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	<title>SINDEMIA Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>SINDEMIA Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>IL TERRITORIO COME COSTRUZIONE SOCIALE AL TEMPO DEL COVID</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aldo Bonomi* Per trattare di territorio come costruzione sociale al tempo del Covid è necessario ripartire dalla comunità, ancorché sradicata dalla prossimità fisica. La dimensione sociale della comunità non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti. La parola ‘cura’, in un’accezione non esclusivamente sanitaria, sollecita un lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/20/il-territorio-come-costruzione-sociale-al-tempo-del-covid/">IL TERRITORIO COME COSTRUZIONE SOCIALE AL TEMPO DEL COVID</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Aldo Bonomi<strong>*</strong></p>



<p>Per trattare di territorio come costruzione sociale al tempo del Covid è necessario ripartire dalla comunità, ancorché sradicata dalla prossimità fisica. La dimensione sociale della comunità non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti. La parola ‘cura’, in un’accezione non esclusivamente sanitaria, sollecita un lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, che opera sulle mille incertezze che caratterizzano la nostra società ricca di mezzi e povera di fini collettivi. La cura come percorso e occasione di ripensare al nostro essere comunità di destino, partendo dai territori del margine densi di pratiche ed esperienze tra sostenibilità ambientale ed inclusione sociale da portare al centro per città più abitabili. A tal fine è necessario che l’innovazione sociale provi a uscire dall’allure tecnologica o dal ritualismo delle tecnicalità progettuali orientate all’innovazione dei mezzi, promuovendo invece l’innovazione dei fini sociali e di produzione di senso collettivo. Occorre considerare le pratiche di innovazione sociale non solo come buone notizie, ma come un intelletto collettivo di nuovi corpi intermedi, ovvero, filamenti di nuova istituzionalità. Non c’è <em>green economy</em> senza <em>green society</em>, un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale. In termini di governance parrebbe logico tessere le colonne regionali per dialogare con il frontone statuale che tutto tiene e coordina per andare poi in Europa e nel mondo che verrà… dato lo stato del dibattito, un’utopia.</p>



<p>L’articolo è tratto da <em>Scienze del territorio. Rivista di Studi Territorialisti</em>, numero speciale “Abitare il territorio al tempo del Covid”, 2020 Firenze University Press, pp. 118-125. </p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>Che fine ha fatto il territorio come costruzione sociale ai tempi, non certo conclusi, del&nbsp; Covid-19. In altre parole, dove si colloca e quale torsione di senso ha assunto la parola territorio in tempi di ‘geografi a del contagio’, di verticalizzazione da stato di emergenza, di centralizzazione delle responsabilità sanitarie e di ordine pubblico sul potere statale,&nbsp; di comunicazione unilaterale top-down, con tanto di rumore di fondo digitale, e di gestione delle emergenze economiche via decreti? E ancora, qual è il posto del territorio&nbsp; nella traslazione senza ritorno di parte delle nostre vite sul digitale e, in prospettiva,&nbsp; come oggetto/soggetto delle politiche che discendono dai <em>Recovery Funds</em> europei?&nbsp; Il territorio sarà in qualche modo protagonista nel mondo post-Covid al di là dei momentanei effetti redistributivi della popolazione ‘dalle metropoli alle campagne’?</p>



<p>Messe così le risposte sembrerebbero semplici, il territorio e le sue diversità, almeno sino ad ora, sono stati appiattite e sussunte nella logica di un rapporto verticale tra Stato e cittadini, tra Rete e utenti, con poco o niente in mezzo. I territori erano il vuoto delle città nel <em>lockdown</em>, erano le comunità locali attraversate dall’imperativo dell’immunità da distanziamento, erano le sirene delle ambulanze a rompere il silenzio, erano luoghi di turbolenze tra salute e lavoro.&nbsp;</p>



<p><strong>Microcosmi territoriali e comunità di ‘cura’ non solo sanitaria</strong></p>



<p>Seguendo il filo dei miei “microcosmi”[1], a partire da marzo cerco di contribuire ad andare oltre l’appiattimento, ripartendo dalla parola comunità sussunta nel circuito comunicativo del regime di emergenza e accostata alla parola nazione, sradicata dall’accezione di prossimità fisica, alimentando quella che forse era ed è un’inevitabile retorica nazionale necessaria alla semplificazione dei messaggi dall’alto. Invitavo allora a non dimenticare che comunità non è un termine da usare con leggerezza buonistica, che presa in questa accezione un po’ pelosa non aiuta all’orientamento nel labirinto delle paure (BONOMI, MAJORINO 2018), ma doveva essere declinata come comunità di cura in un’accezione larga, basata su meccanismi di riconoscimento soggettivo e auto-riconoscimento collettivo. La comunità di cura non era ‘solo’ eroica filiera sanitaria ma questione sociale che chiamava in causa la necessità di mettersi in mezzo tra rancore e immunità. Cosa che non poteva e non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti, ma doveva e deve mettere in gioco una società di mezzo radicata sul territorio capace di orientare lo spaesamento e le paure indotte dalla fine di <em>un</em> certo mondo e non la fine <em>del</em> mondo, per riprendere la distinzione di Ernesto De Martino (2019) nel suo ragionare di “apocalisse culturale”. Per questo ho sempre parlato di ‘cura’ in un’accezione non esclusivamente sanitaria ma in senso più articolato, come lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, che opera sulle mille incertezze che caratterizzano la nostra società ricca di mezzi e povera di fini collettivi, cercando di ragionare, per quanto possibile, con un piede fuori dal contesto emergenziale. La cura come percorso e occasione di ripensare al nostro essere comunità di destino in una società in continua accelerazione, in cui il territorio rimane il contesto nel quale questo travaglio va in scena. Senza mettere in mezzo la comunità di cura, in tempi di traslazione in community virtuali, non è infatti possibile rimarginare lo iato tra intelletto, la nuda vita, e la vita nuda del corpo in tempi biopolitici in cui i medici fanno politica e i politici fanno i medici. Abbiamo così rapidamente preso coscienza che il flusso Covid-19 genera una lacerazione estrema: da una parte comprime e riduce i segni di socialità (<em>immunitas</em>), dall’altra induce e porta a riscoprire senso e significato dell’essere in comune (<em>communitas</em>, ESPOSITO 1997). Partendo dalla “voglia di comunità”, mai così forte nei mesi in cui non ci si poteva tenere per mano ed abbiamo riscoperto la comunità di cura, è diventato urgente interrogarsi sulla “comunità che viene” (BONOMI ET AL. 2015). Come ‘comunità di cura larga’, attenta ed orientata alla cura della natura, in grado di cambiare le economie verso modelli di comunità operose, temperando le tre paure che stanno in una: la comunità della paura alimentata dalla crisi ecologica, dalla crisi pandemica e da quella di natura economica. Tutto ciò partendo dalle tante solitudini che alimentano le comunità, che rimandano al ricostruire le forme di convivenza partendo dalla prossimità del fare comunità riscoprendo che il far politica, nella sua forma antropologica ‘significa dire al tuo prossimo che non è solo’, riscoprendosi così tutti in una comunità di destino esistenziale.</p>



<p>Che rimanda al lavoro sociale da operatori di comunità per tessere e ritessere coesione sociale soprattutto in tempi in cui, a fronte del venire avanti della comunità della paura come involuzione del rancore, non mancano gli ‘imprenditori politici delle paure’, soprattutto quando di paure ce n’è in abbondanza. Questo mi pare il senso del ritrovarsi oggi a cercare di dare senso e significato al destino esistenziale del “nessuno si salva da solo”. Partendo dal territorio, dai territori del margine che definiamo marginali ma sono densi di pratiche ed esperienze di intreccio ‘antisolitudine’ tra sostenibilità ambientale ed inclusione sociale. Da portare al centro per le città più abitabili dove abbiamo riscoperto la dimensione del quartiere, da dove ripartire nella fragilità di quella geografia delle megalopoli e delle ‘città-Stato’ che hanno evidenziato come nella metamorfosi che attraversiamo il pieno, il ritrovarsi soli nella moltitudine, produce disagio ed angoscia. In questo occorre continuare a riflettere partendo dalle opportunità della nostra geografia contaminata da una coscienza di luogo che intreccia piccoli comuni, l’Italia borghigiana e quella delle cento città, le città distretto e le aree metropolitane in divenire partendo dal margine che si fa centro, non viceversa. Più si va giù nelle terre basse delle città distretto delle nostre imprese e si entra con l’eterotopia della green economy dentro i cancelli delle fabbriche la comunità larga si fa più stretta ed interrogante le forme del come e del cosa produrre e le forme dei lavori. Si fa ricerca e si raccontano i territori delle piattaforme produttive in una transizione difficile verso geo comunità sostenibili animate da imprese e forme dei lavori in metamorfosi verso un nuovo tempo economico e sociale. Passaggio non secondario verso l’Italia che verrà, che interroga rappresentanze e parti sociali, anche loro attori non secondari nel rompere la solitudine da individualismo proprietario o da innovazione solitaria da <em>startup</em> e da partita IVA al lavoro senza comunità larga di appartenenza.</p>



<p><strong>Fra comunità e </strong><strong><em>community</em></strong><strong>, quale innovazione sociale capace di benessere collettivo?</strong></p>



<p>L’empatia è stata interrotta da Covid-19 e dalla distanza sociale. Noi l’abbiamo sostituita con la simultaneità dei <em>webinar</em>, facendo community dove non ci sono gli invisibili raggiunti nelle loro solitudini causate da differenze sociali e territoriali solo se c’è un welfare di comunità. A questo alludo quando, scrivendo di comunità larga, racconto di un’innovazione sociale necessaria per cambiare le forme di rappresentanza degli interessi professioni e della politica.<br>Mi ha confortato leggere nella “Media Ecology Newsletter” di Luca De Biase, la riflessione “Tra pubblico e privato, la comunità”. Perché “la vera dimensione nella quale viviamo non è quella dello Stato o quella del mercato. Noi viviamo la comunità”. Affermazioni che rimandano a interrogarsi su quale Stato, quale mercato per quale comunità di destino esistenziale, se vogliamo andare oltre le solitudini del Noi da individualismo proprietario e da monadi da tastiera. Molto dipenderà dalla capacità dell’innovazione sociale di alimentare coesione. Senza giri di parole, o l’innovazione sociale riesce a ‘contaminare’ le articolazioni della società e dell’economia, diventando parte di una nuova società di mezzo, esito delle alleanze tra pratiche innovative e istituzioni storiche (quindi nuova politica in grado di incrociare le grandi questioni collettive), altrimenti rischiano di rimanere forme di storytelling di una fase nascente di buone pratiche creative condannate alla piccola scala.</p>



<p>Perché questo non accada, la prima condizione è che l’innovazione sociale provi a uscire dall’allure tecnologica o dal ritualismo delle tecnicalità progettuali orientate all’innovazione dei mezzi, promuovendo invece l’innovazione dei fini sociali e di produzione di senso collettivo. Sempre più da ricostruire nella società della potenza dei mezzi di fronte all’incertezza dei fini. Da qui l’urgenza di una ‘nuova grammatica del pubblico e del privato’ condivisa tra soggetti privati, sociali, pubblica amministrazione e imprese, che possa costituire la base per l’affermarsi di un nuovo linguaggio. Fatto di politiche, pratiche sociali e progettualità imprenditoriali orientate ad affrontare, attraverso modalità nuove ed economicamente autonome, questioni e problemi che le politiche tradizionali non hanno risolto, dagli invisibili per il welfare state, sino alle forme dei lavori apolidi solo per citare due polarità iperattuali. Per farne un linguaggio occorre considerare le pratiche di innovazione sociale non solo come buone notizie, ma come un intelletto collettivo di nuovi corpi intermedi, ovvero, filamenti di nuova istituzionalità che nascono dai fianchi della metamorfosi/crisi del sistema di rappresentanza e intermediazione degli interessi e delle passioni eredità del secolo breve novecentesco. Già costituiscono nel loro proliferare sui tre temi chiave del welfare, della crisi ecologica e della digitalizzazione, tracce di azione collettiva e/o di imprenditorialità individuale o collettiva come reazione alle spinte di disintermediazione che hanno caratterizzato il salto di secolo.<br>Le accelerazioni indotte dal Covid-19 hanno reso più espliciti i nodi fondamentali della nostra epoca. Dalle retoriche sulla globalizzazione siamo passati ad interrogarci sul ‘new normal’. La nuova normalità scavata dal virus ha posto in luce faglie già attive nel nostro sistema e ne ha prodotte di nuove. Allo stesso tempo, il fronteggiamento del Covid ha prodotto tracce di una maggiore propensione degli attori ad inquadrare i rischi collettivi all’interno di una cornice di interdipendenza. Ecologia e digitalizzazione rappresentano i due assi di trasformazione principali che permeano le speranze di questa nuova fase della metamorfosi. Come spesso accade vengono assunte dall’alto per postulare una nuovo orizzonte di normalità, intrinsecamente migliore della precedente. Tuttavia, se la società territorializzata non ha il giusto spazio di protagonismo nel determinare la trasformazione ecologica e digitale, più che soglie di dialogo essa genera forze di reazione che alimentano potenti tensioni nella faglia. Non c’è green economy senza green society, dialettica che vale anche tra smart city e social-city, tra umano e digitale, tra prossimità e simultaneità.</p>



<p><strong>La </strong><strong><em>green economy</em></strong><strong> non basta: una possibile rigenerazione Umanista</strong></p>



<p>Questo discorso vale a maggior ragione oggi, in rapporto alla faglia madre del rapporto tra natura, cultura e tecnologia, che rimanda alla crisi dell’Antropocene, al rapido venire avanti del Tecnocene e alla necessità di mettere in mezzo un Umanesimo radicato nelle comunità e nella società. Tre sono le dimensioni di una possibile rigenerazione umanista.</p>



<ol class="wp-block-list"><li><em>Umanesimo digitale</em>: si tratta di capire se l’economia del dato sarà al servizio dell’uomo, a partire dai suoi bisogni riproduttivi di base (salute, alimentazione, abitazione) secondo criteri di prossimità e cura, di libertà e responsabilità diffuse, oppure se sarà al servizio dell’uomo come macchina biologica, terminale dei consumi e puro dispositivo desiderante.</li><li><em>Umanesimo industriale</em>: si tratta di capire se l’economia produttiva fatta di impresa e lavoro riuscirà a coniugare l’essere congiuntamente motore di modernizzazione e modello di civilizzazione (essere macchina di profitto e istituzione), così come accadde nel Rinascimento in cui “l’uomo è misura di tutte le cose” oppure se l’industrializzazione procederà secondo logiche puramente estrattive di valorizzazione economica, anche con riferimenti ai territori.</li><li><em>Umanesimo sociale</em>: si tratta di capire se la società avrà un ruolo autonomo e propulsivo rispetto all’economia e alla politica o se ne sarà alternativamente considerata un semplice aggregato di consumatori o un un semplice aggregato di elettori. Le articolazioni sociali organizzate, i corpi intermedi e le funzioni pubbliche di base (sanità e istruzione) sono asset fondamentali di una società umanistica.</li></ol>



<p>Come si declina questa faglia epocale nelle faglie territoriali? E come fare soglia? Il Covid accelera il processo di riconversione ecologica come incorporazione del limite nelle filiere produttive e nelle economie locali ridefinendo il rapporto tra metropoli smart city, aree dei margini ad alta dotazione di risorse ambientali e città medie-smart land di commutazione di saperi e competenze. Tre dimensioni tenute assieme nello spazio di rappresentazione di piattaforme a geometria variabile in cui si ridefinisce il rapporto tra Italia ed Europa, Nord e Sud del Paese, Sud e Mediterraneo, macroregioni agganciate al processo di riconfigurazione della globalizzazione nel medio raggio europeo.</p>



<p>Qui la faglia tra avanguardie territoriali e imprenditoriali e corpaccione in lenta riconversione impatta sulla filiera istituzionale Europa-Stato-Regioni. La riconversione induce riposizionamento delle rappresentanze sociali, interroga sul ruolo delle <em>multiutilies</em>, sul sistema del credito e dei saperi. Le faglie territoriali diventano così campo di una possibile rigenerazione del ruolo delle politiche pubbliche come statualità diffusa che accompagna ed innerva con scuola, università, medicina di territorio, infrastrutture dolci le piattaforme territoriali, le città sino ai piccoli comuni. La possibile rigenerazione umanistica dei territori è questione di Antropocene ma anche questione di ruolo della comunità di cura nella ridefinizione del welfare, come campo di esercizio di un’economia sociale territorializzata, responsabilizzante per le collettività locali, per i tecnici e per gli amministratori locali, in rapporto con la comunità operosa dell’impresa in transizione. Se la faglia dell’Antropocene aveva già prodotto un pur lento e contraddittorio percorso di riconversione ecologica, che speriamo possa avere impulso dalle risorse europee, la faglia del Tecnocene è invece venuta avanti con tutta la sua forza tellurica proprio in corrispondenza dell’emergenza pandemica. La massiccia e rapida dislocazione di tanta parte della vita produttiva e riproduttiva sul digitale si è tradotta in una generale remotizzazione dei rapporti sociali tale da aprire numerose faglie che si muovono da questioni macro della governance dei big data, al rapporto tra chi raccoglie/produce dati e chi li trasforma in beni e servizi di valore, al rapporto tra modelli di sviluppo e riproduzione sociale. L’imporsi del capitalismo delle piattaforme digitali impatta anche sui territori, ridefinendo il rapporto densità/dispersione urbana con effetti rilevanti sulle politiche urbane, sul governo delle città, di ridefinizione delle politiche dell’abitare e dei servizi di riproduzione sociale, quindi sui mercati real estate, sulle reti di mobilità, etc. Questo effetto rimanda all’impatto della digitalizzazione sulle forme dei lavori, sullo statuto del lavoro digitale, sulla determinazione del valore del lavoro a distanza e il rapporto tra lavori di front office e di back office. Da qui l’aprirsi di altre faglie sociali. La digitalizzazione pone nuove questioni di ridefinizione del welfare, al centro della quale sta una diversa concezione del rapporto tra tecnostrutture e dimensione umana. La complessità del combinato disposto tra Antropocene e Tecnocene richiede un grande investimento in capacità di governo, che non si riduce al dibattito più o meno Stato, ma è anche questione di mettere in mezzo un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale.</p>



<p><strong>Il problema del margine è al centro: per una eterotopia (utopica) della rappresentanza</strong></p>



<p>Il salto d’epoca nell’Antropocene ha rovesciato il paradigma: il problema non è il vuoto, ma il pieno; non è il margine, ma il centro il problema. Non è solo questione che riguarda il paese e ciò che resta della comunità, ma rimanda alla città e alla società che viene avanti. Non è solo questione di paesologia o di urbanisti riconvertiti o di ministero per le aree interne. A maggior ragione nell’arcipelago fatto di migliaia di piccoli comuni, di cento città e di aree metropolitane non ancora megalopoli che ci rimanda la geografia del nostro Paese. Partendo dal margine occorre mettersi in mezzo ai grandi interrogativi epocali che interrogano le forme di convivenza. Alzando lo sguardo, come ci invita a fare l’antropologa Tarpino, dalla sociologia delle macerie dei paesi abbandonati che sono una risorsa del vuoto (TARPINO 2016). Ma anche guardando al pieno abbassando lo sguardo verso le terre basse delle città infinite dell’urbano regionale delle villette a schiera, fabbrichetta dopo fabbrichetta, capannone dopo capannone, perché non ci sarà smart city senza smart land. Pare se ne siano accorti anche laggiù, quelli dell’Economia, di essere «terre fragili» se sto all’ultimo libro di Antonio Calabrò (2020). Che parte dalla parola da noi sempre evocata, «comunità», con tanto di riflessione sulla fragilità della «grande Milano» per arrivare a interrogarsi sull’umanesimo di impresa. Giustamente discutiamo e guardiamo alla tenuta delle ossature verticali della società: alla sanità e al vaccino, alla scuola nelle fibrillazioni della ripartenza. Poi alle macchine verticali del pubblico impiego e dei grandi gruppi come Eni e alle grandi banche con i loro annunci di quanto si remotizzeranno nel lavoro e infine al tessuto manifatturiero delle medie imprese in riposizionamento nella geografia del produrre per competere. Abbiamo cultura per il dialogo e anche per negoziare nella verticalità. Ne abbiamo meno per seguire non tanto il capitalismo molecolare riconosciuto nei distretti, selezionato e incluso nelle filiere, ma il suo frammentarsi in un “volgo disperso” nel disagio molecolare della moltitudine indistinta dello sfarinamento del terziario di servizio che circonda, alimenta e sorregge la verticalità. Era già diventato questione sociale con forme di luddismo dei territori del margine rispetto al centro sull’antico asse città/campagna evocato dai gilet gialli. E una nebulosa-pulviscolo del disagio di ristoratori, baristi, parrucchieri, commercianti, lavoratori dello spettacolo, precari del lavorare comunicando, gestori di discoteche in difesa del ‘distretto del piacere’, proprietari a cottimo con i camioncini della logistica, addetti alle pulizie in false e vere cooperative e i tanti sommersi nell’economia informale&#8230; Già ai tempi del <em>lockdown</em> era apparsa una moltitudine di invisibili non catalogabili nel codice inclusivo del welfare state. Ma oggi l’invisibilità sociale, riguarda il corpaccione della società leggibile più che con le statistiche, attraversando la nebbia che si estende dalle periferie della città, intravedendo le tante serrande abbassate delle attività. Non sarà un caso se il sindaco della Milano attraente e affluente ha posto il tema del come rigenerare la città e la sua composizione sociale in metamorfosi. Questa nebbia non avvolge solo lo sguardo del “flâneur metropolitano”, è semmai il prodotto di un vasto processo sociale generato da una spinta verticale alla modernizzazione che fa grande fatica a tradursi in civilizzazione diffusa, determinando disallineamento tra le traiettorie accelerate del progresso tecno-scientifico e delle relative tecnostrutture funzionali che io colloco nella dimensione dei flussi, e la lenta metabolizzazione politica, sociale e antropologica radicata nei luoghi. Lo iato tra verticalità e orizzontalità non riguarda solo i grandi centri, ma caratterizza l’urbano regionale delle nostre città medie, delle città distretto sino ai piccoli comuni.</p>



<p>La nebbia che copre le nostre piattaforme produttive segnala la crisi ecologica a cui si aggiunge la metamorfosi del capitalismo molecolare a rischio di farsi disagio molecolare. Da qui il senso del ripensare green economy e green society. Tematiche da lunghe derive della storia come ci insegna Aldo Schiavone nel suo saggio sul senso della nozione di “progresso” nella nostra epoca (SCHIAVONE 2020). Molto dipenderà da quanto questo sussulto, anche di ingenti risorse, si farà flusso dall’alto o processo dal basso nell’eterno ritorno del verticale verso l’orizzontale nella dialettica tutta politica tra potere e microfisica dei poteri. Solo partendo dai territori dove oggi, nella nebbia delle classi, si intravede il volgo disperso che un tempo veniva avanti “dai campi e dalle officine” sarà possibile rendere visibili gli invisibili. Questione che rimanda alla progettazione del futuro in mediazione operosa tra logiche ministeriali e/o territoriali e al ricostruire dentro la composizione sociale in mutamento, tessiture sociali e rappresentanze adeguate al salto d’epoca. Suadenti futurologi a proposito di digitale ci dicono sia per il lavoro e il commercio e anche per il tessere e ritessere legame sociale che, come nel lockdown che ha accelerato i tempi, basterà potenziare la rete. Anche qui credo sia necessaria una mediazione operosa tra “società automatica” e umanesimo digitale, tra quanto la banda sarà stretta o larga socialmente tra padroni degli algoritmi e microfisica dei poteri. Non credo che ci aspetti una semplice e comoda disintermediazione che rende tutto e tutti visibili. Anzi, per temperare il disagio molecolare mai come oggi occorre ricostruire rappresentanza per una nuova intermediazione intorno alla quale si ristrutturano i dispositivi di visibilità e invisibilità sociale. Come abbiamo visto, il salto d’epoca necessita di mediazioni operose sia per il come e cosa produrre che sul come comunicare legame sociale. Fa tornare attuale ciò che sembrava inattuale: quei corpi sociali che erano deputati a rappresentare le passioni e gli interessi delle persone. Certo, occorre andare oltre la sola difesa corporativa di quelli dentro le mura o nelle filiere verticali e riscoprire l’orizzontalità di una moltitudine di nuovi invisibili che sono aumentati sia per quantità che varietà sociale. Solo rappresentando e dialogando sarà possibile far diventare ambiente e digitale le parole chiave del “progresso” che tutti auspichiamo.<br>Per cercar di capire il “non ancora” (BONOMI ET AL. 2015), mi son messo a rileggere Becattini e De Rita. Due antropologi del capitalismo di territorio: dal sommerso ai capannoni ai distretti alle filiere e alle piattaforme che vorremmo far rivolare nel mondo per competere. Rileggere il ‘com’era’ serve a capire il ‘come sarà’. Aiuta a disegnare mappe più da antropologi dello spirito del capitalismo che da economisti in questi tempi di vita nuda le cui regole sono scritte dalla cura dei corpi che producono merci e servizi, ma anche contagio. Becattini (2015) a proposito di corpi e distretti, titolava: «Intimo è bello, ovvero verso la coralità produttiva dei luoghi», sostenendo che non è questione di piccolo è bello, ma di intimità dei nessi produttivi. De Rita (2017) scrive che occorre andare: “rasoterra e dappertutto” per capire il “localismo poliarchico” del nostro tessuto produttivo. Intimo e dappertutto sono parole negate in tempi di distanziamento sociale. Sono pratiche che negano il riprodurre nelle imprese dell’Italia fatta a mano (RAMPELLO 2019) la trasmissione dei saperi contestuali “bocca-orecchio” in tempi di “giusta distanza”. Ci aiuteranno i saperi formali incorporati nelle stampanti 3D (MICELLI 2011) in industrie 4.0 nello <em>smart working</em> della rete che fa <em>community</em> dei saperi. Dovremmo imparare dal sociale e dal volontariato e inserire nelle imprese <em>digital angel</em> che si mettono in mezzo tra analogico e digitale. Qui siamo e qui ci tocca saltare. Per spalmare e tessere nuovi saperi, nuove forme dei lavori nei tanti localismi poliarchici delle fabbriche a cielo aperto della pedemontana lombarda e veneta, della via Emilia che chiedono di ripartire ma sono i territori più segnati dalla geografia del male. È il quarto capitalismo dell’asse Treviso-Bologna-Milano che ha espresso il nuovo presidente di Confindustria ed è il territorio dove, più che altrove, è messa alla prova quella che Calabrò (2019) ha definito «l’impresa riformista».</p>



<p>Qui chiamata alla sfida di un umanesimo industriale in grado di incorporare per ripartire innovazione sia nella tecnica sia nella tutela dei corpi. Perché in tempi di pandemia non è più solo un immettere la giusta distanza nella catena del valore dentro la fabbrica, ma anche il ridisegnare la ragnatela del valore. Sarà una eterotopia, ma ridisegnare la ripartenza significa anche avere un’idea del come sarà la fabbrica diffusa delle piattaforme territoriali in rapporto alla conoscenza globale in rete a base urbana della logistica e dei servizi che la innervano e avere un’idea, che è mancata, del rapporto con la medicina di territorio nel nostro capitalismo di territorio. La ripartenza può essere un dramma se lo faremo solo con la testa rivolta al “come eravamo”, se non volgiamo lo sguardo al ‘come sarà’. Certo un’eterotopia, ma se non ora quando? Già la crisi climatica aveva battuto un colpo, Covid-19 ha suonato la campana. E la campana suona anche per le parti sociali, le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori. Ho preso da un’intervista a Papa Francesco l’immagine di Enea che si prende sulle spalle Anchise per andare nel “non ancora”, immaginando le rappresentanze che si caricano sulle spalle il vecchio modello di sviluppo per andare oltre. Vale per il quarto capitalismo delle medie imprese se vogliamo che ce ne sia un quinto; per il sindacato con sulle spalle il lavoro che si è fatto moltitudine dei lavori; per le filiere agroalimentari con gli invisibili migranti diventati visibili e necessari… Anche qui non bastano né le relazioni industriali né gli enti bilaterali del “come eravamo”, occorre un’eterotopia della rappresentanza, perché nessuno si salva da solo. Se sollevo lo sguardo dal territorio e guardo nel cielo della politica vi ritrovo, anche per la ripartenza, il dilemma della governance: quello che rimanda alla piramide statale o al tempio greco, tante colonne con un frontone che tutto tiene. Visto dai territori dai localismi poliarchici parrebbe logico partire dalle piattaforme, tessere le colonne regionali per dialogare con il frontone statuale che tutto tiene e coordina per andare poi in Europa e nel mondo che verrà&#8230; Più che un’eterotopia mi pare, dato lo stato del dibattito, un’utopia. Anche queste servono di questi tempi.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>*Aldo BONOMI</strong>, sociologo, ha fondato e dirige l’istituto di ricerca AASTER e la rivista <em>Communitas</em>; su temi quali le dinamiche sociali, antropologiche ed economiche dello sviluppo territoriale ha scritto per il <em>Corriere della sera</em> e <em>Il Sole 24 ore</em> e pubblicato numerosi volumi, tra cui (con F. Della Puppa e R. Masiero) <em>La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy</em> (Roma 2016).</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>Note</strong></p>



<p>[1] Titolo della rubrica che l’autore tiene sull’edizione domenicale de <em>Il Sole 24 ore</em>.</p>



<div style="height:46px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



<p>BECATTINI G. (2015). <em>La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale</em>, Donzelli, Roma.</p>



<p>BONOMI A., MAJORINO P. (2018,) <em>Nel labirinto delle paure</em>, Bollati Boringhieri, Torino.</p>



<p>BONOMI A., REVELLI M., MAGNAGHI A. (2015), <em>Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora</em>, DeriveApprodi, Roma.</p>



<p>CALABRÒ A. (2019),<em> L’impresa riformista. Lavoro, innovazione, benessere, inclusione</em>, Università Bocconi Editore, Milano.</p>



<p>CALABRÒ A. (2020) <em>Oltre la fragilità. Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali</em>, Università Bocconi Editore, Milano.&nbsp;</p>



<p>DE MARTINO E. (2019), <em>La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali</em>, Einaudi, Torino.</p>



<p>DE RITA G. (2017), <em>Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana</em>, Mondadori, Milano.</p>



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<p>MICELLI S. (2011), <em>Futuro artigiano</em>, Marsilio, Venezia.</p>



<p>RAMPELLO D. (2019), <em>L’Italia fatta a mano. I beni culturali viventi. Dialogo con Antonio Carnevale</em>, Skira, Milano.</p>



<p>SCHIAVONE A. (2020), <em>Progresso</em>, Il Mulino, Bologna.</p>



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		<title>IL LAVORO DEL VIRUS E IL VIRUS DEL LAVORO NELLE MAPPE DI TERRITORIO</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2021 11:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Revelli* L’analisi territoriale della diffusione dell’epidemia Covid-19, dettagliata a livello di comune e di quartiere, è uno strumento indispensabile per comprendere la morfologia del contagio e contrastarla. Essa ne rivela il carattere “classista”, che ha colpito in misura maggiore le aree urbane più povere, ma mostra anche come alla prova del virus il [&#8230;]</p>
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<p>di Marco Revelli<strong>*</strong></p>



<p>L’analisi territoriale della diffusione dell’epidemia Covid-19, dettagliata a livello di comune e di quartiere, è uno strumento indispensabile per comprendere la morfologia del contagio e contrastarla. Essa ne rivela il carattere “classista”, che ha colpito in misura maggiore le aree urbane più povere, ma mostra anche come alla prova del virus il capitalismo delle reti non abbia retto la sfida rivelando tutta la propria strutturale “fragilità”. Sono saltate così pressoché tutte le reti lunghe, man mano che le frontiere si chiudevano, mentre l’economia di distretto ha visto la propria virtù – il rapporto di prossimità, l’intensità relazionale, l’interazione spinta &#8211; trasformarsi in vizio e minaccia mortale: le zone “rosse”, in cui si concentrano contagi e letalità, coincidono quasi palmarmente con quelle dove più fibrillante è stata l’interattività produttiva e commerciale. Il virus non ha camminato solo sulla via della seta, in Italia ha ripercorso anche le reti provinciali d’interscambio produttivo, la risalita a salmone lungo le valli che avevano caratterizzato il passaggio al post-fordismo, ha visto gli addensamenti di capannoni diventare hub del contagio (esemplare la vicenda del bergamasco). L’intreccio tra intensità fibrillante del fare e fragilità della struttura produttiva è stato letale per aree come quella centro-padana: tra febbre del fare e febbre del virus c’è un’interazione tragica dove non è il capitalismo renano a dominare bensì quello intensissimo ma fragilissimo italiano.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>* * * * * *</em></p>



<p>A cominciare dall’11 marzo 2020 l’Istituto Superiore di Sanità incomincia a rendere pubblici sul proprio sito “Rapporti quotidiani sull’andamento dell’epidemia da Coronavirus”[1], contenenti dati statistici sul numero complessivo di casi diagnosticati divisi per classi di età, genere, sintomaticità (asintomatico, paucisintomatico, lieve, critico e severo), regione di diagnosi e provincia di residenza (erano allora 11.538 i casi accertati e 619 i decessi). Nello stesso periodo il medesimo Ente elabora bollettini periodici contenti approfondimenti statistici su un campione significativo di pazienti deceduti a causa accertata della patologia Covid-19, classificati anch’essi per fascia di età,<em> </em>sesso, numero di patologie preesistenti, diagnosi di ricovero, sintomi, complicanze, terapie e tempi (dall’insorgenza dei sintomi al ricovero ospedaliero e da questo al decesso). Dati, tutti, importanti e necessari. Ma non sufficienti.&nbsp;</p>



<p>I dati ‘biometrici’ (‘leggeri’), infatti, in quanto <em>personali</em>, cioè relativi ai singoli individui, ci forniscono informazioni sull’identità dei contagiati (e sulle loro individuali <em>chances</em>), ma ci dicono assai poco (o nulla) sulle modalità del contagio (che hanno invece a che fare con la relazionalità di una determinata popolazione). Per ottenere questo tipo di conoscenza occorrerebbe aver accesso a un significativo set di dati ‘sociometrici’ o ‘topometrici’, chiamiamoli così, capaci di ‘fotografare’ il sistema delle interazioni interne a gruppi e settori sociali quali in particolare la professione (con il relativo tipo e grado di mobilità), il luogo specifico di abitazione e di attività lavorativa, la localizzazione presunta del contagio (e l’eventuale contiguità tra tali localizzazioni), ecc. Dati questi sicuramente a disposizione delle autorità sanitarie (in quanto rilevati al momento del ricovero) ma non censiti sistematicamente: la distribuzione dei casi su base regionale o provinciale è troppo generica, occorrerebbe una descrizione a maglie molto più strette (a livello quantomeno di quartiere, o di caseggiato); l’indicazione delle caratteristiche professionali è totalmente assente (sono rilevati solo i casi di contagio tra gli operatori sanitari); così come nulla si sa sulla collocazione sociale dei pazienti, privando così i cittadini e soprattutto i decisori pubblici di informazioni decisive per definire strategie di contenimento della diffusione epidemica meno rozze (in quanto più selettive) degli abusati interventi ‘lineari’. Servirebbero cioè strumenti aggiuntivi alle solite tabelle o ai grafici a torta e diagrammi di cui le infografiche dell’ISS abbondano. Servirebbero mappe! Ovvero rappresentazioni dettagliate fino al particolare della dinamica territoriale del virus, nei suoi percorsi di diffusione e di conquista di settori aggiuntivi di popolazione. Là dove questo tipo di rilevazione è stato fatto, si sono ottenute indicazioni di grande interesse, sia conoscitivo che operativo.</p>



<p><strong>Mappe: Regno Unito</strong></p>



<p>In Inghilterra e nel Galles, per esempio, dove l’<em>Office for National Statistics </em>ha ‘mappato’ i tassi di mortalità da Covid-19 (Office for National Statistics 2020), appare con molta evidenza come il virus si sia mosso ripercorrendo quasi palmarmente la geografia economica (le vie del <em>business </em>e le aree di più intensa interattività commerciale e produttiva). E soprattutto con una pressoché infallibile selettività sociale (una sorta di perversa ‘coscienza di classe’), colpendo duro in basso e risparmiando benevolmente gli strati alti, come sintetizza il titolo del <em>Telegraph </em>che ne dà notizia: “Mapped. How coronavirus death toll has hit the poorest areas hardest” (Gilbert <em>et Al. </em>2020). Il rapporto non solo conferma un dato in qualche modo di per sé già evidente anche a occhio nudo, per così dire, e cioè il carattere prevalentemente urbano dell’epidemia (che, come tutte le pestilenze della storia, corre veloce dove la densità demografica è maggiore) dando evidenza statistica al fatto che sono state le città, grandi e medie, l’epicentro del contagio (il tasso di mortalità è qui sei volte maggiore che nelle aree rurali &#8211; v. grafico 1); ma soprattutto rivela come in quei conglomerati urbani siano stati i più poveri (gli abitanti dei quartieri “<em>most deprived</em>”) i più colpiti con un tasso di mortalità superiore del doppio rispetto a quelli “<em>rich</em>” (grafico 2): nelle aree collocate al Primo livello – quelle definite “<em>most deprived</em>” –, infatti, l’<em>Age-standardised mortality rate </em>(cioè il tasso medio di mortalità ogni 100.000 abitanti misurato facendo omogenea la composizione per età risulta pari a 55,1, mentre scende a 25,5 – cioè si dimezza – nei quartieri classificati di Decimo livello, i <em>least deprived</em>.</p>



<p>Per l’area metropolitana della Grande Londra (grafico 3), di gran lunga quella col maggior numero di contagi, il tasso di mortalità nei quartieri poveri della periferia (Newham, censito tra i <em>poorest London boroughs </em>col 37% di popolazione in povertà, e Brent col 33%) schizza addirittura a 144,3 e a 141,5 mentre in zone come quella di Ealing o Lambeth (tassi di povertà medi, sotto il 30%) si mantiene intorno a 100 e a Richmond e Kingston upon Thames (tassi di povertà sotto il 15%) scende rispettivamente a 47 e 43.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="688" height="815" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico_1-1.png" alt="" class="wp-image-9641" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico_1-1.png 688w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico_1-1-253x300.png 253w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /><figcaption>grafico 1</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2.jpg" alt="" class="wp-image-9640" width="551" height="299" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2.jpg 868w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2-300x163.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2-768x418.jpg 768w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /><figcaption>grafico 2</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="599" height="335" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-3.jpg" alt="" class="wp-image-9639" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-3.jpg 599w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-3-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /><figcaption>grafico 3</figcaption></figure></div>



<p><strong>Mappe: Stati Uniti</strong></p>



<p>Quanto agli Stati Uniti, fin dal 7 Aprile, all’inizio della pandemia in quello che poi ne sarebbe diventato il Paese ‘<em>leader</em>’, un ampio servizio sul Washington Post dal titolo di per sé significativo – <em>The coronavirus is infecting and killing black Americans at an alarmingly high rate </em>(Thebault et Al. 2020) <em>&#8211; </em>apriva uno squarcio sulla distribuzione sproporzionatamente diseguale del contagio dal punto di vista sociale e, congiuntamente, etnico. In esso si denunciava il fatto che nell’intero Paese la stragrande maggioranza delle vittime del virus si concentrava tra la popolazione più povera, e in particolare nei quartieri-ghetto a maggioranza nera: a Chicago, per esempio, “la metà dei contagiati e il 72% delle vittime del Covid-19 erano afroamericani, nonostante questa comunità rappresenti solo il 30% della popolazione totale”. Uguali rapporti per Detroit e la stessa New York dove la strage è stata immensa. Più in generale, si affermava, nelle 131 contee a maggioranza nera si registrava il triplo dei contagi rispetto a quelle a maggioranza bianca e un numero di morti sei volte superiore. Un successivo studio realizzato da un’Agenzia ufficiale federale – i Centers for Desease Control and Prevention – su 580 pazienti ospedalizzati con casi confermati di Covid-19 e ripreso con un ampio articolo sul sito di <em>Scientific American</em>[2], confermava la sproporzione di contagi tra la popolazione nera nella quale si era riscontrata una percentuale di contagi pari al 33% mentre solo il 18% del campione era composto da “<em>blacks</em>”. Viceversa tra i bianchi, che costituivano quasi il 60% del campione, gli ammalati erano appena il 45%[3]. Significativo, d’altra parte, il caso di New York, dove il tasso di mortalità per coronavirus tra la popolazione nera era di 92 per 100.000 abitanti e quello tra i Latini di 74 mentre tra i bianchi e gli asiatici l’indice crollava rispettivamente a 45 e 35.</p>



<p>Le ragioni della forte sovra-rappresentazione erano ricondotte, dai commentatori di <em>Scientific American</em>, alle condizioni sociali e lavorative della “popolazione di colore”, impiegata massicciamente nei settori “cosiddetti essenziali” come i ricoveri per anziani o le case di cura, ma anche nell’industria alimentare (le gigantesche fabbriche per il trattamento della carne e le <em>groceries</em>) e nei trasporti di massa, dove erano particolarmente esposti al contatto con malati, con condizioni salariali pessime e assenza di garanzie assicurative[4]. A cui vanno aggiunte le condizioni abitative degradate, in quartieri ghetto anti-igienici, caratterizzati da alti tassi di inquinamento e da abitudini alimentari destinate a favorire diffuse patologie connesse alla povertà come diabete, obesità, ipertensione e disturbi cardiaci, cioè le note co-morbilità che aumentano la percentuale di rischio di morte per coronavirus. D’altra parte la stretta connessione tra dimensione/letalità del contagio, appartenenza etnica e attività lavorativa (in particolare per quanto riguarda i ‘lavori poveri’) risulta evidente se si scompongono i dati aggregati offerti dai CDC per classi di età: la sovra-rappresentazione dei decessi tra gli afro-americani e in generale la ‘gente di colore’ rispetto al loro peso specifico sul totale della popolazione, come si è visto già significativa nel comparto “<em>All Age Group</em>”, diventa addirittura “esplosiva” per le classi in età lavorativa: tra i 18 e i 29 anni, dove i decessi tra i <em>blacks </em>sono più del triplo della loro presenza tra la popolazione (il 33%) mentre quelli tra i <em>whites </em>sono circa un terzo (20,1%); o tra i 30 e i 39 anni dove sono il 28,2% contro il 19,7% dei bianchi, differenza che si assottiglia invece tra i 75 e gli 84 anni, dove la strage consumatasi nelle case di riposo per anziani fa salire la percentuale di morti tra i bianchi al 55% (vicina alla composizione della popolazione totale) e si inverte sopra gli 85 (68,7% tra i <em>whites </em>contro 12,6% tra i <em>blacks</em>)[5]. I ‘bianchi’ si contagiano e muoiono in pensione, oltre la soglia anagrafica che segna la massima esposizione al rischio. I ‘neri’ si contagiano al lavoro, in particolare nei circuiti dei lavori considerati “essenziali” perché connessi alla fornitura di beni e servizi indispensabili e per questo esclusi dal <em>lockdown </em>(là dove è stato stabilito), nelle fasce di età che in base al parametro strettamente anagrafico dovrebbero essere considerate meno a rischio o più ‘sicure’. In molti casi costretti al lavoro mentre il resto della società era costretto a ‘chiudersi in casa’, in ambienti insalubri o a contatto con la massa dei possibili portatori di contagio.</p>



<p><strong>Mappe: il caso italiano</strong></p>



<p>In Italia, come si è detto, non si dispone di rappresentazioni statistiche sistematiche della dimensione socio-territoriale dell’epidemia da parte di agenzie ufficiali (ISS e Ministero della salute) in grado di offrire chiavi di lettura delle modalità relazionali del contagio. Per ottenere risposta a queste domande (chi contagia chi? dove? Come?) occorre accedere ai micro-dati (rilevazioni per Comune) e incrociarli con variabili di contesto ritenute significative, con una sorta di lavoro ‘fai da te’ assai complesso, che tuttavia ha prodotto alcuni studi di notevole interesse.</p>



<p>Tra questi, ad esempio, la ricerca di due economisti di territorio (Dario Musolino della Bocconi di Milano e Paolo Rizzi della Cattolica di Piacenza) pubblicata col titolo <em>Covid-19 e territorio: un’analisi a scala provinciale </em>sulla rivista dell’Associazione italiana di Studi Regionali (Musolino, Rizzi 2020), in cui ci si poneva alcune domande immediate, intrinsecamente correlate alla dimensione territoriale dell’epidemia nella sua fase iniziale più esplosiva (“Perché Codogno? Perché Cremona, Piacenza e Bergamo? Perché l’epidemia Covid-19 si è diffusa soprattutto nelle regioni del Nord del Paese e soprattutto in Lombardia?” &#8211; <em>ibidem</em>). E si tentava una prima risposta mettendo in gioco “un set di fattori socio-economici, demografici e ambientali, ritenuti rilevanti” per definire “le caratteristiche strutturali dei territori” ricercandone le eventuali correlazioni statistiche significative con i livelli del contagio e con il tasso di mortalità riprodotto su una mappa a scala provinciale. Tra le variabili socioeconomiche considerate figuravano il grado di “integrazione/apertura verso l’esterno” (misurato dagli indici di “accessibilità trasportistica” e di “internazionalizzazione commerciale”, cioè dalla “somma dei valori di export e import sul PIL totale provinciale”); la “mobilità pendolare interna ed esterna” (la quantità di residenti che si spostano per lavoro o per studio unita all’“indice di attrazione” dato dalla quota di pendolari in ingresso o di “<em>city users</em>”); l’“agglomerazione produttiva” (“il numero di imprese in rapporto alla popolazione”, dato particolarmente forte nell’individuazione dei distretti industriali) e “lo sviluppo economico e occupazionale” (<em>ibidem</em>). Ad esse si affiancavano le tradizionali variabili demografiche (densità della popolazione e livelli di invecchiamento) e ambientali (numero medio di superamenti dei valori limite per PM10, NO2 e ozono). I risultati sono stati sconcertanti. O quantomeno contro-intuitivi.</p>



<p>Per quanto riguarda le province poste in testa alla graduatoria per intensità del contagio e della mortalità ogni 1000 abitanti al 31 Marzo – e cioè Lodi, Bergamo, Piacenza, Cremona, Brescia, Parma, Pavia, Mantova e Lecco – la variabile demografica (in particolare gli indici di invecchiamento) si è rivelata statisticamente “non significativa” (cioè non tale da determinare scostamenti rilevanti dei dati rispetto ad altri contesti).</p>



<p>Significativa invece la variabile ambientale e soprattutto significative – fortemente significative, con correlazioni molto strette – le variabili socio-ambientali[6]. Il virus cioè si è diffuso e ha galoppato, soprattutto nella fase iniziale e esplosiva del contagio, non tanto nelle aree genericamente ‘molto popolate’ o con età media della popolazione più avanzata, ma in quelle nelle quali l’interazione di breve, medio e lungo raggio è più intensa. Quelle dove maggiore è l’agglomerazione produttiva (la concentrazione di imprese), più intensi gli indici di produttività (i volumi di fatturato) e di internazionalizzazione, l’infrastrutturazione stradale e autostradale con l’interscambio di merci e persone, il reddito pro-capite, lo sviluppo economico e occupazionale[7]. In sostanza nei territori in cui si concentrano quelli che solitamente sono considerati fattori favorevoli alla competitività territoriale e che invece in questo caso si sono rivelati fattori sfavorevoli di maggiore vulnerabilità al virus. O, se si preferisce, favorevoli alla sua più intensa circolazione.</p>



<p><strong>Quando la forza diventa debolezza</strong></p>



<p>Sono dunque i territori cosiddetti ‘forti’ quelli in realtà più ‘deboli’ alla luce della sfida mortale dell’epidemia. Lo conferma un’analisi urbanistica, “sulle province a più elevato numero di contagi in valore assoluto, e su alcune città metropolitane del centro-nord, più Napoli” (Ombuen 2020), da cui emerge con molta chiarezza il ruolo baricentrico del ‘triangolo infrastrutturale’ Lodi-Cremona-Piacenza (con al centro Codogno) in cui si è registrato nel primo periodo di pandemia di gran lunga il maggior numero di contagi (il record assoluto spetta a Cremona con 1.315 infettati ogni 100.000 abitanti), a sua volta circondato ad alone da Bergamo, Brescia e Reggio Emilia.</p>



<p>Caratteristica comune a tutti è l’elevato livello di “consumo di suolo”. Ma soprattutto la chiave di lettura più convincente per spiegare la precocità del contagio e la sua “esplosività” è da cercare da una parte nella comune appartenenza di questi territori “alla <em>logistic chain </em>che lega fra loro le catene globalizzate della produzione” (quelle che comportando “un intenso sistema di relazioni commerciali e organizzative” hanno in vario modo favorito la precoce diffusione del virus proveniente dalla Cina). E insieme nella loro natura di “distretto”, ovvero di sistema produttivo integrato e organizzato su una particolare matrice della <em>value chain</em>: reti territoriali ad altissima intensità d’interazione, con catene di subfornitura strutturate su una densa molteplicità di passaggi e con una pluralità “di soggetti imprenditoriali i quali utilizzano intensamente forme di lavoro interinale e la rete dei servizi alle imprese fornita dai sistemi urbani, con ulteriori moltiplicazioni delle occasioni di contatto e di contagio” (<em>ibidem</em>).</p>



<p>A conclusioni in larga misura analoghe giunge anche un’altra ricerca, non di un epidemiologo, e nemmeno di un urbanista bensì di un matematico, Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo “Mauro Picone” del CNR, il quale focalizzando l’attenzione sulle reti infrastrutturali identifica nelle autostrade le ‘vie del contagio’ &#8211; significativo il titolo<em>: Il virus ha viaggiato in autostrada? </em>(Sebastiani 2020) &#8211; dal momento che “le città col più alto numero di contagi giacciono sulle maggiori autostrade italiane”. E colloca in quel nodo di reti che è la coppia Cremona-Piacenza il vero e proprio <em>hub </em>dal quale il contagio si è diramato. Piacenza, infatti, la seconda provincia italiana per intensità del contagio, si trova all’intersezione tra due grandi direttrici di traffico: la E35 (Milano, Piacenza, Parma, Reggio nell’Emilia, Modena, Bologna, Firenze, Roma e Napoli) e la E70 (Torino, Alessandria, Piacenza, Cremona, Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Venezia). Cremona (40 km appena da Piacenza) è attraversata da un flusso che punta sia a Est verso Venezia sia a nord (la A22) verso il Brennero. Stanno in fondo tutti lì, tra le maglie della ragnatela identificata da quelle direttrici, i focolai iniziali da cui si è sprigionato l’incendio prima che il <em>lockdown </em>del 10 di Marzo ne rallentasse la corsa. In questo senso, a proposito di questa ‘geografia dinamica’ fortemente focalizzata all’intersezione tra Lombardia, Emilia e Piemonte orientale, è stato scritto, tra il serio e il faceto, commentando una ricerca dai risultati analoghi[8], che il Covid-19 <em>È l’epidemia dell’A21</em>[9]<em> </em>(per chi non lo sapesse la Torino (Alessandria)-Piacenza-Brescia).</p>



<p>Sempre Sebastiani, in una seconda tranche di ricerca, ha aggiornato la propria analisi territoriale della “marcia” del virus all’arco temporale compreso tra il 1 Giugno e il 23 Luglio (Sebastiani 2020a)[10]: alla fase in cui, dopo il periodo della stabilizzazione e del contenimento del contagio grazie al <em>lockdown </em>generalizzato (durante il quale comunque è stato rallentato ma non estinto perché SarsCoV-2 ha continuato a circolare sulle gambe e nei polmoni di quella parte di mondo del lavoro comunque “comandata in servizio” perché addetta a lavorazioni definite “essenziali” o fatte considerare tali da imprenditori impazienti, oltre che tra il personale sanitario e nelle RSA), con il progressivo allentamento dei limiti ha ripreso una graduale ma crescente disseminazione dei focolai. Anche in questo caso l’analisi statistica – corredata da interessanti grafici con curve alternativamente concave o esponenziali – ci dice che la logistica è stata sicuramente un <em>drive </em>significativo, e la rete infrastrutturale un supporto all’estensione su media-lunga distanza di punti di contagio (fortunatamente, al contrario della prima fase, adeguatamente tracciati e contenuti).</p>



<p><strong>Il caso Lombardia</strong></p>



<p>Un’ulteriore conferma di questo carattere fortemente territorializzato in senso socioproduttivo del Covid-19 italiano (che ne spiegherebbe la particolare precocità e magnitudine iniziale) ci viene dalla rilevazione dell’Agenzia per la tutela della salute (ATS) lombarda nell’area metropolitana milanese, realizzata geo-localizzando i contagi in base al Codice di avviamento postale dei pazienti (un raro quanto prezioso esempio di micro-analisi)[11]. E quindi permettendoci di visualizzare nel dettaglio, a livello di quartiere, la distribuzione dei contagi. Da essa risulta, plasticamente, che l’onda di piena del virus è entrata da sud-est, dall’epicentro lodigiano e dal primo maxi-focolaio di Codogno, ha in qualche modo bypassato il nucleo centrale milanese – quello compreso entro la cerchia dei viali -, sfiorandolo sul lato orientale per lanciarsi potente nella città infinita che si stende in direzione est e nord-est – Melzo, Inzago, Trezzo d’Adda -, verso Brescia e soprattutto verso Bergamo dalla quale, rinforzato e rilanciato dagli altri potenti incubatori di Alzano e Nembro (ancora un’economia ad altissima densità di piccole-medie imprese e capannoni), ha incominciato la risalita a salmone lungo le valli che avevano caratterizzato il passaggio al post-fordismo, sulla spinta di un produttivismo fai da te che non si deve ‘fermare mai’ pena la necrosi, tra una fiera del fieno e un ospedale infetto non chiuso per pressioni confindustriali.</p>



<p>Colpisce, in particolare, la mappa cromatica costruita su quel database con i colori che accompagnano l’intensità del contagio (dal chiarissimo per le zone con meno di 4,5 casi per 1000 abitanti allo scurissimo per più di 10) così come si presentava all’inizio di Maggio. Vi si vede con chiarezza la zona centrale (dal Castello Sforzesco a Magenta, Sempione, Wagner, fino alla Basilica di Sant’Eustachio e a Porta Genova) giallina, quasi bianca, a segnare i tratti ‘signorili’ degli edifici che ospitano l’<em>upper class</em>, che può praticare lo <em>smart working </em>e il distanziamento. Intorno, ancora dentro la cerchia dei viali (Porta Garibaldi, Porta Venezia, Porta Romana, Ticinese, Solari…) la gradazione s’imbrunisce un po’ raggiungendo una sorta di beige,<em> </em>ma resta sotto la soglia critica dei 6 contagi per 1000 abitanti (in prevalenza impegnati in quello che prima della pandemia era il <em>front office, </em>le professioni visibili e generatrici di status elevato, manager, comunicatori, operatori del lusso, servizi avanzati alle imprese, designers, liberi professionisti, quel che resta della Milano da bere). Subito dopo, però nel successivo anello (prima periferia?) o ‘girone’ – comprendente Baggio, Lorenteggio, Tibaldi, Corvetto, Calvairate, Forlanini – dominante è l’arancione che vira infine nel rosso scuro a Niguarda, Affori, Quarto Oggiaro a nord, dove è stoccata la forza-lavoro del back office, quelli fino a ieri invisibili, addetti alla logistica e ai servizi poveri, alle attività di cura e alla manovalanza nelle reti corte della distribuzione e della componentistica. E si avverte già il fiato caldo della fibrillante attività ‘di distretto’ proliferante sul versante padano centro-orientale.</p>



<p><strong>La vulnerabilità del ‘capitalismo delle reti’</strong></p>



<p>Alla luce di tutto ciò si può dire, plausibilmente, che alla prova del virus il capitalismo delle reti non ha retto la sfida rivelando tutta la propria strutturale ‘fragilità’. Su scala macro, da una parte, perché sono saltate buona parte delle reti lunghe, man mano che le frontiere si chiudevano e le linee aeree si spezzavano. Il confinamento è stato, appunto, la rivincita dei confini. Esemplare il congelamento del materiale sanitario, delegato alla specializzazione cinese, bloccato e monopolizzato nel luogo di produzione che era anche epicentro dell’epidemia, mentre tutto il mondo restava a secco di mascherine, gel igienizzante, respiratori e attrezzature per terapia intensiva. Ma anche l’automotive, tra i più delocalizzati, l’aerospaziale, persino l’agro-alimentare su cui gli effetti si vedranno nella media lunga durata. Se un’informazione strategica quest’esperienza drammatica ce l’ha data, è su quanto vulnerabile in realtà sia questo apparentemente onnipotente ‘capitalismo da flusso teso’: sistema totalmente integrato su scala globale che funziona con la logica del <em>just in time </em>(con i suoi tempi, le sue cadenze, le sue modalità organizzative: zero tempi morti, zero scorte, zero stock…), fluido, anzi quasi allo stato gassoso nella sua indisponibilità ad assumere una forma stabile, e spaventosamente esposto.</p>



<p>Contemporaneamente la medesima ‘fragilità’ si è rivelata sul livello ‘micro’, perché sono saltate pure le reti corte, non solo per mancanza di componentistica. Anche per mancanza di forza-lavoro, segmentata e ulteriormente frastagliata dalle linee discontinue e talvolta casuali dei confinamenti, delle ‘zone rosse’, dei focolai accesi o ignorati; mentre l’economia di distretto ha visto, come si è detto, le proprie virtù – il rapporto di prossimità, l’intensità relazionale, l’interazione spinta, l’interdipendenza di contiguità – trasformarsi in vizio e minaccia mortale man mano che l’attività fibrillante dei suoi atomi produttori generava la ‘nuvola’ infettiva e la metteva in circolo secondo una geografia strutturata per <em>cluster </em>in cui la tradizionale benefica ‘febbre del fare’ si convertiva, quasi senza soluzione di continuità, nella maligna ‘febbre del virus&#8217;… Macchina eternamente fibrillante nella sua impossibilità di rallentare nella corsa perenne al produrre per competere, sempre bisognoso di risultati immediati, detestando la progettualità lunga, i tempi dilazionati, tanto diverso in questo da apparire contrapposto al precedente modello fordista, pesante invece, nella sua composizione fisica massiccia, ad alta intensità di capitale fisso, nella sua forza d’inerzia potente, il capitalismo del nuovo millennio – tanto più quando esso si esprime nella forma “molecolare” tematizzata da Aldo Bonomi – mostra, ora, tutta la sua vocazione all’<em>impasse</em>.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>L’articolo è tratto da <em>Scienze del territorio. Rivista di Studi Territorialisti</em>, numero speciale “Abitare il territorio al tempo del Covid”, 2020 Firenze University Press,&nbsp; pp. 108-117.</p>



<p><strong>*</strong>Marco Revelli, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale, si è occupato tra l’altro dell’analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione) e delle forme politiche del Novecento e dell’‘Oltre-novecento’. Le sue opere più recenti: <em>Populismo 2.0</em> (Torino 2018), <em>La politica senza politica</em> (Torino 2019), <em>Umano, inumano, post-umano</em> (Torino 2020). È Presidente della Fondazione <em>Nuto Revelli Onlus</em>.</p>



<div style="height:66px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Note</strong></p>



<p>[1] Il primo dei quali, datato 11 Marzo 2020, si trova all’indirizzo <a href="https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Infografica_11marzo%20ITA.pdf">https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Infografica_11marzo%20ITA.pdf</a>&nbsp; (12/2020)</p>



<p>[2] “Too many black Americans are dying from COVID-19”, 1 Agosto 2020 (The Editors 2020).</p>



<p>[3] Questi dati, ancora parziali, sono confermati dalla successiva documentazione offerta dai CDC con un aggiornamento della statistica dei contagi e dei decessi divisa per aree geografiche e composizione etnica della popolazione colpita (CDC COVID Data Tracker. Maps, charts, and data provided by the CDC, consultabile all’indirizzo <a href="https://covid.cdc.gov/covid-data-tracker/#demographics">https://covid.cdc.gov/covid-data-tracker/#demographics</a>, da cui è possibile anche accedere a una mappa interattiva dettagliata per contee). Secondo la statistica aggiornata alla metà di Settembre 2020, relativa a 4.843.298 casi di contagio e a 141.461 decessi (sono le cifre relative agli stati e alle contee che hanno rilevato i dati per composizione etnica), il numero di decessi tra la popolazione nera è sovrarappresentato di circa il doppio (costituiscono il 22% del totale mentre negli USA gli “afro-americani sono il 12%) mentre quello dei bianchi è sotto-rappresentato (51% contro una presenza del 60%).</p>



<p>[4] Gli stessi provvedimenti approvati dal Congresso all’inizio della pandemia (il “Families First Coronavirus Response Act” e il “Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security (CARES) Act”, rilevano gli osservatori politici “across the political spectrum”, hanno fatto “ben poco per proteggere la salute dei lavoratori essenziali” in quanto focalizzati sul sostegno economico anziché sulla protezione medica (The Editors 2020).</p>



<p>[5] Ancora dati CDC.</p>



<p>[6] “Analizzando le correlazioni bivariate”, si legge, “tutte le associazioni ipotizzate sono confermate, ad eccezione delle variabili demografiche, per le quali non si evidenziano legami significativi tra diffusione del virus e densità demografica o peso della popolazione anziana”, <em>ibidem</em>.</p>



<p>[7] “Tra le variabili socio-economiche più correlate – si legge ancora – spiccano l’indice di pendolarismo, il reddito pro-capite e il tasso di occupazione (oltre 0,6); ma anche l’accessibilità trasportistica, l’apertura economica e l’attrazione risultano legati all’intensità di propagazione del Covid-19”, <em>ibidem</em>.</p>



<p>[8] Si tratta di uno studio sui tassi di mortalità da coronavirus tra l’inizio dell’epidemia e il 17 Aprile dell’Università Vita-Salute San Raffaele diretta dall’epidemiologo Carlo Signorelli nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020, i cui risultati in via di pubblicazione sulla rivista Acta Biomedica sono stati resi noti il 23 Aprile.</p>



<p>[9] “È l’epidemia della A21”: così il virus si è spostato lungo l’autostrada da Brescia a Torino, in “Fanpage.it”, 23 Aprile 2020 <a href="https://www.fanpage.it/attualita/e-lepidemia-dellaa21-cosi-il-virus-si-e-spostato-lungolautostrada-da-brescia-a-torino">https://www.fanpage.it/attualita/e-lepidemia-dellaa21-cosi-il-virus-si-e-spostato-lungolautostrada-da-brescia-a-torino</a> (12/2020)</p>



<p>[10] Si veda anche, sulla ripresa dei contagi dopo la fine del lockdown, Sebastiani, Mengarelli 2020.</p>



<p>[11] Unità Operativa dell’Agenzia per la Tutela della Salute (ATS) Milano – Città Metropolitana, Valutazione dell’epidemia Covid-19. Mappa Casi Accertati Georeferenziati, <a href="https://www.ats-milano.it/portale/Epidemiologia/Valutazione-dellepidemia-COVID-19">https://www.ats-milano.it/portale/Epidemiologia/Valutazione-dellepidemia-COVID-19</a>.</p>



<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



<p>Office for National Statistics (2020), <em>Deaths involving COVID-19 by local area and socioeconomic deprivation: deaths occurring between 1 March and 17 April 2020, </em>1 May 2020, <a href="https://www.ons.gov.uk/people-populationandcommunity/birthsdeathsandmarriages/deaths/bulletins/deathsinvolvingcovid-19bylocalareasanddeprivation/deathsoccurringbetween1marchand17april">https://www.ons.gov.uk/people-populationandcommunity/birthsdeathsandmarriages/deaths/bulletins/deathsinvolvingcovid-19bylocalareasanddeprivation/deathsoccurringbetween1marchand17april</a> (09/2020).</p>



<p>The Editors (2020), “Black health matters”, <em>Scientific American</em>, vol. 323, n. 2, p. 8.</p>



<p>Gilbert D., Kirk A ., Riddy B. (2020), “Mapped. How coronavirus death toll has hit the poorest areas hardest. Fresh analysis of deaths in England and Wales paints a bleak picture for those living in the most deprived and built-up areas”, <em>The Telegraph</em>, 1 Maggio.</p>



<p>Musolino D., Rizzi P. (2020) “Covid-19 e territorio: un’analisi a scala provinciale”, <em>EyesReg. Rivista dell’Associazione italiana di Studi Regionali</em>, vol. 10, n. 3, <a href="http://www.eyesreg.it/2020/covid-19-e-territoriounanalisi-a-scala-provinciale">http://www.eyesreg.it/2020/covid-19-e-territoriounanalisi-a-scala-provinciale</a>.</p>



<p>Ombuen S. (2020), “Covid-19 e territorio. Analisi 29/04/2020”, in INU (a cura di), <em>Urbanistica al tempo del Covid-19</em>, <a href="https://www.inu.it/blog/urbanistica_al_tempo_del_covid_19/covid-19-e-territorio-analisi">https://www.inu.it/blog/urbanistica_al_tempo_del_covid_19/covid-19-e-territorio-analisi</a> (12/2020).</p>



<p>Sebastiani G. (2020), “Il coronavirus ha viaggiato in autostrada?”, <em>Scienza in rete</em>, 9 Aprile, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/coronavirus-ha-viaggiato-autostrada/giovanni-sebastiani/2020-04-09">https://www.scienzainrete.it/articolo/coronavirus-ha-viaggiato-autostrada/giovanni-sebastiani/2020-04-09</a> (12/2020).</p>



<p>Sebastiani G. (2020a), “Distribuzione spaziale e andamento temporale dei focolai di Covid-19 in Italia”, <em>Scienza in rete</em>, 25 Luglio, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/distribuzionespaziale-e-andamento-temporale-dei-focolai-di-covid-19-italia/giovanni">https://www.scienzainrete.it/articolo/distribuzionespaziale-e-andamento-temporale-dei-focolai-di-covid-19-italia/giovanni</a> (12/2020).</p>



<p>Sebastiani G., Mengarelli J. (2020), “Vacanze esponenziali. Covid-19/Dati, <em>Scienza in rete</em>, 28 Agosto 2020,</p>



<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/vacanze-esponenziali/giovanni-sebastiani-jacopo-mengarelli/2020-08-28">https://www.scienzainrete.it/articolo/vacanze-esponenziali/giovanni-sebastiani-jacopo-mengarelli/2020-08-28</a> (12/2020).</p>



<p>Thebault R, Ba Tran A ., Williams V. (2020), “The coronavirus is infecting and killing black Americans at an alarmingly high rate”, <em>The Washington Post</em>, 7 Aprile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/10/il-lavoro-del-virus-e-il-virus-del-lavoro-nelle-mappe-di-territorio/">IL LAVORO DEL VIRUS E IL VIRUS DEL LAVORO NELLE MAPPE DI TERRITORIO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>FOCOLAI COVID NEI CALL CENTERS: QUAL È IL RISCHIO DA PAGARE?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/03/08/focolai-covid-nei-call-centers-qual-e-il-rischio-da-pagare/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 15:24:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco un altro frammento dell&#8217;inchiesta condotta dal Padrone di Merda – Cosenza sui call centers di Rende (CS). Questa volta un operatore prova a generalizzare l’analisi sull’emergenza Covid sul posto di lavoro disarticolando la narrazione ovattata proveniente dalle pagine della stampa locale fornendoci un punto di vista di chi quotidianamente è costretto a vivere l’ansia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ecco un altro frammento dell&#8217;inchiesta condotta dal<strong><em> <a href="https://www.facebook.com/ilpadronedimerdcosenza/">Padrone di Merda – Cosenza</a></em></strong> sui call centers di Rende (CS). Questa volta un operatore prova a generalizzare l’analisi sull’emergenza Covid sul posto di lavoro disarticolando la narrazione ovattata proveniente dalle pagine della stampa locale fornendoci un punto di vista di chi quotidianamente è costretto a vivere l’ansia della scelta tra lavoro e salute a cause di politiche aziendali ben precise che privilegiano ancora il lavoro in presenza rispetto allo smart working. Una tendenza, quest’ultima, attualmente in calo in diversi settori produttivi visto i diversi vantaggi che genera al padrone far lavorare da casa il proprio dipendente: riduzione delle spese di energia elettrica, di internet e di gestione della sicurezza oltre a un conclamato<strong> <a href="https://www.malanova.info/2021/03/01/nuovi-scenari-dal-mondo-del-lavoro/">aumento di ore lavorate</a></strong> (spesso gratuitamente) e della conseguenziale produttività.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Nel giorno in cui in Calabria si chiudono nuovamente le scuole come segno di totale fallimento della gestione pubblica dell’epidemia, mentre siamo ultimi nella classifica delle regioni per percentuale di somministrazione dei vaccini anti-Covid, attestandoci poco sopra al 5,84 in rapporto al numero degli abitanti, siamo qua a raccontare un episodio che potrebbe sembrare insignificante rispetto al panorama nazionale caratterizzato dai big data, ma non per questo non di interesse e di allerta per chi vive il territorio Rendese e più in generale quello Cosentino.</p>



<p>Alcune testate locali negli ultimi giorni titolano “possibile focolaio in un call center di Rende”, e anche se ormai tutti sanno cosa sono e cosa fanno i call center, vogliamo ribadire che il loro operato, gestito prevalentemente dagli operatori che ne sono il motore, consiste in attività di supporto e assistenza agli utenti quasi sempre per conto società terze in appalto.</p>



<p>Tale contesto lavorativo, nel corso dell’ultimo anno, è stato già segnalato più volte dai lavoratori come luogo di lavoro ad alto rischio contagio. Ciò perché è un contesto promiscuo, con grandi open space, con sale break condivise, dove in condizione normali centinaia di operatori di tutta la provincia si recano per lavorare su turni, seduti nelle loro mini postazioni a pochi metri gli uni dagli altri, per ore, interagendo con gli utenti tramite il mezzo della parola, per la quasi totalità del tempo. Chiunque direbbe che un tale posto di lavoro è ad altissimo rischio, semplicemente perché è risaputo che sostare per lungo tempo, accanto ad altri soggetti e parlando molto spesso ad alta voce, facilita di sicuro la diffusione del virus.</p>



<p>Ma a fronte di questa premesse, la domanda che dovremmo tutti porci sono:</p>



<p>1) un tale rischio è un prezzo giusto da pagare rispetto alla reale necessità di avere un lavoratore in presenza in azienda rispetto alla sua postazione in smart working da casa?</p>



<p>2) i lavoratori sono realmente consapevoli e concordi dei rischi/benefici, nell’accettare/condividere tali scelte?</p>



<p>Dopo un anno di pandemia, possiamo limitarci nel dare sempre e solo la colpa al virus? Alla sfortuna? O, forse, i lavoratori dovrebbero poter realmente autodeterminarsi nel momento in cui sono di fronte all’accettazione o meno di lavorare in presenza?</p>



<p>In conclusione, i lavoratori del comparto contact center del nostro territorio che prospettiva di futuro hanno? Quale sarà l’atteggiamento per evitare che tali episodi possano ripetersi? Cosa sta succedendo nelle altre realtà? Dobbiamo aspettarci altri casi simili, soprattutto a causa del dilagare delle varianti e dunque della più facile contagiosità? E, infine, quanta consapevolezza e influenza hanno nelle dinamiche e nelle scelte in questi luoghi di lavoro?</p>



<p>Credo che dovremmo tutti domandarci, chi pagherà tutto questo caos (in termini generali)? I drive-in da allestire? Le centinaia di tamponi da processare? Il personale sanitario coinvolto?</p>



<p>Per non parlare degli altrettanti tamponi che i dipendenti esclusi dagli screening faranno privatamente perché non presenti negli stessi giorni in cui i casi accertati erano in sede, ma presenti in altri giorni, con altrettanti soggetti che potenzialmente potrebbero essere contagiati e dunque contagiosi.</p>
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		<title>CALL CENTER. TRA RICHIESTE PADRONALI OSSESSIVE E PAURE DEL CONTAGIO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/03/05/call-center-tra-richieste-padronali-ossessive-e-paure-del-contagio/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2021 09:10:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riprendiamo dalla pagina Facebook Padroni di Merda Cosenza una testimonianza diretta scritta da alcuni operatori di un call center di Rende, in provincia di Cosenza, dove recentemente è stato individuato un focolaio Covid-19. Raccontano le problematiche e le tensioni dovute a problemi di sicurezza sul lavoro aggravate dal momento di pandemia. Tra smart working non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Riprendiamo dalla pagina Facebook <a href="https://www.facebook.com/ilpadronedimerdcosenza"><strong><em>Padroni di Merda Cosenza</em></strong></a> una testimonianza diretta scritta da alcuni operatori di un call center di Rende, in provincia di Cosenza, dove recentemente è stato individuato un focolaio Covid-19. Raccontano le problematiche e le tensioni dovute a problemi di sicurezza sul lavoro aggravate dal momento di pandemia. Tra smart working non sempre riconosciuto e lavoro in presenza con deficit di sicurezza raccogliamo l&#8217;ansia di chi va al lavoro tra richieste ossessive di straordinario e paura del contagio.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>A marzo 2021, dopo un anno in pandemia mondiale, e l’invito a tutte le aziende di favorire al massimo lo smart working, ci sono aziende che non hanno ancora chiaro il concetto, che mettono al primo posto il loro profitto a danno della salute dei propri dipendenti e relativi familiari. Accade in Comdata Rende, che i lavoratori con contratto a tempo determinato, con il ricatto morale del mancato rinnovo contrattuale in scadenza, non abbiano opportunità di scelta e siano dunque obbligati a lavorare in azienda e non da casa. Accade anche che lavoratori assunti a tempo indeterminato, che svolgono il proprio lavoro da casa ormai da quasi un anno, vengano “invitati” a recarsi in sede a lavorare, con una turnazione rotatoria della durata di due settimane per ciascun gruppo, con la garanzia di andare a lavorare in sicurezza, quando potrebbero senza problema alcuno continuare a lavorare da casa come hanno fatto nell’ultimo anno.</p>



<p>Questa utopistica sicurezza che viene loro garantita però dura veramente molto poco, poiché, complici forse anche le ormai numerose varianti in circolazione di Covid-19, alcuni lavoratori risultano essere positivi a tampone rapido nel corso dell’ultima settimana di febbraio. Nel frattempo non si capisce bene se tali lavoratori non abbiano prontamente avvisato l’azienda e i colleghi della propria positività al virus, o se l‘azienda non abbia provveduto ad attivare i protocolli nei tempi giusti, poiché, martedì 2 marzo, improvvisamente questi contagi diventano 8. Nel frattempo sempre più persone sono preoccupate e ripercorrono nella loro mente ogni movimento fatto sul posto di lavoro, si chiedono se hanno sempre igienizzato le mani dopo aver toccato qualsiasi cosa o se hanno abbassato per sbaglio la mascherina in presenza di altri colleghi.</p>



<p>Sempre in data 2 marzo l’azienda comunica ai dipendenti che il giorno successivo sarebbero stati allestiti dei punti di raccolta all’esterno dell’azienda per effettuare il tampone a coloro i quali avessero frequentato il posto di lavoro negli ultimi giorni. Questi ultimi giorni per poter aver diritto a sottoporsi a tampone però sostanzialmente sono solo il lunedì 1 e il martedì 2 marzo. Successivamente, in seguito a controllo, viene disposta la chiusura della sede e relativa sanificazione nella notte, quindi la raccolta dei tamponi predisposta per il 3 marzo va a monte e si comunica ai dipendenti che seguiranno comunicazioni da parte dell’azienda e/o dell’ASP. Ad oggi, 4 marzo 2021, non tutti i dipendenti presenti in azienda nei giorni incriminati sono stati contattati da anima viva. Qualcuno dice che sono stati dati all’ASP solo i contatti delle persone presenti in sede il 2 marzo. Qualcuno dice che sono stati dati solo i contatti delle persone che hanno frequentato il primo piano della struttura (nella quale è presente la sala che ospitava i lavoratori con tampone positivo), mentre non sono stati dati i contatti dei lavoratori che invece prestano servizio, per altre commesse, al piano terra.</p>



<p>Qualcuno dice… di certo? Il nulla.</p>



<p>Le voci che girano tra i lavoratori preoccupati sono tante, comunicati ufficiali da parte dell’azienda solo uno, e molto vago, nel quale si comunica ai lavoratori presenti in sede “di recente” di essere in quarantena preventiva e che a breve saranno contattati dagli organi competenti per effettuare il tampone molecolare. Qualcuno chiama l’ASP del proprio comune, che ormai è a conoscenza del “call-center focolaio”, per chiedere se il proprio nominativo è presente nella lista dei dipendenti comunicata dall’azienda, essendo stato presente in sede nei giorni incriminati, e si sente dire che il proprio nominativo non c’è. Qualcuno si reca a fare il tampone di sua iniziativa non sentendosi tranquillo. Qualcuno aspetta di essere contattato, ma il telefono non squilla. Altri lavoratori presenti in sede fino al venerdì 26 febbraio non vengono neanche presi in considerazione.</p>



<p>Ci si chiede dunque se, dopo un anno in cui si combatte contro un mostro invisibile, se è giusto continuare a mettere a rischio la sicurezza altrui per esigenze che non esistono in quanto possono essere perfettamente soddisfatte da casa. Se è giusto giocare con la vita della gente per colpa della leggerezza delle proprie azioni. Se per esigenze aziendali e di profitto (in un anno garantite comunque a domicilio), sia corretto esporre i propri dipendenti ad un rischio inutile. Oltre il danno poi, anche la beffa, in quanto più persone stanno mettendo in circolo nelle ultime ore la fake news che tali contagi siano avvenuti ad un pranzo (all’aperto) tra alcuni dipendenti; forse per scaricare l’azienda di eventuali responsabilità che altrimenti avrebbe.</p>



<p>Ma dopo un anno trascorso chiusi tra le mura domestiche, ad acconsentire a molteplici e quotidiane richieste di ore di lavoro straordinario, visite a familiari fatte con il contagocce e sempre in sicurezza, spese fatte a domicilio, cene “fuori” solo da asporto, e innumerevoli sacrifici che tutti siamo stati chiamati a fare, ci si debba anche sentire presi in giro da qualcuno che dichiara di garantire la per la sicurezza dei lavoratori, avendo in mano una grande responsabilità, e che invece espone i propri dipendenti e i relativi affetti ad un rischio perfettamente evitabile con un pizzico di buon senso e rispetto nei confronti delle vite altrui, onestamente, non è proprio più in alcun modo accettabile.</p>
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		<title>CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#9]</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/12/23/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-9/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 10:46:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continua il nostro viaggio nella sanità calabrese con le testimonianze di due cittadine costrette a fare i conti con l’imperizia professionale di alcuni medici, con strutture pubbliche completamente inadeguate e asservite al sistema privatistico delle cure e con la costante necessità di ricorrere ai cosiddetti “viaggi della speranza” per raggiungere regioni, come la Toscana e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Continua il nostro viaggio nella sanità calabrese con le testimonianze di due cittadine costrette a fare i conti con l’imperizia professionale di alcuni medici, con strutture pubbliche completamente inadeguate e asservite al sistema privatistico delle cure e con la costante necessità di ricorrere ai cosiddetti “viaggi della speranza” per raggiungere regioni, come la Toscana e l’Emilia Romagna, dove tra sanità privata e strutture pubbliche il meccanismo del business intorno alle emergenze sanitarie calabresi è diventato strutturale ma dove al contempo migliaia di cittadini riescono immediatamente a trovare risposte e cure mediche adeguate. Questo sistema permette di trasferire ingenti quantità di denaro pubblico dalle casse della Regione Calabria a quelle delle Aziende Sanitarie del Nord Italia e alle tante cliniche e strutture riabilitative private accreditate e/o convenzionate.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>PRIMA TESTIMONIANZA</em></p>



<p><em>Volevo farvi partecipi di un&#8217;esperienza che ho fatto relativamente ad un mio “viaggio della speranza” per farmi curare nella Regione Toscana, non avendo trovato in Calabria un’alternativa seria. Nel giugno del 2018 sono stata investita da un’automobile che mi ha creato un danno che inizialmente sembrava di poco conto ma che poi si è rivelato un danno molto importante. La ruota dell’automobile mi ha urtato la caviglia destra salendo sul tallone del piede. Per questa cosa sono stata 3 ore in attesa di una radiografia e dopo sono stata convocata dal medico del Pronto Soccorso il quale senza guardarmi assolutamente la gamba, ma, guardando solo la radiografia, mi ha dato 10 giorni come tempo di guarigione e mi ha invitato a recarmi da un fisiatra per fare della ginnastica. Nelle tre ore che sono stata nel pronto soccorso di Paola (CS) non mi è stata riservata molta attenzione anche perché, a dire il vero, non avevo nessuna ferita evidente; il problema era più profondo. Era visibile solo una grande macchia rosso/bluastra sotto pelle che ormai si era espansa dal piede al ginocchio. Nella parte interna della gamba, nel giro di due giorni, si è comincia a formare una macchia nera. Mi sono consultata telefonicamente con un mio amico medico, gli ho mandato le foto e lui mi ha consigliato di recarmi subito in ospedale perché quella macchia nera andava subito tolta. In realtà, dopo, ho contattato un altro medico qui a Cosenza, un ortopedico che ha detto che non c&#8217;era nessuna rottura ma che bisognava intervenire su questa macchia nera. Insomma, mi reco in ospedale, a Cosenza, con dolori indicibili che nel giro di ore sono diventati sempre più importanti. Faccio la fila al Pronto Soccorso e mi valutano da codice verde. Io avevo la ferita avvolta, fasciata. Racconto la storia e loro mi valutano da codice verde, poco urgente. Mi metto in attesa e nel frattempo in preda ai dolori urlo come una matta con mio figlio imbarazzato che mi suggerisce di stare calma perché altrimenti per dispetto mi avrebbero rinviata senza neanche guardarmi. Alla fine riesco a vedere un medico il quale subito mi dice che era una cosa importante e mi manda al reparto vascolare per una visita più approfondita. Se ricordo bene, a causa del fatto che c&#8217;era un medico che non poteva scendere giù al pronto soccorso, mi hanno inviata al reparto su una sedia a rotelle rotta perché non c&#8217;erano infermieri che mi potessero accompagnare. Quando arrivo in reparto, il primario responsabile fa una scenata enorme al medico suo subalterno. Evidentemente perché non mi dovevo permettere di andare in reparto. Quando il medico del Pronto Soccorso gli ha spiegato la necessità di visitarmi perchè in gravi condizioni, il primario mi ha invitato ad andare via. Così sono andata via senza avere nessuna visita e alla fine della mattinata succede che vengo ricevuta dopo aver fatto la fila normale mentre urlavo e piangevo dal dolore. In ambulatorio il medico ha provato, senza anestesia, ad aprire la parte nera, diventata come carbone, e per pulire. In realtà non sopportavo il dolore ho chiesto se poteva esserci un anestesista, qualcuno che mi addormentasse. Il dottore ha risposto che io avrei dovuto prenotarlo l&#8217;anestesista in quanto non presente in reparto e per tal motivo doveva interrompere il trattamento di pulizia perché, viste le urla di dolore, supponeva fossero interessati anche i nervi. A questo punto sono costretta ad andarmene con la ferita aperta, non pulita, con una fasciatura improvvisata. Il primo medico, quello del Pronto Soccorso dal quale sono dovuta passare per tornare a casa, mi ha mandato all’ospedale Mariano Santo (CS) senza ambulanza e senza niente. Sempre mio figlio ho dovuto provvedere. Poi tornata dal Mariano Santo mi senza cure mi hanno mandata da un&#8217;altra parte. Sono stata lì 8-9 ore e dopo sono tornata a casa con la ferita aperta non pulita e con le lacrime che me le bevevo. Mio figlio, che era svenuto quando ha visto la ferita aperta e nera di sangue coagulato, mi ha riaccompagnato a casa senza avere nessuna indicazione terapeutica. Vivevo su un divano, notte e giorno. Per diversi giorni non siamo riusciti ad essere visitati da uno specialista. Alla fine un medico molto bravo, il dott. Giacinto, lo cito perchè non ha salvato solo me ma salva quotidianamente parecchie persone, mi ha visitato e ha subito detto che la cosa fosse una cosa importante e che bisogna andare fuori a fare delle operazioni di innesto cutaneo perché lì la necrosi era andata avanti e praticamente occupato l&#8217;ottanta per cento della parte interna della gamba ed era chiaro che in quelle condizioni si rischiava l&#8217;amputazione, cosa che al pronto soccorso di Cosenza in realtà avevano ventilato dicendomi: “signora è una cosa importante il rischio è l&#8217;amputazione”. Tenete conto che ero entrata con codice verde! Dopodiché questo dottore, questo vulnologo, cioè esperto nel curare ferite croniche, telefona a un centro a Lucca, manda delle foto ad un collega che mi fa subito salire. Naturalmente tutto a spese mie. Ricordo perfettamente che abbiamo pagato “sull&#8217;unghia” €900 all&#8217;ambulanza che ci ha trasportato. Lasciando perdere le traversie delle operazioni e di com’è finita la situazione, sottolineo il fatto di come ho scoperto che in Toscana ricevono volentieri, come tutte le altre regioni del nord, i pazienti calabresi e utilizzano una doppia corsia per quelli che vengono da fuori, come nel mio caso, e per i pazienti invece che sono toscani. Personalmente sono stata operata dopo 3 giorni e sono stata trattenuta nella struttura il massimo consentito per quel tipo di intervento, cioè una settimana. Poi non sono stata mandata a casa perché avevo bisogno di controlli e di medicazioni settimanali, medicazioni avanzate venivano chiamate, molto particolari e che dovevano accertare se l&#8217;innesto cutaneo era attivo, cioè aveva dato buoni risultati, o invece c&#8217;era stato un rigetto da parte della mia gamba. Per questo motivo, dopo una settimana, vengo trasferita in un’altra struttura che però faceva parte della stessa struttura di Lucca, cioè della stessa società. Era una struttura di riabilitazione, lì vengo trattenuta un mese a fare riabilitazione e poi mi hanno riportata di nuovo all&#8217;ospedale di Lucca, che è un ospedale privato accreditato, e vengo sottoposta a un secondo intervento di innesto dopodichè vengo mandata a casa. Dopo alcuni giorni, nella mia stessa stanza è arrivata una signora che stava conciata molto peggio di me. Aveva la glicemia alta a causa del diabete e questo gli aveva prodotto questo tipo di ferite; aveva una caviglia praticamente spolpata a causa di ferite da tutti i lati per cui ha ricevuto più di un innesto e nonostante fosse straniera, ma da tanti anni in Italia, si capiva che non fosse benestante. Insomma era intuibile che avrebbe avuto grosse difficoltà a curarsi perché necessitava di un’assistenza specialistica domiciliare che però è a carico del malato. Infatti anche io ho sempre pagato qui a Cosenza visto che i tempi di cura relativi al tuo problema non corrispondono ai tempi che offre l&#8217;azienda sanitaria. Per questo motivo non ho potuto mai usufruire di assistenza domiciliare gratuita nonostante la gravità della situazione. Per tornare alla signora della mia stanza, ho notato la diversità di trattamento nonostante la sua condizione fosse addirittura peggiore della mia. Io ero stata spedita, dopo l’operazione, a Viareggio, per un mese, per una pseudo riabilitazione non del tutto necessaria. La signora, invece, è stata inviata direttamente a casa. Questo diverso trattamento, per concludere, ho scoperto successivamente che fosse dovuto al fatto che la regione Calabria ha pagato per me un mese e mezzo di degenza fuori regione. La regione Toscana incassa solo e quindi fa ponti d&#8217;oro per attrarre chi viene da fuori regione. In effetti sono stata una di quelle che è stata più tempo ospite delle cure toscane entre altri stavano al massimo 10 giorni e andavano via. Da qui il fatto che le compagne della mia stanza erano tutte persone che arrivano dalla Sicilia, dalla Liguria, dall&#8217;Emilia, praticamente tutte da fuori regione. Ma soprattutto era un trattamento riservato a noi meridionali. Pensate un po&#8217; che in questo periodo mi sono incontrata con 3 persone di Cosenza dove mi avrebbero tagliato la gamba visto che non c&#8217;era nemmeno a disposizione l&#8217;anestesista per consentire la pulizia di una necrosi andata avanti rapidamente in pochissimi giorni. In Toscana mi hanno accolta molto volentieri ed hanno fatto di tutto per farmi restare, per non farmi tornare in Calabria, dicendo che qui non avrei ricevuto assistenza soprattutto visto che ci trovavamo nel mese di luglio. Sostanzialmente si pongono come se ti stessero facendo un piacere. In realtà sappiamo perfettamente che la Calabria poi deve pagare la prestazione alla Toscana ed è questo il motivo vero di tutta quella premura non garantita ai toscani che vengono mandati subito a casa per risparmiare.</em></p>



<p><em>SECONDA TESTIMONIANZA</em></p>



<p><em>L’esperienza che vi voglio raccontare è relativa al mio rapporto con il funzionamento della sanità in Calabria. Ho una malattia cronica da molti anni, non so neanche quanti perché prima che mi fosse diagnosticata negli anni 80 ero stata curata per un&#8217;altra malattia. Quando sono stata inviata dal mio medico di famiglia al Mariano Santo per un problema dell&#8217;apparato respiratorio il primario, compagno di liceo tra l&#8217;altro del mio medico di famiglia, mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha dato una pacchetta sulla spalla per dirmi: “ti consiglio di andare fuori perché noi qui questo tipo di patologia la affrontiamo, ma la affrontiamo su persone anziane”. Io ho capito che era un consiglio, come a dire che se muore una persona anziana poco male ma tu che sei giovane, se puoi, per affrontare il tuo problema è meglio che te ne vai perché qui non sappiamo come fare. Ovviamente decido di andare fuori Calabria, in un centro dell&#8217;ospedale di Forlì dove lavorava e lavora tutt&#8217;ora uno pneumologo riconosciuto, molto bravo e soprattutto un bravo diagnosta. Questo dottore ha preso in mano la situazione e ho cominciato ad affrontare i problemi relativi a questa patologia periodicamente, tre o quattro volte all&#8217;anno. Inizialmente andavo in ospedale. Prenotavo la visita a pagamento da quel primario che faceva un piano degli esami da fare è in due giorni, ripeto due giorni, tre con il giorno di arrivo, venivo accompagnata alla TAC, poi alla spirometria, poi da un&#8217;altra parte. Praticamente in due mattinate facevo tutti gli esami che mi venivano ordinati che erano tanti alla fine. Questi esami o a mano o mediante computer arrivavano allo studio del primario dal quale venivo riconvocata per stabilire la terapia necessaria. Con la lettera in mano per il medico condotto tornavo giù. Pensate, tanto era eccellente il servizio, che una volta che mi recai lì, era un febbraio credo, ci fu una grandissima nevicata e per paura che io non potessi tornare subito a casa e prendere i farmaci mi hanno fatto passare dalla farmacia dell&#8217;ospedale a ritirare i farmaci di cui avrei avuto necessità in quei giorni qualora non avessi potuto riprendere il treno per tornare. Dopo molti anni che ho fatto questa vita non solo mi sono stancata perché affrontavo il viaggio del treno o del pullman o dell&#8217;aereo ma anche per la spesa per dormire e mangiare fuori casa che non era una cosa da poco conto ma dopo aver trovato la strada giusta per fronteggiare una patologia che mi rendeva difficile la vita da anni mi sono sempre convinta che tutto sommato erano soldi spesi bene. Comunque dopo 20 anni circa, dopo aver dato per vent&#8217;anni i miei soldi alla sanità dell’Emilia Romagna, visto che era chiaro che tutti gli esami che mi venivano fatti fossero in regime mutualistico e quindi pagati dalla Regione Calabria, mi sono arrabbiata per questo sforzo economico, di tempo, di energia fisica e ho deciso di tornare per farmi curare a casa mia. Cercando chi potesse aiutarmi sono anche assistita dal caso affidandomi ad un medico molto molto bravo. Quando mi sono prenotata la prima volta con lui, seguendo la trafila normale, la visita era programmata per due anni dopo. Mi ha contattato personalmente perché con l&#8217;aiuto delle sue assistenti hanno trovato uno spazio di tempo fra una lezione universitaria e il lavoro di corsia nel suo reparto per visitarmi. Così, anche successivamente, venivo chiamata due giorni prima per la visita. Mi presentavo ed era tutto gratuito. Un&#8217;ottima persona e anche nel reparto c’era un clima di collaborazione e un&#8217;efficienza incredibile, una grande familiarità col medico il quale raccontava di questo suo essere voluto tornare dall&#8217;America per lavorare nella sua regione. Mi spiegò che comunque la situazione era molto complessa visto che aumentavano le necessità ma che, per motivi diversi, aveva sempre meno collaboratori, quelli pensionati non venivano rimpiazzati, e che quindi lui era preso alla gola a causa del tanto lavoro e dalla inefficienza generale. Parlava molto di questo suo grande dispiacere di lavorare in Calabria, in un sistema sanitario monco da da tutte le parti. Ora, lì a Germaneto le cose funzionavano però non mi poteva far fare tutti gli accertamenti di cui avrei avuto bisogno lì in ospedale. Io venivo, tornavo a casa e qui, con quella sfilza di esami che dovevo fare, andavo a prenotarmi ma per una TAC ci volevano 6 mesi, per la spirometria ce ne volevano 4. Quindi tra una visita e l’altra dovevo collezionare il materiale che era necessario per ritornare a Germaneto e farmi fare un nuovo piano terapeutico. Passavano mesi per l&#8217;aggiornamento della terapia tant&#8217;è che il medico mi diceva: “signora lei ha il mio numero di cellulare, quando ha problemi importanti mi chiami che cerchiamo per telefono di andare avanti”. Alla fine sì, è vero, soldi alla Regione Calabria per questo motivo non gliene sto facendo spendere più, ma la mia salute&#8230;lasciamo perdere! Adesso, in questa fase di emergenza covid, sono completamente abbandonata e la mia salute è in mano alla fortuna, al caso. Quando andavo a Forlì, in un giorno di viaggio e due giorni in ospedale riuscivo ad avere tutto quello che era necessario per andare avanti. Qui in Calabria invece non è così, bisogna ricorrere all’amico per farti anticipare l&#8217;esame, bisogna sperare che l&#8217;esame venga fatto con accortezza e che non venga invalidato come mi è successo alcune volte dovendo tornare a rifarlo. Curarsi in Calabria significa affidarsi alla buona sorte, certamente non al fatto che funzioni il sistema.</em></p>



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<p><strong>LE ALTRE TESTIMONIANZE</strong>…</p>



<p><strong># 1&nbsp;</strong><em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/16/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza/">Operatore front office medici di base</a></strong></em></p>



<p><strong># 2</strong>&nbsp;<em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/18/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-2/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#3&nbsp;<a href="http://www.malanova.info/2020/11/20/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-3/">Un infermiere</a></em></strong></p>



<p><strong>#4&nbsp;<a href="https://www.malanova.info/2020/11/24/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-4/"><em>Una cittadina/utente</em></a></strong></p>



<p><strong>#5</strong>&nbsp;<em><strong><a href="https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#6&nbsp;<a href="https://www.malanova.info/2020/11/27/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-6/">Un’infermiera</a></em></strong></p>



<p><strong>#7&nbsp;<a href="https://www.malanova.info/2020/11/29/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-7/"><em>Un’ostetrica</em></a></strong></p>



<p><strong>#8</strong> <a href="https://www.malanova.info/2020/12/04/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-8/"><em><strong>Alcune testimonianze di cittadini/utenti</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/12/23/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-9/">CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#9]</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>RECOVERY PLAN O PIANO DI RICOVERO?</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2020 16:01:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Marco Bersani* Senza parole Leggendo il Recovery Plan predisposto dal Governo, non si può non rimanere sbigottiti. Chi si aspettava che la messe di denaro in arrivo permettesse finalmente di avviarsi, dopo anni di scelte politiche dettate dal mercato e dentro una pandemia che ne ha disvelato le insuperabili contraddizioni, verso una nuova visione [&#8230;]</p>
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<p>Di <em>Marco Bersani<strong>*</strong></em></p>



<p><strong><em>Senza parole</em></strong></p>



<p>Leggendo il Recovery Plan predisposto dal Governo, non si può non rimanere sbigottiti. Chi si aspettava che la messe di denaro in arrivo permettesse finalmente di avviarsi, dopo anni di scelte politiche dettate dal mercato e dentro una pandemia che ne ha disvelato le insuperabili contraddizioni, verso una nuova visione del mondo e della società, non può che rimanere senza parole. Centoventicinque pagine di parole, dati, tabelle, comparazioni per dire nulla di nuovo. Al contrario, per ribadire concetti che la pandemia avrebbe dovuto spazzare via.</p>



<p>Siamo ancora all’illusione della crescita economica come unico traino per aumentare il benessere della società e siamo ancora appesi a una visione del mondo dettata dalle imprese. Come pazienti compulsivi, gli estensori del piano dedicano il 20% del rapporto a descrivere in ogni dettaglio gli aumenti di Pil (peraltro modesti) attesi da ogni singola misura proposta.</p>



<p>Giustizia climatica, diseguaglianza sociale, conversione ecologica, società della cura..nessuna di queste definizioni trova il benché minimo spazio, mentre tutto si incentra sull’idea di modernizzare il Paese, come se quello che sta succedendo non richiedesse alcun cambio di paradigma.</p>



<p><strong><em>Promemoria: Recovery Fund, non Babbo Natale</em></strong></p>



<p>Prima di entrare nel merito di quanto è scritto nel piano, appare doveroso ricordare di cosa stiamo parlando. Il Recovery Fund è un fondo di 750 miliardi, utilizzabili in parte sotto forma di sovvenzioni e in parte sotto forma di prestiti.</p>



<p>I soldi verrebbero raccolti attraverso obbligazioni emesse dalla Commissione Europea e garantite dal bilancio Ue, cui gli Stati concorrono, versando una quota corrispondente all’1% del Pil (12 miliardi per l’Italia). Nell’ultima suddivisione -ancora non definitiva- all’Italia spetterebbero 193 miliardi (127,6 sotto forma di prestiti e circa 65,4 sotto forma di sovvenzioni).</p>



<p>Occorre qui ricordare che i prestiti vanno restituiti con gli interessi (per quanto probabilmente bassi) e che <em>“l’insieme del dispositivo -prestiti e sovvenzioni- sarà integrato nel semestre europeo”,</em> che, nel linguaggio tecnocratico dell’Unione Europea, significa che l’accesso a questi finanziamenti sarà subordinato<em> “al rispetto delle regole che disciplinano il ciclo di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio nell’ambito dell’Ue”</em>.</p>



<p>Poiché il lessico oligarchico è duro a morire, occorre un’ulteriore traduzione per capire su quali pilastri si fondino le regole da rispettare:</p>



<p><strong>a)</strong> prevenzione degli squilibri macroeconomici (ovvero, conti in ordine);</p>



<p><strong>b)</strong> bilancio sano (ovvero, avanzo primario, entrate dello Stato superiori alle uscite);</p>



<p><strong>c)</strong> riforme (che ormai sappiamo voler dire deregolamentazione del lavoro, tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni).</p>



<p>Vero è che i vincoli finanziari imposti dall’Unione Europea sono temporaneamente sospesi, ma il telaio resta e la spada di Damocle è sempre pronta a colpire.</p>



<p><strong><em>Il piano in pillole</em></strong></p>



<p>Il piano presentato dal Governo, dopo una lunga premessa che riguarda la riforma della giustizia, è diviso in sei missioni. </p>



<p><strong><em>La prima missione</em></strong> si intitola <strong>“Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” (48,7 miliardi)</strong> e si divide in tre settori che riguardano la Pubblica Amministrazione (10,1 mld), il mondo delle imprese (35,5 mld) e i settori della cultura e del turismo (3,1 mld).</p>



<p>Niente da dire, naturalmente, sulla necessità di un piano di digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma, senza un’inversione di rotta rispetto alle politiche imposte dal patto di stabilità interno in questi ultimi venti anni, si rischia di fare un ragionamento astratto.</p>



<p>Grazie al blocco del <em>turn over,</em> oggi l’Italia ha una percentuale di dipendenti pubblici fra le più basse in Europa e, soprattutto, con una media d’età fra le più alte (56 anni): quale innovazione è possibile senza un massiccio piano di assunzioni di giovani, peraltro già strutturalmente digitalizzati?</p>



<p>Per quanto riguarda la digitalizzazione del mondo delle imprese agricole e industriali, ciò che continua a mancare è un disegno complessivo di indirizzo, come se la digitalizzazione potesse produrre di per sé una trasformazione, senza indicare verso quale modello di agricoltura e verso quale modello di industria si intende dirigere il Paese.</p>



<p>Stesso discorso per quanto riguarda i due settori forse maggiormente colpiti dalla crisi prodotta dalla pandemia, il turismo e la cultura, rispetto ai quali nel piano, oltre a prevedere risorse quantitativamente ridicole, non vi è alcuna visione su quale tipo di turismo si voglia favorire né quali politiche culturali si vogliano attuare; coerentemente con l’assunto di base per cui il problema è solo la modernizzazione dell’esistente, tutto viene affidato alle capacità taumaturgiche della digitalizzazione.&nbsp; Anche perché l’obiettivo di fondo resta l’aumento della competitività del Paese.</p>



<p><strong><em>La seconda missione</em></strong> si intitola “<strong>Rivoluzione verde e transizione ecologica” (74,3 miliardi)</strong> e dovrebbe costituire, come indicato nel titolo e nelle risorse previste, il cuore del piano.</p>



<p>Sfogliando le pagine, ci si accorge tuttavia come cuore e mente restino saldamente ancorati ad un’idea di realtà interamente legata all’idea del <em>greenwashing</em> come fattore per l’aumento della crescita e della competitività.</p>



<p>E’ così che nel capitolo <em>“Impresa verde ed economia circolare”</em> (6,3 mld), si riesce a riproporre una gestione dei rifiuti che preveda la termocombustione, mentre nel settore agricolo si propongono misure di efficientamento logistico legate all’obiettivo del miglioramento dell’export. Poiché da sempre il diavolo si nasconde nei dettagli, è disvelante il passaggio nel quale per il settore zootecnico, apertamente dichiarato nel piano come “responsabile di circa il 50% delle emissioni di gas clima-alteranti” si propone “l’efficientamento energetico e la coibentazione degli immobili adibiti ad uso produttivo” (!!).</p>



<p>Ma è nel secondo capitolo <em>“Transizione energetica e mobilità locale sostenibile”</em> (18,5 mld) che spunta la parolina magica delle lobby dell’energia fossile che ci accompagnerà nei prossimi anni: l’idrogeno. Come con usuale precisione viene spiegato da Re: Common (<a href="https://www.recommon.org/quattro-scomode-verita-su-idrogeno/">https://www.recommon.org/quattro-scomode-verita-su-idrogeno/</a>) si tratta in gran parte del prolungamento dell’estrattivismo (grandi impianti e grandi reti di trasmissione) per la quasi totalità basato sulle fonti fossili e riverniciato di verde.</p>



<p>Qualcosa di buono si intravede nel terzo capitolo <em>“Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”,</em> sia per le intenzioni di pianificazione, sia per le risorse previste (40,1 mld).</p>



<p>Mentre si torna al buio nel capitolo <em>“Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica” </em>(9,4 mld), quando, riguardo al riassetto idrogeologico del territorio si parla di “potenziamento” di quanto già fatto (?) in un Paese dove il 90% dei Comuni sono a rischio frane e alluvioni, con danni già costati 70 miliardi di euro; e quando, rispetto al tema dell’acqua, si dice tra le righe che toccherà al pubblico garantire gli investimenti e ai privati di continuare ad estrarre profitti, completando le operazioni di privatizzazione con l’assalto all’acquedotto pugliese e all’acqua del sud.</p>



<p><strong><em>Nella terza missione,</em></strong> intitolata <strong>“Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (27,7 miliardi), </strong>il paradosso diviene evidente già dalle prime righe, laddove si cita espressamente il principio <em>“do not significant harm”</em> (“non nuocere”) approvato dal Consiglio Europeo, che, in ottemperanza all’”European Green Deal”, chiede di escludere dai finanziamenti opere che siano clima-alteranti e dannose per l’ambiente, per poi sciorinare un lungo elenco di grandi opere ferroviarie e autostradali, con in testa <em>-ca va sans dire-</em> la Torino-Lione.</p>



<p><strong><em>Con la quarta missione,</em> </strong>intitolata <strong>“Istruzione e ricerca” (19,2 miliardi)</strong>, l’ideologia che sottende il piano emerge con particolare evidenza già nei titoli di testa, laddove al capitolo<em> “Potenziamento della didattica e diritto allo studio”</em> (10,1 mld) segue il capitolo <em>“Dalla ricerca all’impresa”</em> (9,1 mld). In un paese dove l’abbandono scolastico, la povertà educativa e, specularmente, la fuga dei cervelli hanno raggiunto picchi drammatici, le misure proposte sono a dir poco ridicole e, ancora una volta, dettate da una pervasiva ideologia economicista.</p>



<p><strong><em>La quinta missione, </em></strong>intitolata “<strong>Parità di genere, coesione sociale e territoriale” (17,1 mld)</strong>&nbsp; è paradigmatica della totale impermeabilità del piano agli insegnamenti della pandemia in corso. Bastano i numeri delle risorse richieste per i singoli capitoli, in proporzione all’ammontare dei finanziamenti, a declinare la considerazione con cui si intende intervenire su problemi come la <em>“Parità di genere”</em> (4,1 mld), <em>“Giovani e politiche del lavoro”</em> (3,2 mld), <em>“Vulnerabilità, inclusione sociale, sport e terzo settore”</em> (5,9 mld) e <em>“Interventi speciali di coesione territoriale” </em>(3,8 mld).</p>



<p><strong><em>Con la sesta e ultima missione,</em></strong> intitolata <strong>“Salute” (9 miliardi),</strong> si raggiunge l’apoteosi, ricollocando i “santi” di questo tremendo 2020 al loro ordinario posto di “dannati”.</p>



<p>Dopo i 37&nbsp; miliardi di tagli alla sanità operati nell’ultimo decennio, la drammatica situazione in cui è stato portato il Servizio Sanitario nazionale (abbiamo il record dei morti da Covid in proporzione alla popolazione) viene descritta nel piano come<em> “elementi di relativa debolezza”</em> per quanto riguarda l’assistenza territoriale e <em>“nel complesso una buona capacità di risposta e di tenuta”</em> per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera (!!!). Nessun accenno al piano da 68 miliardi presentato a settembre dallo stesso Ministero della Salute, perché il rimedio resta uno solo, la magica digitalizzazione, per la quale nove miliardi sono più che sufficienti.</p>



<p><strong><em>Chi decide e chi controlla</em></strong></p>



<p>Stiamo parlando di un piano di quasi 200 miliardi, ovvero di una delle maggiori iniziative in termini economici messe in campo dalla nascita della Repubblica e che si inserisce dentro un quadro di pesantissima crisi ecologica, sanitaria, economica e sociale.</p>



<p>Logica vorrebbe che, di fronte a una sfida di tali proporzioni, si coinvolgessero e si mobilitassero le migliori risorse sociali per costruire, con la partecipazione di tutt*, un nuovo modello di società.</p>



<p>Quanto questo sia oscuro agli estensori del piano lo dimostra l’ultima pagina dello stesso, nel quale, oltre a prevedere come massima forma di partecipazione delle persone una <em>“Piattaforma di open-government per il controllo pubblico”</em> si precisa, di fianco e fra parentesi, che l’argomento è “da completare” (!!).</p>



<p>Sarà sicuramente perché tutte le energie sono ora concentrate sulla <em>governance</em> del processo, con uno scontro all’arma bianca su chi dovrà comporre la task force dei sei Responsabili di Missione previsti per una gestione che, coprendo il periodo 2021-2026, sarà di fatto un meta-governo a cavallo di più legislature.</p>



<p>Già definito è invece il Comitato Esecutivo, che, alla faccia della rivoluzione ecologica e sociale annunciata, sarà composto dal Presidente del Consiglio, dal Ministro dell’Economia e delle Finanze e dal Ministro dello Sviluppo Economico.</p>



<p>Giova infine ricordare che chiunque sarà posto al comando del bastimento carico di miliardi, potrà dirigere il tutto senza ostacoli di alcun tipo, siano essi le procedure previste di valutazione di impatto ambientale, siano esse le proteste delle popolazioni.</p>



<p>Infatti, tutta l’attuazione del piano non solo si avvarrà del famigerato e già approvato Decreto Legge n.76/2020 (c.d. decreto Semplificazioni), ma, come è ben specificato a pag. 96, <em>“tutte le opere e i progetti rientranti nel PNRR assumono carattere prioritario e rilevanza strategica”</em> e, pertanto, <em>“la procedura di valutazione di impatto ambientale relativa a progetti ed opere rientranti nel piano si dovrà svolgere secondo un iter ulteriormente accelerato e semplificato rispetto a quello previsto dal Decreto Legge n. 76/2020 e concludersi entro tempi certi”,</em> nonché dovrà essere prevista <em>“l’automatica conforme variazione degli strumenti urbanistici vigenti in conseguenza dell’approvazione di un progetto rientrante nel piano”.</em></p>



<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>



<p>Sembra evidente come la strategia proposta da Governo e poteri forti dell’industria e della finanza sia orientata ad un unico obiettivo: chiudere immediatamente tutte le faglie aperte dalla pandemia nella narrazione liberista, accaparrandosi tutte le risorse pubbliche che saranno messe in campo per ridare fiato (e profitti) al modello dominante, questa volta dentro un contesto molto più autoritario del precedente.</p>



<p>Sembra altrettanto evidente come chiunque abbia a cuore la giustizia sociale e ambientale non possa più limitarsi alla, pur necessaria, difesa dell’esistente, ma debba porre la sfida sull’alternativa di società.</p>



<p>Contro l’economia del profitto e per una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.</p>



<p>Quella che in tante e tanti abbiamo iniziato a chiamare<strong><em> la società della cura.</em></strong></p>



<p>*<strong><em>Attac Italia</em></strong></p>
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		<title>CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#8]</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2020 13:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante un recente momento di mobilitazione nei pressi del centro sanitario di C.da Lecco di Rende (CS) abbiamo avuto modo di registrare alcune testimonianze di cittadini/utenti dalle quali emergono con chiarezza quali siano gli effetti, in termini di disservizi e mancato accesso alle cure, delle ristrutturazioni aziendali imposte dal regime commissariale e dei continui tagli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante un recente momento di mobilitazione nei pressi del centro sanitario di C.da Lecco di Rende (CS) abbiamo avuto modo di registrare alcune testimonianze di cittadini/utenti dalle quali emergono con chiarezza quali siano gli effetti, in termini di disservizi e mancato accesso alle cure, delle ristrutturazioni aziendali imposte dal regime commissariale e dei continui tagli lineari alla spesa pubblica per la sanità. Chiusure, spostamenti, accorpamenti, tagli sul personale e precarizzazione del lavoro portano a una progressiva incapacità a garantire i livelli essenziali di assistenza generando uno stato di frustrazione tra gli utenti ma anche un nuovo e più alto livello di coscienza che spinge alcuni cittadini ad affermare che l&#8217;unica via per vincere è unirsi nelle proteste.</p>



<hr class="wp-block-separator is-style-dots"/>



<p><strong>Prima testimonianza</strong></p>



<p><em>Sono una cittadina di Rende che ha fatto molto uso e dovrebbe continuare a farlo del reparto di Fisiochinesiterapia di questo polo sanitario ASP di contrada Lecco del Distretto sanitario di Rende. Ho provato tante volte a soddisfare questa mia necessità di fisioterapia così come mi veniva ordinata dal medico curante con la difficoltà di poter utilizzare il servizio pubblico perché le prenotazioni erano tantissime e venivano bloccate quando si raggiungeva un’utenza che superava i tre mesi di lista di attesa. La maggior parte delle volte non c&#8217;era assolutamente posto per cui venivo sostanzialmente invitata a ricorrere al privato. Evidentemente chi ha pensato di spostare questo servizio di Fisiochinesiterapia da Rende a Serraspiga, in un posto difficile da raggiungere per persone anziane e che hanno problemi di deambulazione e necessitano quindi di questo tipo di terapia, non ha assolutamente pensato che il diritto alla salute e i bisogni dei cittadini pazienti devono essere messo al primo posto. Non bisogna pensare al fatto che vengono spostate solamente due unità lavorative, due fisioterapiste, perché di fatto sono le uniche per tutte il distretto sanitario che conta decine di comuni, essendo rimaste sole perché non sono state reintegrate le professionalità andate in pensione negli anni. Queste due fisioterapiste hanno sopportato una mole di lavoro notevole visto che, nonostante le abnormi liste di attesa, riuscivano a dare un servizio a migliaia di persone che avevano come unica possibilità attendere e vedere se il loro bisogno acuto poteva essere raccolto dalla medicina territoriale. Questo, badate bene, è un diritto, io non vengo a chiedere qualcosa che non mi spetta, è un diritto. Allora io cosa dico; dico che va bene che i locali siano assegnati perché erano necessari per il potenziamento di un altro servizio anch’esso necessario sul territorio è anch&#8217;esso vittima delle lunghe liste di attesa. Tutti noi che siamo genitori e capiamo l’importanza di quest’altro servizio, ma anche gli altri capiscono l’urgenza di dare un servizio dignitoso a un bambino o ad un adolescente che ha problemi, quindi noi non vogliamo assolutamente che passi l&#8217;idea che siamo contrari all&#8217;ampliamento di Neuropsichiatria infantile. Va benissimo ma non a scapito di altri servizi. Bisogna potenziarli tutti. In effetti i locali che sono stati assegnati al momento, che erano quelli usati per la ginnastica e la fisioterapia, sono seminterrati con poca luce e quindi per niente adatti ad ospitare ore e ore di terapia, ad ospitare bambini con problematiche mentali. Sono locali che hanno bisogno di ristrutturazione e adeguamento; non vanno bene questi locali, non andavano bene per fisiopatologia e fisiochinesiterapia, non andranno assolutamente bene per l&#8217;altro delicato servizio. Quindi noi chiediamo due cose. Scusatemi se mi soffermo solo su queste due ma parlo come utente e so quanto mi costa aver perso anche questo briciolo di servizio. Una, che i locali vengano ripresi e ristrutturati e, due, che il servizio di fisiochinesiterapia venga riportato sul territorio di Rende. Perché invece di vederlo potenziato, visto le migliaia di richieste che c&#8217;erano, noi abbiamo perso un servizio e per cui non è possibile che lasciamo passare tutte queste cose sulla nostra testa. Il commissario Bettelini deve sapere che non siamo disposti più a metterci in macchina, a pregare che qualcuno ci accompagna, a vedere sommare gli utenti di Rende a quelli del territorio di Cosenza visto che il servizio già non bastava per garantire la cura per il nostro territorio. Dobbiamo unirci nella protesta perché più siamo i cittadini incazzati, più riusciamo a trovare la strada per obbligare chi dall&#8217;alto pensa a questi obbrobri a non essere più in condizione di perpetrarli.</em></p>



<p><strong>Seconda testimonianza</strong></p>



<p><em>Tantissime sono le esperienze negative che nei vari presidi stanno emergendo. In questa&nbsp;struttura, il centro sanitario di C.da Lecco a Rende,&nbsp;mia suocera a settembre del 2019 ha chiesto di essere prenotata per una prestazione sanitaria; una fisioterapia domiciliare.&nbsp; D’ufficio l’hanno convocata per dicembre 2020 ma nel frattempo è deceduta, a gennaio di quest&#8217;anno. Magari sarebbe vissuta più a lungo se le cure fossero state garantite. C’era stato suggerito di trovare “un’amicizia” come si suol fare qui da noi a sud, un amico degli amici, una conoscenza di questo o quell’altro che potesse abbreviare l’attesa. Noi siamo stanchi ma veramente stanchi. Di una cosa sono però rammaricato, di vedere poche persone. La salute interessa tutti e questa non è una manifestazione politica, non stiamo tirando le parti alla destra o la sinistra. Qui stiamo parlando di qualcosa che tocca l’intimo, dove chi non ha perso qualche parente sul problemi di cancro, ha certamente avuto problemi connessi a tantissime altre malattie ed ha combattuto con la malasanità. Ora voglio dire solo una cosa, spero che arrivi anche al Ministro Speranza perché lui ci rappresenta in questo momento e non mi interessa a quale partito appartiene. Non ho proprio nessun problema, voglio dire solo questo, se arriva questo annuncio, se lui vuole capire veramente quello che succede qui a causa della malasanità. Dovrebbe scendere qui, in Calabria, abitarci per un periodo e tastare proprio lui stesso, con le proprie mani, quello che succede qui a causa della sanità privata. Non voglio fare i nomi, li sappiamo tutti ed in tutte le manifestazioni lo stiamo dicendo. Ma credo che, sia a livello regionale che nazionale, quello che succede è che la politica di destra e di sinistra non fa altro che litigare invece di prendere provvedimenti. Sappiamo che le strutture ci sono e quindi noi vogliamo più sanità territoriale, subito, non facendo tante parole come stanno facendo. Perché nel frattempo la gente muore; mia suocera doveva farla per dicembre la visita ma nel frattempo è deceduta senza cure.</em></p>



<p><strong>Terza testimonianza</strong></p>



<p><em>Buongiorno a tutti, grazie per avermi dato la possibilità, oggi, di parlare. Sono una persona molto indignata perché interessata in prima persona da quello che succede alle nostre spalle e sulla nostra pelle. Non possiamo più stare zitti, dobbiamo ribellarci! Vediamo quello che sta accadendo, abbiamo una politica nazionale allo sbando, una regione allo sbando, abbiamo il Presidente del Consiglio Regionale, l&#8217;onorevole Tallini, indagato per traffico di medicinali illeciti e parlo di medicinali antitumorali. Se parlo di CMF, chi ha avuto una triste esperienza di malattia, sa di cosa sto parlando. Parlo di Neomicina, un farmaco che quando ti viene iniettato pare ti venga iniettato il diavolo e fuoco dell’inferno insieme. Allora i politici non possono più pigliarsi la briga di giocare sulle nostre spalle, sulla pelle dei poveri ammalati. Il Presidente del Consiglio Regionale che guadagna circa 25.000 euro al mese e non è il solo e questo mi fa accapponare la pelle. I poveri ammalati sono privati dei loro diritti e con un misero stipendio vanno in cerca di come e dove curarsi. Perché guardate, cari amici, fare viaggi della speranza, fare le cure della speranza, è molto brutto e non possiamo più tollerare tutto ciò. Lasciare i figli, lasciare i propri affetti è difficile. Voglio dirvi una cosa, essere ammalati non è una colpa, è una sfida a lottare per essere sempre più innamorati della propria vita. Anche su questo farebbe bene il senatore Morra a non infangare la memoria di chi non c&#8217;è più e soprattutto rispettare i pazienti oncologici che credetemi fanno sacrifici enormi per curarsi in altre parti del Nord e non in Calabria.  Ora basta! I nostri politici sono falliti, i falliti solo loro non siamo noi. Non ci serve più una pacca sulla spalla per dire, stai tranquillo, va tutto bene, me la vedo io; perché non va niente bene in Calabria, qua non va per niente bene. Quindi dobbiamo ribellarci a questo sistema sanitario, è impensabile che si vada al nostro nosocomio cosentino per una prenotazione di esami del sangue e a metà novembre ti viene detto ci vuole il primo di dicembre. È impensabile che ti viene detto che gli esami li potrai ritirare non prima del 15 dicembre. Tutto ciò è impensabile, quindi giù le mani dalla sanità pubblica! Ecco perché sono così indignato, perché sei vai a farti una visita ematologica d’urgenza ti rispondono che non c&#8217;è disponibilità di posto. Tutto questo è impensabile, i mafiosi non siamo noi cittadini calabresi, i massomafiosi sono i politici che ci hanno governato fino ad ora. Tutto ciò non deve esistere più in Calabria! Dobbiamo ribellarci tutti e dare voce al popolo.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>LE ALTRE TESTIMONIANZE</strong>…</p>



<p><strong># 1 </strong><em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/16/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza/">Operatore front office medici di base</a></strong></em></p>



<p><strong># 2</strong> <em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/18/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-2/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#3 <a href="http://www.malanova.info/2020/11/20/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-3/">Un infermiere</a></em></strong></p>



<p><strong>#4 <a href="https://www.malanova.info/2020/11/24/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-4/"><em>Una cittadina/utente</em></a></strong></p>



<p><strong>#5</strong> <em><strong><a href="https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#6 <a href="https://www.malanova.info/2020/11/27/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-6/">Un’infermiera</a></em></strong></p>



<p><strong>#7 <a href="https://www.malanova.info/2020/11/29/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-7/"><em>Un&#8217;ostetrica</em></a></strong></p>
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		<item>
		<title>CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#7]</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/11/29/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-7/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Nov 2020 09:40:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
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		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È il turno della testimoninanza di un&#8217;ostetrica. Emerge l&#8217;esigenza di fare della propria professione un baluardo resistenziale contro malaffare, cattiva politica, abbandono. Perché è come se, qui in Calabria, il fronte si sia rovesciato e abbia finito per lasciare allo scoperto gli &#8220;ultimi&#8221; operatori e, cosa ancora più grave, i pazienti. Certo, talvolta, e in [&#8230;]</p>
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<p>È il turno della testimoninanza di un&#8217;ostetrica. Emerge l&#8217;esigenza di fare della propria professione un baluardo resistenziale contro malaffare, cattiva politica, abbandono. Perché è come se, qui in Calabria, il fronte si sia rovesciato e abbia finito per lasciare allo scoperto gli &#8220;ultimi&#8221; operatori e, cosa ancora più grave, i pazienti. Certo, talvolta, e in questo periodo anche frequentemente, prevale lo scoramento. E ci fa piacere che come soluzione al disordine la nostra amica, che ci chiede di rimanere anonima, individua l&#8217;impegno. Non soltanto quello professionale di chi è costretto a lavorare in queste condizioni, ma anche quello del semplice cittadino che, un giorno, potrebbe avere bisogno che quella professionalità venga esercitata nel miglior modo possibile.</p>



<hr class="wp-block-separator is-style-dots"/>



<p><em>In qualità di Operatrice Sanitaria del Servizio Sanitario Regionale, vivo gli ultimi avvenimenti mediatici che hanno acceso i riflettori sulla condizione sanitaria calabrese con un duplice sentimento. Il sospetto più o meno fondato che alla base del disservizio cronico che contraddistingue ogni azione intrapresa ci fosse del malaffare, io come ogni &#8220;ultimo&#8221; operatore l&#8217;ho sempre avuto. E per &#8220;ultimo&#8221; operatore intendo chi ogni giorno si alza e va in trincea per cercare di dare risposta a ogni paziente o cittadino che a noi si rivolge. La certezza, invece, che il sistema è completamente marcio genera un avvilimento e una desolazione che non ha eguali.</em></p>



<p><em>Essere operatori front-office che devono curare, assistere, accompagnare ogni persona che vive una difficoltà legata a una patologia o a un disagio psico-sociale, con la consapevolezza che coloro che dovrebbero organizzare e dirigere il sistema, altro non fanno che spartirsi denaro e potere, potrebbe portare a operare senza etica, impegno, professionalità!</em></p>



<p><em>Ci vuole molto coraggio per non mollare e adeguarsi al malcostume imperante! Bisogna credere ciecamente nella mission originale, quando fin da bambina percepivo che la professione ambita mi avrebbe dato l&#8217;opportunità di contribuire alla soluzione di problematiche sanitarie di ogni persona avessi incontrato nella mia nobile professione. Ma io non mollo, come migliaia di miei colleghi, credo di avere il sacrosanto diritto di non farmi sporcare i sogni e di fare il mio pezzetto per sanare questa società corrotta. E non basteranno i bavagli che da ogni parte cercano di metterci. Ma quanto dolore, quanta solitudine, soprattutto in questo momento che il covid ha peggiorato e finito per compromettere il tutto.</em></p>



<p><em>Dove sono i dispositivi di protezione individuale in numero sufficiente che ci permettano di lavorare in sicurezza? Chi, come e quando deve realizzare i percorsi in sicurezza? E allora fermiamo tutto? Per paura di morire di covid, moriamo ogni giorno di altre patologie: amarezza, delusione, disincanto. Personalmente non posso accettare che un sistema delinquenziale debba impedirmi di essere di conforto e sostegno a chi si rivolge a me onorandomi della sua fiducia. AIUTATECI AD AIUTARVI!</em></p>



<p><em><strong>Un&#8217;ostetrica di un consultorio della provincia di Cosenza</strong></em></p>



<p><strong>LE ALTRE TESTIMONIANZE</strong>…</p>



<p><strong># 1 </strong><em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/16/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza/">Operatore front office medici di base</a></strong></em></p>



<p><strong># 2</strong> <em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/18/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-2/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#3 <a href="http://www.malanova.info/2020/11/20/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-3/">Un infermiere</a></em></strong></p>



