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USO CAPITALISTICO DELLA TECNOLOGIA E RIFIUTO DEL LAVORO

All’interno del nostro percorso di approfondimento sul lavoro, proponiamo un brano – Il rifiuto del lavoro – tratto da L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale di Nanni Balestrini e Primo Moroni (prima ed. SugarCo, 1988; Feltrinelli, 2007, pp. 426–434). Il rifiuto del lavoro – trattato nella duplice valenza di coscienza diffusa antiproduttiva e come schema interpretativo del conflitto tra capitale e lavoro – fu uno dei tratti salienti delle lotte operaie degli anni sessanta; una conflittualità che aveva completamente sconvolto il sistema disciplinare della fabbrica mandando in crisi il sistema economico del profitto. La reazione del capitale per ridare centralità alla produttività fu strategicamente vincente. Non si basò infatti sulla linea dura della scontro frontale (perché su questo piano in quegli anni la risposta sarebbe stata adeguata) ma su una ristrutturazione di ampie proporzioni che andava a modificare profondamente la composizione organica del capitale: ridurre il peso quantitativo della forza-lavoro con l’introduzione delle macchine e attraverso l’uso capitalistico della tecnologia. Il salto tecnologico, dunque, come ritrovato padronale a cui seguì la riduzione qualitativa della classe operaia. Ma quella esperienza straordinaria, condensata nel grido operaio «più soldi e meno lavoro» può, in una certa qual misura, ritornarci utile oggi? Quello slogan era un manifesto, non era una semplice frase scritta su un triste e solitario striscione, ma era incorporato nei comportamenti della rude razza pagana che voleva soddisfare immediatamente i propri bisogni rifiutando l’idea di rivoluzione collocata in un futuro indeterminato e segnata da un presente fatto solo di sacrifici in una attesa messianica del sol dell’avvenire. Riuscirono a far saltare quello che oggi invece è tornato in auge anche tra il cosiddetto blocco antagonista, cioè furono in grado di rompere, con la loro feconda impazienza, la separazione tra lotta economica e lotta politica, tra partito e sindacato, tra classe e avanguardie.


Nella formula stessa “rifiuto del lavoro” occorre sottolineare due significati diversi, e due diverse prospettive di funzionamento teorico-pratico.

Rifiuto del lavoro significa: a) uno schema interpretativo dell’intero processo nel quale si intrecciano le lotte operaie e lo sviluppo capitalistico, l’insubordinazione e la ristrutturazione tecnologica; b) una coscienza diffusa, un comportamento sociale antiproduttivo, una difesa della propria libertà e della propria salute: una coscienza che divenne fortissima, e praticamente costituì la base inattaccabile della resistenza operaia contro i tentativi di ristrutturazione capitalistica fino a meta del decennio settanta.

Vediamo più analiticamente il senso di queste due diverse prospettive in cui si può comprendere la formula del rifiuto del lavoro. Innanzitutto il rifiuto del lavoro è una forma di comportamento immediato di quei proletari che, inseriti nel circuito della produzione industriale avanzata senza aver subìto la lunga e deformante riduzione percettiva, esistenziale e psicologica che costituisce la storia della modernizzazione industriale, si ribellano quasi istintivamente.

Il piemontese educato a considerare il lavoro in Fiat come un destino familiare, cresciuto nel culto dei valori dell’industrialismo, poteva sopportare forse il costante aumento dello sfruttamento che si verificava in quegli anni di boom della produzione automobilistica. Ma per un calabrese cresciuto lungo il mare e nel sole quella vita di merda sembrava subito insopportabile. La percezione del calabrese, naturalmente, era quella giusta, coglieva la possibilità di emanciparsi da quell’abbrutimento. Il rifiuto del lavoro, in questa prospettiva, era reazione immediata, ma anche la coscienza raffinata e lungimirante di chi diceva: non solo questa schiavitù è disumana per gli operai, essa è anche inutile per la società.

E qui passiamo all’altra prospettiva del rifiuto del lavoro, cioè l’orizzonte del rifiuto del lavoro come modello interpretativo delle dinamiche sociali e della trasformazione storica. L’intera storia del divenire scientifico, tecnologico, produttivo, può essere letta come la storia del rifiuto degli uomini a prestare la loro attenzione, la loro fatica, la loro abilità e la loro creatività alla riproduzione materiale. Questo rifiuto ha prodotto la divisione in classi (alcuni rifiutano il lavoro e fanno lavorare gli altri al posto loro, schiavizzandoli). Ma il principio del rifiuto del lavoro, controllato e diretto dall’intelligenza sociale collettiva potrebbe invece realizzare un uso della tecnica e del macchinario capace di liberare gli uomini dalla schiavitù del lavoro salariato.

La riflessione sulla tecnica, sul suo uso determinato dal profitto, sulla sua finalizzazione di controllo politico o di aggressione militare – sulla struttura del sapere scientifico – diviene centrale nel dibattito politico e filosofico dei primi anni settanta. Questa riflessione si collegò alla problematica del salto tecnologico e della composizione di classe, due espressioni sostanzialmente nuove nel pensiero rivoluzionario e nell’ambito del marxismo.

La nozione di composizione di classe esprimeva le forme sociali, politiche, organizzative attraverso le quali il proletariato costruisce la propria identità soggettiva e la propria coscienza in funzione della struttura determinata del sistema produttivo, in funzione del rapporto fra lavoro vivo e lavoro morto, in funzione delle condizioni tecnologiche e organizzative del processo di lavoro. In sostanza con l’espressione composizione di classe ci si riferiva all’elaborazione soggettiva e cosciente delle condizioni oggettive del rapporto produttivo.

In una certa misura, la nozione di composizione di classe trova la sua radice filosofica nel pensiero della sinistra marxista degli anni venti, e in particolare nella nozione lukácsiana di “ontogenesi della coscienza sociale”. Come si forma la coscienza sociale? Quali sono i procedimenti attraverso i quali una massa di persone individualizzate, separate, frammentate nel processo produttivo e nella loro condizione economica e sociale riesce a trasformarsi in un movimento attivo, a produrre un punto di vista politico comune, a elaborare stili di comportamento e orizzonti di consapevolezza che sono sostanzialmente comuni, anche se rispettosi delle differenze di sensibilità e di formazione?

Come accade questo miracolo per cui la forza-lavoro si trasforma in classe operaia, e la disciplina di fabbrica si trasforma in ribellione organizzata, e la separazione degli ambiti sociali si trasforma in movimento rivoluzionario, onda incontenibile che sommerge e travolge lo stato di cose presenti?

A queste domande si cercava una risposta con la formulazione del processo di “ricomposizione di classe”, a partire da determinate condizioni tecnologiche del processo lavorativo. Ecco allora che la nozione di composizione di classe, come soggettivizzazione consapevole e organizzata dei comportamenti collettivi di una comunità implicata nel processo di lavorazione massificato, implica una considerazione approfondita del sistema tecnologico, del rapporto fra tecnologie e attività sociale produttiva, attività cosciente, attenzione, percezione, memoria, immaginazione.

Ad esempio, come succede che a certe condizioni tecnologiche e organizzative del processo produttivo corrisponda una certa coscienza, una certa organizzazione politica, una certa ideologia e una certa immaginazione sociale? Come mai la struttura tecno-produttiva dei primi decenni del secolo dava forma a modelli di tipo consiliare? Occorre comprendere il processo di ricomposizione di classe entro le condizioni della fabbrica meccanica pretayloristica, occorre comprendere le caratteristiche del lavoro individualizzato e qualificato dell’operaio professionalizzato. Occorre comprendere le condizioni di socialità possibili entro la fabbrica del 1920, una fabbrica in cui gli operai avevano una sfera di socialità e di autonomia produttiva, in cui il rapporto uomo macchina era individualizzato e relativamente personalizzato, in cui l’abilità si differenziava.

Ed allora comprenderemo anche perché gli operai di quel periodo rivendicavano con orgoglio la loro funzione produttiva, rivendicavano il diritto di gestire, controllare e organizzare il lavoro, la sua destinazione sociale, la sua utilità. Ma negli anni sessanta più nulla di questo esisteva, nelle grandi fabbriche. Il taylorismo e l’introduzione delle tecniche automatizzate, la catena di montaggio, la standardizzazione dei ritmi e delle cadenze di lavoro, tutto questo aveva reso la fabbrica un luogo assolutamente asociale, in cui le comunicazioni fra un lavoratore e l’altro erano quasi impossibili per la distanza, il rumore, la separazione fisica, e in cui il posto di lavoro era spersonalizzato e strutturato in maniera dispotica, ripetitiva, concepito per imporre tempi, movimenti, gesti, reazioni a un operatore sempre meno umano, sempre più meccanico.

La ricomposizione di classe degli operai delle linee di montaggio parte proprio da questa disumanizzazione. La rivolta dell’operaio massa è la rivolta dell’uomo meccanizzato che prende alla lettera la sua meccanizzazione e dice: allora, se debbo essere del tutto disumanizzato, se non debbo avere un’anima, un pensiero, un’individualità, lo sarò fino in fondo, decisamente, illimitatamente, spudoratamente. Non parteciperò più con la mente al processo lavorativo. Sarò estraneo, freddo, distaccato. Sarò brutale, violento, disumano come il padrone ha voluto che io sia. Ma lo sarò fino al punto di non concedere più neppure un milligrammo della mia intelligenza, della mia disponibilità, della mia intuizione al lavoro, alla produzione.

