IL MOVIMENTO NEL TERZO MILLENNIO. UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO (I)

Questo articolo – che proponiamo in due puntate – vuole essere una riflessione su una fase storica complessa, quella che sembra apparentemente aprirsi all’indomani del G8 di Genova 2001. Fase nella quale siamo tuttora immersi e della quale, forse, ancora non abbiamo saputo delineare i tratti. Sui presupposti di una lucida corsa allo smantellamento di qualunque costrutto teorico, in continuità con la fine dei grandi metaracconti (Jean-Francois Lyotard, “La condition postmoderne”, 1979) e nella “fluida” ricerca di un indefinibile ritrovato post-ideologico capace di rompere definitivamente con un non meglio precisato passato, si sono condensati anni di riflessioni sui conflitti sociali e modalità di praticare questi ultimi.

Se Genova ha rappresentato uno spartiacque lo è stato dal punto di vista di una sistematica implosione di tutte le istanze di conflitto reale in nome della sua mediatizzazione. Implosione che ha sublimato tutta l’analisi sulla fase storica e determinato una narrazione del conflitto e non una ricerca delle sue ragioni. Né è emersa, quindi, la ricerca di conflittualità non più incardinata nella dialettizzazione e nella comprensione delle problematiche sociali, bensì, su una lucida volontà di spettacolarizzarne le pratiche. Sono esplosi i fenomeni dei media più o meno indipendenti e del mediattivismo da social-network, c’è stata quindi una scelta precisa di rivaleggiare con il mainstream: costruendo strumenti di comunicazione alternativi, che spesso non sono riusciti ad affrancarsi da derive di autoreferenzialità e di “specializzazione del conflitto”. 

Si è quindi assistito ad un processo nel quale si sono dismessi gli strumenti di analisi classici, senza riuscire a determinarne di nuovi: ci si è gettati a mani nude nella mischia con una narrazione minuto per minuto. Una narrazione di quante batoste si stessero prendendo. Qui non si cercano responsabili in quanto individui, semmai tenteremo una disamina per individuare quelle responsabilità storiche che collettivamente, più o meno consapevolmente, abbiamo deciso di assumere, in misura di una più o meno attiva partecipazione ad un processo di volontaria abiura ad un determinato senso dell’agire politico di un’intera “generazione”.

La sostituzione, quasi protesica, della narrazione all’analisi ha sicuramente ampliato la platea degli uditori, ma ha drammaticamente compromesso la capacità di comprensione dei fenomeni e dei processi, allontanando il conflitto dalla realtà. La materialità delle esigenze sociali che per secoli ha costituito la base necessaria delle rivendicazioni e delle lotte è stata declassata a questione di secondaria importanza. Altre questioni sono state elette a fattori chiave dell’azione politica, che restando però patrimonio speculativo del ceto politico hanno finito per descrivere traiettorie divergenti con il resto della società.

Una privazione chirurgica e scientifica degli strumenti atti ad orientare, non tanto le scelte in sé, quanto le opportunità di confliggere in maniera decisiva con un sistema che andava dotandosi di anticorpi contro i quali ci siamo ben guardati dall’equipaggiarci. Preferendo percorsi di codismo agli eventi abbandonando quindi il posto di avanguardia che ha sempre contraddistinto l’agire movimentista. Non c’è stato più quel giocare d’anticipo che spesso nel passato disorientava l’avversario, siamo invece divenuti prevedibili, giocando sempre in risposta ad azioni spesso già compiute. Abbiamo quindi scelto di ribattere punto su punto un’agenda di eventi scadenzati da un’entità sovranazionale cercando di abbattere le porte sbagliate, abbandonando quella genuinità di pratiche aderenti ai territori, come il lavoro sistematico nei quartieri finendo con il lasciare campo libero agli “anti imperialisti” della celtica.   

Ma come si può definire la “generazione Genova”? Una stratificazione complessa ed intricata fatta di conflitti sociali ed ambientali, comitati spontanei, case occupate, orti sociali e scioperi, ma anche inchieste, suicidi, denunce, incendi e pestaggi. Intanto il mondo accelerava sulla china discendente della crisi imminente e il tutto ha assunto i connotati di estrema resistenza, o per lo meno di tentativi di resistenza, agli eventi e ai processi, e quella conflittualità tanto cercata ridimensionava sé stessa nel momento in cui si doveva reagire: si è preferito inscenare un teatro di piazza, un gioco di ruolo il cui esito si misurava nei like sui blog e sui social network.

Ma torniamo al concetto che ultimamente sembra andare molto di moda della “generazione Genova”, che convince sempre meno nella misura in cui si delinea all’interno di una costante tensione tra la generazione che ha vissuto gli anni ‘70 e quella stordita dagli anni ‘80, due generazioni che a modo loro tentano di orientare quella cresciuta negli anni ‘90, letteralmente abbandonata a sé stessa senza strumenti per analizzare la propria condizione. Una generazione che non ha passato in quanto cresciuta in un fermento unidirezionale, e potremmo dire a compimento dell’imprinting monodimensionale (Herbert Marcuse, 1964 One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society), che ha eradicato il concetto di passato come elemento storico da cui trarre informazioni utili per capire il presente e ipotizzare il futuro. Una generazione forgiata nel presente, come unico orizzonte temporale. Il che ha creato non solo uno strappo con le generazioni pregresse, ma una definitiva incomunicabilità. Chi ha come orizzonte di senso un presente indefinitamente esteso, tende a vedere il futuro come un presente posticipato, e il passato come qualcosa che riguarda il semplice ricordo. In questo movimento di auto-centratura sul sé di tutto ciò che è esperienza, il fatto di non percepire il passato come esperienza sociale collettiva, come dato da analizzare, pone il presente come un “dato gettato”, qualcosa da accettare a prescindere.

È oltremodo chiaro partendo da questi presupposti, che i mutamenti sociali cui abbiamo assistito a partire dagli anni ’90 in poi, non possono essere percepiti come cambiamenti in quanto non conoscendo e non riconoscendo un prima, è assai difficile comprendere che il dopo è stato un periodo di arretramento e sconfitte. Quindi la precarizzazione sociale partita con la demolizione sistematica dello statuto dei lavoratori, dei contratti collettivi nazionali e tutte quelle scelte politiche, sono vissute da chi oggi ha 25-30 anni come un dato di fatto. Questo in parte sconfessa la sintesi abbracciata da troppi: che chi vive il precariato e la privazione sa già tutto in quanto li esperisce sulla propria pelle ed è capace di risalire alle cause stesse della sue privazioni. Se così fosse vivremmo in una condizione di perenne rivolta.

In questo pantano post moderno sguazza un bestiario assortito che galleggia sulle più grosse contraddizioni storiche, che non chiude la porta in faccia a nessuno, che dialoga con tutto e il contrario di tutto, che accetta i compromessi, che mira alla concretezza del risultato immediato, che affronta le problematiche caso per caso trovando soluzioni in costante conflitto le une con le altre, dicendo tutto e il contrario di tutto. Ovviamente non ci si riferisce ai soli partiti politici ma di specifiche tendenze all’interno del movimento, tendenze che ammettono candidamente gli accordi sottobanco nei consigli comunali, che esprimono beatamente consiglieri e che salvaguardano il lavoro nei quartieri dei loro affiliati e tacciono sugli sgomberi ai danni delle altre aree politiche.

Se questa è la generazione post Genova, ebbene che affondi nelle sue stesse contraddizioni. Se invece la generazione Genova è quella che sta tentando di ricostruire le armi politiche per analizzare il mondo che gli sta attorno allora è un’altra storia: parliamo di una generazione che non vuole ricordare e identificare Genova solo con l’omicidio di Carlo Giuliani, con i pestaggi per strada o con Bolzaneto, e non perché non le interessi ma perché non vuole che la ritualità del ricordo offuschi quelle che furono le responsabilità di un fallimento politico e movimentista. Che non si usi il ricordo di una vita stroncata per soffocare ogni critica al fallimento portato dalle lotte per la leadership di un movimento “antagonista” ormai evaporato e tendenzialmente rintanatosi nei seggi elettorali.

Se una tale generazione ci deve essere allora è quella costruita attorno all’irrappresentabilità come fondamento e non come slogan, come critica immanente a false dottrine tenute in piedi dai “mi piace” e dalla conta delle visualizzazioni di un articolo on line. Se un nuovo interesse generazionale esiste è quello che non ammette più la lotta per la leadership, l’auto narrazione e la ricerca di nuove idee a tutti i costi o neologismi che puzzano di “neolingua” senza riferimenti ad alcuna idea. Una generazione che i conti col passato li pretende, perché vuole capire come sia possibile essere tornati in condizioni di sfruttamento tipici di un secolo fa. Questa generazione, se mai esistesse, vorrebbe sapere come mai abbiamo fatto tanti passi indietro mentre i responsabili del dietrofront continuano ancora a parlarci di rivoluzione, di mobilitazioni, di insurrezioni dalle colonne di un quotidiano o da qualche “sito d’area”.  [continua…]

La redazione di Malanova

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