IL FARE INSEGNA A FARE. CONTRO L’ESTETICA DEL CONFLITTO

Abbiamo già dovuto prendere atto del modo in cui, in seno a moltissime pratiche militanti, individualismo e deriva narcisistica hanno fatto sì che al soggetto si sia progressivamente sostituito un suo simulacro per il quale la sterile urgenza di controbattere ha preso il posto della piena coscienza di opporsi o, quanto meno, di impegnarsi, anche solo in un dibattito che fosse fecondo.

Dentro questa deriva, la militanza ha lasciato il posto all’attivismo per il quale spesso la dinamica sociale dell’agire collettivo viene sostituita dall’agire individuale, non più come elemento necessario per una proiezione socialmente coalizzante ma quasi come un modo di essere del tutto naturale e primigenio. Quello che si osserva è il decadere progressivo della necessità di una controsoggettivazione come processo collettivo necessario per ricostruire uno spirito di possibilità con un orizzonte di rottura sistemica.

Questo spaesato attivismo, oggi troppo diffuso, è con ogni evidenza frutto dell’incapacità di far fronte alla sempre più forte e sistematica pressione capitalistica. Tale pressione sta dando luogo, anche alle nostre latitudini e con sempre più chiarezza con l’inizio della crisi sindemica, alla progressiva e inesorabile sostituzione di una realtà naturale e sociale, nella quale l’uomo è parte del sistema che intende difendere, con una sequela di iperoggetti (soltanto in Calabria, ponte sullo Stretto, macrolotti stradali, mega-ecodistretti, pozzi petroliferi, ecc.) che, da un lato, sottraggono i luoghi alle loro identità e, dall’altro, li condannano a non poter essere immaginati e, dunque, non tanto migliorati, quanto nemmeno vissuti.

La natura ambivalente e spaesante degli iperoggetti, al cui disumano peso netto ecologico e sociale si aggiunge la totale incapacità di cogliere quella tara che modificherà completamente la natura dei territori sui quali il peso complessivo insisterà, ha mutato profondamente il rapporto tra l’oggetto e le pratiche del conflitto, queste ultime sempre più schiacciate su un vertenzialismo (anche sindacale) che non produce nessuna possibilità di indagare il residuo irrisolto, cioè quanto all’interno del conflitto (anche potenziale) rimane fuori dai processi di sussunzione del capitale.

L’uomo, privato finanche di interlocuzioni vere e proprie (sia tra attivista ad attivista, sia tra cittadino e istituzioni e persino tra attivista e cittadino), non può più fantasticare, confinato com’è in uno spazio annullato che ha desertificato i suoi processi di pensiero. L’affanno nel reagire all’avanzare inesorabile del modo di produzione capitalista e alla sua capacità di sussunzione, ossia all’estrema flessibilità con la quale riesce a inglobare e annichilire anche le istanze più radicalmente contrapposte, ha portato l’agire conflittuale dal reale al narrativo, in una disposizione che considera la narrazione come atto consolatorio dell’assolversi dal non essere più in grado di pensare (persino utopisticamente, perché no?) a prospettive diverse. Si ripiega, quindi, sul narrare se stessi come agenti di un cambiamento, se solo fosse consentito dalle circostanze. Nessun dubbio sulle negligenze dell’agire per l’agire o dell’agire per l’esserci, sull’opportunità di sgomitare per comparire dentro la narrazione almeno come comparse. 

Nell’ottica di un ripensamento radicale della presenza dell’uomo sulla terra bisognerebbe prendere atto di quel meccanismo narrativo e autonarrativo che ha fatto in modo che al discorso sul soggetto si sostituisse la retorica del soggetto, tralasciando sistematicamente l’importanza della teoria come orizzonte di possibilità dove rischiare l’agire autenticamente conflittuale della soggettività oppure, ove sia possibile, della classe.

Di questa retorica è vittima tanto chi tenta di contrapporsi a forme costituite di potere capitalistico e al loro ben più esteso retaggio, magari credendo ingenuamente di militare contro di esse, quanto chi, da sempre, ha esplicitamente avversato ogni definizione del soggetto, potendo anzi esercitare una vera e propria pressione di ordine culturale su una soggettività diffusamente stemperata, falsamente impegnata, moralmente neutra.

Questo processo di sostituzione della retorica al discorso produce effetti farseschi sulle dinamiche, già debolissime, di risoggettivazione, per cui oggi assistiamo a veri e propri meccanismi di invenzione del soggetto, nato già con in bocca parole d’ordine mai vicine, neanche lontanamente, a quelle che vengono gridate nelle piazze reali come accaduto, ad esempio, durante le rivolte contro il lockdown dello scorso autunno quando le rivendicazioni più autentiche della gente in piazza divergevano profondamente dalle narrazioni forzate di alcuni militanti. Serve solo un’utile comparsa e mai un attore protagonista in una conflittualità teatralizzata. Il militante agisce per conto di una presunta (ma spesso inesistente) soggettività attraverso una narrazione che, nella migliore delle ipotesi, è solo utile a rafforzare, per modo di dire, il proprio ristretto gruppetto politico. Succede così che quando nuove soggettività, spesso con una natura fortemente ambivalente, fanno capolino, non più sul palcoscenico, ma nelle piazze, trovano il militante completamente disorientato.

Inevitabilmente accade che la teatralità ceda il passo all’estetica del conflitto perché, in assenza di un controsoggetto reale che confligge, il militante, munito di felpa o t-shirt d’ordinanza, non può che porre sulla scena solo il proprio corpo: in verità, la lunga stagione pandemica che stiamo attraversando ha neutralizzato anche questa pratica e non resta altra soluzione se non quella di trasferire il compito dell’autonarrazione a tristi striscioni con il nulla intorno.

Manca, e su queste pagine lo si è denunciato a più riprese, l’interpretazione della vita che nasce da una tensione morale e sociale ormai per lo più desertificata dall’ingombrante mostruosità dell’iperoggetto, supportata dalla visione oleografica proposta da una politica esercitata professionalmente, ma priva di progettualità e di senso della prospettiva.

Manca la materialità del rapporto del soggetto con se stesso e con l’oggetto, perché, danneggiato com’è da narcisismo e superfetazione, dal groviglio permanente di discorsi scollati dalla realtà, il soggetto è viziato da fini manipolatori, votato alla mediocrità, alla distorsione o, su un versante che è soltanto apparentemente opposto, all’estetica del conflitto.

Manca, infine, la capacità di anticipazione e di lettura dei processi in atto, capacità necessaria per costruire un’elaborazione teorica e una prassi d’intervento su basi sostanziali, dentro la materialità dei rapporti e la loro evoluzione, e non su basi velleitarie e temporanee. La materialità dei rapporti andrebbe indagata da militanti che, nell’acquisire una maggiore e più potente conoscenza (anche di se stessi), riescano a dare forza alle proprie potenzialità come soggetti, dunque come soggettività collettiva e, infine, come classe.

La redazione di Malanova

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