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IL REDDITO UNIVERSALE (MOLTO)CONDIZIONATO DEL PD

In un’intervista apparsa su industriaitaliana.it, Tommaso Nannicini, estensore del Jobs Act, senatore Pd e professore di economia alla Bocconi, propone alcune soluzioni al problema della disoccupazione che diventerà in estate un vero e proprio dramma. Sommando al tasso di disoccupazione consolidato gli effetti della pandemia, lo scenario al quale andremo incontro è allarmante. Un milione di nuovi disoccupati ai quali si aggiungeranno a breve quelli prodotti dalla rimozione, dopo il 30 giugno, del blocco dei licenziamenti deciso in questi giorni dal governo Draghi. Con due milioni in più di famiglie in stato di indigenza assoluta secondo l’ISTAT – dato in costante crescita negli ultimi anni – il quadro dell’emergenza sociale si fa complesso.

Anche i dati forniti recentemente dell’Eurostat sono chiari: l’Italia ha perso nel 2020 oltre 39,2 miliardi di salari e stipendi, con un calo del 7,4% sul 2019. L’ente di statistica europeo lo certifica sulle principali componenti del Pil. L’italia è passata da 525 miliardi nel 2019 a 486. Nello stesso periodo in Francia sono stati persi 32 miliardi su una massa salariale che è passata da 930 a 898 miliardi (-3,42%) e in Germania appena 13 miliardi su oltre 1.500 (-0,87%).

È una guerra, questa contro i salari, che viene da lontano e che si protrarrà ben oltre l’attuale crisi pandemica. Secondo i dati OCSE, dal 1975 la quota di reddito che va ai salari è diminuita dell’8%. Ciò significa che miliardi di reddito ogni anno passano dai lavoratori ai loro datori di lavoro, cioè dai salari al capitale.

L’intensificazione delle proteste degli ultimi mesi riguardano, in una qualche misura e in diverse forme, i soggetti sociali che si sentono esclusi o non soddisfatti dai cosiddetti ristori erogati dagli ultimi governi, grazie anche a un maggiore afflusso di fondi europei. Il blocco dei licenziamenti e l’erogazione degli aiuti una tantum, infatti, non hanno tutelato le forme atipiche e informali di lavoro. Inoltre, da non sottovalutare il peso aggiuntivo calato sulla schiena delle donne, obbligate a scegliere e a districarsi tra l’accudimento dei figli – costretti alla DAD e alla DDI a causa delle scuole chiuse – e il lavoro. Poco hanno potuto il bonus per il baby-sittings o le aspettative non retribuite. Un timido risultato è stato raggiunto – ma solo in alcuni settori lavorativi – grazie all’utilizzo dello smart working.

In un quadro chiaro ed estremamente complesso, il senatore del PD sostiene la necessità di un reddito universale di formazione e il potenziamento della rete nazionale delle politiche attive, già disegnata dal decreto attuativo del Jobs Act, il 150/2015, con lo Stato che finanzia e decide e le Regioni che garantiscono a tutti i cittadini italiani lo stesso livello di servizio.

Tommaso Nannicini lega questo reddito universale alla formazione. Di fatto una delle problematiche centrali dell’industria 4.0 è avere una forza lavoro sempre pronta e formata all’utilizzo delle nuove tecnologie. Secondo alcuni dati della Microsoft, entro un decennio 1,4 miliardi di persone dovranno subire un processo di re-skilling rispetto ai nuovi lavori (molti dei quali ancora oggi non esistenti). Di fatto il processo di automazione attraverso l’uso dell’Intelligenza Artificiale produce la soppressione di quei lavori ripetitivi e di basso profilo mentre promette la crescita del lavoro altamente specializzato. Se è vero che già oggi esiste un gap del 30% tra domanda e offerta di professionisti dell’ICT, chi si prenderà l’onere della formazione utile a colmare questo buco?

Per il senatore PD non c’è dubbio: lo Stato. I denari pubblici dovranno sempre più servire per finanziare gli ammortizzatori sociali per i disoccupati generati dallo sviluppo tecnologico dell’industria e anche per formarli alla possibilità di una qualche forma di impiego. Meglio unire tutto, allora, in un unico dispositivo, legando disoccupazione e formazione.

Ma anche questa, come si evince dall’intervista, non è altro che una “pezza a colori” lavorista per non ammettere che sarà sempre più difficile ricollocarsi. La formazione per Nannicini è un po’ quello che per Di Maio furono i navigator. Entrambi sembrano dire: non daremo mai soldi gratuitamente per gli addivanati. Il navigator troverà loro un lavoro o male che vada li stordiremo con raffiche di corsi di formazione, magari su piattaforme online:

«Io lo chiamerei reddito di formazione e lo erogherei a chi perde il lavoro o lo cerca per la prima volta. Praticamente è necessario rovesciare la condizionalità della Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego) per com’è disegnata oggi. E la Naspi oggi viene concessa solo se si hanno quattro anni di contributi continuativi, il che esclude in automatico molte delle categorie fragili di cui sopra. Il reddito di formazione dovrà invece essere erogato al disoccupato che si impegni ad acquisire competenze che si ritengono per lui necessarie all’inserimento o al re-inserimento nel mondo del lavoro. Ed è necessario rimuovere anche un altro vincolo che fa difetto, il cosiddetto decalage”, ovvero il fatto che l’assegno si riduca del 3% ogni mese a partire dal quarto mese di disoccupazione». Una scelta del legislatore dettata dalla volontà di introdurre un incentivo a trovare lavoro. Ma se il lavoro non c’è e non c’è in particolare per determinate categorie di lavoratori, questa riduzione così ripida è un problema.

Per dar vita a questa innovazione basterebbe, secondo il senatore, riesumare il decreto attuativo 150/2015 del Jobs Act che istituiva, senza copertura finanziaria, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), una rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro, formata dalle strutture regionali per le Politiche attive del Lavoro, dall’INPS, dall’INAIL, dalle Agenzie per il lavoro e dagli altri soggetti autorizzati all’attività di intermediazione. Questa, con l’infinita e sempre presente ristrutturazione dei centri dell’impiego, potrebbe operare il miracolo di formare i lavoratori riottosi secondo le esigenze e i desiderata della nuova Industria 4.0, automatica e artificialmente intelligente. Ovviamente le risorse non previste dal Jobs Act dovrebbero essere trovate nel plurisaccheggiato Recovery Fund che già contempla tanti miliardi a favore della digitalizzazione, dell’innovazione e della competitività e per la coloritura di verde del mondo produttivo.

Quindi, il capitalista avrà la possibilità di rinnovare il suo parco macchine, generare disoccupati, avvantaggiarsi degli ammortizzatori sociali per scaricare un po’ di costi sulla collettività e, infine, trovare sul mercato un manipolo di lavoratori sempre performanti grazie alla formazione erogata con risorse pubbliche. Il capitalista, insomma, la sa lunga e, come al solito, non si lascia sfuggire nessuna possibilità di generare, soprattutto in tempi di crisi, ulteriori profitti.

La redazione di Malanova

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