ORWELL: TECNOCAPITALISMO TRA DISTOPIE E REALTÀ

Alcuni testi della letteratura distopica del 1900 hanno, a diversi livelli, fecondato la fantasia dei lettori fino a diventare pezzi di teorie complottiste che hanno dato a questi scritti la natura di novelle profezie. In realtà gli autori non erano altro che attenti analisti e osservatori della società e spesso anche titolari di curricula scientifici importanti.

Un brano del libro 1984 di George Orwell stimola il pensiero per la sua attualità. Alcune pieghe da lui previste sembrano di un’attualità disarmante e molte delle sue “fantasie” sembrano ormai destinate ad avverarsi nel prossimo futuro. Certo, se nell’opera orwelliana l’obbedienza a uno Stato ipercentralizzato era dovuta a un livello di sorveglianza capillare e a forme vere e proprie di lavaggio del cervello, possiamo dire che oggi i meccanismi reali sono persino più perfezionati. Per sapere tutto di noi non c’è stato bisogno di installare nelle nostre case e per la strada televisori capaci di trasmettere ma anche di riprendere e registrare tutta la nostra vita quotidiana; è bastata l’invenzione dei social a cui affidiamo tutta la nostra vita liberamente e gioiosamente. Basta uno smartphone in tasca con su installata una qualsiasi applicazione social affinché le big company digitali abbiano i dati sufficienti per sapere quasi tutto su di noi, i nostri gusti, le nostre scelte commerciali e quelle filosofiche.

Questo fatto implica che, mentre nel capolavoro orwelliano si evidenziano forme di ribellione, complicate ma reali, oggi la pubblicità dei nostri usi, consumi e preferenze è divenuta un fatto naturale e privo di ogni forma di contestazione e senza adeguate tutele al di là delle norme meramente formali che compongono oggi il campo del diritto alla privacy.

Interagiamo con il testo:

[…] per un periodo di circa cinquant’anni compreso fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le macchine innalzarono moltissimo il generale tenore di vita. Era però altrettanto chiaro che un incremento generalizzato del benessere avrebbe avuto come effetto indesiderato la distruzione di una società organizzata gerarchicamente. Già in un mondo in cui tutti avessero lavorato solo poche ore, avuto cibo a sufficienza, vissuto in case fornite di bagno e frigorifero, posseduto un’automobile o addirittura un aereo, sarebbero scomparse le forme di ineguaglianza più ovvie e forse più importanti. Una volta, poi, che una simile condizione fosse divenuta generale, la ricchezza non sarebbe stata più un segno di distinzione fra un individuo e l’altro.

Orwell aveva compreso che una forte macchinizzazione del lavoro avrebbe portato a un aumento impressionante della produttività che a sua volta avrebbe generato l’abbassamento dei prezzi di una variegata quantità di utensili e prodotti in grado di alzare il livello medio della vita. Inoltre questo avrebbe prodotto, ma così non è stato, una graduale e generalizzata diminuzione dell’orario lavorativo. Così non è stato perché, con la fine della contrapposizione tra il modello capitalista e quello socialista, a rimanere in piede è stata soltanto la narrazione “occidentale”. L’esistenza del blocco comunista ispirava, in un modo o nell’altro, la lotta degli operai anche in occidente attraverso la quale si concretizzò un aumento dei diritti e delle tutele sul lavoro e, a inizio del secolo scorso, una riduzione a 8 ore dell’orario di lavoro e un aumento dei salari. Con la caduta del muro di Berlino il pallino è rimasto in mano al capitale, unico timoniere delle magnifiche sorti e progressive della storia. Il risultato è sotto agli occhi di tutti: all’aumento esponenziale della produttività del lavoro non è più seguita la diminuzione degli orari lavorativi a parità di salario, anzi le condizioni della maggior parte dei lavoratori sono peggiorate e si sono precarizzate.   

Era possibile, naturalmente, immaginare una società in cui la ricchezza, intesa come possesso di beni personali e di lusso, venisse distribuita equamente, nel mentre il potere restava nelle mani di una minuscola casta privilegiata, ma nella pratica una società del genere non avrebbe potuto rimanere stabile. Se, infatti, il benessere e la sicurezza fossero divenuti un bene comune, la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà si sarebbero alfabetizzate, apprendendo così a pensare autonomamente; e una volta che questo fosse successo, avrebbero compreso prima o poi che la minoranza privilegiata non aveva alcuna funzione e l’avrebbero spazzata via. Sul lungo termine, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull’ignoranza. Ritornare al passato agricolo, come avevano auspicato alcuni pensatori all’inizio del XX secolo, era una soluzione impraticabile. Cozzava infatti contro quella tendenza alla meccanizzazione divenuta pressoché istintiva in quasi tutto il mondo; inoltre, tutti i paesi che non si fossero sviluppati industrialmente sarebbero rimasti indifesi da un punto di vista militare e destinati a essere dominati, direttamente o indirettamente, dai paesi rivali.

Le sorti della storia, dunque, secondo Orwell, erano destinate a migliorare grazie alla diffusione della cultura e a una pressoché totale alfabetizzazione. Le persone avrebbero appreso a “pensare autonomamente”. Questa cultura generalizzata avrebbe presto svelato l’arcano che i governanti non servono a un bel niente e quindi una società cooperativa avrebbe sostanzialmente preso il posto delle gerarchie politiche e burocratiche. Infatti, secondo l’autore, “una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull’ignoranza”.  In realtà, in maniera artificiale, il capitalismo è riuscito nel miracolo di non abbattere né la povertà e neanche l’ignoranza. Certamente non ci troviamo con le percentuali di analfabetismo dei secoli passati, ma questo non ha impedito a strumenti sofisticati come i social e i media di indurre la generale convinzione negli utenti di essere possessori di un sapere enciclopedico su tutto lo scibile umano. Inutile sottolineare come in questa fase pandemica siano sorti eserciti di virologi ed epidemiologi che si aggirano tra i post a commentare ogni evoluzione del virus, bocciando vaccini o promuovendo cure alternative. Questo meccanismo scatta su ogni questione palesando l’esistenza di miriadi di migrantologi, strutturisti, chimici, senza tralasciare i tanti filosofi, parapsicologi e trainer del corpo e dello spirito. Certo tutti alfabetizzati, ma forse ancora più pericolosi di chi aveva dalla sua parte la sola scuola della vita (per altro molto citata oggi su facebook insieme all’università della strada), conscio, però, dei limiti della sua preparazione “accademica”, rimaneva silente su tante tematiche. 

In ultima istanza, lo sviluppo tecnico che pure lo permetterebbe, non ha concretizzato quel sogno di eguaglianza e felicità diffusa tra tutte le classi sociali.

D’altra parte, mantenere le masse in uno stato di povertà comprimendo la produzione delle merci non rappresentava una soluzione soddisfacente. Ciò avvenne di fatto e su larga scala durante la fase finale del capitalismo, più o meno nel periodo compreso fra il 1920 e il 1940. Si consentì all’economia di molti paesi di stagnare, la terra non venne coltivata, le ricapitalizzazioni arrestate, ampi strati della popolazione mantenuti senza occupazione, sorretti unicamente dalla carità dello Stato.

Quest’ultimo punto sembra richiamare da vicino la misura del cosiddetto reddito di cittadinanza e la proposta di reddito universale sempre più attuale e presente nel dibattito politico, specie in questo tempo pandemico e di lockdown.

Per Orwell, le élites avevano un’unica via per mantenere l’equilibrio fra l’innovazione tecnica e il potere ed era quella di distruggere il prodotto sociale ottenuto grazie alle macchine attraverso una guerra perenne che nel contempo instillasse paura nelle masse e desiderio di protezione da parte di uno Stato forte, guidato dal faccione rassicurante del Grande Fratello.

In realtà, il meccanismo di mercato ha trovato una via sicuramente più indolore per mantenere le élites stabilmente al loro posto di comando. Non che le guerre difettino nella nostra epoca, ma il meccanismo riesce perfettamente a drenare le risorse dal basso verso l’alto mantenendo ineluttabilmente gran parte della popolazione in stato di povertà o in una semi-povertà diffusa equilibrata dalla continua promessa di un prossimo riscatto per tutti. La mano invisibile prima o poi avrebbe fatto percolare verso tutte le classi sociali quanto basta per una vita quantomeno dignitosa. Quelli bravi, quelli capaci, i ricchi, secondo la vulgata del sistema, avrebbero prima o poi fatto la felicità di tutti.

Alle élites politiche, in effetti, si è sostituita un’élite tecnica e specialistica capace di pigiare opportunamente i bottoni dell’intricata sala macchina sistemica. Solo un gruppo di esperti può guidarci verso la risoluzione del problema virale così come solo un gruppo di economisti autorevoli e “tecnici” – Draghi in testa – potrà ricondurci sani e salvi al porto, nonostante i marosi dei mercati e specie in questo periodo particolarissimo della storia mondiale.

Voi non capite nulla, non siete degli specialisti, continua a gridare il Grande Fratello del XXI secolo. Lasciate fare a noi e ci troveremo nel migliore dei mondi possibili. Così continuano a permetterci per pura magnanimità di lavorare 8/12 ore al giorno (quanto ne basterebbero due o tre), ci invitano a studiare solo l’essenziale per mandare avanti la baracca e di sognare sulle ali di un social. Eppure, oggi più che mai, si potrebbe realizzare il sogno di una società liberata dal lavoro schiavo. Oggi più che mai si potrebbe programmare una produzione razionale che permetta livelli di vita molto alti per tutti e con un impatto minimo sull’ambiente circostante. Oggi più che mai si potrebbe liberare tempo di vita grazie a un uso equo e di parte della tecnologia, da dedicare all’innalzamento morale, culturale e artistico dell’intera umanità. Un tempo gridavano lavorare meno, lavorare tutti. 

In un sistema siffatto, questa volta un’utopia per il XXI secolo, i migranti si imbarcherebbero solo per turismo, i “disoccupati” ci sarebbero, ma solo per scelta, i governanti non esisterebbero e la politica tornerebbe a essere un affare quotidiano per tutti i cittadini cooperanti, agita per il bene collettivo.

Ma questo è un altro libro.

La Redazione di Malanova

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