No perditempo!

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PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #3 (1994/2)

Continuando ad indossare gli anfibi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, riprendiamo il percorso da dove tutto incominciò. L’EZLN nasce il 17 Novembre del 1983, data ancora ricordata dagli zapatisti ma, come dirà Marcos in un’intervista del 1994, in realtà il movimento zapatista vero e proprio nascerà quando gli indigeni se ne approprieranno, trasformando l’inquadramento ideologico dei rivoluzionari, smussandone gli angoli più aspri e meno confacenti alla vita reale delle comunità. Il quadrato della teoria presto diventerà un cerchio attraverso la pratica indigena. 1983-1993, dieci anni di lenta organizzazione, di lento lavorio politico e sociale.

Abbiamo letto i documenti del dicembre 1993 e quindi è ora di fare un piccolo ma fondamentale balzo in avanti; è il primo gennaio del 1994. Tutto inizia dalla “Prima dichiarazione dalla Selva Lacandona”.

Oggi diciamo basta!

Siamo il prodotto di 500 anni di lotte, siamo i figli di Villa e Zapata, poveri come noi, siamo quelli a cui è stata negata la preparazione più elementare per poterci usare come carne da cannone e saccheggiare le ricchezze del nostro paese senza curarsi del fatto che moriamo di fame e di malattie curabili. Non abbiamo un tetto decente, né terra, né lavoro, né salute, né cibo, né istruzione. Non abbiamo il diritto di eleggere liberamente e democraticamente le nostre autorità. Per questo

Oggi diciamo basta!

Nel lungo decennio di preparazione le comunità indigene hanno provato tutte le vie istituzionali per essere ascoltate, per conquistare un qualche diritto sancito costituzionalmente. Per questo, dopo dieci anni di organizzazione silenziosa, i poveri irrompono nella storia del Messico brandendo proprio l’articolo 39 della Costituzione messicana:

La sovranità nazionale risiede essenzialmente e originariamente nel popolo. Tutto il potere pubblico emana dal popolo ed è istituito a loro vantaggio. Il popolo ha, in ogni momento, il diritto inalienabile di alterare o modificare la forma del proprio governo.

Il primo gennaio 1994 nel Chiapas, nello stesso giorno in cui entrava in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), un accordo commerciale di stampo fortemente liberista tra Messico, USA e Canada, gli zapatisti, fino ad allora sconosciuti al mondo, occupano 5 municipalità e, da quella di San Cristobal de Las Casas, il Subcomandante Marcos leggerà la “prima dichiarazione della Selva Lacandona”.

Di fatto è una vera e propria dichiarazione di guerra al Governo federale, guidato da quello che gli zapatisti definiscono il dittatore Carlos Salinas de Gortari, e al suo esercito, con tanto di raccomandazioni alla Croce Rossa e alle organizzazioni internazionali di verificare che i combattimenti sul campo rispettino le disposizioni delle Leggi sulla Guerra della Convenzione di Ginevra. Costituendosi parte belligerante, l’Esercito Zapatista porta con sé la bandiera tricolore del Messico e quella nera e rossa simbolo dei lavoratori e delle loro lotte e scioperi.

Il richiamo alle leggi internazionali di guerra è quanto mai utile visto che nel corso del conflitto, come si legge dai tanti documenti in archivio, la lotta sarà anche contro la disinformazione che accuserà l’EZLN di essere una formazione paramilitare magari dedita al traffico di droga o al banditismo. Il Governo Messicano diffonderà notizie false di sequestri o uccisioni sommarie che speso in realtà erano perpetrate proprio dell’esercito federale.

Fin da subito gli zapatisti dichiarano di voler tenere fuori dalla disputa i civili, di voler liberare pezzi di territorio dalla dittatura e soprattutto di consentire, nelle zone liberate, che i civili possano costruire ed eleggere le loro proprie istituzioni senza alcuna pressione dei militari. Il principio è quello di ridurre al minimo i conflitti armati e invitare prima i nemici alla resa, poi il popolo ad aggregarsi alla lotta e comunque a bloccare fin da subito nei territori liberati ogni attività di predazione delle risorse comuni. Purtroppo non è certamente una via, quella militare, accolta a cuor leggero, ma rappresentava l’unica rimasta aperta, di fronte al genocidio e all’indifferenza verso i diritti dei discendenti del popolo Maya. In un’intervista del 4 Gennaio del 1994 alla domanda “chi sei?” così risponde il subcomandante:

Siamo parte dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, e chiediamo le dimissioni del governo federale e la formazione di un nuovo governo di transizione che indichi elezioni libere e democratiche per l’agosto 1994. Chiediamo che si dia risposta alle principali rivendicazioni dei contadini del Chiapas: pane, salute, istruzione, autonomia e pace. Gli indigeni hanno sempre vissuto in guerra perché la guerra fino ad oggi è sempre stata contro di loro, mentre ora sarà per gli indigeni e sarà per i bianchi. In ogni caso avremo la possibilità di morire combattendo e non di dissenteria, così come normalmente muoiono gli indigeni del Chiapas. […] Ci prepariamo in montagna da dieci anni – non siamo un movimento improvvisato. Abbiamo maturato, pensato, imparato e siamo arrivati ​​a questa decisione. [] In Chiapas muoiono 15.000 indigeni all’anno per malattie curabili. È una cifra simile a quella prodotta dalla guerra in El Salvador. Se un contadino con il colera arriva in un ospedale di campagna, viene buttato fuori perché non si dica che in Chiapas c’è il colera.

Questi dunque i motivi materiali del levientamento, uniti a una richiesta di visibilità e democrazia per i contadini del Chiapas al pari dei connazionali bianchi e, soprattutto, ricchi. Dal comunicato del 6 gennaio riusciamo a ricavare ulteriori informazioni sulla composizione dell’EZLN. Contro le dicerie delle informative “ufficiali” del governo federale, l’esercito Zapatista comunica di non aver nessun contatto con altri movimenti rivoluzionari dell’America Latina e che non è finanziato da potenze straniere. Pur essendo composto maggioritariamente da una popolazione di credo cattolico, non c’è alcun rapporto con la struttura ecclesiale, né con nessuna delle diocesi dello stato del Chiapas né con il nunzio apostolico, né con il Vaticano.

I comandanti e gli elementi delle truppe dell’EZLN sono principalmente indigeni del Chiapas, questo perché noi indigeni rappresentiamo il settore più umiliato e diseredato del Messico, ma anche, come si vede, il più dignitoso. Siamo migliaia di indigeni cresciuti in armi, dietro di noi ci sono decine di migliaia di nostri parenti. Allo stato attuale, decine di migliaia di indigeni sono in lotta. Il governo dice che non è una rivolta indigena, ma pensiamo che se migliaia di indigeni insorgono nella lotta, allora è una rivolta indigena. […] Attualmente, la leadership politica della nostra lotta è totalmente indigena, il 100 percento dei membri dei comitati indigeni rivoluzionari clandestini in tutto il territorio in combattimento appartengono ai gruppi etnici Tzotzil, Tzeltal, Chol, Tojolabal e altri. È vero che non tutti gli indigeni del Chiapas sono ancora con noi, perché ci sono tanti fratelli che sono ancora soggetti alle idee e agli inganni del governo, ma sono già molte migliaia e devono tenerne conto. L’uso di passamontagna o altri mezzi per nascondere il nostro volto obbedisce a misure di sicurezza elementari e come vaccino contro il caudillismo.[…] Le armi e attrezzature sono state acquisite a poco a poco e preparate in 10 anni di silenziosa accumulazione di forze. I mezzi di comunicazione “sofisticati” di cui disponiamo si possono trovare in qualsiasi negozio di importazione del paese. Per ottenere armi e attrezzature, non siamo mai ricorsi a rapine, rapimenti o estorsioni, ci siamo sempre sostenuti con le risorse che le persone umili e oneste della città ci hanno dato in tutto il Messico. Dal fatto che non abbiamo mai fatto ricorso al banditismo per ottenere risorse dipende il risultato che l’apparato repressivo dello Stato non ci ha individuato in 10 anni di seria e attenta preparazione.

In questi primi comunicati viene più volte rimarcato il periodo della preparazione rivoluzionaria. Dieci anni che hanno permesso una vera e propria osmosi tra i giovani rivoluzionari carichi di utopismo e di marxismo-leninismo alla Che Guevara e le popolazioni indigene. Una lettura critica e autocritica sottolineata da aggettivi come “seria”, “attenta”, “non improvvisata” che accompagnano il soggetto vero del percorso zapatista: la preparazione.

Alcuni chiedono perché abbiamo deciso di iniziare adesso, se ci stavamo già preparando prima. La risposta è che prima abbiamo provato tutti gli altri modi pacifici e legali senza alcun risultato. In questi 10 anni, più di 150mila dei nostri fratelli indigeni sono morti per malattie curabili. I piani economici e sociali del governo federale, statale e municipale non contemplano alcuna reale soluzione ai nostri problemi e si limitano a darci l’elemosina ogni volta che ci sono le elezioni, ma l’elemosina non risolve più di un momento, poi la morte viene di nuovo nelle nostre case. Ecco perché pensiamo che non serva più morire di una morte inutile, ecco perché è meglio lottare per il cambiamento. Se ora moriamo, non sarà più con vergogna ma con dignità, come i nostri antenati. Siamo disposti alla morte di altri 150mila di noi se ciò è necessario affinché la nostra gente si risvegli dal suo ingannevole sogno.

Anche in un comunicato più tardo, del 13 gennaio, si sottolineano le motivazioni drammatiche che hanno portato gli zapatisti a levarsi in armi:

D’altra parte, ci lascia piuttosto inamovibili tutto l’armamentario militare con cui il governo federale cerca di coprire la grande fogna di ingiustizia e corruzione che le nostre azioni hanno scoperto. La pace che alcuni chiedono ora è sempre stata guerra per noi, sembra che dia fastidio ai grandi signori della terra, del commercio, dell’industria e del denaro che gli indigeni ora moriranno nelle città e macchieranno le loro strade, dove fino ad ora c’era solo lo sporco rappresentato dagli imballaggi di prodotti importati, mentre preferirebbero che continuino a morire in montagna, lontani dalle buone coscienze e dal turismo. Non sarà più così, il benessere di pochi non può essere fondato sul malessere dei più. […] Anche le menzogne ​​della stampa e della televisione non ci toccano: dimenticano la percentuale di VERO analfabetismo nello stato del Chiapas? Quante case non hanno l’elettricità e, quindi, la televisione in queste terre?

Il 20 gennaio Marcos continua la descrizione dell’organizzazione interna dell’EZLN e il senso del suo comandare obbedendo:

Ho l’onore di avere come miei superiori i migliori uomini e donne dei gruppi etnici Tzeltal, Tzotzil, Chol, Tojolabal, Mam e Zoque. Vivo con loro da più di 10 anni e sono orgoglioso di obbedire e servirli con le mie armi e la mia anima. Mi hanno insegnato più di quello che ora insegnano al paese e al mondo intero. Sono i miei comandanti e li seguirò sulle rotte che scelgono. Sono la leadership collettiva e democratica dell’EZLN, la loro accettazione del dialogo è vera come il loro cuore di lotta è vero, e la loro sfiducia nell’essere nuovamente ingannati è vera. […] Se dobbiamo scegliere tra strade, sceglieremo sempre la via della dignità. Se troviamo una pace dignitosa, seguiremo la via della pace dignitosa. Se troviamo la guerra degna, prenderemo le armi per trovarla. Se troviamo una vita decente, continueremo a vivere. Se, al contrario, dignità significa morte, allora andremo, senza esitazione, a trovarla.

Tutto ciò accade mentre gli aerei continuano a bombardare e, mentre gli zapatisti rilasciano liberi i prigionieri militari dell’esercito federale, quest’ultimo uccide a sangue freddo anche molti civili dei comuni liberati. Nonostante questo, l’obiettivo dell’EZLN rimane il ‘cessate il fuoco’, praticabile però solo dopo che il malgoverno avrà riconosciuto gli zapatisti come forza belligerante, ritirerà le truppe federali da tutte le comunità nel pieno rispetto dei diritti umani della popolazione rurale e bloccherà i bombardamenti, formando, parallelamente, una commissione nazionale di intermediazione.

