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	<title>rifiuto del lavoro Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>rifiuto del lavoro Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>ORARIO DI LAVORO: RITORNARE AD AGITARE LO SPETTRO DI CLASSE</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Dec 2023 15:39:29 +0000</pubDate>
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<p>La questione dell&#8217;orario di lavoro è sicuramente uno di quei temi centrali nell’annoso conflitto tra capitale e lavoro e certamente, insieme al tema del salario/reddito, uno dei più cari alla classe lavoratrice. Produttività, performance, stress lavorativo, conciliazione, tempi tra lavoro e famiglia, sono certamente tra i capitoli più discussi dal settore scientifico disciplinare che si occupa delle politiche del lavoro. Spesso il dibattito si acuisce quando l’attualità pone sul piatto alcune esperienze di riduzione dell’orario lavorativo o la sperimentazione di nuove forme di impiego come il telelavoro o il lavoro agile (smart working).</p>



<p>In ambito scientifico, gli studiosi si dividono. Ci sono sociologi che affermano come con l’attuale sviluppo tecnico basterebbe una mezza mattinata lavorativa diffusa capillarmente per svolgere tutte quelle attività residue che le “macchine” e le piattaforme non riescono ancora a surrogare. Altri, meno entusiasticamente, affermano che la letteratura scientifica non è ancora giunta a stabilire con certezza gli effetti che la riduzione dell’orario settimanale di lavoro può avere su occupazione, competitività e crescita. Gli apocalittici affermano che presto non ci sarà più lavoro per nessuno; gli integrati controbattono che siamo solo in un periodo di transizione per cui i lavori oggi soppressi per l’utilizzo delle macchine o dell’intelligenza artificiale saranno presto rimpiazzati da altri lavori che si creeranno grazie alle medesime innovazioni tecnologiche.</p>



<p>Sospendendo per il momento il giudizio sul dibattito accademico a proposito di&nbsp; tali tematiche, vediamo un po&#8217; di nudi dati. Nel 2022, il numero medio di ore di lavoro settimanali effettive nell&#8217;UE variava da 32,4 ore nei Paesi Bassi a 39,7 ore in Grecia e Romania. Fuori l’Unione troviamo la Turchia che ha di gran lunga la settimana più lunga con le sue 42,9 ore lavorate (dati però del 2020) seguita a stretto giro da alcuni paesi balcanici come Montenegro e Serbia con settimane lavorative medie superiori alle 40 ore. L’Italia si pone sopra la media Europea, avendo paradossalmente ore in più lavorate&nbsp; ma con un tasso di produttività inferiore alla media.</p>



<p>Questi i dati ufficiali ma chi si occupa di politiche del lavoro sa quanto reperire dati verosimili sia un’impresa non da poco e non per mancanza di professionalità ma per una serie di limiti procedurali che rendono ufficiali i dati. La raccolta e la pubblicazione dei dati sono soggette a normative UE che stabiliscono come definire ad esempio se una persona è o meno occupata. Esiste anche un altro problema sostanziale nella comprensione del dato. Il reperimento e l’utilizzo di dati certi risulta molto difficoltoso. Se assumiamo il dato delle ore retribuite così come si evince dai contratti, sottovaluteremmo il fenomeno del lavoro nero attraverso l’utilizzo di lavoratori part-time che celano un orario effettivo di lavoro oltre quello concordato contrattualmente. &nbsp;</p>



<p>C’è differenza quindi tra settori produttivi che assumono prevalentemente o in una percentuale importante lavoratori part-time, rispetto ad altri dove è più ricorrente la formulazione di contratti a tempo pieno. Differisce anche il peso del lavoro umano sulla produttività complessiva in settori altamente macchinizzati o informatizzati.&nbsp;</p>



<p><em>Dal punto di vista empirico, la letteratura non riporta evidenze circa un nesso causale tra la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento del numero degli occupati, si assisterebbe invece a un aumento della produttività come diretta conseguenza della maggiore concentrazione sui tasks (di lavoratori meno sottoposti a sforzi e stanchezza) e dell’aumento della spinta motivazionale. Una maggiore produttività oraria deriverebbe, parallelamente, dalla revisione in melius dell’organizzazione del lavoro che porterebbe a produrre di più in un lasso di tempo minore (i dati OCSE sembrano confermare un andamento generale secondo cui nelle economie più ricche si registra un minor numero di ore lavorate) </em>(INAPP, Working Paper n. 96, gennaio 2023).</p>



