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	<title>militanza Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>militanza Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>NEL MONDO MA NON DEL CAPITALISMONDO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 May 2023 16:15:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione. Un contributo di Wolf BUKOWSKI* in risposta al nostro articolo &#8220;SPOSSESSAMENTO E CONFLITTO&#8220; La pandemia è stata la cartina di tornasole della militanza, o più probabilmente il tracciato della fine dei suoi parametri vitali. Le aporie e anzi le miserie della militanza del tempo prepandemico, osservate [&#8230;]</p>
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<p><strong>Militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione</strong>.</p>



<p class="has-black-color has-text-color">Un contributo di <strong>Wolf BUKOWSKI*</strong> in risposta al nostro articolo &#8220;<a href="https://www.malanova.info/2023/05/02/spossessamento-e-conflitto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">SPOSSESSAMENTO E CONFLITTO</mark></strong></a>&#8220;</p>



<div style="height:77px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>La pandemia è stata la cartina di tornasole della militanza, o più probabilmente il tracciato della fine dei suoi parametri vitali. Le aporie e anzi le miserie della militanza del tempo prepandemico, osservate col senno di poi, sembravano fatte apposta per incastrarsi e incastonarsi nella narrazione pandemica, cioè nella narrazione di una <em>fine del mondo</em> che non conduceva in alcun modo a una <em>fine del capitalismo</em>, anzi piuttosto promuoveva a un grado inedito la sussunzione integrale di ogni atto umano, produttivo o riproduttivo, al capitalismo stesso.</p>



<p>Ma andiamo per gradi. Ho fatto uso, in questo <em>incipit</em>, della semplicistica giustapposizione popolarizzata da Mark Fisher tra i concetti di <em>fine del mondo</em> e <em>fine del capitalismo</em>. Tale giustapposizione è espressione tarda delle aporie, dei <em>detti-per-non-dire</em>, del confusismo teorico che ci ha accompagnato negli ultimi almeno due decenni. L’arco temporale non è causale: il 2001 genovese non ne era affatto scevro, benché il suo finale tragico abbia comprensibilmente messo in ombra le sue premesse claudicanti. “It’s easier to imagine an end to the world than an end to capitalism”: di tale formula ci si è beati; in essa ci si è rigirati, e tale rigirarsi era già segno inequivocabile della fine del mondo della militanza. Inizialmente l’ho usata anche io, per pigrizia mentale e incapacità a resistere alla sua forza evocativa. Ma poi, mentre la pandemia acuiva i sintomi della malattia della militanza, ho iniziato a riguardarla con dubbio crescente. Perché ci piace così tanto?, mi domandavo. Forse perché tace su punti dolorosi (le aporie di cui sopra), e spinge invece sul proscenio una dualità facile da afferrare, quella tra mondo e capitalismo.</p>



<p>In un testo del 2021, pubblicato da Ortica edizioni in coda alla ristampa del mio racconto <em>Il grano e la malerba, </em>avevo messo in forma la riflessione su quella frase; ne riporto tra un momento alcuni passaggi. Il presupposto di quel testo era nella coincidenza a tre tra: capitalismo, tecniche del capitalismo e l’intero mondo di cui facciamo esperienza. Capitalismo e mondo, tramite le tecniche del capitalismo che tutto innervano, finiscono per essere la stessa cosa, allo stesso modo in cui Dio e Natura (<em>natura</em> nel senso secentesco di “ogni cosa che esiste”) si equivalevano in Spinoza.</p>



<p>Mi domandavo in quel testo: «cosa ci dice la formula, e soprattutto il consenso che riscuote?». La risposta che mi davo si incuneava nei non detti della frase, piuttosto che in ciò che essa rendeva esplicito: «se la tecnica è forma e sostanza del capitalismo avanzato (tecnica di calcolo, finanziaria, estrattiva, disciplinare, mediatica…), e tale tecnica del capitalismo coincide con il tutto della nostra esistenza, cioè col <em>mondo</em>, risulta di conseguenza chiaro che non possiamo pensare la fine del mondo e quella del capitalismo, cioè della sua tecnica, in modo separato e indipendente. Pensare la fine del mondo diventa così il solo modo di pensare la fine del capitalismo, poiché una fine (della tecnica) del capitalismo condurrebbe in effetti a una fine del mondo; mentre al contrario una fine del capitalismo che non sia anche al tempo stesso una fine del mondo è impossibile da pensare».</p>



<p>E ancora: «Ecco perché è più semplice immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo: senza capitalismo non c’è mondo residuo (la sua tecnica ha già occupato interamente il solo mondo disponibile, e va in cerca di altri mondi oltre la sfera terrestre), e dunque sul piano razionale meglio che non finisca, questo capitalismo, perché tale fine sarebbe appunto <em>la fine del mondo</em>». Ma il piano scelto dalla formula fisheriana non è il razionale quanto l’immaginario (“it’s easier to <em>imagine</em>&#8230;”), e dunque per veder soddisfatta l’esigenza di fantasticare la fine del capitalismo «ci arruoliamo al <em>binge watching</em> di un numero enorme di <em>fini del mondo</em> sotto forma di narrazioni distopiche. Esse sono infatti la sola fine del capitalismo che sia consentito immaginare».</p>



<p>Il nesso tra distopie e critica politica (più o meno militante: diciamo provvisoriamente “radicale”) è meno occasionale di quanto si possa pensare. La critica radicale oggi, infatti, non dispone di un’adeguata teoria e soprattutto di un adeguato rapporto tra teoria e prassi. Sul piano teorico, la dissoluzione dei confini tra stato e capitale ha confuso definitivamente tutta la parte genericamente comunista della critica radicale, che in una grossa sua componente continua a invocare uno stato che possa almeno concedere qualcosa, uno stato da cui si possa strappare qualcosa (spesso nelle forme indicate dal testo della Redazione, al punto 2) come se lo stato fosse qualcosa di radicalmente altro dal capitalismo. Da parte sua la componente anarchica della critica radicale, che alla comprensione di questa dissoluzione arrivava più preparata, si trova però nella dolorosa necessità di ammettere a sé stessa che i luoghi di autonomia degli individui e delle comunità risultano spesso incapaci di esprimere un’alterità che sia all’altezza di sé stessa. Come è stato ampiamente dimostrato dalle posizioni di subalternità alla narrazione pandemica del potere che si sono affermate anche in diversi luoghi “autogestiti” e “orizzontali”.</p>



<p>Ancora di più l’inadeguatezza della critica radicale si esprime nell’articolazione tra teoria e prassi: se piccoli gruppi riescono per esempio a evitare di precipitare nel vortice della comunicazione <em>social</em>, quello che era invece l’“antagonismo” diffuso (per esempio i centri sociali), che vi era già dentro prima con un piede, ora vi è sprofondato. Ricordo l’eterno ritorno, nelle assemblee del centro sociale che frequentavo, della questione del rapporto con Facebook, in cui era necessario ogni volta riaffermare che non bisognava avere una pagina del social, ma poi questa saggia decisione si risolveva con il fruire passivamente di pagine Fb altrui, o di pagine “civetta” dai nomi creativi e strampalati (cioè pagine in cui la creatività e la stranezza erano esercitate nel momento stesso in cui venivano sussunte dal capitale digitale). Nel quotidiano poi di compagni e compagne dell’antagonismo diffuso si manifestava anche anche una sorta di dissociazione, perché non riuscivano e neppure volevano rinunciare alla loro propria pagina Facebook personale. In essa postavano ovviamente anche pezzi della propria vita militante, a testimonianza del fatto che l’ultimo stadio&nbsp; della dissociazione tra teoria e prassi è sempre quello personale, soggettivo; direi esistenziale.</p>



<p>Ultimo stadio o forse primo? Nasce prima l’accomodamento per pigrizia o la sua giustificazione in chiave personale e collettiva? Al giustificazionismo di ogni tipo di comportamento personale, compreso forse persino lo svaccamento e lo sdraiamento in posture gradite al potere, temo di aver nel mio piccolo contribuito anche io, insistendo in diversi scritti degli anni dieci sul fatto che “non si combatte il capitalismo con scelte personali, di consumo”, eccetera. Ora vedo la cosa sotto una diversa angolatura, e ritengo che se continua a essere vero che con i comportamenti personali non si cambia il mondo (ed è davvero così!), è altrettanto vero che senza una costante critica e revisione dei propri comportamenti personali si lascia infine che sia il mondo (e cioè il capitalismo, vedi sopra) a cambiarci integralmente, a fare di noi ogni cosa esso desideri; a fare dei nostri desideri niente più che uno specchio dei suoi. Ma non è questa la sede per illustrare la mia metanoia, anche se sul punto tornerò, in qualche misura, in conclusione di questo contributo.&nbsp;</p>



<p>Ho fin qui detto dell’inadeguatezza della teoria e dell’inconsistenza della prassi, ma mi pare rimanga irrisolta la domanda sul nesso <em>non occasionale</em> tra distopie e critica radicale. Poiché appunto non c’è teoria adeguata, e non c’è prassi conseguente, per indicare i guasti estremi del capitalismo dobbiamo ricorrere ad altro. E cioè alla distopia. La narrazione così copre e sostituisce la teoria (vedi al punto 4 del testo della Redazione): è la narrazione a far capire le storture del mondo, per come le vede il/la militante, a chi militante non è. La nostra critica radicale non ha alcuna “parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe” (esse, le parole, ci sono state rubate dal capitalismo, e le poche residue le abbiamo stoltamente consegnate al decostruzionismo, che le ha letteralmente <em>fatte a pezzi</em>), né tantomeno abbiamo una “formula che il mondo possa aprir[ci]”: tutto ciò che possiamo dire è, col Montale di un secolo fa quasi preciso, “ciò che non siamo [e] ciò che non vogliamo”. Dunque per questo dire in negativo dobbiamo chiamare in ballo le distopie. A volte sono quelle nobili, come Huxley e Orwell (imprevedibilmente, quest’ultimo, il meno profetico della coppia); ma nel più dei casi useremo di preferenza i prodotti del più avanzato capitalismo, quelli di Netflix, come strumento narrativo per illustrare la nostra contrarietà al più avanzato capitalismo, cioè quello stesso di Netflix. Ovviamente questo produce un cortocircuito e non attiva alcun processo di soggettivazione: difficile credere il contrario. Induce invece solo a cibarsi di ulteriori distopie sullo schermo per trarne nuovo materiale di apparente critica radicale, ovviamente in chiave sempre più <em>pop</em>. Cosa che ha fatto la relativa fortuna di diversi siti di informazione suppostamente “militanti” e di “critica radicale”, che leggono la realtà attraverso le serie televisive, finendo così (come il <em>detective</em> che tende a somigliare al <em>serial killer </em>in un altro tipo di prodotti hollywoodiani), per fare da megafoni inconsapevoli ai contenuti ideologici del capitalismo più <em>à la page</em>; compresa, come ultima tra le mode da cui il capitalismo trae profitto e legittimazione sociale, la negazione della biologia, nella fattispecie la negazione del binarismo sessuale della specie cui apparteniamo.</p>



<p>Mancando teoria e prassi, ed essendo sprofondati in uno <em>storytelling</em> manovrato da altri, non possiamo, come militanti, agire in modo consapevole all’interno di un mondo e di un capitalismo che sono in realtà fusi, e le cui <em>fini</em> sono in opposizione solo nei desiderata (vedi Fisher) ma non nella realtà. Può accadere infatti che finisca il mondo senza che finisca il capitalismo; mentre non può finire, alle condizioni attuali, il capitalismo senza trascinarsi dietro una qualche fine del mondo. A fronte di questo legame si deve necessariamente ammettere che il solo modo di approssimarsi a una fine del capitalismo sia quello di separarlo con metodi brutali dal mondo, cosa quasi impossibile perché il mondo è innervato e irrorato di capitalismo, ma appunto<em> cosa quasi impossibile</em> alla quale deve essere all’altezza la militanza anticapitalista, pena la sua vanità e insussistenza. E invece, proprio al contrario, la pandemia, tracciato di un collasso epocale, ha prodotto in gran parte della militanza l’illusione di essere davanti a una “fine del mondo” che si sarebbe quasi spontaneamente risolta in una “fine del capitalismo”: questo il substrato concettuale del “nulla sarà come prima”, “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”, eccetera. Nel frattempo, mentre l’intelletto collettivo si beava di questa illusione ottica, molti dei compagni e delle compagne, singolarmente o a grappoletti, si costruivano una profonda tana nelle apparenti comodità del capitalismo digitale, portando la dissociazione tra ciò che si pensa e ciò che si è a livelli vertiginosi, alimentando la confusione tra l’inazione indotta dall’abuso di <em>app</em> con il nobile “rifiuto del lavoro salariato” e con l&#8217;elogio dell’ozio. Ogni richiamo al tenere la schiena dritta e a non ascoltare le sirene assiepate sugli scogli dell’isola del silicio, legandosi all’albero maestro quando necessario, veniva e viene derubricato a “senso di colpa cattolico” e “vabbè tutti viviamo nella contraddizione”, e poi subito via di corsa a rotolarvicisi, in quella contraddizione, affinché il suo incavo prenda una forma ancor più confortevole, come i materassi in <em>memory foam</em>.</p>



<p>L’accogliere, anche in ambito militante, senza conflitto alcuno, nemmeno interiore, le innovazioni tecniche del capitalismo (e tali innovazioni sono oggi la stessa essenza del capitalismo, come detto), nonché le “comodità” che esse offrono, impedisce altresì di trarre le necessarie conseguenze di fronte alla sempre rinnovata <em>accumulazione per spossessamento</em> – fenomeno da cui peraltro muove il testo dei nostri curatori. La parte prevalente delle spoliazioni che il capitalismo realizza nei nostri luoghi di vita (intendo in questo paese e continente) avviene infatti per via tecnologica e di “comodità” indotta. I servizi, gli uffici pubblici, i luoghi di cura sanitaria&#8230; non spariscono mai <em>sic et simpliciter</em>, il che causerebbe forse scompiglio e reazione popolare (<em>forse</em>, ripeto), ma sono già da prima sostituiti da un qualche <em>app</em> ben propagandata, da un “fascicolo telematico” o “identità digitale”, da una qualche minchiata online per mezzo della quale si otterrà faticosamente e con logorio nervoso e oculare qualcosa di vagamente simile a ciò che si cercava, rimanendo frustrati dal risultato, che malamente cela l’espropriazione e la conseguente privatizzazione di un bene pubblico, ma anche, in qualche modo, trovandosi sedotti dalla capacità della tecnologia, vieppiù tramite il feticcio <em>smart</em> che ci parassita e che abbiamo sempre in mano o in tasca, di penetrare questo ennesimo servizio che fino a un attimo prima era incarnato da nostri simili che si guadagnavano uno stipendio dietro uno sportello, con le loro simpatie, antipatie e variabili umori, e ora risulta annesso al regno magico e cosale degli schermi retroilluminati. Dimenticando così facilmente, oppure ricordando ma in modo sterile, che la “comodità” ottenuta non è assoluta ma solo relativa a disservizi creati appositamente (innanzitutto con tagli al personale) proprio per rendere “comoda” e favorevolmente accolta la soluzione digitale. Se si aggiunge che la stessa creazione di consenso attorno a questo inganno clamoroso è in sé una tecnologia sociale (i passaggi sono di fatto standardizzati, la propaganda è studiata con approccio rigoroso, eccetera), l’incapacità di metterla al centro di una lotta anticapitalista, <em>il cui obiettivo minimo sia quella di respingerla in toto</em>, mi pare ancor più grave.</p>



<p>Ineluttabile giunge qui il momento di una parte costruttiva del discorso. Se la biologia non è un opinione non lo è neppure del tutto la biografia. Il mio tempo sulla Terra, fin qui, ha conciso con mezzo secolo di trionfi del capitalismo, trionfi realizzatisi attraverso le sue crisi (attraverso, cioè, le sue apparenti <em>fini del mondo</em>), da quella petrolifera del 1973 fino a quelle, incontabili, di oggi. Da ognuna di queste crisi il capitalismo è uscito rafforzato; e il concetto stesso di crisi risulta sottoposto in conseguenza al suo uso ripetuto a continue torsioni, al punto che alcune crisi sono vere e verissime, altre false, altre ancora sono fatte di una sostanza mista, impossibile da sceverare una volta miscelata, come il latte e il caffè nel cappuccino. Da una tale biografia si esce necessariamente zavorrati, visto che non si è esperito altro che sconfitte; eppure un tale gravame, nel procedere delle generazioni che è oggi contestuale all’estendersi incessante dei confini del capitalismo, potrebbe farsi condizione generalizzata, col rischio che le sconfitte neppure siano più percepite come tali, perché a ogni sguardo, generazione dopo generazione, non si troverà che “ingiustizia e nessuna rivolta” (Brecht). Non dispongo quindi di alcuna rotta, né indicazione, eppure sento (accontentatevi di questo <em>sento</em>, ve ne prego) che solo riannodando i fili dell’esistenza con le ragioni dell’anticapitalismo si può riconquistare uno strumento di navigazione. Solo operando su di sé, su di sé come persona e su di sé come parte di contesti collettivi, in modo da far emergere il discrimine tra esistenza (cioè mondo <em>in potenza</em>) e capitalismo, solo così si può almeno riacquistare coscienza di ciò di cui il capitalismo ci sta derubando, e di ciò che invece potremmo essere e che, almeno in parte, siamo stati. E poiché il capitalismo <em>si</em> e <em>ci</em> nutre della nostra presunta comodità, della nostra passività indotta tecnologicamente, della nostra mollezza posturale, questi sono i primi luoghi in cui il bisturi deve agire.</p>



<p>Non si può stare comodi e autogiustificati nel capitalismo ed essere pienamente anticapitalisti. Bisogna starci solo per quanto è necessario, non un’unghia in più, e sempre con l’obiettivo di essere sì nel mondo ma mai del <em>capitalismondo</em>. È solo rinnegando la cittadinanza del Paese dei Balocchi che Pinocchio si è fatto persona, da burattino qual era. La strada per divenire un anticapitalista militante in carne e ossa è ancora lunga, ma senza quel primo passo resterà per sempre sbarrata.</p>



<div style="height:59px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>*Wolf Bukowski </strong>ha scritto per <em>Giap</em>, <em>Internazionale</em>, <em>Napolimonitor</em> e altre testate. I suoi libri sono pubblicati da Alegre ed Edizioni Ortica; il più recente è <em>Perché non si vedono più le stelle</em> (2022, Eris)</p>
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		<title>USCIRE DAL SOLCO DEL SISTEMA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/11/29/uscire-dal-solco-del-sistema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 15:56:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un dato che emerge negli ultimi due anni è quello relativo alla natura delle mobilitazioni realmente di massa e in qualche modo spontanee, nel senso che non sono serviti mesi per radunare persone da qualche parte. Queste sono state caratterizzate da una buona partecipazione attorno a temi quali il lockdown e il green pass. Al [&#8230;]</p>
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<p>Un dato che emerge negli ultimi due anni è quello relativo alla natura delle mobilitazioni realmente di massa e in qualche modo spontanee, nel senso che non sono serviti mesi per radunare persone da qualche parte. Queste sono state caratterizzate da una buona partecipazione attorno a temi quali il lockdown e il green pass. Al di là dei sit-in contro la guerra con numeri abbastanza contenuti, si può affermare che ciò che ha genuinamente spinto le persone in piazza siano state ragioni economiche e di agibilità delle libertà individuali. Non si vuole qui giudicare la bontà o meno delle proteste, ma solo registrare un dato socio-culturale. Le varie manifestazioni organizzate dal cosiddetto “ceto politico”, sia esso parlamentare o extraparlamentare, vedono una gestazione molto lunga, una certa preparazione e una effettiva opera di convincimento.</p>



<p>Crediamo che per comprendere il nostro tempo presente sia necessario analizzare ciò che accade, in maniera assolutamente smaliziata e senza nessun tipo di pregiudizio. Ciò che balza agli occhi è che certe tematiche sono molto più sentite di altre, alcuni problemi pesano maggiormente nella coscienza degli individui piuttosto che altri. Il fatto di restare a casa e chiusi non ha sicuramente fatto piacere a nessuno; non poter uscire vuol dire non spendere, il che implica un arresto di interi settori produttivi o rami industriali. Quindi reddito e consumo, uniti alle limitazioni delle libertà individuali, hanno fornito la scintilla per innescare una serie di rivendicazioni, consessi e manifestazioni. Va detto che, riaperte le attività e sparito il green pass, questo scontento sembrerebbe dissolto. Resta però una delle crisi strutturali peggiori del nostro recente passato.</p>



<p>Ciò che accadde nella <em>big recession</em> era dovuto ad una crisi di liquidità, il ciclo del credito si è interrotto ed è venuta meno la base sulla quale la produzione si genera. Ciò che accade oggi è forse assai più complesso, dal momento che l’interruzione della catena degli approvvigionamenti unita ad impennate dei costi energetici ha generato una spirale inflattiva da un lato ma una bolla speculativa dall’altro. Nel momento in cui la speculazione dovesse registrare un tracollo sul modello dei sub-prime, in questo caso stiamo assistendo ad una commistione fra future energia e criptovalute, alla crisi delle supply chains si aggiungerebbe la crisi del credito. Eppure tale prospettiva non sembra preoccupare né i soggetti politici organizzati né la gente comune che fino a qualche mese fa era ben disposta a sopportare freddo e idranti della polizia pur di veder cancellato l&#8217;oltraggioso green pass.</p>



<p>Assistiamo al ripresentarsi di timide occupazioni scolastiche come protesta al nuovo governo di destra. Fermo restando che protestare è sempre un gesto salutare, soprattutto tra i giovani, ma probabilmente i ragazzi oltre a protestare a scuola forse dovrebbero chiedere conto ai genitori se hanno o meno sostenuto elettoralmente questa maggioranza parlamentare. Ma rispetto alle questioni più propriamente connesse con la scuola, queste proteste non sembrano coglierle appieno.&nbsp;</p>



<p>L’alternanza scuola-lavoro ha lasciato sul campo ragazzi stritolati dall’aziendalizzazione della società e della scuola prima ancora che da macchinari o travi d’acciaio. Ma i loro amici, compagni e colleghi non sembrano aver dato rilevanza alla faccenda salvo all’indomani delle “tragedie”. Ora se possiamo anche capire cosa possa muovere l’iniziativa di individui poco più che adolescenti, ci risulta assai più difficile comprendere le scelte o le posizioni delle persone più adulte. E si badi bene che non ci sogneremo mai di fare le pulci alle proteste spontanee, quelle se mai vanno analizzate su base sociale e comprese fino in fondo per capire quali sono i fattori che le persone, definiamole “comuni”, cioè non strutturate in nessun soggetto politico di qualsivoglia natura, ritengono realmente importanti. Se a questi soggetti viene tolta anche la “libertà” di spendere quel poco che hanno nella socialità o godere del tempo libero, è quasi automatico che vi siano delle sonore proteste. Altra questione è vedere tanto il ceto politico istituzionalizzato quanto quello movimentista, profondere sforzi in campagne mediatiche o nella strutturazione di percorsi che spesso hanno scarsa aderenza con la realtà. E se dalle élite politiche istituzionali possiamo anche aspettarcelo, il resto del pantheon ci lascia un po’ perplessi.</p>



<p>La perplessità nasce da un agire politico entro il solco tracciato dal sistema. Avvertiamo ad esempio l’indignazione contro il caro bollette, si esigono provvedimenti (più che giusti) ma sfugge da dove arriva questa ondata di rincari. Non sembra che in molti si siano peritati di andare a capire cosa succede eppure tutto è accaduto alla luce del sole. Non ci sono state barricate quando, senza colpo ferire, il servizio energetico è passato al “mercato libero”. Questo accadeva nel 2003 e nel 2024 il mercato tutelato deve sparire e lasciare definitivamente il posto a quello concorrenziale. Questo è un dato iniziale ma quello che è accaduto dopo lo vediamo tutti quando apriamo la bolletta.</p>



<p>Tra speculazione da un lato e transizione green a carico di consumatori e spesa pubblica dall’altro ci ritroviamo in mezzo ad una crisi assai più profonda di quelle degli ultimi sessant’anni. Le implicazioni sono anch’esse sotto gli occhi di tutti ma si preferisce guardare altrove, e lo fanno quasi tutti. Dalle destre che devono trovare il loro capro espiatorio a tutti i costi, meglio se migrante e nero o se povero e sfaccendato, alle sinistre istituzionali che cianciano sul nulla di diritti non meglio specificati, a quelle extraparlamentari che annaspano in un fritto misto fra LGBTQIA+, neologismi, antimilitarismo d’accatto, ecologismi di nicchia, “mercati fuori mercato”, striscioni solitari ed entrismi sindacali. Ma nella realtà ci si trova invischiati in una transizione che non è quella green ma in una sorta di cambio della guardia nella quale l’Unione Europea si trova ad essere stritolata fra opposti interessi e contemporaneamente schiava della sua matrice ultra liberista. Il risultato è la precarizzazione totale dell’esistenza spacciata per flessibilità, una stagnazione pluridecennale dell’economia (non che noi si sia sostenitori della crescita, ma il sistema nel quale siamo immersi fa pagare il conto delle sue falle sempre al popolo), una trasformazione della società polarizzata sull’individualismo estremo. E forse quest’ultimo dato quello in assoluto più preoccupante, l’analisi del quale forse instrada verso la spiegazione della tendenza in atto. Coma mai gli individui si accalorano per il green pass e non per le condizioni di miseria nelle quali ci stiamo immergendo? Come mai a fronte di gabelle insostenibili per i servizi essenziali quali acqua, luce e riscaldamento il popolo si incazza per bar, ristoranti e stadi chiusi? Lungi dal sottovalutare ciò, ci interroghiamo sulla deriva che la società occidentale ha imboccato e nella fattispecie quella italiana.</p>
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		<title>IL MOVIMENTO NEL TERZO MILLENNIO. UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/08/06/il-movimento-nel-terzo-millennio-una-crisi-che-viene-da-lontano-ii/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 06 Aug 2022 06:26:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il periodo storico nel quale viviamo è purtroppo contraddistinto da alcune pesanti lacune analitiche che inducono a banalizzare la complessità in atto. Questa tendenza fa il paio con l’altra ricerca di soluzioni banali a problemi complessi che il capitale mette in campo. Ma se da un lato è comprensibile che il sistema cerchi di autorigenerarsi [&#8230;]</p>
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<p>Il periodo storico nel quale viviamo è purtroppo contraddistinto da alcune pesanti lacune analitiche che inducono a banalizzare la complessità in atto. Questa tendenza fa il paio con l’altra ricerca di soluzioni banali a problemi complessi che il capitale mette in campo. Ma se da un lato è comprensibile che il sistema cerchi di autorigenerarsi senza “snaturare” i principi che lo regolano, ossia profitto a tutti i costi ed estrazione di plusvalore da qualsiasi fattore &#8211; umano, animale, vegetale o minerale che sia &#8211;&nbsp; quello che appare assai meno comprensibile è la banalizzazione dei problemi da parte di chi si dice antisistema. Una visione disarticolata del reale che non è in grado di coglierne la complessità si evidenza quotidianamente in alcune pratiche, tra le quali spicca l’iper-specializzazione delle lotte che si unisce ad una visione ristretta alla propria sfera di interesse nell’articolazione di dinamiche di conflitto.&nbsp;</p>



<p>Detto in parole più spicciole sembra quasi che ci si rifiuti di fare i conti con una realtà estremamente complessa e si preferisca rinchiudersi in pratiche circoscritte in linee di pensiero più gestibili. Il limite lo si nota inciampando in alcune “analisi” abbastanza melense, nelle quali giunti alla soglia della necessità di confrontarsi con la ragnatela di interconnessioni, della quale la problematica “X” rappresenta un nodo magari periferico, si chiudono gli occhi e si ficca la testa nella sabbia. Quindi si apre all’immaginario narrativo e suggestivo magari della riscoperta di pratiche antiche, giustissime per altro, senza però immaginare come queste possano ricucire o ritessere relazioni di comunità da contrapporre allo sfaldarsi della coesione sociale dettata dalla deriva individualista sostenuta dall’attuale sistema socio economico.&nbsp;</p>



<p>Si intraprendono campagne sacrosante di occupazioni di alloggi, ma spesso capita che queste pratiche diventino quasi una sorta di servizio, dal momento che poi viene meno il lavoro di riconnessione relazionale tra individui o nuclei di individui che hanno un tetto sulla testa ma non riescono&nbsp; riempirsi lo stomaco, quindi finiscono col gonfiare la schiera di chi è costretto a fare la spesa al discount. È chiaro che per ragioni di spazio stiamo procedendo per accenni, incasellando esempi e usando la scure piuttosto che il cesello, ma l’evidenza delle contraddizioni è tale che dovrebbe essere sufficiente indicare la contraddizione che appare evidente come un rinoceronte che si nasconde dietro ad un lampione.&nbsp;</p>



<p>Prendiamo ad esempio proprio le giornate di Genova, al di là di botte in piazza, tafferugli, massacri a colpi di tonfa della celere e le torture di Bolzaneto, cerchiamo di concentrarci su quello che ha realmente significato quel momento,&nbsp; cioè la crescente miopia del movimento cosiddetto antagonista rispetto alle tendenze socio-politiche e alle visioni economico-finanziarie degli ultimi vent’anni. Parliamo degli ultimi quattro lustri in quanto tale scollamento tra realtà e antagonismo si è fatto più marcato in essi ma le avvisaglie di tale crescente incapacità di leggere le fasi ha cominciato a far capolino dai primi anni ’90. Il prodotto di tale processo è stato quello che passerà alla storia come movimento no-global, che pur nella correttezza dei princìpi, giungeva a mettere in guardia sui pericoli della globalizzazione quando questa era già non solo presente ma stava preparandosi già a mutare da mera infrastruttura commerciale e rete di comunicazione finanziaria monopolare stava già riconfigurandosi come elemento a disposizione di una multipolarità di soggetti.</p>



<p>A Genova si intonavano slogan contro l’imperialismo a stelle e strisce ma già da Est si scaldavano i motori di un nuovo modello di globalizzazione, e i segnali a volerli cogliere c’erano già tutti. Un ritardo spaventoso che si è spesso concretizzato in tentativi di fermare conferenze e vertici internazionali come se bloccare la ratifica di un trattato annullasse gli accordi già vigenti come prassi. Ammettiamo pure che tali tentativi abbiano una loro valenza mediatica e di denuncia: nel momento in cui giungono fuori tempo massimo la loro efficacia tende a ridursi a una sorta di pantomima.</p>



<p>È su questo ritardo storico che si misura la distanza tra la comprensione del reale e le azioni decisive e significative di un movimento che vorrebbe, nella teoria, essere d’intralcio a qualcosa. Mentre nel recente passato era forse meno semplice procurarsi alcune informazioni e le elucubrazioni teoriche della classe dominante erano questioni poco dibattute, oggi le linee di tendenza per i futuri assetti socio-economici di questa parte del mondo non solo sono esplicite ma vengono messe nero su bianco e pubblicate per comune presa visione finanche sulla Gazzetta Ufficiale. Eppure già all’epoca di Genova gli intenti dell’Europa erano tanto ed espliciti! E non solo quasi nessuno si è peritato di andarci a dare un’occhiata ma, addirittura, si preferiva prendere informazioni dai giornali piuttosto che cercare le informazioni lì dove venivano bellamente pubblicate in tempo reale.</p>



<p>Il “Bollettino Europeo” ad esempio, pubblicato in 24 lingue (italiano compreso) esce regolarmente e annuncia tutte le decisioni e i dibattiti in corso tanto al Parlamento Europeo quanto nella Commissione dove le linee guida dei fondi strutturali e le loro mutazioni nel tempo si possono leggere con una chiarezza disarmante. Il passaggio da un’impostazione in chiave di integrazione economica delle aree depresse, con precise linee guida incentrate sulla spinta ad aprire anche le zone più recondite al mercato, ad un atteggiamento che dà quasi per scontato che il mercato di riffa o di raffa è giunto dove doveva arrivare ma non in chiave di semplice opportunità di vendere o svendere qualcosa sulla piazza globale: vi è giunto come eradicazione culturale e reinnesto di una matrice ideologica – l’homo oeconomicus.</p>



<p>Ciò a riprova che il neoliberismo va benissimo come espediente narrativo per propagandare le bellezze implicite nella libera scelta mercatale, una dottrina utilissima a imbambolare generazioni di individui fino a indurli alla certezza assoluta che non v’è altro mondo possibile fuori dal mercato. “La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”, scriveva Hegel. Il che equivale a dire che riusciamo a comprendere qualcosa solo quando quel qualcosa si sta dileguando ma, in una interpretazione contraria, ci accorgiamo del mutamento quando questo è ormai manifesto e inesorabile. Di fatto quando ci siamo accorti che qualcosa “stava cambiando” in realtà era già tutto in mano alla gestione aziendalistica.</p>



<p>Dalle prime privatizzazioni degli anni ’90 al fatto di accorgersi che qualcosa non quadrava sono passati più di dieci anni prima di vedere qualche analisi sui fenomeni in atto. È infatti del 2007 il libro di Barucci e Pierobon “Le privatizzazioni in Italia”: eppure già nel 2001 uscì un volume intitolato “Libro bianco sulle privatizzazioni” a cura del Ministero del Tesoro.</p>



<p>A livello di movimento uscivano documenti circa l’autoreddito e la ridefinizione degli spazi sociali, si cominciava a parlare di gruppi di acquisto solidali, di legalizzazione della canapa, imperava la narrazione eroica del compagno Marcos in Chiapas. Insomma il mondo cambiava e il movimento guardava da tutt’altra parte. Anche quando i programmi europei si facevano sempre più espliciti nel loro imporre gli strumenti finanziari come innovazione necessaria e lo sviluppo di economie di mercato come condizione base per l’accesso ai finanziamenti, il mondo antagonista seppure da un lato dava inizio ad una interessante stagione di mobilitazione contro le grandi opere (patto di mutuo soccorso), dall’altro non riusciva più ad interpretare il suo presente, limitandosi a biascicare slogan e rifarsi una cultura citando autori “post” qualcosa.</p>



<p>Abbeverandosi alla fonte della peggiore post-modernità, buona parte del movimento buttava via bimbo acqua sporca e bacinella, nel tentativo maldestro e raffazzonato di superare il ’900, sperando di essere nel giusto mettendosi di traverso a qualunque cosa passasse nella speranza di essere notato. Il capitalismo assumeva nuove aggettivazioni, bio-capitalismo, turbo-capitalismo, ecc. e, pur rimanendo graniticamente coerente a sé stesso, fagocitava e sussumeva tutto quello che poteva rappresentare nicchie di domanda inespresse e nicchie culturali bisognose di quindici minuti di gloria.</p>



<p>Qualche anno dopo Genova 2008-2010 si parlava di crisi, di debito, di audit del debito e in pochi percepivano il pericolo incombente. Si urlava “Noi la crisi non la paghiamo” o “Siamo il 99% e siamo in credito”, si disquisiva di precariato cognitivo e intanto le stesse università, delle quali si occupavano le aule per salvare il diritto all’alta formazione, stipulavano contratti con privati o sgomitavano per accaparrarsi bandi di ricerca finanziati dall’Europa. Si lavorava nei centri di ricerca e nei dipartimenti per trovare strategie di attuazione e applicazione dei fondi FESR e studiare ibridi tra la struttura economica statunitense e quella dell’Unione Europea, si studiavano i clusters industriali dello Zio Sam per importarne i meccanismi nel Belpaese. Mentre il capitalismo accelerava non avendo ostacoli sul suo cammino, il movimento si accapigliava su neo-lingue e politically correct.</p>



<p>Le strategie europee inchiodavano gli stati membri alle loro responsabilità, perché quelle politiche le avevano votate gli europarlamentari di ogni schieramento ed erano poi state ratificate senza troppa pubblicità da tutti i governi, mentre ci si baloccava tra forconi, popoli viola, vaffa day, bunga bunga e la micro agricoltura biodinamica. Approvavamo il MES e nello stesso tempo accettavamo come una boccata d’ossigeno il quantitative easing indebitandoci per i prossimi ottant’anni. Le città diventavano smart, la gentrificazione partiva dalle bottegucce stile hipster, ma noi, duri come il porfido, vedevamo la gentrificazione solo nei centri commerciali. Le piccole attività artigianali sparivano dal centro città, arrivavano i franchising di ogni tipo ma per noi la lotta era sempre altrove.</p>



<p>Sognando l’assalto al palazzo che mai giungeva, di corteo in corteo e di petizione in petizione ci siamo inventati modi creativi per stare al mondo e nel mercato senza darlo a vedere. Inventandoci sul concetto di “solidale” un mondo di commercio a lungo raggio però parlando sempre di chilometro zero, la sussunzione ci ha risucchiati in una spirale di compatibilità mercatale ma noi ancora non ce ne siamo accorti. Meno ce ne accorgevamo e più la programmazione europea parlava di mercato, finanza e innovazione. Fino ad oggi, quell’oggi nel quale il capitalismo si tinge di verde e noi facciamo fatica a controbattere che quel verde è solo il caro vecchio colore dei soldi!</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



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<p><strong>Puoi leggere la prima parte a questo link:</strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/08/02/il-movimento-nel-terzo-millennio-una-crisi-che-viene-da-lontano-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>IL MOVIMENTO NEL TERZO MILLENNIO. UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO (I)</strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/08/06/il-movimento-nel-terzo-millennio-una-crisi-che-viene-da-lontano-ii/">IL MOVIMENTO NEL TERZO MILLENNIO. UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO (II)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>IL MOVIMENTO NEL TERZO MILLENNIO. UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO (I)</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 09:28:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/08/02/il-movimento-nel-terzo-millennio-una-crisi-che-viene-da-lontano-i/">IL MOVIMENTO NEL TERZO MILLENNIO. UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>Questo articolo &#8211; che proponiamo in due puntate &#8211; vuole essere una riflessione su una fase storica complessa, quella che sembra apparentemente aprirsi all’indomani del G8 di Genova 2001. Fase nella quale siamo tuttora immersi e della quale, forse, ancora non abbiamo saputo delineare i tratti. Sui presupposti di una lucida corsa allo smantellamento di qualunque costrutto teorico, in continuità con la fine dei grandi metaracconti (Jean-Francois Lyotard, “<em>La condition postmoderne”</em>, 1979) e nella “fluida” ricerca di un indefinibile ritrovato post-ideologico capace di rompere definitivamente con un non meglio precisato passato, si sono condensati anni di riflessioni sui conflitti sociali e modalità di praticare questi ultimi.</p>



<p>Se Genova ha rappresentato uno spartiacque lo è stato dal punto di vista di una sistematica implosione di tutte le istanze di conflitto reale in nome della sua mediatizzazione. Implosione che ha sublimato tutta l’analisi sulla fase storica e determinato una narrazione del conflitto e non una ricerca delle sue ragioni. Né è emersa, quindi, la ricerca di conflittualità non più incardinata nella dialettizzazione e nella comprensione delle problematiche sociali, bensì, su una lucida volontà di spettacolarizzarne le pratiche. Sono esplosi i fenomeni dei media più o meno indipendenti e del mediattivismo da social-network, c’è stata quindi una scelta precisa di rivaleggiare con il mainstream: costruendo strumenti di comunicazione alternativi, che spesso non sono riusciti ad affrancarsi da derive di autoreferenzialità e di “specializzazione del conflitto”.&nbsp;</p>



<p>Si è quindi assistito ad un processo nel quale si sono dismessi gli strumenti di analisi classici, senza riuscire a determinarne di nuovi: ci si è gettati a mani nude nella mischia con una narrazione minuto per minuto. Una narrazione di quante batoste si stessero prendendo. Qui non si cercano responsabili in quanto individui, semmai tenteremo una disamina per individuare quelle responsabilità storiche che collettivamente, più o meno consapevolmente, abbiamo deciso di assumere, in misura di una più o meno attiva partecipazione ad un processo di volontaria abiura ad un determinato senso dell’agire politico di un’intera “generazione”.</p>



<p>La sostituzione, quasi protesica, della narrazione all’analisi ha sicuramente ampliato la platea degli uditori, ma ha drammaticamente compromesso la capacità di comprensione dei fenomeni e dei processi, allontanando il conflitto dalla realtà. La materialità delle esigenze sociali che per secoli ha costituito la base necessaria delle rivendicazioni e delle lotte è stata declassata a questione di secondaria importanza. Altre questioni sono state elette a fattori chiave dell’azione politica, che restando però patrimonio speculativo del ceto politico hanno finito per descrivere traiettorie divergenti con il resto della società.</p>



<p>Una privazione chirurgica e scientifica degli strumenti atti ad orientare, non tanto le scelte in sé, quanto le opportunità di confliggere in maniera decisiva con un sistema che andava dotandosi di anticorpi contro i quali ci siamo ben guardati dall’equipaggiarci. Preferendo percorsi di codismo agli eventi abbandonando quindi il posto di avanguardia che ha sempre contraddistinto l’agire movimentista. Non c’è stato più quel giocare d’anticipo che spesso nel passato disorientava l’avversario, siamo invece divenuti prevedibili, giocando sempre in risposta ad azioni spesso già compiute. Abbiamo quindi scelto di ribattere punto su punto un&#8217;agenda di eventi scadenzati da un’entità sovranazionale cercando di abbattere le porte sbagliate, abbandonando quella genuinità di pratiche aderenti ai territori, come il lavoro sistematico nei quartieri finendo con il lasciare campo libero agli “anti imperialisti” della celtica.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ma come si può definire la “generazione Genova”? Una stratificazione complessa ed intricata fatta di conflitti sociali ed ambientali, comitati spontanei, case occupate, orti sociali e scioperi, ma anche inchieste, suicidi, denunce, incendi e pestaggi. Intanto il mondo accelerava sulla china discendente della crisi imminente e il tutto ha assunto i connotati di estrema resistenza, o per lo meno di tentativi di resistenza, agli eventi e ai processi, e quella conflittualità tanto cercata ridimensionava sé stessa nel momento in cui si doveva reagire: si è preferito inscenare un teatro di piazza, un gioco di ruolo il cui esito si misurava nei like sui blog e sui social network.</p>



<p>Ma torniamo al concetto che ultimamente sembra andare molto di moda della “generazione Genova”, che convince sempre meno nella misura in cui si delinea all’interno di una costante tensione tra la generazione che ha vissuto gli anni ‘70 e quella stordita dagli anni ‘80, due generazioni che a modo loro tentano di orientare quella cresciuta negli anni ‘90, letteralmente abbandonata a sé stessa senza strumenti per analizzare la propria condizione. Una generazione che non ha passato in quanto cresciuta in un fermento unidirezionale, e potremmo dire a compimento dell’imprinting monodimensionale (Herbert Marcuse, 1964 <em>One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society</em>), che ha eradicato il concetto di passato come elemento storico da cui trarre informazioni utili per capire il presente e ipotizzare il futuro. Una generazione forgiata nel presente, come unico orizzonte temporale. Il che ha creato non solo uno strappo con le generazioni pregresse, ma una definitiva incomunicabilità. Chi ha come orizzonte di senso un presente indefinitamente esteso, tende a vedere il futuro come un presente posticipato, e il passato come qualcosa che riguarda il semplice ricordo. In questo movimento di auto-centratura sul sé di tutto ciò che è esperienza, il fatto di non percepire il passato come esperienza sociale collettiva, come dato da analizzare, pone il presente come un “dato gettato”, qualcosa da accettare a prescindere.</p>



<p>È oltremodo chiaro partendo da questi presupposti, che i mutamenti sociali cui abbiamo assistito a partire dagli anni ’90 in poi, non possono essere percepiti come cambiamenti in quanto non conoscendo e non riconoscendo un prima, è assai difficile comprendere che il dopo è stato un periodo di arretramento e sconfitte. Quindi la precarizzazione sociale partita con la demolizione sistematica dello statuto dei lavoratori, dei contratti collettivi nazionali e tutte quelle scelte politiche, sono vissute da chi oggi ha 25-30 anni come un dato di fatto. Questo in parte sconfessa la sintesi abbracciata da troppi: che chi vive il precariato e la privazione sa già tutto in quanto li esperisce sulla propria pelle ed è capace di risalire alle cause stesse della sue privazioni. Se così fosse vivremmo in una condizione di perenne rivolta.</p>



<p>In questo pantano post moderno sguazza un bestiario assortito che galleggia sulle più grosse contraddizioni storiche, che non chiude la porta in faccia a nessuno, che dialoga con tutto e il contrario di tutto, che accetta i compromessi, che mira alla concretezza del risultato immediato, che affronta le problematiche caso per caso trovando soluzioni in costante conflitto le une con le altre, dicendo tutto e il contrario di tutto. Ovviamente non ci si riferisce ai soli partiti politici ma di specifiche tendenze all’interno del movimento, tendenze che ammettono candidamente gli accordi sottobanco nei consigli comunali, che esprimono beatamente consiglieri e che salvaguardano il lavoro nei quartieri dei loro affiliati e tacciono sugli sgomberi ai danni delle altre aree politiche.</p>



<p>Se questa è la generazione post Genova, ebbene che affondi nelle sue stesse contraddizioni. Se invece la generazione Genova è quella che sta tentando di ricostruire le armi politiche per analizzare il mondo che gli sta attorno allora è un’altra storia: parliamo di una generazione che non vuole ricordare e identificare Genova solo con l&#8217;omicidio di Carlo Giuliani, con i pestaggi per strada o con Bolzaneto, e non perché non le interessi ma perché non vuole che la ritualità del ricordo offuschi quelle che furono le responsabilità di un fallimento politico e movimentista. Che non si usi il ricordo di una vita stroncata per soffocare ogni critica al fallimento portato dalle lotte per la leadership di un movimento “antagonista” ormai evaporato e tendenzialmente rintanatosi nei seggi elettorali.</p>



<p>Se una tale generazione ci deve essere allora è quella costruita attorno all’irrappresentabilità come fondamento e non come slogan, come critica immanente a false dottrine tenute in piedi dai “mi piace” e dalla conta delle visualizzazioni di un articolo on line. Se un nuovo interesse generazionale esiste è quello che non ammette più la lotta per la leadership, l’auto narrazione e la ricerca di nuove idee a tutti i costi o neologismi che puzzano di “neolingua” senza riferimenti ad alcuna idea. Una generazione che i conti col passato li pretende, perché vuole capire come sia possibile essere tornati in condizioni di sfruttamento tipici di un secolo fa. Questa generazione, se mai esistesse, vorrebbe sapere come mai abbiamo fatto tanti passi indietro mentre i responsabili del dietrofront continuano ancora a parlarci di rivoluzione, di mobilitazioni, di insurrezioni dalle colonne di un quotidiano o da qualche “sito d&#8217;area”.&nbsp; [continua&#8230;]</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (VI)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2022 17:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel sesto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto (Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un primo estratto del quarto capitolo Quelli di Piazza Statuto (pp. 101-204), caratterizzato dallo stile dell’inchiesta militante attraverso la quale l’autore raccoglie le testimonianze dei protagonisti diretti delle tre giornate [&#8230;]</p>
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<p>Nel sesto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, <em>La rivolta di piazza</em> <em>Statuto </em>(Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un primo estratto del quarto capitolo <em>Quelli di Piazza Statuto </em>(pp. 101-204), caratterizzato dallo stile dell’inchiesta militante attraverso la quale l’autore raccoglie le testimonianze dei protagonisti diretti delle tre giornate torinesi e ai restituirci un quadro complessivo degli avvenimenti.</p>



