<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>precariato Archivi | MALANOVA</title>
	<atom:link href="https://www.malanova.info/tag/precariato/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.malanova.info/tag/precariato/</link>
	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
	<lastBuildDate>Thu, 30 Sep 2021 18:49:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/09/cropped-tondo_malanova_rev1-32x32.jpg</url>
	<title>precariato Archivi | MALANOVA</title>
	<link>https://www.malanova.info/tag/precariato/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>LAVORO, NON LAVORO, GRATUITÀ</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/08/27/lavoro-non-lavoro-gratuita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Aug 2021 10:05:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9179</guid>

					<description><![CDATA[<p>Proponiamo la trascrizione di un interessante intervento di Anna Curcio presso l’Università estiva del 2017, annuale appuntamento di Attac Italia, i cui atti – tutti incentrati sulle forme del lavoro e del non lavoro –&#160; sono stati raccolti ne Il Granello di sabbia (n. 31, nov./dic. 2017).&#160; Al di là delle costruzioni ideologiche, la realtà [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/08/27/lavoro-non-lavoro-gratuita/">LAVORO, NON LAVORO, GRATUITÀ</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Proponiamo la trascrizione di un interessante intervento di Anna Curcio presso l’Università estiva del 2017, annuale appuntamento di Attac Italia, i cui atti – tutti incentrati sulle forme del lavoro e del non lavoro –&nbsp; sono stati raccolti ne <em>Il Granello di sabbia</em> (n. 31, nov./dic. 2017).&nbsp;</p>



<p>Al di là delle costruzioni ideologiche, la realtà del lavoro odierno ci parla di un universo di iper-sfruttamento e precarizzazione, di estrazione, più o meno forzata, di valore materiale e immateriale, fino a forme di neo-schiavismo e lavoro “volontario” e “gratuito” proposto dalla parte padronale come opportunità curricolare.</p>



<p>L’autrice, nell’affrontare il concetto del <em>rifiuto del lavoro</em> al tempo del lavoro precario e gratuito, critica l’impianto lavorista di una certa sinistra che associa <em>il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società, </em>puntualizzando al contempo la differenza tra “lavoro” e “attività”<em> </em>attraverso riferimenti analitici ben precisi che spaziano all’interno dell&#8217;Operaismo italiano e del pensiero Autonomo (dunque, Romano Alquati e Franco Berardi Bifo in primis). Attraverso questa distinzione teorica vengono individuate alcune possibili linee di inchiesta rigorose, aderenti alle reali trasformazioni che il mondo del lavoro e del capitale oggi ci impongono, mettendoci però in guardia sui concreti rischi di rovesciamento delle conquiste di <em>autonomia soggettiva da sfruttamento</em> in altre e più insidiose forme di alienazione e sfruttamento, attraverso i costanti processi di sussunzione e ristrutturazione capitalistica.&nbsp;</p>



<p>Se il lavoro è storicamente determinato e dunque non associabile a un’idea di <em>naturalità del lavoro </em>(qui diventa centrale l’insegnamento del femminismo marxista che ha smontato il legame “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito) e l’agire umano è potenzialmente autonomo, è proprio questo spazio di ambivalenza dell’<em>attività che si fa lavoro</em> che occorre attraversare, praticare e politicizzare. Coscienti che questi processi di rovesciamento non arriveranno attraverso ricette  precompilate (come ad esempio, sottolinea l’autrice, quelle sul reddito), serve innescare in primis un processo di identificazione del proprio agire all&#8217;interno del tessuto sociale assoggettato al modo di riproduzione capitalista. In secondo luogo è necessario individuare quei percorsi di incompatibilità attraverso i quali giungere a un reale processo di rottura e di controsoggettivazione.</p>



<p class="has-text-align-center">***********</p>



<p>Per affrontare il tema del lavoro gratuito e discutere la sua attualità vorrei innanzitutto provare a definire l’oggetto della riflessione, ovvero provare a rispondere alla domanda: di cosa parliamo quando diciamo rifiuto del lavoro? La domanda, tutt’altro che retorica, muove da due esigenze tra loro complementari: la prima, di carattere metodologico, ha a che fare con un’esigenza definitoria che accompagna o dovrebbe accompagnare ogni esercizio analitico; l’altra, su un piano evidentemente differente, risponde a una necessità di carattere politico che intende mettere a critica il vizio lavorista di questa società, compresa la (o meglio a partire dalla) sinistra. Nel senso che resta forte l’esigenza anche a sinistra, tanto che ci si trovi davanti a interlocutori informati tanto che si abbia a che fare con interlocutori non politicamente formati e informati, di sgomberare il campo da quell’idea che associa il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società.</p>



<p>In secondo luogo vorrei in queste brevi note provare a discutere di rifiuto del lavoro al tempo della precarietà e del lavoro gratuito, per provare a tratteggiare possibili piste di inchiesta all’altezza delle sfide che le trasformazioni produttive e del lavoro oggi ci pongono.</p>



<p><strong>Lavoro e attività</strong></p>



<p>«Credi davvero che il mondo possa funzionare se tutti rifiutassimo il lavoro?» È la domanda, forse un po’ ingenua ma assolutamente conseguente, che la mamma di una bambina che frequenta la scuola con mia figlia, mi rivolge quando apprende che sto preparando un intervento sul tema. Non si tratta propriamente di una militante ma è una donna politicamente informata che potremmo definire, in senso lato, “di sinistra” (ricorrendo per esclusiva esigenza di sintesi a una categoria che poco mi piace e che mi pare abbia sempre meno presa sul reale).</p>



<p>Vorrei porre questa domanda, spiazzante ma tutt’altro che oziosa, come punto di partenza di questa riflessione, perché come ho provato sinteticamente a spiegare a quella mamma e come vorrei oggi qui riprendere, ciò che rifiutiamo non è il lavoro in quanto attività, ma sono l’alienazione e lo sfruttamento del lavoro salariato e le conseguenze profonde e violente che ricadono sul nostro corpo (anche in termini di salute), sulla nostra vita nel suo insieme, e sulla produzione della soggettività contemporanea più complessivamente. Nello stesso tempo, rifiutare il lavoro, ci hanno insegnato i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, vuol dire anche sottrarsi ai processi di valorizzazione del capitale, interrompere cioè la catena capitalista di produzione di valore; un atto di sabotaggio potremmo dire, dei processi di alienazione e sfruttamento che attanagliano la nostra vita.</p>



<p>Su di un piano teorico, parlando di lavoro e del suo rifiuto, occorre appunto distinguere il “lavoro” dalla “attività”. Secondo una definizione generica ma largamente condivisa dagli esperti del settore (economisti e sociologi del lavoro in primis) il lavoro è quell’attività umana che produce ricchezza. È in questo senso un’attività di trasformazione della natura, della società nel suo insieme, dei suoi mezzi e strumenti, non da ultimo degli esseri umani che la abitano e delle loro capacità e abilità. Non solo, dunque, il lavoro è una forma “specifica” di attività, una forma particolare e circostanziata di esercizio di un’attività umana. Il lavoro, proprio per il suo carattere “specifico”, è anche “storico”, cioè storicamente determinato (tutt’altro che naturale dunque). L’attività è invece, potremmo dire, propriamente umana.</p>



<p>Romano Alquati, che al tema del lavoro, delle sue trasformazioni e dell’articolazione tra lavoro e attività ha dedicato un’attenzione puntuale, ci ricorda che il lavoro «è nato artificiale col capitalismo. E come gli abbiamo dato nascita potremmo anche sopprimerlo»(1). Quanto all’attività, «si presenta come un luogo di passaggio: verso il lavoro o viceversa per uscire dal lavoro»(2). Da questa prospettiva, dunque, il lavoro, a differenza dell’attività, e con buona pace del capitale e della sinistra, è un’invenzione umana, e in quanto tale può essere superato o rifiutato. Ed è qui, io credo, che vada collocato il punto di partenza di ogni riflessione sul rifiuto del lavoro.</p>



<p>Il lavoro è, detto altrimenti, un’attività specifica del nostro agire (di un agire che Alquati definisce «lavorizzato») che si svolge all’interno dei processi di valorizzazione del capitale, con tutto un portato di alienazione e sfruttamento. L’attività, per contro, è un’espressione almeno in potenza autonoma dell’agire umano che sfugge all’alienazione ponendosi in una posizione di autonoma gestione dei contenuti e soprattutto dei tempi del lavoro, nonché come autonomia nella conoscenza e gestione del processo di lavoro nel suo insieme(3). In questo senso l’attività si pone come momento di estraneità produttiva, dove la produttività è intesa come valorizzazione capitalista e sfruttamento. È estraneità gioiosa alla produttività, avrebbe detto il movimento del Settantasette, che del rifiuto del lavoro ha fatto la sua parola d’ordine diffusa e generalizzata.</p>



<p>Franco Berardi Bifo, che di quel movimento è stato tra i protagonisti, ha scritto in un documento di quegli anni, raccolto nel recente volume Quarant’anni contro il lavoro, che «l’attività si trasforma in lavoro quando l’uomo si appropria del tempo dell’altro uomo (…) Il lavoro è morte sospesa. Non tutte le forme di attività e di trasformazione manuale, conoscitiva e tecnica assumono la forma sociale del lavoro. Il lavoro è quella forma di attività di trasformazione della natura che è espropriata, alienata e piegata al dominio dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo»(4).</p>



<p>E questo, occorre aggiungere, non vale solo per il Movimento del Settantasette e il periodo cosiddetto “fordista”, in un processo di «iper-industrializzazione» del lavoro e della produzione(5) vediamo oggi anche il lavoro cosiddetto “immateriale” farsi alienazione ed espropriazione di tempo di vita/lavoro, come espropriazione dell’autonoma capacità di agire propria dell’umano, sia sul piano mentale che in termini corporei. È la sussunzione del corpo e delle attività mentali che, private di ogni autonomia, sono soggette al dominio del «conquistatore» sullo «sconfitto»(6). È la «sussunzione effettiva»(7) dell’agire umano nel lavoro.</p>



<p>Per contro, negli anni Settanta, il rifiuto del lavoro è stata l’apertura dell’ambivalenza data dall’attività che si fa lavoro (dove, come si diceva, il lavoro è storicamente determinato, dunque aperto al suo rifiuto e) dove «l’attività si presenta come un luogo di passaggio verso il lavoro o viceversa per uscire dal lavoro»(8). È l’apertura di un’ambivalenza capace di «portare l’agire umano oltre il lavoro»(9).</p>



<p>È la costruzione di nuove condizioni sociali, nuovi rapporti di lavoro e nuove forme di relazione con gli altri, che hanno sottratto l’agire all’alienazione dalla valorizzazione capitalista e respinto l’espropriazione di tempi e contenuti dell’agire umano. Facendo eco alla politologa femminista statunitense Kathie Weeks – che legge il rifiuto del lavoro alla luce dell’etica lavorista di ispirazione calvinista(10) – potremmo parlare di un’etica del non lavoro, come rovescio dello «spirito del capitalismo» di weberiana memoria. E qui torna utile Bifo quando, giocando la ricchezza cooperativa e la felicità gioiosa del rifiuto del lavoro contro la “miseria” di un’etica lavorista, scrive: «quanto più povera è la vita quotidiana, quanto più essa è infelice, tanto più può affermarsi il dominio capitalistico sul tempo di vita. Quanto più misera è la relazione sociale, tanto più facilmente e completamente può venire sottomessa alla produzione di valore»(11). Nel senso che l’economico (il lavoro) prevale sull’(agire) umano quando il tempo di vita è svuotato della sua autonomia e colonizzato.</p>



<p>Come sappiamo, nel ciclo di lotte degli anni Settanta, quest’etica del non lavoro ha prodotto – attraverso le lotte e la costruzione di radicati processi di contropotere – nuove forme di vita e relazionali e nuove soggettività (politiche) che hanno introdotto nel circuito di lavoro infedeltà e flessibilità; hanno sostituito il concetto di disoccupazione con quello di “tempo liberato”, scompaginando il modello socioeconomico e politico dominante con al suo centro il lavoro. Poi quel ciclo della soggettività ha visto la sua rapida e tragica conclusione sotto i colpi della repressione e dell’eroina di Stato, oltre che delle sue incapacità a dare forma complessivamente organizzata all’autonomia e determinare rottura, che hanno aperto il campo alla cosiddetta controrivoluzione liberista, formalmente ratificata, in Italia, dalla “marcia dei quarantamila” il 14 ottobre del 1980 a Torino. Schematizzando, potremmo assumere questa data come lo spartiacque tra rapporti di forza differenti che ora, invertiti di segno, rovesciano le conquiste di autonomia soggettiva da sfruttamento e</p>



<p>valorizzazione del lavoro in altre forme di alienazione e sfruttamento. Flessibilità e infedeltà da conquiste di autonomia sono diventate imperativi del capitale, come mostra la lunga stagione di riforme del lavoro nel segno della deregolamentazione e del taglio delle garanzie: dal cosiddetto “pacchetto Treu” nel 1997 al “Jobs Act” nel 2015.</p>



<p><strong>Gratuità e rifiuto</strong></p>



<p>Oggi, a conclusione di quella stagione di riforme sul lavoro, lo scenario è profondamente mutato. In tante e tanti, soprattutto tra i giovani, un lavoro non lo hanno mai visto, soprattutto quel “lavoro normale” fissato dalla convenzione capitalistica del Novecento.</p>



<p>In moltissimi hanno sempre conosciuto il lavoro solo associato all’aggettivo, precario, interinale, a chiamata, a somministrazione. E il salario, ormai, ha smesso di essere una prerogativa “normale” del lavoro. Così, quelli che una volta erano visti come “vizi orrendi” del lavoro salariato, che ci tenevano inchiodati a vita nel medesimo impiego, vincolati a rigidi orari di lavoro nel monotono ripetere delle stesse mansioni, mostrano oggi le loro “appetibilissime” virtù, le virtù di uno stipendio a fine mese e la possibilità di rimanere a casa per una malattia, sic! Oggi, in un modo che potremmo dire speculare al rifiuto del lavoro caro al movimento del Settantasette, si chiede e non si rifiuta lavoro, e si è anche disposti a «lavorare per nulla»(12), mentre, alienazione, sfruttamento e dominio restano saldamente ai loro posti, e l’attività rimane soggetta all’esproprio del lavoro, sempre più pervasivo.</p>



<p>Che spazio può oggi esserci per un’etica del non lavoro? Quali possibilità per una vita felice, per relazioni sociali ricche? Come reimmaginare oggi la “gioiosa estraneità produttiva” del movimento del Settantasette? Ritengo che sia intorno a queste domande che risieda il nodo politico oggi dirimente, mentre il lavoro sempre più precario si sgancia dal salario e si lavora spesso con l’ambizione di mettersi in evidenza o per il mero riconoscimento sociale e personale, divenuti moneta di una sorta di “salario psicologico” che integra o addirittura sostituisce quello reale. Cosa può allora voler dire rifiuto del lavoro oggi? Ovvero come rovesciamo alienazione e sfruttamento del lavoro a favore dell’autonomia dell’agire umano per sottrarci alla produzione di valore per il capitale e dare spazio alla ricchezza della cooperazione autonoma?</p>



<p><strong>Contro la naturalità del lavoro</strong></p>



<p>Certamente abbiamo di fronte a noi la possibilità di una sacrosanta battaglia per la rivendicazione di un reddito, come i precari hanno fatto negli ultimi vent’anni almeno, e come le élite capitaliste più “illuminate” cominciano giù da un po’ a paventare in vista di una ripartenza del ciclo produzione-consumi, al palo negli anni della crisi. Credo tuttavia che questo non sia sufficiente, perché le rivendicazioni sono sempre legate a delle istanze di lotta e dunque a processi di soggettivazione collettiva, oppure diventano mantra ideologici estranei alla composizione di classe concretamente esistente. Ciò che mi pare invece più adeguato alla fase attuale è un cambiamento anche radicale del modo in cui guardiamo alla questione del lavoro oggi. Credo cioè necessario allargare lo spettro della nostra osservazione al piano della soggettività e, insieme alla dimensione economica, che ci permette di mettere a fuoco la rivendicazione sul reddito, porre maggiore attenzione al piano antropologico e di costruzione della soggettività. È qui, sul piano della soggettività, che credo si giochi la possibilità di rovesciare l’idea del lavoro come spazio di riconoscimento, rispetto a sé e rispetto agli altri, che muove nella direzione esattamente opposta a quell’etica del non lavoro che si pone come possibilità per una vita sociale ricca e densa di relazioni.</p>



<p>Detto altrimenti, è qui, che occorre lavorare concettualmente e politicamente per interrompere l’idea di naturalità del lavoro con il suo portato di alienazione e sfruttamento (versus l’essere del lavoro una specificità storica), che troppo spesso sembra rimbalzare nei commenti di chi presta lavoro gratuitamente o di chi spinto dalla precarietà dell’esistenza accetta contratti di lavoro a zero tutele o quasi. Si tratta in questo senso di seguire l’insegnamento del femminismo marxista che ha smontato il nesso “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito(13) e interrompere la continuità semantica tra soggettività e lavoro (che è invenzione del capitale), in un contesto segnato da profonda precarietà, da forti spinte al declassamento e all’impoverimento e con una crescente psicopatologizzazione dell’esistenza (alienazione, spaesamento, solitudine, depressione, panico e molto altro). La ricerca delle nuove forme di rifiuto non può guardare a quelle del passato, perché è fin troppo scontato sottolineare come ogni pratica collettiva sia legata a una fase storicamente determinata. Dobbiamo invece scavare all’interno dei nuovi comportamenti per vedere quali forme di rifiuto reali o potenziali si danno o si possono dare, quali sono le ambivalenze specifiche, qual è la politicità intrinseca, quali i possibili percorsi di trasformazione in processi di organizzazione e sovversione. Tornare insomma a guardare alla forza e non alla debolezza, a ricercare la potenza e non a piangere la sfiga. È questa, io credo, una pista importante da percorrere per un’ipotesi politica di analisi e inchiesta su rifiuto del lavoro all’altezza delle sfide del presente: perché il lavoro è storicamente determinato, si diceva in apertura, l’agire umano è potenzialmente autonomo, e lo spazio di ambivalenza dell’attività che si fa lavoro è lo spazio di politicizzazione che occorre praticare.</p>



<p>Ben sapendo che questo processo di rovesciamento non si può risolvere sul piano della mera coscienza, dell’opera pedagogica, né tantomeno di ricette e proposte illuminate, come troppo spesso sono state quelle del reddito. Sarà un processo di lotta, rottura e controsoggettivazione, oppure non sarà.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>NOTE</p>



<p>(1) Romano Alquati, <em>Lavoro e attività</em>, manifestolibri, Roma 1997, p. 16, corsivo nel testo.</p>



<p>(2) <em>Ibidem</em>, corsivo nel testo.</p>



<p>(3) Devo quest’ultima considerazione allo scambio con Marco Bersani in occasione della presentazione di questo testo durante l’Università estiva di Attac Italia, a Cecina (Li), il 15 settembre scorso.</p>



<p>(4) Franco Berardi Bifo, <em>Quarant’anni contro il lavoro</em>, Derive approdi, Roma 2017, p. 154, corsivo mio.</p>



<p>(5) Con «iper-industrializzazione» Romano Alquati si riferisce a quel processo a noi coevo caratterizzato dall’estensione verso nuovi ambiti produttivi, compresi i settori del lavoro «mentale» e «timico» (oltre dunque il mero settore industriale manifatturiero), della razionalità industriale e delle sue forme organizzative nei termini soprattutto dell’innovazione produttiva, dell’organizzazione e divisione del lavoro, dell’estensione della tecnica e dei suoi mezzi che si fanno parte integrante del processo produttivo (Alquati parla in questo senso di «macchinizzazione») e si combinano, depotenziandole, con le capacità umane cognitive e affettive (Alquati parla in questo senso di «mezzificazione») e dalla sussunzione della cooperazione. (Romano Alquati, <em>Sulla società industriale oggi</em>, manoscritto inedito, 2000).</p>



<p>(6) Bifo, <em>Quarant’anni contro</em>, cit., p. 154.</p>



<p>(7) Alquati, <em>Sulla società industriale</em>, cit.</p>



<p>(8) Alquati, <em>Lavoro e attività</em>, cit., p. 16, corsivo nel testo.</p>



<p>(9) <em>Ibidem</em>.</p>



<p>(10) Kathie Weeks, T<em>he Problem with Work</em>, Duke Press 2011.</p>



<p>(11) Bifo, <em>Quarant’anni contro</em>, cit., p. 160.</p>



<p>(12) Andrew Ross, “<em>Lavorare per nulla”: l’ultimo dei settori produttivi ad alta crescita</em>, in commonware.org 2014, <a href="http://www.commonware.org/index.php/neetwork/502-lavorare-per-nulla">http://www.commonware.org/index.php/neetwork/502-lavorare-per-nulla</a>&nbsp;</p>



<p>(13) Sul tema si veda Silvia Federici, <em>Salario per il lavoro domestico</em> (1975), in Ead., <em>Il punto zero della rivoluzione</em>, ombre corte, Verona 2014.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/08/27/lavoro-non-lavoro-gratuita/">LAVORO, NON LAVORO, GRATUITÀ</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>SMART WORKING, RESILIENZA E FLESSIBILITÀ. I NUOVI PARADIGMI DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/13/smart-working-resilienza-e-flessibilita-i-nuovi-paradigmi-dellaccumulazione-capitalistica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 May 2021 09:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9040</guid>

					<description><![CDATA[<p>Proseguiamo la nostra esplorazione all’interno del mondo del lavoro spostando il focus sul cosiddetto smart working e sull’evoluzione che ha subito nei 14 mesi successivi al primo lockdown. Un intervallo sufficientemente adeguato, dunque, per trarre alcune prime considerazioni. C’è un numero che più di tutti cristallizza la trasformazione dell’organizzazione del lavoro avvenuta in questi mesi e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/13/smart-working-resilienza-e-flessibilita-i-nuovi-paradigmi-dellaccumulazione-capitalistica/">SMART WORKING, RESILIENZA E FLESSIBILITÀ. I NUOVI PARADIGMI DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Proseguiamo la nostra esplorazione all’interno del mondo del lavoro spostando il focus sul cosiddetto smart working e sull’evoluzione che ha subito nei 14 mesi successivi al primo lockdown. Un intervallo sufficientemente adeguato, dunque, per trarre alcune prime considerazioni.</p>



<p>C’è un numero che più di tutti cristallizza la trasformazione dell’organizzazione del lavoro avvenuta in questi mesi e come questa si stia articolando nel settore produttivo: al 1° marzo del 2020 (data antecedente al primo lockdown) i lavoratori in smart working erano poco meno di 600 mila, nei dieci giorni successivi sono diventati quasi 8 milioni attestandosi oggi sui 7,2 milioni.</p>



<p>La spinta all’utilizzo dello smart working è più forte nelle aziende più grandi: 31% è la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti. Le multinazionali e il settore del pubblico impiego hanno infine le percentuali più importanti, rispettivamente 53% e 44% sul totale degli occupati. Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono ovviamente il settore informatico e quello delle telecomunicazioni dove la quota arriva addirittura al 56%, mentre nel retail e nel manifatturiero le percentuali sono minori.</p>



<p>L’emergenza è stata l’occasione per estendere il lavoro da remoto anche a figure professionali come gli operatori di call center che nel 33% delle grandi imprese hanno lavorato da remoto per la prima volta o gli operatori di sportello che il 21% delle organizzazioni ha fatto lavorare da remoto riconvertendo digitalmente una parte delle attività, compreso il canale di comunicazione con i propri clienti. Il 17% delle imprese ha applicato il lavoro da remoto anche a operai e manutentori specializzati digitalizzando l’accesso a macchinari anche da remoto e limitando l’accesso a laboratori e impianti al minimo indispensabile di operatori.&nbsp;</p>



<p>Numeri importanti se rapportati alla totalità della forza-lavoro nel nostro Paese; non a caso, infatti, questo repentino cambiamento ha giocato un ruolo centrale nelle recenti contrattazioni sindacali che hanno visto la stipula di 326 intese tra aziende e sindacati, tra marzo e dicembre 2020 (nel dettaglio 215 contratti e 111 protocolli).</p>



<p>In piena pandemia, queste contrattazioni di secondo livello hanno posto maggiore attenzione sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro “tradizionali” e sulle nuove prerogative assunte dai rappresentanti della sicurezza: distanziamenti individuali, inagibilità di luoghi destinati alla socializzazione, previsione di ingressi e uscite differenti. Tutto questo ha ridisegnato lo spazio del lavoro inteso non soltanto come postazione produttiva all’interno della catena di valorizzazione del capitale, ma anche come rimodulazione degli spazi in comune solitamente destinati alla socializzazione (mense, sale sindacali, distributori di bevande, ecc.). Il lavoro agile, seppur oggetto di recenti contrattazioni sindacali, rimane ancora una grande nebulosa sul piano normativo e questo rimane a vantaggio del capitale.</p>



<p>L’utilizzo dello smart working però non è stato semplicemente uno strumento atto a contenere la diffusione pandemica, ma si è dimostrato, sin da subito, un dispositivo per un ulteriore processo di ristrutturazione capitalistica. In una recente intervista pubblicata su “il Sole 24 ore”[1] il direttore dell’<em>Osservatorio </em><em>smart working</em> del Politecnico di Milano, Mariano Corso, ha affermato che i «benefici sono rilevanti non solo in termini di equilibrio e soddisfazione individuale ma anche di performance delle persone e dell’organizzazione nel suo complesso», tant’è che – secondo un’indagine condotta dall’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP) – quasi il 70% delle aziende ha deciso che prolungherà le attività di smart working oltre lo stato di emergenza pandemica.&nbsp;</p>



<p>I dati raccolti dall’Osservatorio del Politecnico di Milano – indagine iniziata ancor prima dell’emergenza sanitaria – evidenziano alcuni vantaggi padronali: un aumento della produttività del 15% e una riduzione del tasso di assenteismo fino al 70%. Interessante inoltre evidenziare alcuni dati raccolti dall’Osservatorio attraverso i responsabili degli <em>smart workers</em> e i manager: più della metà degli intervistati ha dato un giudizio positivo o molto positivo su tutti gli aspetti che sono stati loro sottoposti. Gli aspetti indagati, è inutile evidenziarlo, sono quelli di parte padronale: responsabilizzare i lavoratori rispetto al raggiungimento dei risultati, all’efficacia del coordinamento, alla produttività, alla gestione delle urgenze e all’autonomia nello svolgimento delle attività lavorative.</p>



<p>Lo smart working non è soltanto sinonimo di benefici legati a produttività e organizzazione del lavoro. A questi bisogna addizionare anche i benefici direttamente riconducibili ai costi vivi di gestione degli spazi fisici in termini di affitto, utenze e manutenzioni: i risparmi misurati sono stati del 30% dei costi totali. Secondo le elaborazioni di Variazioni[2], società di consulenza sullo smart working,&nbsp; si può ipotizzare un risparmio annuo tra 4 e 6 mila euro a dipendente, rispettivamente per 6 e 9 giorni di smart working al mese.</p>



<p>Questo il dato di parte-capitale. Proviamo ora a capire quale è stata la percezione degli smart workers rispetto alle proprie condizioni lavorative e sociali.</p>



<p>Sempre la stessa società ha condotto, a partire dal mese di aprile 2020, una ricerca volta a indagare come le lavoratrici e i lavoratori di aziende del settore privato abbiano vissuto l’esperienza di smart working e come immaginino il futuro dello stesso. I dati, seppur chiaramente di parte padronale, raccolti su un campione di 15 mila lavoratori dipendenti del settore privato, indicano alcuni elementi su cui riflettere. Li riportiamo così come contenuti nello studio:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>Il 90% degli intervistati adotterebbe lo smart working per non dover raggiungere il luogo di lavoro quando non necessario.</em></li><li><em>Quasi 9 workers su 10 vorrebbero continuare a lavorare in smart working, mentre circa 8 manager su 10 ne consigliano l’adozione.</em></li><li><em>Le persone hanno vissuto bene lo smart working in emergenza e si sono adattate al cambiamento con consapevolezza: più dell’80% ha affrontato bene, seppure con qualche difficoltà, la situazione di lockdown.</em></li><li><em>Le persone sono riuscite ad organizzarsi raggiungendo nuovi equilibri: a dichiarare che la propria vita privata non ha subito cambiamenti se non in positivo sono il 74% degli intervistati.</em></li><li><em>Le relazioni improntate sulla fiducia sono state matrice di responsabilità tra gli smart workers che hanno raggiunto gli obiettivi prefissati nel 70% dei casi.</em></li><li><em>Il 60% degli intervistati ha dichiarato che la qualità della propria prestazione non ha subito variazioni mentre il 26% ha constatato un miglioramento.</em></li></ul>



<p>Non poteva infine mancare un tocco green:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>Il lavoro agile si conferma fonte di risparmio e migliora la qualità dell’ambiente. Otto giorni di smart working al mese riducono di 4.380.000 km le percorrenze, equivalenti a 30.000 alberi in più e 475.500kg CO2 emessi in meno.</em></li></ul>



<p>I dati finora analizzati tendono a enfatizzare le potenzialità dello smart working tentando di distribuirne equamente i vantaggi tra capitale e lavoro. Ma lavorare da casa ha anche dei costi extra legati ad esempio alle utenze domestiche. È emerso, infatti, che nei primi 5 mesi successivi al lockdown (marzo-luglio 2020) i consumi di energia elettrica sono aumentati di circa il 10% rispetto all&#8217;anno precedente (marzo-luglio 2019). Proprio Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, ha recentemente segnalato un aumento del 15,6% per l’elettricità e dell’11,4% per il gas. A questi vanno aggiunti inoltre i costi per il pasto a casa, l’acquisto di pc o tablet per svolgere da remoto il proprio lavoro e quelli eventuali per avere connessioni internet veloci che, salvo rare eccezioni, le aziende tendono a non rimborsare.</p>



<p>Secondo l’Osservatorio The World after Lockdown di Nomisma, la quota di chi oggi lavora in smart working cresce tra i millennials[3] (da 24% a 27%) e tra le lavoratrici (27% contro il 22% degli uomini). Per alcuni, lo smart working ha comportato un incremento delle ore lavorate del 28% con difficoltà nel separare l’aspetto lavorativo dalla vita personale (il 21% non riesce a mantenere un corretto <em>work-life balance</em>, in altri termini a staccare la mente dal lavoro fuori dall’orario di lavoro previsto). Il 22% degli smart workers ha percepito un senso di solitudine e di isolamento dovuto al continuo e ripetuto allontanamento dal luogo collettivo del lavoro. Alcune lavoratrici inoltre hanno fatto emergere le difficoltà delle donne/mamme a continuare a farsi carico delle “incombenze domestiche” in un contesto dove è difficile individuare dove finisce il lavoro produttivo e inizia quello della riproduzione sociale. Infine, per una parte importante di lavoratori (il 40%) è sensibilmente aumentata la percezione del carico di lavoro.</p>



<p>La <em>percezione di sé</em>, come forza-lavoro all’interno del dispositivo dello smart working, è ancora molto debole. Ci sembra oltremodo opportuno indagare meglio alcuni aspetti emersi in questa prima analisi: il senso di solitudine e di isolamento percepito dagli smart workers appaiono nella loro ambivalenza: da un lato, la necessità di appagare l’etica del lavoro attraverso la presenza fisica in ufficio e, dall’altro, il potenziale di soggettivazione che ancora può uscir fuori anche attraverso la presenza sul tradizionale luogo di lavoro, inteso come punto di coagulo contro l’atomizzazione della forza-lavoro. Questa seconda strada apre una possibilità tutta da indagare, quella di rifiutare il lavoro agile come dispositivo che riduce il tessuto connettivo di classe, coscienti però che molti lavoratori apprezzano lo smart working proprio per non rimanere in contatto con il collega antipatico o il capo scontroso. Una falsa indipendenza ed autonomia lavorativa potrebbe falsare il giudizio che i lavoratori danno dello strumento.</p>



<p>La percezione e la modifica del tempo lavorato sono gli altri elementi da indagare. Dietro ai nuovi concetti post pandemici di autonomia e autorganizzazione del lavoratore si nasconde un aspetto estremamente insidioso: quello di voler mettere in subordine l’orario di lavoro agli obiettivi da raggiungere imboccando esplicitamente la direzione della indeterminatezza del tempo di lavoro.</p>



<p>La <em>digital transformation</em> diventa l’ennesima occasione per trasformare l’organizzazione del lavoro attraverso una nuova costruzione del concetto di spazio e tempo della produzione. Salari e stipendi saranno il frutto della capacità adattativa del lavoratore al quale sono richieste resilienza e flessibilità, divenute i nuovi paradigmi dell’accumulazione capitalistica. È fondamentale, dunque, andare oltre la sfera prettamente economicista legata, ad esempio, ai costi extra che stanno sostenendo i lavoratori o alle questioni legate alle sicurezza, seppur entrambi fattori importanti. Ci sembrano infatti non sufficientemente indagati gli aspetti legati alla <em>percezione di sé, </em>come soggettività individuale e collettiva, soltanto accennata nei dati sugli smart workers. Mancano a oggi delle inchieste autonome che provino a focalizzare con più attenzione gli effetti di questo “dispositivo” sulla vita di milioni di lavoratori la cui maggioranza, abbiamo visto, svolge un lavoro di tipo cognitivo e della cui composizione sappiamo ben poco.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Note</p>



<p>[1] F. Barbieri, <em>Smart working, quanto risparmiano davvero aziende e lavoratori?</em>, “Il Sole 24 ore”, 1° ottobre 2020.</p>



<p>[2] Variazioni Srl, <em>Smart working per necessità o per scelta? Dalla costrizione, una nuova libertà</em>, report ed. 2020.</p>



<p>[3] Sono i nati fra gli anni ottanta e la metà degli anni novanta, dunque la “generazione del millennio” caratterizzata da una maggiore familiarità con ambienti e tecnologie digitali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/13/smart-working-resilienza-e-flessibilita-i-nuovi-paradigmi-dellaccumulazione-capitalistica/">SMART WORKING, RESILIENZA E FLESSIBILITÀ. I NUOVI PARADIGMI DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>USO CAPITALISTICO DELLA TECNOLOGIA E RIFIUTO DEL LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/10/uso-capitalistico-della-tecnologia-e-rifiuto-del-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 May 2021 08:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9030</guid>

					<description><![CDATA[<p>All’interno del nostro percorso di approfondimento sul lavoro, proponiamo un brano &#8211; Il rifiuto del lavoro &#8211; tratto da L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale di Nanni Balestrini e Primo Moroni (prima ed. SugarCo, 1988; Feltrinelli, 2007, pp. 426–434). Il rifiuto del lavoro &#8211; trattato nella duplice valenza di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/10/uso-capitalistico-della-tecnologia-e-rifiuto-del-lavoro/">USO CAPITALISTICO DELLA TECNOLOGIA E RIFIUTO DEL LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>All’interno del nostro percorso di approfondimento sul lavoro, proponiamo un brano &#8211; <em>Il rifiuto del lavoro</em> &#8211; tratto da <em>L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale</em> di Nanni Balestrini e Primo Moroni (prima ed. SugarCo, 1988; Feltrinelli, 2007, pp. 426–434). Il rifiuto del lavoro &#8211; trattato nella duplice valenza di coscienza diffusa antiproduttiva e come schema interpretativo del conflitto tra capitale e lavoro – fu uno dei tratti salienti delle lotte operaie degli anni sessanta; una conflittualità che aveva completamente sconvolto il sistema disciplinare della fabbrica mandando in crisi il sistema economico del profitto. La reazione del capitale per ridare centralità alla produttività fu strategicamente vincente. Non si basò infatti sulla linea dura della scontro frontale (perché su questo piano in quegli anni la risposta sarebbe stata adeguata) ma su una ristrutturazione di ampie proporzioni che andava a modificare profondamente la composizione organica del capitale: ridurre il peso quantitativo della forza-lavoro con l’introduzione delle macchine e attraverso l’uso capitalistico della tecnologia. Il <em>salto tecnologico</em>, dunque, come <em>ritrovato padronale</em> a cui seguì la riduzione qualitativa della classe operaia. Ma quella esperienza straordinaria, condensata nel grido operaio «più soldi e meno lavoro» può, in una certa qual misura, ritornarci utile oggi? Quello slogan era un manifesto, non era una semplice frase scritta su un triste e solitario striscione, ma era incorporato nei comportamenti della <em>rude razza pagana</em> che voleva soddisfare immediatamente i propri bisogni rifiutando l’idea di rivoluzione collocata in un futuro indeterminato e segnata da un presente fatto solo di sacrifici in una attesa messianica del sol dell’avvenire. Riuscirono a far saltare quello che oggi invece è tornato in auge anche tra il cosiddetto blocco antagonista, cioè furono in grado di rompere, con la loro <em>feconda impazienza, </em>la separazione tra lotta economica e lotta politica, tra partito e sindacato, tra classe e avanguardie.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Nella formula stessa “rifiuto del lavoro” occorre sottolineare due significati diversi, e due diverse prospettive di funzionamento teorico-pratico.</p>



<p>Rifiuto del lavoro significa: a) uno schema interpretativo dell&#8217;intero processo nel quale si intrecciano le lotte operaie e lo sviluppo capitalistico, l’insubordinazione e la ristrutturazione tecnologica; b) una coscienza diffusa, un comportamento sociale antiproduttivo, una difesa della propria libertà e della propria salute: una coscienza che divenne fortissima, e praticamente costituì la base inattaccabile della resistenza operaia contro i tentativi di ristrutturazione capitalistica fino a meta del decennio settanta.</p>



<p>Vediamo più analiticamente il senso di queste due diverse prospettive in cui si può comprendere la formula del rifiuto del lavoro. Innanzitutto il rifiuto del lavoro è una forma di comportamento immediato di quei proletari che, inseriti nel circuito della produzione industriale avanzata senza aver subìto la lunga e deformante riduzione percettiva, esistenziale e psicologica che costituisce la storia della modernizzazione industriale, si ribellano quasi istintivamente.</p>



<p>Il piemontese educato a considerare il lavoro in Fiat come un destino familiare, cresciuto nel culto dei valori dell&#8217;industrialismo, poteva sopportare forse il costante aumento dello sfruttamento che si verificava in quegli anni di boom della produzione automobilistica. Ma per un calabrese cresciuto lungo il mare e nel sole quella vita di merda sembrava subito insopportabile. La percezione del calabrese, naturalmente, era quella giusta, coglieva la possibilità di emanciparsi da quell&#8217;abbrutimento. Il rifiuto del lavoro, in questa prospettiva, era reazione immediata, ma anche la coscienza raffinata e lungimirante di chi diceva: non solo questa schiavitù è disumana per gli operai, essa è anche inutile per la società.</p>



<p>E qui passiamo all&#8217;altra prospettiva del rifiuto del lavoro, cioè l&#8217;orizzonte del rifiuto del lavoro come modello interpretativo delle dinamiche sociali e della trasformazione storica. L&#8217;intera storia del divenire scientifico, tecnologico, produttivo, può essere letta come la storia del rifiuto degli uomini a prestare la loro attenzione, la loro fatica, la loro abilità e la loro creatività alla riproduzione materiale. Questo rifiuto ha prodotto la divisione in classi (alcuni rifiutano il lavoro e fanno lavorare gli altri al posto loro, schiavizzandoli). Ma il principio del rifiuto del lavoro, controllato e diretto dall&#8217;intelligenza sociale collettiva potrebbe invece realizzare un uso della tecnica e del macchinario capace di liberare gli uomini dalla schiavitù del lavoro salariato.</p>



<p>La riflessione sulla tecnica, sul suo uso determinato dal profitto, sulla sua finalizzazione di controllo politico o di aggressione militare &#8211; sulla struttura del sapere scientifico &#8211; diviene centrale nel dibattito politico e filosofico dei primi anni settanta. Questa riflessione si collegò alla problematica del salto tecnologico e della composizione di classe, due espressioni sostanzialmente nuove nel pensiero rivoluzionario e nell&#8217;ambito del marxismo.</p>



<p>La nozione di composizione di classe esprimeva le forme sociali, politiche, organizzative attraverso le quali il proletariato costruisce la propria identità soggettiva e la propria coscienza in funzione della struttura determinata del sistema produttivo, in funzione del rapporto fra lavoro vivo e lavoro morto, in funzione delle condizioni tecnologiche e organizzative del processo di lavoro. In sostanza con l&#8217;espressione composizione di classe ci si riferiva all&#8217;elaborazione soggettiva e cosciente delle condizioni oggettive del rapporto produttivo.</p>



<p>In una certa misura, la nozione di composizione di classe trova la sua radice filosofica nel pensiero della sinistra marxista degli anni venti, e in particolare nella nozione lukácsiana di “ontogenesi della coscienza sociale”. Come si forma la coscienza sociale? Quali sono i procedimenti attraverso i quali una massa di persone individualizzate, separate, frammentate nel processo produttivo e nella loro condizione economica e sociale riesce a trasformarsi in un movimento attivo, a produrre un punto di vista politico comune, a elaborare stili di comportamento e orizzonti di consapevolezza che sono sostanzialmente comuni, anche se rispettosi delle differenze di sensibilità e di formazione?</p>



<p>Come accade questo miracolo per cui la forza-lavoro si trasforma in classe operaia, e la disciplina di fabbrica si trasforma in ribellione organizzata, e la separazione degli ambiti sociali si trasforma in movimento rivoluzionario, onda incontenibile che sommerge e travolge lo stato di cose presenti?</p>



<p>A queste domande si cercava una risposta con la formulazione del processo di “ricomposizione di classe&#8221;, a partire da determinate condizioni tecnologiche del processo lavorativo. Ecco allora che la nozione di composizione di classe, come soggettivizzazione consapevole e organizzata dei comportamenti collettivi di una comunità implicata nel processo di lavorazione massificato, implica una considerazione approfondita del sistema tecnologico, del rapporto fra tecnologie e attività sociale produttiva, attività cosciente, attenzione, percezione, memoria, immaginazione.</p>



<p>Ad esempio, come succede che a certe condizioni tecnologiche e organizzative del processo produttivo corrisponda una certa coscienza, una certa organizzazione politica, una certa ideologia e una certa immaginazione sociale? Come mai la struttura tecno-produttiva dei primi decenni del secolo dava forma a modelli di tipo consiliare? Occorre comprendere il processo di ricomposizione di classe entro le condizioni della fabbrica meccanica pretayloristica, occorre comprendere le caratteristiche del lavoro individualizzato e qualificato dell&#8217;operaio professionalizzato. Occorre comprendere le condizioni di socialità possibili entro la fabbrica del 1920, una fabbrica in cui gli operai avevano una sfera di socialità e di autonomia produttiva, in cui il rapporto uomo macchina era individualizzato e relativamente personalizzato, in cui l&#8217;abilità si differenziava.</p>



<p>Ed allora comprenderemo anche perché gli operai di quel periodo rivendicavano con orgoglio la loro funzione produttiva, rivendicavano il diritto di gestire, controllare e organizzare il lavoro, la sua destinazione sociale, la sua utilità. Ma negli anni sessanta più nulla di questo esisteva, nelle grandi fabbriche. Il taylorismo e l&#8217;introduzione delle tecniche automatizzate, la catena di montaggio, la standardizzazione dei ritmi e delle cadenze di lavoro, tutto questo aveva reso la fabbrica un luogo assolutamente asociale, in cui le comunicazioni fra un lavoratore e l&#8217;altro erano quasi impossibili per la distanza, il rumore, la separazione fisica, e in cui il posto di lavoro era spersonalizzato e strutturato in maniera dispotica, ripetitiva, concepito per imporre tempi, movimenti, gesti, reazioni a un operatore sempre meno umano, sempre più meccanico.</p>



<p>La ricomposizione di classe degli operai delle linee di montaggio parte proprio da questa disumanizzazione. La rivolta dell&#8217;operaio massa è la rivolta dell&#8217;uomo meccanizzato che prende alla lettera la sua meccanizzazione e dice: allora, se debbo essere del tutto disumanizzato, se non debbo avere un&#8217;anima, un pensiero, un&#8217;individualità, lo sarò fino in fondo, decisamente, illimitatamente, spudoratamente. Non parteciperò più con la mente al processo lavorativo. Sarò estraneo, freddo, distaccato. Sarò brutale, violento, disumano come il padrone ha voluto che io sia. Ma lo sarò fino al punto di non concedere più neppure un milligrammo della mia intelligenza, della mia disponibilità, della mia intuizione al lavoro, alla produzione.</p>



<p>Quella che i filosofi avevano descritto come alienazione subita dall&#8217;operaio si trasforma qui allora in estraneità voluta, organizzata, intenzionale, creativa. Estraneità vuol dire: neppure un grammo di umanità alla produzione. Tutta l&#8217;umanità alla lotta. Nessuna comunicazione e socialità per la produzione. Tutta la comunicazione e la socialità per il movimento. Nessuna disponibilità per la disciplina. Tutta la disponibilità per la liberazione collettiva. Ricomposizione di classe, dunque, voleva dire, semplicemente e conseguentemente: sabotaggio, blocco, distruzione delle merci e degli impianti, violenza contro i controllori delle cadenze schiavistiche.</p>



<p>L’intelligenza operaia si rifiutò di essere intelligenza produttiva, e si espresse interamente nel sabotaggio, nella costruzione di ambiti di libertà antiproduttiva. La vita cominciò a rifiorire proprio laddove era stata più radicalmente cancellata ed estinta, fra le linee, nei reparti, nei cessi, dove i giovani proletari cominciarono a farsi le canne, a fare l&#8217;amore, ad aspettare i capireparto carogne per tirar loro in testa dei bulloni e così via. La fabbrica era concepita come un lager disumano, e comincio a divenire un luogo di studio, di discussione, di libertà e di amore. Questo era il rifiuto del lavoro. Questa era la ricomposizione di classe.</p>



<p>Ma accanto alla questione della ricomposizione e del rifiuto del lavoro si colloca, lo abbiamo già detto, la problematica della ristrutturazione produttiva e del salto tecnologico. Che cosa significa ristrutturazione? Significa riorganizzazione di un sistema, riacquisizione della funzionalità e della performatività finalizzata di un sistema, in risposta a dei fattori di disturbo (interni o esterni al sistema stesso) che ne hanno turbato, distorto o completamente sconvolto il funzionamento e la struttura.</p>



<p>Alla fine degli anni sessanta la lotta operaia aveva completamente sconvolto il sistema disciplinare della fabbrica sociale, e il sistema economico del profitto; dentro questo terremoto, proprio in quegli anni, il grande padronato, gli economisti, il cervello organizzativo del capitale cercava di riattivare alcune delle funzioni fondamentali della riproduzione capitalistica. Soprattutto si doveva riattivare la produttività &#8211; drasticamente messa in crisi dall&#8217;insubordinazione, dall&#8217;assenteismo &#8211; e la disciplina, drasticamente messa in crisi dalla solidarietà operaia, dall&#8217;egualitarismo e dal clima antiautoritario. Ma per far questo il cervello capitalistico sapeva bene di non poter contare sulla forza bruta. Se si faceva ricorso alla forza, in quegli anni, si otteneva una risposta terribilmente dura e adeguata. Lo aveva dimostrato corso Traiano, lo aveva dimostrato via Larga, lo dimostravano centinaia di picchetti e cortei duri in tutte le città italiane.</p>



<p>Occorreva dunque dar vita a una ristrutturazione di ampie proporzioni, capace di ridurre sostanzialmente il peso quantitativo della forza-lavoro nella produzione (cioè modificare la composizione organica di capitale, aumentando il peso del macchinario, delle tecnologie labor- saving) e quindi di ridurre il peso qualitativo della classe operaia cosciente. A questo progetto l&#8217;intelligenza pianificatrice del capitalismo internazionale (e particolarmente quello italiano) si applicò seriamente per tutta la prima parte degli anni settanta &#8211; e a metà degli anni settanta, in effetti, i primi risultati di questa offensiva e di questa ristrutturazione cominciano a farsi sentire, per manifestarsi poi in modo dirompente nella seconda metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, ma questo è un altro discorso.</p>



<p>Intanto, nel &#8217;69, si cominciava a percepire la prospettiva entro cui il processo doveva svolgersi, si cominciava a parlare di salto tecnologico, si cominciava a delineare la possibilità di una trasformazione in senso postindustriale della società intera, della produzione. Il capitale doveva far tesoro del rifiuto del lavoro, doveva trasformare il rifiuto operaio in risparmio organizzato tramite automazione. Il pensiero rivoluzionario cominciò a riflettere su questi temi e formulò le categorie di salto tecnologico, e preparo le modalità culturali necessarie a farvi fronte.</p>



<p>Quella del salto tecnologico costituisce una delle feconde ossessioni che perseguitano la corrente “operaista&#8221; rivoluzionaria nel biennio 1968-69. “La scadenza è il capitale stesso a offrircela. La preparazione del salto tecnologico nella misura in cui investe tutta insieme la realtà di classe non può non rappresentare per noi una condizione di scontro generale. Il progresso tecnologico, come violenza dei padroni e del loro stato, non è e non può essere per noi un elemento contrattabile. Su questa base noi vogliamo la rottura anticipata, per battere il padrone e costruire l&#8217;unità per consolidare e rilanciare la nostra organizzazione politica.” Organizzazione politica contro salto tecnologico. Ma cosa significava salto tecnologico nell&#8217;immaginazione e nella previsione dei rivoluzionari e delle avanguardie operaie? E perché occorreva opporvisi come al peggiore nemico?</p>



<p>In realtà qui trova la sua origine e la sua radice una divaricazione che si determinerà nella teoria e nella pratica dei movimenti operai nel corso degli anni ottanta, in modo prevalentemente inconsapevole. Qui affonda la sua radice l&#8217;ambivalenza irrisolta dei movimenti nei confronti dell&#8217;innovazione capitalistica, della continua rivoluzione tecnologica e simbolica che il capitale introduce nella società, manipolandone continuamente i contorni e le identità, decomponendo le forme organizzate e sconvolgendo le identità sociali e politiche.</p>



<p>Il rifiuto del lavoro era concepito come una molla fondamentale dello sviluppo capitalistico. Senza lotte operaie, senza sottrazione operaia allo sfruttamento, senza sabotaggio, assenteismo, niente sviluppo. Lo sviluppo e essenzialmente furto dell&#8217;innovazione operaia, furto capitalistico dell&#8217;invenzione dell&#8217;operaio che per fumarsi una sigaretta in tranquillità trova il modo di fare il suo pezzo più in fretta. L’innovazione tecnologica e essenzialmente un ritrovato padronale che tenta di eliminare un segmento di lavoro vivo, un operatore, una sezione intera, una mansione. Insomma, l&#8217;innovazione tecnologica e la forma necessaria per risparmiare lavoro, è la risposta padronale al rifiuto del lavoro. Ma allora: la ristrutturazione, l&#8217;innovazione, il salto tecnologico, deve proprio essere considerato come un nemico? Non vi è forse nella ristrutturazione la premessa della libertà, la condizione per ridurre la dipendenza della vita dal lavoro? La questione va vista in tutta la sua complessità. In effetti l’intenzione del padrone, quando trasforma un&#8217;officina o automatizza un segmento di lavoro, è quella di massimizzare il profitto complessivo, di eliminare sacche di insubordinazione, di realizzare un controllo meccanico più stretto sul lavoro umano. L&#8217;uso capitalistico della tecnologia è così riassumibile: piegare la struttura della macchina, dello strumento di lavoro, e anche la struttura conoscitiva, scientifica, necessaria a produrre quella macchina; piegarla a una finalità di controllo, di sottomissione sempre più perfetta, sempre più totale, sempre più soffocante. L&#8217;uso capitalistico della tecnologia &#8211; e la ristrutturazione come rivoluzione capitalistica del macchinario, del sistema tecnologico &#8211; permea le stesse strutture, la forma e la funzione degli oggetti, e indirettamente permea le menti, le relazioni sociali, il mondo produttivo.</p>



<p>Il pensiero e la pratica operaista rivoluzionaria viene ben presto a trovarsi di fronte a una contraddizione, e in una certa misura vi rimarrà presa. L&#8217;intensa rivoluzione tecnologica che si dispiega nel corso degli anni settanta, e che giunge a maturazione alla fine di questo decennio manifestandosi con vere e proprie ondate di licenziamenti di massa è la causa della crisi dell&#8217;autonomia operaia; ma in realtà è anche la causa della tendenziale dissoluzione della classe operaia di fabbrica, e dell&#8217;industria come sistema di produzione predominante. La ristrutturazione, l&#8217;innovazione tecnologica sono la risposta al rifiuto del lavoro, ma ne sono anche il compimento. Tramite la ristrutturazione infatti si realizza l&#8217;obiettivo operaio di ridurre il lavoro necessario, ma le condizioni sociali e politiche entro cui si determina questo spostamento sono dominate dall&#8217;interesse capitalistico, finalizzate al dominio e al profitto, non all&#8217;utilità sociale.</p>



<p>Ed ecco allora che l&#8217;effetto della ristrutturazione è un maggiore sfruttamento, una maggiore dipendenza, una divisione politicamente rovinosa fra occupati e disoccupati. Ma questo si verifica, nel corso degli anni settanta, perché il movimento rivoluzionario non riesce a portare fino in fondo il suo programma di direzione operaia sull&#8217;intero processo di trasformazione produttiva, perché su questo punto mediazione sindacale ed estremismo si fronteggiarono senza riuscire a trovare il punto di sbocco: la riduzione generalizzata dell&#8217;orario di lavoro, la redistribuzione sociale del tempo di lavoro socialmente necessario. Insomma, il potere operaio sulle condizioni di transizione postindustriale, sulle condizioni della deindustrializzazione e della trasformazione dell&#8217;intero mondo della produzione.</p>



<p>Ma qui non è la sede per sviluppare un argomento di questo genere. Qui ci occupiamo di ricostruire le linee generali di un processo che inizia con l&#8217;esplosione delle lotte spontanee del &#8217;68, con la confluenza fra movimento studentesco e organismi operai di base, e che giunge a generalizzazione nell&#8217;autunno del 1969. In questo processo si preparano quegli elementi che ritroveremo, a un grado ben diverso di densità e di miscelazione, nell&#8217;esplosione dell&#8217;autonomia operaia, nel corso degli anni settanta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/10/uso-capitalistico-della-tecnologia-e-rifiuto-del-lavoro/">USO CAPITALISTICO DELLA TECNOLOGIA E RIFIUTO DEL LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/07/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 09:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9027</guid>

					<description><![CDATA[<p>Continuiamo il nostro lavoro di analisi sul lavoro pubblicando la seconda parte di Lavoro, reddito e benessere materiale. La prima parte è disponibile qui. Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio-economiche; scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/07/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-ii/">LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE II)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Continuiamo il nostro lavoro di analisi sul lavoro pubblicando la seconda parte di <em>Lavoro, reddito e benessere materiale</em>. La prima parte è disponibile <a href="https://www.malanova.info/2021/05/04/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-i/">qui</a>.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio-economiche; scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti che lasciano il segno e influenzano enormemente i territori su cui operano.&nbsp;</p>



<p>Il processo di integrazione globale è altrettanto scomodo per gli stessi soggetti che ne fanno uso, nel momento in cui si trovano ad armeggiare un processo molto flessibile e rapido che con la stessa velocità con la quale riesce a far schizzare il PIL in una regione, ne affossa un’altra. Non è quindi semplice decifrare il senso del lavoro nella nostra contemporaneità senza comprendere fino in fondo cos’è il processo di globalizzazione e quali sono gli scenari che ha contribuito a chiudere e quali quelli che invece sta aprendo.</p>



<p>Il lavoro e la struttura economica sono molto più che fattori interdipendenti, sono elementi costitutivi dello stesso sistema che, pur essendo influenzati dai medesimi processi, assumono ruoli diversi all’interno del meccanismo di riproduzione del capitale. Le relazioni che legano il lavoro alla struttura economica della società contemporanea prevedono che il lavoro debba essere identificato e catalogato per poter essere inteso e per comprenderne il ruolo all’interno dei processi produttivi. L’avanzamento tecnologico aumenta la velocità di trasferimento dei servizi delle risorse e del capitale, fino al punto in cui i flussi di investimento e i trasferimenti di denaro sono praticamente istantanei e virtualmente senza confini; mentre la velocità di trasferimento della forza lavoro oltre a essere dettata dai tempi di trasporto è limitata dai confini istituzionali. Da un lato, i servizi e le merci non conoscono (o quasi) barriere; dall’altro, il lavoro è bloccato e territorialmente circoscritto (Stiglitz, 2015).&nbsp;</p>



<p>L’innovazione tecnologica crea le condizioni sulle quali si costruiscono nuovi scenari e sulle quali sono impostate le istanze di cambiamento della struttura socio economica mondiale. L’implementazione del sistema dei trasporti e dell’informatizzazione della logistica ha contribuito in maniera&nbsp; assai profonda alla ridefinizione di tempi e costi attraverso un processo di efficientamento a livello mondiale. Ciò ha favorito la delocalizzazione della produzione in aree nelle quali il costo del lavoro è concorrenziale, addirittura con l’avanzamento tecnologico, nel momento in cui il lavoro umano costa poche decine di dollari al mese. Ma, al di là di alcune eccezioni, il processo congiunto di delocalizzazione e automazione sta rendendo problematica la gestione delle residualità di lavoratori attualmente impegnati in Europa e Stati Uniti. Per questi lavoratori l’economia neoliberista non è in grado di trovare una collocazione, se non chiedendo programmi statali di accompagnamento dolce alla disoccupazione.&nbsp;</p>



<p>È il caso della FCA che, non avendo più bisogno di lavoratori tra Pomigliano e Melfi, procede a ristrutturazioni della produzione, lasciando a casa gente problematica e trattenendo (chissà per quanto ancora) lavoratori più mansueti. Quindi abbiamo, da un versante, lavori che tendono a sparire perché semplicemente sono rimpiazzati o dalle macchine o da esseri umani che costano meno, mentre, dall’altro, quel poco che resta è spinto dal principio di massimizzazione della produttività. Dal momento che un lavoratore in Europa “costa troppo”, allora devo farlo lavorare più intensamente nelle 8 ore, solo così posso parzialmente bilanciare lo svantaggio competitivo di lasciare la produzione in Italia.&nbsp;</p>



<p>Il meccanismo che si produce è il seguente: si riduce il personale e quello che resta viene sottoposto a ritmi molto intensi e usuranti, chi perde il lavoro (soprannumerario o semplice contestatore del ritmo produttivo) lotta per essere riassunto in un posto di lavoro parimenti logorante o comunque destinato a sparire,&nbsp; per opera della delocalizzazione o per opera dell’automazione.</p>



<p>Precedentemente si è data una sommaria spiegazione del significato del salario in epoca fordista e delle sue mutazioni in epoca post-fordista. Il passaggio dal salario dell’operaio al reddito generale dei vari strati della società non è un&#8217;operazione lineare. In questo passaggio logico è racchiusa, in parte, la ratio che denota il cambiamento fondamentale introdotto nell’economia dagli Ottanta in poi. Ciò che è avvenuto è riassumibile nel concetto espresso da due economisti, Grossman e Rossi-Hansberg, che nel 2006 con un articolo dal titolo <em>The rise of offshoring: it’s not wine for cloth anymore</em>, introducevano nel dibattito economico mondiale la spiegazione di un cambio di paradigma assai profondo che mandava in soffitta le teorie del valore (per quanto concerne l’economia politica) di Smith e Ricardo. Nel momento in cui il vantaggio competitivo della delocalizzazione rende più conveniente produrre qualcosa altrove, non c’è più una specializzazione nazionale (la Germania esportava carbone in Inghilterra e da questa importava cotone).&nbsp;</p>



<p>Semplificando, l’attuale impalcatura dell’economia mondiale si basa su alcuni punti cardine: si ricolloca la produzione dove l’abbattimento dei costi rende l’operazione più competitiva, aumentando i profitti; si cercano altri mercati in via d’espansione per collocarvi il grosso della produzione; si mantiene una rete di servizi distributivi nei propri confini nazionali in quanto il grosso della produzione di beni è stata delocalizzata, mantenendo in loco il minimo indispensabile per poter continuare a usare il <em>made in</em> (Italy, USA, Germany, ecc.). Nell società dei consumi è chiaro a cosa possa servire il reddito, ma qui si apre un altro punto critico di discussione, se non addirittura un altro paradosso: nella società attuale, sorretta dal principio di crescita lineare, si tende a ridurre la capacità di spesa inibendo l’istanza di base su cui essa si fonda, ovvero il consumo a livello individuale. Posta in questo senso la questione appare paradossale, ma in realtà le cose non stanno esattamente così in quanto va chiarito un aspetto cruciale, ossia l’individuazione dell’elemento centrale che necessita della crescita lineare. A ben vedere la popolazione è parte di questo meccanismo, ma non gioca un ruolo fondamentale. Soprattutto in una fase nella quale si può creare profitto impegnando risorse offshore, oppure ridimensionando la forza lavoro e ampliando il “parco macchine”. Le macchine &#8211; e i mezzi più in generale &#8211; sono dunque sviluppati in un uso capitalistico ostile alla forza-lavoro (Alquati, 1994).</p>



<p>Cosa fare della forza lavoro inutilizzata? In economia non si butta via mai nulla; semmai, si immagazzina o si utilizza in altro modo. L’<em>esercito industriale di riserva</em> di marxiana memoria ha sempre svolto una precisa funzione sociale anche come strumento di ricatto sociale per ritardare la completa meccanizzazione della produzione. Si cerca quindi di mantenere in equilibrio il sistema per garantire un minimo di inerzia di moto, ma solo per semplici ragioni di stabilità sociale, in quanto le aziende vanno a cercare fortuna altrove, avendo sia la localizzazione ottimale, ove allocare risorse produttive, sia i compratori ottimali cui vendere. L’occidente non è più la terra dei consumi, pur rimanendo legata a questo concetto. I mercati più floridi sono a oriente, non solo India e Cina, ma in tutta quella porzione geografica cui spesso non si fa molto caso, come ad esempio i territori dell&#8217;Azerbaijan.</p>



<p>Che senso ha oggigiorno il lavoro salariato in occidente nel momento in cui si punta alla progressiva <em>virtualizzazione della produzione</em> (Tronti, 2009)? Se il lavoro umano salariato non è più la componente principale della riproduzione del capitale, come si riproduce la società dei consumi? La risposta non è semplice. L’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro induce a immaginare lo sviluppo di una sorta di “operaio non manuale”, ossia di una figura professionale iper-specializzata in mansioni tecnico-pratiche o procedurali. Sono questi i casi della catena della logistica nella quale il facchinaggio è una componente numericamente bassa di tutta la forza lavoro impiegata, costituita in maggioranza da magazzinieri, tecnici meccanici o informatici che assistono e controllano le macchine.</p>



