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LAVORO, NON LAVORO, GRATUITÀ

Proponiamo la trascrizione di un interessante intervento di Anna Curcio presso l’Università estiva del 2017, annuale appuntamento di Attac Italia, i cui atti – tutti incentrati sulle forme del lavoro e del non lavoro –  sono stati raccolti ne Il Granello di sabbia (n. 31, nov./dic. 2017). 

Al di là delle costruzioni ideologiche, la realtà del lavoro odierno ci parla di un universo di iper-sfruttamento e precarizzazione, di estrazione, più o meno forzata, di valore materiale e immateriale, fino a forme di neo-schiavismo e lavoro “volontario” e “gratuito” proposto dalla parte padronale come opportunità curricolare.

L’autrice, nell’affrontare il concetto del rifiuto del lavoro al tempo del lavoro precario e gratuito, critica l’impianto lavorista di una certa sinistra che associa il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società, puntualizzando al contempo la differenza tra “lavoro” e “attività” attraverso riferimenti analitici ben precisi che spaziano all’interno dell’Operaismo italiano e del pensiero Autonomo (dunque, Romano Alquati e Franco Berardi Bifo in primis). Attraverso questa distinzione teorica vengono individuate alcune possibili linee di inchiesta rigorose, aderenti alle reali trasformazioni che il mondo del lavoro e del capitale oggi ci impongono, mettendoci però in guardia sui concreti rischi di rovesciamento delle conquiste di autonomia soggettiva da sfruttamento in altre e più insidiose forme di alienazione e sfruttamento, attraverso i costanti processi di sussunzione e ristrutturazione capitalistica. 

Se il lavoro è storicamente determinato e dunque non associabile a un’idea di naturalità del lavoro (qui diventa centrale l’insegnamento del femminismo marxista che ha smontato il legame “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito) e l’agire umano è potenzialmente autonomo, è proprio questo spazio di ambivalenza dell’attività che si fa lavoro che occorre attraversare, praticare e politicizzare. Coscienti che questi processi di rovesciamento non arriveranno attraverso ricette  precompilate (come ad esempio, sottolinea l’autrice, quelle sul reddito), serve innescare in primis un processo di identificazione del proprio agire all’interno del tessuto sociale assoggettato al modo di riproduzione capitalista. In secondo luogo è necessario individuare quei percorsi di incompatibilità attraverso i quali giungere a un reale processo di rottura e di controsoggettivazione.

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Per affrontare il tema del lavoro gratuito e discutere la sua attualità vorrei innanzitutto provare a definire l’oggetto della riflessione, ovvero provare a rispondere alla domanda: di cosa parliamo quando diciamo rifiuto del lavoro? La domanda, tutt’altro che retorica, muove da due esigenze tra loro complementari: la prima, di carattere metodologico, ha a che fare con un’esigenza definitoria che accompagna o dovrebbe accompagnare ogni esercizio analitico; l’altra, su un piano evidentemente differente, risponde a una necessità di carattere politico che intende mettere a critica il vizio lavorista di questa società, compresa la (o meglio a partire dalla) sinistra. Nel senso che resta forte l’esigenza anche a sinistra, tanto che ci si trovi davanti a interlocutori informati tanto che si abbia a che fare con interlocutori non politicamente formati e informati, di sgomberare il campo da quell’idea che associa il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società.

In secondo luogo vorrei in queste brevi note provare a discutere di rifiuto del lavoro al tempo della precarietà e del lavoro gratuito, per provare a tratteggiare possibili piste di inchiesta all’altezza delle sfide che le trasformazioni produttive e del lavoro oggi ci pongono.

Lavoro e attività

«Credi davvero che il mondo possa funzionare se tutti rifiutassimo il lavoro?» È la domanda, forse un po’ ingenua ma assolutamente conseguente, che la mamma di una bambina che frequenta la scuola con mia figlia, mi rivolge quando apprende che sto preparando un intervento sul tema. Non si tratta propriamente di una militante ma è una donna politicamente informata che potremmo definire, in senso lato, “di sinistra” (ricorrendo per esclusiva esigenza di sintesi a una categoria che poco mi piace e che mi pare abbia sempre meno presa sul reale).

Vorrei porre questa domanda, spiazzante ma tutt’altro che oziosa, come punto di partenza di questa riflessione, perché come ho provato sinteticamente a spiegare a quella mamma e come vorrei oggi qui riprendere, ciò che rifiutiamo non è il lavoro in quanto attività, ma sono l’alienazione e lo sfruttamento del lavoro salariato e le conseguenze profonde e violente che ricadono sul nostro corpo (anche in termini di salute), sulla nostra vita nel suo insieme, e sulla produzione della soggettività contemporanea più complessivamente. Nello stesso tempo, rifiutare il lavoro, ci hanno insegnato i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, vuol dire anche sottrarsi ai processi di valorizzazione del capitale, interrompere cioè la catena capitalista di produzione di valore; un atto di sabotaggio potremmo dire, dei processi di alienazione e sfruttamento che attanagliano la nostra vita.

Su di un piano teorico, parlando di lavoro e del suo rifiuto, occorre appunto distinguere il “lavoro” dalla “attività”. Secondo una definizione generica ma largamente condivisa dagli esperti del settore (economisti e sociologi del lavoro in primis) il lavoro è quell’attività umana che produce ricchezza. È in questo senso un’attività di trasformazione della natura, della società nel suo insieme, dei suoi mezzi e strumenti, non da ultimo degli esseri umani che la abitano e delle loro capacità e abilità. Non solo, dunque, il lavoro è una forma “specifica” di attività, una forma particolare e circostanziata di esercizio di un’attività umana. Il lavoro, proprio per il suo carattere “specifico”, è anche “storico”, cioè storicamente determinato (tutt’altro che naturale dunque). L’attività è invece, potremmo dire, propriamente umana.

Romano Alquati, che al tema del lavoro, delle sue trasformazioni e dell’articolazione tra lavoro e attività ha dedicato un’attenzione puntuale, ci ricorda che il lavoro «è nato artificiale col capitalismo. E come gli abbiamo dato nascita potremmo anche sopprimerlo»(1). Quanto all’attività, «si presenta come un luogo di passaggio: verso il lavoro o viceversa per uscire dal lavoro»(2). Da questa prospettiva, dunque, il lavoro, a differenza dell’attività, e con buona pace del capitale e della sinistra, è un’invenzione umana, e in quanto tale può essere superato o rifiutato. Ed è qui, io credo, che vada collocato il punto di partenza di ogni riflessione sul rifiuto del lavoro.

Il lavoro è, detto altrimenti, un’attività specifica del nostro agire (di un agire che Alquati definisce «lavorizzato») che si svolge all’interno dei processi di valorizzazione del capitale, con tutto un portato di alienazione e sfruttamento. L’attività, per contro, è un’espressione almeno in potenza autonoma dell’agire umano che sfugge all’alienazione ponendosi in una posizione di autonoma gestione dei contenuti e soprattutto dei tempi del lavoro, nonché come autonomia nella conoscenza e gestione del processo di lavoro nel suo insieme(3). In questo senso l’attività si pone come momento di estraneità produttiva, dove la produttività è intesa come valorizzazione capitalista e sfruttamento. È estraneità gioiosa alla produttività, avrebbe detto il movimento del Settantasette, che del rifiuto del lavoro ha fatto la sua parola d’ordine diffusa e generalizzata.

Franco Berardi Bifo, che di quel movimento è stato tra i protagonisti, ha scritto in un documento di quegli anni, raccolto nel recente volume Quarant’anni contro il lavoro, che «l’attività si trasforma in lavoro quando l’uomo si appropria del tempo dell’altro uomo (…) Il lavoro è morte sospesa. Non tutte le forme di attività e di trasformazione manuale, conoscitiva e tecnica assumono la forma sociale del lavoro. Il lavoro è quella forma di attività di trasformazione della natura che è espropriata, alienata e piegata al dominio dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo»(4).

E questo, occorre aggiungere, non vale solo per il Movimento del Settantasette e il periodo cosiddetto “fordista”, in un processo di «iper-industrializzazione» del lavoro e della produzione(5) vediamo oggi anche il lavoro cosiddetto “immateriale” farsi alienazione ed espropriazione di tempo di vita/lavoro, come espropriazione dell’autonoma capacità di agire propria dell’umano, sia sul piano mentale che in termini corporei. È la sussunzione del corpo e delle attività mentali che, private di ogni autonomia, sono soggette al dominio del «conquistatore» sullo «sconfitto»(6). È la «sussunzione effettiva»(7) dell’agire umano nel lavoro.

Per contro, negli anni Settanta, il rifiuto del lavoro è stata l’apertura dell’ambivalenza data dall’attività che si fa lavoro (dove, come si diceva, il lavoro è storicamente determinato, dunque aperto al suo rifiuto e) dove «l’attività si presenta come un luogo di passaggio verso il lavoro o viceversa per uscire dal lavoro»(8). È l’apertura di un’ambivalenza capace di «portare l’agire umano oltre il lavoro»(9).

È la costruzione di nuove condizioni sociali, nuovi rapporti di lavoro e nuove forme di relazione con gli altri, che hanno sottratto l’agire all’alienazione dalla valorizzazione capitalista e respinto l’espropriazione di tempi e contenuti dell’agire umano. Facendo eco alla politologa femminista statunitense Kathie Weeks – che legge il rifiuto del lavoro alla luce dell’etica lavorista di ispirazione calvinista(10) – potremmo parlare di un’etica del non lavoro, come rovescio dello «spirito del capitalismo» di weberiana memoria. E qui torna utile Bifo quando, giocando la ricchezza cooperativa e la felicità gioiosa del rifiuto del lavoro contro la “miseria” di un’etica lavorista, scrive: «quanto più povera è la vita quotidiana, quanto più essa è infelice, tanto più può affermarsi il dominio capitalistico sul tempo di vita. Quanto più misera è la relazione sociale, tanto più facilmente e completamente può venire sottomessa alla produzione di valore»(11). Nel senso che l’economico (il lavoro) prevale sull’(agire) umano quando il tempo di vita è svuotato della sua autonomia e colonizzato.

Come sappiamo, nel ciclo di lotte degli anni Settanta, quest’etica del non lavoro ha prodotto – attraverso le lotte e la costruzione di radicati processi di contropotere – nuove forme di vita e relazionali e nuove soggettività (politiche) che hanno introdotto nel circuito di lavoro infedeltà e flessibilità; hanno sostituito il concetto di disoccupazione con quello di “tempo liberato”, scompaginando il modello socioeconomico e politico dominante con al suo centro il lavoro. Poi quel ciclo della soggettività ha visto la sua rapida e tragica conclusione sotto i colpi della repressione e dell’eroina di Stato, oltre che delle sue incapacità a dare forma complessivamente organizzata all’autonomia e determinare rottura, che hanno aperto il campo alla cosiddetta controrivoluzione liberista, formalmente ratificata, in Italia, dalla “marcia dei quarantamila” il 14 ottobre del 1980 a Torino. Schematizzando, potremmo assumere questa data come lo spartiacque tra rapporti di forza differenti che ora, invertiti di segno, rovesciano le conquiste di autonomia soggettiva da sfruttamento e

valorizzazione del lavoro in altre forme di alienazione e sfruttamento. Flessibilità e infedeltà da conquiste di autonomia sono diventate imperativi del capitale, come mostra la lunga stagione di riforme del lavoro nel segno della deregolamentazione e del taglio delle garanzie: dal cosiddetto “pacchetto Treu” nel 1997 al “Jobs Act” nel 2015.

Gratuità e rifiuto

Oggi, a conclusione di quella stagione di riforme sul lavoro, lo scenario è profondamente mutato. In tante e tanti, soprattutto tra i giovani, un lavoro non lo hanno mai visto, soprattutto quel “lavoro normale” fissato dalla convenzione capitalistica del Novecento.

In moltissimi hanno sempre conosciuto il lavoro solo associato all’aggettivo, precario, interinale, a chiamata, a somministrazione. E il salario, ormai, ha smesso di essere una prerogativa “normale” del lavoro. Così, quelli che una volta erano visti come “vizi orrendi” del lavoro salariato, che ci tenevano inchiodati a vita nel medesimo impiego, vincolati a rigidi orari di lavoro nel monotono ripetere delle stesse mansioni, mostrano oggi le loro “appetibilissime” virtù, le virtù di uno stipendio a fine mese e la possibilità di rimanere a casa per una malattia, sic! Oggi, in un modo che potremmo dire speculare al rifiuto del lavoro caro al movimento del Settantasette, si chiede e non si rifiuta lavoro, e si è anche disposti a «lavorare per nulla»(12), mentre, alienazione, sfruttamento e dominio restano saldamente ai loro posti, e l’attività rimane soggetta all’esproprio del lavoro, sempre più pervasivo.

Che spazio può oggi esserci per un’etica del non lavoro? Quali possibilità per una vita felice, per relazioni sociali ricche? Come reimmaginare oggi la “gioiosa estraneità produttiva” del movimento del Settantasette? Ritengo che sia intorno a queste domande che risieda il nodo politico oggi dirimente, mentre il lavoro sempre più precario si sgancia dal salario e si lavora spesso con l’ambizione di mettersi in evidenza o per il mero riconoscimento sociale e personale, divenuti moneta di una sorta di “salario psicologico” che integra o addirittura sostituisce quello reale. Cosa può allora voler dire rifiuto del lavoro oggi? Ovvero come rovesciamo alienazione e sfruttamento del lavoro a favore dell’autonomia dell’agire umano per sottrarci alla produzione di valore per il capitale e dare spazio alla ricchezza della cooperazione autonoma?

Contro la naturalità del lavoro

Certamente abbiamo di fronte a noi la possibilità di una sacrosanta battaglia per la rivendicazione di un reddito, come i precari hanno fatto negli ultimi vent’anni almeno, e come le élite capitaliste più “illuminate” cominciano giù da un po’ a paventare in vista di una ripartenza del ciclo produzione-consumi, al palo negli anni della crisi. Credo tuttavia che questo non sia sufficiente, perché le rivendicazioni sono sempre legate a delle istanze di lotta e dunque a processi di soggettivazione collettiva, oppure diventano mantra ideologici estranei alla composizione di classe concretamente esistente. Ciò che mi pare invece più adeguato alla fase attuale è un cambiamento anche radicale del modo in cui guardiamo alla questione del lavoro oggi. Credo cioè necessario allargare lo spettro della nostra osservazione al piano della soggettività e, insieme alla dimensione economica, che ci permette di mettere a fuoco la rivendicazione sul reddito, porre maggiore attenzione al piano antropologico e di costruzione della soggettività. È qui, sul piano della soggettività, che credo si giochi la possibilità di rovesciare l’idea del lavoro come spazio di riconoscimento, rispetto a sé e rispetto agli altri, che muove nella direzione esattamente opposta a quell’etica del non lavoro che si pone come possibilità per una vita sociale ricca e densa di relazioni.

Detto altrimenti, è qui, che occorre lavorare concettualmente e politicamente per interrompere l’idea di naturalità del lavoro con il suo portato di alienazione e sfruttamento (versus l’essere del lavoro una specificità storica), che troppo spesso sembra rimbalzare nei commenti di chi presta lavoro gratuitamente o di chi spinto dalla precarietà dell’esistenza accetta contratti di lavoro a zero tutele o quasi. Si tratta in questo senso di seguire l’insegnamento del femminismo marxista che ha smontato il nesso “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito(13) e interrompere la continuità semantica tra soggettività e lavoro (che è invenzione del capitale), in un contesto segnato da profonda precarietà, da forti spinte al declassamento e all’impoverimento e con una crescente psicopatologizzazione dell’esistenza (alienazione, spaesamento, solitudine, depressione, panico e molto altro). La ricerca delle nuove forme di rifiuto non può guardare a quelle del passato, perché è fin troppo scontato sottolineare come ogni pratica collettiva sia legata a una fase storicamente determinata. Dobbiamo invece scavare all’interno dei nuovi comportamenti per vedere quali forme di rifiuto reali o potenziali si danno o si possono dare, quali sono le ambivalenze specifiche, qual è la politicità intrinseca, quali i possibili percorsi di trasformazione in processi di organizzazione e sovversione. Tornare insomma a guardare alla forza e non alla debolezza, a ricercare la potenza e non a piangere la sfiga. È questa, io credo, una pista importante da percorrere per un’ipotesi politica di analisi e inchiesta su rifiuto del lavoro all’altezza delle sfide del presente: perché il lavoro è storicamente determinato, si diceva in apertura, l’agire umano è potenzialmente autonomo, e lo spazio di ambivalenza dell’attività che si fa lavoro è lo spazio di politicizzazione che occorre praticare.

Ben sapendo che questo processo di rovesciamento non si può risolvere sul piano della mera coscienza, dell’opera pedagogica, né tantomeno di ricette e proposte illuminate, come troppo spesso sono state quelle del reddito. Sarà un processo di lotta, rottura e controsoggettivazione, oppure non sarà.


NOTE

(1) Romano Alquati, Lavoro e attività, manifestolibri, Roma 1997, p. 16, corsivo nel testo.

(2) Ibidem, corsivo nel testo.

(3) Devo quest’ultima considerazione allo scambio con Marco Bersani in occasione della presentazione di questo testo durante l’Università estiva di Attac Italia, a Cecina (Li), il 15 settembre scorso.

(4) Franco Berardi Bifo, Quarant’anni contro il lavoro, Derive approdi, Roma 2017, p. 154, corsivo mio.

(5) Con «iper-industrializzazione» Romano Alquati si riferisce a quel processo a noi coevo caratterizzato dall’estensione verso nuovi ambiti produttivi, compresi i settori del lavoro «mentale» e «timico» (oltre dunque il mero settore industriale manifatturiero), della razionalità industriale e delle sue forme organizzative nei termini soprattutto dell’innovazione produttiva, dell’organizzazione e divisione del lavoro, dell’estensione della tecnica e dei suoi mezzi che si fanno parte integrante del processo produttivo (Alquati parla in questo senso di «macchinizzazione») e si combinano, depotenziandole, con le capacità umane cognitive e affettive (Alquati parla in questo senso di «mezzificazione») e dalla sussunzione della cooperazione. (Romano Alquati, Sulla società industriale oggi, manoscritto inedito, 2000).

(6) Bifo, Quarant’anni contro, cit., p. 154.

(7) Alquati, Sulla società industriale, cit.

(8) Alquati, Lavoro e attività, cit., p. 16, corsivo nel testo.

(9) Ibidem.

(10) Kathie Weeks, The Problem with Work, Duke Press 2011.

(11) Bifo, Quarant’anni contro, cit., p. 160.

(12) Andrew Ross, “Lavorare per nulla”: l’ultimo dei settori produttivi ad alta crescita, in commonware.org 2014, http://www.commonware.org/index.php/neetwork/502-lavorare-per-nulla 

(13) Sul tema si veda Silvia Federici, Salario per il lavoro domestico (1975), in Ead., Il punto zero della rivoluzione, ombre corte, Verona 2014.

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