IL Piano energetico della Regione Calabria è datato 2005. Un vuoto enorme se si considerano gli enormi passi avanti che, anno dopo anno, si registrano in questo settore. Il problema energetico può essere conciliato con il rispetto ambientale solo se l’attuale modello impiantistico viene quanto meno affiancato e gradualmente soppiantato da modelli alternativi “federalisti” e diffusi. Piccoli impianti per autoconsumo capillarmente sparsi sul territorio. Micro idroelettrico, micro eolico, fotovoltaico, geotermico, piccoli impianti per la valorizzazione delle biomasse soprattutto in territori agricoli. Utilizzare le risorse lì dove sono. Una sperimentazione relativamente recente è quella delle comunità energetiche rinnovabili, un po’ il “km zero” applicato all’energia. Come sempre anche le idee migliori possono subire falsificazioni e idealizzazioni, ma andiamo all’analisi del fenomeno sospendendo, al momento, il giudizio complessivo.

“La Calabria è stata tra le prime regioni italiane ad approvare una legge regionale (19/2020 n. 25)  che promuove l’istituzione di Comunità energetiche rinnovabili, per la produzione, lo scambio, l’accumulo e la cessione di energia rinnovabile ai fini dell’autoconsumo e per la riduzione della povertà energetica e sociale, nonché per la realizzazione di forme di efficientamento e di riduzione dei prelievi energetici dalla rete. Si stanno sviluppando, quindi, le prime esperienze di Comunità di energia rinnovabile (Cer) che coinvolgono diversi piccoli comuni della regione innescando il necessario processo verso la decarbonizzazione della produzione dell’energia”. Questo si legge in una nota di Legambiente che invitava ad un incontro svoltosi mercoledì 19 dal titolo “Comunità rinnovabili: quale energia per una Calabria proiettata nel futuro?”.

In questo articolo utilizzeremo proprio i dati contenuti nel report 2021 di Legambiente dedicato al tema delle cosiddette comunità rinnovabili.

Al convegno di gennaio dell’associazione ambientalista è seguita la presentazione avvenuta il 21 Febbraio presso la cittadella regionale del Piano delle comunità energetiche rinnovabili. 

«Il mio obiettivo – ha dichiarato il presidente della Regione, Roberto Occhiuto -, è aiutare la Calabria a sfruttare le risorse energetiche che possiede, facendo in modo che questa ricchezza sia utile ai cittadini calabresi, non solo ai colossi dell’energia. In questo senso le comunità energetiche sono un’importante opportunità. Con l’assessore al ramo stiamo anche lavorando all’aggiornamento del piano energetico che è datato.  La Regione – ha sostenuto il governatore calabrese – deve attrezzare per tentare di risolvere strutturalmente il problema energetico. Non bastano contributi una tantum donati dallo Stato. La nostra regione è una miniera di energia, in passato l’ha prodotta spesso a vantaggio di grandi imprese nazionali e multinazionali e con pochi vantaggi per i calabresi. Anche in questo ambito occorre un governo regionale che sappia utilizzare le risorse della regione a vantaggio soprattutto dei cittadini calabresi”.

Fino ad oggi, in Calabria, queste parole sicuramente condivisibili e auspicabili non si sono lontanamente verificate. In realtà, come spiegavamo in un precedente articolo, la gran parte del sistema produttivo energetico è in mano a grosse multinazionali ovviamente private. Spesso tra il dire ed i fare, quando si parla di governatori, c’è di mezzo il mare. Certo è che un’importante fetta delle risorse del PNRR è strategicamente programmata per la risoluzione del problema energia, certamente aggravatosi a causa del conflitto Ucraino-Russo. 

Nel report di Legambiente Comunità rinnovabili 2021 si censiscono le tante esperienze che cominciano a muovere i primi passi rispetto al tema:  “Si tratta di 7.832 Comuni in cui è presente almeno un impianto fotovoltaico, 7.549 Comuni con impianti solari termici, 1.874 Comuni in cui è presente almeno un impianto mini idroelettrico, concentrati soprattutto nel centro-nord e 1.056 Comuni in cui è presente almeno un impianto eolico (soprattutto al centro-sud). A questi si aggiungono i 7.662 delle bioenergie (con una forte incidenza dei piccoli impianti a biomassa solida finalizzati alla sola produzione di energia termica) e i 601 Comuni della geotermia (tra alta e bassa entalpia). Anche in questa edizione risulta interessante raccontare i 3.493 Comuni già 100% elettrici. Ovvero quelle realtà dove la produzione elettrica

da rinnovabili supera i fabbisogni delle famiglie residenti, ma soprattutto i 40 Comuni 100% rinnovabili dove il mix delle fonti rinnovabili è in grado di coprire sia i fabbisogni elettrici che termici delle famiglie residenti. In alcuni di questi territori l’autosufficienza energetica è già realtà da tantissimi anni, grazie alla gestione dell’intera filiera energetica da parte o di società energetiche pubbliche, come nel caso dei Comuni delle Valli del Primiero e Vanoi (TN) o grazie alla presenza di cooperative energetiche, come nei Comuni di Dobbiaco e Prato allo Stelvio in Provincia di Bolzano, per citare le più famose. Qui questi soggetti sono protagonisti della gestione dell’intero sistema, dalla produzione alla distribuzione in un sistema locale e distribuito in grado di portare risparmi in bolletta fino al 40% rispetto alle normali tariffe energetiche”.

Prima di passare ad analizzare cosa accade nei comuni virtuosi elencati nel report di Legambiente, poniamo l’attenzione su uno dei progetti calabresi che prende le mosse dall’Università della Calabria. 

In un comunicato stampa di metà Febbraio il “Dipartimento di Ingegneria Meccanica Energetica e Gestionale (DIMEG) in collaborazione con ben sedici Comuni Calabresi, assieme per fronteggiare strutturalmente il grave problema del caro energia, muovendosi lungo la strade della transizione Energetica e traguardando le risorse del PNRR, ben 2,2 miliardi, destinati a finanziare la nascita di Comunità di Energia Rinnovabile. […] L’obiettivo è dare alle popolazioni locali la possibilità di passare da semplici passivi consumatori di energia a veri e propri esportatori di una risorsa locale quale, appunto, la preziosa energia solare, per generare risorse economiche per lo sviluppo locale e, nel contempo, decisamente contribuire alla transizione energetica. La Calabria attualmente, infatti, produce ben 12mila GWh/anno di energia da centrali termoelettriche tradizionali (quasi esclusivamente alimentate a gas) che, tolta una parte destinata al fabbisogno interno, destina all’esportazione verso altre regioni (circa 10.500GWh/anno). È quindi un grande controsenso per una regione come la Calabria essere un importante produttore ed esportatore di energia da fonte fossile nonostante la preziosa “miniera” di fonti rinnovabili che insistono sul proprio territorio. Risorse preziose in questa grave congiuntura energetica, per l’economia e soprattutto per il soddisfacimento di fabbisogni primari di molte famiglie in difficoltà”.

La prima rete di soggetti coinvolti nella creazione delle comunità rinnovabili sono stati ovviamente i comuni, ben 16  (Aprigliano,  Belmonte, Carlopoli, Cerzeto, Cervicati, Crotone, Francica, Galatro, Morano Calabro, Mongrassano,  San Marco Argentano, Parenti , Platì, Panettieri, San Fili,Tiriolo) che hanno partecipato il 14 febbraio, presso l’Università della Calabria, ad un incontro operativo per iniziare a programmare l’intervento insieme al Dipartimento di Ingegneria meccanica energetica e gestionale dell’UNICAL.

Ritorniamo ora ai dati contenuti nel report 2021 di Legambiente. A livello mondiale la Cina risulta essere la “locomotiva verde” che stacca di diverse lunghezze gli Stati Uniti.

Nel 2020 la produzione di energia eolica si è attestata a 111 GW considerando solo i primi 10 Paesi per potenza installata. 

1) Cina: 72 GW

2) Stati Uniti: 14,1 GW 

 …

10)   Italia: 221 MW

Stessa cosa per il fotovoltaico che, insieme all’eolico e al geotermico, rappresenta la principale fonte rinnovabile di energia elettrica. Nel 2020 sono stati prodotti 126,8 GW di cui:

1) Cina: 49,36 GW

2) Stati Uniti: 14,89 GW

3) Vietnam: 11,60 GW

10)  Italia: 765 MW

L’incidenza delle fonti rinnovabili rispetto ai consumi nazionali complessivi è arrivato al 37,6%. Leggendo i dati si percepisce una crescita troppo lenta rispetto agli obiettivi climatici fissati a livello internazionale. Nel 2020, secondo i dati Terna, il solare fotovoltaico fa registrare un incremento del 9,8%, mentre l’idroelettrico e le biomasse crescono rispettivamente solo 0,8% e 0,3%. In calo anche l’energia eolica e quella geotermica che vede una lieve riduzione nella produzione 2020 dello 0,8%. Complessivamente si registra nel 2020 una produzione di circa 113,9 TWh, contro i 63,8 TWh del 2008. Certamente, dunque, si registra una crescita costante ma non esplosiva; un solo TWh di aumento dal 2019 al 2020, è sicuramente insufficiente. Anche per questo l’Italia registra una performance sicuramente negativa rispetto alle altre potenze energetiche seppur rimane tra le prime 10 realtà mondiali.

IL sistema nel suo complesso è cambiato molto negli ultimi venti anni. Si registra una sterzata verso le fonti rinnovabili ed un sistema più distribuito. Grazie anche ai contributi gestiti dal GSE il solare fotovoltaico, ad esempio,  “è passato da 6,3 MW installati a oltre 20 mila, l’eolico da 363 MW a oltre 10 mila – ma sono cresciuti anche idroelettrico con quasi 6 mila MW in più (da 16.600 MW a oltre 22 mila), geotermia da 626 MW ad oltre 800, biomasse e bioenergie (oltre 3 mila MW in più). Complessivamente gli impianti da fonti rinnovabili sono aumentati di 40 mila MW partendo da 18.196 MW del 2000, e molto di più dovranno crescere per raggiungere gli obiettivi fissati a livello internazionale per fermare i gas serra.

Ma anche le fonti fossili continuano a crescere, e il nuovo incentivo del capacity market non arresterà questa tendenza. Sebbene sia calato l’uso di alcuni combustibili come carbone, lignite e i prodotti petroliferi (-17.000 MW), la potenza complessiva degli impianti continua a crescere passando dal 2000 ad oggi da 57 a 57,9 GW di potenza, considerando i 15 mila MW di impianti dismessi nello stesso periodo. Per affrontare la transizione energetica, il gas certamente svolgerà un ruolo cruciale, ma nessun nuovo impianto a gas fossile è realmente necessario per arrivare agli obiettivi di decarbonizzazione” (Legambiente, Comunità Rinnovabili, 2021, p. 25).

Analizziamo ora i dati locali. Nel report 2021 Comunità Rinnovabili di Legambiente sono censiti 40 Comuni 100% Rinnovabili  “ovvero quelle realtà in cui le fonti rinnovabili riescono a soddisfare i consumi elettrici e termici delle famiglie residenti. E in alcuni di questi luoghi non lo sono solo teoricamente, ma di fatto, grazie alla gestione locale dell’intera filiera energetica che va dalla produzione alla distribuzione” (Report 2021, p. 28). In molti di questi 40 Comuni si produce mediamente più energia elettrica e termica di quella consumata dai residenti, attraverso l’utilizzo di un mix di tecnologie. È vero che tra le rinnovabili il report di Legambiente considera anche gli impianti a biomasse ma solo quelli che insieme agli impianti geotermici sono allacciati a reti di teleriscaldamento che soddisfano i fabbisogni termici dei cittadini residenti. Alle nostre latitudini, pensiamo alle centrali a biomasse presenti nel territorio di Rende (CS), quella del Mercure a Laino Borgo (CS) o quelle nel crotonese che non solo depauperano le risorse boschive ma non prevedono alcun vantaggio termico per le popolazioni residenti che, dunque, riceve solo l’impatto negativo dovuto alla combustione delle biomasse e alla movimentazione delle ceneri spesso fatta en plein air. Al mix energetico partecipano il fotovoltaico, il solare termico, il mini idroelettrico e il mini eolico.

Sul piano nazionale le comunità energetiche più note sono certamente Dobbiaco e Prato allo Stelvio, entrambe in provincia di Bolzano, e Primiero San Martino di Castrozza in provincia di Trento. “In questi territori la produzione locale è assicurata dal mix delle tecnologie: impianti idroelettrici, biomasse, biogas, solare fotovoltaico e termico, reti di teleriscaldamento, mentre la distribuzione avviene attraverso reti in media e bassa tensione locali. L’intera filiera in questi territori è gestita da cooperative energetiche o società pubbliche, in cui cittadini, amministrazioni e aziende locali sono unite con un obiettivo generale di autoproduzione e indipendenza energetica. Ma anche realtà come Montieri o Castelnuovo Val di Cecina, insieme a tutti gli altri Comuni toscani, dove la geotermia ad alta entalpia ricopre certamente il ruolo principale. Affianco a questi numeri, troviamo inoltre 3.493 Comuni già oggi 100% elettrici, ovvero in grado di produrre, grazie ad una o più tecnologie più energia elettrica di quella necessaria alle famiglie residenti” (Report 2021, p. 30).

Analizzeremo, nel prossimo articolo, queste comunità locali citate nel report e che sembrerebbero unire l’autoproduzione energetica ad una gestione pubblica attraverso l’interazione di cooperative, società in house e cittadinanza.

La redazione di Malanova

LE PRECEDENTI PUNTATE:

PRODUZIONE ENERGETICA. QUALE PROSPETTIVA?

GEOPOLITICA ENERGETICA (I)

GEOPOLITICA ENERGETICA (II)

ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR

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