Questo invito sarà raccolto dal governo messicano solo il 12 di Gennaio quando Salinas, in qualità di comandante supremo dell’esercito federale, ordinerà alle truppe federali di cessare il fuoco, pur mantenendo le posizioni per non permettere un’ulteriore avanzata degli zapatisti. In realtà, si verificheranno diverse violazioni alla tregua, ma comunque questo non bloccherà la creazione di una commissione di mediazione che vedrà la nomina da parte governativa del Sig. Manuel Camacho Solís, Commissario per la Pace e la Riconciliazione del Chiapas, e da parte zapatista del vescovo della diocesi di San Cristóbal de Las Casas, Samuel Ruiz García.

Il comunicato del 20 Gennaio di Marcos sembra conoscere una prima trasformazione degli obiettivi zapatisti. Nella “prima dichiarazione della Selva Lacandona” l’obiettivo preposto era quello di “marciare sulla capitale del paese sconfiggendo l’esercito federale”. Anche alla domanda sul perché non fosse indigeno nell’intervista del 4 Gennaio, il sup rispose che l’EZLN non è un movimento chiapaneco ma di carattere nazionale. Considerando le necessità della comunicazione, notiamo che in quest’ultimo comunicato del 20 gennaio lo stesso Marcos afferma cose parzialmente diverse:

L’EZLN non ha né il desiderio né la capacità di unire tutti i messicani attorno al suo progetto e al suo percorso. Ma ha la capacità e il desiderio di aggiungere la sua forza alla forza nazionale che incoraggia il nostro Paese sulla via della giustizia, della democrazia e della libertà che vogliamo. Ciò che l’EZLN cerca per gli indigeni in Chiapas deve essere cercato da ogni organizzazione onesta in tutto il paese per tutti i messicani. Ciò che l’EZLN cerca con le armi deve essere cercato da ogni organizzazione onesta con diverse forme di lotta. Non prenderemo in ostaggio il paese. Non vogliamo e non possiamo imporre la nostra idea alla società civile messicana con la forza delle nostre armi, come fa l’attuale governo, imponendo il suo progetto per il paese con la forza delle sue armi. Non ostacoleremo il prossimo processo elettorale.

Se mai gli zapatisti avessero avuto l’obiettivo di conquistare il potere statale con le armi, secondo la tradizionale visione rivoluzionaria, dopo venti giorni di battaglia − o forse meglio dopo i dieci anni di contatto con le comunità indigene −, comunica il suo progetto concreto rivolto agli indigeni del Chiapas seguendo una via politica più che militare. Non si tratta di imporre un’idea politica, giusta o sbagliata che sia, come fanno tutti i governi di questo mondo, con la violenza delle armi, ma di elaborare insieme, partendo dagli ultimi, una nuova visione della politica e della democrazia. Le armi, come già detto, costituiscono l’unica via rimasta alla loro particolare lotta ma:

Né la volontà politica dell’Esecutivo federale né le gloriose azioni militari dei nostri combattenti sono state così decisive per questa svolta del conflitto, come lo sono state le varie manifestazioni pubbliche, nelle strade, in montagna e nei media, delle più diverse organizzazioni e persone oneste e indipendenti che fanno parte di quella che chiamano società civile messicana. […] Il nostro modo di combattere non è l’unico, forse per molti non è nemmeno adeguato. Esistono altre forme di lotta e hanno un grande valore. La nostra organizzazione non è l’unica, forse per molti non è nemmeno auspicabile. Esistono altre organizzazioni oneste, progressiste e indipendenti e hanno un grande valore. […] L’EZLN chiama tutti i messicani ad alzare questa bandiera, non la bandiera dell’EZLN, non la bandiera della lotta armata, ma la bandiera di quello che sono i diritti di ogni essere pensante: libertà, democrazia e giustizia. Sotto questa grande bandiera sventolerà anche la nostra bandiera zapatista, sotto questa grande bandiera marceranno anche i nostri fucili.

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