<p><strong>#4 <a href="https://www.malanova.info/2020/11/24/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-4/"><em>Una cittadina/utente</em></a></strong></p>



<p><strong>#5</strong> <em><strong><a href="https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#6 <a href="https://www.malanova.info/2020/11/27/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-6/">Un&#8217;infermiera</a></em></strong></p>
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		<title>CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#6]</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/11/27/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-6/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 09:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
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		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo una nuova testimonianza dal magico mondo della sanità calabrese. Sono noti a tutti i motivi che, per fronteggiare la pandemia, hanno indotto il Governo a inserire la Calabria tra le zone rosse. Eppure, quanti di noi sono disposti a estendere il novero dei responsabili fino a includervi quelle mille altre figure dalla condotta disonesta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/27/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-6/">CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#6]</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pubblichiamo una nuova testimonianza dal magico mondo della sanità calabrese. Sono noti a tutti i motivi che, per fronteggiare la pandemia, hanno indotto il Governo a inserire la Calabria tra le zone rosse. Eppure, quanti di noi sono disposti a estendere il novero dei responsabili fino a includervi quelle mille altre figure dalla condotta disonesta con i quali abbiamo a che fare quotidianamente? Questa infermiera, sulla cui identità manteniamo il più stretto riserbo, dà voce alla diffusa sensazione che la questione calabrese non possa risolversi all&#8217;interno del teatrino dei commissari. Lo fa nella maniera concitata di chi ha subito in prima persona gli effetti di una condizione di deprivazione atavica e finalmente ha imparato che quella responsabilità riguarda anche lei e ciascuno di noi.</p>



<hr class="wp-block-separator is-style-dots"/>



<p><em>La Calabria è zona rossa? Ebbene sì, è una grandissima zona rossa, ma da sempre! Da quando il calabrese ha deciso di chinarsi al sistema del “voto di scambio”, del “voto-lavoro”. Tutto ha inizio da qui, da quel voto che ha potenziato la lobby politica corrotta e massonica che a mano a mano si è infiltrata come un cancro all’interno di tutte le pubbliche amministrazioni. Non dimenticate che delle pubbliche amministrazioni fanno parte anche gli ospedali. Bandiera politica a destra? Tutti i dirigenti ospedalieri di destra. Bandiera politica di sinistra? Tutti i dirigenti di sinistra. Di conseguenza non i più capaci, ma semplici burattini nelle mani dei burattini. Capita anche di vederne qualcuno molto preparato ma capita molto di rado e per gestire un’azienda c’è bisogno di manager e non di medici commutati in manager e soprattutto di manager non corrompibili.</em></p>



<p><em>Negli ospedali calabresi la prima corruzione che si nota (senza essere dei geni) sono gli appalti per l’affidamento diretto, ad esempio per la fornitura di carta igienica, carta, asciugamani e sapone; in molte Asp scarseggiava da tempo la fornitura ma il giorno dopo lo scioglimento di quella di Catanzaro per infiltrazione mafiosa, la ditta fu pronta a rifornire interi ospedali.</em></p>



<p><em>Ma questa è solo una goccia in un oceano di magagne amministrative che si articolano in determine di personale che viene trasferito pur avendo carenza dello stesso. Da dove bisogna parlare per descrivere questa sanità malata? Mi si accende una lampadina: scorgo un grande castello senza un fondamento nella prateria di Germaneto. Una vergogna della sanità considerando il fatto che è l’unico Policlinico d’Italia a essere sfornito di un Pronto Soccorso. I nostri politicanti allo sbaraglio non sono stati in grado di farsi valere neanche a questo proposito. La cosa più vergognosa è che se negli ospedali calabresi non c’è posto, solo un medico conosciuto o una persona importante può permettersi di chiedere un posto letto per un traferimento!</em></p>



<p><em>Quante cose sfuggono? Molte&#8230; come molto è il personale che, se raccomandato, viene trasferito nel reparto che più alletta senza fare nessuna gavetta! Per non parlare che in alcuni ospedali, il fortunato raccomandato si siede come un segretario in una posizione organizzativa che non gli compete o che i coordinatori (caposala) lo diventano non per concorso ma per amicizia. Ma ancora più sconvolgente è il trasferimento di personale infermieristico da un ospedale direttamente alla cittadella quando la carenza di infermieri è elevata! La cosa che fa più arrabbiare sono soprattutto le lunghe file d’attesa mentre in intramoenia lo stesso medico visita il giorno dopo.</em></p>



<p><em>Questi sono problemi ancestrali dei nostri ospedali, eppure ora il nostro capro espiatorio è stato il commissario Cotticelli! Ma una domanda nasce spontanea: i posti letto non ci sono ma chi li ha tolti? Beh, i vostri politici, quei politici che con il vostro voto di scambio, vi facevano il favorino e vi toglievano la sanità! Quella sanità che ora ci avrebbe fatto comodo, ora che si ha paura di quello che questo covid potrebbe procurare ai nostri corpi, ai nostri polmoni e. se non a noi, ai nostri cari.</em></p>



<p><em>Il mio avviso? Il mea culpa per chi avete messo a governare indisturbati!</em></p>



<p><em>Ebbene sì, la Calabria è zona rossa e lo deve rimanere fino a quando il cancro della politica corrotta non sarà estirpata dagli ospedali e questi ultimi non impareranno che la meritocrazia e la salute della gente deve stare sul podio. Tuttavia, se la sanità calabrese non avesse avuto problemi non sarebbe stata commissariata, giusto?</em></p>



<p><em>Certo che doveva arrivare questo virus per farci capire che la nostra sanità era già da tempo in ginocchio! Nel nostro piccolo, dobbiamo ritenerci fortunati perché la superficie della Calabria è di 15220 Kmq e la densità abitativa è di 130 persone a Kmq, siamo larghi e comodi e non avendo molte infrastrutture, il distanziamento è naturale. Se, al contrario, la Calabria fosse stata come Codogno, popolosa e piena di infrastrutture, saremmo già tutti morti. Il problema alla fine non è il personale che vi aiuta, ma le risorse che sono state sempre mancate pre e post covid.</em></p>



<p><em>Il consiglio amorevole è quello di riguardarci e di stare in casa il più possibile fino a quando un vaccino non ci salvi da questa emergenza. Noi cittadini rischiamo in una maniera che voi neanche immaginate. La sanità è una cosa seria e come tale va trattata. Noi siamo esseri umani e le nostre vite possono dipendere da un ventilatore che al momento non c’è per tutti. Al contrario, se riusciremo a uscire da quest’inferno, dovremo rialzarci, la sanità dovrà rialzarsi e i nostri voti essere liberi per poter ripartire senza chinarsi mai più.</em></p>



<p><em><strong>Un&#8217;infermiera della provincia di Catanzaro</strong></em></p>



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<p><strong>LE ALTRE TESTIMONIANZE&#8230;</strong></p>



<p><strong># 1 </strong><em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/16/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza/">Operatore front office medici di base</a></strong></em></p>



<p><strong># 2</strong> <em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/18/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-2/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#3 <a href="http://www.malanova.info/2020/11/20/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-3/">Un infermiere</a></em></strong></p>



<p><strong>#4 <em><a href="https://www.malanova.info/2020/11/24/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-4/">Una cittadina/utente</a></em></strong></p>



<p><strong>#5</strong> <em><strong><a href="https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/27/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-6/">CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#6]</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#5]</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 12:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella che segue è un&#8217;altra testimonianza di chi, avendo lavorato nel settore privato della sanità calabrese, è stato costretto a trasferirsi in Emilia Romagna alla ricerca di una posizione lavorativa più stabile e dignitosa. Il racconto esperienziale del nostro Operatore Socio Sanitario – al quale abbiamo garantito l&#8217;anonimato &#8211; apre un&#8217;interessante spaccato sulle dinamiche neoliberiste [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/">CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#5]</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quella che segue è un&#8217;altra testimonianza di chi, avendo lavorato nel settore privato della sanità calabrese, è stato costretto a trasferirsi in Emilia Romagna alla ricerca di una posizione lavorativa più stabile e dignitosa. Il racconto esperienziale del nostro Operatore Socio Sanitario – al quale abbiamo garantito l&#8217;anonimato &#8211; apre un&#8217;interessante spaccato sulle dinamiche neoliberiste di privatizzazione che hanno interessato l&#8217;intero servizio sanitario nazionale con il progressivo dirottamento di ingenti quantità di denaro pubblico verso i soggetti privati operanti nel comparto socio-sanitario. Le conclusioni alle quali giunge il lavoratore sono chiare e al contempo disincantate: la Calabria non potrà raggiungere quelle condizioni assistenziale e socio-sanitarie minime e dignitose se non riuscirà ad affrancarsi dalla presenza impoverente del privato e dalla logica del profitto.</p>



<hr class="wp-block-separator is-style-dots"/>



<p><em>La mia esperienza lavorativa inizia in ambito assistenziale prima del 2000 perché feci il mio primo ingresso in questi ambienti nei centri assistenza di Monsignor Cesare Oliveti per tre mesi dove lavorai in “Carusa” e “Spirito Santo” che sono due realtà esistenti di socio-assistenza privata. Quindi, il mio primo impatto è stato col privato in Calabria e, all&#8217;epoca, non esisteva la figura dell&#8217;operatore socio-sanitario (prima del 2001, </em>n.d.r.<em>); c&#8217;erano volontari o OTA oppure, in altre regioni, ASA o OSA. Erano figure molto diverse dall&#8217;operatore socio-sanitario; molto diverse da quello che oggi è la socio-assistenza sia in Calabria che in Emilia Romagna perché poi sono sopraggiunti standard nazionali che richiedono figure qualificate che all&#8217;epoca non c&#8217;erano.</em></p>



<p><em>Successivamente, dopo altre esperienze lavorative , mi qualificai nel 2009 come operatore socio-sanitario e lavorai in una lungodegenza a San Polo d&#8217;Enza in provincia di Reggio Emilia e successivamente trasferito in un “nucleo speciali demenza” presso una cooperativa sociale: parliamo sempre di un privato.</em></p>



<p><em>Dopo, nel 2010, superai un concorso pubblico per l&#8217;Asp Reggio Emilia (per Asp intendiamo l&#8217;Aziende di assistenza alla persona), azienda di proprietà del comune di Reggio Emilia che si occupa di diversi tipi di assistenza. In questa Asp ci sono diversi servizi come i &#8220;nuclei speciali demenza&#8221; e i &#8220;nuclei psichiatrici&#8221;. Ho operato per quasi 5 anni nel nucleo specializzato in psichiatria, più precisamente nel nucleo Iris di Villa Primula; poi ho lavorato e lavoro tuttora in un nucleo misto dove ci sono diagnosi differenziate.</em></p>



<p><em>Noi sostanzialmente ci occupiamo di socio-assistenza quindi non di sanità: siamo in ambito psichiatrico, per una parte della nostra utenza, e in ambito di patologie riguardanti la degenerazione cognitiva attinenti alla problematica della demenza.</em></p>



<p><em>Sostanzialmente ho superato abbondantemente il decennio di esperienza in ambito assistenziale e come struttura siamo chiaramente a stretto contatto con la sanità reggiana, quindi con l&#8217;azienda ospedaliera di Reggio Emilia: c&#8217;è un continuo scambio di informazioni, ma soprattutto di pazienti che vengono poi mandati da noi per un periodo o in ricovero definitivo (dipende da tante valutazioni che si fanno in ambito anche sociale).</em></p>



<p><em>Il servizio oggi non è neanche paragonabile a quello di allora. Prima, seppur con molta fatica per via dei tagli feroci che sono stati operati in ambito assistenziale dall&#8217;azienda di proprietà del comune (un&#8217;azienda pubblica), si osservava, si monitorava e si assisteva la persona a 360° nelle sue problematiche che potevano essere di tipo fisico, psichico, emotivo, sociale, di contatto col territorio; l&#8217;assistenza era anche domiciliare oppure più semplicemente spirituale: si guardavano tutte le dimensioni della persona. Oggi in epoca covid con i decreti del governo, le restrizioni e i nuovi protocolli che chiaramente sono stati imposti dal comitato tecnico-scientifico, sostanzialmente l&#8217;unica cosa alla quale stiamo prestando attenzione è il problema virale legato al covid. C&#8217;è stata una netta trasformazione: per noi la persona era emozioni, psiche, fisicità o anche più semplicemente funzioni vitali; oggi il nostro focus è tutto sull&#8217;applicazione dei protocolli anti-covid.</em></p>



<p><em>Quindi per me c&#8217;è stata una profonda e radicale trasformazione. Oggi la socio-assistenza, almeno secondo la mia esperienza, che è quella del lavoro nel “nucleo Lilium”, è, come già detto, concentrata prevalentemente sul problema virale. Va da sé invece che tutto il resto meriterebbe un&#8217;attenzione maggiore perché la distribuzione dell&#8217;attenzione rispetto alla totalità della persona − che è molto di più della somma delle sue diverse parti − per me è il principio fondante dell&#8217;assistenza a una persona.</em></p>



<p><em>Nel momento in cui guardi solo un aspetto della persona il rischio che si corre è quello di focalizzarsi esclusivamente su un problema trascurando gli altri. Mi auguro che ciò non avvenga ma soprattutto mi auguro di essere smentito.</em></p>



<p><em>In Calabria non abbiamo solo un problema sanitario, ma anche di socio-assistenza e lo testimoniano le tante aziende private: ad esempio, quelle del territorio di Cotronei (KR) che si occupano anche di socio-assistenza perché le strutture pubbliche e la politica di questi anni non hanno mai investito nella costruzione di un servizio pubblico e di un&#8217;azienda pubblica. Mentre nelle province come Reggio Emilia c&#8217;è l&#8217;asp di proprietà del comune, a Crotone l&#8217;Asp non è capace di fare, magari non è messa nelle condizioni di poter fare questo tipo di investimenti necessari per poter erogare un adeguato servizio pubblico.</em></p>



<p><em>Nel momento in cui subentra il privato a erogare sanità e socio-assistenza, non c&#8217;è nessuna speranza di poter garantire una condizione favorevole per il genere umano; il privato non può, per sua natura, essere nella condizione di erogare un servizio per quello che è: ha un bilancio che mira al guadagno. Il privato eroga dei servizi laddove è venuta a mancare la sanità e la socio-assistenza pubblica.</em></p>



<p><em>Quindi siamo di fronte a una responsabilità pesante da un punto di vista della gestione politica ed economica del territorio; questa non può essere soltanto imputata all&#8217;ultimo decennio o all&#8217;ultimo governo regionale calabrese o nazionale.</em></p>



<p><em>Nel momento in cui arriva su un territorio, il privato fornisce quelle risposte che il pubblico non riesce a dare; allora è chiaro che si è assoggettati fisiologicamente ad esso. Voglio sottolineare che un privato, anche legittimamente, non fa un investimento semplicemente per erogare un servizio, ma lo fa con lo scopo di guadagnare. Quando la sanità e la socio-assistenza sono sottoposte a un guadagno economico, a mio giudizio e premettendo che sono contro ogni logica di guadagno inerente ai servizi alla persona, non c&#8217;è nessuna speranza per una socio-assistenza e una sanità che tutelino davvero i cittadini calabresi.</em></p>



<p><em>Non credo che questo governo possa dare delle risposte concrete perché non è riuscito a darle fino ad oggi e nel periodo di picco massimo dell&#8217;emergenza e non le darà neanche in futuro. Il governo si è dimostrato assolutamente inetto nella gestione sia pandemica, sia politica sia economica di questo Paese.</em></p>



<p><em>Se in regioni ricche come l&#8217;Emilia Romagna in una qualche misura esiste ancora un servizio territoriale seppur falciato da finanziamenti pubblici che si sono sempre di più assottigliati (anche in ragione dello stemma europeo che non ha nulla di dignitoso né sul piano economico, né su quello politico), in Calabria si è sottoposti a condizioni ben peggiori. Se il quadro è questo, la Calabria non potrà farcela: non potrà raggiungere quelle condizioni in cui viene erogato al cittadino un servizio assistenziale e sanitario dignitoso che abbia come obiettivo la tutela della salute delle persone.</em></p>



<p><em>Oggi è possibile che altre aziende private si propongano come soggetti capaci di erogare servizi che invece dovrebbero fornire lo Stato e la Regione nella logica di sopperire alle gravi e imperdonabili mancanze prodotte dalla politica negli ultimi 50, 60 anni. Dove c&#8217;è il privato, però, non ci potrà mai essere una condizione libera ma soprattutto corretta perché io ritengo che la sanità e la socio-assistenza non possano essere assoggettate alla logica di guadagno dell&#8217;imprenditore privato. Ritengo che questo sia uno dei modi peggiori di fare socio-assistenza è sanità.</em></p>



<p><em>Concludo dicendo che, ahimè, se non ci fossero stati questi privati, oggi in Calabria non ci sarebbero neanche i loro servizi. In Calabria la situazione è assolutamente grave e non può volgere a una felice risoluzione perché le risorse pubbliche non sono indirizzate alla costruizione di strutture pubbliche che eroghino un servizio: non ci sarà nessuna speranza di poter avere una sanità e una socio-assistenza che funzioni.</em></p>



<p><em><strong>Un Operatore Socio Sanitario del crotonese (ora operante in Emilia Romagna)</strong></em></p>



<p><strong>LE ALTRE TESTIMONIANZE</strong>…</p>



<p><strong># 1 </strong><em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/16/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza/">Operatore front office medici di base</a></strong></em></p>



<p><strong># 2</strong> <em><strong><a href="http://www.malanova.info/2020/11/18/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-2/">Un Operatore Socio Sanitario</a></strong></em></p>



<p><strong><em>#3 <a href="http://www.malanova.info/2020/11/20/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-3/">Un infermiere</a></em></strong></p>



<p><strong>#4 <a href="https://www.malanova.info/2020/11/24/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-4/"><em>Una cittadina/utente</em></a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/25/crisi-pandemica-e-sanita-calabrese-una-testimonianza-5/">CRISI PANDEMICA E SANITÀ CALABRESE: UNA TESTIMONIANZA [#5]</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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