anche davanti alle fabbriche la situazione è diversa da sabato. La polizia cogliendo l’invito della Fiat a far rispettare la “libertà di sciopero” è presente in forze e riesce a tenere i picchetti lontano dai cancelli, pressoché in tutte le situazioni. Ma è uno sfoggio inutile di forza perché lunedì mattina, davanti ai cancelli, di operai ce ne sono ben pochi. Già le direzioni di tutte le aziende – come riporta La Stampa – “sull’esempio della Fiat hanno invitato le maestranze a restare a casa”. I sindacati non sono stati da meno: Cgil e Cisl hanno sospeso ogni tipo di manifestazione e in particolare la Cisl – come nota la Gazzetta del Popolo – “ha invitato tutti i lavoratori a proseguire lo sciopero restando però a casa e lasciando l’azione di picchettaggio davanti alle fabbriche ai responsabili e agli attivisti sindacali”. Anche gli slogan sono superflui, ma tendono a dare l’immagine di un sindacato “pacifista” e teso a collaborare al mantenimento dell’ordine pubblico: “Operai, non accettate le provocazioni, persuadete i crumiri ad andarsene, mantenete le la calma”; oppure: “attenti ai provocatori. non commettete imprudenze, picchetto riuscito, sciopero finito, andate a casa”, ecc. Soltanto a Lingotto, il picchetto ha una certa consistenza e, data la limitatezza dello spazio antistante gli ingressi, la polizia non riesce a tenerli al di là della strada. Così, soprattutto verso le 7,30, quando arrivano gli impiegati ci sono le solite scene di calci, pugni ecc. contro le auto dei crumiri. Stesse scene anche davanti ad alcune fabbriche medie, ma anche se la polizia opera complessivamente ben 51 fermi, il tutto avviene in tono assai minore di sabato. 

Situazione opposta in piazza Statuto: forse anche per le indicazioni agli operai di non presentarsi ai cancelli delle fabbriche, alle 11 di mattina, ci sono migliaia di persone e molte stanno già fischiando, urlando, lanciando pietre; le prime cariche-caroselli si susseguono regolarmente ogni mezzora. Si registrano già duecento fermati alle due del pomeriggio e 350 alle 18. Oltre trenta fra jeep, jeepponi e camion vengono impiegati nel presidio, nei caroselli e nei rastrellamenti che si intensificano fra le 19.30 e le 20 quando la polizia decide di farla finita. Ripetendo l’operazione di domenica mattina, si bloccano tutti gli accessi alla piazza, la si riempie di gas lacrimogeno e si carica a raggiera, dalla sede della Uil verso l’esterno. Ci sono altre centinaia di fermati ma alle 21 la situazione è ulteriormente peggiorata. I gruppi si sono ricomposti più all’esterno e convergono di nuovo verso la piazza. Ora è buio, tutte le lampade dell’illuminazione pubblica sono state fatte saltare; anche molte vetrine di negozi e bar sono state infrante e “spente” e, malgrado la durezza delle cariche – i carabinieri picchiano con il fucile tenuto per la canna – i manifestanti riescono cocciutamente a riconquistare gli spazi persi pochi minuti prima. Sono organizzati e si muovono con rapidità; fanno uso di fionde con le quali colpiscono i poliziotti da grande distanza, ma hanno anche bastoni e catene; all’incrocio tra corso Inghilterra e piazza Statuto, c’è una barricata di sassi che viene continuamente alimentata.

Alle 22 vengono infranti i vetri della Gazzetta del Popolo in corso Valdocco, un centinaio di manifestanti sopraffanno i due poliziotti di guardia e si scontrano con alcuni giornalisti; l’attacco viene ripetuto più tardi dopo che la polizia si è ritirata. Ma da quell’ora in avanti, gli scontri più intensi ci sono dall’altra parte della piazza, soprattutto agli imbocchi di vi Cibrario, via S. Donato, corso Francia. Qui sorgono altri rudimentali barricate che spesso vengono date alle fiamme all’arrivo dei poliziotti. Ma ci sono anche tentativi di sbarramenti più consistenti: all’inizio di corso Francia si accatastano, attorno ad un camion messo di traverso, carretti e altro materiale. Su questi episodi Stampa e Gazzetta del Popolo sono drammatiche: 

La pazzia continua. Si tenta di impadronirsi di due tram, per rovesciarli e fare una barricata. Le jeep accorrono in tempo. Ora il traffico tranviario viene deviato dalla piazza. Più nessuno attraversa la piazza, che è contesa dalla polizia e dagli scamiciati: ululano le sirene, esplosioni di candelotti, rumori di cristalli che vanno in frantumi, di ciottoli che rimbalzano sulle carrozzerie e sugli elmetti…

Alle due del mattino di martedì 10, la polizia ripete per la terza volta la manovra di accerchiamento-rastrellamento in profondità con centinaia di agenti. Questa volta l’azione riesce e “alle tre, come dice La Stampa la calma è assoluta”. Poi conclude: ”Ci auguriamo che con questo venga posta la parola fine a episodi indegni delle vecchie e civili tradizioni di Torino“.

La repressione della polizia

Il bilancio complessivo dei tre giorni di scontri, come lo riporta la cronaca e questo: 1215 i fermati, 90 gli arrestati e rinviati a giudizio per direttissima, un centinaio i denunciati a piede libero; 169 i feriti fra le forze dell’ordine. Per quanto riguarda i dimostranti, La Stampa parla di 9 persone che sono costrette a ricorrere alle cure ospedaliere. Non dice che i feriti per le botte ricevute in fase di fermo, in Questura o nella caserma di corso Valdocco sono centinaia. 

Note

[1] Archivio dell’Istituto R. Morandi, Fondazione G . G . Feltrinelli, Milano.

[2] “La Stampa”, 9 luglio 1962.

[3] “L’Unità”, 9 luglio 1962.

I PRECEDENTI APPUNTAMENTI:

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (I)

Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: