In questi ultimi mesi il dibattito sull’ex centrale Enel di Rossano (CS) è ruotato intorno al futuro dei 50 ettari di industria di Stato e a cosa rimarrà ancora in piedi una volta ultimata la fase di smantellamento di uno dei più importanti tra i 23 siti energetici nazionali in dismissione.

Abbiamo provato a ricostruire la storia della centrale e le vicende che si sono susseguite in oltre 40 anni di presenza sul territorio rossanese e, sulla scorta delle soluzioni transitorie adottate per le altre centrali in dismissioni, abbiamo infine ipotizzato quale potrà essere il più probabile destino della centrale di località Sant’Irene.

La Centrale di Rossano Calabro è stata autorizzata con decreto interministeriale n. 174 del 1971 e ha iniziato a produrre energia elettrica nel 1976, con la graduale entrata in servizio di quattro sezioni termoelettriche a vapore, l’ultima delle quali è stata attivata nel maggio del 1977. Nel biennio 1994-95, sono entrate in servizio quattro unità turbogas, che hanno ripotenziato le sezioni a vapore esistenti.

A regime, pertanto, la centrale si compone di quattro unità termoelettriche a vapore con caldaie alimentate a gas metano o olio combustibile, per una potenza installata di 320 MW ciascuna, e da quattro turbogas di ripotenziamento alimentate a gas metano per una potenza installata di 115 MW (autorizzati dai decreti MICA del 26/07/1991 e 01/12/1994); la potenza lorda installata è di 1.738 MW equivalenti a 4.000 MW di potenza termica. L’impianto è dotato inoltre di un deposito di oli minerali costituito da sei serbatoi da 53.700 m3 ciascuno, e da un impianto di trattamento delle acque reflue. Nel 2007 è stata ottenuta la certificazione per il Sistema di Gestione Ambientale (ISO 14001) e nel 2011 l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Gli ultimi anni di esercizio della centrale sono caratterizzati da un calo sensibile della produzione dell’impianto, dovuto al costo elevato del combustibile utilizzato e alla minore richiesta da parte del mercato italiano e calabrese.

Per ovviare a questa crisi Enel tenta la strada del carbone e nel 2005 presenta al Ministero dell’Ambiente l’istanza per la riconversione a carbone con la demolizione delle 4 sezioni a vapore e la loro sostituzione con una nuova caldaia USC da 800 MW alimentata a carbone e biomassa. Le 4 turbogas verranno impiegate in “ciclo semplice” per un massimo di 1000 ore l’anno. Integrato con la sezione a carbone e biomasse, il nuovo progetto prevede un impianto solare termodinamico. Le quantità delle masse da bruciare e/o movimentare sono di tutto rispetto: carbone (1.950.000 t/anno), biomassa (250.000 t/anno), calcare (55.000 t/anno), urea (4.500 t/anno), fanghi (2.000 t/anno), gesso (90.000 t/anno), ceneri (250.000 t/anno).

Nel 2010 la Commissione Tecnica VIA/VAS dà parere interlocutorio negativo (n. 438/2010) e l’Enel è costretta a trasmette le integrazioni di modifica al progetto di riconversione della centrale (proponendo una centrale policombustibile da fonti rinnovabili, biomasse e solare termodinamico). Nel luglio 2010 la Commissione VIA/VAS conferma il parere negativo. Non essendo stata fatta presente dall’Enel nessuna nuova osservazione viene determinata l’archiviazione del procedimento di valutazione d’impatto ambientale relativo al progetto di conversione a carbone della centrale.

A partire dal 2010 sono iniziate le mobilitazioni che hanno coinvolto la popolazione locale, diverse associazioni di categoria, i due consigli comunali di Rossano e Corigliano (le due città all’epoca erano ancora separate) e diverse associazione ambientaliste. La campagna No Coke venne sostenuta anche da cooperative agricole, di pesca e dall’Università della Calabria.

Nel 2014 due unità turbogas (RO12, RO32), dopo i dovuti lavori di adeguamento, sono state poste in ciclo semplice di esercizio e successivamente in assetto di “conservazione”, mentre le due restanti unità turbogas (RO22, RO42) sono state definitivamente messe fuori servizio. Analoga sorte per le sezioni a vapore: un’unità è disponibile (RO11), una è stata posta in assetto di “conservazione” (RO21) mentre due unità sono state disattivate (RO22, RO42).

Sempre nello stesso anno l’Ing. Storace, alla guida di Enel SpA, annuncia lo spegnimento di 23 centrali per un totale di 25.000 MW. Tra queste centrali c’è anche quella di Rossano.

I costi della messa in sicurezza, della manutenzione e del personale addetto vengono inseriti in bolletta negli “oneri di sistema” e pagati dagli utenti.

Nel marzo 2016, Enel si ingegna per uscire dall’impasse e rilanciare la produzione e “inventa” il piano FUTUR-E, un bando di ideeprogetto per l’acquisizione e la riqualificazione delle 23 centrali dismesse. Per il sito di Rossano si avvia la collaborazione tra Enel, Politecnico di Milano, comune di Rossano, Regione Calabria e Università della Calabria. Il tutto viene fatto passare come un piano di riqualificazione, ma il vero obiettivo è quello di alienare le centrali e i terreni e monetizzare tutto ciò che può essere recuperato dalla dismissione.

Il piano da lì a poco si rivelerà inadeguato e fallimentare per la maggior parte delle centrali dismesse. Per alcune di queste si sono trovate soluzioni transitorie: la centrale di La Spezia verrà utilizzata come deposito doganale, movimentazione e stoccaggio container; la centrale di Carpi come polo logistico; quella di Trino Vercellese, utilizzata come parco con un laboratorio di ricerca e una stazione ricarica per automotive e infine quella di Alessandria come parco dedicato a sport estremi con 5 aree tematiche.

Per la centrale di Rossano la commissione giudicatrice di FUTUR-E aveva ritenuto idonei ben sei progetti valutati in base a criteri di sostenibilità sociale, ambientale ed economica ma in realtà tutti aventi come comune denominatore la consueta speculazione territoriale. Di questi progetti nessuno per fortuna è andato a buon fine: itticoltura, coltivazione di alghe, un polo universitario sul settore food&beverage, porto per attività diportistiche e un porto turistico con tanto di centro commerciale, hotel e residence. In realtà, con la centrale sostanzialmente ferma dal 2005, le uniche reali attività che si sono viste nel 2020 sono state quelle relative alla dismissione della prima unità termoelettrica a vapore. Il cronoprogramma dell’Enel ad oggi pare preveda lo smantellamento del sito di Sant’Irene entro il 2022 e il mantenimento del gruppo turbogas da utilizzare in caso di emergenza nella richiesta di energia elettrica.

Di recente, dirigenti regionali e nazionali del PD, dirigenti Enel e amministratori locali si sono ritrovati nella centrale per annunciare l’ennesima promessa per un piano di riqualificazione: «produzione di energia verde, salvaguardia ambientale, nuova occupazione: queste le basi della ripartenza… si parte dalla Calabria per un corretto utilizzo dei fondi UE», queste sono state le roboanti dichiarazioni prodotte in quell’occasione.

Al di là però delle fumoserie, delle promesse non mantenute e guardando a quanto realizzato negli altri siti in dismissione, al momento il sito rossanese potrà essere verosimilmente utilizzato per interventi che riguarderanno sia il piano propriamente energetico che quello più squisitamente commerciale.

Vista l’esposizione e il posizionamento strategico sull’asse stradale della S.S. 106, probabilmente l’orientamento di Enel sarà del tutto simile a quello adottato per il sito dismesso della centrale di Montalto di Castro nel viterbese con la realizzazione di un impianto da energia rinnovabile (nel sito in questione è stato realizzato un impianto fotovoltaico da 6 MW su 12 ettari), mantenendo in vita le sole unità turbogas AE fino al 2030 (da richiamare in servizio per esigenze commerciali e di rete e per un massimo di 1000/1500 ore all’anno) e procedendo con lo smantellamento dei gruppi a olio combustibile (come sta già avvenendo). Verosimilmente sul sito potrà vedere la luce un centro ricerca per le energie rinnovabili. Sul piano commerciale il sito potrebbe essere destinato alla costruzione di un polo logistico come avvenuto nell’impianto di Carpi dove oggi sorge una struttura coperta di 20 mila metri quadri dotata di aree esterne di stoccaggio, pronta a ospitare uno dei due hub logistici del Nord Italia del Gruppo Enel.

Ma in definitiva molto del futuro della bonifica e della riqualificazione dell’area rossanese dipenderà dalla risposta che l’Amministrazione locale, la Regione e la comunità calabrese intenderanno dare affinché si realizzino soluzioni più adeguate alla reale vocazione dei territori, eliminando dalle future prospettive tutte le servitù energetiche e le false chimere industriali che hanno lasciato sul territorio solo macerie sociali, povertà e danni spesso irreversibili per la salute della popolazione. Restituire il territorio, riqualificato e bonificato, all’autodeterminazione delle comunità ci sembra l’unica scelta di buon senso.

La redazione di Malanova

Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: