LAVORO, NON LAVORO

Il mondo del lavoro e del pensiero sul lavoro oscilla tra una vertenza e una diminuzione del cuneo fiscale. La parte imprenditoriale e predatoria è concentrata a demolire il reddito di cittadinanza, reo, secondo molti imprenditori, di impedire il procacciamento della manodopera necessaria per tante attività, la maggior parte delle quali stagionali. Ti dò, quando va bene, 1500 euro per due mesi di lavoro per 10 ore al giorno e non corri da me? E gli altri 10 mesi? Chiedono i disoccupati con reddito di cittadinanza. Almeno oggi riusciamo a sopravvivere con i nostri 550€ di media familiari mensili.

Seguendo il nostro filone di ricerca, abbiamo notato come in Occidente il numero dei posti di lavoro disponibili è in decrescita. Non come quella felice ipotizzata da Latouche, ma infelice come quella che lascia dietro di sé milioni di disoccupati.

Di questo parla in un’intervista su l’Espresso il sociologo De Masi:

“No, è la società che è cambiata. Dalla produzione dei beni siamo passati a un’economia basata sull’immaterialità. Sulla cultura, intesa, secondo le definizioni dell’antropologia, come bagaglio sia di carattere ideale, sociale (usi e costumi della comunità) e materiale, cioè costituito dai manufatti”.

Questo non significa che non ci sia più produzione industriale. Guardando al mondo abbiamo più volte sottolineato come la produzione industriale a carattere ottocentesco sia stata appaltata dall’Occidente all’Oriente. Cina e India su tutti rappresentano l’officina del mondo. La tendenza generale rimane comunque quella di automatizzare gli impianti e spostare l’economia dal settore primario e secondario a quello terziario dei servizi. A livello globale, infatti, le principali imprese parlano una lingua digitale supportata dal web. Amazon, Google e altri colossi della rete.

“L’Italia è l’emblema di questo processo di trasformazione della società da industriale a post-industriale. Non ci sono grandi industrie, l’estensione territoriale è limitata e la popolazione non è numerosa ma siamo l’ottavo paese al mondo per il prodotto interno lordo. Perché la maggior parte delle persone lavora nei servizi, nell’informazione, svolge professioni di carattere intellettuale. Lavori che stancano mentalmente, per cui è impensabile produrre dieci ore al giorno. Ma anche gli unici per cui l’uomo non può essere sostituito dalle macchine. Con l’avanzamento della tecnologia, dal telaio meccanico all’intelligenza artificiale, il lavoro si è velocizzato e diminuito. Non è più l’elemento centrale della vita e della nostra democrazia, anche tempo libero e studio hanno acquisito spazio, dobbiamo prenderne atto”.

Seguendo le analisi di alcuni economisti come Fumagalli, il lavoro si è sempre più “intellettualizzato” tanto da portare a coniare l’espressione di capitalismo bio-cognitivo o, secondo l’ultimo libro di Griziotti, neurocapitalismo. La soluzione secondo De Masi? “Ridurre l’orario di lavoro per evitare che il numero dei disoccupati continui a crescere. Siamo già quasi a tre milioni. Oggi ci sono padri che lavorano dieci ore al giorno e figli che restano a digiuno. La Germania, ad esempio, di pari passo con l’introduzione di nuovi macchinari ha ridotto l’orario di lavoro. Un tedesco in media lavora 1400 ore all’anno, un italiano 1800 ore. 40 ore a settimana. Se anche noi riducessimo l’orario di lavoro avremmo 6 milioni di posti in più”.

Il problema di questa ricetta, per altro condivisibile, è che si inscrive nel modo di produzione attuale. Chi dovrebbe convincere, infatti, l’imprenditoria nostrana a diminuire il numero di ore lavorate a parità di salario? Dato che la fase ci pone come contemporanei di una politica espressione, da destra a sinistra, degli interessi del capitale, chi varerà le leggi appropriate che obblighino le grandi imprese ad attingere agli enormi profitti accumulati in questi ultimi decenni per spalmarli socialmente attraverso la riduzione dell’orario di lavoro con la conseguente attivazione di nuovi posti? Ad oggi si è preferito attingere ancora a risorse pubbliche per attivare l’elemosina di Stato per cui chi lavora 10-12 ore al giorno copre anche (parzialmente) le necessità dei disoccupati. In questo meccanismo la sfangano come sempre i ceti imprenditoriali che possono bellamente stare sull’onda della comunicazione social e massmediatica con la boutade della pizza a 65 euro. Chiaramente si è già attivata la corsa dei poveri ad assaggiarla per partecipare alla discussione sul fatto che sia buona o cattiva. Nel frattempo l’imprenditore buontempone gode della pubblicità occulta e incassa per la benzina del suo yacht, mentre l’operaio spende un quarto del suo stipendio per una cena a base di pizza che lo proietta, per qualche ora, nell’Olimpo della gente che conta, magari con una storia su facebook!

Fino a quando il povero si ispirerà al ricco, fino a quando la retorica del “se vuoi, ce la fai” sarà imperante, fino a quando godremo solo per sfoggiare il nostro ultimo i-phone acquistato a rate dopo una fila di tre ore allo store della Apple, difficilmente le cose potranno cambiare. C’è da rovesciare la narrazione prima che i governi. C’è da tessere un nuovo programma che visualizzi il possibile sol dell’avvenire nell’oggi. Prima di inaugurare nuovi partiti, nuovi spezzoni di movimento, nuove sigle sindacali, ci sarebbe il bisogno di tessere teoria e fabbricare visioni alternative capaci di attrarre nuovamente la massa popolare. Sganciare i lavoratori dall’incanto tessuto dalla narrazione padronale per renderli autonomi nella costruzione della propria via alla felicità.

La storia del movimento operaio ci ha lasciato una visione che all’epoca era avveniristica, fin troppo anticipatrice di un sogno, con il suo rifiuto del lavoro, dell’autorità costituita, della democrazia borghese e i suoi ammiccamenti alla rivoluzione, alla trasformazione dello stato presente delle cose. Oggi la visione politica dei lavoratori spesso coincide con quella dei padroni. Vivendo i quartieri, raramente si sentono discorsi sul non lavoro e la rivoluzione. Più di frequente si sentono discorsi sprezzanti dei lavoratori rispetto ai percettori di reddito di cittadinanza, anche comprensibili visti i modi della sua attuale implementazione. Nella sostanza il sentire popolare è molto più vicino a quello padronale che a quelli che dovrebbero essere i propri reali interessi di classe.

Se la produttività è aumentata e i posti di lavoro diminuiti, se i profitti sono smisuratamente cresciuti a dispetto dei salari, se l’inflazione avanza e il reddito arranca c’è forse da ritentare una riflessione sui fondamentali. L’analisi del modo di produzione capitalistico nella contingenza, la riflessione sulla proprietà dei mezzi di produzione, la distribuzione della ricchezza. Su tutti un nuovo e urgente disincanto rispetto ai meccanismi della democrazia borghese.

La redazione di Malanova

Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: