BRACCIANTATO AGRICOLO. TRA MECCANIZZAZIONE E NUOVA COMPOSIZIONE DEI GHETTI

La crisi pandemica ancora non cessa di causare problemi al comparto agricolo. Secondo Confagricoltura i braccianti stranieri che stagionalmente vengono in Italia sono 320 mila (parliamo ovviamente dei regolari mentre aumentano di molto se consideriamo quelli in nero) che rappresentano il 32% dei lavoratori delle campagne. Di questi, il 62% sono extracomunitari: 17% indiani, 16% albanesi, 15% marocchini, 7% tunisini e 6% senegalesi. Tra quelli comunitari, invece, i rumeni rappresentano ben il 93% della manodopera.

Per vari cavilli burocratici, le proposte della Bellanova non si sono mai concretizzate e ancora oggi ci sono problemi per la questione relativa alla quarantena. Le Organizzazioni Professionali vorrebbero trasformarla in quarantena attiva, facendo lavorare nei campi i braccianti opportunamente distanziati, mentre la burocrazia non concorda con tale possibilità già praticata ad esempio in Germania che quindi diventa attrattiva anche per i lavoratori tradizionalmente impiegati nel nostro Paese.

Nessun corridoio verde quindi con la Romania e diversi paesi, come il Marocco, hanno sospeso i voli a causa della problematica sanitaria. Questa situazione mette in risalto quanto sia ancora importante il lavoro in agricoltura e quanto sia legato alla manodopera straniera più incline ad accettare situazioni di lavoro spesso disagevoli se non addirittura inumane.

Secondo il rapporto EUxploitation dell’Associazione Terra, in agricoltura è ormai schiacciante la presenza di stranieri rispetto agli italiani. Secondo uno studio del Crea, fatto 100 il numero degli italiani dediti all’agricoltura nel 1989, scende a 32 nel 2017; mentre quello degli stranieri sale, nello stesso periodo, da 100 a 1.500!

Anche in questo report si evidenziano grossi cambiamenti nel comparto agricolo a causa dell’introduzione di nuove tecnologie sempre più presenti anche nel settore primario.

Nel Foggiano sono tantissimi i braccianti che raccolgono sia pomodori che asparagi, in parte stabili in parte stagionali. Negli ultimi anni, a causa dell’aumento della raccolta meccanizzata del pomodoro, la richiesta di lavoratori stagionali ha subito una forte flessione. Si ricorre alla raccolta manuale solo in caso di pioggia, quando le macchine raccoglitrici non possono entrare nei campi. Anche per questo, gli insediamenti informali di questa Provincia, i cosiddetti “ghetti”, ospitano migliaia di lavoratori che sperano di essere chiamati anche per singole giornate, in base al bisogno del caporale. Questi insediamenti informali si riempiono ogni estate di migliaia di persone. Nonostante la raccolta manuale sia in forte diminuzione, quest’anno almeno 5 mila stranieri − perlopiù di sesso maschile − si sono diretti nei “ghetti” di questa regione.

Le innovazioni tecnologiche spuntano anche qui alla bisogna. Le leggi che hanno inasprito i controlli e le pene per il reato di caporalato, introdotte dopo decenni di lotte specie nelle piane del sud Italia, ha reso più difficile l’impiego di manodopera in nero o clandestina a basso costo e quindi ha indotto le aziende a risolvere attraverso la meccanizzazione, ad esempio, nella raccolta dei pomodori. Così come risulta dalle informazioni raccolte nel rapporto, le trasformazioni tecnologiche hanno cambiato anche la tipologia degli abitanti dei ghetti sorti in territori agricoli.

Gli abitanti dei “ghetti” non sono tutti braccianti in attesa di lavorare nei campi e la prova sta nel numero di lavoratori necessari alla raccolta manuale del pomodoro: 800 persone al giorno. Gli insediamenti informali hanno quindi perso la loro originaria funzione di luogo di reclutamento della manodopera. Qui non sono tutti alla ricerca di un lavoro, ma di un rifugio in cui trovare forme di solidarietà inter-comunitaria che permettono di sentirsi al sicuro. I residenti dei ghetti sono di tre tipi: richiedenti asilo in attesa di una risposta; richiedenti asilo “diniegati”, esclusi dal sistema di accoglienza del Paese; persone a cui è stato consegnato il foglio di via per abbandonare l’Italia, cioè “irregolari” a cui è stato respinto anche il ricorso.

Questa condizione ha creato un “mercato” parallelo rivolto ai finti braccianti. Se questa è la reale composizione dei ghetti, il mercato prova a spremere anche da lì qualche utile intrecciando aziende compiacenti e braccianti fittizi attraverso iscrizioni e contratti falsi che garantiscono però la possibilità di richiedere e percepire prestazioni a sostegno del reddito da parte dell’INPS (malattia, maternità, disoccupazione). Tutto ciò ovviamente previo pagamento del servizio da parte degli stessi migranti. Questo mercato dei falsi contratti, però, interessa anche gli italiani. Infatti,

un’analisi dei dati Inps mostra che nella provincia di Foggia, nel 2017, su 49.868 braccianti agricoli registrati il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana. Se si guarda solo ai lavoratori che hanno avuto segnate più di 51 giornate, la percentuale minima per avere i sussidi (22.076 su 29.871), questa percentuale raggiunge il 74 per cento. Numeri che mostrano le dimensioni del fenomeno, che è finito per diventare un welfare parallelo.

Sempre vero, dunque, il vecchio detto: fatta la legge, trovato l’inganno!

La Redazione di Malanova

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