LE COMUNITÀ RINNOVABILI (II)

Nell’articolo del 30 ottobre 2020 di Vincenzo Miliucci ospitato dalla nostra rivista si proponeva una “transizione “all’energia 100% rinnovabile + risparmio” accelerata e consolidata attraverso “l’autoproduzione e le comunità energetiche territoriali”. Passando così da un sistema centralizzato dove dominano le multinazionali dell’energia (Enel, Eni, Edison, Eon, le multiutility A2A-Hera-Iren-Acea e altre) ad un “sistema territoriale dal basso, a km zero, dove l’energia diventa bene comune nella disponibilità della cittadinanza produttrice-consumatrice e custode dell’ecosistema” (Malanova, Energia. Transizione e comunità energetica, 30 ottobre 2020. L’articolo è consultabile al seguente URL:  (https://www.malanova.info/2020/10/30/energia-transizione-e-comunita-energetica/).

In un articolo più recente, come redazione, mettevamo in guardia sulla sussunzione sempre possibile del capitale di ogni concetto, anche quello più radicale. Di fatto “oggi l’ideologia delle “alternative” ha imbrigliato il movimento in un’ottica di subalternità al dominio capitalista che produce il meccanismo degli “esperti” di movimento per cui, ad ogni azione del capitale, corrisponde una controproposta di aggiustamento, in un quadro di sostenibilità e mai di rottura. Si assiste, dunque, alla piena compatibilità sistemica, perché le energie alternative non sono “neutrali”, nel senso che non basta solo ipotizzarle come prospettiva – o magari usarle prima del capitale – per considerarle al riparo dal sistema predatorio capitalista; le fonti di cui parliamo sono già fatte proprie dal sistema energetico internazionale e qualsiasi controproposta progettuale dal basso, se resta interna al quadro delle proposte di riforma che il capitale si è dato, diventa immediatamente integrabile e sussumibile” (Malanova, L’imbroglio delle energie alternative, 31 maggio 2021. L’articolo è consultabile al seguente URL: https://www.malanova.info/2021/05/31/limbroglio-delle-energie-alternative/).

Di fatto nel PNRR sono previste risorse per ben 2,2 miliardi, destinati a finanziare la nascita di Comunità di Energia Rinnovabile. E quando è l’istituzione ad agire dall’alto, la normalizzazione sistemica sta nelle cose.

Avendo ben chiara questa base teorica, senza pregiudizi, vediamo come stanno fiorendo alcuni tentativi comunitari, nuovi e antichi, su base comunale che tentano di attuare piccole trasformazioni nel senso di una proposta produttiva energetica diffusa, territoriale e gestita collettivamente. Ci sarà tempo per valutare la reale alternatività ed incompatibilità di queste sperimentazioni.

Ad esempio, il Comune di Biccari che sorge nella provincia di Foggia, e conta circa 2.700 abitanti, esprime da tempo una propensione verso le energie rinnovabili con particolare riferimento al fotovoltaico. Negli ultimi anni in questo piccolo borgo montano dell’estremo sud si sono installati pannelli fotovoltaici per una potenza complessiva di 200 kW. Questo esperimento è partito dagli edifici pubblici e dell’illuminazione cittadina implementata con lampade a LED e lampioni fotovoltaici posizionati nelle aree rurali e nelle contrade periferiche. Forte di questa piccola esperienza, l’amministrazione comunale prova oggi a sperimentare un percorso di Comunità Energetica Rinnovabile aiutata da una Cooperativa di Comunità già presente ed operante sul territorio. 

Il Sindaco del borgo pugliese a fine 2021 ha presentato il progetto che si propone di investire 90 mila euro come base per l’avvio dell installazione a regime di 51 MW partendo dalle palazzine dell’Arca Capitanata (l’agenzia regionale per

le Case Popolari). Il passo successivo è quello di sensibilizzare l’intera popolazione per arrivare a rendere indipendente energeticamente l’intera comunità cominciando dal coinvolgimento di almeno 70 famiglie per la costituzione della prima comunità rinnovabile. Il progetto non si sviluppa su base individuale ma comunitaria. Chi partecipa alla comunità energetica, infatti, ha un risparmio percentuale in base ai consumi e soprattutto alla capacità produttiva degli impianti installati nel comune. Anche qui si prefigura la possibilità di un mix di produzioni che tiene dentro, oltre al fotovoltaico, il microeolico, la micro biomasse e l’accumulo di idrogeno. La comunità energetica produce, autoconsuma e vende il surplus di energia che ritorna come contributo agli aderenti fino all’azzeramento della bolletta. Al momento è possibile fare progetti fino a 200 Kw ma in un prossimo futuro la legislazione prevederà impianti più grandi fino ai 1000 kw, impianti di quartiere o zonali. Il comune prevede di iniziare con il finanziamento di due primi impianti la cui energia è utilizzata direttamente dagli abitanti della case popolari e da tutti quegli utenti che aderiranno alla comunità e che risiedono all’interno della zona servita dalla cabina secondaria. L’adesione non prevede la partecipazione agli investimenti ma solo una quota simbolica di 10 euro per entrare nella comunità. Tutto questo avviene, come sempre, non senza incoerenze visto che nello stesso territorio dei Monti Dauni ci sono contemporaneamente forti interessamenti da parte delle multinazionali per installare alcuni parchi eolici capaci di sfruttare i venti della zona. Progetti grandi e piccoli. Dicevamo pericoli di appropriazione indebita da parte del capitale di intuizioni di per sé positive e alternative (R. Zingaro, Parte la Comunità Energetica di Biccari con partner pubblici e privati, l’Attacco, 10 dicembre 2021. L’articolo è consultabile al seguente URL: (https://www.lattacco.it/it/economia/59-innovazione/18406-parte-la-comunita-energetica-di-biccari-con-partner-pubblici-e-privati).

Non possiamo non occuparci della Comunità energetica dell’Angitola. Parte da Filadelfia, un piccolo comune calabrese della Provincia di Vibo Valentia, per espandersi su tutti i comuni limitrofi. Lo scopo  della Comunità energetica, per come emerge dallo statuto approvato, si propone di “operare in campo sociale, culturale ed istituzionale al fine di promuovere: la tutela dell’ambiente, il risparmio energetico, la diffusione delle fonti di energia rinnovabile, la produzione di energia sul territorio, l’autosufficienza energetica dei cittadini soci”.

Il Comune di Filadelfia ha già da tempo installato dieci impianti fotovoltaici su diversi edifici di proprietà comunale, rendendole energeticamente autosufficienti. Il primo step progettuale è quello di studiare la fattibilità per realizzare 10 impianti fotovoltaici di 200 KW ubicati nel centro urbano su pensiline create su parcheggi pubblici e recanti anche alcune colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici. Tutto ciò disegnato in modo da rendere possibile la connessione con gruppi di utenze appartenenti alla stessa cabina di bassa-media tensione. Accanto alle pensiline fotovoltaiche, per realizzare il solito mix produttivo e conformandosi alle caratteristiche del territorio, è in progetto la realizzazioni di due impianti mini idroelettrici di circa 200 KW sui principali fiumi del territorio consentendo di abbattere ulteriormente la bolletta energetica dei cittadini. L’energia prodotta verrà impiegata in parte in regime di autoconsumo, con l’obiettivo di garantire inizialmente una copertura del fabbisogno di ciascuna utenza di almeno il 50%. “Nei prossimi giorni – spiega il sindaco Maurizio De Nisi – sarà avviato l’iter per la redazione di uno studio di fattibilità di dettaglio, dopodiché si procederà alla pubblicazione dell’avviso per la  ricerca di un investitore privato a cui affidare la realizzazione degli impianti e si procederà alla creazione della Comunità energetica ossia dell’associazione, gestita direttamente dai cittadini con una governance eletta direttamente dai soci consumatori”. Anche qui una sperimentazione tra pubblico, privato e cittadini, che deve ancora esplicitare la sua efficacia dal punto di vista della sostenibilità ambientale, economica e sociale (B. La Rizza, Parte la realizzazione di 10 impianti fotovoltaici a Filadelfia: sarà costituita la Comunità energetica dell’Angitola, Il Meridio, 26 novembre 2020. L’articolo è consultabile al seguente URL: https://ilmeridio.it/parte-la-realizzazione-di-10-impianti-fotovoltaici-a-filadelfia-sara-costituita-la-comunita-energetica-dellangitola/).

Chiudiamo con un pezzo di storia della cooperazione italiana. La Società Elettrica Cooperativa dell’Alto Bût. Dal sito web apprendiamo che la sua storia inizia nel 1911. È la prima azienda friulana per la produzione e distribuzione di energia idroelettrica sorta in forma di cooperativa. Nasce dopo una lotta con altre aziende di natura squisitamente capitalistica e speculativa che chiedevano insistentemente l’utilizzo delle acque comunali. ”La storia della SECAB è la storia di una comunità che agli albori dell’industria idroelettrica si raccoglie attorno alla figura carismatica di Antonio Barbacetto e si organizza per portare luce e progresso nei paesi dell’Alto Bût. È la storia di un’iniziativa che fin dalla nascita ha perseguito il bene comune e lo sviluppo sociale ed economico del territorio, salvaguardando le risorse naturali dallo sfruttamento capitalistico in un’azione che saprà tutelare gli interessi della popolazione e delle imprese locali (Per ulteriori approfondimenti: https://www.secab.it/storia/).

“Fino ai primi anni ’90 dell’Ottocento i problemi tecnici ed economici connessi al vettoriamento dell’energia elettrica impediscono l’utilizzo delle risorse idrauliche in luogo dei tradizionali combustibili, di cui il nostro Paese è deficitario. Lo impediscono almeno fino a quando l’introduzione di alcune importanti innovazioni, come il trasformatore e il motore a campo magnetico rotante, e il ricorso alla corrente alternata rendono tecnicamente possibile la diffusione dei moderni sistemi di trasmissione e distribuzione dell’elettricità, valorizzando, di conseguenza, «le cadute d’acqua e anche quei torrenti montani, che parevano adatti solo a scopo di distruzione» e orientando il Paese, in ragione della sua naturale vocazione, verso l’industria idroelettrica. Tra le regioni che maggiormente rispecchiano questa vocazione v’è indubbiamente il Friuli, che, con 1.369 salti d’acqua utilizzabili, capaci d’una energia idraulica di 485.000 HP , risulta tra le regioni più importanti per disponibilità di forze idrauliche”. (A. Cafarelli, La cooperativa della Luce, Paluzza 2001, p.14)

In questo contesto nasce la cooperativa ed “il carattere della istituzione esula per la sua larga base di consenso dalla gretta speculazione privata per accostarsi ad una specie di cooperativa (permettendo forse) della luce” scrive Barbacetto, uno dei fondatori, certamente il più carismatico, a Vittorio Cella di Tolmezzo, fidato corrispondente.

Una storia antica, dunque, ma attualissima. Una storia al contrario. Oggi tutto il settore energetico, e non solo, è assoggettato al puro spirito speculativo. Alla nascita di questa avventura mutualistica, al contrario, si rigetta la “gretta speculazione” per abbracciare uno spirito solidaristico verso la comunità. “Sono questi, a ben vedere, i prodromi dello “spirito municipalista” che emergerà in seno alla società negli anni seguenti, riflettendo un orientamento emerso in età giolittiana nell’ambito del cosiddetto “socialismo giuridico”, diretto a favorire la municipalizzazione dei servizi pubblici, cui concorrevano in modo determinate le cooperative”  (A. Cafarelli, La cooperativa della Luce, Paluzza 2001, p.14)

Un socialismo giuridico giolittiano oggi completamente trapassato in un liberismo giuridico privatizzatore. Un amministratore illuminato che volesse ri-pubblicizzare i servizi comunali dovrebbe fare delle giancane giuridiche sperando in svarioni legislativi che nelle pieghe delle norme permettano, o meglio non escludano, una gestione municipalista. 

Comunque nel 1911 “viene costituita fra i contraenti una Società anonima cooperativa, con la sua sede in Paluzza, avente lo scopo di acquisto ed utilizzazione di cadute di acque poste nel bacino dell’Alto But, e l’acquisto e la produzione di energia elettrica con impianti idraulici e termici e la sua vendita distribuzione ed utilizzazione nelle applicazioni delle industrie inerenti ed in genere l’esercizio di tutte le operazioni commerciali ed industriali comunque concorrenti al raggiungimento dello scopo di favorire specialmente le piccole industrie locali, e di dare ai soci ed ai non soci la forza e la luce elettrica alle migliori condizioni possibili” (Dall’Atto Costitutivo della Cooperativa).

“Nel 1913 viene inaugurato l’impianto del Fontanone e già nel 1925 i soci sono 260 e tra questi figurano i comuni di Treppo Carnico, Sutrio, Ravascletto, Paluzza, Ligosullo e Cercivento. Le linee a bassa tensione si sviluppano per 22 chilometri e 35 sono i chilometri di linee ad alta tensione; all’impianto del Fontanone seguono quelli di Cima Moscardo, del 1926, e la centrale di Enfretors (1932). Nel dopoguerra, siamo nel 1955 e si contano 783 soci e 3590 utenze e dieci anni dopo iniziano le prime pulsioni privatizzatrici alle quali la SECAB rivendica con forza e determinazione la propria autonomia e indipendenza e sopravvive all’avvento delle industrie elettriche. La nascita dell’ENEL (1962) tuttavia condiziona fortemente lo sviluppo e la crescita della Cooperativa e solo nel 1982 vengono innalzati i limiti di legge che vincolano l’operatività e la produzione delle piccole imprese idroelettriche. Le liberalizzazioni, gli incentivi all’energia rinnovabile e le politiche europee fortificano il progetto che arriverà ill 25 giugno 2011 a celebrare i cento anni di storia.

Forte di circa 2500 Soci e con una produzione annua media di 45 milioni di kWh, ancora oggi la Cooperativa sostiene lo sviluppo sociale, economico e produttivo dell’Alto But e della Carnia, nella tutela del patrimonio ambientale e culturale di queste terre”.

La cooperativa si regge sull’assemblea dei soci che elegge i vari organi amministrativi. Lo scopo rimane quello della produzione energetica che grazie alla proprietà degli impianti e della rete riesce ad ottenere importanti vantaggi per i soci. Nel 2020 i Soci consumatori hanno realizzato mediamente un risparmio di circa il 30% sulla bolletta dell’energia elettrica rispetto alle tariffe del mercato a maggior tutela. Siamo lontani dalla bolletta zero ma in tempi di raddoppio della bolletta elettrica trovarsi con un 30% in meno potrebbe apparire un ottima cosa. Tutti i soci ovviamente secondo lo spirito cooperativistico possono partecipare alle assemblee ed all’elezione degli organi della società.

Abbiamo visto come i cardini di un sistema energetico sono la produzione di energia e la sua trasformazione. Attualmente la nostra società è basata su un sistema energetico di tipo centralizzato, nel quale l’energia viene prodotta in poche grandi centrali e distribuita, ai diversi centri di consumo, attraverso una imponente rete di trasmissione unidirezionale. Al contrario in un sistema decentralizzato l’energia potrebbe essere prodotta in piccoli impianti distribuiti sul territorio e consumata prevalentemente dagli stessi produttori. La rete di distribuzione che si presta maggiormente a questo sistema di produzione è di tipo bidirezionale perché più solidaristica per cui i produttori possono, ad esempio, utilizzare l’energia in eccesso prodotta in una zona per coprire la carenza energetica di un’altra. 

Questa piccola lista di sperimentazioni di comunità rinnovabili, che hanno principi ispiratori e obiettivi variegati, le abbiamo analizzate allo scopo di capire se è realisticamente possibile pensare ad un sistema energetico sempre più sganciato dai mega impianti termici che si nutrono di liquami petroliferi o di gas, di alberi o finanche di rifiuti, per pensare a piccoli impianti decentrati che utilizzano in maniera eco-compatibile le risorse del territorio. Sistemi energetici sganciati dalla pratica speculativa del capitale e che abbiano uno sguardo di complicità verso la natura circostante e le esigenze materiali dei cittadini.

Ma può esistere – ci chiediamo – una pratica di autogoverno senza conflitto? Una riflessione più urgente che mai, visto il problema climatico ed i miliardi che saranno riversati sul comparto energetico attraverso il PNRR che imporrà una (falsa) riforma energetica dall’alto dove le comunità e i territori continueranno ad avere un ruolo marginale. In una fase di profonda crisi delle lotte sociali, la capacità del capitale di assimilare e normalizzare ipotesi alternative, spesso anche interessanti, è sempre dietro l’angolo. La fraseologia ecologista è stata fatta propria dal capitale svuotandola completamente del significato originario e usata per distruggere, saccheggiare e inquinare intere aree del pianeta. A ciò va aggiunto l’uso capitalistico della scienza e della tecnologia contro il quale, oggi, nessuno sembra in grado di opporsi adeguatamente. Dentro questo quadro, e con rapporti di forza completamente sbilanciati verso il capitale, se l’autogestione – anche quella energetica – viene normata a suon di leggi, non solo ci troviamo di fronte a una contraddizione in termini ma appare evidente come, ancora una volta, il ruolo dello Stato sia quello di agevolare la pratica sussuntiva del capitale. La critica del sistema economico e quella del sistema energetico, sono legate a un doppio filo: è impensabile una transizione energetica senza il rovesciamento del sistema socio-economico dominante.

La redazione di Malanova

LE PRECEDENTI PUNTATE:

PRODUZIONE ENERGETICA. QUALE PROSPETTIVA?

GEOPOLITICA ENERGETICA (I)

GEOPOLITICA ENERGETICA (II)

ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR

LE COMUNITÀ RINNOVABILI (I)

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