<p>Attraverso il metodo dell’inchiesta, dunque, lo scrittore spezzino riesce a mettere a confronto fra di loro (ma anche con le ricostruzioni dei giornali e delle organizzazioni politico-sindacali, come abbiamo avuto modo di evidenziare nelle precedenti puntate) alcuni tra i protagonisti di “Piazza Statuto”. Questo sesto capitolo è attraversato infatti dalle testimonianze di operai, attivisti sindacali e giovani militanti del PCI e del PSI, ma soprattutto di operai provenienti da altre fabbriche, giovani proletari e studenti che raggiunsero la piazza o che, passando casualmente, vi rimasero.</p>



<p>Le nuove testimonianze che proponiamo sono quelle di Sante Notarnicola &#8211; allora giovane operaio chimico &#8211;&nbsp; e di Arturo Bonetto, operaio metalmeccanico di 22 anni. Emergerà, anche in queste interviste, il ruolo centrale degli operai meridionali e il consolidarsi delle divergenze tra la nuova composizione operaia e le organizzazioni, politiche e sindacali, del movimento operaio di allora.</p>



<p><strong><em>* * * * *</em></strong></p>



<p><strong>Sante Notarnicola, di anni 25, operaio chimico</strong></p>



<p><em>&#8220;&#8230; i dirigenti ci aggredirono con aspre critiche, dicendo che ci eravamo lasciati trascinare dai fascisti&#8230;&#8221;</em></p>



<p>&#8230;Cominciai a lavorare sul serio, al mattino mi alzavo alle 5 per il primo turno; oppure rientravo a casa a mezzanotte quando facevo il secondo stanco morto, abbattuto. Al circolo continuavano a rompermi le scatole perché facessi attività di partito. Il Capra ingenuamente arrivava perfino al ricattino involontario: &#8220;Come, noi ti abbiamo aiutato a trovare un posto, ora datti un po&#8217; da fare.&#8221; Cosi cominciai a lavorare per la cellula, il sindacato, la commissione interna. Ma in modo svogliato.</p>



<p>Poi vennero i fatti di piazza Statuto.</p>



<p>Fu il primo segno del risveglio. Nell&#8217;estate del 1962, per la prima volta la base rivoluzionaria scavalcò apertamente il partito, mandò affanculo i vecchi tromboni. La battaglia durò tre giorni e l&#8217;<em>Unità</em> ci chiamò teppisti allineandosi coi borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di un ravvedimento rivoluzionario del Pci. Mi ricordo di Pajetta; era con noi, non sapeva cosa fare, il grande dirigente non era più davanti a una folla entusiasta, ma in mezzo a gente esasperata che gli stava mangiando il piedistallo eretto in tanti anni sul suo passato di combattente. Quando gli arrivò una pietrata, allora si risvegliò mettendosi a sbraitare contro i padroni e gli sbirri, spingendoci all&#8217;attacco. Il suo passato di partigiano riemergeva dall&#8217;inconscio. Poi, a mente fredda, il giorno dopo, su l&#8217;Unità ci chiamò fascisti! Demmo tante botte, in quei giorni e ne prendemmo.</p>



<p>Alcuni compagni del gruppo come &#8220;Piero il tranviere&#8221; erano addirittura arrivati con le pistole. Mi ricordo bene di Adriano in quei giorni, si batteva contro tre o quattro poliziotti per volta. La delusione più grossa l&#8217;avemmo l&#8217;ultimo pomeriggio; la polizia, quelle carogne fasciste del battaglione Padova avevano arrestato uno dei nostri più cari compagni della Fgci, Garino. Si era rimasti in pochi, eravamo alla fine; durante una delle ultime cariche Garino si era buttato avanti da solo, contro i plotoni che avanzavano compatti. Lo chiusero in mezzo pestandolo selvaggiamente, cercammo di strapparlo ai poliziotti, ma erano in troppi, ci ritirammo tutti pesti. Poi, la sera, andammo alla festa dell&#8217;Unità rionale: cercammo di fare una colletta per Garino e per gli altri. I dirigenti ci aggredirono con aspre critiche dicendo che ci eravamo lasciati trascinare dai fascisti e dai teppisti provocatori . Ricordo quella scena con rabbia e con dolore. C&#8217;era la tavolata solita, di &#8220;capoccia&#8221; . Le bottiglie di barbera, gli agnolotti, i salamini caldi: la classica tavola piemontese a cui si riduceva ormai tutta la prassi rivoluzionaria di un partito che aveva innalzato un tempo su tutta la merda fascista e borghese la bandiera rossa della speranza e della rivolta. Tra un agnolotto e l&#8217;altro ci rimproveravano con disprezzo, loro che non si erano mossi dalla botte del vino per tutto il giorno. &#8220;Se quelli che si sono battuti contro la polizia sono fascisti&#8221;, gridammo, &#8220;siamo fascisti pure noi!&#8221;. &#8220;Certo che quasi quasi vi siete comportati da teppisti.&#8221; Fu la rottura. Prendemmo un tavolo con salamini e vino e <em>bagna cauda</em> e lo sbattemmo in faccia ai dirigenti. E quella sera, per la prima volta fra compagni, fini con altre botte.</p>



<p>Questo episodio mi riempie di disgusto. Per qualche tempo avevo cercato di reinserirmi nell&#8217;attività politica e pensavo che la fabbrica me lo avrebbe permesso; forse, pensavo, era stata la mia condizione di artigiano a farmi vedere le cose in modo estremista e anarcoide.</p>



<p>Ma mi accorsi che ormai c&#8217;era dappertutto la tendenza al riformismo, al compromesso, anche nella fabbrica; fu un&#8217;esperienza nuova, certo, ma alla fine si trasformò in un rafforzamento della convinzione che fosse necessaria veramente l&#8217;azione individuale. Dopo piazza Statuto riuscimmo a ritrovarci tutti e tre per una messa a punto delle rispettive intenzioni e dei progetti per il futuro.</p>



<p><strong>Arturo Bonetto, di anni 22, operaio metalmeccanico</strong></p>



<p><em>&#8220;Proprio lì cominciai a sentire il distacco fra questo</em> <em>dirigente che noi amavamo&#8230; e lo trovai proprio in contraddizione&#8230; come, qui siamo della Fiom, i giovani si</em> <em>battono con la polizia e tu, dirigente&#8230;&#8221;</em></p>



<p>In quell&#8217;anno ho partecipato ad alcuni momenti dello sciopero della Michelin e poi della Fiat (la nostra ditta aveva fatto un contratto diverso ed avevamo partecipato insieme al partito anche ad altre manifestazioni). Mi ricordo che è stata una lotta molto dura, con alcuni episodi di rottura che venivano dai famosi 10 anni di Fiat dove non si scioperava più, dove a Torino la parola sciopero era ascoltata soltanto dai membri delle Commissioni interne . Queste lotte della Michelin e della Lancia, avevano secondo me già aperto una piccola breccia, una certa situazione si era creata anche nella classe operaia che cercava un punto di rottura come poi è avvenuto.</p>



<p>La nona sezione, allora era diretta da Guido Gamba, un ottimo organizzatore; aveva una personalità per cui era riuscito a concretare anche nei giovani un certo attaccamento, un certo entusiasmo, e mi ricordo, per arrivare a piazza Statuto, che durante lo sciopero c&#8217;eravamo preparati, organizzati; alcuni compagni erano stati destinati alle varie fabbriche e io fui destinato alle Acciaierie Fiat di via Cigna (Sima). Anch&#8217;io avrei preferito andare alla Spa di Stura dov&#8217;era il punto caldo.</p>



<p>Comunque ci eravamo organizzati per questo sciopero, e anche il partito aveva dato molto. Con me non c&#8217;erano molti giovani, eravamo 3 o 4, poi c&#8217;erano dei vecchi compagni; c&#8217;era un gruppetto con Conti, che era della Commissione interna; arrivati lì trovammo già la polizia schierata davanti ai cancelli e attorno, da una parte trovammo il gruppo dei compagni con quelli del sindacato, i simpatizzanti; dall&#8217;altra parte vi era un gruppo staccato che seppi, poi che erano quelli della Uil che si dissociò da questo sciopero così con alcuni pretesti, dicendo anche che era politico; naturalmente questo fece una certa impressione perché per la prima volta ci si presentava con uno sciopero unitario e poi come al solito all&#8217;ultimo momento&#8230;</p>



<p>Comunque mi trovai già con la polizia schierata, il gruppetto dei compagni, il gruppetto che seppi che erano della Uil e il gruppo della massa. Naturalmente erano tutti con la borsa e il baracchino per cui erano ancora indecisi. Io arrivai con la mia macchina, che era molto conosciuta in barriera perché era una &#8220;macchina rivoluzionaria&#8221;; una vecchia Ardea, con volantini e materiale che adoperavamo per i vari festival e così via; come arrivammo noi già la polizia incominciò a essere un po&#8217;, così, in movimento, ci teneva d&#8217;occhio, allora noi ci avvicinammo agli operai e cominciammo sulle cinque e mezza a fare opera di volantinaggio, cercammo di intavolare discussione con questi operai con il gruppo degli indecisi: questi prendevano i volantini e per la prima volta non li buttavano via come era successo negli anni precedenti, però diciamo così, non riuscimmo a intavolare una discussione, non parlavano; questo per me era un sintomo non certo entusiasmante. Passavano i minuti e io mi avvicinai con Conti e lui non diceva niente, anche lui non sapeva non poteva fare una previsione. A un dato momento vidi un movimento di questi della Uil che si avvicinavano al gruppo della massa che aveva deciso di entrare. Ora, c&#8217;era un certo sbarramento di compagni per non far attraversare la strada, e poi c&#8217;era la polizia con tutte le guardie Fiat schierate e questi della Uil si avvicinarono alla massa dicendo: &#8220;entriamo tutti assieme qui è inutile&#8221;, e facevano propaganda antisindacale e anticomunista; il gruppo degli indecisi non rispose, non gli disse né si né no, e io non sapevo più che cosa fare perché per opporsi eravamo troppo pochi; poi c&#8217;era la varia polizia; allora decisi una mia piccola iniziativa personale; saltai sulla mia Ardea e mi buttai con grande sgomento dei vari Commissari proprio davanti al cancello della Fiat, saltai sopra il tetto della macchina e lanciando dei volantini mi misi a gridare:&nbsp;</p>



<p>&#8220;Compagni dalla Fiat Mirafiori c&#8217;è giunto che tutti gli operai sono in sciopero, la Fiat dopo anni&#8230;&#8221; un discorso così, cioè mentendo perché non sapevo ancora niente — benché eravamo collegati con delle staffette; e gli operai si avvicinavano, cominciavano a parlare e anche i Commissari restarono stupiti perché non avevano previsto questa mossa; e mentre io discutevo, mi arrangiavo un piccolo discorso così, improvvisando, passarono i minuti e si notò un certo entusiasmo dei vari compagni presenti, la polizia cercò di intervenire, ma quando si trovò davanti a questa massa &#8211; erano tutti arrivati in mezzo alla strada &#8211; non intervenne e io continuai con il discorso, tutto sudato perché non sapevo le notizie di com&#8217;era successo alla Spa. Fu così che passò la fatidica ora X cioè le sei, cominciarono ad arrivare le 6,05, le 6,10 e io continuavo ad andare avanti nel discorso impappinandomi, inciampandomi, comunque avevo visto, consultando l&#8217;orologio, &#8220;ce l&#8217;abbiamo fatta&#8221;, per cui ero molto contento, e quando arrivò la staffetta che ci disse che alla Spa era riuscito e anche alla Mirafiori, tirai un grosso respiro di sollievo.</p>



<p>Quando arrivò la staffetta ripetei le frasi. La polizia si era accantonata in un angolo, e io poi scesi dalla macchina, ma intanto la gente, gli operai, si erano convinti, era nato un certo entusiasmo e cominciammo le discussioni, e notai per la prima volta che questi giovani operai erano molto accalorati, incominciavano a discutere, cominciavano a conoscersi, a parlare del sindacato, la situazione della fabbrica e intanto ci organizzammo; facemmo dei gruppi e invitammo tutti a essere presenti per il picchetto delle due. Intanto con il passare delle ore giungevano le staffette con le notizie sulle proteste operaie contro la Uil i cui iscritti erano anche lì presenti, e cominciammo ad attaccare l&#8217;atteggiamento di questo sindacato, dicevamo anche che era del padrone, così; notai anche che molti della Cisl che conoscevo personalmente erano abbastanza decisi a condannare questo atteggiamento, prima non parlavano. Intanto così arrivò mezzogiorno e già però i collegamenti mi dissero &#8211; mi ,pare che parti dalla Spa l&#8217;indicazione &#8211; di trovarci, di fare la manifestazione, di andare in piazza Statuto e protestare verso la Uil; anch&#8217;io avvertii tutti i compagni e dissi: guarda andiamo, ma non viene dal partito ma dal sindacato, dai compagni del sindacato; e così facemmo, io cercai, invitai gli operai, fummo presenti di nuovo al picchetto delle due che riuscì abbastanza bene perché le notizie del mattino avevano dato un certo entusiasmo e tutto un ingranaggio si era messo in moto. Trovammo della gente lì che poi non riuscivamo più a tenere. E così decidemmo di andare per la manifestazione; già molti della Uil avevano strappato la tessera, io parlavo dell&#8217;esigenza di formare il sindacato specialmente nei giovani, che era giusto, che c&#8217;era lo sfruttamento, tutte quelle cose che portiamo in quel momento dentro. E al pomeriggio partimmo e arrivammo alla manifestazione, però io arrivai leggermente in ritardo, non partecipai direttamente al corteo con loro: non mi ricordo per quale motivo, arrivai con mezz&#8217;ora, quando già il corteo era arrivato in piazza Statuto e la massa, lì erano tutti i compagni. Arrivai da solo con la mia sempre fedele Ardea proprio dinnanzi alla Uil e trovai anche molti vecchi compagni che non vedevo da molto tempo; però molti del partito dicevano &#8220;ma chi vi ha detto di venire qui&#8221;. Ma la situazione era molto calma, molti avevano preso delle tessere, si era fatto un piccolo falò, si era chiesto di parlare con i dirigenti della Uil, ma questi avevano sprangato il portone e ci schernivano dai vetri con le solite accuse. Quel che mi ricordo che ci fu un giovane, uno di questi che loro schernivano che gli lanciò un sasso che spaccò un vetro, ma fu tutto lì. Poi cominciò ad arrivare la polizia che si schierò a lato del monumento e notammo per la prima volta questi nuovi gipponi e conoscemmo per la prima volta il famoso battaglione Padova&#8230; dei fatti del &#8217;60&#8230;</p>



<p>Poi improvvisamente notammo questi giovani che atleticamente si buttavano giù dai camion; in pochi minuti li vedemmo lanciarsi così, come diceva Garino, senza neanche gli squilli di tromba; mi ricordo che lì c&#8217;era un maggiore che mi sembrava il Duce per il suo fisico robusto, e così che lanciò immediatamente in tre direzioni questi qui. Naturalmente i compagni furono così presi di sorpresa e ci fu un arretramento generale perché pensammo che volessero schierarsi di fronte alla Uil e invece attaccarono proprio coi moschetti coi manganelli, anche con un tipo nuovo di manganello. Ci fu un arretramento generale proprio verso i lati di corso Principe Oddone e via Cibrario, poi immediatamente ci fu una reazione da parte dei giovani, dei compagni che avevano una rabbia&#8230; per la prima volta, da 10 anni &#8211; che ci era riuscito&#8230; questo entusiasmo &#8230; ci pareva proprio che volessero toglierci la gioia; così ci fu una reazione molto violenta e arretrò la polizia forse perché non se l&#8217;aspettavano; questo scatenò l&#8217;entusiasmo per questa polizia che aveva arretrato, allora poi ci fu l&#8217;intervento dei compagni e del sindacato.</p>



<p>Mario Garino: Prima era stato fatto un comizio di accusa pubblica proprio davanti alla Uil; è stato così momentaneo, era salito sopra la panchina e col megafono, adesso non mi ricordo più chi era, uno del sindacato, che ha lanciato l&#8217;accusa contro la Uil: &#8220;con la Uil è finita, noi sappiamo con quanta forza abbiamo lottato contro questa gente, ed è gente che l&#8217;operaio stesso ha condannato con mucchi di tessere strappate anche davanti alla Fiat, sono immagini che tutti quanti hanno potuto vedere, ora sciogliamo questa manifestazione&#8221; e allora noi in quel momento l&#8217;abbiamo finita. Poi la polizia ci aveva caricato subito dopo perché eravamo un po&#8217; restii ad andarcene vedendo lì che continuavano a battere a macchina e storie varie. La prima carica della polizia è stata effettuata verso le quattro e un quarto quattro e mezza, non so dirti l&#8217;ora precisa; nel frattempo un altro nostro compagno, Anna, si era scagliato addirittura contro dei giornalisti che si erano dichiarati della Gazzetta del Popolo o della Stampa, che scattavano fotografie: ha strappato la macchina e gliel&#8217;ha frantumata; intanto noi abbiamo respinto la polizia, abbiamo accampato il nostro diritto di accusare come operai la Uil di aver tentato di rompere l&#8217;unità sindacale ecco, noi la condannavamo pubblicamente con il nostro comizio improvvisato così sulla piazza; eravamo non tanti e non pochi, il numero non te lo posso dire, sembravano due-tre mila, quattromila, non so, la maggior parte era gente che arrivava dalla Spa Stura, dalla Mirafiori&#8230; non tanti, pochissimi anche per la lontananza che c&#8217;è&#8230; mentre invece noi della Spa Stura, essendo molto più vicino, eravamo tutti ben organizzati.</p>



<p>B. A .: Qui, secondo me, finisce la prima parte diciamo normale di questa manifestazione; così, fedeli alla disciplina &#8211; dopo infatti si era sciolta in vari piccoli gruppetti &#8211; ritornammo a casa. Io poi alla sera andai alla sezione dove trovai di nuovo Garino e già si discuteva anche della giornata, come era andata&#8230;; poi arrivò questo compagno che ci disse che in piazza Statuto continuano gli scontri e ci sono centinaia di giovani e ci dice, &#8220;ma come, qui nessuno&#8230;&#8221;, allora improvvisamente avvisiamo tutti, io comincio a prendere il telefono, poi il nostro gruppo salta sulla mia macchina, ho caricato piú che ho potuto e siamo andati a vedere cosa succedeva, così di nostra iniziativa, dicevamo, &#8220;ma chi sono questi&#8221;; fermo in una via lì vicino a via S. Donato, attraversiamo corso Principe Oddone dove c&#8217;è l&#8217;edicola dei giornali; c&#8217;era una nube di gas, grida, sentivamo pietre che volavano e così via, così rimasi molto stupito perché dicevo, &#8220;ma non dovevamo essere noi a organizzare?&#8221; e mentre ci avvicinavamo, vedo che avanza una pattuglia della polizia con due giganti, vedo che abbrancano Garino e lo tirano sopra e noi che eravamo un po&#8217; arretrati non abbiamo avuto neanche il tempo di fare una minima reazione che abbiamo visto Garino entrare sul camion, tutto avvenne in pochi minuti.</p>



<p>Mario Garino<strong>:</strong> Sì, infatti non ho avuto il tempo di rendermi conto perché già ero stato menato e buttato su un furgone e via.</p>



<p>B. A.: Allora ritornammo indietro con gli altri compagni e cominciammo a girare la piazza, a trovare altri compagni, altri giovani che non conoscevi . Questo fu il primo impatto. Poi man mano che passavano le ore cominciavano ad arrivare altri compagni e verso le 11, così, si erano formate delle piccole squadre e dalla parte verso il ponte della ferrovia, dove incomincia corso Inghilterra, avevano proprio disselciato il pavé e formato delle piccole barricate da dove lanciavano dei sassi contro la polizia che arretrava, lanciava bombe; proprio degli scontri diciamo a un buon livello di&#8230; guerriglia e così questo movimento andò avanti tutta la notte e la polizia incominciò ad arrestare anche gente lì attorno e sparava coi candelotti anche dentro le case&#8230; i giovani si sparpagliavano dentro i caseggiati, poi dai balconi c&#8217;era gente che tirava&#8230; e la polizia cominciò a entrare anche nelle case.</p>



<p>Questo fu nella notte: verso l&#8217;una rientrai in barriera, anche per la faccenda che avevano arrestato Garino e anche Borghesio, andai alla festa dell&#8217;Unità e qui trovai i dirigenti del partito che erano molto incazzati, dicevano che non dovevamo andare, che si doveva andare a prendere i compagni e basta, mi accusavano, &#8220;da dove arrivi tu&#8221;, e anche alcuni bravi compagni come il povero Piero Ghiaccio, buon compagno stalinista allora, però molto fedele, quando il partito aveva detto questo, accusava dicendo che chi si era fatto arrestare era un picio, un cretino; io m&#8217;incazzai e arrivammo quasi alle mani. Il giorno dopo ho capito che la posizione del partito era quella di non farsi coinvolgere nelle manifestazioni di piazza Statuto. Poi gli scontri continuarono alla domenica, con fasi alternative e il lunedì si andò di nuovo; poi mi ricordo appunto che andammo in federazione dove Casadei fu rimproverato molto aspramente dai dirigenti per l&#8217;atteggiamento dei giovani della Fgci; però anche lui non era molto convinto di quello che dicevano i dirigenti; io lo conoscevo bene, avevamo fatto la scuola di partito insieme a Roma, era su posizioni buone allora e infatti partecipò anche lui, ci andò anche se glielo avevano vietato; dicevano &#8220;tu sei un dirigente&#8221;, e poi fu arrestato.. . &#8220;e questo dimostra che allora è il partito…&#8221;. Per cui c&#8217;era già questa posizione di rottura e penso che anche nel partito già da allora si delineò una certa interpretazione che diceva che eravamo noi &#8230; poi si parlò di provocazione poliziesca, di queste cose.</p>



<p>Sì, io notai che c&#8217;era il famoso maresciallo Rizzo insieme ad alcuni figuri che lui manovrava, un po&#8217; di questo ambiente; che la borghesia abbia detto &#8220;facciamola degenerare per poter fare tutta una speculazione&#8221;, posso anche essere d&#8217;accordo; però così di punto in bianco dire che la manifestazione è stata portata avanti dai provocatori mi sembra troppo, e poi anche alcuni dirigenti di un certo tipo, anche alcuni compagni del partito come Giannotti, ma anche del sindacato, hanno poi fatto l&#8217;autocritica di non aver saputo interpretare lo slancio della classe operaia di quel momento. E di lì infatti cominciò a combinarsi nel partito una certa tendenza che culminò poi nella formazione di alcuni gruppi, come noi in Barriera di Milano, che formammo un gruppo e venimmo accusati anche di antipartito e nel &#8217;65 non rinnovammo più la tessera.</p>



<p>Mario Garino: Non era una cosa voluta dal Pci, non serviva al movimento della classe operaia questa manifestazione, era controproducente, appunto perché era molto facile la speculazione. Questa cosa è sfuggita di mano alla sinistra perché non era preparata ad affrontare un problema così grosso, non era preparata a recepire la lotta di 90 mila operai che lavoravano alla Fiat, senza contare tutti gli altri operai della cintura; a capire, a darci un indirizzo, a darci delle spiegazioni, un&#8217;alternativa; è stata presa anche lei in contropiede così è successo piazza Statuto perché se la sinistra e il Pci erano preparati come organizzazione di base, a controllare anche la base, cioè nel senso di darci delle direttive diverse, forse non si arrivava a questa conclusione, di questo ne sono perfettamente convinto, cioè se riusciva a fare un discorso politico di base già prima, nelle aziende, cosa che invece il Pci lì ha mancato.</p>



<p>B. A.: Il partito non aveva ben compreso i mutamenti nella composizione di classe. C&#8217;erano dei contadini meridionali che erano diventati dei proletari&#8230; Anch&#8217;io mi ricordo le migliaia di operai meridionali a Mirafiori con le pietre in mano&#8230;</p>



<p>Mario Garino: Però io dico tutte queste cose qua sono sfuggite di mano a una certa organizzazione&#8230;</p>



<p>B. A.: Il partito ha commesso degli sbagli già dal &#8217;53, quando ci mandavano a fare lavoro politico a scrivere sui muri, quando avevano licenziato i famosi di stella rossa; quando parlava di crisi del capitalismo mentre erano in pieno boom di sviluppo; la Fiat aveva licenziato tutti i compagni, gli attivisti, cioè quelli del &#8217;45, tutti quelli che lavoravano alla Grandi Motori e così via, mentre assumeva migliaia di altre persone; allora noi eravamo giovani e non eravamo in grado di fare l&#8217;analisi di questa politica che era sbagliata. Un altro episodio che ho dimenticato è quando venne Pajetta, la domenica sera mi pare; già la domenica fummo richiamati dalla federazione, specialmente in Barriera di Milano; fu ripreso anche Guido Gamba perché coi microfoni si lanciava la cosa della manifestazione e lui che dirigeva l&#8217;organizzazione fu richiamato. Mi ricordo che alla sera in piazza Statuto, in corso Principe Eugenio, Pajetta si scontrava con dei giovani; lui diceva, &#8220;Io ho fatto la galera&#8221; e accusava la solita storia dei provocatori e questi giovani gli dicevano &#8220;non siamo provocatori, siamo degli operai, basta è ora di finirla&#8221;, e proprio lì cominciai a sentire il distacco fra questo dirigente che noi così anche amavamo anche perché era uno dei più spinti e lo trovai proprio in contraddizione &#8230; dico, come, qui siamo della Fiom, i giovani si battono con la polizia e tu dirigente…</p>



<div style="height:46px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>I&nbsp;PRECEDENTI APPUNTAMENTI:</p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/02/18/la-rivolta-di-piazza-statuto-i/"><strong>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (I)</strong></a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/08/la-rivolta-di-piazza-statuto-ii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (II)</strong></a></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2022/03/29/la-rivolta-di-piazza-statuto-iii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (III)</a></strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/04/19/la-rivolta-di-piazza-statuto-iv/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (IV)</strong></a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/05/17/la-rivolta-di-piazza-statuto-v/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (V)</strong></a></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (V)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/05/17/la-rivolta-di-piazza-statuto-v/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 May 2022 18:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel quinto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto (Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un primo estratto del quarto capitolo Quelli di Piazza Statuto (pp. 101-113), caratterizzato dallo stile dell’inchiesta militante attraverso la quale l’autore raccoglie le testimonianze dei protagonisti diretti delle tre giornate [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel quinto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, <em>La rivolta di piazza</em> <em>Statuto </em>(Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un primo estratto del quarto capitolo <em>Quelli di Piazza Statuto </em>(pp. 101-113), caratterizzato dallo stile dell’inchiesta militante attraverso la quale l’autore raccoglie le testimonianze dei protagonisti diretti delle tre giornate torinesi e ai restituirci un quadro complessivo degli avvenimenti.&nbsp;</p>



<p>Attraverso il metodo dell’inchiesta, dunque, lo scrittore spezzino riesce a mettere a confronto fra di loro (ma anche con le ricostruzioni dei giornali e delle organizzazioni politico-sindacali, come abbiamo avuto modo di evidenziare nelle precedenti puntate) alcuni tra i protagonisti di “Piazza Statuto”. Questo lungo quarto capitolo è attraversato infatti dalle testimonianze di operai, attivisti sindacali e giovani militanti del PCI e del PSI, ma anche di operai provenienti da altre fabbriche, giovani proletari e studenti che raggiunsero la piazza o che, passando casualmente, vi rimasero.</p>



<p>La prima di queste testimonianze che proponiamo è quella a <em>Michele Dimanico</em>, giovane operaio della Fiat dove risulta chiara l’evoluzione della composizione di classe, delle nuove forme del conflitto e dell’esplicitarsi di una violenza di classe non sterile ma rivolta a contrastare quella padronale. Emergerà in questa prima intervista la necessità di dotarsi di strumenti come un giornale espressione dell’autonomia di classe, il ruolo centrale degli operai meridionali e il consolidarsi delle divergenze con le organizzazioni, politiche e sindacali, del movimento operaio di allora.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>Io sono entrato nel &#8217;59 alla Fiat, a maggio [&#8230;] e seppure breve, è stato un periodo bellissimo perché diede il via a tutta una nuova concezione della vita da parte mia. I primi segni di avvertimento li avevamo avuti dalla famosa lotta della Lancia, che ha aiutato moltissimo psicologicamente gli operai. La lotta alla Lancia era molto diversa da quella della Fiat: io so che la Lancia faceva molte assunzioni soprattutto prevalentemente fra i meridionali, mentre invece la Fiat faceva una scelta più oculata nelle zone agricole del Piemonte. Che è stata una scelta buona, dal loro punto di vista. Non per niente hanno ritardato certi fenomeni di due anni. Allora dovevi sempre misurarti con questi compagni: i piemontesi non hanno mai avuto la rabbia che hanno i meridionali sradicati.</p>



<p>Sono entrato come addetto macchina alla Spa centro quando avevo 25 anni, e agli inizi era come un grosso traguardo entrare alla Fiat, il clima di allora era questo. E probabilmente se mi avessero accontentato in certe cose la coscienza di classe l&#8217;avrei acquisita molto più tardi. Avevo chiesto un posto come aggiustatore, perché avevo seguito una scuola e avevo una certa conoscenza del disegno e invece mi avevano messo a fare l&#8217;addetto macchina (tutti i lavori più schifosi) di terza e sono sempre rimasto di terza.</p>



<p>Di primo acchito la mia è stata una ribellione istintiva a un intervento del dottor Pistamiglio, che ha detto: &#8220;Ricordatevi che qui alla Fiat non si può sputare nel piatto in cui si mangia, niente contatti con alcuni comunisti che ci sono ancora perché noi abbiamo maniche larghe, ecc .&#8221; Questo fatto mi ha colpito e io mi chiedevo &#8220;perché non devo parlare, cosa sono questi comunisti?&#8221; E la prima impressione era che i comunisti, nella media dei lavoratori, erano i più preparati, erano quelli che leggevano o comunque facevano uno sforzo per leggere qualcosa e quindi se io da <em>La Stampa</em> avevo un certo orientamento, loro coi loro quotidiani ne avevano un altro. Ma comunque c&#8217;era in comune la possibilità di discutere. E a questo punto è cominciato un certo processo. D&#8217;altra parte tentavo di avere un rapporto con la gerarchia di fabbrica. Ma quest&#8217;ultima era un muro di gomma, per cui cercavi di parlare, di chiedere spiegazioni di certi fatti: perché aumentasse la produzione ma la paga era sempre quella; perché a un certo punto in una squadretta dove si facevano 100 pezzi, se mancava la metà degli operai si doveva continuare a fare 100 pezzi. Anche lì un muro di gomma con risposte evasive che ti dicevano che il cottimo era collettivo, ecc. Allora io rispondevo: come mai se il cottimo era collettivo pochi capitalisti riuscivano a impossessarsi di tante cose, se lo sforzo era collettivo… Quest&#8217;idea a me, abituato in un certo modo, uscito da un collegio, con nessun orientamento di lotta reale, mi aveva colpito.</p>



<p>Cosi cominciavo a capire quali erano i meccanismi dello sfruttamento. Quello che mi colpiva di più, era che a un certo punto tu non contavi veramente niente. E l&#8217;istinto era di chiederti &#8220;perché non conto niente? mentre invece devo contare qualcosa!&#8221; E da questo, è nato il mio tentativo di collegamento con le forze politiche, con i sindacati, ecc.</p>



<p>Io sono entrato alla Fiat proprio nel periodo in cui si firmava quel famoso contratto del &#8217;59, che è stato firmato al 3% (è una cosa irrisoria). Io non avevo cognizioni di fabbrica ma quello che mi aveva stupito è che si entrava, nel periodo dello sciopero (perché comunque il sindacato dichiarò degli scioperi), davanti a una forza pubblica massiccia. E io mi dicevo &#8220;ma come è possibile che si debba andare protetti dalla polizia a lavorare, capisco in un luogo di divertimento, ma a lavorare?!&#8221;</p>



<p>Poi la domanda &#8220;come organizzarsi?&#8221; Il problema era che non lo potevi fare con le tue forze. Dopo un po&#8217; ti rendevi conto che cercare dei collegamenti era una cosa necessaria e terribile. Se andavi a dire a un compagno &#8220;riferiscimi qualcosa sulle macchine, come funzionano&#8221; il 99 % si tirava indietro; avevano la paura di farsi scoprire. Questo nel &#8217;59-60. Dopo un anno di lavoro però mi sono reso conto che c&#8217;era il cambiamento.</p>



<p>Questo cambiamento era strano, ma era un cambiamento fatto di autocritica, di una autocoscienza nascosta. Perché un operaio che a un certo punto dice : &#8220;La colpa è nostra&#8221;, poi &#8220;non riusciamo a tirarci fuori&#8221;, era comunque una posizione di coscienza. E questo era però un fatto generico che non si traduceva in azione concreta, in coraggio.</p>



<p>Ti racconto un episodio. A me non davano il premio di produzione famoso (premio di produzione che era poi premio antisciopero). Il primo anno non l&#8217;ho ricevuto, né il secondo; ma il terzo anno gli operai quando hanno saputo che non ho preso questi soldi… chi 500 chi 1 .000 chi 300 lire e io ho preso molto più degli altri. Han fatto una colletta e m&#8217;han detto testualmente: &#8220;Di gente come te ne abbiamo molto bisogno.&#8221; Questo mi ha fatto capire che bisognava passare a delle azioni più decise.</p>



<p>E allora con alcuni compagni socialisti, A. B. e due o tre altri, abbiamo deciso che bisognava far qualcosa. In un primo tempo abbiamo detto: &#8220;Va be&#8217; cerchiamo quanta più gente è possibile. &#8220;In realtà poi quando andavi a sollecitarlo per qualcosa questo non c&#8217;era, aveva paura. A quel punto lì maturava in me la convinzione che comunque bisognava iscriversi a una forza politica che ti potesse far esprimere. Allora io non riuscivo a ragionare dei limiti dei sindacati, non ero ancora addentro a queste cose. Mi sembrava opportuno entrare in una forza che, bene o male, era contro il padrone e cercare di marciare insieme a loro. Questa forza in quel periodo era la Cgil. Così per primo mi sono iscritto alla Cgil e in un secondo tempo mi sono iscritto al Psi. Devo dire però, che l&#8217;aiuto più grosso l&#8217;ho ricevuto dal Psi.</p>



<p>Poi ci siamo detti: &#8220;Facciamo un giornale.&#8221; Ma il tempo passava e non riuscivamo… perché A. B. giustamente diceva: &#8220;facciamolo fare da tutti, non deve essere un giornale che deve essere fatto da uno che è più bravo…&#8221;. E io dicevo: &#8220;Però bisogna far qualcosa, se si aspetta che tutti scrivano&#8230;&#8221; Tutti avevano paura perché probabilmente non sapevano scrivere anche se i loro sentimenti erano uguali ai nostri. Nel frattempo, in febbraio, erano capitati due o tre incidenti, di cui uno grave: un cavo di acciaio aveva mezzo massacrato un operaio e mezz&#8217;ora dopo la direzione faceva già riprendere il lavoro e la gente si era incazzata e una parte aveva fermato.</p>



<p>Verso febbraio del &#8217;62 ci siamo chiesti: &#8220;Perché non facciamo sciopero?&#8221; E allora abbiamo fatto di tutto per far riuscire quel famoso sciopero nel febbraio del &#8217;62 che mi sembra che quel giornalista chiamò le &#8220;fumisterie&#8221; criticando il sindacato perché in quello sciopero si mosse pochissima gente.</p>



<p>Ma, secondo me, questo sciopero il sindacato non ha avuto il coraggio di dichiararlo esplicitamente. Perché ci dicevano: &#8220;Dovete fare uno sciopero interno per vedere come riesce, per vedere poi se riusciamo ad allargarlo. Voi dovete essere in grado di fare uno sciopero interno, improvviso; e poi noi, vedendo come va questo, siamo poi in grado di darvi una mano preparando uno sciopero più grosso, di reparto o di fabbrica&#8221;. Allora noi abbiamo tentato questo. Ma quello che ricordo è anche la paura: &#8220;Lei lavora? E lei?&#8221; dicevano i capi avvicinandosi ai lavoratori fermi e gli operai: &#8220;Ma, noi… veramente&#8230;&#8221; Però, malgrado una giornata di questo genere, che oggi sarebbe abbastanza incredibile, alla fine della giornata avevamo una sensazione che davvero si fosse riusciti in qualcosa. E ci siamo resi conto che rappresentava l&#8217;inizio. Allora sono cadute le remore per quel famoso giornale e abbiamo cominciato a scrivere. Si chiamava <em>Potere Operaio</em>. Io non ce li ho neanche tutti, sono usciti tre o quattro numeri. A questo punto non ero ancora stato scoperto dalla direzione. Quindi continuai a riferire sia al partito sia alla Cgil. L&#8217;impressione era favorevole alla dichiarazione di sciopero, perché molta gente si diceva disponibile.</p>



<p>Passò un po&#8217; di tempo. In fabbrica non si faceva altro che discutere che non eravamo capaci di muoverci, che eravamo dei conigli, che prima o poi dovevamo muoverci, ecc. ecc. A questo punto mi sembra che si stavano facendo i preparativi per la nuova Commissione Interna. Io sono stato ammesso come candidato. Quando la direzione vide il mio nome tra i candidati mi mandò a un lavoro più pesante, alle teste cilindri dei camion, con sette forature multiple, con 50-60 punte che lavoravano contemporaneamente. Dovevo alimentare contemporaneamente quattro macchine, con una polvere infernale (era tutta ghisa) per cui tu arrivavi a sera veramente stanco.</p>



<p>Mi sono trovato sbattuto lì immediatamente. Però prima di farmi questo la direzione mi aveva chiamato e mi aveva detto: &#8220;Ma insomma! Lei sa, può andare avanti, ci dispiace di…&#8221;. Neanche una settimana dopo mi davano tre giorni di sospensione perché avevano detto che io mi ero assentato dal posto di lavoro. E non era assolutamente vero. Allora io sono andato in ufficio, mi son</p>



<p>seduto, ho detto: &#8220;Io non mi muovo di qua finché non lo giustificate&#8221;. Me l&#8217;hanno tolta. Però son passati due giorni e me ne han data un&#8217;altra, di un giorno solo.</p>



<p>Ormai c&#8217;era la persecuzione, a quel punto lì non potevo assolutamente più muovermi. Poi terminai una relazione scritta da altri, dove però misi qualche parolina mia e un&#8217;altra volta alla radio della fabbrica, dove misi qualche parola un po&#8217; più feroce, di quelle del sindacato.</p>



<p>Poi usci <em>Potere Operaio</em> con gli articoli tutti firmati, perché all&#8217;interno del nostro gruppo ci fu una lotta di un certo tipo. Noi abbiamo detto: &#8220;Dobbiamo fare in modo che la gente sappia chi scrive questi articoli&#8221;. Io ancora oggi sono convinto di queste idee. In fabbrica, almeno, è fondamentale. Certo non ha importanza che, a un certo punto, ti scopri con i padroni. A parte che ti bruci comunque. Uscì un articolo con le firme e da quel giorno lì la persecuzione aumentò. Però cresceva tutta una grossa solidarietà intorno. Era una solidarietà non ancora completa, con molti limiti, che non ti permetteva di muoverti seriamente. Ho cominciato a muovermi un pochino di più quando c&#8217;è stato il rinnovo del contratto.</p>



<p>Nel frattempo, ero già stato trasferito alla Spa Stura perché avevo dato dell&#8217;asino a un capo. E qui, dopo 5-6 mesi avevo già assistito a diversi incidenti. Ragazzi che si portavano via le dita, perché i ritmi erano abbastanza bestiali. Io non ce la facevo mai, la catena se ne andava per conto suo. Io mettevo la testa ai cilindri dei trattori piccoli; dovevo bloccarli, mettere le scodelline, mettere le punterie, chiudere tutto con la chiave tarata. E poi ruotarla per darla al collega che andava avanti. Lavoravamo tutti al limite massimo delle nostre possibilità. In quel periodo ho avuto quella crisi di rapporti che mi ha portato a scegliere proprio i lavoratori di cui la direzione diffidava e faceva diffidare.</p>



<p>Uno di questi, però, era un compagno vinto, che non aveva più coraggio. Lavorava con me alle teste cilindro, aveva una malattia agli occhi, una specie di cataratta, non lo muovevano di là e allora era l&#8217;unico che parlava con me. Un giorno m&#8217;ha detto: &#8220;Guarda che mi han chiamato in ufficio e mi han detto che non devo più parlare con te&#8221;. Io gli ho detto: &#8220;Fa&#8217; un po&#8217; come vuoi, ma una cosa devi fare: con questi occhi non puoi più stare qui&#8221;. Questo stava tre mesi a casa finché guariva, quando tornava lo rimettevano nuovamente lì . Era quel lavoro li che gli faceva male e in alto loco lo sapevano, si vede che era allergico. Come c&#8217;erano altri allergici che lavoravano con le mani completamente immerse nell&#8217;olio. C&#8217;era chi non reagiva, chi reagiva con foruncoli… guarivano con la pomata, tornavano e si ammalavano nuovamente. Di solito era la gente perseguitata, perché i lavori più nocivi non li davano a tutti. Chi era un uomo tranquillo spesso gli si trovava un posto adatto.</p>



<p>E poi è arrivata la lotta del &#8217;62 che ha dato quella spinta. Il problema era questo: noi avevamo questo contratto. Penso che ci fosse una certa tendenza generale, nel &#8217;60, a ritenere che l&#8217;Italia fosse entrata, economicamente, in un periodo buono. E quindi una certa forza di poter costringere i padroni a dare qualcosa di più, visto che guadagnavano di più. Penso che questo sia fondamentale nella coscienza comune della gente. Anche a me pareva esatta una cosa del genere. Poi il mito della Fiat immaginato come una grande famiglia, nel senso che aveva la propria mutua, i propri centri culturali ecc., cominciava a logorarsi. Nel senso che quei servizi, che quando la Fiat era piccola forse funzionavano meglio che altrove, quando sono entrato io non funzionavano più &#8220;tanto bene&#8221;. Tu andavi in mutua e aspettavi un&#8217;ora o due il medico per la coda; quindi c&#8217;era un mito che stava frantumandosi. E poi c&#8217;era la paga, che non ti dava più sicurezza.</p>



<p>Tutto questo influiva notevolmente sul nostro modo di pensare e di agire, e c&#8217;era la voglia di battersi per una cosa che non fosse ridicola. Io non sapevo allora la storia precisa del sindacato, ma mi è sembrata quella di aver dovuto resistere a tutti i costi, sotto un attacco violentissimo, mentre adesso si tentava di passare all&#8217;attacco.</p>



<p>Questa sensazione era dovuta a tutto un insieme di cose. Molte volte la gente più arrabbiata con la direzione, con la gerarchia Fiat non erano tanto i compagni militanti che erano più coscienti; spesso la più arrabbiata era la gente che veniva dalla campagna. Da noi c&#8217;erano ancora pochi meridionali; da noi c&#8217;erano dei relativamente giovani che venivano tutti dalla campagna piemontese. Allora c&#8217;era stato il grosso boom dei paesini piemontesi i cui parroci erano in pratica gli informatori della Fiat. Io mi ricordo che li mandavano a prendere dai paesi, ne ricordo tre o quattro del paese di mia moglie. Ed era un discorso molto difficile, però anche loro, lentamente, cominciavano ad aprirsi, con molta più difficoltà che per quanto riguardava i meridionali anche perché loro avevano degli sbocchi che i meridionali non avevano perché dovevano vivere con quello che la città, che il rapporto di produzione gli dava, mentre per i piemontesi c&#8217;era una mezza cascina&#8230; un orticello da qualche parte; c&#8217;era la possibilità di risparmiare e quindi la possibilità di avere condizioni meno dure. Questa gente (i non compagni) è riuscita a nascondersi in un movimento, non pagava di persona, ed è esplosa molto più duramente dei compagni. Gli altri avevano la coscienza e quindi la paura che ci fossero provocazioni e quindi erano anche frenati. Questa gente menava le mani, anche</p>



<p>se poi tendeva, per la paura, a nascondersi. E penso che siano stati questi che abbiano giocato un ruolo fondamentale nei fatti di piazza Statuto e nelle denunce di Valletta o degli 88 licenziati di quel periodo; perché i cosiddetti &#8220;atti di teppismo&#8221;, quando andavano a rovesciare la macchina del capo servizio o gli impedivano assolutamente di entrare in fabbrica o lo menavano, tutte queste cose qua, io sono convinto fossero un fatto spontaneo e incontrollabile. Il sindacato a mio parere in quel periodo comprese la tendenza e cercò di controllarla, ma in effetti io non conoscevo bene la situazione al sindacato anche perché i rapporti li mantenevo molto di più col Psi.</p>



<p>Comunque preparammo bene la lotta contrattuale. Alla prima dichiarazione di sciopero, il 13 giugno, quando sembrava sicuro l&#8217;esito positivo, praticamente fallì perché facemmo sciopero solamente i candidati delle liste di CI (e neanche tutti)&#8230; Al mio cancello eravamo, mi sembra, in cinque. Comunque una cosa che ricordo bene fu la sera stessa del fallimento. Perché lo sciopero non era riuscito? Non saper cosa dire, non saper bene come analizzare una lezione di questo genere davanti ai responsabili, davanti ai compagni della Camera del lavoro e del partito. Perché anche il partito sapeva che in quel momento era molto importante riuscire. E poi il secondo sciopero che riuscì in un modo meraviglioso… Quell&#8217;esperienza lì non te la saprei più raccontare&#8230; è stata talmente graduale e talmente enorme allo stesso tempo… è stato un salto di qualità… ma neanche un mese dopo ci hanno licenziati. Io sono stato licenziato il 3 agosto.</p>



<p>Del secondo sciopero ricordo soltanto una cosa: noi siamo andati là verso le tre e mezzo del mattino, c&#8217;era già la polizia, uno spiegamento enorme di polizia. I primi compagni che arrivavano, i soliti crumiri incalliti che arrivavano alle tre; però, man mano che veniva il grosso, vedevi che molti entravano con la testa bassa, ma una parte notevole stava fuori. Per la prima volta, io vidi dei compagni, che non avevano abbandonato, ma piuttosto subito, che erano stati dei vinti, giocoforza, sotto una situazione di lavoro, economica, familiare e che avevano riacquistato la propria capacità di dire no al padrone. Ho visto parecchi operai piangere, come credo di non avere visto mai; e piangere di un pianto così felice che questa è proprio una sensazione che non dimentico. E siamo andati poi al bar e abbiamo bevuto e abbiamo discusso di come andare avanti, come fare, ecc. ecc.</p>



<p>Quel che ricordo è che, ritornando in fabbrica, nelle rispettive squadre, c &#8216;era molta più umanità, molta più possibilità di parlare e di movimento, cosicché all&#8217;interno di questo primo successo lavorammo perché si allargasse ulteriormente e fummo aiutati anche dal clamore dei giornali che scoprirono che forse la politica di Valletta non era tutta da lodare… Al secondo sciopero fummo 700 su 5 mila, al terzo sciopero tutti.</p>



<p>Poi venimmo a sapere anche del fatto di don Antonio, cappellano militare. Questo qui veniva in fabbrica e regalava le immaginette di Santi e Madonne. Allora io una volta lo fermo e gli dico: &#8220;Cappellano, non si vergogna di regalare le immaginette? Qui ci portano via la pelle&#8221;. E lui mi rispose : &#8220;Finché non vi tirate su le brache voi non c&#8217;è niente da fare”. Così diventammo abbastanza amici. E poi seppi che la direzione la sera stessa del contratto bidone l&#8217;aveva convocato: gli han detto: &#8220;Lei deve andare in giro dicendo che è un buon contratto (mi sembra che han chiuso al 6%) e che gli operai dovevano stare tranquilli ecc. ecc. E lui ha risposto: &#8220;Se volete un cappellano militare io sono qua, se volete un pompiere andate a prendervene un altro&#8221;; al che la direzione lo ha fatto accompagnare dal sorvegliante al cancello, gli ha tolto il tesserino e di lui non si è più saputo nulla. Infatti io due giorni dopo cercavo di questo prete per fargli una intervista per <em>Potere Operaio</em>, ma mi sembra che venne isolato anche dalle gerarchie religiose; cioè venne nascosto, praticamente non si riusciva più ad avere un colloquio con lui.</p>



