PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #7. LA POETICA RIVOLUZIONARIA

Anche per far fronte all’incostanza della società civile, di quelle forze sociali − dice Marcos − che riescono a raggrupparsi e poi si disperdono, è necessario tempo. E di tempo hanno bisogno tutte le rivoluzioni che intendono agire una comunità dall’interno, mediante un lavorìo costante che consente di autotradursi, di autotrasformarsi, essendo consapevoli del fatto che sapere in che mondo siamo richiede la ricerca di un linguaggio per esprimerlo. Così Marcos e i suoi entrano in contatto con le comunità ben prima del 1994 e fanno la loro proposta politica. All’inizio non accade niente, allora decidono di modificarla via via, attraverso l’ascolto soprattutto, l’interlocuzione, il dialogo (cfr. Marcos: il signore degli specchi,trad. di Hado Lyria, Milano, Frassinelli, 2001, p. 135). Ciò consente agli zapatisti di modificare e di modificarsi, senza intaccare la sostanza. La sostanza poetica della proposta di trasformazione rivolta alla gente indigena è questa:

guarda, guardati intorno, non quel che ti dicono di guardare, ma quel che sta accadendo. È questo che vogliamo? Osserva la contraddizione tra quanto si mostra e quanto si occulta. Tutto ciò non serve, e prima o poi ne pagheremo le conseguenze. (p. 149)

Soltanto in questo modo l’utopia può iniziare a perdere il suo carattere idealista o irrealizzabile e comincia a concretizzarsi in piccoli fatti, in nuovi modelli di rapporti. Ovviamente, non si tratta di un processo rapido e Marcos, per primo, ne è consapevole:

Siamo rimasti per dieci anni sulla montagna a preparare il 1° gennaio, ma in realtà abbiamo la tradizione dei popoli indigeni fatti di secoli di resistenza, no? (p. 180)

La strada prospettata dagli zapatisti è probabilmente la sola che permetteva di far fronte alla crisi profonda che attraversava in quegli anni tutte le organizzazioni e i movimenti di sinistra. Se il momento è sfavorevole ancora oggi, è perché non si è stati in grado di prendere una posizione davvero critica nei confronti del liberismo e, allo stesso tempo, non si è costruita un’alternativa. Alternativa che non consiste nel sostituirsi alle organizzazioni religiose o a quelle assistenziali; riguarda, invece, l’uso e la pienezza di parole come politica, patria, nazione, rivoluzione, cambiamento, giustizia sociale, libertà, democrazia, manipolate nel discorso del potere, in ogni discorso politico convenzionale.

Le prime tre parole di tutte le lingue − raccontano gli zapatisti a conclusione di un documento destinato alla stampa negli ultimi giorni del ’94 e reperibile nell’archivio storicosono democrazia, libertà, giustizia.

“Giustizia” − continuano − non è dare una punizione, è dare a ciascuno ciò che merita e ciascuno merita ciò che lo specchio gli restituisce: se stesso. Colui che ha dato morte, miseria, sfruttamento, superbia, orgoglio, merita una buona dose di dolore e tristezza per il suo cammino. Chi ha dato lavoro, vita, lotta […] merita una piccola luce che gli illumini sempre il viso, il petto e il cammino.

“Libertà” non è che tutti facciano quello che vogliono, è poter scegliere qualsiasi percorso che ti piace per trovare lo specchio, per percorrere la vera parola. […]

“Democrazia” è che i pensieri raggiungano un buon accordo. Non che tutti pensino la stessa cosa, ma che tutti i pensieri o la maggior parte di essi cerchino e raggiungano un accordo comune, il che è un bene per la maggioranza che però non prescinde dagli ultimi. Possa la parola di chi comanda obbedire alla parola della maggioranza […]. Possa lo specchio riflettere tutto, i camminatori e la strada, e quindi essere motivo di pensiero dentro di sé e fuori dal mondo.

Da queste tre parole derivano tutte le altre, a queste tre sono collegate le vite e le morti dei veri uomini e donne. Questa è l’eredità che i primi dèi […] hanno dato ai veri uomini e donne. Più che un’eredità, è un fardello pesante, un fardello che alcune persone abbandonano in mezzo alla strada […]. Coloro l’abbandonano rompono lo specchio e camminano per sempre ciechi, senza sapere mai più cosa sono, da dove vengono e dove stanno andando. Ma c’è chi porta sempre l’eredità delle prime tre parole, cammina sempre come piegato dal peso […]. Sempre piccoli a causa di un simile fardello, piegati da un così grande peso, i veri uomini e donne […] guardano in alto […] guardano e camminano con dignità, dicono.

È tutto sommato in questo che consiste ciò che Vázquez Montalbán definisce poetica rivoluzionaria alternativa (p. 134), fatta di codici nuovi, teatrali magari ma non per questo falsi, e di immaginazione e ironia, che nel linguaggio politico non sono quasi mai esistite. L’espressione dell’identità indigena passa per questi aspetti fondamentali che sono in grado di rappresentare, con pazienza e speranza, ma senza falsificare.

La Redazione Malanova


LE PUNTATE PRECEDENTI…

PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #1 (1993)

PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #2 (1994/1)

PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #3 (1994/2)

PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #4. IL SOGGETTO DI CAMBIAMENTO

PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #5 (1994/3)

PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #6 (1994/4)

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