No perditempo!

Email: redazione@malanova.info


LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (IV)

Nel quarto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto (Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un secondo estratto del capitolo Le interpretazione (pp. 36-71) dove si percepisce con una certa chiarezza come anche nelle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio (Pci, Psi e Cgil), inizia a farsi strada la tesi secondo la quale la manifestazione si è sviluppato in “tre tempi”, nell’ultimo dei quali – il terzo tempo appunto – agli scioperanti operai (quelli “ordinati” e “rispettosi” delle istituzioni democratiche) si sono sostituiti i “teppisti”. Il principale obiettivo della tesi: “quelli di piazza Statuto sono gente manovrata”, perché “essi non se la prendono con i fanali, con le aiuole, con le paline segnaletiche, con le pensiline tranviarie o con altro bene pubblico, giacché essi sono gelosi della proprietà collettiva, cioè di quello che pagano con il loro lavoro”.

“Teppisti”, “provocatori”, “assoldati”, “fascisti”, “pregiudicati” e poi ancora “giovinastri”, “meridionali”, “disoccupati”: queste sono le categorie più usate dalla stampa e dalle organizzazioni del movimento operaio per descrivere i rivoltosi di piazza Statuto.

Ancora una volta non viene neanche lontanamente considerata l’ipotesi che il soggetto protagonista della rivolta torinese possa essere qualcosa di profondamente diverso dai partiti e che fra questi e le classi che dicono di rappresentare possa esserci un rapporto diverso da quello di semplice identità.

Il gruppo di Quaderni Rossi, a seguito dell’intervento autonomo fatto con un proprio volantino dinanzi i cancelli della Fiat, venne indicato, paradossalmente assieme ai fascisti, come uno dei gruppi provocatori responsabili degli scontri di piazza. Le organizzazioni sindacali accusarono il gruppo di aver contribuito alla disgregazione sindacale e operaia.

I fatti di Piazza Statuto rappresenteranno, lo ricordiamo, un elemento di frattura all’interno dello stesso gruppo che, da lì a poco, entrerà in crisi. Poche settimane dopo, comunque, Quaderni Rossi pubblicò un’analisi che, seppur parziale, resta tuttora un documento valido per comprendere le dinamiche di quegli eventi.

* * * * * 


Il Partito comunista italiano

Il Pci fa del suo meglio per evadere la richiesta di Cisl e Dc. Ma non è facile, data la realtà dei fatti.

L’interpretazione iniziale su piazza Statuto è, rispetto a tutta l’argomentazione successiva, una specie di “incidente”; l’articolista è l’inviato da Roma e già nel resoconto sullo sciopero del mattino accenna correttamente all’esistenza di un soggetto operaio diverso da quello che sarà lo stereotipo delle interpretazioni successive agli incidenti. Parlando della tensione esistente nel picchetto al Lingotto, scrive: “In prima fila sono gli ‘arrabbiati’, come li ha chiamati qualche giornale. Sono i ragazzi che lavorano nella più pesante e massacrante catena”. E poi, fornendo un primo affrettato ma abbastanza euforico resoconto su piazza Statuto:

Quello che succede qui non ha sicuramente precedenti: per tutta la giornata e fino a tardissima notte decine e decine di lavoratori iscritti alla Uil cingono d’assedio la loro sede provinciale tentando invano di essere ricevuti dai dirigenti. Questi non solo rifiutano di rendere conto del loro operato, ma giungono al punto di chiedere l’intervento della polizia contro i lavoratori… In un’atmosfera sempre più tesa decine di operai socialdemocratici tentano più volte di raggiungere la loro sede…

Concludendo con una aperta “apologia” della combattività operaia:

Verso le 16 la polizia interviene con le prime cariche, ma poco dopo la zona antistante la sede del sindacato socialdemocratico è di nuovo nelle mani degli operai.

Ma è solo un “neo”. Già nello stesso numero del quotidiano e poi, nei giorni successivi in tutti gli altri organi di stampa a disposizione (dal quotidiano milanese Stasera a Unità Operaia a Torino cronache, ecc.) si sviluppa la tesi di fondo basata sulla domanda: “a chi giova?”; e nella risposta: ai padroni – principalmente Valletta e la Fiat – per svalutare il significato dello sciopero e cioè la ritrovata unità della classe operaia, e a tutte quelle forze di destra (fino a gran parte della Dc) che vogliono far crollare il centro-sinistra o, nella migliore delle ipotesi, svuotarne il programma di ogni spirito di rinnovamento economico e politico. Per quest’ultimo fine, l’attacco al partito comunista è una via obbligata che spiega le accuse ai comunisti di essere stati gli autori, tanto delle violenze davanti ai cancelli, quanto i sobillatori di Piazza Statuto.

In conseguenza la linea di difesa del Pci si pone i seguenti obiettivi: 1) tenere la fabbrica il più distante possibile dalla piazza presentando la lotta di fabbrica come assolutamente pacifica e democratica e, coerentemente, l’inizio della manifestazione in Piazza Statuto come pacifica, fatta da operai ma “in prevalenza della Uil” medesima. 2) Addebitare a parte della polizia, quella “esterna” agli ordini del Ministero degli Interni, tanto l’inizio delle ostilità quanto le esasperazioni successive, facendo sparire gli operai e i comunisti dalla scena, dopo la prima carica “a freddo”, e comparire i provocatori assoldati da quelli “cui giova”, oppure gli “ignari cittadini di passaggio”. 3) Alimentare comunque, il più possibile la tesi della provocazione anticomunista facendo anche riferimento ai numerosi precedenti storici.

Ma vediamone lo sviluppo nel resoconto della cronaca. Da Torino Cronache sotto il titolo Operazione Piazza Statuto[25]. “Perché uno sciopero che si era svolto nella calma più completa, in cui i lavoratori avevano dimostrato un altissimo senso di disciplina, ha avuto l’incresciosa appendice della gazzarra di Piazza Statuto?” E che lo sciopero operaio è stato disciplinato non ci sono dubbi. “Durante l’arco dell’intera giornata, gli unici incidenti di una qualche entità vedevano costantemente a protagonisti funzionari e dirigenti della Fiat (tra cui lo stesso direttore della Spa-Stura Pistamiglio) lanciatisi con le loro vetture contro i lavoratori ammassati dinanzi agli stabilimenti”[26]. Poi la  cronaca.

Sabato 7, ore 16. Un migliaio di operai della Fiat si dirigono in piazza Statuto. L’indignazione… li ha spinti a manifestare la loro protesta sotto le finestre del sindacato socialdemocratico. Fischi, urla, nessuno tuttavia cerca di salire le scale, come affermerà in seguito la polizia. Un gruppetto si avvicina alla porticina e appende un cartello ove si legge: “Gli operai vi licenziano in tronco”. A poco a poco si passa a discutere, si formano capannelli, alle 16,30, la manifestazione si può dire conclusa; ma ecco arrivare le camionette, gli autocarri carichi d’agenti del reparto celere di Padova… comincia la caccia… secondo quella tecnica di aggressione indiscriminata… rivolta ad esasperare gli animi per impedire il ritorno alla calma.

Titolo: Arrivano facce nuove. Il testo:

Arrivano Genisio, segretario della Cisl e Garavini segretario della c.d.l.: si fermano in mezzo alla piazza, attraverso un microfono invitano i lavoratori a dirigersi verso le sedi delle loro organizzazioni sindacali od a tornare a casa. Alle 18 è tornata la calma. “Com’è ripresa la battaglia dopo la tregua seguita all’intervento dei sindacalisti? È in quelle ore, dalle 18 alle 21, che la manifestazione viene assumendo le proporzioni di una gigantesca provocazione: nella piazza cominciano ad affluire strani personaggi che diverranno nel corso della serata i protagonisti indisturbati dei più incresciosi episodi di vandalismo.

Poi la famosa testimonianza di Tridente:

A poco a poco gli operai se ne andavano ma arrivavano facce nuove che con le maestranze in sciopero e con la Fiat o con la Uil non avevano nulla a che fare… Si tratta di gruppi di giovani… del tutto estranei sia alle due organizzazioni sindacali sia ai partiti operai[27]. Si saprà più tardi che parecchi di questi giovani sono affiliati al gruppo di provocatori di “Pace e Libertà”, che altri sono stati ingaggiati con poche migliaia di lire fra i neo-immigrati meridionali in cerca di occupazione, che l”’incetta” di giovani scalmanati pronti a menar le mani e a creare le condizioni dell’incidente, ha fatto pure capo ad un notissimo esponente della destra democristiana torinese.

Questa “informazione” è anche lo spunto per un grosso articolo – su nove colonne in pagina nazionale dell’Unità – di Diego Novelli [28]. Titolo: L’”Operazione Piazza Statuto”: riveliamo il retroscena della provocazione. Sottotitolo: “1500 lire ed un pacchetto di sigarette: chi ha pagato?”. In un quadro storico più ampio della politica di repressione, discriminazione e provocazione della

Fiat negli anni ’50 e dei suoi legami in atto con la formula centrista vigente nel consiglio comunale di Torino, il giornalista scrive che in piazza Statuto erano stati riconosciuti alcuni attivisti del “Centro Luigi Sturzo” e del “Centro Assistenza Immigrati” fondati e diretti dall’esponente della destra Dc Costamagna. Due di questi, fermati e poi rilasciati dalla polizia erano stati visti nei bar di via Garibaldi, nei pressi del palazzo della Gazzetta del Popolo che “nelle sue edizioni di lunedì aveva distinto nettamente le responsabilità nei primi incidenti… affermando che Cisl e Cgil erano estranee alla gazzarra”. Durante l’assalto al giornale due dipendenti “hanno bloccato alcuni ragazzi i quali hanno loro dichiarato[29] di aver ricevuto da individui sconosciuti, nei pressi del bar-tabaccheria di via Garibaldi, 1500 lire e un pacchetto di sigarette ‘purché si associassero ad altri giovani già schierati sulla piazza contro la polizia’”. Torino cronache, riporta anche di un giornalista (non ne fa il nome) che “fermo all’angolo di corso S. Martino sente alcuni giovani che fuggono di fronte ad una carica (da cui usciranno, guarda il caso incolumi) pronunciare una frase significativa: ‘Per le duemila lire che ci danno, c’è da sudare!’”.

Ma continuiamo a seguire Torino cronache. Titoletto: “Garavini aggredito”:

Sono le 23 circa, da un’auto della Fiom che da ore circola per la piazza e dal cui microfono si succedono in continuazione gli inviti, inascoltati, ai dimostranti perché abbandonino la zona, scende Garavini. Il sindacalista si avvicina ad un gruppo di giovani esagitati, cerca di rimandarli a casa; improvvisamente alle sue spalle giunge un giovinastro con un bastone, cerca di colpirlo, Garavini evita il colpo grazie all’intervento di un altro sindacalista. All’on. Pajetta, accorso sulla piazza per fare opera di persuasione… non è andata cosi bene: una pietra scagliata da un giovane elegantissimo, che nessuno poteva scambiare per un operaio, lo ferisce ad una gamba.

Su questo episodio Stasera aggiunge qualcosa: “I dirigenti sindacali, i parlamentari di sinistra che si erano recati per invitare la gente alla calma, sono stati insolentiti e minacciati da gruppi di teppisti il cui unico scopo era quello di provocare una situazione tale da offrire il destro agli industriali, di gridare alla rivolta”[30].

Poi, sotto il titoletto “I fascisti in piazza”, l’altra dichiarazione dei due dirigenti Cisl: “I provocatori sono fuggiti su giuliette sprint spider e T.I… molti li abbiamo riconosciuti… un noto esponente della Cisnal…”.

E la polizia?

L’opera provocatoria della polizia si estende; le cariche non si rivolgono contro le poche centinaia di individui che abbattono i paletti al centro della piazza, che lanciano sassi all’indirizzo dei sindacalisti e dei passanti; le camionette della polizia aggrediscono i gruppi dei curiosi, si colpiscono furiosamente gli spettatori dell’ “Ideal” che stanno uscendo… In questo modo allo sparuto gruppo di provocatori che continuano indisturbati l’opera di demolizione della piazza, si uniscono gruppi sempre più folti di cittadini  esasperati  per  il  comportamento  della  polizia: lo scopo della provocazione è raggiunto. Solo alle 4 del mattino la polizia si decide a far sgombrare il campo: fra gli arrestati ed i fermati nessuno degli scalmanati che hanno distrutto la piazza, soltanto curiosi, cittadini coinvolti per caso o che hanno reagito dopo essere stati aggrediti.

E più avanti:

Si potrebbe continuare a lungo, si potrebbe narrare di quel gruppo di giovani fermati, accusati di esser comunisti e subito rilasciati quando dichiararono di esser figli di industriali. [Continua, invece] la caccia al comunista e al socialista che dovrà servire a convalidare la tesi sulla responsabilità del Pci nei disordini. Solo così si spiega la massiccia opera di rastrellamento che inizia al mattino per proseguire, nel corso di tutta la giornata, con puntate e cariche che si irraggiano fino a Porta Susa e Porta Palazzo, poiché, come è noto, gli elettori dei partiti operai sono più di un terzo della popolazione, si vuol “fermare” una gran massa di cittadini per poi setacciare tra  passanti, quelli noti come elementi di sinistra.

Contro i teppisti, nulla, anzi.

Chi si trova a passare per piazza Statuto e riesce ad evitare l’arresto e le botte dei reparti celeri, scopre con sorpresa che sono i teppisti a tenere tranquillamente il campo, che le “Fiamme d’oro” danno il preavviso delle loro incursioni suonando a distesa le sirene delle “jeep”, che subire le cariche ed il “fermo” è assai pii facile se si ha l’aria di tranquilli cittadini, dediti alla propria attività. Domenica sera, a mezzanotte, un gruppetto di una decina di esagitati blocca l’ingresso di C.so Francia con poche paline divelte alle fermate dei tram, dirotta le auto in transito verso C.so Inghilterra e via Principi d’Acaja come a una normale esercitazione di controllo del traffico, mentre la polizia assiste quasi impassibile a 200 metri di distanza. Prima di intervenire, i “reparti celeri” compiranno un lungo inspiegabile giro per Via Cibrario e Via Saccarelli, dando così ai giovani tutto il tempo necessario per spostarsi in un’altra zona e riprendere l’azione. E la prova del nove… che i fatti di piazza Statuto erano stati preparati e voluti molto in alto[31].

Ma nel corso del processo compare un personaggio che potrebbe per lo meno incrinare questa impalcatura. Un imputato, Gerardo Lattarulo, arrestato e picchiato dalla polizia, confessa non solo di essere stato in piazza Statuto, ma di aver partecipato agli scontri. All’Unità non resta di meglio che insinuare che anche il Lattarulo – anarchico di 19 anni immigrato da Avellino – abbia goduto in piazza di un trattamento di favore, tanto da venir arrestato in seguito, solo per forza maggiore:

Lattarulo giunse in piazza Statuto attorno alle 21,30, partecipò attivamente ai disordini, non esitò a mettersi in mostra come si può intuire persino dal tono deciso, tagliente se non spavaldo, delle sue dichiarazioni. Alle 2, inciampando in un’aiuola del giardinetto prospiciente il palazzo della Uil, cadde procurandosi una distorsione alla caviglia. Praticamente era immobilizzato, eppure non fu preso anche se un distaccamento del battaglione mobile era a poche decine di metri. Aiutato da un amico, il giovane anarchico si portò dinanzi al “dehor” di un caffè e riposò per una decina di minuti: nessuno venne a chiedergli chi era e perché si trovava lì, ferito; accanto a lui, decine e decine di cittadini che stavano pacificamente rientrando alle loro abitazioni… venivano invece caricati sulle “jeep” e portati in Questura. Più tardi il Lattarulo si trascinò fino all’ospedale Maria Vittoria per farsi curare la caviglia. Aveva attorno alla cintura una catena strappata poco prima a un passaggio pedonale e l’agente di servizio al nosocomio lo trasse in arresto. Se non fosse stato per questa “distrazione”, il Lattarulo sarebbe ancora libero. Per oltre cinque ore la polizia non lo aveva “visto” mentre col suo manipolo di scalmanati metteva a soqquadro la piazza[32].

Questo comunque il riassunto finale della ricostruzione fatta da Torino cronache:

Ecco dunque come si sono svolti i fatti: provocazione aperta da parte di accoliti delle squadracce padronali a cui è stata assicurata la protezione e l’incolumità, aggressione indiscriminata da parte della polizia rivolta contro i curiosi ed i passanti, col solo intento di esasperare gli animi, caccia affannosa al comunista.

Sulla provocazione che il Pci avrebbe subito con gli incidenti di piazza Statuto, le dichiarazioni fatte in quei giorni sono molte, ma non  tutte sono documentate. L’Unità del 10 luglio dice che

nelle varie sezioni del Pci, anonime telefonate avvertivano i compagni di trovarsi oggi tutti davanti alla prefettura ed alla sede Fiat di c.so Marconi, prendeva sempre più piede il tratto caratteristico, classico, della provocazione. Per tutta la notte i compagni attivisti sono rimasti sul “chi va là” per evitare che la provocazione assumesse tali dimensioni da non poterla più controllare. Ancora oggi nelle sezioni di partito e nelle leghe della Fiom sono giunte le voci più disparate. Si è arrivati persino al punto di inventare uno sciopero generale proclamato dalla Cgil per la giornata di domani.

C’è poi una conferenza stampa in Questura del segretario del vice capo della polizia Agnesina – escluse l’Unità e l’agenzia fanfaniana “Italia” – nella quale vengono accusati Pajetta, Sulotto e Pecchioli di aver capeggiato la rivolta di piazza Statuto; ovviamente la polizia smentisce il tutto. C’è infine, l’accusa di tre minorenni fermati in piazza, che dichiarano di aver ricevuto 1500 lire dal segretario amministrativo del Pci Marchiaro; questi viene convocato dal magistrato e messo a confronto con i 3, è scagionato pienamente in quanto gli accusatori non solo non lo riconoscono, ma dichiarano che il suo nome è stato suggerito dalla Questura in cambio della libertà[33].

La montatura di questo episodio ha del grottesco: si smascherano facilmente i ragazzini minorenni ricattati dalla polizia e ciò, ovviamente è giusto, ma si dà credibilità ad un altro minorenne che fa la stessa dichiarazione per l’assalto a La Gazzetta del Popolo, dimenticando che lo “scarico” su di un “adulto” che ha pagato, può essere più un atto di furbizia dì un ragazzino incosciente per troncare il proprio coinvolgimento che non la prova di una provocazione in atto; altrimenti, in questo secondo caso, bisogna anche fare i conti con l’ipotesi che i fantomatici e misteriosi pagatori cui faceva riferimento il ragazzino de “la GdP” fossero non tanto la destra Dc, quanto (ovviamente su suggerimento della Questura) lo stesso Pci. Almeno su questi episodi, il tribunale si comportò equamente non prendendo in considerazione, in quanto prive di fondamento, le due accuse.

La miseria della autodifesa locale la ritroviamo in tono minore nella misura in cui ci si sposta, sul piano dell’analisi, verso il centro. Paolo Spriano, ad esempio, in un articolo su Rinascita[34] intitolato “Lettera da Torino – Dalla sfida di Valletta ai fatti di Piazza Statuto”, tenta di sdrammatizzare la vicenda esaltando la solidità del fatto politico rappresentato dalla vittoria in fabbrica. Per quanto riguarda piazza Statuto, lo storico accetta la tesi della provocazione così come viene articolata a Torino, però introduce altri elementi di valutazione quali “l’esasperazione individuale, l’immigrazione tumultuosa, la presenza di tanta gente incontrollata, lo stesso gusto giovanile di andare là dove ‘fa caldo’, persino l’esilità delle organizzazioni di classe che ancora non sono adeguate, nella loro funzione di direzione operativa e di educazione ideologica, alla capacità di orientamento generale e di direzione del movimento…” Inoltre, riferendosi all’accostamento fatto da La Gazzetta del Popolo –  su “ispirazione sindacale” –  di Ordine Nuovo, Pace e Libertà con i Quaderni Rossi e Panzieri:

non bisogna drammatizzare né dare eccessiva importanza (oppure mischiare alla provocazione, nello stesso giudizio morale) alla presenza di un gruppetto, studentesco essenzialmente, che ha voluto, con volantini e gesti propagandistici, differenziarsi “a sinistra” dal grande movimento unitario di lotta, per dare alla lotta operaia della Fiat quei caratteri di spontaneismo polemico contro le organizzazioni di classe che solo i suoi schemi ideologici, tenacemente sordi alla realtà dei fatti gli prestano.

Il 28 luglio, però, Rinascita pubblica una lettera del socialista Roberto Barzanti che protesta per le analisi tendenziose del Pci, chiedendosi:

È giusto guardare con feroce disprezzo i giovani operai e disoccupati di piazza Statuto? È giusto parlare per loro di “teppismo?”  giusto precisare che la lotta è contro i padroni e non contro la polizia? La polizia non ha da sempre difeso gli interessi dei padroni?… secondo me troppi articoli, troppe posizioni politiche… criticano male gli incidenti di piazza Statuto; li criticano cioè da un punto di vista falsamente legalitario in nome di una sorta di sciopero pulito, che non turbi con brutte violenze la Torino miracolosa di “Italia ’61”. Questo mi sembra profondamente sbagliato. La protesta violenta è insita nel carattere di ogni sciopero in maggiore o minore misura e non può essere il Movimento Operaio a gridare alla follia.

La risposta di Spriano, nello stesso numero della rivista è, rispetto alla tesi della provocazione, ancora più drastica della precedente posizione:

Al compagno che ti scrive, il fallo che in dichiarazioni responsabili e impegnative tutti i dirigenti operai che si trovavano a Torino, i sindacalisti della Cgil e della stessa Uil, la Federazione del Pci e del Psi, abbiano subito denunciato la provocazione per i fatti di Piazza Statuto e abbiano speso tra sabato e lunedì  tutte le loro energie per rintuzzarle; il fatto che la nostra stampa… abbia citato non uno ma decine di elementi, di indizi, di episodi che mostrano la provocazione e indicano i suoi moventi e i suoi mandanti;… tutto questo non basta. Che fare? Certo i provocatori non li abbiamo messi in un sacco, il mandante con nome e cognome non l’abbiamo preso in flagrante. Ma la documentazione raccolta e che si va raccogliendo è schiacciante.