<p>Alla Spa ci furono alcuni casi molto rari in cui alcuni crumiri vennero picchiati. Io non fui presente a questi fatti, però vidi un sacco di &#8220;barotti&#8221; i quali, avendo fatto sciopero prendevano delle zolle di terra che pesavano chili e le gettavano addosso ai crumiri dicendo: &#8220;Mangia, crumiro&#8221;. Erano forme di violenza apparenti, ma di liberazione reale, non c&#8217;era cattiveria negli stessi crumiri, abbassavano la testa e se ne andavano via. Non ricordo altri fatti di violenza alla Spa Stura in quel periodo. Avevano rovesciato qualche macchina, ma di prepotenti che volevano entrare a tutti i costi. Rappresentavano i dirigenti, comunque gente al vertice all&#8217;interno della fabbrica. Un altro particolare che mi sembra giusto ricordare è che un cronista della <em>Stampa</em> il giorno prima aveva firmato un articolo descrivendo com&#8217;era andata questa lotta; e ci aveva descritto come dei violenti. L&#8217;abbiamo circondato ben bene, un centinaio, e gli abbiamo detto: &#8220;Lei cosa scrive?&#8221; Lui ha cercato mille scuse, che non era colpa sua, che il pezzo era suo come firma ma che l&#8217;impostazione l&#8217;aveva data il direttore; allora un operaio gli ha detto: &#8220;Senta, se noi le vendessimo un&#8217;automobile con le ruote quadre, lei la prenderebbe? Lei le informazioni che ci ha dato è come se ci avesse venduto un&#8217;automobile con le ruote quadre&#8221;. Questo aveva una fifa matta, era arrossito come un peperone, sudava, non capiva più quello che si diceva. Anche lì non abbiamo avuto la capacità di dimostrare completamente che questo individuo era un burattino del padrone, perché c&#8217;era in molti una certa deferenza per il giornalista, per la persona importante, per il privilegiato. Non l&#8217;abbiamo neanche menato perché non eravamo dei violenti, questa era la realtà; perché mi sembra che a un certo punto un operaio gli abbia detto: &#8220;A questo punto dovremmo proprio menarti per dimostrarti che tu hai ragione, ma vai vai stronzo&#8221;. Partito subito, senza farsi più vedere, anche professionalmente anche dopo anni.</p>



<p>Ricordo anche alcuni episodi secondari. Di Todisco (militante comunista divenuto nel &#8217;68 uno dei principali leader operai della Lancia, <em>nda</em>) che fu portato di forza dalle guardie nella guardiola. Era uno del Pci, l&#8217;han preso perché dicevano che aveva picchiato qualcuno, non ricordo bene; lo prendono e dopo neanche trenta secondi vedi un manipolo di operai, saranno state 100 persone, che vanno alla guardiola, se lo prendono e se lo portano via di brutto. Ho l&#8217;immagine di alcuni carabinieri giovani, vestivano con la divisa color caffè, col tascapane pieno di armi. Ricordo di essere passato in macchina, perché anch&#8217;io ogni tanto volevo fare il giro di tutta la città quando eravamo in sciopero. Ne avevano preso sei o sette e li avevano messi nel muro della Lingotto e li si erano trovati isolati. Gli han detto: &#8220;Non vi muovete! State solo tranquilli che nessuno vi fa niente, ma non rompete i coglioni”. E quelli erano più bianchi che mai, sull&#8217;attenti &#8230; Ricordo poi, un guardione particolarmente… bastardo come pochi, che credeva ancora nella forza della sua divisa, e a un certo punto tra un gruppo di operai uno gli ha gridato: &#8220;Io ti prendo a te e ti ammazzo, bastardo; e quello : &#8220;Ehi tu, qui&#8221;. E i suoi colleghi: &#8220;Stai zitto che se no ci ammazzano tutti, stai zitto&#8221;. Insomma, dopo un po&#8217; vedo un mucchio di operai dopo aver scavalcato il cancello inseguirlo di corsa in mezzo ai capannoni.</p>



<p>Poi c&#8217;è lo scontro di piazza Statuto. Io sono andato ma poi sono scappato via subito. Io col gruppo del Psi siamo andati a mangiar fuori il sabato pomeriggio, talmente contenti… Quando siamo tornati sai cos&#8217;è capitato? Io abitavo dall&#8217;altra parte della città, loro mi hanno accompagnato in macchina, tornando sono passati da piazza Statuto e hanno preso un sacco di legnate: dagli operai, perché facevano i pompieri, dalla &#8220;pula&#8221; perché li conoscevano per sindacalisti.</p>



<p>I fatti ricordo si svolsero in questo modo. Al mattino ci si svegliava sempre un&#8217;ora prima per andare a far picchetto; sentiamo che quella notte c&#8217;era stato l&#8217;accordo, allora incazzati come una bestia, insieme ad altri abbiamo cominciato a fare casino. Allora A . B. ha cominciato a dire: &#8220;Non c&#8217;è stato ancora nessun volantino, formiamo tutti dei gruppi sparsi, andiamo in piazza Statuto a farla vedere alla Uil&#8221;. Eravamo davanti alla fabbrica a fare i picchetti. Io non sono andato, questo devo dirlo per onestà, comunque la maggioranza è andata, alla spicciolata, con in testa A . B. Militanti in questo gruppo ce n&#8217;erano pochi, erano quasi tutti spontanei, gente incazzata per essere stata presa in giro e che voleva fare casino e menare giustamente le mani . A. B. aveva ascendente, era un capo-popolo. È riuscito a convogliare un bel po&#8217; di gente. Evidentemente la voce si è sparsa perché poi in piazza Statuto ce n&#8217;era un fottio. Sono partiti e poi mi hanno raccontato che sono entrati dentro, che hanno fatto un casino della Madonna; però con precisione io non ricordo molto bene. E so però che l&#8217;iniziativa era partita dalla Spa Stura. C&#8217;era voglia nella gente di picchiare, dopo quell&#8217;accordo, c&#8217;era una gran voglia di menare le mani. Da noi in fabbrica i rappresentanti della Uil erano spariti. Vidi molti iscritti alla Uil che minacciavano il proprio rappresentante; io, devo dire onestamente che tendevamo, anche se non chiaramente, a un&#8217;azione che ci salvasse il contratto, perché il nostro problema fondamentale era quello, e quindi questa rabbia radicale nei confronti della Uil era proprio dettata da questo.</p>



<p>Certo io ricordo la campagna di calunnie contro il movimento di piazza Statuto… Tutte balle, a un certo punto la gente s&#8217;era incazzata davvero. Io come l&#8217;ho vissuta? Un po&#8217; sul piano sindacale, anche perché i punti più nevralgici di questo impatto radicale non li ho vissuti direttamente; perché quando hanno rovesciato la macchina del direttore Pistamiglio, non c&#8217;ero anche se poi mi hanno accusato di questo [&#8230;] per potermi buttare fuori dalla fabbrica. Il problema della violenza vista dalla parte operaia io non l&#8217;ho visto come lo potrei vedere oggi, l&#8217;ho vista dalla parte del sindacato, che comunque ritengo ancora oggi, difendeva gli operai che erano andati in piazza Statuto, anche se sempre più blandamente, se ricordo bene. Si invitava la gente alla calma, perché la loro analisi di fondo era che la rabbia non serviva nemmeno ai lavoratori a liberarsi della loro alienazione.</p>



<p>Credo che in quel periodo non ebbi coscienza della differenza tra lotta in fabbrica e lotta in piazza; pensavo che fosse molto importante che lo sciopero riuscisse e io rimasi a fare il picchetto comunque.</p>



<p>Ecco perché io non vissi direttamente la violenza dei lavoratori, contro una violenza più forte nei loro confronti; ecco perché non ho ricordi molto ben specificati. In quel momento lì, siccome sapevo che una parte di compagni andavano in piazza Statuto, per me era importante non indebolire l&#8217;altro centro, perché era molto importante che lo sciopero riuscisse.</p>



<p>Io pensavo all&#8217;inizio che piazza Statuto dovesse rappresentare un momento in cui un gruppo di compagni decisi, spaccasse un po&#8217; di tutto, ma che rimanesse limitato; non supponevo che assumesse le dimensioni che ha assunto. Siccome partivo dalla logica che in fabbrica avevamo sempre avuto molte difficoltà per lo sciopero, era giusto che noi rimanessimo li, e io sono rimasto li,</p>



<p>mentre A. B. che da questo lato, secondo me, ha sottovalutato, è partito, slegandosi da una disciplina e dicendo: &#8220;Adesso andiamo a menarli lì&#8221;. Infatti io sono convinto che è nata da lì piazza Statuto. Non so bene la genesi, ma se vai a informarti bene, vedi che non è partita né da Mirafiori né da altre parti. [&#8230;] Io allora ero limitato ad una realtà complessa; sapevo quant&#8217;era stato difficile cominciare a lottare alla Fiat, per cui era fondamentale difendere questa lotta. Evidentemente il sindacato aveva la stessa paura. Poi c&#8217;era la paura di essere accusato come sovversivo &#8211; infatti io ho avuto due o tre riunioni in quel periodo &#8211; non so perché, forse perché di me si fidavano. Ricordo addirittura che partecipai alla segreteria quando venne Foa da Roma con Garavini e Pugno, però ero troppo immaturo per capir certe cose, oggi non mi farei più fregare tanto facilmente, ma allora…</p>



<p>Mi ricordo che prima di agosto ho partecipato anche al comizio dell&#8217;Alferi. Mi ricordo che ho parlato anche con Panzieri. Panzieri con il suo gruppo, che i sindacalisti ufficiali non volevano vedere né far parlare. Io non la ricordo positivamente, perché intuivo che cominciava già la rissa contro questi gruppi; e io devo dire con tutta onestà, che oggi soltanto posso capirlo, ma allora mi… riusciva assurdo. Non vedevo tanto la differenza tra questi, la differenza tra Panzieri che diceva: &#8220;Portiamo avanti un certo discorso&#8221; e il sindacato che invece si crogiolava in queste vittorie.</p>



<p>Io ero entrato talmente in fretta in questa situazione che non riuscivo a sapere la storia di prima; e questo mi handicappava notevolmente, perché se avessi saputo gli antefatti&#8230; In quel momento, non ho fatto una scelta tra uno e l&#8217;altro proprio perché non sapevo e non volevo fare una scelta di quel tipo che mi pareva scissionistica. Questo era il discorso di fondo; poi ho fatto le esperienze più tardi, quando sono ritornato al lavoro operaio.</p>



<p>Questa è l&#8217;esperienza che ho avuto allora, però la ricordo con un certo rimpianto in questo senso: le occasioni perdute. Perché è stato travolgente e non ero esperto perché avrei potuto sfruttare di più la situazione, nel senso che non ho colto tutte le implicazioni politiche ecc., ero troppo inesperto per poter capire certe cose. Ad esempio, ero molto contrario che prendessero i compagni di fabbrica e li mandassero al sindacato: io dicevo che dovevano prenderli per sei mesi, massimo un anno e rimandarli indietro; invece ci fu la prassi di prenderli, di slegarli dalla realtà, di farne dei burocrati. Però quando feci questa proposta anche alle alte gerarchie, caro mio, mi guardarono brutto. In una riunione io dissi che forse la mobilità per i dirigenti sindacali andava bene, tornarsene in fabbrica ci avrebbe riequilibrati; ma la mobilità va bene per una parte sola, come sai . E loro al lavoro, quello vero, sono ancora abituati?</p>



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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 13:20:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel quarto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto (Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un secondo estratto del capitolo Le interpretazione (pp. 36-71) dove si percepisce con una certa chiarezza come anche nelle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio (Pci, Psi e Cgil), [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel quarto appuntamento con il testo di Dario Lanzardo, <em>La rivolta di piazza Statuto</em> (Feltrinelli, 1979), in occasione dei 60 anni della rivolta, proseguiamo con un secondo estratto del capitolo <em>Le interpretazione</em> (pp. 36-71) dove si percepisce con una certa chiarezza come anche nelle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio (Pci, Psi e Cgil), inizia a farsi strada la tesi secondo la quale la manifestazione si è sviluppato in “tre tempi”, nell’ultimo dei quali – il terzo tempo appunto &#8211; agli scioperanti operai (quelli “ordinati” e “rispettosi” delle istituzioni democratiche) si sono sostituiti i “teppisti”. Il principale obiettivo della tesi: &#8220;quelli di piazza Statuto sono gente manovrata&#8221;, perché “essi non se la prendono con i fanali, con le aiuole, con le paline segnaletiche, con le pensiline tranviarie o con altro bene pubblico, giacché essi sono gelosi della proprietà collettiva, cioè di quello che pagano con il loro lavoro”.</p>



<p>“Teppisti”, “provocatori”, “assoldati”, “fascisti”, “pregiudicati” e poi ancora &#8220;giovinastri&#8221;, &#8220;meridionali&#8221;, &#8220;disoccupati&#8221;: queste sono le categorie più usate dalla stampa e dalle organizzazioni del movimento operaio per descrivere i rivoltosi di piazza Statuto.</p>



<p>Ancora una volta non viene neanche lontanamente considerata l&#8217;ipotesi che il soggetto protagonista della rivolta torinese possa essere qualcosa di profondamente diverso dai partiti e che fra questi e le classi che dicono di rappresentare possa esserci un rapporto diverso da quello di semplice identità.</p>



<p>Il gruppo di <em>Quaderni Rossi</em>, a seguito dell&#8217;intervento autonomo fatto con un proprio volantino dinanzi i cancelli della Fiat, venne indicato, paradossalmente assieme ai fascisti, come uno dei gruppi provocatori responsabili degli scontri di piazza. Le organizzazioni sindacali accusarono il gruppo di aver contribuito alla disgregazione sindacale e operaia.</p>



<p>I fatti di Piazza Statuto rappresenteranno, lo ricordiamo, un elemento di frattura all’interno dello stesso gruppo che, da lì a poco, entrerà in crisi. Poche settimane dopo, comunque, Quaderni Rossi pubblicò un&#8217;analisi che, seppur parziale, resta tuttora un documento valido per comprendere le dinamiche di quegli eventi.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>* * * * *&nbsp;</em></p>



<p><br><strong>Il Partito comunista italiano</strong></p>



<p>Il Pci fa del suo meglio per evadere la richiesta di Cisl e Dc. Ma non è facile, data la realtà dei fatti.</p>



<p>L&#8217;interpretazione iniziale su piazza Statuto è, rispetto a tutta l&#8217;argomentazione successiva, una specie di &#8220;incidente&#8221;; l&#8217;articolista è l&#8217;inviato da Roma e già nel resoconto sullo sciopero del mattino accenna correttamente all&#8217;esistenza di un soggetto operaio diverso da quello che sarà lo stereotipo delle interpretazioni successive agli incidenti. Parlando della tensione esistente nel picchetto al Lingotto, scrive: &#8220;In prima fila sono gli &#8216;arrabbiati&#8217;, come li ha chiamati qualche giornale. Sono i ragazzi che lavorano nella più pesante e massacrante catena&#8221;. E poi, fornendo un primo affrettato ma abbastanza euforico resoconto su piazza Statuto:</p>



<p><em>Quello che succede qui non ha sicuramente precedenti: per tutta la giornata e fino a tardissima notte decine e decine di lavoratori iscritti alla Uil cingono d&#8217;assedio la loro sede provinciale tentando invano di essere ricevuti dai dirigenti. Questi non solo rifiutano di rendere conto del loro operato, ma giungono al punto di chiedere l&#8217;intervento della polizia contro i lavoratori&#8230; In un&#8217;atmosfera sempre più tesa decine di operai socialdemocratici tentano più volte di raggiungere la loro sede&#8230;</em></p>



<p>Concludendo con una aperta &#8220;apologia&#8221; della combattività operaia:</p>



<p><em>Verso le 16 la polizia interviene con le prime cariche, ma poco dopo la zona antistante la sede del sindacato socialdemocratico è di nuovo nelle mani degli operai.</em></p>



<p>Ma è solo un &#8220;neo&#8221;. Già nello stesso numero del quotidiano e poi, nei giorni successivi in tutti gli altri organi di stampa a disposizione (dal quotidiano milanese <em>Stasera</em> a <em>Unità Operaia</em> a <em>Torino cronache</em>, ecc.) si sviluppa la tesi di fondo basata sulla domanda: &#8220;a chi giova?&#8221;; e nella risposta: ai padroni &#8211; principalmente Valletta e la Fiat &#8211; per svalutare il significato dello sciopero e cioè la ritrovata unità della classe operaia, e a tutte quelle forze di destra (fino a gran parte della Dc) che vogliono far crollare il centro-sinistra o, nella migliore delle ipotesi, svuotarne il programma di ogni spirito di rinnovamento economico e politico. Per quest&#8217;ultimo fine, l&#8217;attacco al partito comunista è una via obbligata che spiega le accuse ai comunisti di essere stati gli autori, tanto delle violenze davanti ai cancelli, quanto i sobillatori di Piazza Statuto.</p>



<p>In conseguenza la linea di difesa del Pci si pone i seguenti obiettivi: 1) tenere la fabbrica il più distante possibile dalla piazza presentando la lotta di fabbrica come assolutamente pacifica e democratica e, coerentemente, l&#8217;inizio della manifestazione in Piazza Statuto come pacifica, fatta da operai ma &#8220;in prevalenza della Uil&#8221; medesima. 2) Addebitare a parte della polizia, quella &#8220;esterna&#8221; agli ordini del Ministero degli Interni, tanto l&#8217;inizio delle ostilità quanto le esasperazioni successive, facendo sparire gli operai e i comunisti dalla scena, dopo la prima carica &#8220;a freddo&#8221;, e comparire i provocatori assoldati da quelli &#8220;cui giova&#8221;, oppure gli &#8220;ignari cittadini di passaggio&#8221;. 3) Alimentare comunque, il più possibile la tesi della provocazione anticomunista facendo anche riferimento ai numerosi precedenti storici.</p>



<p>Ma vediamone lo sviluppo nel resoconto della cronaca. Da <em>Torino Cronache</em> sotto il titolo Operazione Piazza Statuto[25]. &#8220;Perché uno sciopero che si era svolto nella calma più completa, in cui i lavoratori avevano dimostrato un altissimo senso di disciplina, ha avuto l&#8217;incresciosa appendice della gazzarra di Piazza Statuto?&#8221; E che lo sciopero operaio è stato disciplinato non ci sono dubbi. &#8220;Durante l&#8217;arco dell&#8217;intera giornata, gli unici incidenti di una qualche entità vedevano costantemente a protagonisti funzionari e dirigenti della Fiat (tra cui lo stesso direttore della Spa-Stura Pistamiglio) lanciatisi con le loro vetture contro i lavoratori ammassati dinanzi agli stabilimenti&#8221;[26]. Poi la&nbsp; cronaca.</p>



<p><em>Sabato 7, ore 16. Un migliaio di operai della Fiat si dirigono in piazza Statuto. L&#8217;indignazione&#8230; li ha spinti a manifestare la loro protesta sotto le finestre del sindacato socialdemocratico. Fischi, urla, nessuno tuttavia cerca di salire le scale, come affermerà in seguito la polizia. Un gruppetto si avvicina alla porticina e appende un cartello ove si legge: &#8220;Gli operai vi licenziano in tronco&#8221;. A poco a poco si passa a discutere, si formano capannelli, alle 16,30, la manifestazione si può dire conclusa; ma ecco arrivare le camionette, gli autocarri carichi d&#8217;agenti del reparto celere di Padova&#8230; comincia la caccia&#8230; secondo quella tecnica di aggressione indiscriminata&#8230; rivolta ad esasperare gli animi per impedire il ritorno alla calma.</em></p>



<p>Titolo: <em>Arrivano facce nuove</em>. Il testo:</p>



<p><em>Arrivano Genisio, segretario della Cisl e Garavini segretario della c.d.l.: si fermano in mezzo alla piazza, attraverso un microfono invitano i lavoratori a dirigersi verso le sedi delle loro organizzazioni sindacali od a tornare a casa. Alle 18 è tornata la calma. &#8220;Com&#8217;è ripresa la battaglia dopo la tregua seguita all&#8217;intervento dei sindacalisti? È in quelle ore, dalle 18 alle 21, che la manifestazione viene assumendo le proporzioni di una gigantesca provocazione: nella piazza cominciano ad affluire strani personaggi che diverranno nel corso della serata i protagonisti indisturbati dei più incresciosi episodi di vandalismo.</em></p>



<p>Poi la famosa testimonianza di Tridente:</p>



<p><em>A poco a poco gli operai se ne andavano ma arrivavano facce nuove che con le maestranze in sciopero e con la Fiat o con la Uil non avevano nulla a che fare&#8230; Si tratta di gruppi di giovani&#8230; del tutto estranei sia alle due organizzazioni sindacali sia ai partiti operai[27]. Si saprà più tardi che parecchi di questi giovani sono affiliati al gruppo di provocatori di &#8220;Pace e Libertà&#8221;, che altri sono stati ingaggiati con poche migliaia di lire fra i neo-immigrati meridionali in cerca di occupazione, che l&#8221;&#8217;incetta&#8221; di giovani scalmanati pronti a menar le mani e a creare le condizioni dell&#8217;incidente, ha fatto pure capo ad un notissimo esponente della destra democristiana torinese.</em></p>



<p>Questa &#8220;informazione&#8221; è anche lo spunto per un grosso articolo &#8211; su nove colonne in pagina nazionale dell&#8217;<em>Unità</em> &#8211; di Diego Novelli [28]. Titolo: <em>L'&#8221;Operazione Piazza Statuto&#8221;: riveliamo il retroscena della provocazione</em>. Sottotitolo: &#8220;1500 lire ed un pacchetto di sigarette: chi ha pagato?&#8221;. In un quadro storico più ampio della politica di repressione, discriminazione e provocazione della</p>



<p>Fiat negli anni &#8217;50 e dei suoi legami in atto con la formula centrista vigente nel consiglio comunale di Torino, il giornalista scrive che in piazza Statuto erano stati riconosciuti alcuni attivisti del &#8220;Centro Luigi Sturzo&#8221; e del &#8220;Centro Assistenza Immigrati&#8221; fondati e diretti dall&#8217;esponente della destra Dc Costamagna. Due di questi, fermati e poi rilasciati dalla polizia erano stati visti nei bar di via Garibaldi, nei pressi del palazzo della <em>Gazzetta del Popolo</em> che &#8220;nelle sue edizioni di lunedì aveva distinto nettamente le responsabilità nei primi incidenti&#8230; affermando che Cisl e Cgil erano estranee alla gazzarra&#8221;. Durante l&#8217;assalto al giornale due dipendenti &#8220;hanno bloccato alcuni ragazzi i quali hanno loro dichiarato[29] di aver ricevuto da individui sconosciuti, nei pressi del bar-tabaccheria di via Garibaldi, 1500 lire e un pacchetto di sigarette ‘purché si associassero ad altri giovani già schierati sulla piazza contro la polizia&#8217;&#8221;. <em>Torino cronache</em>, riporta anche di un giornalista (non ne fa il nome) che &#8220;fermo all&#8217;angolo di corso S. Martino sente alcuni giovani che fuggono di fronte ad una carica (da cui usciranno, guarda il caso incolumi) pronunciare una frase significativa: &#8216;Per le duemila lire che ci danno, c&#8217;è da sudare!'&#8221;.</p>



<p>Ma continuiamo a seguire <em>Torino cronache</em>. Titoletto: &#8220;Garavini aggredito&#8221;:</p>