<p>Ma in tutto ciò viene introdotto anche un altro grosso cambiamento sociale: fino agli anni ’80 l’operaio era una figura con una sua valenza socio-economica, nel senso che il salario dell’operaio era la base minima su cui costruire la società dei consumi a livello nazionale. Il salario era la misura sociale della ricchezza: sotto un certo livello si era considerati poveri, su quel livello si faceva una vita “normale”. Superato il salario dell’operaio cominciava la borghesia agiata. Oggi quest’ordine non solo è mutato, ma non vi è più uno strato sociale di riferimento che faccia da soggetto mediano (Alquati, 1978) tra le due classe storiche di riferimento. Tutto è divenuto piuttosto relativo, soprattutto se l’analisi si limiti al solo possesso di strumenti tecnologici o dell’autovettura.</p>



<p>Il mercato ha reso disponibili e facilmente accessibili prodotti per tutte le categorie sociali. Il credito al consumo ha esteso le potenzialità del reddito oltre la sua misura, portando milioni di persone a familiarizzare con il concetto di debito. Nella società di oggi anche i poveri sono diversificabili in categorie; c’è il povero “sfortunato”, al quale la crisi ed eventi avversi hanno portato via tutto, e poi ci sono i poveri “sconvenenti”, il sottoproletariato urbano, costituito da migranti, minoranze etniche e soggetti marginalizzati. Questi sono i poveri per i quali non vi è una giustificazione in quanto, pur partecipando al generale processo riproduttivo della società capitalista, non sono accettati. Il ruolo del sottoproletariato urbano cruciale perché fornisce la spiegazione semplicistica per ogni sorta di problema.&nbsp;</p>



<p>Ma andiamo oltre. In chiave di relazione tra produzione e consumo, la base della piramide sociale fornisce due gradi di libertà alla libera riproduzione del capitale, da un lato, svincola fondi pubblici da immettere nel sistema del terzo settore che innesca circuiti di consumo assistito; dall’altro, tutto ciò che ha a che fare col sottoproletariato è quasi sempre di natura informale, compreso il lavoro, il quale viene adoperato in circuiti produttivi a basso costo.</p>



<p>Il senso del lavoro, come elemento di emancipazione sociale, ha finito per dimostrare la menzogna che è sempre stata. Il lavoro “emancipa” solo nella misura in cui si è liberi acquirenti ed “eleva” solo nella misura in cui l’individuo vorrebbe guadagnare di più per acquistare di più. In quest’ottica il fordismo è ancora presente come orizzonte di benessere economico cui tendere. Ma come fare a uscire dal vicolo cieco in cui versa attualmente l’occidente è un’incognita alla quale si deve prestare attenzione perché è su queste elaborazioni e su queste proposte che si giocano i futuri equilibri sociali o le strategie per ammansire gli individui.</p>



<p>Qui entra in gioco l’asso nella manica, la teoria legata ai redditi di cittadinanza o, in una visione ancora più “estrema”, al basic income: redditi monetari elargiti dallo Stato e prelevati attraverso dei meccanismi fiscali, atti a compensare il fatto che (almeno in occidente) il concetto di lavoro umano sta progressivamente abbandonando il campo. In molti ci vedono il compimento di una società libera e felice, altri il compimento della supremazia dello Stato, altri ancora una schiavitù senza catene, ecc.</p>



<p>A parte la differenziazione tra i redditi derivanti dal workfare e il basic income, il concetto di base rimane grossomodo invariato: qualcuno deve darti quattrini perché il tuo lavoro non serve più. Il riferimento è sempre alla percentuale più consistente di lavoro salariato, ossia il manifatturiero e il logistico. Rimangono fuori il lavoro cognitivo e quello agricolo: quest’ultimo è quello che maggiormente fa uso di manodopera irregolare, mentre il primo da anni soggiace sulla precarietà. Le soluzioni introdotte con i redditi di base o di cittadinanza non sono reali soluzioni, ma processi compatibili con il sistema economico nel quale siamo inseriti, le quali non arrestano il principio di crescita lineare; anzi, è proprio per permettere di consumare, che si è disposti a elargire un reddito monetario.&nbsp;</p>



<p>A questo proposito sono d’obbligo alcune precisazioni sul significato di workfare e su come questo strumento si inserisca all’interno del tessuto socio-economico, non come supporto o sostegno al reddito individuale o familiare, ma come strumento che determina il comportamento individuale. Il workfare si estrinseca in un insieme di obblighi comportamentali e indirizzi all’acquisto. Chi è assoggettato al sistema deve attenersi a un insieme di obblighi e sottostare ad alcuni controlli e ciò che percepisce non può essere speso in un acquisto libero i prodotti di qualsivoglia natura.</p>



<p>Questo stride in parte con la retorica della libertà degli individui di poter spendere liberamente il proprio denaro, mantra tanto caro alle scuole neoliberiste, ma è coerente con una visione paternalistica dello Stato, il quale ti sta elargendo una certa somma, ma ti controlla rispetto a quel che puoi comprare. Il sistema del workfare si estrinseca anche nell’obbligo di accettare le proposte di lavoro che ti vengono fatte e nel prestare lavoro volontario per la collettività. Se a uno sguardo disattento, magari supino alla dichiarazione retorica che il sussidio non deve creare sfaticati e scansafatiche, ciò può sembrare legittimo e socialmente stimolante ma, a uno sguardo un po’ più attento, alcune contraddizioni emergono.</p>



<p>Una prima contraddizione risiede nell’essere costretto ad accettare un lavoro (potendo rifiutare due proposte) non solo per una questione di attitudine lavorativa, ma semplicemente per la ricattabilità insita nel meccanismo: se vieni licenziato comincia un periodo di osservazione per capire se sei un soggetto meritevole del sussidio mentre per chi licenzia, nella sostanza, non succede quasi nulla. In pratica, chi assume attraverso i canali del workfare ha dei vantaggi economici incamerando alcune mensilità del sussidio destinate al lavoratore che rigirerà a quest’ultimo. Ma oltre alla convenienza di non pagare alcune mensilità, il datore di lavoro ha il coltello dalla parte del manico dal momento che, se licenzia, sarà il lavoratore a doversi discolpare e dimostrare di essere una persona ossequiosa e ligia al dovere. Per quanto riguarda le ore da dedicare obbligatoriamente a lavori di pubblica utilità &#8211; circa 8 a settimana quelle previste dal sistema italiano &#8211; finiscono per essere lavori per conto dell’ente comunale o di aziende che operano su servizi di rilevanza comunale, quindi si può immaginare che si possano passare due turni da 4 ore a falciare prati o potare siepi, oppure assorbiti come operatori base nel terzo settore. Il problema è che se, da un lato, può sembrare lecito e razionale ripagare in qualche modo la società per il supporto economico, dall’altro, chi gestisce questo tesoretto di forza lavoro “già pagata” si ritrova a poter svolgere più lavori senza aumento di costi. Questo tipo di razionalità comincia a essere assai poco indirizzata verso qualcosa di socialmente utile.</p>



<p>Per quanto concerne invece in basic income, o reddito universale, se da un lato elimina la retorica lavorista e meritocratica, in quanto fisso mensile per tutti, ricchi e poveri, uomini e donne, singoli e famiglia (quindi cumulabile), dall’altro, apre l’interrogativo circa la provenienza di questo salario universale. Uno dei principali sostenitori del basic income è il professor van Parijs il quale quantifica il reddito universale come percentuale sul PIL nazionale (dal 15 al 25%) divisa per tutta la popolazione residente maggiore di 18 anni. L’esborso dovrebbe finanziarsi con l’eliminazione di tutti gli altri sussidi, comprese le pensioni. Tralasciando l’effettiva fattibilità di questo strumento, si parla per l’Italia di circa 350 euro al mese con un prelievo del 15% del PIL fino ad arrivare a circa 500 euro con un prelievo del 25%.</p>



<p>Il che vuol dire, avendo legato il PIL al reddito, che maggiore è il PIL maggiore è il reddito universale. Le implicazioni sono assai semplici: chi contesterà la crescita del PIL per ottenere la quale si è disposti ad esempio a svendere pezzi di territorio all’imprenditoria selvaggia o a intraprendere campagne militari per mantenere alta la produttività e accaparrarsi risorse offshore? Ma consideriamo un’altra via per finanziare il reddito universale: immaginiamo una Tobin Tax, quindi un prelievo di qualche centesimo percentuale sulle transazioni del mercato azionario che sostenga l’esborso statale. Ebbene in questo caso sarà difficile poi convincere le persone che la speculazione finanziaria genera crisi sempre più ampie dal momento che più si specula, più denari entrano nelle tasche di tutti. La crescita lineare indefinita non sarà più un mantra, ma una solida realtà da mantenere a tutti i costi.</p>



<p>Legare PIL e transazioni finanziarie direttamente con il benessere materiale delle persone sarebbe catastrofico dal momento che siamo pienamente inseriti in un sistema che induce bisogni inutili sempre più costosi. Senza contare che la crescita di una parte di mondo può avvenire solo a scapito di qualche altra. Il che vuol dire innescare una corsa all’accaparramento di ogni singola risorsa sulla quale poter speculare e non ci si riferisce qui alle sole risorse minerarie, ma all’acqua e alla terra, elementi scarsi, ma dei quali non si può fare a meno per nutrirsi e vivere. Probabilmente nella visione apocalittica di popoli che sostengono la diretta ridistribuzione della ricchezza, proveniente dalla crescita economica indefinita e dalle transazioni finanziarie e azionarie, l’espansionismo economico sarà sostenuto come l’unica realtà possibile, tanto quanto lo è attualmente il pensiero neoliberista.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/07/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-ii/">LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE II)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/04/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-i/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 May 2021 10:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9021</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questo lavoro ha avuto una lunga gestazione, la prima bozza è del 2017 poi rivista e rimaneggiata a più mani fino&#160; a questa che non è sicuramente definitiva. il testo è quindi ancora emendabile o integrabile in virtù del fatto che esso esprime il punto analitico fra concetti che pur rimanendo ancorati saldamente al conflitto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/04/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-i/">LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Questo lavoro ha avuto una lunga gestazione, la prima bozza è del 2017 poi rivista e rimaneggiata a più mani fino&nbsp; a questa che non è sicuramente definitiva. il testo è quindi ancora emendabile o integrabile in virtù del fatto che esso esprime il punto analitico fra concetti che pur rimanendo ancorati saldamente al conflitto capitale-lavoro, nella radice del loro presentarsi come problematici, sono coinvolti in un processo di continua ridefinizione semiotica. Concetti quali lavoro, reddito e bisogni materiali, pur rappresentando la base materiale della struttura sociale, subiscono una continua oscillazione simbolica, cioè cambiano le vestigia del problema, mutano i significanti, in un processo funzionale alla riproduzione (che va qui intesa in senso eminentemente marxiano di valore riproduttivo socio-economico). Siamo partiti da questi assunti per cercare di definire alcuni punti critici per individuare un impianto analitico che possa aprire un dibattito corale, al di là delle superfetazioni simboliche imposte dalle tendenze contemporanee di riproduzione del capitale. Il lavoro si pone come primo concetto da analizzare, come parte in causa in un rapporto sociale ipertrofico, sia perché disvelante il processo di riproduzione sia come meccanismo di assoggettamento e stratificazione della società. Questo lavoro può considerarsi come un punto intermedio in un percorso di “identificazione”, attraverso il quale comprendere dove si è collocati nel meccanismo di riproduzione e quali sono i processi che ci tengono in asse con il resto della macchina capitalista.</p>



<p>Il lavoro tout court, come fattore fondante della produzione, mantiene inalterato il suo ruolo, ma per comprendere i cambiamenti in atto e la progressiva compressione occupazionale legata ad alcune specifiche tipologie di lavoro, è necessario decostruirne il concetto relativamente ad alcuni parametri. Va precisato che il fattore lavoro viene qui inteso nel senso del pensiero economico classico, quindi da un lato come principio fondante del valore, <em>lavoro incorporato</em> (Smith 1776) e <em>teoria del valore</em>&nbsp; (Ricardo 1817), dall’altra, il valore del prodotto ha in sé il plusvalore generato dal lavoro (Marx 1886).&nbsp;</p>



<p>Nell’era fordista la divisione del lavoro seguiva, in certo modo ricalcandola, la piramide sociale presente nelle aree urbanizzate: molti lavoratori con qualifica bassa o nulla (elemento costitutivo dell’applicazione della teoria taylorista nella catena di montaggio), il lavoro dei quali era organizzato e controllato da lavoratori con qualifiche via via più alte e in numero via via sempre minore, fino ad arrivare alla soglia sulla quale finiva lo strato sociale che costituiva la forza lavoro manuale o bracciantile e cominciava la categoria dei tecnici dei professionisti e dei dirigenti.</p>



<p>Si affacciavano nuove figure professionali che dovevano gestire la nascente complessità della produzione, finanche le istituzioni universitarie furono investite da questo rinnovamento. Nacquero i corsi di ingegneria meccanica, si affinarono le leggi sulla protezione delle idee (brevetti e diritti di sfruttamento dei metodi di produzione), in vari modi la produzione di massa ha introdotto profondi mutamenti strutturali nella società. Ciò che nel tempo è mutato è stato il senso del prodotto del lavoro per gli stessi lavoratori, il salario da moneta per gli acquisti dei beni di prima necessità (affitto, abiti e cibo), ossia la riproduzione del lavoratore è diventata lo strumento per riprodurre il meccanismo del consumo accelerando la riproduzione del capitale.&nbsp;</p>



<p>La crescita del capitale è stata legata a doppio filo alla crescita dei consumi che a loro volta innescavano processi di espansione dei siti produttivi, ampliamento delle aree urbane, infittimento delle vie di comunicazione ed evoluzione e potenziamento dei mezzi di trasporto. Il commercio e le aree di arrivo delle merci hanno dato l’impulso alla produzione di servizi logistici che hanno liberato la produzione dei beni dall’onere del trasporto come comparto annesso alla fabbrica, con un processo di successive esternalizzazioni.&nbsp;</p>



<p>Altra forza lavoro per la produzione di servizi che affianca quella impiegata nella produzione di beni, l’apparato produttivo diventa ancora più complesso aumentando il numero di soggetti operanti nella filiera produttiva. Cresce la domanda di forza lavoro, crescono i salari ma contemporaneamente le innovazioni tecnologiche, tanto nella produzione quanto nei trasporti, abbassano progressivamente il costo delle merci, aumentando di conseguenza il potere d’acquisto, quindi generando impulsi di crescita vertiginosi.</p>



<p>La società diviene complessa, così i rapporti in essa generatisi; l’apparato statale diviene promotore della produzione attraverso le politiche di sviluppo da un lato o attraverso le richieste di produzione bellica dall’altro. La pianificazione urbana assume un ruolo di razionalizzazione del territorio per ottimizzare le risorse produttive e minimizzare i tempi di trasporto, ma alla base di tutto vi è la crescita economica che rimane legata alla crescita dei consumi. Il lavoro da semplice rapporto tra individuo e fabbrica diventa un fattore socio-economico sul quale si regge l’intero sistema capitalista. Da qui il concetto marxiano di capitale come <em>rapporto sociale</em>.</p>



<p>Anche il senso del salario comincia a cambiare: da mezzo di sussistenza individuale diviene un fattore di crescita sociale. Esso aumenta ma rimane comunque generalmente bassa la quantità di moneta risparmiata (fatta eccezione per poche realtà quali l’Italia), in quanto si tende a spendere tutto quel che si guadagna per soddisfare bisogni crescenti (nella sostanza per soddisfare l’esigenza di somigliare alle classi agiate).</p>



<p>Rimane fondamentale la decostruzione del salario come fattore riproduttivo dello sviluppo lineare del capitale; quota parte del salario deve essere necessariamente spesa per poter riprodurre la propria capacità produttiva, ma nel tempo questa aliquota è passata dal contemplare cibo, casa e vestiario al comprendere il trasporto individuale, con tutti gli oneri accessori per la circolazione e la manutenzione.&nbsp;</p>



<p>A questa prima sottrazione “fisiologica” del reddito si aggiunge la parte spettante alla riproduzione del consumo, l’acquisto di beni accessori non durevoli: un tempo erano gli elettrodomestici, mentre ora la parte del leone la fa la tecnologia e gli abbonamenti a servizi. Ciò significa che l’esigenza di moneta si è progressivamente sbilanciata su un consumo inteso come costitutivo sociale. Inoltre, la tendenza in atto da almeno un trentennio nei paesi occidentali è quella di una progressiva trasformazione del consumo da riproduttivo a distruttivo:<em> invece di consumare per riprodurre la capacità-attività-umana ed incrementarla e di rivendicarne l’arricchimento, si spende il reddito (salario) ora calante e si fruisce per distruggere ricchezza e per sviluppare i mezzi che potenziano proprio solo questa produzione di ricchezza da distruggere </em>(Alquati, 1994).</p>



<p>L’attuale richiesta di reddito apre degli apparenti paradossi socio-economici, apparenti perché sembrerebbe un controsenso abbassare i salari (attraverso la precarizzazione, per esempio) creando una contrazione generalizzata della domanda di beni, innescando fenomeni recessivi e alimentando spirali discendenti nella crescita economica. Apparenti in quanto vengono analizzati dal punto di vista della “salute” generale del Paese e non dal punto di vista di allocazione di capitali. La contrazione dell’offerta di lavoro in un contesto geografico non implica, di fatto, la contrazione di produttività di una generica azienda che, ad esempio, delocalizza la sua produzione o che scambia tutta la sua produzione su altri mercati.</p>



<p>Questa apparenza del paradosso è solo la superficie di un problema più profondo che deve essere compreso ed elaborato, fino a giungere alla comprensione di una totale ineluttabilità di talune derive economiche. Da qui la necessità impellente di nuove strategie di conflitto per uscire dall’impasse e per costruire percorsi di incompatibilità con un sistema che non ha vie d’uscita soft dall’accelerazione dei processi ciclici di crisi e “ripresa”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, ma soprattutto le macchine, le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale che, dentro il ciclo produttivo, produce una progressiva sottrazione e soppressione di una quota di fattore umano. Questo non è un problema nuovo, esso fu ipotizzato già nel momento in cui si ravvisavano le prime innovazioni tecnologiche nel campo industriale.&nbsp;</p>



<p>Ricardo, già nel 1817 scriveva:&nbsp;&#8220;<em>l&#8217;opinione della classe lavoratrice secondo la quale l&#8217;impiego delle macchine è spesso dannoso ai propri interessi non si basa sul pregiudizio e sull&#8217;errore, ma è conforme ai corretti principi dell&#8217;economia politica&#8221;</em>. Ciò che Ricardo non immaginava era che l’evoluzione dei mezzi di trasporto e di comunicazione, avrebbero diviso il mondo in aree di due categorie: da un lato, le aree a capitalismo avanzato che, implementando lo sviluppo tecnologico, richiedono meno forza lavoro; dall’altro, le aree con un capitalismo in via di definizione, che attraggono quote crescenti di produzione dai paesi avanzati, grazie al basso costo di produzione, in primis il costo del lavoro.&nbsp;</p>



<p>Sul lungo periodo si può immaginare che si raggiunga un equilibrio nello sviluppo globale del pianeta, ma non si può chiedere a chi versa in angosce quali la segregazione sociale e la povertà di sperare in un futuro migliore, ammesso e non concesso che gli sconvolgimenti climatici non ci spazzino via anzitempo. Forse spostando l’attenzione dal problema del lavoro in termini quantitativi al problema del lavoro in quanto fattore di riproduzione che può essere surrogabile con altro ci indurrebbe a rivedere alcune scelte del passato e a rimodulare le azioni del presente.</p>



<p>Non avere chiaro che il lavoro sta perdendo la sua centralità nella riproduzione del capitale, pone in evidenza il ritardo analitico della fase attuale. Ritardo spesso assecondato da richieste di ripristinare lo status quo invece di tentare di mettere in discussione tutto il sistema. Negli anni passati si agitavano slogan contro la globalizzazione spesso non avendo idea di cosa fosse fino in fondo; ora che stiamo guardando i suoi effetti, spesso non ci viene in mente nulla di meglio che esigere redditi più alti e lavori stabili e questo vuol dire continuare a sottovalutare la portata del fenomeno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/04/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-i/">LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>CONTRO IL LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/03/contro-il-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 May 2021 16:29:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9014</guid>

					<description><![CDATA[<p>Riprendiamo le nostre analisi sul lavoro pubblicando un editoriale de il Manifesto del 1° maggio del 1971. L’articolo, uscito senza firma, venne scritto da Lucio Magri. All’interno del movimento operaio ufficiale, l’intervento suscitò indignazione per lo scarso rispetto dimostrato verso le forze produttive del Paese ma a distanza di cinquant’anni reputiamo che le riflessioni di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/03/contro-il-lavoro/">CONTRO IL LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Riprendiamo le nostre analisi sul lavoro pubblicando un editoriale de <em>il Manifesto</em> del 1° maggio del 1971. L’articolo, uscito senza firma, venne scritto da <em>Lucio Magri</em>. All’interno del movimento operaio ufficiale, l’intervento suscitò indignazione per lo scarso rispetto dimostrato verso le forze produttive del Paese ma a distanza di cinquant’anni reputiamo che le riflessioni di Magri, aldilà del riflesso ideologico del tempo, ci indicano una strada da percorrere per spezzare il meccanismo della riproduzione del capitale.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Il primo maggio non è la festa del lavoro, come dice e vuole la liturgia del movimento operaio riformista o clericale. È la festa contro il lavoro: contro il lavoro per ciò che esso è e sarà sempre in una società capitalistica, in una società divisa in classi, in una società mercantile. Questo i proletari non ci mettono molto a capirlo. E infatti, il solo modo che hanno di celebrare la loro giornata è quello di non lavorare. Il primo maggio è nato ed è vissuto per lunghi anni come uno sciopero, come uno scontro.</p>



<p>Non è una distinzione formale, una sottigliezza ideologica. Il problema del lavoro e dell’atteggiamento verso di esso è sempre stato il nodo profondo del marxismo: la vera discriminazione tra marxismo rivoluzionario e revisionismo.</p>



<p>Qual è il problema per i revisionisti? Quello di dare al lavoro la giusta remunerazione e di fondare una nuova civiltà del lavoro: chi non lavora non mangia. Qual è il problema per i rivoluzionari? Quello di abolire il lavoro salariato, cioè, oggi, il lavoro stesso, per costruire una civiltà fondata sulla libera e collettiva attività creatrice e su rapporti non mercificati fra gli uomini: <em>a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità</em>. Qui sta tutta la differenza tra socialismo come società capitalistica meno diseguale e più opulenta, e socialismo come rovesciamento del capitalismo dalle fondamenta.</p>



<p>Non si tratta, per il marxismo, di una ingenuità anarchica, del mito del buon selvaggio. Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro motore della storia, l’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro. Ma proprio col suo lavoro l’uomo ha dominato la natura, ne ha decifrato le leggi, ha trasformato se stesso fino al punto in cui può rovesciare la storia e liberarsi dal lavoro come prima e ultima schiavitù, come qualcosa di estraneo a lui, di accettato per la necessità della sopravvivenza.</p>



<p>Il capitalismo è il momento storico in cui questa contraddizione e la possibilità di superarla maturano insieme. Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e contenuti, una alienazione insopportabile; dall’altro esso ha ormai prodotto un livello di forze produttive, prima fra tutte la capacità razionale dell’uomo, che consente il salto ad un ordine sociale in cui il lavoro, per ciò che è stato fin qui, sia soppresso. Soppresso non per lasciar posto ad un ozio stupido e al faticoso “tempo libero” &#8211; che è solo l’altra faccia del lavoro alienato &#8211; ma ad un complesso di libera attività collettiva e di riposo creativo di una nuova capacità.</p>



<p>Di tale attività, la produzione materiale dei mezzi di sussistenza può diventare un sottoprodotto naturale, progressivamente affidato alle macchine, che non giustifica assolutamente più né lo sfruttamento economico né la dominazione politica. Questa è l’essenza della rivoluzione comunista, della soppressione della proprietà privata, delle classi e dello stato. Ribellione alla condanna biblica: tu lavorerai con fatica.</p>



<p>Non è un caso che questo nucleo radicale del marxismo sia stato dimenticato o sia rimasto minoritario nel movimento operaio. Gli operai, come tutti gli uomini, possono porsi solo i problemi che sono effettivamente in grado di risolvere. Solo nella nostra epoca, della piena maturità del capitalismo e della sua degenerazione imperialistica, le grandi masse dell’occidente che hanno avuto dallo sviluppo capitalistico tutto ciò che potevano avere pagandolo con lo sfruttamento, e le grandi masse dell’oriente che dal capitalismo potrebbero avere solo fame e guerra, possono porsi realmente il problema del comunismo. Cioè il problema non solo di maggiore consumo e di lavoro sicuro, ma di un diverso significato del lavoro e del consumo. Qual è, se non questo, il senso profondo delle lotte di massa di operai, studenti, intellettuali degli ultimi anni? Qual è, se non questo, il significato universale della rivoluzione culturale cinese?</p>



<p>Certo, tutto ciò può anche alimentare spinte ingenuamente neoanarchiche, l’illusione che si possa abolire il capitalismo d’un colpo; ribellarsi alla logica della produzione e `rifiutare il lavoro’ con un atto di ribellione soggettivistica e distruttiva; o usare delle macchine e degli uomini così come sono per una organizzazione comunista della società, senza una lunga e faticosa trasformazione delle une e degli altri, senza una società di transizione, e dunque senza organizzazione, violenza, sacrificio, invenzione, educazione. Ma ciò che oggi importa, come importava per Lenin, è cogliere in queste spinte “ingenue” il nucleo di verità che oggi è maggiore di ieri, e senza del quale non è più possibile sfuggire all’egemonia ideale del capitalismo.</p>



<p>Questo vogliamo ricordare il primo maggio: per riscoprirne fino in fondo il significato di festa politica, di festa rivoluzionaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/03/contro-il-lavoro/">CONTRO IL LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IL REDDITO UNIVERSALE (MOLTO)CONDIZIONATO DEL PD</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/04/19/il-reddito-universale-moltocondizionato-del-pd/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 11:08:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=8994</guid>

					<description><![CDATA[<p>In un’intervista apparsa su industriaitaliana.it, Tommaso Nannicini, estensore del Jobs Act, senatore Pd e professore di economia alla Bocconi, propone alcune soluzioni al problema della disoccupazione che diventerà in estate un vero e proprio dramma. Sommando al tasso di disoccupazione consolidato gli effetti della pandemia, lo scenario al quale andremo incontro è allarmante. Un milione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/19/il-reddito-universale-moltocondizionato-del-pd/">IL REDDITO UNIVERSALE (MOLTO)CONDIZIONATO DEL PD</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In un’intervista apparsa su <em>industriaitaliana.it</em>, Tommaso Nannicini, estensore del Jobs Act, senatore Pd e professore di economia alla Bocconi, propone alcune soluzioni al problema della disoccupazione che diventerà in estate un vero e proprio dramma. Sommando al tasso di disoccupazione consolidato gli effetti della pandemia, lo scenario al quale andremo incontro è allarmante. Un milione di nuovi disoccupati ai quali si aggiungeranno a breve quelli prodotti dalla rimozione, dopo il 30 giugno, del blocco dei licenziamenti deciso in questi giorni dal governo Draghi. Con due milioni in più di famiglie in stato di indigenza assoluta secondo l’ISTAT &#8211; dato in costante crescita negli ultimi anni &#8211; il quadro dell’emergenza sociale si fa complesso.</p>



<p>Anche i dati forniti recentemente dell’Eurostat sono chiari: l’Italia ha perso nel 2020 oltre 39,2 miliardi di salari e stipendi, con un calo del 7,4% sul 2019. L’ente di statistica europeo lo certifica sulle principali componenti del Pil. L’italia è passata da 525 miliardi nel 2019 a 486. Nello stesso periodo in Francia sono stati persi 32 miliardi su una massa salariale che è passata da 930 a 898 miliardi (-3,42%) e in Germania appena 13 miliardi su oltre 1.500 (-0,87%).</p>



<p>È una guerra, questa contro i salari, che viene da lontano e che si protrarrà ben oltre l’attuale crisi pandemica. Secondo i dati OCSE, dal 1975 la quota di reddito che va ai salari è diminuita dell’8%. Ciò significa che miliardi di reddito ogni anno passano dai lavoratori ai loro datori di lavoro, cioè dai salari al capitale.</p>



<p>L’intensificazione delle proteste degli ultimi mesi riguardano, in una qualche misura e in diverse forme, i soggetti sociali che si sentono esclusi o non soddisfatti dai cosiddetti ristori erogati dagli ultimi governi, grazie anche a un maggiore afflusso di fondi europei. Il blocco dei licenziamenti e l’erogazione degli aiuti una tantum, infatti, non hanno tutelato le forme atipiche e informali di lavoro.<strong> </strong>Inoltre, da non sottovalutare il peso aggiuntivo calato sulla schiena delle donne, obbligate a scegliere e a districarsi tra l’accudimento dei figli &#8211; costretti alla DAD e alla DDI a causa delle scuole chiuse &#8211; e il lavoro. Poco hanno potuto il bonus per il baby-sittings o le aspettative non retribuite. Un timido risultato è stato raggiunto &#8211; ma solo in alcuni settori lavorativi &#8211; grazie all&#8217;utilizzo dello smart working.</p>



<p>In un quadro chiaro ed estremamente complesso, il senatore del PD sostiene la necessità di <em>un reddito universale di formazione e il potenziamento della rete nazionale delle politiche attive, già disegnata dal decreto attuativo del Jobs Act, il 150/2015, con lo Stato che finanzia e decide e le Regioni che garantiscono a tutti i cittadini italiani lo stesso livello di servizio.</em></p>



<p>Tommaso Nannicini lega questo reddito universale alla formazione. Di fatto una delle problematiche centrali dell’industria 4.0 è avere una forza lavoro sempre pronta e formata all’utilizzo delle nuove tecnologie. Secondo alcuni dati della Microsoft, entro un decennio 1,4 miliardi di persone dovranno subire un processo di re-skilling rispetto ai nuovi lavori (molti dei quali ancora oggi non esistenti). Di fatto il processo di automazione attraverso l’uso dell’Intelligenza Artificiale produce la soppressione di quei lavori ripetitivi e di basso profilo mentre promette la crescita del lavoro altamente specializzato. Se è vero che già oggi esiste un gap del 30% tra domanda e offerta di professionisti dell’ICT, chi si prenderà l’onere della formazione utile a colmare questo buco?</p>



<p>Per il senatore PD non c’è dubbio: lo Stato. I denari pubblici dovranno sempre più servire per finanziare gli ammortizzatori sociali per i disoccupati generati dallo sviluppo tecnologico dell’industria e anche per formarli alla possibilità di una qualche forma di impiego. Meglio unire tutto, allora, in un unico dispositivo, legando disoccupazione e formazione.</p>



<p>Ma anche questa, come si evince dall’intervista, non è altro che una “pezza a colori” lavorista per non ammettere che sarà sempre più difficile ricollocarsi. La formazione per Nannicini è un po&#8217; quello che per Di Maio furono i navigator. Entrambi sembrano dire: non daremo mai soldi gratuitamente per gli addivanati. Il navigator troverà loro un lavoro o male che vada li stordiremo con raffiche di corsi di formazione, magari su piattaforme online:</p>



<p><em>«Io lo chiamerei reddito di formazione e lo erogherei a chi perde il lavoro o lo cerca per la prima volta. Praticamente è necessario rovesciare la condizionalità della Naspi </em>(Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego)<em> per com’è disegnata oggi. E la Naspi oggi viene concessa solo se si hanno quattro anni di contributi continuativi, il che esclude in automatico molte delle categorie fragili di cui sopra. Il reddito di formazione dovrà invece essere erogato al disoccupato che si impegni ad acquisire competenze che si ritengono per lui necessarie all’inserimento o al re-inserimento nel mondo del lavoro. Ed è necessario rimuovere anche un altro vincolo che fa difetto, il cosiddetto </em><em>“</em><em>decalage”, ovvero il fatto che l’assegno si riduca del 3% ogni mese a partire dal quarto mese di disoccupazione». Una scelta del legislatore dettata dalla volontà di introdurre un incentivo a trovare lavoro. Ma se il lavoro non c’è e non c’è in particolare per determinate categorie di lavoratori, questa riduzione così ripida è un problema.</em></p>



<p>Per dar vita a questa innovazione basterebbe, secondo il senatore, riesumare il decreto attuativo 150/2015 del Jobs Act che istituiva, senza copertura finanziaria, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), una rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro, formata dalle strutture regionali per le Politiche attive del Lavoro, dall’INPS, dall’INAIL, dalle Agenzie per il lavoro e dagli altri soggetti autorizzati all’attività di intermediazione. Questa, con l’infinita e sempre presente ristrutturazione dei centri dell’impiego, potrebbe operare il miracolo di formare i lavoratori riottosi secondo le esigenze e i desiderata della nuova Industria 4.0, automatica e artificialmente intelligente. Ovviamente le risorse non previste dal Jobs Act dovrebbero essere trovate nel plurisaccheggiato Recovery Fund che già contempla tanti miliardi a favore della digitalizzazione, dell’innovazione e della competitività e per la coloritura di verde del mondo produttivo.</p>



<p>Quindi, il capitalista avrà la possibilità di rinnovare il suo parco macchine, generare disoccupati, avvantaggiarsi degli ammortizzatori sociali per scaricare un po’ di costi sulla collettività e, infine, trovare sul mercato un manipolo di lavoratori sempre performanti grazie alla formazione erogata con risorse pubbliche. Il capitalista, insomma, la sa lunga e, come al solito, non si lascia sfuggire nessuna possibilità di generare, soprattutto in tempi di crisi, ulteriori profitti.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/19/il-reddito-universale-moltocondizionato-del-pd/">IL REDDITO UNIVERSALE (MOLTO)CONDIZIONATO DEL PD</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E SE AMAZON CI REGALASSE IL REDDITO UNIVERSALE?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/04/15/e-se-amazon-ci-regalasse-il-reddito-universale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 08:49:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG TECH]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=8986</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gli ultimi dati di bilancio relativi ai colossi del commercio e della logistica risalgono al 2020, anno in cui Amazon ha fatturato 386 miliardi di dollari e il governo italiano ha approvato &#8211; per avere un parametro di ragguaglio &#8211; una manovra finanziaria da 32 miliardi di euro. Nel periodo 2018-2020 il fatturato di Amazon [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/15/e-se-amazon-ci-regalasse-il-reddito-universale/">E SE AMAZON CI REGALASSE IL REDDITO UNIVERSALE?</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gli ultimi dati di bilancio relativi ai colossi del commercio e della logistica risalgono al 2020, anno in cui Amazon ha fatturato 386 miliardi di dollari e il governo italiano ha approvato &#8211; per avere un parametro di ragguaglio &#8211; una manovra finanziaria da 32 miliardi di euro. Nel periodo 2018-2020 il fatturato di Amazon è aumentato del 65,77%, mentre il margine operativo lordo è passato da 27.762,00 a 48.150,00 milioni di dollari (+32,54%) con una crescita dell&#8217;Ebitda margin di 0,55 punti. Il risultato operativo è cresciuto del 84,36% a 22.899,00 milioni di dollari e l&#8217;utile di esercizio ha raggiunto quota 21.331,00 milioni di dollari, segnando un incremento pari al 112%.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><strong>Voci di bilancio</strong></td><td><strong>2018</strong></td><td><strong>var %</strong></td><td><strong>2019</strong></td><td><strong>var %</strong></td><td><strong>2020</strong></td></tr><tr><td>Totale Ricavi</td><td>232.887,00</td><td>20,45</td><td>280.522,00</td><td>37,62</td><td>386.064,00</td></tr><tr><td>Margine Operativo Lordo</td><td>27.762,00</td><td>30,86</td><td>36.330,00</td><td>32,54</td><td>48.150,00</td></tr><tr><td>Ebitda margin</td><td>11,92</td><td>&#8212;-</td><td>12,95</td><td>&#8212;-</td><td>12,47</td></tr><tr><td>Risultato Operativo</td><td>12.421,00</td><td>17,07</td><td>14.541,00</td><td>57,48</td><td>22.899,00</td></tr><tr><td>Ebit Margin</td><td>5,33</td><td>&#8212;-</td><td>5,18</td><td>&#8212;-</td><td>5,93</td></tr><tr><td>Risultato Ante Imposte</td><td>11.270,00</td><td>23,89</td><td>13.962,00</td><td>73,28</td><td>24.194,00</td></tr><tr><td>Ebt Margin</td><td>4,84</td><td>&#8212;-</td><td>4,98</td><td>&#8212;-</td><td>6,27</td></tr><tr><td>Risultato Netto</td><td>10.073,00</td><td>15,04</td><td>11.588,00</td><td>84,08</td><td>21.331,00</td></tr><tr><td>E-Margin</td><td>4,33</td><td>&#8212;-</td><td>4,13</td><td>&#8212;-</td><td>5,53</td></tr><tr><td>PFN (Cassa)</td><td>-17.755,00</td><td>-146,09</td><td>8.184,00</td><td>-100,09</td><td>-7,00</td></tr><tr><td>Patrimonio Netto</td><td>43.549,00</td><td>42,51</td><td>62.060,00</td><td>50,51</td><td>93.404,00</td></tr><tr><td>Capitale Investito</td><td>25.794,00</td><td>172,33</td><td>70.244,00</td><td>32,96</td><td>93.397,00</td></tr><tr><td>ROE</td><td>23,13</td><td>&#8212;-</td><td>18,67</td><td>&#8212;-</td><td>22,84</td></tr><tr><td>ROI</td><td>48,16</td><td>&#8212;-</td><td>20,70</td><td>&#8212;-</td><td>24,52</td></tr></tbody></table><figcaption>Riepilogo dati macroeconomici di Amazon &#8211; periodo 2018-2020</figcaption></figure>



<p>In Italia il colosso economico del patron Bezos ha raggiunto un valore di fatturato pari a 81,4 miliardi corrispondenti a un utile di 5,2 miliardi di dollari. Diverse fonti confermano che Amazon possa contare su una manodopera notevole: 9.500 operatori a tempo indeterminato e circa 15.000 lavoratori con contratti a termine. Questi ultimi sono impiegati, come afferma lo stesso gruppo, nei periodi di picco degli ordinativi. È notizia recente, proveniente dagli Stati Uniti, che i driver del gruppo non hanno neanche il tempo di trovare un bagno pubblico e fermarsi per i propri bisogni fisiologici. Neanche la bottiglia di ordinanza pare sia offerta dal datore di lavoro. Analizzando i dati del 2019 apprendiamo che in Italia il gruppo ha consolidato un utile di 4,5 miliardi di euro, erogando un contributo fiscale complessivo di 234 milioni di euro. Facendo due rapidi conti, Amazon lascia al fisco italiano il 5,20% dei suoi utili, una percentuale di imposizione fiscale che sarebbe il sogno di ogni lavoratore italiano costretto a ben altri livelli di aliquote Irpef.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>€ 4.500.000.000,00</td><td><strong>utili</strong></td></tr><tr><td>€ 234.000.000,00</td><td><strong>imposte pagate</strong></td></tr><tr><td>5,20%</td><td><strong>% imposizione sugli utili</strong></td></tr><tr><td>23,00%</td><td><strong>Aliquota Irpef per persone fisiche fino a € 15.000,00</strong></td></tr></tbody></table><figcaption><em> Amazon &#8211; Utili e imposte pagate</em> (2019)</figcaption></figure>



<p>Allargando per un momento lo sguardo oltre i confini italici, proprio in questi giorni a Bessemer, comune degli Stati Uniti situato nella contea di Jefferson dello Stato dell&#8217;Alabama, si è consumata una sfida storica tra sindacato e Amazon con implicazioni nazionali sul futuro del sindacato e delle relazioni industriali negli USA. I circa seimila lavoratori di un centro di distribuzione di Amazon, l’85% dei quali afroamericani, hanno votato se aderire o meno al sindacato. Quest’ultimo aveva sperato di puntare sulle pesanti condizioni di lavoro, raccogliendo denunce su carichi eccessivi e mancanza di pause. L&#8217;esito dello scontro è stato una netta vittoria della Corporate America e una drammatica sconfitta per il sindacato. I lavoratori si sono espressi per oltre il 70% contro l&#8217;adesione alla RWDSU (Retail, Wholesale and Department Store Union) di Stuart Appelbaum. Per il colosso di e-commerce, la sfida sindacale di Bessemer è stata la più significativa mai tenutasi negli Stati Uniti, dove impiega ormai un milione di persone (su un totale globale di 1,3 milioni), secondo datore di lavoro del Paese dietro Walmart, la più grande catena al mondo nel canale della grande distribuzione organizzata.</p>



<p>Interrogarsi su cosa sia successo nel centro Amazon di Bessemer, senza cedere a dietrologie e giustificazioni ideologiche, diventa strategicamente importante. Perché, dunque, i lavoratori, sfruttati e precari, votano contro l’adesione al sindacato?</p>



<p>Intanto, il sindacato di Stuart Appelbaum ha evitato sistematicamente la mobilitazione dei propri iscritti rinunciando, anche altrove, alla costruzione di momenti di solidarietà attiva e di mutuo appoggio a partire dai centri americani di Amazon. La RWDSU ha tentato di sfidare il colosso statunitense su un piano esclusivamente mediatico veicolando una rivendicazione estremamente debole e cioè sovrapponendo, fino a farli coincidere, i diritti sindacali con le rivendicazioni civili degli afroamericani (che rappresentano la maggioranza dei lavoratori nell’impianto di Bessemer). Il primo fatale errore è stato dunque non avere chiaro cosa c’è alla base della produzione e riproduzione sociale, credendo che tali rapporti siano una estensione lineare della mancanza di diritti civili e non, invece, un raccordo in continuo mutamento tra rapporti di produzione, razzismo e diritti civili: la razza e i processi di razzializzazione strutturano storicamente lo sviluppo del capitalismo.</p>



<p>Un secondo aspetto, che sembra esser stato completamente ignorato, è la capacità di Amazon di costruire la sua immagine aziendale puntando sulla fidelizzazione dei lavoratori, non soltanto attraverso le pratiche antisindacali &#8211; rivendicando, ad esempio, i vantaggi di una “diretta connessione” dei lavoratori con l&#8217;azienda, senza dunque filtri sindacali giudicati controproducenti &#8211; ma anche offrendo invidiabili polizze sanitarie e un salario minimo di 15 dollari l&#8217;ora, il doppio del minimo federale. Ma è soprattutto attraverso la costruzione della narrazione legata al successo e all’opportunità di una carriera individuale che Amazon è riuscita ad allontanare lo spettro sindacale dal suo polo logistico nonostante le conclamate condizioni di ipersfruttamento e precarietà.</p>



<p>Ma torniamo in Italia e proviamo ad azzardare un’ipotesi stravagante: e se Amazon, pur di non avere nessun tipo di contatto con lavoratori e sindacati, decidesse di pagare un salario di 1000€ ai 9.500 dipendenti italiani con l’obiettivo esplicito di farli stare a casa? L’operazione gli costerebbe annualmente 114 milioni di euro da sottrarre agli oltre 5 miliardi di utile: una bazzecola. E se Amazon e gli altri colossi dell’economia globale decidessero di “regalare” un reddito di cittadinanza, non soltanto ai propri lavoratori, ma a un numero sempre crescente di cittadini/consumatori? In sostanza, se a fare ciò fosse il capitalista collettivo e non più lo Stato? È ipotizzabile una traiettoria del capitale così bizzarra? Tutto sommato crediamo di sì. Certamente, una forma di sussistenza che sconvolge l’etica lavorista sulla quale si fonda l’azione di sindacati e partiti perché svincolata dalla prestazione lavorativa, ma con una chiara contropartita: il silenzio sociale, l’obnubilamento della coscienza e il simultaneo controllo del lavoro residuo, confinandolo magari alla riproduzione sociale come teorizzò Bill Gates qualche anno fa. Traiettoria bizzarra, appunto, ma un tale balzello val bene il potere mondiale, consapevoli che ciò che viene “regalato” ritornerà sotto forma di maggiori consumi legati a nuovi bisogni artificiali.</p>



<p>Allora, quando parliamo di lotta per il posto di lavoro, di capitalismo, di tutele sindacali e di maggiore welfare dobbiamo capire bene in quale contesto sociale ed economico innestiamo questi concetti e rivendicazioni perché se rimaniamo, ancora una volta, ancorati acriticamente alle pratiche novecentesche, senza avere contezza delle tendenze in atto nel Capitale, saremmo costretti a navigare a vista dentro le contraddizioni e le ambivalenze senza saperle individuare e indagare.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/15/e-se-amazon-ci-regalasse-il-reddito-universale/">E SE AMAZON CI REGALASSE IL REDDITO UNIVERSALE?</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>ORWELL: TECNOCAPITALISMO TRA DISTOPIE E REALTÀ</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/04/02/orwell-tecnocapitalismo-tra-distopie-e-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 09:59:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[automazione | robotica]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=8930</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alcuni testi della letteratura distopica del 1900 hanno, a diversi livelli, fecondato la fantasia dei lettori fino a diventare pezzi di teorie complottiste che hanno dato a questi scritti la natura di novelle profezie. In realtà gli autori non erano altro che attenti analisti e osservatori della società e spesso anche titolari di curricula scientifici [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/02/orwell-tecnocapitalismo-tra-distopie-e-realta/">ORWELL: TECNOCAPITALISMO TRA DISTOPIE E REALTÀ</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Alcuni testi della letteratura distopica del 1900 hanno, a diversi livelli, fecondato la fantasia dei lettori fino a diventare pezzi di teorie complottiste che hanno dato a questi scritti la natura di novelle profezie. In realtà gli autori non erano altro che attenti analisti e osservatori della società e spesso anche titolari di curricula scientifici importanti.</p>



<p>Un brano del libro <em>1984</em> di George Orwell stimola il pensiero per la sua attualità. Alcune pieghe da lui previste sembrano di un’attualità disarmante e molte delle sue “fantasie” sembrano ormai destinate ad avverarsi nel prossimo futuro. Certo, se nell’opera orwelliana l’obbedienza a uno Stato ipercentralizzato era dovuta a un livello di sorveglianza capillare e a forme vere e proprie di lavaggio del cervello, possiamo dire che oggi i meccanismi reali sono persino più perfezionati. Per sapere tutto di noi non c’è stato bisogno di installare nelle nostre case e per la strada televisori capaci di trasmettere ma anche di riprendere e registrare tutta la nostra vita quotidiana; è bastata l’invenzione dei social a cui affidiamo tutta la nostra vita liberamente e gioiosamente. Basta uno smartphone in tasca con su installata una qualsiasi applicazione social affinché le big company digitali abbiano i dati sufficienti per sapere quasi tutto su di noi, i nostri gusti, le nostre scelte commerciali e quelle filosofiche.</p>



<p>Questo fatto implica che, mentre nel capolavoro orwelliano si evidenziano forme di ribellione, complicate ma reali, oggi la pubblicità dei nostri usi, consumi e preferenze è divenuta un fatto naturale e privo di ogni forma di contestazione e senza adeguate tutele al di là delle norme meramente formali che compongono oggi il campo del diritto alla privacy.</p>



<p>Interagiamo con il testo:</p>



<p><em>[&#8230;] per un periodo di circa cinquant&#8217;anni compreso fra la fine del XIX e l&#8217;inizio del XX secolo, le macchine innalzarono moltissimo il generale tenore di vita. Era però altrettanto chiaro che un incremento generalizzato del benessere avrebbe avuto come effetto indesiderato la distruzione di una società organizzata gerarchicamente. Già in un mondo in cui tutti avessero lavorato solo poche ore, avuto cibo a sufficienza, vissuto in case fornite di bagno e frigorifero, posseduto un&#8217;automobile o addirittura un aereo, sarebbero scomparse le forme di ineguaglianza più ovvie e forse più importanti. Una volta, poi, che una simile condizione fosse divenuta generale, la ricchezza non sarebbe stata più un segno di distinzione fra un individuo e l&#8217;altro.</em></p>



<p>Orwell aveva compreso che una forte macchinizzazione del lavoro avrebbe portato a un aumento impressionante della produttività che a sua volta avrebbe generato l’abbassamento dei prezzi di una variegata quantità di utensili e prodotti in grado di alzare il livello medio della vita. Inoltre questo avrebbe prodotto, ma così non è stato, una graduale e generalizzata diminuzione dell’orario lavorativo. Così non è stato perché, con la fine della contrapposizione tra il modello capitalista e quello socialista, a rimanere in piede è stata soltanto la narrazione “occidentale”. L’esistenza del blocco comunista ispirava, in un modo o nell’altro, la lotta degli operai anche in occidente attraverso la quale si concretizzò un aumento dei diritti e delle tutele sul lavoro e, a inizio del secolo scorso, una riduzione a 8 ore dell’orario di lavoro e un aumento dei salari. Con la caduta del muro di Berlino il pallino è rimasto in mano al capitale, unico timoniere delle<s> </s><em>magnifiche sorti e progressive</em> della storia. Il risultato è sotto agli occhi di tutti: all’aumento esponenziale della produttività del lavoro non è più seguita la diminuzione degli orari lavorativi a parità di salario, anzi le condizioni della maggior parte dei lavoratori sono peggiorate e si sono precarizzate.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>Era possibile, naturalmente, immaginare una società in cui la ricchezza, intesa come possesso di beni personali e di lusso, venisse distribuita equamente, nel mentre il potere restava nelle mani di una minuscola casta privilegiata, ma nella pratica una società del genere non avrebbe potuto rimanere stabile. Se, infatti, il benessere e la sicurezza fossero divenuti un bene comune, la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà si sarebbero alfabetizzate, apprendendo così a pensare autonomamente; e una volta che questo fosse successo, avrebbero compreso prima o poi che la minoranza privilegiata non aveva alcuna funzione e l&#8217;avrebbero spazzata via. Sul lungo termine, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull&#8217;ignoranza. Ritornare al passato agricolo, come avevano auspicato alcuni pensatori all&#8217;inizio del XX secolo, era una soluzione impraticabile. Cozzava infatti contro quella tendenza alla meccanizzazione divenuta pressoché istintiva in quasi tutto il mondo; inoltre, tutti i paesi che non si fossero sviluppati industrialmente sarebbero rimasti indifesi da un punto di vista militare e destinati a essere dominati, direttamente o indirettamente, dai paesi rivali.</em></p>



<p>Le sorti della storia, dunque, secondo Orwell, erano destinate a migliorare grazie alla diffusione della cultura e a una pressoché totale alfabetizzazione. Le persone avrebbero appreso a “pensare autonomamente”. Questa cultura generalizzata avrebbe presto svelato l’arcano che i governanti non servono a un bel niente e quindi una società cooperativa avrebbe sostanzialmente preso il posto delle gerarchie politiche e burocratiche. Infatti, secondo l’autore, “una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull&#8217;ignoranza”<em>. </em>&nbsp;In realtà, in maniera artificiale, il capitalismo è riuscito nel miracolo di non abbattere né la povertà e neanche l’ignoranza. Certamente non ci troviamo con le percentuali di analfabetismo dei secoli passati, ma questo non ha impedito a strumenti sofisticati come i social e i media di indurre la generale convinzione negli utenti di essere possessori di un sapere enciclopedico su tutto lo scibile umano. Inutile sottolineare come in questa fase pandemica siano sorti eserciti di virologi ed epidemiologi che si aggirano tra i post a commentare ogni evoluzione del virus, bocciando vaccini o promuovendo cure alternative. Questo meccanismo scatta su ogni questione palesando l’esistenza di miriadi di migrantologi, strutturisti, chimici, senza tralasciare i tanti filosofi, parapsicologi e trainer del corpo e dello spirito. Certo tutti alfabetizzati, ma forse ancora più pericolosi di chi aveva dalla sua parte la sola scuola della vita (per altro molto citata oggi su facebook insieme all’università della strada), conscio, però, dei limiti della sua preparazione “accademica”, rimaneva silente su tante tematiche.&nbsp;</p>



<p>In ultima istanza, lo sviluppo tecnico che pure lo permetterebbe, non ha concretizzato quel sogno di eguaglianza e felicità diffusa tra tutte le classi sociali.</p>



<p><em>D&#8217;altra parte, mantenere le masse in uno stato di povertà comprimendo la produzione delle merci non rappresentava una soluzione soddisfacente. Ciò avvenne di fatto e su larga scala durante la fase finale del capitalismo, più o meno nel periodo compreso fra il 1920 e il 1940. Si consentì all&#8217;economia di molti paesi di stagnare, la terra non venne coltivata, le ricapitalizzazioni arrestate, ampi strati della popolazione mantenuti senza occupazione, sorretti unicamente dalla carità dello Stato</em>.</p>



<p>Quest’ultimo punto sembra richiamare da vicino la misura del cosiddetto reddito di cittadinanza e la proposta di reddito universale sempre più attuale e presente nel dibattito politico, specie in questo tempo pandemico e di lockdown.</p>



<p>Per Orwell, le élites avevano un’unica via per mantenere l’equilibrio fra l’innovazione tecnica e il potere ed era quella di distruggere il prodotto sociale ottenuto grazie alle macchine attraverso una guerra perenne che nel contempo instillasse paura nelle masse e desiderio di protezione da parte di uno Stato forte, guidato dal faccione rassicurante del Grande Fratello.</p>



<p>In realtà, il meccanismo di mercato ha trovato una via sicuramente più indolore per mantenere le élites stabilmente al loro posto di comando. Non che le guerre difettino nella nostra epoca, ma il meccanismo riesce perfettamente a drenare le risorse dal basso verso l’alto mantenendo ineluttabilmente gran parte della popolazione in stato di povertà o in una semi-povertà diffusa equilibrata dalla continua promessa di un prossimo riscatto per tutti. La mano invisibile prima o poi avrebbe fatto percolare verso tutte le classi sociali quanto basta per una vita quantomeno dignitosa. Quelli bravi, quelli capaci, i ricchi, secondo la vulgata del sistema, avrebbero prima o poi fatto la felicità di tutti.</p>



<p>Alle élites politiche, in effetti, si è sostituita un’élite tecnica e specialistica capace di pigiare opportunamente i bottoni dell’intricata sala macchina sistemica. Solo un gruppo di esperti può guidarci verso la risoluzione del problema virale così come solo un gruppo di economisti autorevoli e “tecnici” &#8211; Draghi in testa &#8211; potrà ricondurci sani e salvi al porto, nonostante i marosi dei mercati e specie in questo periodo particolarissimo della storia mondiale.</p>



<p>Voi non capite nulla, non siete degli specialisti, continua a gridare il Grande Fratello del XXI secolo. Lasciate fare a noi e ci troveremo nel migliore dei mondi possibili. Così continuano a permetterci per pura magnanimità di lavorare 8/12 ore al giorno (quanto ne basterebbero due o tre), ci invitano a studiare solo l’essenziale per mandare avanti la baracca e di sognare sulle ali di un social. Eppure, oggi più che mai, si potrebbe realizzare il sogno di una società liberata dal lavoro schiavo. Oggi più che mai si potrebbe programmare una produzione razionale che permetta livelli di vita molto alti per tutti e con un impatto minimo sull’ambiente circostante. Oggi più che mai si potrebbe liberare tempo di vita grazie a un uso equo e di parte della tecnologia, da dedicare all’innalzamento morale, culturale e artistico dell’intera umanità. Un tempo gridavano lavorare meno, lavorare tutti.&nbsp;</p>



<p>In un sistema siffatto, questa volta un’utopia per il XXI secolo, i migranti si imbarcherebbero solo per turismo, i “disoccupati” ci sarebbero, ma solo per scelta, i governanti non esisterebbero e la politica tornerebbe a essere un affare quotidiano per tutti i cittadini cooperanti, agita per il bene collettivo.</p>



<p>Ma questo è un altro libro.</p>



<p><strong><em>La Redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/02/orwell-tecnocapitalismo-tra-distopie-e-realta/">ORWELL: TECNOCAPITALISMO TRA DISTOPIE E REALTÀ</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>BRACCIANTATO AGRICOLO. TRA MECCANIZZAZIONE E NUOVA COMPOSIZIONE DEI GHETTI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/</link>
					<comments>https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 07:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[MIGRANTI]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=8925</guid>

					<description><![CDATA[<p>La crisi pandemica ancora non cessa di causare problemi al comparto agricolo. Secondo Confagricoltura i braccianti stranieri che stagionalmente vengono in Italia sono 320 mila (parliamo ovviamente dei regolari mentre aumentano di molto se consideriamo quelli in nero) che rappresentano il 32% dei lavoratori delle campagne. Di questi, il 62% sono extracomunitari: 17% indiani, 16% [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/">BRACCIANTATO AGRICOLO. TRA MECCANIZZAZIONE E NUOVA COMPOSIZIONE DEI GHETTI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La crisi pandemica ancora non cessa di causare problemi al comparto agricolo. Secondo Confagricoltura i braccianti stranieri che stagionalmente vengono in Italia sono 320 mila (parliamo ovviamente dei regolari mentre aumentano di molto se consideriamo quelli in nero) che rappresentano il 32% dei lavoratori delle campagne. Di questi, il 62% sono extracomunitari: 17% indiani, 16% albanesi, 15% marocchini, 7% tunisini e 6% senegalesi. Tra quelli comunitari, invece, i rumeni rappresentano ben il 93% della manodopera.</p>



<p>Per vari cavilli burocratici, le proposte della Bellanova non si sono mai concretizzate e ancora oggi ci sono problemi per la questione relativa alla quarantena. Le Organizzazioni Professionali vorrebbero trasformarla in quarantena attiva, facendo lavorare nei campi i braccianti opportunamente distanziati, mentre la burocrazia non concorda con tale possibilità già praticata ad esempio in Germania che quindi diventa attrattiva anche per i lavoratori tradizionalmente impiegati nel nostro Paese.</p>



<p>Nessun corridoio verde quindi con la Romania e diversi paesi, come il Marocco, hanno sospeso i voli a causa della problematica sanitaria. Questa situazione mette in risalto quanto sia ancora importante il lavoro in agricoltura e quanto sia legato alla manodopera straniera più incline ad accettare situazioni di lavoro spesso disagevoli se non addirittura inumane.</p>



<p>Secondo il rapporto EUxploitation dell’Associazione Terra, <em>i</em><em>n agricoltura è ormai schiacciante la presenza di stranieri rispetto agli italiani. Secondo uno studio del Crea, fatto 100 il numero degli italiani dediti all’agricoltura nel 1989, scende a 32 nel 2017; mentre quello degli stranieri sale, nello stesso periodo, da 100 a 1.500!</em></p>



<p>Anche in questo report si evidenziano grossi cambiamenti nel comparto agricolo a causa dell’introduzione di nuove tecnologie sempre più presenti anche nel settore primario.</p>



<p><em>Nel Foggiano sono tantissimi i braccianti che raccolgono sia pomodori che asparagi, in parte stabili in parte stagionali. Negli ultimi anni, a causa dell’aumento della raccolta meccanizzata del pomodoro, la richiesta di lavoratori stagionali ha subito una forte flessione. Si ricorre alla raccolta manuale solo in caso di pioggia, quando le macchine raccoglitrici non possono entrare nei campi. Anche per questo, gli insediamenti informali di questa Provincia, i cosiddetti “ghetti”, ospitano migliaia di lavoratori che sperano di essere chiamati anche per singole giornate, in base al bisogno del caporale. Questi insediamenti informali si riempiono ogni estate di migliaia di persone. Nonostante la raccolta manuale sia in forte diminuzione, quest’anno almeno 5 mila stranieri − perlopiù di sesso maschile − si sono diretti nei “ghetti” di questa regione.</em></p>



<p>Le innovazioni tecnologiche spuntano anche qui alla bisogna. Le leggi che hanno inasprito i controlli e le pene per il reato di caporalato, introdotte dopo decenni di lotte specie nelle piane del sud Italia, ha reso più difficile l’impiego di manodopera in nero o clandestina a basso costo e quindi ha indotto le aziende a risolvere attraverso la meccanizzazione, ad esempio, nella raccolta dei pomodori. Così come risulta dalle informazioni raccolte nel rapporto, le trasformazioni tecnologiche hanno cambiato anche la tipologia degli abitanti dei ghetti sorti in territori agricoli.</p>



<p><em>Gli abitanti dei “ghetti” non sono tutti braccianti in attesa di lavorare nei campi e la prova sta nel numero di lavoratori necessari alla raccolta manuale del pomodoro: 800 persone al giorno. Gli insediamenti informali hanno quindi perso la loro originaria funzione di luogo di reclutamento della manodopera. Qui non sono tutti alla ricerca di un lavoro, ma di un rifugio in cui trovare forme di solidarietà inter-comunitaria che permettono di sentirsi al sicuro. I residenti dei ghetti sono di tre tipi: richiedenti asilo in attesa di una risposta; richiedenti asilo “diniegati”, esclusi dal sistema di accoglienza del Paese; persone a cui è stato consegnato il foglio di via per abbandonare l’Italia, cioè “irregolari” a cui è stato respinto anche il ricorso.</em></p>



<p>Questa condizione ha creato un “mercato” parallelo rivolto ai finti braccianti. Se questa è la reale composizione dei ghetti, il mercato prova a spremere anche da lì qualche utile intrecciando aziende compiacenti e braccianti fittizi attraverso iscrizioni e contratti falsi che garantiscono però la possibilità di richiedere e percepire prestazioni a sostegno del reddito da parte dell’INPS (malattia, maternità, disoccupazione). Tutto ciò ovviamente previo pagamento del servizio da parte degli stessi migranti. Questo mercato dei falsi contratti, però, interessa anche gli italiani. Infatti,</p>



<p><em>un’analisi dei dati Inps mostra che nella provincia di Foggia, nel 2017, su 49.868 braccianti agricoli registrati il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana. Se si guarda solo ai lavoratori che hanno avuto segnate più di 51 giornate, la percentuale minima per avere i sussidi (22.076 su 29.871), questa percentuale raggiunge il 74 per cento. Numeri che mostrano le dimensioni del fenomeno, che è finito per diventare un welfare parallelo.</em></p>



<p>Sempre vero, dunque, il vecchio detto: fatta la legge, trovato l’inganno!</p>



<p><strong><em>La Redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/">BRACCIANTATO AGRICOLO. TRA MECCANIZZAZIONE E NUOVA COMPOSIZIONE DEI GHETTI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>26</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