Di provocazione non si accenna minimamente in un telegramma che Togliatti già il 10 luglio invia al segretario della federazione torinese Ugo Pecchioli. Vale la pena di riportarlo integralmente:

Desidero esprimere ai comunisti e a tutti i lavoratori torinesi compiacimento e plauso per la mirabile prova di compattezza e combattività nello sciopero dei metalmeccanici. La ricostituita unità con la massa degli operai della Fiat è una grande vittoria riportata contro la prepotenza, la illegalità, le insidie, le discriminazioni di un padronato reazionario. Vi esorto, sulla base di questo successo, a intensificare il lavoro per portare a un livello più alto l’organizzazione e l’attività del movimento politico e sindacale del proletariato e del popolo torinese. Gli operai di Torino prendano il posto che loro spetta nelle prime file della battaglia per il progresso politico e sociale. Siate fermi nel respingere atti di inutile e dannosa esasperazione. Uniti nell’azione disciplinata, sindacale e politica, per realizzare le rivendicazioni operaie e dare impulso nuovo alla lotta di tutto il popolo per una svolta a sinistra, per la democrazia e il socialismo.

Dove, degli operai in sciopero si esalta la combattività e non la disciplina o lo spirito democratico. Ma sottolineiamo anche: “respingere ogni esasperazione”; “uniti nell’azione disciplinata”, che sembra riferirsi tanto alle divergenze della base del partito quanto alla autonomia delle masse; “lotta di tutto il popolo per una svolta a sinistra” che, dato il contesto, sembra comprendere anche il popolo di piazza Statuto.

Infatti, nell’editoriale di Rinascita del 14 luglio, dedicato agli avvenimenti torinesi, scrive fra l’altro: “Né si dimentichi che Torino è una città che sotto un’apparenza a volte non penetrabile di calma, è presente in vasti strati popolari una fiera volontà di protestare e combattere contro le cose ingiuste e un senso di solidarietà collettiva che possono manifestarsi nei modi più diversi e improvvisi”. Ma per concludere non si può non notare come, mentre Togliatti scrive queste cose sulla prima pagina di Rinascita, nella rubrica “7 giorni di lotte sindacali”, la battaglia di piazza Statuto è così liquidata: “Provocazioni di teppisti fascisti, evidentemente ispirate dalla destra economica, hanno dato un tono drammatico alle giornate in concomitanza con il ricorso della polizia ai metodi ‘duri’, confermano una manovra tendente a rompere le lotte operaie prendendo a pretesto ‘violenze’ cui nessun sindacato ed organizzazione dei lavoratori è ricorso.”

La Cgil

In  un primo momento è assai cauta. Non parla di azione diretta delle destre o dei padroni in piazza Statuto. Le espressioni usate sono del tipo “interesse padronale al teppismo”, ecc.; sostanzialmente si mira a criticare l’indisciplina, il frazionismo, la violenza operaia. La sera del sabato, infatti In Cdl di Torino emette un comunicato che verrà anche distribuito sotto forma di volantino[35] nella zona di piazza Statuto con il titolo: La vittoria dei lavoratori è solo nello sviluppo dello sciopero di tutti i metallurgici con unità e disciplina democratica. Ogni azione di gruppo o di individui violenta è teppistica, è sempre e soltanto un diversivo nell’interesse del padrone. Questi i passaggi più rilevanti:

La Cdl e la Fiom di Torino … rilevano che [lo sciopero] è stato caratterizzato… dalla disciplinata e consapevole manifestazione del diritto di sciopero… senza disordini. Folli gruppi di lavoratori recatisi nel pomeriggio nella piazza adiacente alla sede della Uil… hanno acceso vivaci discussioni che non hanno trasceso fino al tardo pomeriggio in alcun turbamento… la polizia dava luogo ad un intervento violento contro la folla dei lavoratori… che la Cdl denunciava come un elemento obiettivo di provocazione… i dirigenti sindacali… invitavano i lavoratori a non prestarsi alla provocazione… la grande maggioranza si allontanava ordinatamente dalla piazza… mentre continuavano le cariche. La Cdl è intervenuta per chiedere il pronto rilascio dei numerosi lavoratori fermati dalla polizia. In un piccolo gruppo di manifestanti appariva allora evidente che alcune manifestazioni di violenza dimostravano la presenza di nuclei di provocatori che operavano sul piano del teppismo del tutto estraneo e anzi respinto dalla grande massa dei lavoratori in sciopero… La Cdl nel denunciare l’evidente interesse padronale al teppismo organizzato per svalutare la portata dello sciopero… rinnova un appello ai lavoratori perché respingano… ogni atto che possa comunque compromettere l’unità e la disciplina democratica dello sciopero, volute dai lavoratori.

Ma poi c’è la testimonianza di Tridente, le insinuazioni della Cisl con le richieste di chiarificazione, le accuse della Dc e allora ci si adegua alla “tesi del ricambio”.

Da una intervista rilasciata all’Europeo[36] dal segretario della Cdl Garavini:

… Il commissario Bessone chiamò un cronista dell’Unità… e gli disse di avvertire la Cdl, il partito, chi voleva insomma: bisognava muoversi, portar via i dimostranti. Sono andato io in piazza Statuto, con Genisio che è uno dei dirigenti della Cisl, ho fatto un comizio. Siamo riusciti a trascinarci dietro la gran massa dei dimostranti; ci hanno seguiti fino alla Cdl. A questo punto stava avvenendo però un ricambio: i nostri sgombravano e arrivavano gli altri, i provocatori, gli assoldati. Così si spiega la battaglia di sabato sette luglio. Per lunedì nove luglio, la cosa è indefinibile, io stesso non riesco a spiegarmela. I provocatori hanno fatto il secondo assalto ed è stato quello che è stato. Noi abbiamo la coscienza a posto; Pajetta, sabato sera, è stato colpito da una sassata ad una gamba. A me hanno tirato una botta di bastone… se fossero stati nostri compagni, nostri organizzati ci avrebbero accolto così?

Mentre c’è un perfetto allineamento all’interno della Cdl fra comunisti e socialisti, più sfumata è la posizione dei dirigenti centrali del Psi; Brodolini, responsabile del “lavoro massa” del partito, a nome dei socialisti aderenti alla Cgil, dichiara che l’organizzazione sindacale è estranea ai fatti e che i socialisti ritengono che “la provocazione di incidenti… non giova alla unitarietà delle lotte sindacali… e si associano alla condanna di qualsiasi tentativo di far degenerare la lotta su un terreno sul quale possono essere interessati a portarlo soltanto gli avversari dell’unità sindacale[37]”.

Più in là va l’on. Santi il quale, secondo l’agenzia cattolica “Urbe”, avrebbe dichiarato all’on. Ariosto che “l’iniziativa delle manifestazioni fu presa da dirigenti locali, cogliendo di sorpresa le segreteria centrale della Cgil e si sarebbe impegnato… a far tutto il possibile per controllare più efficacemente, ad ogni livello, la politica confederale[38]”.

Più “ortodosso” e categorico è invece Vittorio Foa: “Giustamente le organizzazioni sindacali hanno denunciato negli episodi di piazza Statuto una effettiva provocazione, una diversione dall’azione di massa nello sciopero, perché di questo si trattava (e i lavoratori della Fiat l’hanno capito) e non di una esaltazione protestataria generica senza sbocchi e senza fini, non di una manifestazione di patologia estremista[39]”.

Comunque il gruppo dirigente della Cgil, come quello della Cisl quasi cedendo al ricatto-richiesta della Uil torinese di rompere il processo di unità sindacale in assenza di un impegno formale a che vicende tipo quelle torinesi non avessero più a ripetersi, dichiarano, assieme alla Uil, di fronte al ministro La Malfa “con riguardo alla situazione creatasi a Torino, in occasione dello sciopero nazionale dei metallurgici, che ogni organizzazione ha il diritto di esercitare un proprio autonomo giudizio sulle scelte sindacali, così come i lavoratori devono poter esprimere liberamente e democraticamente la propria opinione”. Come fa notare, con gran soddisfazione, l’editorialista de La Stampa[40], “Cgil e Cisl riconoscono il diritto della Uil… di seguire una propria politica anche autonoma” cosicché anche al ministro Taviani sarà più facile rispondere alla richiesta di Saragat e alle interpellanze socialdemocratiche che volevano sapere, “preso atto dell’accordo a livello aziendale tra Fiat e Uil, quali misure venivano adottate per consentire la tutela di libertà di posizione sindacale”.

Il  Partito socialista italiano

La cronaca del quotidiano del Psi l’Avanti!, supera, per rozzezza, accondiscendenza a tesi precostituite, disprezzo per la realtà, tutte le altre. Il corrispondente da Torino[41] ripete praticamente la tesi dell’Unità intervenendo personalmente solo sugli avverbi in senso peggiorativo (es. “molti” diventa “in massima parte”, “nulla o poco” diventa “niente”, i “provocatori” sono subito “fascisti”, ecc.) e sulla esposizione della dinamica degli avvenimenti nel tentativo di rendere più convincente la nota tesi di fondo. Ma qui, data la realtà dei fatti, rivelatasi già difficile da gestire in modo mistificato per gente assai più esperta, il risultato, dal punto di vista della logica, è catastrofico.

Lo sciopero: una lotta esemplare e disciplinata che inutilmente gruppi di provocatori, tra cui noti e riconosciuti fascisti, hanno cercato di infirmare, prima cercando di suscitare incidenti davanti ai cancelli delle fabbriche e poi inscenando una indegna gazzarra davanti alla sede provinciale della Uil dove gruppi di teppisti che nulla avevano a che fare con gli operai…”. Poi la solita descrizione degli scontri, dei comizi sindacali e del “ricambio, con una piccola originalità: fra le auto di lusso che “scaricavano gruppi di giovinastri che iniziavano subito un’azione sobillatrice”, c’è anche il modello 2300. Fra i sobillatori “già visti” ci sono “ruffiani che esercitano il loro mestiere nella zona e gruppi sparuti di anarchici e internazionalisti” che “sordi a tutti gli inviti, si stringono sempre più tracotanti davanti agli agenti”. II lettore  riesce  ad  immaginare  questi  “sparuti  gruppi” – dato che la massa degli operai, dopo l’invito sindacale, è andata via, – di fronte ai 500 katanghesi del battaglione Padova? Poi l’indomani, domenica – dice il cronista – “una folla minacciosa stanzia di nuovo in piazza Statuto”, ma la Cdl fa distribuire un volantino che mette in guardia i lavoratori contro il teppismo organizzato; così fa anche la Fgs che in un altro volantino denuncia la presenza di fascisti e “chiede agli operai di aderire all’appello d’ordine lanciato dalla Fiom”. Qual è l’effetto? “La diffusione di questi fogli in piazza Statuto otteneva l’effetto di far diminuire la tensione: sparivano in massima parte i facinorosi e a tarda sera rimanevano solo gruppi di curiosi”. Da dove si vede che i “facinorosi” finiscono per essere gli operai – non è certo pensabile che anarchici, teppisti, fascisti ecc. si facciano convincere da volantini sindacali -: risultato che non era certo nelle intenzioni dello zelante cronista.

Questo il cronista “locale”; ma nell’edizione del 13 il resoconto dell’inviato speciale[42], sotto il titolo Chi ha spinto in piazza a Torino giovani teppisti e vecchi pregiudicati? e sottotitolo: I finanziatori e i mandanti sono i veri responsabili dei dolorosi incidenti, non è da meglio e ripete monotonamente la verità di elaborazione Cisl. Poi il quotidiano del Psi truffa palesemente i suoi lettori riportando l’intervento di Taviani con questo titolo: Taviani alle camere, Nessun legame fra lo sciopero e i tumulti di piazza Statuto, mentre Taviani aveva escluso – come riporta il giornale – ogni “responsabilità delle organizzazioni sindacali, ma aveva collegato la durezza dei picchetti alla manifestazione contro la Uil. Ovviamente nell’articolo c’è anche un’affermazione simile a quella contenuta nel titolo, ma è dell’on. Castagno, il deputato socialista di Torino: “lo sciopero degli operai torinesi non ha nulla in comune con i tumulti e le violenze che in esso si sono inserite”[43].

L’intervento di questo deputato, comunque, è quello che, nell’ambito del Psi, più organicamente tenta di dare una spiegazione complessiva ai fatti di piazza Statuto pur usando il solito materiale di fonte Cisl e del Movimento Operaio. In un opuscolo intitolato Cui prodest? espone così la sua tesi dei “tre tempi” di piazza Statuto. Primo tempo: davanti alla Uil.

Perché è avvenuta la manifestazione davanti alla Uil? La Uil ha raggruppato a Torino un considerevole numero di operai anziani, qualificati e specializzati, con un sistema molto spiccio, regalando cioè loro le tessere. Questi operai anziani hanno voluto fare una dimostrazione contro il sindacato che tradiva l’unità operaia, una dimostrazione pacifica consistente nel restituire o strappare, le tessere. Era il risentimento dei vecchi operai che si sentivano traditi. La manifestazione è stata numerosa, fatta a suon di fischi, ma tranquilla. Questo è stato il primo tempo. Ad un certo punto è intervenuta la polizia… non quella, direi quasi “casalinga” che noi conosciamo tutti i giorni in difesa dell’ordine pubblico… bensì uno speciale corpo di polizia, il gruppo mobile di Padova… incominciarono dunque i caroselli… e quando si è esagerato, è intervenuto lo stesso questore di Torino a far cessare il carosello perché poteva diventare pericoloso per la reazione della folla, che intanto si era accresciuta di soliti curiosi che sempre si raccolgono quando c’è una manifestazione.

Secondo tempo.

Sono intervenuti, a questo punto, i sindacalisti della Cisl e della Cgil, invitando quelli che in quel momento erano ancora operai dimostranti a radunarsi … rispettivamente al cinema Ideal e alla Cdl, lasciando libera la piazza. Questo è stato il secondo tempo della dimostrazione. Ma il terzo tempo è quello veramente grave. La situazione è mutata: ai dimostranti-scioperanti si sono sostituiti altri  dimostranti, agli scioperanti  operai  si  sono sostituiti i teppisti. Questa è la realtà dei fatti.

Poi le solite due testimonianze Cisl e la descrizione dell’ambiente determinatosi ad un certo punto in piazza: “tra i fermati vi erano 150 meridionali tra i 15 e i 23 anni… di cui 17 pregiudicati per reati comuni…[44] Ecco l’ambiente in cui sono stati raccolti questi che il ministro chiama ancora dimostranti ma che non erano più dimostranti, erano qualcosa di molto diverso”. Poi la domanda finale: “Cui prodest?”

Chi intende turbare le pubbliche manifestazioni, chi intende diffamare gli scioperanti?… è  la destra eversiva, è la classe padronale… mentre i lavoratori torinesi sono invece i primi interessati al mantenimento dell’ordine pubblico. Essi non se la prendono con i fanali, con le aiuole, con le paline segnaletiche, con le pensiline tranviarie o con altro bene pubblico, giacché essi sono gelosi della proprietà collettiva, cioè di quello che pagano con il loro lavoro. Non sono i partiti della classe operaia quelli che possono organizzare saccheggi e devastazioni…

Dove ancora una volta non viene nemmeno considerata l’ipotesi che il soggetto della vicenda storica possa essere qualcuno di diverso dai partiti e che fra questi e le classi che dicono di rappresentare possa esserci un rapporto diverso da quello di identità.

Un po’ di sociologia giornalistica

La cronaca di quei tre giorni a Torino ha anche prodotto tentativi di analisi sulla natura dei partecipanti agli scontri. A leggerle oggi può venir da sorridere, ma allora, all’epoca in cui i fatti facevano politica (quando c’era il pubblico che partecipava anche attraverso la semplice informazione), hanno rappresentato quel pizzico di “scienza” necessario a dar credibilità ai fatti che venivano descritti e a render convincenti i giudizi politici tanto sulle responsabilità delle organizzazioni quanto sui comportamenti dei gruppi sociali coinvolti.

Possiamo individuare due tipi di “analisi sociologiche”: quelle prodotte da partiti o gruppi di potere politicamente coinvolti (o dagli organi di stampa di loro emanazione) e quelle di giornali o giornalisti con maggiori margini – almeno in quel contesto – di indipendenza. Fra queste, alcune sono effettivamente utili a comprendere i fatti: le citeremo nel capitolo su Quelli di piazza Statuto.

Le analisi del primo tipo, anche se provengono da posizioni ideologiche opposte, hanno in comune il principale obiettivo della tesi: “quelli di piazza Statuto sono gente manovrata”, anche se, rispettivamente, “da sinistra” e da “da destra”. Le categorie analitiche più usate sono: “giovani”, “meridionali”, “disoccupati”, ma anche “teddy-boys”, “scamiciati”, “teppaglia”, ecc.

Parlando degli imputati, al primo processo, La Stampa scrive:

È il processo degli scamiciati: su 36 imputati che siedono nell’aula di Corte d’Assise, soltanto nove indossano la giacca, ma anche il tono di questi era da scamiciati: colletto aperto, zazzera lunga dietro la nuca, ciuffo ribelle sulla fronte. Di per sé la mancanza della giacca non direbbe nulla: sono giovani e la stagione è calda. Ma è la loro sfrontatezza che li qualifica. Per questa gente il processo ha tutta l’aria di essere una avventura di poco conto[45].

L’Unità:

La maggior parte dei fermati, invece, sono elementi giovani che solo in rari casi superano i vent’anni di età. Molti sono meridionali, alcuni disoccupati, facili prede di coloro che intendono spostare il fuoco della lotta per lasciare ai torinesi e al paese il ricordo della violenza come unica giustificazione del successo dei tre giorni di sciopero[46].

Il Giorno:

Hanno tutti camicie nere con risvolti rossi e casacche a vivaci colori, i capelli alla Marlon Brando, un’espressione trasognata mentre si massaggiano i polsi che i carabinieri hanno liberato dalle catene… Particolarmente commovente è stato l’interrogatorio che ha chiuso la giornata processuale. Si è trattato di un giovanissimo calabrese, analfabeta, che parla un italiano stentato, non sa neppure (o non vuole dire) il nome del suo imprenditore e quello del cugino presso cui abita. È  l’Italia dei poveri trasportata di peso dal panorama del miracolo industriale: e questo ragazzo turba più di un intero manuale di sociologia[47].

Stampa Sera:

Molti sono senza giacca, e sfoggiano camicie e camiciotti vistosi… molti appaiono intimiditi… altri invece ostentano una tranquilla sicurezza e si scambiano sorrisi d’intesa. Chi sono?… Non sembrano, comunque, individui nei quali possa albergare una solida fede politica. Danno piuttosto l’impressione del gregge, o meglio del branco che può essere facilmente incanalato nella direzione voluta[48].

La Gazzetta del Popolo:

Tre quarti dei fermati sono meridionali. Molti hanno l’aspetto di bulli di periferia, alcuni si direbbero studenti, tutti vestono nello stesso modo: una camicia di colore, una maglietta sgargiante, molte volte rossa, fuori dai calzoni, maniche rimboccate…[49]

Ci sono anche interpretazioni pseudo freudiane. L’Avanti!, sotto il titolo Chi ha spinto in piazza a Torino giovani teppisti e vecchi pregiudicati?

… questi gruppetti [di  destra N.d.A.] che, come avviene sempre in casi del genere, erano riusciti a trascinare a rimorchio anche giovani teppisti senza alcuna qualifica precisa, ma solo desiderosi di sfogare i loro istinti di violenza…[50]

Né mancano tentativi di “analisi” più ancorate al contesto urbano degradato:

Da dove proviene questa teppa? Il centro di Torino è una vera e propria suburra. Le strade più malfamate, le abitazioni più sordide sono al centro di Torino, a poche centinaia di metri da questa bellissima piazza Statuto: via Basilica, Porta Palazzo, via Porta Palatina. Non alla periferia lontana, ma al centro di Torino vi è una popolazione equivoca che vive ai margini della vita cittadina: protettori, “magliari”, residui di prigione, giovani perduti. In quel sordido centro si ammassano i più disgraziati immigrati… sono gli sradicati (i déracinés) che si accatastano nei sottotetti e nei sottoscala di quel centro. I giovani sono ancora disoccupati e in cerca di un lavoro e di una sistemazione, sono carichi di bisogni e di risentimenti, facile preda, quindi, delle seduzioni della rivolta[51].

Fra gli interpreti apparentemente meno legati a interessi di partito, emblematico il grosso servizio dell’Europeo: un panorama che comprende tutte le tesi (ovviamente con riserva); ma poiché le fonti usate sono sempre di un certo tipo (Cisl-Cgil), l’ampio lavoro di fantasia e retorica che il giornalista fa sul “dato” – in mancanza di un serio lavoro cli inchiesta – finisce per rafforzare in modo unilaterale l’interpretazione. La citazione dell’articolo, qui vale come esempio della capacità di confondere le acque e del conseguente scempio del “personaggio” della cronaca:

…i sentimenti, i risentimenti, i malumori, gli equivoci, i falsi, i revanscismi, gli inganni, le verità e le menzogne… che si sono sfogati nella grande piazza torinese… sono stati molti e quasi tutti… difficilmente collocabili nel paesaggio ideologico nazionale. Tutto è stato davvero assurdo, tutto sembra incredibile. Quel lunedì sera, per esempio, ci fu una parte persino per un ragazzo di 15 anni, piccolo, grasso, con una faccia stupita. Il ragazzo aveva la giacca e la camicia bianche con qualche macchia di caffè e di bitter, cravatta e pantaloni erano neri: un barista aggiunto, uno di quei mozzi che sciacquano tazze, bicchieri, cucchiaini, in attesa d’imparare a servire il cliente. Ed era anelato all’assalto del palazzo dove si stampano La Gazzetta del Popolo, Tuttosport…

Il ragazzo, che era quello delle 1.500 lire:

Non so –  ha riportato in Tribunale un giornalista de La Gazzetta del Popolo – chi era quello che lava i soldi mai visto prima al bar. Non era mica solo, era sceso da un camion, sul camion c’era altra gente. Sul camion c’erano anche le pietre. Mi dissero che con quelle piccole dovevo dare i pugni, così i pugni facevano più male. Le pietre grosse dovevo tirarle. Non ho fatto niente… lasciatemi andare a casa, mia madre starà in pensiero, io smonto sempre alle nove e mezza.