<p><em>Sono le 23 circa, da un&#8217;auto della Fiom che da ore circola per la piazza e dal cui microfono si succedono in continuazione gli inviti, inascoltati, ai dimostranti perché abbandonino la zona, scende Garavini. Il sindacalista si avvicina ad un gruppo di giovani esagitati, cerca di rimandarli a casa; improvvisamente alle sue spalle giunge un giovinastro con un bastone, cerca di colpirlo, Garavini evita il colpo grazie all&#8217;intervento di un altro sindacalista. All&#8217;on. Pajetta, accorso sulla piazza per fare opera di persuasione&#8230; non è andata cosi bene: una pietra scagliata da un giovane elegantissimo, che nessuno poteva scambiare per un operaio, lo ferisce ad una gamba.</em></p>



<p>Su questo episodio <em>Stasera</em> aggiunge qualcosa: &#8220;I dirigenti sindacali, i parlamentari di sinistra che si erano recati per invitare la gente alla calma, sono stati insolentiti e minacciati da gruppi di teppisti il cui unico scopo era quello di provocare una situazione tale da offrire il destro agli industriali, di gridare alla rivolta&#8221;[30].</p>



<p>Poi, sotto il titoletto &#8220;I fascisti in piazza&#8221;, l&#8217;altra dichiarazione dei due dirigenti Cisl: &#8220;I provocatori sono fuggiti su giuliette sprint spider e T.I&#8230; molti li abbiamo riconosciuti&#8230; un noto esponente della Cisnal&#8230;&#8221;.</p>



<p>E la polizia?</p>



<p><em>L&#8217;opera provocatoria della polizia si estende; le cariche non si rivolgono contro le poche centinaia di individui che abbattono i paletti al centro della piazza, che lanciano sassi all&#8217;indirizzo dei sindacalisti e dei passanti; le camionette della polizia aggrediscono i gruppi dei curiosi, si colpiscono furiosamente gli spettatori dell&#8217; &#8220;Ideal&#8221; che stanno uscendo&#8230; In questo modo allo sparuto gruppo di provocatori che continuano indisturbati l&#8217;opera di demolizione della piazza, si uniscono gruppi sempre più folti di cittadini&nbsp; esasperati&nbsp; per&nbsp; il&nbsp; comportamento&nbsp; della&nbsp; polizia: lo scopo della provocazione è raggiunto. Solo alle 4 del mattino la polizia si decide a far sgombrare il campo: fra gli arrestati ed i fermati nessuno degli scalmanati che hanno distrutto la piazza, soltanto curiosi, cittadini coinvolti per caso o che hanno reagito dopo essere stati aggrediti.</em></p>



<p>E più avanti:</p>



<p><em>Si potrebbe continuare a lungo, si potrebbe narrare di quel gruppo di giovani fermati, accusati di esser comunisti e subito rilasciati quando dichiararono di esser figli di industriali. [Continua, invece] la caccia al comunista e al socialista che dovrà servire a convalidare la tesi sulla responsabilità del Pci nei disordini. Solo così si spiega la massiccia opera di rastrellamento che inizia al mattino per proseguire, nel corso di tutta la giornata, con puntate e cariche che si irraggiano fino a Porta Susa e Porta Palazzo, poiché, come è noto, gli elettori dei partiti operai sono più di un terzo della popolazione, si vuol &#8220;fermare&#8221; una gran massa di cittadini per poi setacciare tra&nbsp; passanti, quelli noti come elementi di sinistra.</em></p>



<p>Contro i teppisti, nulla, anzi.</p>



<p><em>Chi si trova a passare per piazza Statuto e riesce ad evitare l&#8217;arresto e le botte dei reparti celeri, scopre con sorpresa che sono i teppisti a tenere tranquillamente il campo, che le &#8220;Fiamme d&#8217;oro&#8221; danno il preavviso delle loro incursioni suonando a distesa le sirene delle &#8220;jeep&#8221;, che subire le cariche ed il &#8220;fermo&#8221; è assai pii facile se si ha l&#8217;aria di tranquilli cittadini, dediti alla propria attività. Domenica sera, a mezzanotte, un gruppetto di una decina di esagitati blocca l&#8217;ingresso di C.so Francia con poche paline divelte alle fermate dei tram, dirotta le auto in transito verso C.so Inghilterra e via Principi d&#8217;Acaja come a una normale esercitazione di controllo del traffico, mentre la polizia assiste quasi impassibile a 200 metri di distanza. Prima di intervenire, i &#8220;reparti celeri&#8221; compiranno un lungo inspiegabile giro per Via Cibrario e Via Saccarelli, dando così ai giovani tutto il tempo necessario per spostarsi in un&#8217;altra zona e riprendere l&#8217;azione. E la prova del nove&#8230; che i fatti di piazza Statuto erano stati preparati e voluti molto in alto</em>[31].</p>



<p>Ma nel corso del processo compare un personaggio che potrebbe per lo meno incrinare questa impalcatura. Un imputato, Gerardo Lattarulo, arrestato e picchiato dalla polizia, confessa non solo di essere stato in piazza Statuto, ma di aver partecipato agli scontri. All&#8217;<em>Unità</em> non resta di meglio che insinuare che anche il Lattarulo &#8211; anarchico di 19 anni immigrato da Avellino &#8211; abbia goduto in piazza di un trattamento di favore, tanto da venir arrestato in seguito, solo per forza maggiore:</p>



<p><em>Lattarulo giunse in piazza Statuto attorno alle 21,30, partecipò attivamente ai disordini, non esitò a mettersi in mostra come si può intuire persino dal tono deciso, tagliente se non spavaldo, delle sue dichiarazioni. Alle 2, inciampando in un&#8217;aiuola del giardinetto prospiciente il palazzo della Uil, cadde procurandosi una distorsione alla caviglia. Praticamente era immobilizzato, eppure non fu preso anche se un distaccamento del battaglione mobile era a poche decine di metri. Aiutato da un amico, il giovane anarchico si portò dinanzi al &#8220;dehor&#8221; di un caffè e riposò per una decina di minuti: nessuno venne a chiedergli chi era e perché si trovava lì, ferito; accanto a lui, decine e decine di cittadini che stavano pacificamente rientrando alle loro abitazioni&#8230; venivano invece caricati sulle &#8220;jeep&#8221; e portati in Questura. Più tardi il Lattarulo si trascinò fino all&#8217;ospedale Maria Vittoria per farsi curare la caviglia. Aveva attorno alla cintura una catena strappata poco prima a un passaggio pedonale e l&#8217;agente di servizio al nosocomio lo trasse in arresto. Se non fosse stato per questa &#8220;distrazione&#8221;, il Lattarulo sarebbe ancora libero. Per oltre cinque ore la polizia non lo aveva &#8220;visto&#8221; mentre col suo manipolo di scalmanati metteva a soqquadro la piazza</em>[32].</p>



<p>Questo comunque il riassunto finale della ricostruzione fatta da <em>Torino cronache</em>:</p>



<p><em>Ecco dunque come si sono svolti i fatti: provocazione aperta da parte di accoliti delle squadracce padronali a cui è stata assicurata la protezione e l&#8217;incolumità, aggressione indiscriminata da parte della polizia rivolta contro i curiosi ed i passanti, col solo intento di esasperare gli animi, caccia affannosa al comunista.</em></p>



<p><em>Sulla provocazione che il Pci avrebbe subito con gli incidenti di piazza Statuto, le dichiarazioni fatte in quei giorni sono molte, ma non&nbsp; tutte sono documentate. L&#8217;Unità del 10 luglio dice che</em></p>



<p><em>nelle varie sezioni del Pci, anonime telefonate avvertivano i compagni di trovarsi oggi tutti davanti alla prefettura ed alla sede Fiat di c.so Marconi, prendeva sempre più piede il tratto caratteristico, classico, della provocazione. Per tutta la notte i compagni attivisti sono rimasti sul &#8220;chi va là&#8221; per evitare che la provocazione assumesse tali dimensioni da non poterla più controllare. Ancora oggi nelle sezioni di partito e nelle leghe della Fiom sono giunte le voci più disparate. Si è arrivati persino al punto di inventare uno sciopero generale proclamato dalla Cgil per la giornata di domani.</em></p>



<p>C&#8217;è poi una conferenza stampa in Questura del segretario del vice capo della polizia Agnesina &#8211; escluse l&#8217;Unità e l&#8217;agenzia fanfaniana &#8220;Italia&#8221; &#8211; nella quale vengono accusati Pajetta, Sulotto e Pecchioli di aver capeggiato la rivolta di piazza Statuto; ovviamente la polizia smentisce il tutto. C&#8217;è infine, l&#8217;accusa di tre minorenni fermati in piazza, che dichiarano di aver ricevuto 1500 lire dal segretario amministrativo del Pci Marchiaro; questi viene convocato dal magistrato e messo a confronto con i 3, è scagionato pienamente in quanto gli accusatori non solo non lo riconoscono, ma dichiarano che il suo nome è stato suggerito dalla Questura in cambio della libertà[33].</p>



<p>La montatura di questo episodio ha del grottesco: si smascherano facilmente i ragazzini minorenni ricattati dalla polizia e ciò, ovviamente è giusto, ma si dà credibilità ad un altro minorenne che fa la stessa dichiarazione per l&#8217;assalto a <em>La Gazzetta del Popolo</em>, dimenticando che lo &#8220;scarico&#8221; su di un &#8220;adulto&#8221; che ha pagato, può essere più un atto di furbizia dì un ragazzino incosciente per troncare il proprio coinvolgimento che non la prova di una provocazione in atto; altrimenti, in questo secondo caso, bisogna anche fare i conti con l&#8217;ipotesi che i fantomatici e misteriosi pagatori cui faceva riferimento il ragazzino de &#8220;la GdP&#8221; fossero non tanto la destra Dc, quanto (ovviamente su suggerimento della Questura) lo stesso Pci. Almeno su questi episodi, il tribunale si comportò equamente non prendendo in considerazione, in quanto prive di fondamento, le due accuse.</p>



<p>La miseria della autodifesa locale la ritroviamo in tono minore nella misura in cui ci si sposta, sul piano dell&#8217;analisi, verso il centro. Paolo Spriano, ad esempio, in un articolo su Rinascita[34] intitolato &#8220;Lettera da Torino &#8211; Dalla sfida di Valletta ai fatti di Piazza Statuto&#8221;, tenta di sdrammatizzare la vicenda esaltando la solidità del fatto politico rappresentato dalla vittoria in fabbrica. Per quanto riguarda piazza Statuto, lo storico accetta la tesi della provocazione così come viene articolata a Torino, però introduce altri elementi di valutazione quali &#8220;l&#8217;esasperazione individuale, l&#8217;immigrazione tumultuosa, la presenza di tanta gente incontrollata, lo stesso gusto giovanile di andare là dove &#8216;fa caldo&#8217;, persino l&#8217;esilità delle organizzazioni di classe che ancora non sono adeguate, nella loro funzione di direzione operativa e di educazione ideologica, alla capacità di orientamento generale e di direzione del movimento&#8230;&#8221; Inoltre, riferendosi all&#8217;accostamento fatto da <em>La Gazzetta del Popolo </em>&#8211;&nbsp; su &#8220;ispirazione sindacale&#8221; &#8211;&nbsp; di Ordine Nuovo, Pace e Libertà con i <em>Quaderni Rossi</em> e Panzieri:</p>



<p><em>non bisogna drammatizzare né dare eccessiva importanza (oppure mischiare alla provocazione, nello stesso giudizio morale) alla presenza di un gruppetto, studentesco essenzialmente, che ha voluto, con volantini e gesti propagandistici, differenziarsi &#8220;a sinistra&#8221; dal grande movimento unitario di lotta, per dare alla lotta operaia della Fiat quei caratteri di spontaneismo polemico contro le organizzazioni di classe che solo i suoi schemi ideologici, tenacemente sordi alla realtà dei fatti gli prestano.</em></p>



<p>Il 28 luglio, però, <em>Rinascita</em> pubblica una lettera del socialista Roberto Barzanti che protesta per le analisi tendenziose del Pci, chiedendosi:</p>



<p><em>È giusto guardare con feroce disprezzo i giovani operai e disoccupati di piazza Statuto? È giusto parlare per loro di &#8220;teppismo?&#8221;&nbsp; giusto precisare che la lotta è contro i padroni e non contro la polizia? La polizia non ha da sempre difeso gli interessi dei padroni?&#8230; secondo me troppi articoli, troppe posizioni politiche&#8230; criticano male gli incidenti di piazza Statuto; li criticano cioè da un punto di vista falsamente legalitario in nome di una sorta di sciopero pulito, che non turbi con brutte violenze la Torino miracolosa di &#8220;Italia &#8217;61&#8221;. Questo mi sembra profondamente sbagliato. La protesta violenta è insita nel carattere di ogni sciopero in maggiore o minore misura e non può essere il Movimento Operaio a gridare alla follia.</em></p>



<p>La risposta di Spriano, nello stesso numero della rivista è, rispetto alla tesi della provocazione, ancora più drastica della precedente posizione:</p>



<p><em>Al compagno che ti scrive, il fallo che in dichiarazioni responsabili e impegnative tutti i dirigenti operai che si trovavano a Torino, i sindacalisti della Cgil e della stessa Uil, la Federazione del Pci e del Psi, abbiano subito denunciato la provocazione per i fatti di Piazza Statuto e abbiano speso tra sabato e lunedì&nbsp; tutte le loro energie per rintuzzarle; il fatto che la nostra stampa&#8230; abbia citato non uno ma decine di elementi, di indizi, di episodi che mostrano la provocazione e indicano i suoi moventi e i suoi mandanti;&#8230; tutto questo non basta. Che fare? Certo i provocatori non li abbiamo messi in un sacco, il mandante con nome e cognome non l&#8217;abbiamo preso in flagrante. Ma la documentazione raccolta e che si va raccogliendo è schiacciante.</em></p>



<p>Di provocazione non si accenna minimamente in un telegramma che Togliatti già il 10 luglio invia al segretario della federazione torinese Ugo Pecchioli. Vale la pena di riportarlo integralmente:</p>



<p><em>Desidero esprimere ai comunisti e a tutti i lavoratori torinesi compiacimento e plauso per la mirabile prova di compattezza e combattività nello sciopero dei metalmeccanici. La ricostituita unità con la massa degli operai della Fiat è una grande vittoria riportata contro la prepotenza, la illegalità, le insidie, le discriminazioni di un padronato reazionario. Vi esorto, sulla base di questo successo, a intensificare il lavoro per portare a un livello più alto l&#8217;organizzazione e l&#8217;attività del movimento politico e sindacale del proletariato e del popolo torinese. Gli operai di Torino prendano il posto che loro spetta nelle prime file della battaglia per il progresso politico e sociale. Siate fermi nel respingere atti di inutile e dannosa esasperazione. Uniti nell&#8217;azione disciplinata, sindacale e politica, per realizzare le rivendicazioni operaie e dare impulso nuovo alla lotta di tutto il popolo per una svolta a sinistra, per la democrazia e il socialismo.</em></p>



<p>Dove, degli operai in sciopero si esalta la combattività e non la disciplina o lo spirito democratico. Ma sottolineiamo anche: &#8220;respingere ogni esasperazione&#8221;; &#8220;uniti nell&#8217;azione disciplinata&#8221;, che sembra riferirsi tanto alle divergenze della base del partito quanto alla autonomia delle masse; &#8220;lotta di tutto il popolo per una svolta a sinistra&#8221; che, dato il contesto, sembra comprendere anche il popolo di piazza Statuto.</p>



<p>Infatti, nell&#8217;editoriale di <em>Rinascita</em> del 14 luglio, dedicato agli avvenimenti torinesi, scrive fra l&#8217;altro: &#8220;Né si dimentichi che Torino è una città che sotto un&#8217;apparenza a volte non penetrabile di calma, è presente in vasti strati popolari una fiera volontà di protestare e combattere contro le cose ingiuste e un senso di solidarietà collettiva che possono manifestarsi nei modi più diversi e improvvisi&#8221;. Ma per concludere non si può non notare come, mentre Togliatti scrive queste cose sulla prima pagina di <em>Rinascita</em>, nella rubrica &#8220;7 giorni di lotte sindacali&#8221;, la battaglia di piazza Statuto è così liquidata: &#8220;Provocazioni di teppisti fascisti, evidentemente ispirate dalla destra economica, hanno dato un tono drammatico alle giornate in concomitanza con il ricorso della polizia ai metodi &#8216;duri&#8217;, confermano una manovra tendente a rompere le lotte operaie prendendo a pretesto &#8216;violenze&#8217; cui nessun sindacato ed organizzazione dei lavoratori è ricorso.&#8221;</p>



<p><strong>La Cgil</strong></p>



<p>In&nbsp; un primo momento è assai cauta. Non parla di azione diretta delle destre o dei padroni in piazza Statuto. Le espressioni usate sono del tipo &#8220;interesse padronale al teppismo&#8221;, ecc.; sostanzialmente si mira a criticare l&#8217;indisciplina, il frazionismo, la violenza operaia. La sera del sabato, infatti In Cdl di Torino emette un comunicato che verrà anche distribuito sotto forma di volantino[35] nella zona di piazza Statuto con il titolo: <em>La vittoria dei lavoratori è solo nello sviluppo dello sciopero di tutti i metallurgici con unità e disciplina democratica. Ogni azione di gruppo o di individui violenta è teppistica, è sempre e soltanto un diversivo nell&#8217;interesse del padrone</em>. Questi i passaggi più rilevanti:</p>



<p><em>La Cdl e la Fiom di Torino &#8230; rilevano che [lo sciopero] è stato caratterizzato&#8230; dalla disciplinata e consapevole manifestazione del diritto di sciopero&#8230; senza disordini. Folli gruppi di lavoratori recatisi nel pomeriggio nella piazza adiacente alla sede della Uil&#8230; hanno acceso vivaci discussioni che non hanno trasceso fino al tardo pomeriggio in alcun turbamento&#8230; la polizia dava luogo ad un intervento violento contro la folla dei lavoratori&#8230; che la Cdl denunciava come un elemento obiettivo di provocazione&#8230; i dirigenti sindacali&#8230; invitavano i lavoratori a non prestarsi alla provocazione&#8230; la grande maggioranza si allontanava ordinatamente dalla piazza&#8230; mentre continuavano le cariche. La Cdl è intervenuta per chiedere il pronto rilascio dei numerosi lavoratori fermati dalla polizia. In un piccolo gruppo di manifestanti appariva allora evidente che alcune manifestazioni di violenza dimostravano la presenza di nuclei di provocatori che operavano sul piano del teppismo del tutto estraneo e anzi respinto dalla grande massa dei lavoratori in sciopero&#8230; La Cdl nel denunciare l&#8217;evidente interesse padronale al teppismo organizzato per svalutare la portata dello sciopero&#8230; rinnova un appello ai lavoratori perché respingano&#8230; ogni atto che possa comunque compromettere l&#8217;unità e la disciplina democratica dello sciopero, volute dai lavoratori.</em></p>



<p>Ma poi c&#8217;è la testimonianza di Tridente, le insinuazioni della Cisl con le richieste di chiarificazione, le accuse della Dc e allora ci si adegua alla &#8220;tesi del ricambio&#8221;.</p>



<p>Da una intervista rilasciata all&#8217;<em>Europeo</em>[36] dal segretario della Cdl Garavini:</p>



<p><em>&#8230; Il commissario Bessone chiamò un cronista dell&#8217;Unità&#8230; e gli disse di avvertire la Cdl, il partito, chi voleva insomma: bisognava muoversi, portar via i dimostranti. Sono andato io in piazza Statuto, con Genisio che è uno dei dirigenti della Cisl, ho fatto un comizio. Siamo riusciti a trascinarci dietro la gran massa dei dimostranti; ci hanno seguiti fino alla Cdl. A questo punto stava avvenendo però un ricambio: i nostri sgombravano e arrivavano gli altri, i provocatori, gli assoldati. Così si spiega la battaglia di sabato sette luglio. Per lunedì nove luglio, la cosa è indefinibile, io stesso non riesco a spiegarmela. I provocatori hanno fatto il secondo assalto ed è stato quello che è stato. Noi abbiamo la coscienza a posto; Pajetta, sabato sera, è stato colpito da una sassata ad una gamba. A me hanno tirato una botta di bastone&#8230; se fossero stati nostri compagni, nostri organizzati ci avrebbero accolto così?</em></p>



<p>Mentre c&#8217;è un perfetto allineamento all&#8217;interno della Cdl fra comunisti e socialisti, più sfumata è la posizione dei dirigenti centrali del Psi; Brodolini, responsabile del &#8220;lavoro massa&#8221; del partito, a nome dei socialisti aderenti alla Cgil, dichiara che l&#8217;organizzazione sindacale è estranea ai fatti e che i socialisti ritengono che &#8220;la provocazione di incidenti&#8230; non giova alla unitarietà delle lotte sindacali&#8230; e si associano alla condanna di qualsiasi tentativo di far degenerare la lotta su un terreno sul quale possono essere interessati a portarlo soltanto gli avversari dell&#8217;unità sindacale[37]&#8221;.</p>



<p>Più in là va l&#8217;on. Santi il quale, secondo l&#8217;agenzia cattolica &#8220;Urbe&#8221;, avrebbe dichiarato all&#8217;on. Ariosto che &#8220;l&#8217;iniziativa delle manifestazioni fu presa da dirigenti locali, cogliendo di sorpresa le segreteria centrale della Cgil e si sarebbe impegnato&#8230; a far tutto il possibile per controllare più efficacemente, ad ogni livello, la politica confederale[38]&#8221;.</p>



<p>Più &#8220;ortodosso&#8221; e categorico è invece Vittorio Foa: &#8220;Giustamente le organizzazioni sindacali hanno denunciato negli episodi di piazza Statuto una effettiva provocazione, una diversione dall&#8217;azione di massa nello sciopero, perché di questo si trattava (e i lavoratori della Fiat l&#8217;hanno capito) e non di una esaltazione protestataria generica senza sbocchi e senza fini, non di una manifestazione di patologia estremista[39]&#8221;.</p>



<p>Comunque il gruppo dirigente della Cgil, come quello della Cisl quasi cedendo al ricatto-richiesta della Uil torinese di rompere il processo di unità sindacale in assenza di un impegno formale a che vicende tipo quelle torinesi non avessero più a ripetersi, dichiarano, assieme alla Uil, di fronte al ministro La Malfa &#8220;con riguardo alla situazione creatasi a Torino, in occasione dello sciopero nazionale dei metallurgici, che ogni organizzazione ha il diritto di esercitare un proprio autonomo giudizio sulle scelte sindacali, così come i lavoratori devono poter esprimere liberamente e democraticamente la propria opinione&#8221;. Come fa notare, con gran soddisfazione, l&#8217;editorialista de <em>La Stampa</em>[40], &#8220;Cgil e Cisl riconoscono il diritto della Uil&#8230; di seguire una propria politica anche autonoma&#8221; cosicché anche al ministro Taviani sarà più facile rispondere alla richiesta di Saragat e alle interpellanze socialdemocratiche che volevano sapere, &#8220;preso atto dell&#8217;accordo a livello aziendale tra Fiat e Uil, quali misure venivano adottate per consentire la tutela di libertà di posizione sindacale&#8221;.</p>



<p><strong>Il&nbsp; Partito socialista italiano</strong></p>



<p>La cronaca del quotidiano del Psi <em>l&#8217;Avanti!</em>, supera, per rozzezza, accondiscendenza a tesi precostituite, disprezzo per la realtà, tutte le altre. Il corrispondente da Torino[41] ripete praticamente la tesi dell&#8217;<em>Unità</em> intervenendo personalmente solo sugli avverbi in senso peggiorativo (es. &#8220;molti&#8221; diventa &#8220;in massima parte&#8221;, &#8220;nulla o poco&#8221; diventa &#8220;niente&#8221;, i &#8220;provocatori&#8221; sono subito &#8220;fascisti&#8221;, ecc.) e sulla esposizione della dinamica degli avvenimenti nel tentativo di rendere più convincente la nota tesi di fondo. Ma qui, data la realtà dei fatti, rivelatasi già difficile da gestire in modo mistificato per gente assai più esperta, il risultato, dal punto di vista della logica, è catastrofico.</p>



<p>Lo sciopero: una lotta esemplare e disciplinata che inutilmente gruppi di provocatori, tra cui noti e riconosciuti fascisti, hanno cercato di infirmare, prima cercando di suscitare incidenti davanti ai cancelli delle fabbriche e poi inscenando una indegna gazzarra davanti alla sede provinciale della Uil dove gruppi di teppisti che nulla avevano a che fare con gli operai&#8230;&#8221;. Poi la solita descrizione degli scontri, dei comizi sindacali e del &#8220;ricambio, con una piccola originalità: fra le auto di lusso che &#8220;scaricavano gruppi di giovinastri che iniziavano subito un&#8217;azione sobillatrice&#8221;, c&#8217;è anche il modello 2300. Fra i sobillatori &#8220;già visti&#8221; ci sono &#8220;ruffiani che esercitano il loro mestiere nella zona e gruppi sparuti di anarchici e internazionalisti&#8221; che &#8220;sordi a tutti gli inviti, si stringono sempre più tracotanti davanti agli agenti&#8221;. II lettore&nbsp; riesce&nbsp; ad&nbsp; immaginare&nbsp; questi&nbsp; &#8220;sparuti&nbsp; gruppi&#8221; &#8211; dato che la massa degli operai, dopo l&#8217;invito sindacale, è andata via, &#8211; di fronte ai 500 katanghesi del battaglione Padova? Poi l&#8217;indomani, domenica &#8211; dice il cronista &#8211; &#8220;una folla minacciosa stanzia di nuovo in piazza Statuto&#8221;, ma la Cdl fa distribuire un volantino che mette in guardia i lavoratori contro il teppismo organizzato; così fa anche la Fgs che in un altro volantino denuncia la presenza di fascisti e &#8220;chiede agli operai di aderire all&#8217;appello d&#8217;ordine lanciato dalla Fiom&#8221;. Qual è l&#8217;effetto? &#8220;La diffusione di questi fogli in piazza Statuto otteneva l&#8217;effetto di far diminuire la tensione: sparivano in massima parte i facinorosi e a tarda sera rimanevano solo gruppi di curiosi&#8221;. Da dove si vede che i &#8220;facinorosi&#8221; finiscono per essere gli operai &#8211; non è certo pensabile che anarchici, teppisti, fascisti ecc. si facciano convincere da volantini sindacali -: risultato che non era certo nelle intenzioni dello zelante cronista.</p>



<p>Questo il cronista &#8220;locale&#8221;; ma nell&#8217;edizione del 13 il resoconto dell&#8217;inviato speciale[42], sotto il titolo <em>Chi ha spinto in piazza a Torino giovani teppisti e vecchi pregiudicati?</em> e sottotitolo: I <em>finanziatori e i mandanti sono i veri responsabili dei dolorosi incidenti</em>, non è da meglio e ripete monotonamente la verità di elaborazione Cisl. Poi il quotidiano del Psi truffa palesemente i suoi lettori riportando l&#8217;intervento di Taviani con questo titolo: <em>Taviani alle camere, Nessun legame fra lo sciopero e i tumulti di piazza Statuto</em>, mentre Taviani aveva escluso &#8211; come riporta il giornale &#8211; ogni &#8220;responsabilità delle organizzazioni sindacali, ma aveva collegato la durezza dei picchetti alla manifestazione contro la Uil. Ovviamente nell&#8217;articolo c&#8217;è anche un&#8217;affermazione simile a quella contenuta nel titolo, ma è dell&#8217;on. Castagno, il deputato socialista di Torino: &#8220;lo sciopero degli operai torinesi non ha nulla in comune con i tumulti e le violenze che in esso si sono inserite&#8221;[43].</p>



<p>L&#8217;intervento di questo deputato, comunque, è quello che, nell&#8217;ambito del Psi, più organicamente tenta di dare una spiegazione complessiva ai fatti di piazza Statuto pur usando il solito materiale di fonte Cisl e del Movimento Operaio. In un opuscolo intitolato <em>Cui prodest?</em> espone così la sua tesi dei &#8220;tre tempi&#8221; di piazza Statuto. Primo tempo: davanti alla Uil.</p>



<p><em>Perché è avvenuta la manifestazione davanti alla Uil? La Uil ha raggruppato a Torino un considerevole numero di operai anziani, qualificati e specializzati, con un sistema molto spiccio, regalando cioè loro le tessere. Questi operai anziani hanno voluto fare una dimostrazione contro il sindacato che tradiva l&#8217;unità operaia, una dimostrazione pacifica consistente nel restituire o strappare, le tessere. Era il risentimento dei vecchi operai che si sentivano traditi. La manifestazione è stata numerosa, fatta a suon di fischi, ma tranquilla. Questo è stato il primo tempo. Ad un certo punto è intervenuta la polizia&#8230; non quella, direi quasi &#8220;casalinga&#8221; che noi conosciamo tutti i giorni in difesa dell&#8217;ordine pubblico&#8230; bensì uno speciale corpo di polizia, il gruppo mobile di Padova&#8230; incominciarono dunque i caroselli&#8230; e quando si è esagerato, è intervenuto lo stesso questore di Torino a far cessare il carosello perché poteva diventare pericoloso per la reazione della folla, che intanto si era accresciuta di soliti curiosi che sempre si raccolgono quando c&#8217;è una manifestazione.</em></p>



<p>Secondo tempo.</p>



<p><em>Sono intervenuti, a questo punto, i sindacalisti della Cisl e della Cgil, invitando quelli che in quel momento erano ancora operai dimostranti a radunarsi &#8230; rispettivamente al cinema Ideal e alla Cdl, lasciando libera la piazza. Questo è stato il secondo tempo della dimostrazione. Ma il terzo tempo è quello veramente grave. La situazione è mutata: ai dimostranti-scioperanti si sono sostituiti altri&nbsp; dimostranti, agli scioperanti&nbsp; operai&nbsp; si&nbsp; sono sostituiti i teppisti. Questa è la realtà dei fatti.</em></p>



<p>Poi le solite due testimonianze Cisl e la descrizione dell&#8217;ambiente determinatosi ad un certo punto in piazza: &#8220;tra i fermati vi erano 150 meridionali tra i 15 e i 23 anni&#8230; di cui 17 pregiudicati per reati comuni&#8230;[44] Ecco l&#8217;ambiente in cui sono stati raccolti questi che il ministro chiama ancora dimostranti ma che non erano più dimostranti, erano qualcosa di molto diverso&#8221;. Poi la domanda finale: &#8220;Cui prodest?&#8221;</p>



<p><em>Chi intende turbare le pubbliche manifestazioni, chi intende diffamare gli scioperanti?&#8230; è&nbsp; la destra eversiva, è la classe padronale&#8230; mentre i lavoratori torinesi sono invece i primi interessati al mantenimento dell&#8217;ordine pubblico. Essi non se la prendono con i fanali, con le aiuole, con le paline segnaletiche, con le pensiline tranviarie o con altro bene pubblico, giacché essi sono gelosi della proprietà collettiva, cioè di quello che pagano con il loro lavoro. Non sono i partiti della classe operaia quelli che possono organizzare saccheggi e devastazioni&#8230;</em></p>



<p>Dove ancora una volta non viene nemmeno considerata l&#8217;ipotesi che il soggetto della vicenda storica possa essere qualcuno di diverso dai partiti e che fra questi e le classi che dicono di rappresentare possa esserci un rapporto diverso da quello di identità.</p>



<p><strong>Un po&#8217; di sociologia giornalistica</strong></p>



<p>La cronaca di quei tre giorni a Torino ha anche prodotto tentativi di analisi sulla natura dei partecipanti agli scontri. A leggerle oggi può venir da sorridere, ma allora, all&#8217;epoca in cui i fatti facevano politica (quando c&#8217;era il pubblico che partecipava anche attraverso la semplice informazione), hanno rappresentato quel pizzico di &#8220;scienza&#8221; necessario a dar credibilità ai fatti che venivano descritti e a render convincenti i giudizi politici tanto sulle responsabilità delle organizzazioni quanto sui comportamenti dei gruppi sociali coinvolti.</p>



<p>Possiamo individuare due tipi di “analisi sociologiche”: quelle prodotte da partiti o gruppi di potere politicamente coinvolti (o dagli organi di stampa di loro emanazione) e quelle di giornali o giornalisti con maggiori margini &#8211; almeno in quel contesto &#8211; di indipendenza. Fra queste, alcune sono effettivamente utili a comprendere i fatti: le citeremo nel capitolo su <em>Quelli di piazza Statuto</em>.</p>



<p>Le analisi del primo tipo, anche se provengono da posizioni ideologiche opposte, hanno in comune il principale obiettivo della tesi: &#8220;quelli di piazza Statuto sono gente manovrata&#8221;, anche se, rispettivamente, &#8220;da sinistra&#8221; e da &#8220;da destra&#8221;. Le categorie analitiche più usate sono: &#8220;giovani&#8221;, &#8220;meridionali&#8221;, &#8220;disoccupati&#8221;, ma anche &#8220;teddy-boys&#8221;, &#8220;scamiciati&#8221;, &#8220;teppaglia&#8221;, ecc.</p>



<p>Parlando degli imputati, al primo processo, <em>La Stamp</em>a scrive:</p>



<p><em>È il processo degli scamiciati: su 36 imputati che siedono nell&#8217;aula di Corte d&#8217;Assise, soltanto nove indossano la giacca, ma anche il tono di questi era da scamiciati: colletto aperto, zazzera lunga dietro la nuca, ciuffo ribelle sulla fronte. Di per sé la mancanza della giacca non direbbe nulla: sono giovani e la stagione è calda. Ma è la loro sfrontatezza che li qualifica. Per questa gente il processo ha tutta l&#8217;aria di essere una avventura di poco conto</em>[45].</p>



<p>L&#8217;Unità:</p>



<p><em>La maggior parte dei fermati, invece, sono elementi giovani che solo in rari casi superano i vent&#8217;anni di età. Molti sono meridionali, alcuni disoccupati, facili prede di coloro che intendono spostare il fuoco della lotta per lasciare ai torinesi e al paese il ricordo della violenza come unica giustificazione del successo dei tre giorni di sciopero</em>[46].</p>



<p>Il Giorno:</p>



<p><em>Hanno tutti camicie nere con risvolti rossi e casacche a vivaci colori, i capelli alla Marlon Brando, un&#8217;espressione trasognata mentre si massaggiano i polsi che i carabinieri hanno liberato dalle catene&#8230; Particolarmente commovente è stato l&#8217;interrogatorio che ha chiuso la giornata processuale. Si è trattato di un giovanissimo calabrese, analfabeta, che parla un italiano stentato, non sa neppure (o non vuole dire) il nome del suo imprenditore e quello del cugino presso cui abita. È&nbsp; l&#8217;Italia dei poveri trasportata di peso dal panorama del miracolo industriale: e questo ragazzo turba più di un intero manuale di sociologi</em>a[47].</p>



<p>Stampa Sera:</p>



<p><em>Molti sono senza giacca, e sfoggiano camicie e camiciotti vistosi&#8230; molti appaiono intimiditi&#8230; altri invece ostentano una tranquilla sicurezza e si scambiano sorrisi d&#8217;intesa. Chi sono?&#8230; Non sembrano, comunque, individui nei quali possa albergare una solida fede politica. Danno piuttosto l&#8217;impressione del gregge, o meglio del branco che può essere facilmente incanalato nella direzione voluta</em>[48].</p>



<p>La Gazzetta del Popolo:</p>



<p><em>Tre quarti dei fermati sono meridionali. Molti hanno l&#8217;aspetto di bulli di periferia, alcuni si direbbero studenti, tutti vestono nello stesso modo: una camicia di colore, una maglietta sgargiante, molte volte rossa, fuori dai calzoni, maniche rimboccate&#8230;</em>[49]</p>



<p>Ci sono anche interpretazioni pseudo freudiane. <em>L&#8217;Avanti!</em>, sotto il titolo <em>Chi ha spinto in piazza a Torino giovani teppisti e vecchi pregiudicati?</em></p>



<p><em>&#8230; questi gruppetti [di&nbsp; destra N.d.A.] che, come avviene sempre in casi del genere, erano riusciti a trascinare a rimorchio anche giovani teppisti senza alcuna qualifica precisa, ma solo desiderosi di sfogare i loro istinti di violenza&#8230;</em>[50]</p>



<p>Né mancano tentativi di &#8220;analisi&#8221; più ancorate al contesto urbano degradato:</p>



<p><em>Da dove proviene questa teppa? Il centro di Torino è una vera e propria suburra. Le strade più malfamate, le abitazioni più sordide sono al centro di Torino, a poche centinaia di metri da questa bellissima piazza Statuto: via Basilica, Porta Palazzo, via Porta Palatina. Non alla periferia lontana, ma al centro di Torino vi è una popolazione equivoca che vive ai margini della vita cittadina: protettori, &#8220;magliari&#8221;, residui di prigione, giovani perduti. In quel sordido centro si ammassano i più disgraziati immigrati&#8230; sono gli sradicati (i déracinés) che si accatastano nei sottotetti e nei sottoscala di quel centro. I giovani sono ancora disoccupati e in cerca di un lavoro e di una sistemazione, sono carichi di bisogni e di risentimenti, facile preda, quindi, delle seduzioni della rivolta</em>[51].</p>



<p>Fra gli interpreti apparentemente meno legati a interessi di partito, emblematico il grosso servizio dell&#8217;<em>Europeo</em>: un panorama che comprende tutte le tesi (ovviamente con riserva); ma poiché le fonti usate sono sempre di un certo tipo (Cisl-Cgil), l&#8217;ampio lavoro di fantasia e retorica che il giornalista fa sul &#8220;dato&#8221; &#8211; in mancanza di un serio lavoro cli inchiesta &#8211; finisce per rafforzare in modo unilaterale l&#8217;interpretazione. La citazione dell&#8217;articolo, qui vale come esempio della capacità di confondere le acque e del conseguente scempio del &#8220;personaggio&#8221; della cronaca:</p>



<p><em>&#8230;i sentimenti, i risentimenti, i malumori, gli equivoci, i falsi, i revanscismi, gli inganni, le verità e le menzogne&#8230; che si sono sfogati nella grande piazza torinese&#8230; sono stati molti e quasi tutti&#8230; difficilmente collocabili nel paesaggio ideologico nazionale. Tutto è stato davvero assurdo, tutto sembra incredibile. Quel lunedì sera, per esempio, ci fu una parte persino per un ragazzo di 15 anni, piccolo, grasso, con una faccia stupita. Il ragazzo aveva la giacca e la camicia bianche con qualche macchia di caffè e di bitter, cravatta e pantaloni erano neri: un barista aggiunto, uno di quei mozzi che sciacquano tazze, bicchieri, cucchiaini, in attesa d&#8217;imparare a servire il cliente. Ed era anelato all&#8217;assalto del palazzo dove si stampano La Gazzetta del Popolo, Tuttosport…</em></p>



<p>Il ragazzo, che era quello delle 1.500 lire:</p>



<p><em>Non so &#8211;&nbsp; ha riportato in Tribunale un giornalista de La Gazzetta del Popolo &#8211; chi era quello che lava i soldi mai visto prima al bar. Non era mica solo, era sceso da un camion, sul camion c&#8217;era altra gente. Sul camion c&#8217;erano anche le pietre. Mi dissero che con quelle piccole dovevo dare i pugni, così i pugni facevano più male. Le pietre grosse dovevo tirarle. Non ho fatto niente&#8230; lasciatemi andare a casa, mia madre starà in pensiero, io smonto sempre alle nove e mezza.</em></p>



<p>E più avanti:</p>



<p><em>&#8230; nello stesso momento in piazza Statuto, qualche centinaio di incredibili come il barista di 15 anni&#8230; facevano la guerra. Alcuni avevano avuto quella tal paga, parte in contanti e parte in sigarette, altri no&#8230; Le millecinquecento lire più venti sigarette &#8220;Esportazione&#8221; possono autorizzarci a pensare che il salario della violenza è in fondo un salario di fame. Ma è certo che questo salario, a qualcuno, a Torino è stato pagato. A quanti? Cinquanta? forse cento, forse duecento&#8230;</em></p>



<p>Poi qualche dubbio sul fatto che gli assoldati abbiano potuto far tutto da loro anche se la loro buona parte l&#8217;hanno fatta:</p>



<p><em>Quei quattro soldi distribuiti soprattutto fra i disoccupati ed i sottoccupati meridionali di Venaria Reale, delle Casermette, di fuori Corso Orbassano, hanno sicuramente attizzato il malvolere, le cattive disposizioni di questi italiani arrivati all&#8217;improvviso in una delle roccaforti del miracolo economico e non ancora inseriti nel miracolo stesso&#8230;</em>[52]</p>



<p>Altra interpretazione psico-sociologica, con il suo pizzico di verità è nella conclusione di un resoconto da Torino di un inviato del <em>Giorno</em>:</p>



<p><em>La realtà è forse più complessa e preoccupante di quella emergente dalle varie interpretazioni </em>[politiche, <em>N.d.A.</em>]<em>,&#8230; forse, com&#8217;è avvenuto in Germania recentemente e proprio a Torino meno recentemente nel corso di uno spettacolo teatrale &#8220;per masse&#8221;, ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale che ha le sue basi nell&#8217;inurbamento massiccio di centinaia di migliaia di sottoproletari del Sud, nel trauma psicologico loro derivante dal passaggio da una società contadina, a quello delle città industriali</em>[53].</p>



<p>L&#8217;ancoraggio dell&#8217;analisi dei comportamenti al contesto sociale, soprattutto nei suoi aspetti psicologici, è anche di un lungo articolo comparso su Nuova Resistenza, il giornale degli ex partigiani di &#8220;Giustizia e Libertà&#8221;. Il tentativo qui è un po&#8217; più onesto: citando Fofi[54],&#8230; si accetta la constatazione che i manifestanti, in gran parte giovani e meridionali, sono comunque lavoratori; hanno un salario, ma non ancora a disposizione beni di consumo sociale come i servizi o una propria cultura necessaria &#8220;a leggersi un buon libro&#8221;. Ma poi il suo ricorso alla &#8220;scienza&#8221; psico-sociologica, rende l&#8217;interpretazione delle motivazioni comportamentali e le proposte politiche conseguenti assolutamente comiche.</p>



<p>Se i giovani non sanno cosa fare del tempo libero sono guai per tutti e non è un fatto di classe.</p>



<p><em>I giovani benestanti che hanno energie da vendere si sfogano correndo al mare con le giuliette sprint in un quarto d&#8217;ora meno che l&#8217;amico, praticando assiduamente molti sports, frequentando i night-club&#8230; e poi quando hanno finito gli studi e vanno ad occupare i posti direttivi nelle aziende possono sfogare i loro istinti di potenza comandando altri uomini o guadagnando di più del concorrente. Ben diversa è la situazione degli esuberanti fra i giovani immigrati&#8230; questi giovani devono obbedire e&#8230; sono destinati ad obbedire per tutta la vita: né hanno concorrenti negli affari da poter umiliare. Così quando si sparse la notizia che in piazza Statuto c&#8217;era da menar le mani, i giovani frustrati nei loro istinti aggressivi, si precipitarono come le mosche sul miele e divennero i veri protagonisti dei tumulti.</em></p>



<p>Cioè, la protesta &#8220;deve anche esser presa in considerazione nella misura in cui essa è soltanto lo sfogo di istinti aggressivi&#8221;. Per rafforzare questo concetto, l&#8217;autore cita B. Russell secondo il quale, data l&#8217;eccessiva comodità della vita moderna, &#8220;bisogna fornire sfoghi innocui agli impulsi che i nostri remoti antenati soddisfacevano con la caccia&#8230;&#8221; e &#8220;&#8230;sistemare in ogni grande città delle cascate vertiginose da scendere in fragilissime canoe e delle piscine munite di squali meccanici (che, ci permettiamo di aggiungere, costano meno dei poliziotti)&#8230;&#8221;. Coerentemente si chiede alle autorità locali la costruzione di nuovi impianti per &#8220;sports agonistici (magari football americano) ed anche centri culturali con biblioteche nella speranza che qualche maglietta a strisce finisca per frequentarla&#8221;. Intanto, però dato che</p>



<p><em>il nesso tra scioperi e tumulti purtroppo c&#8217;è,.. è necessario che gli scioperi vengano condotti con estremo senso di responsabilità onde evitare che degenerino in tumulti di piazza. E per prima cosa si espellano dal sindacato quei violenti che a Mirafiori hanno spogliato due impiegate crumire madri di famiglia: e si rifletta bene prima di organizzare una &#8220;ordinata&#8221; manifestazione di protesta contro un altro sindacato: certi piaceri meschini si pagano.</em></p>



<p>E poi, cogliendo un po&#8217; di una verità più complessa, un altro consiglio al partito comunista</p>



<p><em>di mandare in villeggiatura per qualche giorno ed a spese comuni, quando si avvicina il momento di scioperare, quei due o trecento scalmanati attivisti la cui funzione è quella di rovinare qualunque legittima agitazione sindacale, facendola degenerare in disordine inconsulto.</em></p>



<p><strong>Il parere della magistratura</strong></p>



<p>Dalla requisitoria del PM al secondo processo il 27 luglio &#8217;62[55]:</p>



<p><em>&#8230;Ci troviamo sul terreno dei moti popolari, dove molti rimangono gli ignoti. Non ritenendo sufficiente la deposizione dei verbalizzanti ho dedotto i funzionari che diressero il servizio d&#8217;ordine i quali hanno potuto osservare i fatti dal punto di vista generale. Dalle loro dichiarazioni possiamo dedurre che si trattò di guerriglia e gruppi organizzati. Non altrimenti si può giustificare il secondo episodio [gli scontri di lunedì, N.d.A.] se non come espressione di un disegno preordinato&#8230; Nel trattare i fatti del sabato dissi che si trattava di un fibroma nello sciopero, ma questa volta lo sciopero era qualcosa di lontano e la manifestazione contro la Uil era degradata a mera occasione. Lunedì furono dati nuovi ordini e l&#8217;azione fu contro la polizia, condotta su un terreno più vasto. Lo dimostrano l&#8217;attacco alla caserma di corso Valdocco e alla Gazzetta del Popolo&#8230; Se si poteva parlare di curiosi per il giorno 7, il 9 tutta l&#8217;Italia sapeva cos&#8217;era successo. Questa volta gli atti furono improntati a particolare viltà. Si trattò di una esplosione di natura aggressiva di cui bisogna tenere conto nella valutazione della pena. Troviamo maggior numero di pregiudicati, di armi o strumenti atti ad offendere&#8230; Le forze di polizia intervennero con cautela&#8230; Tuttavia furono scagliate offese che gli agenti e i carabinieri non meritavano, perché tutelavano tutti e persino gli stessi imputati &#8230;Si è sparso del sangue inutilmente: in un momento in cui si sta manifestando uno sforzo verso una maggiore giustizia sociale, l&#8217;attacco alle forze dell&#8217;ordine appare del tutto ingiustificato. Anche gli agenti sono figli del popolo&#8230; I fatti di piazza Statuto sono brutti episodi per questa città così laboriosa e tranquilla. Essi costituiscono un disonore per i figli di questa terra che vi hanno partecipato, ma sono particolarmente deprecabili per coloro che sono ospiti della città. Non è quello il modo per presentarsi a chi si chiede pane e lavoro.</em></p>