<p>Una grossa sperimentazione rispetto alle forme lavorative, piuttosto che alle ore lavorate, l’abbiamo avuta, non volendo, durante la fase pandemica. Molte imprese private, così come gli uffici pubblici, sono state costrette a permettere ai propri lavoratori di lavorare da casa. Certamente tutto il settore dell’informatica, dei call center e delle piattaforme è ricorso immediatamente allo smart working. In molte interviste a capi d’azienda in vari settori, risulta un livello produttivo non alterato rispetto al periodo pre-pandemico tanto che molte aziende hanno prolungato queste forme lavorative anche oltre il periodo emergenziale.&nbsp;</p>



<p>In alcuni settori il lavoro agile è divenuto di fatto la forma maggioritaria e, nel Sud Italia, si è assistito al ritorno di una fetta importante di popolazione giovanile occupata al Nord che ha trovato economico abbandonare la casa in affitto vicino al luogo di lavoro per tornare presso il nido familiare. Questo la dice lunga su quanto la tecnologia possa <em>de facto</em> influire su forza lavoro, orario di lavoro e produttività. Va ricordato che, almeno oggi, il livello di automazione tende a scalzare quei lavori prima affidati a forza lavoro a bassa specializzazione, call center, produzione in catena e oggi anche la vendemmia e la raccolta di ortaggi.</p>



<p>Ritornando più strettamente all’orario lavorativo, a fine 2022 fu il gruppo Intesa San Paolo a proporre una riformulazione dei tempi lavorativi ai suoi 74mila dipendenti solo in Italia. La proposta era quella di strutturare il lavoro su 4 giorni settimanali e arrotondare, anche se di poco, il monte orario dalle consuete 37,5 ore a 36 ore settimanali, quindi con una media di 9 ore al giorno a parità di stipendio. Dopo lo stop di riflessione arrivato dai sindacati, la proposta è stata resa operativa da Gennaio del corrente anno. L’accordo prevede anche la possibilità di lavorare da casa per 120 giorni annui: lavoro flessibile o settimana corta?</p>



<p>Secondo i dati aziendali, dal 1° Gennaio hanno aderito al lavoro flessibile circa 40.000 dipendenti contro i 17.000 che hanno preferito la settimana corta. Alle adesioni purtroppo non sono poi seguiti i dati relativi al reale utilizzo del tempo flessibile e al numero di settimane corte effettivamente lavorate. Tendenzialmente però pare emergere dai numeri, una maggiore propensione dei lavoratori del terziario ad usufruire di un orario di lavoro più flessibile e casalingo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Di recente ha fatto sua questa sperimentazione il gruppo Luxottica che nel contratto integrativo ha ragionato di settimana corta con i sindacati. Parliamo di un bacino di circa 20mila lavoratori che potranno lavorare 4 giorni su sette a parità di salario, sacrificando solo 5 permessi retribuiti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Sulla proposta è intervenuta la segretaria generale Femca Cisl Belluno, Milena Cesca: <em>I lavoratori oggi alle aziende chiedono soprattutto tempo di vita, e la vera sfida è di dimostrare che si può essere efficienti e produttivi lavorando meno ore. Il mondo del lavoro sta attraversando una fase di profonda trasformazione. I giovani sono molto più dinamici, non sono più attaccati al posto fisso come un tempo, cambiano lavoro più spesso e vanno dove c’è più welfare e più flessibilità</em> (fonte:<a href="https://chronist.it/attualita/2023/12/01/luxottica-propone-settimana-corta-a-tutti-i-dipendenti-italiani/?fbclid=IwAR3ileZEoPFheg_IVWb-NUFbjXdYxmmfOJoZ8t3SoN_O6FS9DizEoXrI1ME"> chronist.it</a>).</p>



<p>In Islanda, tra il 2015 e il 2019, è stato condotto un esperimento nel settore pubblico di riduzione, a retribuzione invariata, dell’orario di lavoro da 40 a 36-35 ore per 2.500 lavoratori. L’esperimento ha fatto evidenziare la conservazione dei livelli di produttività nonostante il minore monte orario lavorato. Anzi in alcuni specifici settori si è evidenziato un aumento di produttività. A questo elemento si è affiancato parallelamente un minore stress ed un equilibrio maggiore tra lavoro e famiglia.</p>



<p><em>In Spagna il Governo Sánchez ha previsto uno stanziamento di oltre 50 milioni di euro (con riferimento al triennio 2022-2024), al fine di sostenere la riduzione della settimana a 4 giorni lavorativi. Ciò sulla base dell’esperienza del Governo regionale della Comunità valenciana, che nel 2018 ha sviluppato un programma di incentivi volti appunto alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario [&#8230;]. Nell’azienda Desigual invece la riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni – dal lunedì al giovedì – (che è affiancata dall&#8217;opzione di usare anche lo smart working), è stata approvata dai lavoratori attraverso un referendum votato a larga maggioranza (86% dei lavoratori) e, al contempo, anche una diminuzione del salario pari a 6,5%. In realtà, si tratta di una prima sperimentazione e il progetto del governo tende ad arrivare al mantenimento di livelli retributivi invariati, a fronte di una riduzione del tempo lavorato. Nei Paesi scandinavi il tema è all’ordine del giorno. In Finlandia la premier Sanna Marin, fin dal suo insediamento, ha presentato un progetto che prevede un orario settimanale di 24 ore (4 giorni per 6 ore delle attuali 8). A ispirarla, presumibilmente, la vicina Svezia, in particolare la città di Goteborg in cui l’azienda Toyota ha introdotto la giornata lavorativa di 6 ore (a parità di stipendio) con risultati davvero incoraggianti: miglioramento della qualità della vita dei dipendenti e produttività in aumento. In Giappone le sperimentazioni hanno riguardato, tra le altre, le aziende Cybozu e Microsoft. Quest’ultima nel 2019 ha introdotto per tutti i dipendenti 32 ore settimanali, facendo registrare aumenti della produttività fino al 39% in un solo anno e, parallelamente, una riduzione dell’inquinamento riferito alla mobilità con una produzione di CO2 scesa del 20%</em> (INAPP, Working Paper n. 96, gennaio 2023. p. 9).</p>



<p>In questi brevi esempi di nuove sperimentazioni lavorative cogliamo alcune sfumature interessanti. <em>L’uso operaio della lotta salariale può diventare il punto di svolta per avviare a soluzione i problemi dell’organizzazione politica dopo gli anni sessanta</em>, annotava Tronti nel <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/">primo numero del 1968 della rivista Contropiano</a>. E continua dicendo: “Gli operai moderni, e non da oggi, vogliono soprattutto due cose: lavorare poco e guadagnare molto; in più vogliono il potere per garantire queste due conquiste dai flussi e riflussi a cui li sottopone il dominio incontrastato dell’interesse capitalistico. Vogliono lavorare poco perché odiano il lavoro e odiano il lavoro più di tutto, più del padrone”.</p>



<p>Nelle analisi a cui sono stati sottoposti questi esperimenti di riduzione dell’orario di lavoro alcuni punti sono ridondanti e certamente quanto scriveva Tronti nel ‘68 non aveva nulla a che fare con la riduzione delle ore lavorative che avvengono dall’alto, per decreto o scelta aziendale, ma piuttosto come risultato diretto di una pratica di lotta di classe. Però quello che vogliamo provare a sottolineare è l’importanza per il lavoratore oltre che al livello salariale, è la quantità di ore lavorate e quindi il rispettivo tempo di vita. <em>Lavorare meno, lavorare tutti</em> si diceva ma non solo per estinguere il dramma della disoccupazione, ma ancora di più per sottrarre tempo di vita dalla schiavitù del lavoro.&nbsp;</p>



<p>Da qui la centralità strategica di ritornare ad agitare lo spettro del binomio orario/salario con una rinnovata costruzione teorica che preluda ad una nuova visione politico/sociale che ponga al centro le innovazioni tecnologiche del nostro presente, già analizzate in lungo ed in largo dagli economisti classici e da quelli di ispirazione marxista, e la maggiorata produttività del lavoro. Dove è andata a finire questo plus-prodotto del sudore delle classi lavoratrici insieme alle lacrime di precari e disoccupati? Sicuramente sono andati a rimpinguare il flusso finanziario che come un fiume in piena esonda nelle tasche dei padroni del mondo. Come dirottare questo flusso affinché una parte di queste lacrime e sudori ritornino alle classi subalterne sotto forma di reddito e tempo di vita è la trama del saggio ancora da scrivere e della narrazione di classe da rispolverare.</p>
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		<title>IL RIFIUTO DEL LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/01/11/il-rifiuto-del-lavoro-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2023 11:06:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra l’autunno del 1969 e il 1970 il Comitato Operaio di Porto Marghera registra una importante fase di espansione in termini di militanza che produce, oltre ad una pratica conflittuale originale e autonoma, anche importanti elaborazioni teoriche. Il CO si distinse per un suo sempre più crescente rifiuto della delega nei confronti delle istituzioni operaie [&#8230;]</p>
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<p>Tra l’autunno del 1969 e il 1970 il Comitato Operaio di Porto Marghera registra una importante fase di espansione in termini di militanza che produce, oltre ad una pratica conflittuale originale e autonoma, anche importanti elaborazioni teoriche.</p>