E più avanti:

… nello stesso momento in piazza Statuto, qualche centinaio di incredibili come il barista di 15 anni… facevano la guerra. Alcuni avevano avuto quella tal paga, parte in contanti e parte in sigarette, altri no… Le millecinquecento lire più venti sigarette “Esportazione” possono autorizzarci a pensare che il salario della violenza è in fondo un salario di fame. Ma è certo che questo salario, a qualcuno, a Torino è stato pagato. A quanti? Cinquanta? forse cento, forse duecento…

Poi qualche dubbio sul fatto che gli assoldati abbiano potuto far tutto da loro anche se la loro buona parte l’hanno fatta:

Quei quattro soldi distribuiti soprattutto fra i disoccupati ed i sottoccupati meridionali di Venaria Reale, delle Casermette, di fuori Corso Orbassano, hanno sicuramente attizzato il malvolere, le cattive disposizioni di questi italiani arrivati all’improvviso in una delle roccaforti del miracolo economico e non ancora inseriti nel miracolo stesso…[52]

Altra interpretazione psico-sociologica, con il suo pizzico di verità è nella conclusione di un resoconto da Torino di un inviato del Giorno:

La realtà è forse più complessa e preoccupante di quella emergente dalle varie interpretazioni [politiche, N.d.A.],… forse, com’è avvenuto in Germania recentemente e proprio a Torino meno recentemente nel corso di uno spettacolo teatrale “per masse”, ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale che ha le sue basi nell’inurbamento massiccio di centinaia di migliaia di sottoproletari del Sud, nel trauma psicologico loro derivante dal passaggio da una società contadina, a quello delle città industriali[53].

L’ancoraggio dell’analisi dei comportamenti al contesto sociale, soprattutto nei suoi aspetti psicologici, è anche di un lungo articolo comparso su Nuova Resistenza, il giornale degli ex partigiani di “Giustizia e Libertà”. Il tentativo qui è un po’ più onesto: citando Fofi[54],… si accetta la constatazione che i manifestanti, in gran parte giovani e meridionali, sono comunque lavoratori; hanno un salario, ma non ancora a disposizione beni di consumo sociale come i servizi o una propria cultura necessaria “a leggersi un buon libro”. Ma poi il suo ricorso alla “scienza” psico-sociologica, rende l’interpretazione delle motivazioni comportamentali e le proposte politiche conseguenti assolutamente comiche.

Se i giovani non sanno cosa fare del tempo libero sono guai per tutti e non è un fatto di classe.

I giovani benestanti che hanno energie da vendere si sfogano correndo al mare con le giuliette sprint in un quarto d’ora meno che l’amico, praticando assiduamente molti sports, frequentando i night-club… e poi quando hanno finito gli studi e vanno ad occupare i posti direttivi nelle aziende possono sfogare i loro istinti di potenza comandando altri uomini o guadagnando di più del concorrente. Ben diversa è la situazione degli esuberanti fra i giovani immigrati… questi giovani devono obbedire e… sono destinati ad obbedire per tutta la vita: né hanno concorrenti negli affari da poter umiliare. Così quando si sparse la notizia che in piazza Statuto c’era da menar le mani, i giovani frustrati nei loro istinti aggressivi, si precipitarono come le mosche sul miele e divennero i veri protagonisti dei tumulti.

Cioè, la protesta “deve anche esser presa in considerazione nella misura in cui essa è soltanto lo sfogo di istinti aggressivi”. Per rafforzare questo concetto, l’autore cita B. Russell secondo il quale, data l’eccessiva comodità della vita moderna, “bisogna fornire sfoghi innocui agli impulsi che i nostri remoti antenati soddisfacevano con la caccia…” e “…sistemare in ogni grande città delle cascate vertiginose da scendere in fragilissime canoe e delle piscine munite di squali meccanici (che, ci permettiamo di aggiungere, costano meno dei poliziotti)…”. Coerentemente si chiede alle autorità locali la costruzione di nuovi impianti per “sports agonistici (magari football americano) ed anche centri culturali con biblioteche nella speranza che qualche maglietta a strisce finisca per frequentarla”. Intanto, però dato che

il nesso tra scioperi e tumulti purtroppo c’è,.. è necessario che gli scioperi vengano condotti con estremo senso di responsabilità onde evitare che degenerino in tumulti di piazza. E per prima cosa si espellano dal sindacato quei violenti che a Mirafiori hanno spogliato due impiegate crumire madri di famiglia: e si rifletta bene prima di organizzare una “ordinata” manifestazione di protesta contro un altro sindacato: certi piaceri meschini si pagano.

E poi, cogliendo un po’ di una verità più complessa, un altro consiglio al partito comunista

di mandare in villeggiatura per qualche giorno ed a spese comuni, quando si avvicina il momento di scioperare, quei due o trecento scalmanati attivisti la cui funzione è quella di rovinare qualunque legittima agitazione sindacale, facendola degenerare in disordine inconsulto.

Il parere della magistratura

Dalla requisitoria del PM al secondo processo il 27 luglio ’62[55]:

…Ci troviamo sul terreno dei moti popolari, dove molti rimangono gli ignoti. Non ritenendo sufficiente la deposizione dei verbalizzanti ho dedotto i funzionari che diressero il servizio d’ordine i quali hanno potuto osservare i fatti dal punto di vista generale. Dalle loro dichiarazioni possiamo dedurre che si trattò di guerriglia e gruppi organizzati. Non altrimenti si può giustificare il secondo episodio [gli scontri di lunedì, N.d.A.] se non come espressione di un disegno preordinato… Nel trattare i fatti del sabato dissi che si trattava di un fibroma nello sciopero, ma questa volta lo sciopero era qualcosa di lontano e la manifestazione contro la Uil era degradata a mera occasione. Lunedì furono dati nuovi ordini e l’azione fu contro la polizia, condotta su un terreno più vasto. Lo dimostrano l’attacco alla caserma di corso Valdocco e alla Gazzetta del Popolo… Se si poteva parlare di curiosi per il giorno 7, il 9 tutta l’Italia sapeva cos’era successo. Questa volta gli atti furono improntati a particolare viltà. Si trattò di una esplosione di natura aggressiva di cui bisogna tenere conto nella valutazione della pena. Troviamo maggior numero di pregiudicati, di armi o strumenti atti ad offendere… Le forze di polizia intervennero con cautela… Tuttavia furono scagliate offese che gli agenti e i carabinieri non meritavano, perché tutelavano tutti e persino gli stessi imputati …Si è sparso del sangue inutilmente: in un momento in cui si sta manifestando uno sforzo verso una maggiore giustizia sociale, l’attacco alle forze dell’ordine appare del tutto ingiustificato. Anche gli agenti sono figli del popolo… I fatti di piazza Statuto sono brutti episodi per questa città così laboriosa e tranquilla. Essi costituiscono un disonore per i figli di questa terra che vi hanno partecipato, ma sono particolarmente deprecabili per coloro che sono ospiti della città. Non è quello il modo per presentarsi a chi si chiede pane e lavoro.

Anche la sentenza del Tribunale del secondo processo, accoglie alcune delle tesi della sinistra come il fatto che l’inizio della manifestazione fosse pacifico – non avesse cioè carattere “sedizioso” -, cioè legittimo e che solo ad un certo punto del pomeriggio di sabato, si trasformò in sedizione e l’obiettivo originale (la Uil) divenne la polizia e l’ordine pubblico. Accetta la conclamata estraneità ai fatti da parte dei sindacalisti Cisl e Cgil anzi ne riconosce il ruolo svolto di pacificatori nei confronti dei manifestanti, rispetto ai quali, però, si dice solo che il conflitto è stato “alimentato anche dall’intervento di numerose persone del tutto estranee alla categoria dei metalmeccanici”, non però a quella più generale dei lavoratori. Accetta anche la tesi della polizia e del PM sul carattere organizzato dei tumulti ma, ovviamente, non indica i mandanti: del resto nessuno ha portato prove in proposito né quello era il suo compito; quello era il tema che in realtà occultava lo scontro politico che aveva al suo cuore grosse questioni come la formula governativa del centro-sinistra, le nazionalizzazioni, i rapporti fra la nuova formula e il Pci, la prospettiva di avviare una “politica dei redditi” e cioè il problema della partecipazione attiva del movimento sindacale (unitariamente) alla politica di programmazione economica. E forse sarebbe stato imbarazzante un po’ per tutti far emergere la reale natura di quella organizzazione. Quindi l’unica sentenza possibile:

È vero che manca negli atti ogni elemento per individuare gli autori di una simile organizzazione così come manca ogni prova circa gli scopi profondi che spinsero ad agire i partecipanti ai fatti in esame, ma… ai fini che qui interessano è sufficiente l’aver accertato che una organizzazione vi fu e che pertanto… la radunata si qualificò come… sediziosa[56].

I “Quaderni Rossi”

Anche il gruppo di Quaderni Rossi fu sorpreso da piazza Statuto –  non certo dalla ripresa della lotta alla Fiat o dalla durezza dei picchetti – e si spaventò; soprattutto perché nell’ambito del Movimento Operaio, un po’ per altrettanta e ben più grave sprovvedutezza nel capire cosa stava succedendo, un po’ perché c’era bisogno di trovare subito un capro espiatorio nella propria area di influenza e un po’ come atto di ritorsione contro l’intervento autonomo fatto dal gruppo con un proprio volantino alla Fiat[57], era stato indicato, assieme ai fascisti, come uno dei gruppi provocatori responsabili del tumulto. Malgrado diversi membri di Quaderni Rossi (operai o meno) si trovassero in piazza come testimoni o partecipassero direttamente agli scontri, il fatto fu pubblicamente negato. In una lettera alla Cisl inviata per la pubblicazione anche alle redazioni de La Gazzetta del Popolo e de l’Unità e mai pubblicate, si definisce “totalmente inesatta l’affermazione che i collaboratori della rivista Quaderni Rossi abbiano preso parte agli scontri di piazza Statuto e tanto meno li abbiano provocati”. E poi, come fosse una prova: “Su ciò fa fede la partecipazione di tali lavoratori, in gran parte iscritti al Pci, al Psi, alla Fgs, all’azione sindacale, tendente in questi giorni a realizzare un possente sciopero unitario degli operai della Fiat. È nostra opinione inoltre, che incidenti come quelli di piazza Statuto, sono controproducenti ai fini di una lotta di classe avanzata…”. E pochi giorni dopo lo stesso Panzieri, in una lettera alla redazione romana dell’Unità, facendo riferimento alla “presunta partecipazione di Quaderni Rossi … ai fatti di piazza Statuto scriveva: ” È persino ridicolo che voi abbiate potuto raccogliere una calunnia che semplicemente anticipava ed aveva l’identico significato di quelle rivolte al partito comunista…”. E in una lettera a Nenni con lo stesso obiettivo di veder pubblicata sull’Avanti! la smentita: “incidenti come quelli di piazza Statuto in quanto manifestazione di anarchismo sottoproletario e occasione cli provocazioni poliziesche e reazionarie, tendono a deviare il corso della lotta operaia dai suoi veri obiettivi e appaiono perciò in perfetta antitesi alla linea da noi sostenuta”[57].

Evidentemente  una certa contraddizione c’era anche all’interno di questo gruppo perché, malgrado il contesto da caccia alle streghe che lo circondava, Panzieri queste cose le pensava effettivamente, mentre altri no. Poche settimane dopo, comunque, Quaderni Rossi pubblicarono una analisi parziale ma ben più seria che resta tuttora un documento valido a comprendere quella storia [58].

NOTE

[25] “Torino cronache”, 12 luglio 1962.

[26] L’Arturo Ui del prof . Vittorio Valletta, in “Torino Cronache”, cit ., p. 3.

[27] Può essere interessante notare che in quegli anni alla Fiat Mirafiori, su 30.000 lavoratori, il Pci contava circa 300 iscritti, il Psd poche decine e le due organizzazioni sindacali poche migliaia.

[28] Cfr . “L’Unità”, 13 luglio 1962.

[29] In realtà quella dichiarazione viene fatta — come affermarono i protagonisti dell’episodio — da un solo ragazzo.

[30] “Stasera”, 9 luglio 1962.

[31] L’Arturo Ui…, cit.

[32] “L’Unità”, 17 luglio 1962.

[33] La dichiarazione di Marchiaro è stata raccolta nell’opuscolo I fatti di Torino, cit.

[34] “Rinascita”, 14 luglio 1962.

[35] Archivio dell’Isti. Morandi presso la Fondazione G . G . Feltrinelli, Milano.

[36] “L’Europeo”, cit.

[3 ]7 Cit. da Vittorio Gorresio in “La Stampa”, 10 luglio 1962.

[38] “La Stampa”, 13 luglio 1962.

[39] “Mondo Nuovo”, 22 luglio 1962.

[40] “La Stampa”, 13 luglio 1962.

[41] Michele Costa in “Avanti!”, 10 luglio 1962.

[43] R. Carli-Ballola, “Avanti”, 13 luglio 1962.

[43] “Avanti!”, 13 luglio 1962.

[44] Data la zona, meno del 6% di gente con precedenti che possono anche essere reati punibili con contravvenzioni, è insignificante. Più avanti, chi ha “precedenti penali” diventa pericoloso, infatti l’on. Castagno, riferendosi al primo processo in corso a Torino si chiede perché “nessuno di quelli che erano indicati dalla stessa Questura come elementi pericolosi è stato incriminato?” Come si ricorderà, invece, fra gli imputati del secondo processo ve ne erano alcuni con precedenti per reati comuni.

[45] “La Stampa”, 13 luglio 1962.

[46] “L’Unità”, 10 luglio 1962 . A proposito dell’età dei manifestanti, c’è da notare che fra i 36 processati, gli imputati con più di 20 anni erano 25.

[47] Ettore Masina in “Il Giorno”, 13 luglio 1962.

[48] “Stampa Sera”, 12-13 luglio 1962.

[49] “La Gazzetta del Popolo”, 10 luglio 1962.

[50] R . Carli-Ballola sull’ “Avanti!”, 13 luglio 1962.

[51] L’on . Gino Castagno, art . cit.

[52] I fantasmi in piazza, di V . Notarnicola sull’ “Europeo”, cit.

[53] Ettore Mesina in “Il Giorno”, 10 luglio 1962.

[54] Il saggio su “Il Ponte”, luglio 1962, qui cit.

[55] “La Stampa”, 28 luglio 1962.

[56] Una analisi dettagliata dell’aspetto giudiziario della vicenda di piazza Statuto è stata pubblicata recentemente da “Magistratura Democratica”, 21-22, 1-6 1978.

[57] Si veda l’intervista a E . Soave, pp . 190 sgg.

[57] Queste citazioni sono tratte dal materiale dell’archivio dell’Istituto R . Morandi presso la Fondazione G . G . Feltrinelli di Milano.

[58]  È citato nella bibliografia ragionata.

I PRECEDENTI APPUNTAMENTI:

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (I)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (II)

LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (III)

Print Friendly, PDF & Email