Quella che i filosofi avevano descritto come alienazione subita dall’operaio si trasforma qui allora in estraneità voluta, organizzata, intenzionale, creativa. Estraneità vuol dire: neppure un grammo di umanità alla produzione. Tutta l’umanità alla lotta. Nessuna comunicazione e socialità per la produzione. Tutta la comunicazione e la socialità per il movimento. Nessuna disponibilità per la disciplina. Tutta la disponibilità per la liberazione collettiva. Ricomposizione di classe, dunque, voleva dire, semplicemente e conseguentemente: sabotaggio, blocco, distruzione delle merci e degli impianti, violenza contro i controllori delle cadenze schiavistiche.

L’intelligenza operaia si rifiutò di essere intelligenza produttiva, e si espresse interamente nel sabotaggio, nella costruzione di ambiti di libertà antiproduttiva. La vita cominciò a rifiorire proprio laddove era stata più radicalmente cancellata ed estinta, fra le linee, nei reparti, nei cessi, dove i giovani proletari cominciarono a farsi le canne, a fare l’amore, ad aspettare i capireparto carogne per tirar loro in testa dei bulloni e così via. La fabbrica era concepita come un lager disumano, e comincio a divenire un luogo di studio, di discussione, di libertà e di amore. Questo era il rifiuto del lavoro. Questa era la ricomposizione di classe.

Ma accanto alla questione della ricomposizione e del rifiuto del lavoro si colloca, lo abbiamo già detto, la problematica della ristrutturazione produttiva e del salto tecnologico. Che cosa significa ristrutturazione? Significa riorganizzazione di un sistema, riacquisizione della funzionalità e della performatività finalizzata di un sistema, in risposta a dei fattori di disturbo (interni o esterni al sistema stesso) che ne hanno turbato, distorto o completamente sconvolto il funzionamento e la struttura.

Alla fine degli anni sessanta la lotta operaia aveva completamente sconvolto il sistema disciplinare della fabbrica sociale, e il sistema economico del profitto; dentro questo terremoto, proprio in quegli anni, il grande padronato, gli economisti, il cervello organizzativo del capitale cercava di riattivare alcune delle funzioni fondamentali della riproduzione capitalistica. Soprattutto si doveva riattivare la produttività – drasticamente messa in crisi dall’insubordinazione, dall’assenteismo – e la disciplina, drasticamente messa in crisi dalla solidarietà operaia, dall’egualitarismo e dal clima antiautoritario. Ma per far questo il cervello capitalistico sapeva bene di non poter contare sulla forza bruta. Se si faceva ricorso alla forza, in quegli anni, si otteneva una risposta terribilmente dura e adeguata. Lo aveva dimostrato corso Traiano, lo aveva dimostrato via Larga, lo dimostravano centinaia di picchetti e cortei duri in tutte le città italiane.

Occorreva dunque dar vita a una ristrutturazione di ampie proporzioni, capace di ridurre sostanzialmente il peso quantitativo della forza-lavoro nella produzione (cioè modificare la composizione organica di capitale, aumentando il peso del macchinario, delle tecnologie labor- saving) e quindi di ridurre il peso qualitativo della classe operaia cosciente. A questo progetto l’intelligenza pianificatrice del capitalismo internazionale (e particolarmente quello italiano) si applicò seriamente per tutta la prima parte degli anni settanta – e a metà degli anni settanta, in effetti, i primi risultati di questa offensiva e di questa ristrutturazione cominciano a farsi sentire, per manifestarsi poi in modo dirompente nella seconda metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, ma questo è un altro discorso.

Intanto, nel ’69, si cominciava a percepire la prospettiva entro cui il processo doveva svolgersi, si cominciava a parlare di salto tecnologico, si cominciava a delineare la possibilità di una trasformazione in senso postindustriale della società intera, della produzione. Il capitale doveva far tesoro del rifiuto del lavoro, doveva trasformare il rifiuto operaio in risparmio organizzato tramite automazione. Il pensiero rivoluzionario cominciò a riflettere su questi temi e formulò le categorie di salto tecnologico, e preparo le modalità culturali necessarie a farvi fronte.

Quella del salto tecnologico costituisce una delle feconde ossessioni che perseguitano la corrente “operaista” rivoluzionaria nel biennio 1968-69. “La scadenza è il capitale stesso a offrircela. La preparazione del salto tecnologico nella misura in cui investe tutta insieme la realtà di classe non può non rappresentare per noi una condizione di scontro generale. Il progresso tecnologico, come violenza dei padroni e del loro stato, non è e non può essere per noi un elemento contrattabile. Su questa base noi vogliamo la rottura anticipata, per battere il padrone e costruire l’unità per consolidare e rilanciare la nostra organizzazione politica.” Organizzazione politica contro salto tecnologico. Ma cosa significava salto tecnologico nell’immaginazione e nella previsione dei rivoluzionari e delle avanguardie operaie? E perché occorreva opporvisi come al peggiore nemico?

In realtà qui trova la sua origine e la sua radice una divaricazione che si determinerà nella teoria e nella pratica dei movimenti operai nel corso degli anni ottanta, in modo prevalentemente inconsapevole. Qui affonda la sua radice l’ambivalenza irrisolta dei movimenti nei confronti dell’innovazione capitalistica, della continua rivoluzione tecnologica e simbolica che il capitale introduce nella società, manipolandone continuamente i contorni e le identità, decomponendo le forme organizzate e sconvolgendo le identità sociali e politiche.

Il rifiuto del lavoro era concepito come una molla fondamentale dello sviluppo capitalistico. Senza lotte operaie, senza sottrazione operaia allo sfruttamento, senza sabotaggio, assenteismo, niente sviluppo. Lo sviluppo e essenzialmente furto dell’innovazione operaia, furto capitalistico dell’invenzione dell’operaio che per fumarsi una sigaretta in tranquillità trova il modo di fare il suo pezzo più in fretta. L’innovazione tecnologica e essenzialmente un ritrovato padronale che tenta di eliminare un segmento di lavoro vivo, un operatore, una sezione intera, una mansione. Insomma, l’innovazione tecnologica e la forma necessaria per risparmiare lavoro, è la risposta padronale al rifiuto del lavoro. Ma allora: la ristrutturazione, l’innovazione, il salto tecnologico, deve proprio essere considerato come un nemico? Non vi è forse nella ristrutturazione la premessa della libertà, la condizione per ridurre la dipendenza della vita dal lavoro? La questione va vista in tutta la sua complessità. In effetti l’intenzione del padrone, quando trasforma un’officina o automatizza un segmento di lavoro, è quella di massimizzare il profitto complessivo, di eliminare sacche di insubordinazione, di realizzare un controllo meccanico più stretto sul lavoro umano. L’uso capitalistico della tecnologia è così riassumibile: piegare la struttura della macchina, dello strumento di lavoro, e anche la struttura conoscitiva, scientifica, necessaria a produrre quella macchina; piegarla a una finalità di controllo, di sottomissione sempre più perfetta, sempre più totale, sempre più soffocante. L’uso capitalistico della tecnologia – e la ristrutturazione come rivoluzione capitalistica del macchinario, del sistema tecnologico – permea le stesse strutture, la forma e la funzione degli oggetti, e indirettamente permea le menti, le relazioni sociali, il mondo produttivo.

Il pensiero e la pratica operaista rivoluzionaria viene ben presto a trovarsi di fronte a una contraddizione, e in una certa misura vi rimarrà presa. L’intensa rivoluzione tecnologica che si dispiega nel corso degli anni settanta, e che giunge a maturazione alla fine di questo decennio manifestandosi con vere e proprie ondate di licenziamenti di massa è la causa della crisi dell’autonomia operaia; ma in realtà è anche la causa della tendenziale dissoluzione della classe operaia di fabbrica, e dell’industria come sistema di produzione predominante. La ristrutturazione, l’innovazione tecnologica sono la risposta al rifiuto del lavoro, ma ne sono anche il compimento. Tramite la ristrutturazione infatti si realizza l’obiettivo operaio di ridurre il lavoro necessario, ma le condizioni sociali e politiche entro cui si determina questo spostamento sono dominate dall’interesse capitalistico, finalizzate al dominio e al profitto, non all’utilità sociale.

Ed ecco allora che l’effetto della ristrutturazione è un maggiore sfruttamento, una maggiore dipendenza, una divisione politicamente rovinosa fra occupati e disoccupati. Ma questo si verifica, nel corso degli anni settanta, perché il movimento rivoluzionario non riesce a portare fino in fondo il suo programma di direzione operaia sull’intero processo di trasformazione produttiva, perché su questo punto mediazione sindacale ed estremismo si fronteggiarono senza riuscire a trovare il punto di sbocco: la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, la redistribuzione sociale del tempo di lavoro socialmente necessario. Insomma, il potere operaio sulle condizioni di transizione postindustriale, sulle condizioni della deindustrializzazione e della trasformazione dell’intero mondo della produzione.

Ma qui non è la sede per sviluppare un argomento di questo genere. Qui ci occupiamo di ricostruire le linee generali di un processo che inizia con l’esplosione delle lotte spontanee del ’68, con la confluenza fra movimento studentesco e organismi operai di base, e che giunge a generalizzazione nell’autunno del 1969. In questo processo si preparano quegli elementi che ritroveremo, a un grado ben diverso di densità e di miscelazione, nell’esplosione dell’autonomia operaia, nel corso degli anni settanta.

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