<p>Anche la sentenza del Tribunale del secondo processo, accoglie alcune delle tesi della sinistra come il fatto che l&#8217;inizio della manifestazione fosse pacifico &#8211; non avesse cioè carattere &#8220;sedizioso&#8221; -, cioè legittimo e che solo ad un certo punto del pomeriggio di sabato, si trasformò in sedizione e l&#8217;obiettivo originale (la Uil) divenne la polizia e l&#8217;ordine pubblico. Accetta la conclamata estraneità ai fatti da parte dei sindacalisti Cisl e Cgil anzi ne riconosce il ruolo svolto di pacificatori nei confronti dei manifestanti, rispetto ai quali, però, si dice solo che il conflitto è stato &#8220;alimentato anche dall&#8217;intervento di numerose persone del tutto estranee alla categoria dei metalmeccanici&#8221;, non però a quella più generale dei lavoratori. Accetta anche la tesi della polizia e del PM sul carattere organizzato dei tumulti ma, ovviamente, non indica i mandanti: del resto nessuno ha portato prove in proposito né quello era il suo compito; quello era il tema che in realtà occultava lo scontro politico che aveva al suo cuore grosse questioni come la formula governativa del centro-sinistra, le nazionalizzazioni, i rapporti fra la nuova formula e il Pci, la prospettiva di avviare una &#8220;politica dei redditi&#8221; e cioè il problema della partecipazione attiva del movimento sindacale (unitariamente) alla politica di programmazione economica. E forse sarebbe stato imbarazzante un po&#8217; per tutti far emergere la reale natura di quella organizzazione. Quindi l&#8217;unica sentenza possibile:</p>



<p><em>È vero che manca negli atti ogni elemento per individuare gli autori di una simile organizzazione così come manca ogni prova circa gli scopi profondi che spinsero ad agire i partecipanti ai fatti in esame, ma&#8230; ai fini che qui interessano è sufficiente l&#8217;aver accertato che una organizzazione vi fu e che pertanto&#8230; la radunata si qualificò come&#8230; sediziosa</em>[56].</p>



<p><strong>I &#8220;Quaderni Rossi&#8221;</strong></p>



<p>Anche il gruppo di Quaderni Rossi fu sorpreso da piazza Statuto &#8211;&nbsp; non certo dalla ripresa della lotta alla Fiat o dalla durezza dei picchetti &#8211; e si spaventò; soprattutto perché nell&#8217;ambito del Movimento Operaio, un po&#8217; per altrettanta e ben più grave sprovvedutezza nel capire cosa stava succedendo, un po&#8217; perché c&#8217;era bisogno di trovare subito un capro espiatorio nella propria area di influenza e un po&#8217; come atto di ritorsione contro l&#8217;intervento autonomo fatto dal gruppo con un proprio volantino alla Fiat[57], era stato indicato, assieme ai fascisti, come uno dei gruppi provocatori responsabili del tumulto. Malgrado diversi membri di Quaderni Rossi (operai o meno) si trovassero in piazza come testimoni o partecipassero direttamente agli scontri, il fatto fu pubblicamente negato. In una lettera alla Cisl inviata per la pubblicazione anche alle redazioni de <em>La Gazzetta del Popolo</em> e de <em>l&#8217;Unità</em> e mai pubblicate, si definisce &#8220;totalmente inesatta l&#8217;affermazione che i collaboratori della rivista <em>Quaderni Rossi</em> abbiano preso parte agli scontri di piazza Statuto e tanto meno li abbiano provocati&#8221;. E poi, come fosse una prova: &#8220;Su ciò fa fede la partecipazione di tali lavoratori, in gran parte iscritti al Pci, al Psi, alla Fgs, all&#8217;azione sindacale, tendente in questi giorni a realizzare un possente sciopero unitario degli operai della Fiat. È nostra opinione inoltre, che incidenti come quelli di piazza Statuto, sono controproducenti ai fini di una lotta di classe avanzata&#8230;&#8221;. E pochi giorni dopo lo stesso Panzieri, in una lettera alla redazione romana dell&#8217;Unità, facendo riferimento alla &#8220;presunta partecipazione di Quaderni Rossi &#8230; ai fatti di piazza Statuto scriveva: &#8221; È persino ridicolo che voi abbiate potuto raccogliere una calunnia che semplicemente anticipava ed aveva l&#8217;identico significato di quelle rivolte al partito comunista&#8230;&#8221;. E in una lettera a Nenni con lo stesso obiettivo di veder pubblicata sull&#8217;<em>Avanti!</em> la smentita: &#8220;incidenti come quelli di piazza Statuto in quanto manifestazione di anarchismo sottoproletario e occasione cli provocazioni poliziesche e reazionarie, tendono a deviare il corso della lotta operaia dai suoi veri obiettivi e appaiono perciò in perfetta antitesi alla linea da noi sostenuta&#8221;[57].</p>



<p>Evidentemente&nbsp; una certa contraddizione c&#8217;era anche all&#8217;interno di questo gruppo perché, malgrado il contesto da caccia alle streghe che lo circondava, Panzieri queste cose le pensava effettivamente, mentre altri no. Poche settimane dopo, comunque, Quaderni Rossi pubblicarono una analisi parziale ma ben più seria che resta tuttora un documento valido a comprendere quella storia [58].</p>



<p><strong>NOTE</strong></p>



<p>[25] &#8220;Torino cronache&#8221;, 12 luglio 1962.</p>



<p>[26] <em>L&#8217;Arturo Ui del prof . Vittorio Valletta</em>, in &#8220;Torino Cronache&#8221;, cit ., p. 3.</p>



<p>[27] Può essere interessante notare che in quegli anni alla Fiat Mirafiori, su 30.000 lavoratori, il Pci contava circa 300 iscritti, il Psd poche decine e le due organizzazioni sindacali poche migliaia.</p>



<p>[28] Cfr . &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[29] In realtà quella dichiarazione viene fatta — come affermarono i protagonisti dell&#8217;episodio — da un solo ragazzo.</p>



<p>[30] &#8220;Stasera&#8221;, 9 luglio 1962.</p>



<p>[31] <em>L&#8217;Arturo Ui&#8230;, </em>cit<em>.</em></p>



<p>[32] &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, 17 luglio 1962.</p>



<p>[33] La dichiarazione di Marchiaro è stata raccolta nell&#8217;opuscolo <em>I fatti di Torino</em>, cit.</p>



<p>[34] &#8220;Rinascita&#8221;, 14 luglio 1962.</p>



<p>[35] Archivio dell&#8217;Isti. Morandi presso la Fondazione G . G . Feltrinelli, Milano.</p>



<p>[36] &#8220;L&#8217;Europeo&#8221;, cit.</p>



<p>[3 ]7 Cit. da Vittorio Gorresio in &#8220;La Stampa&#8221;, 10 luglio 1962.</p>



<p>[38] &#8220;La Stampa&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[39] &#8220;Mondo Nuovo&#8221;, 22 luglio 1962.</p>



<p>[40] &#8220;La Stampa&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[41] Michele Costa in &#8220;Avanti!&#8221;, 10 luglio 1962.</p>



<p>[43] R. Carli-Ballola, &#8220;Avanti&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[43] &#8220;Avanti!&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[44] Data la zona, meno del 6% di gente con precedenti che possono anche essere reati punibili con contravvenzioni, è insignificante. Più avanti, chi ha &#8220;precedenti penali&#8221; diventa pericoloso, infatti l&#8217;on. Castagno, riferendosi al primo processo in corso a Torino si chiede perché &#8220;nessuno di quelli che erano indicati dalla stessa Questura come elementi pericolosi è stato incriminato?&#8221; Come si ricorderà, invece, fra gli imputati del secondo processo ve ne erano alcuni con precedenti per reati comuni.</p>



<p>[45] &#8220;La Stampa&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[46] &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, 10 luglio 1962 . A proposito dell&#8217;età dei manifestanti, c&#8217;è da notare che fra i 36 processati, gli imputati con più di 20 anni erano 25.</p>



<p>[47] Ettore Masina in &#8220;Il Giorno&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[48] &#8220;Stampa Sera&#8221;, 12-13 luglio 1962.</p>



<p>[49] &#8220;La Gazzetta del Popolo&#8221;, 10 luglio 1962.</p>



<p>[50] R . Carli-Ballola sull&#8217; &#8220;Avanti!&#8221;, 13 luglio 1962.</p>



<p>[51] L&#8217;on . Gino Castagno, art . cit.</p>



<p>[52] I fantasmi in piazza, di V . Notarnicola sull&#8217; &#8220;Europeo&#8221;, cit.</p>



<p>[53] Ettore Mesina in &#8220;Il Giorno&#8221;, 10 luglio 1962.</p>



<p>[54] Il saggio su &#8220;Il Ponte&#8221;, luglio 1962, qui cit.</p>



<p>[55] &#8220;La Stampa&#8221;, 28 luglio 1962.</p>



<p>[56] Una analisi dettagliata dell&#8217;aspetto giudiziario della vicenda di piazza Statuto è stata pubblicata recentemente da &#8220;Magistratura Democratica&#8221;, 21-22, 1-6 1978.</p>



<p>[57] Si veda l&#8217;intervista a E . Soave, pp . 190 sgg.</p>



<p>[57] Queste citazioni sono tratte dal materiale dell&#8217;archivio dell&#8217;Istituto R . Morandi presso la Fondazione G . G . Feltrinelli di Milano.</p>



<p>[58]&nbsp; È citato nella bibliografia ragionata.</p>



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		<title>DELLA CULTURA ESPLICITA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/10/29/della-cultura-esplicita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2021 08:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da tempo immemore ci si torna a interrogare sulla funzione e il potere degli intellettuali in seno alla civiltà capitalistica, perlomeno da quando la <em>cultura esplicita</em>, come la definiva Romano Alquati, degli intellettuali di professione si è interessata quasi esclusivamente alla riproduzione dell&#8217;esistente, elidendo ogni finalità antagonista. È questa la via, lungo la quale il sapere, venduto e comprato come una merce, concorre, come è facile prevedere, alla strutturazione di soggettività pienamente capitalistiche.</p>



<p>La lavorizzazione delle capacità intellettuali, promossa anche da un processo di formazione che si è più volte mostrato sprezzante nei confronti delle competenze, ha desacralizzato il sapere, facendone una merce come tutte le altre. Sarà per questo motivo che qualche intellettuale di professione ha proposto che la formazione venga intesa come tutela del sacro, quando invece sarebbe stato opportuno concepirla come demercificazione del profano e, quindi, come capacità umana di essere attivi, sottraendosi a un ruolo sociale predisposto una volta per tutte.</p>



<p>A metà strada tra l&#8217;attore-umano, del tutto asservito al potere, e il soggetto-umano, pienamente antagonista, vive l&#8217;agente intermedio, una specie pericolosissima di intellettuale che svolge il proprio ruolo con una certa autonomia, ma dimostrando anche una inequivocabile adesione e, tutto sommato, un sicuro gradimento nei confronti del sistema capitalistico. Detto in altri termini, si tratta di un intellettuale che sale e, all&#8217;occorrenza, scende dalla propria torre d&#8217;avorio e che, in silenzio o con voce flebile ha scritto recentemente Sabino Cassese in un discutibilissimo libello (<em>Intellettuali</em>, Bologna, il Mulino, 2021), guarda il cielo, ma senza lottare, senza prendere mai posizione, imponendosi soltanto con la sua disorganica e altalenante presenza. Questo agente intermedio, staccato dalla realtà concreta e narcisisticamente proiettato su un piano di mezza cultura, permeato di astrazioni e di sottoprodotti del pensiero, non dispone certamente della capacità di demercificare il sapere perché rincorre semplicemente il consenso, la doppiezza, invece di mirare all&#8217;acquisizione di soggettività. E, invece, è scontato che l&#8217;intellettuale dovrebbe paventare una qualche uscita dal sistema capitalistico che, se si vuole dare retta alla cultura esplicita degli agenti intermedi, è omeostaticamente chiuso. E allora bisogna provare a uscire, magari recuperando la dimensione materiale del conflitto, ossia rapportandosi criticamente alla vita e opponendosi alla rassicurante e angosciosa statizzazione del pensiero.</p>



<p>All&#8217;alluvione di parole che caratterizza l&#8217;oggi non si può certo pensare di rispondere mediante il silenzio caldeggiato dall&#8217;incredibile Cassese (invece che <em>Intellettuali</em> il suo libro avrebbe dovuto intitolarsi <em>Intermedi</em>): si tratterebbe, in entrambi i casi, di forme di quello che è stato recentemente definito da Walter Siti come <em>neoimpegno</em> e che però, in tutte e due le prassi, degrada l&#8217;azione intellettuale a specializzazione merceologica, a impegno diversamente direzionato. Dunque, l&#8217;intellettuale non deve adottare la postura sciattamente <em>engagée</em> di chi vuole guarire le persone o provare a riparare il mondo per qualche ora o per qualche giorno, finendo poi per adattarsi a esso; bensì detenere quel carico di dubbio (quell&#8217;apertura all&#8217;imprevedibile, se si vuole) che gli consenta di agire la realtà capitalistica odierna, ma di farlo a partire dalla propria soggettività, cosa ben distante dalla semplice resistenza o dall&#8217;ambivalenza narcisistica.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>IL FARE INSEGNA A FARE. CONTRO L’ESTETICA DEL CONFLITTO</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2021 08:51:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo già dovuto prendere atto del modo in cui, in seno a moltissime pratiche militanti, individualismo e deriva narcisistica hanno fatto sì che al soggetto si sia progressivamente sostituito un suo simulacro per il quale la sterile urgenza di controbattere ha preso il posto della piena coscienza di opporsi o, quanto meno, di impegnarsi, anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Abbiamo già dovuto prendere atto del modo in cui, in seno a moltissime pratiche militanti, individualismo e deriva narcisistica hanno fatto sì che al soggetto si sia progressivamente sostituito un suo simulacro per il quale la sterile urgenza di controbattere ha preso il posto della piena coscienza di opporsi o, quanto meno, di impegnarsi, anche solo in un dibattito che fosse fecondo.</p>



<p>Dentro questa deriva, la militanza ha lasciato il posto all’attivismo per il quale spesso la dinamica sociale dell’agire collettivo viene sostituita dall’agire individuale, non più come elemento necessario per una proiezione socialmente coalizzante ma quasi come un modo di essere del tutto naturale e primigenio. Quello che si osserva è il decadere progressivo della necessità di una controsoggettivazione come processo collettivo necessario per ricostruire uno spirito di possibilità con un orizzonte di rottura sistemica.</p>



<p>Questo spaesato attivismo, oggi troppo diffuso, è con ogni evidenza frutto dell&#8217;incapacità di far fronte alla sempre più forte e sistematica pressione capitalistica. Tale pressione sta dando luogo, anche alle nostre latitudini e con sempre più chiarezza con l&#8217;inizio della crisi sindemica, alla progressiva e inesorabile sostituzione di una realtà naturale e sociale, nella quale l&#8217;uomo è parte del sistema che intende difendere, con una sequela di <em>iperoggetti</em> (soltanto in Calabria, ponte sullo Stretto, macrolotti stradali, mega-ecodistretti, pozzi petroliferi, ecc.) che, da un lato, sottraggono i luoghi alle loro identità e, dall&#8217;altro, li condannano a non poter essere immaginati e, dunque, non tanto migliorati, quanto nemmeno vissuti.</p>



<p>La natura ambivalente e spaesante degli <em>iperoggetti</em>, al cui disumano peso netto ecologico e sociale si aggiunge la totale incapacità di cogliere quella tara che modificherà completamente la natura dei territori sui quali il peso complessivo insisterà, ha mutato profondamente il rapporto tra l’oggetto e le pratiche del conflitto, queste ultime sempre più schiacciate su un vertenzialismo (anche sindacale) che non produce nessuna possibilità di indagare il <em>residuo irrisolto</em>, cioè quanto all’interno del conflitto (anche potenziale) rimane fuori dai processi di sussunzione del capitale.</p>



<p>L&#8217;uomo, privato finanche di interlocuzioni vere e proprie (sia tra attivista ad attivista, sia tra cittadino e istituzioni e persino tra attivista e cittadino), non può più fantasticare, confinato com&#8217;è in uno spazio annullato che ha desertificato i suoi processi di pensiero. L’affanno nel reagire all’avanzare inesorabile del modo di produzione capitalista e alla sua capacità di sussunzione, ossia all’estrema flessibilità con la quale riesce a inglobare e annichilire anche le istanze più radicalmente contrapposte, ha portato l’agire conflittuale dal reale al narrativo, in una disposizione che considera la narrazione come atto consolatorio dell’assolversi dal non essere più in grado di pensare (persino utopisticamente, perché no?) a prospettive diverse. Si ripiega, quindi, sul narrare se stessi come agenti di un cambiamento, se solo fosse consentito dalle circostanze. Nessun dubbio sulle negligenze dell’agire per l’agire o dell’agire per l’esserci, sull’opportunità di sgomitare per comparire dentro la narrazione almeno come comparse.&nbsp;</p>



<p>Nell&#8217;ottica di un ripensamento radicale della presenza dell’uomo sulla terra bisognerebbe prendere atto di quel meccanismo narrativo e autonarrativo che ha fatto in modo che al discorso sul soggetto si sostituisse la retorica del soggetto, tralasciando sistematicamente l’importanza della teoria come orizzonte di possibilità dove rischiare l’agire autenticamente conflittuale della soggettività oppure, ove sia possibile, della classe.</p>



<p>Di questa retorica è vittima tanto chi tenta di contrapporsi a forme costituite di potere capitalistico e al loro ben più esteso retaggio, magari credendo ingenuamente di militare contro di esse, quanto chi, da sempre, ha esplicitamente avversato ogni definizione del soggetto, potendo anzi esercitare una vera e propria pressione di ordine culturale su una soggettività diffusamente stemperata, falsamente impegnata, moralmente neutra.</p>



<p>Questo processo di sostituzione della retorica al discorso produce effetti farseschi sulle dinamiche, già debolissime, di risoggettivazione, per cui oggi assistiamo a veri e propri meccanismi di invenzione del soggetto, nato già con in bocca parole d’ordine mai vicine, neanche lontanamente, a quelle che vengono gridate nelle piazze reali come accaduto, ad esempio, durante le rivolte contro il lockdown dello scorso autunno quando le rivendicazioni più autentiche della gente in piazza divergevano profondamente dalle narrazioni forzate di alcuni militanti. Serve solo un’utile comparsa e mai un attore protagonista in una conflittualità teatralizzata. Il militante agisce per conto di una presunta (ma spesso inesistente) soggettività attraverso una narrazione che, nella migliore delle ipotesi, è solo utile a rafforzare, per modo di dire, il proprio ristretto gruppetto politico. Succede così che quando nuove soggettività, spesso con una natura fortemente ambivalente, fanno capolino, non più sul palcoscenico, ma nelle piazze, trovano il militante completamente disorientato.</p>



<p>Inevitabilmente accade che la teatralità ceda il passo all’estetica del conflitto perché, in assenza di un controsoggetto reale che confligge, il militante, munito di felpa o t-shirt d’ordinanza, non può che porre sulla scena solo il proprio corpo: in verità, la lunga stagione pandemica che stiamo attraversando ha neutralizzato anche questa pratica e non resta altra soluzione se non quella di trasferire il compito dell’autonarrazione a tristi striscioni con il nulla intorno.</p>



<p>Manca, e su queste pagine lo si è denunciato a più riprese, l&#8217;interpretazione della vita che nasce da una tensione morale e sociale ormai per lo più desertificata dall&#8217;ingombrante mostruosità dell&#8217;iperoggetto, supportata dalla visione oleografica proposta da una politica esercitata professionalmente, ma priva di progettualità e di senso della prospettiva.</p>



<p>Manca la materialità del rapporto del soggetto con se stesso e con l&#8217;oggetto, perché, danneggiato com&#8217;è da narcisismo e superfetazione, dal groviglio permanente di discorsi scollati dalla realtà, il soggetto è viziato da fini manipolatori, votato alla mediocrità, alla distorsione o, su un versante che è soltanto apparentemente opposto, all&#8217;estetica del conflitto.</p>



<p>Manca, infine, la capacità di <em>anticipazione</em> e di lettura dei processi in atto, capacità necessaria per costruire un’elaborazione teorica e una prassi d’intervento su basi sostanziali, dentro la materialità dei rapporti e la loro evoluzione, e non su basi velleitarie e temporanee. La materialità dei rapporti andrebbe indagata da militanti che, nell&#8217;acquisire una maggiore e più potente conoscenza (anche di se stessi), riescano a dare forza alle proprie potenzialità come soggetti, dunque come soggettività collettiva e, infine, come classe.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
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		<title>AUTONOMIA È RACCONTO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/07/08/autonomia-e-racconto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2021 09:46:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[controsoggettività]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La frequentazione dei racconti da parte dei bambini inizia prestissimo nella vita e non tende a diminuire a mano a mano che crescono: è questo l&#8217;assunto quasi ovvio dal quale prende le mosse la notissima riflessione di Jerome Bruner, dal suo La mente a più dimensioni [1986] (trad. di R. Rini, Roma-Bari, Laterza, 20133) fino [&#8230;]</p>
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<p>La frequentazione dei racconti da parte dei bambini inizia prestissimo nella vita e non tende a diminuire a mano a mano che crescono: è questo l&#8217;assunto quasi ovvio dal quale prende le mosse la notissima riflessione di Jerome Bruner, dal suo <em>La mente a più dimensioni</em> [1986] (trad. di R. Rini, Roma-Bari, Laterza, 20133) fino a <em>La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita</em> [2002] (trad. di M. Carpitella, Roma-Bari, Laterza, 2006) ed è da quest&#8217;ultimo che trarremo tutti i riferimenti al pensiero dello psicologo statunitense scomparso nel 2016.</p>



<p>La forma del racconto, sin dalle primissime fasi della nostra esistenza, sarebbe uno stampo che impone la sua forma alla realtà e sarebbe in grado di modellare intimamente l&#8217;esperienza quotidiana: da un lato, «contraddistingue il genere umano tanto quanto la posizione eretta o il pollice opponibile» (p. 97), dall&#8217;altro, «offre mondi alternativi che gettano nuova luce sul mondo reale» (p. 11). Mediante la letteratura di immaginazione, continua Bruner, si ha la tentazione di riesaminare l&#8217;ovvio e, in ragione di ciò, grande sarebbe la sua carica sovversiva, prima ancora che pedagogica. Pur prendendo le mosse dal familiare è nel regno del possibile che la finzione letteraria si addentra, coniugando la realtà dall&#8217;indicativo al congiuntivo, trasformando il consolidato in possibile, ma soprattutto esteriorizzando l&#8217;interiorità. Il racconto, allora, è uno strumento per trovare i problemi, più che per risolverli. Oltre a modellare il mondo, la narrazione plasma «anche le menti che tentano di dargli i suoi significati» (p. 31), in un dualismo incessante che è alla base della costruzione del Sé.</p>



<p>La creazione del Sé è, dunque, un&#8217;arte narrativa che avviene tanto dall&#8217;interno quanto dall&#8217;esterno: il Sé è anche l&#8217;Altro, spiega Bruner, giurando che la questione dell&#8217;identità, che ha carattere profondamente relazionale, si giochi su un equilibrio che la narrazione creatrice deve trovare tra autonomia e relazione col mondo delle altre persone: in una parola, impegno. Ovviamente qui si sta parlando di quella funzione pericolosa della narrativa che crea mondi possibili, estrapolandoli dal mondo che conosciamo, e che si pone in netto contrasto col puro intrattenimento. Non è forse proprio nel discutere se il mondo e la vita debbano essere come sono che risiede il germe della sovversione? La risposta di Bruner è risolutamente affermativa, a patto che si riesca a vincere il reciproco isolamento di narrativa e fattualità. La sensibilità per la lotta, o se si preferisce la controsoggettività, consiste nell&#8217;alleanza tra la definizione del mondo paradigmatico (o logico-scientifico) e, un po&#8217; a sorpresa, le oscure minacce di quello narrativo. L&#8217;impegno, declinato in questo modo, non ha la postura sciattamente <em>engagée,</em> positiva, superficiale e in un certo qual modo formalmente orientata sulla cronaca, di chi vuole guarire le persone o provare a riparare il mondo, cercando un adattamento; bensì, detiene quel carico di dubbio e di ambivalenza che gli consente di agire soggettivamente nelle mille contraddizioni della realtà capitalistica di oggi.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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