CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#9]

Continua il nostro viaggio nella sanità calabrese con le testimonianze di due cittadine costrette a fare i conti con l’imperizia professionale di alcuni medici, con strutture pubbliche completamente inadeguate e asservite al sistema privatistico delle cure e con la costante necessità di ricorrere ai cosiddetti “viaggi della speranza” per raggiungere regioni, come la Toscana e l’Emilia Romagna, dove tra sanità privata e strutture pubbliche il meccanismo del business intorno alle emergenze sanitarie calabresi è diventato strutturale ma dove al contempo migliaia di cittadini riescono immediatamente a trovare risposte e cure mediche adeguate. Questo sistema permette di trasferire ingenti quantità di denaro pubblico dalle casse della Regione Calabria a quelle delle Aziende Sanitarie del Nord Italia e alle tante cliniche e strutture riabilitative private accreditate e/o convenzionate.


PRIMA TESTIMONIANZA

Volevo farvi partecipi di un’esperienza che ho fatto relativamente ad un mio “viaggio della speranza” per farmi curare nella Regione Toscana, non avendo trovato in Calabria un’alternativa seria. Nel giugno del 2018 sono stata investita da un’automobile che mi ha creato un danno che inizialmente sembrava di poco conto ma che poi si è rivelato un danno molto importante. La ruota dell’automobile mi ha urtato la caviglia destra salendo sul tallone del piede. Per questa cosa sono stata 3 ore in attesa di una radiografia e dopo sono stata convocata dal medico del Pronto Soccorso il quale senza guardarmi assolutamente la gamba, ma, guardando solo la radiografia, mi ha dato 10 giorni come tempo di guarigione e mi ha invitato a recarmi da un fisiatra per fare della ginnastica. Nelle tre ore che sono stata nel pronto soccorso di Paola (CS) non mi è stata riservata molta attenzione anche perché, a dire il vero, non avevo nessuna ferita evidente; il problema era più profondo. Era visibile solo una grande macchia rosso/bluastra sotto pelle che ormai si era espansa dal piede al ginocchio. Nella parte interna della gamba, nel giro di due giorni, si è comincia a formare una macchia nera. Mi sono consultata telefonicamente con un mio amico medico, gli ho mandato le foto e lui mi ha consigliato di recarmi subito in ospedale perché quella macchia nera andava subito tolta. In realtà, dopo, ho contattato un altro medico qui a Cosenza, un ortopedico che ha detto che non c’era nessuna rottura ma che bisognava intervenire su questa macchia nera. Insomma, mi reco in ospedale, a Cosenza, con dolori indicibili che nel giro di ore sono diventati sempre più importanti. Faccio la fila al Pronto Soccorso e mi valutano da codice verde. Io avevo la ferita avvolta, fasciata. Racconto la storia e loro mi valutano da codice verde, poco urgente. Mi metto in attesa e nel frattempo in preda ai dolori urlo come una matta con mio figlio imbarazzato che mi suggerisce di stare calma perché altrimenti per dispetto mi avrebbero rinviata senza neanche guardarmi. Alla fine riesco a vedere un medico il quale subito mi dice che era una cosa importante e mi manda al reparto vascolare per una visita più approfondita. Se ricordo bene, a causa del fatto che c’era un medico che non poteva scendere giù al pronto soccorso, mi hanno inviata al reparto su una sedia a rotelle rotta perché non c’erano infermieri che mi potessero accompagnare. Quando arrivo in reparto, il primario responsabile fa una scenata enorme al medico suo subalterno. Evidentemente perché non mi dovevo permettere di andare in reparto. Quando il medico del Pronto Soccorso gli ha spiegato la necessità di visitarmi perchè in gravi condizioni, il primario mi ha invitato ad andare via. Così sono andata via senza avere nessuna visita e alla fine della mattinata succede che vengo ricevuta dopo aver fatto la fila normale mentre urlavo e piangevo dal dolore. In ambulatorio il medico ha provato, senza anestesia, ad aprire la parte nera, diventata come carbone, e per pulire. In realtà non sopportavo il dolore ho chiesto se poteva esserci un anestesista, qualcuno che mi addormentasse. Il dottore ha risposto che io avrei dovuto prenotarlo l’anestesista in quanto non presente in reparto e per tal motivo doveva interrompere il trattamento di pulizia perché, viste le urla di dolore, supponeva fossero interessati anche i nervi. A questo punto sono costretta ad andarmene con la ferita aperta, non pulita, con una fasciatura improvvisata. Il primo medico, quello del Pronto Soccorso dal quale sono dovuta passare per tornare a casa, mi ha mandato all’ospedale Mariano Santo (CS) senza ambulanza e senza niente. Sempre mio figlio ho dovuto provvedere. Poi tornata dal Mariano Santo mi senza cure mi hanno mandata da un’altra parte. Sono stata lì 8-9 ore e dopo sono tornata a casa con la ferita aperta non pulita e con le lacrime che me le bevevo. Mio figlio, che era svenuto quando ha visto la ferita aperta e nera di sangue coagulato, mi ha riaccompagnato a casa senza avere nessuna indicazione terapeutica. Vivevo su un divano, notte e giorno. Per diversi giorni non siamo riusciti ad essere visitati da uno specialista. Alla fine un medico molto bravo, il dott. Giacinto, lo cito perchè non ha salvato solo me ma salva quotidianamente parecchie persone, mi ha visitato e ha subito detto che la cosa fosse una cosa importante e che bisogna andare fuori a fare delle operazioni di innesto cutaneo perché lì la necrosi era andata avanti e praticamente occupato l’ottanta per cento della parte interna della gamba ed era chiaro che in quelle condizioni si rischiava l’amputazione, cosa che al pronto soccorso di Cosenza in realtà avevano ventilato dicendomi: “signora è una cosa importante il rischio è l’amputazione”. Tenete conto che ero entrata con codice verde! Dopodiché questo dottore, questo vulnologo, cioè esperto nel curare ferite croniche, telefona a un centro a Lucca, manda delle foto ad un collega che mi fa subito salire. Naturalmente tutto a spese mie. Ricordo perfettamente che abbiamo pagato “sull’unghia” €900 all’ambulanza che ci ha trasportato. Lasciando perdere le traversie delle operazioni e di com’è finita la situazione, sottolineo il fatto di come ho scoperto che in Toscana ricevono volentieri, come tutte le altre regioni del nord, i pazienti calabresi e utilizzano una doppia corsia per quelli che vengono da fuori, come nel mio caso, e per i pazienti invece che sono toscani. Personalmente sono stata operata dopo 3 giorni e sono stata trattenuta nella struttura il massimo consentito per quel tipo di intervento, cioè una settimana. Poi non sono stata mandata a casa perché avevo bisogno di controlli e di medicazioni settimanali, medicazioni avanzate venivano chiamate, molto particolari e che dovevano accertare se l’innesto cutaneo era attivo, cioè aveva dato buoni risultati, o invece c’era stato un rigetto da parte della mia gamba. Per questo motivo, dopo una settimana, vengo trasferita in un’altra struttura che però faceva parte della stessa struttura di Lucca, cioè della stessa società. Era una struttura di riabilitazione, lì vengo trattenuta un mese a fare riabilitazione e poi mi hanno riportata di nuovo all’ospedale di Lucca, che è un ospedale privato accreditato, e vengo sottoposta a un secondo intervento di innesto dopodichè vengo mandata a casa. Dopo alcuni giorni, nella mia stessa stanza è arrivata una signora che stava conciata molto peggio di me. Aveva la glicemia alta a causa del diabete e questo gli aveva prodotto questo tipo di ferite; aveva una caviglia praticamente spolpata a causa di ferite da tutti i lati per cui ha ricevuto più di un innesto e nonostante fosse straniera, ma da tanti anni in Italia, si capiva che non fosse benestante. Insomma era intuibile che avrebbe avuto grosse difficoltà a curarsi perché necessitava di un’assistenza specialistica domiciliare che però è a carico del malato. Infatti anche io ho sempre pagato qui a Cosenza visto che i tempi di cura relativi al tuo problema non corrispondono ai tempi che offre l’azienda sanitaria. Per questo motivo non ho potuto mai usufruire di assistenza domiciliare gratuita nonostante la gravità della situazione. Per tornare alla signora della mia stanza, ho notato la diversità di trattamento nonostante la sua condizione fosse addirittura peggiore della mia. Io ero stata spedita, dopo l’operazione, a Viareggio, per un mese, per una pseudo riabilitazione non del tutto necessaria. La signora, invece, è stata inviata direttamente a casa. Questo diverso trattamento, per concludere, ho scoperto successivamente che fosse dovuto al fatto che la regione Calabria ha pagato per me un mese e mezzo di degenza fuori regione. La regione Toscana incassa solo e quindi fa ponti d’oro per attrarre chi viene da fuori regione. In effetti sono stata una di quelle che è stata più tempo ospite delle cure toscane entre altri stavano al massimo 10 giorni e andavano via. Da qui il fatto che le compagne della mia stanza erano tutte persone che arrivano dalla Sicilia, dalla Liguria, dall’Emilia, praticamente tutte da fuori regione. Ma soprattutto era un trattamento riservato a noi meridionali. Pensate un po’ che in questo periodo mi sono incontrata con 3 persone di Cosenza dove mi avrebbero tagliato la gamba visto che non c’era nemmeno a disposizione l’anestesista per consentire la pulizia di una necrosi andata avanti rapidamente in pochissimi giorni. In Toscana mi hanno accolta molto volentieri ed hanno fatto di tutto per farmi restare, per non farmi tornare in Calabria, dicendo che qui non avrei ricevuto assistenza soprattutto visto che ci trovavamo nel mese di luglio. Sostanzialmente si pongono come se ti stessero facendo un piacere. In realtà sappiamo perfettamente che la Calabria poi deve pagare la prestazione alla Toscana ed è questo il motivo vero di tutta quella premura non garantita ai toscani che vengono mandati subito a casa per risparmiare.

SECONDA TESTIMONIANZA

L’esperienza che vi voglio raccontare è relativa al mio rapporto con il funzionamento della sanità in Calabria. Ho una malattia cronica da molti anni, non so neanche quanti perché prima che mi fosse diagnosticata negli anni 80 ero stata curata per un’altra malattia. Quando sono stata inviata dal mio medico di famiglia al Mariano Santo per un problema dell’apparato respiratorio il primario, compagno di liceo tra l’altro del mio medico di famiglia, mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha dato una pacchetta sulla spalla per dirmi: “ti consiglio di andare fuori perché noi qui questo tipo di patologia la affrontiamo, ma la affrontiamo su persone anziane”. Io ho capito che era un consiglio, come a dire che se muore una persona anziana poco male ma tu che sei giovane, se puoi, per affrontare il tuo problema è meglio che te ne vai perché qui non sappiamo come fare. Ovviamente decido di andare fuori Calabria, in un centro dell’ospedale di Forlì dove lavorava e lavora tutt’ora uno pneumologo riconosciuto, molto bravo e soprattutto un bravo diagnosta. Questo dottore ha preso in mano la situazione e ho cominciato ad affrontare i problemi relativi a questa patologia periodicamente, tre o quattro volte all’anno. Inizialmente andavo in ospedale. Prenotavo la visita a pagamento da quel primario che faceva un piano degli esami da fare è in due giorni, ripeto due giorni, tre con il giorno di arrivo, venivo accompagnata alla TAC, poi alla spirometria, poi da un’altra parte. Praticamente in due mattinate facevo tutti gli esami che mi venivano ordinati che erano tanti alla fine. Questi esami o a mano o mediante computer arrivavano allo studio del primario dal quale venivo riconvocata per stabilire la terapia necessaria. Con la lettera in mano per il medico condotto tornavo giù. Pensate, tanto era eccellente il servizio, che una volta che mi recai lì, era un febbraio credo, ci fu una grandissima nevicata e per paura che io non potessi tornare subito a casa e prendere i farmaci mi hanno fatto passare dalla farmacia dell’ospedale a ritirare i farmaci di cui avrei avuto necessità in quei giorni qualora non avessi potuto riprendere il treno per tornare. Dopo molti anni che ho fatto questa vita non solo mi sono stancata perché affrontavo il viaggio del treno o del pullman o dell’aereo ma anche per la spesa per dormire e mangiare fuori casa che non era una cosa da poco conto ma dopo aver trovato la strada giusta per fronteggiare una patologia che mi rendeva difficile la vita da anni mi sono sempre convinta che tutto sommato erano soldi spesi bene. Comunque dopo 20 anni circa, dopo aver dato per vent’anni i miei soldi alla sanità dell’Emilia Romagna, visto che era chiaro che tutti gli esami che mi venivano fatti fossero in regime mutualistico e quindi pagati dalla Regione Calabria, mi sono arrabbiata per questo sforzo economico, di tempo, di energia fisica e ho deciso di tornare per farmi curare a casa mia. Cercando chi potesse aiutarmi sono anche assistita dal caso affidandomi ad un medico molto molto bravo. Quando mi sono prenotata la prima volta con lui, seguendo la trafila normale, la visita era programmata per due anni dopo. Mi ha contattato personalmente perché con l’aiuto delle sue assistenti hanno trovato uno spazio di tempo fra una lezione universitaria e il lavoro di corsia nel suo reparto per visitarmi. Così, anche successivamente, venivo chiamata due giorni prima per la visita. Mi presentavo ed era tutto gratuito. Un’ottima persona e anche nel reparto c’era un clima di collaborazione e un’efficienza incredibile, una grande familiarità col medico il quale raccontava di questo suo essere voluto tornare dall’America per lavorare nella sua regione. Mi spiegò che comunque la situazione era molto complessa visto che aumentavano le necessità ma che, per motivi diversi, aveva sempre meno collaboratori, quelli pensionati non venivano rimpiazzati, e che quindi lui era preso alla gola a causa del tanto lavoro e dalla inefficienza generale. Parlava molto di questo suo grande dispiacere di lavorare in Calabria, in un sistema sanitario monco da da tutte le parti. Ora, lì a Germaneto le cose funzionavano però non mi poteva far fare tutti gli accertamenti di cui avrei avuto bisogno lì in ospedale. Io venivo, tornavo a casa e qui, con quella sfilza di esami che dovevo fare, andavo a prenotarmi ma per una TAC ci volevano 6 mesi, per la spirometria ce ne volevano 4. Quindi tra una visita e l’altra dovevo collezionare il materiale che era necessario per ritornare a Germaneto e farmi fare un nuovo piano terapeutico. Passavano mesi per l’aggiornamento della terapia tant’è che il medico mi diceva: “signora lei ha il mio numero di cellulare, quando ha problemi importanti mi chiami che cerchiamo per telefono di andare avanti”. Alla fine sì, è vero, soldi alla Regione Calabria per questo motivo non gliene sto facendo spendere più, ma la mia salute…lasciamo perdere! Adesso, in questa fase di emergenza covid, sono completamente abbandonata e la mia salute è in mano alla fortuna, al caso. Quando andavo a Forlì, in un giorno di viaggio e due giorni in ospedale riuscivo ad avere tutto quello che era necessario per andare avanti. Qui in Calabria invece non è così, bisogna ricorrere all’amico per farti anticipare l’esame, bisogna sperare che l’esame venga fatto con accortezza e che non venga invalidato come mi è successo alcune volte dovendo tornare a rifarlo. Curarsi in Calabria significa affidarsi alla buona sorte, certamente non al fatto che funzioni il sistema.


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