<p>Il CO si distinse per un suo sempre più crescente rifiuto della delega nei confronti delle istituzioni operaie tradizionali della sinistra (ma anche del nascente movimento nazionale Potere operaio). Il testo che proponiamo, <em>Il rifiuto del lavoro</em>, è stato pubblicato in <em>Quaderni dell’organizzazione operaia (</em>n.1, 1970, pp. 26-34), un opuscolo ciclostilato<em> </em>dove il concetto di “rifiuto” viene articolato attraverso una critica radicale dell’uso capitalistico delle macchine e del lavoro, quest’ultimo inteso come forma di controllo politico sugli operai. La parola d’ordine “lavorare meno, lavorare tutti&#8221; non è un vuoto slogan ma viene calato dentro il ciclo produttivo della chimica, opponendolo alla nocività della produzione e chiedendo la riduzione della presenza operaia nei reparti a parità di salario: <em>con questo sviluppo delle macchine sarebbe possibile lavorare molto di meno, a patto che le macchine inventate dalla moderna scienza non diventino monopolio esclusivo dell&#8217;America e dell&#8217;Unione Sovietica come succede ora, ma sia possibile utilizzarle in tutto il mondo. Bisogna imporre la logica operaia secondo la quale bisogna inventare tante macchine da ridurre sempre più il tempo di lavoro fino a farlo in tendenza scomparire</em>.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * </p>



<p>Cosa significa distruggere il potere dei padroni? Chi sono e che cosa vogliono i padroni? Sembrano domande stupide ma in realtà sono fondamentali al fine di stabilire quella che deve essere la nostra linea politica contro di loro.</p>



<p>Quello che dobbiamo prima di tutto dire è che è falso il luogo comune che i padroni sfruttino gli operai per arricchirsi. Quest’aspetto senz&#8217;altro esiste, ma la ricchezza dei padroni non è per nulla proporzionale al loro potere. Per esempio Agnelli in proporzione alle macchine che produce, dovrebbe andare vestito d&#8217;oro, invece egli si accontenta di una nave e di un aereo privato, cosa che può benissimo permettersi un altro padrone con una fabbrica ben più modesta della Fiat. Quello che interessa ad Agnelli è la conservazione e lo sviluppo del suo potere, che coincide con lo sviluppo e la crescita del capitalismo: cioè il capitalismo è una potenza impersonale e i capitalisti agiscono come suoi funzionari; tanto è vero che neppure i padroni sono più necessari al capitalismo, in Russia per esempio c&#8217;è il capitalismo senza che ci siano i padroni. In Russia ciò che rivela la presenza del capitalismo è la presenza del profitto. Che la distribuzione del profitto sia &#8220;più giusta&#8221; che in Italia è probabilmente vero, ma la rivoluzione comunista non deve rendere più giusta la distribuzione del profitto sociale, ma rovesciare quei rapporti di produzione capitalistici che creano il profitto. Bisogna rovesciare un sistema sociale che fa sì che la gente sia costretta a lavorare. In questo senso devono essere valutate anche le esperienze di rivoluzioni cinesi e cubane.</p>



<p>Il capitalismo è sostanzialmente teso prima di tutto a conservare questo rapporto di potere contro la classe operaia e usa il suo sviluppo per rafforzare sempre di più questo suo potere.</p>



<p>Questo vuol dire che tutte le macchine, le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo delle industrie, lo stesso sottosviluppo di alcune zone, sono usati per controllare politicamente la classe operaia. Ci sono degli esempi ormai classici di questo comportamento capitalistico; per esempio l&#8217;introduzione della catena di montaggio intorno agli anni venti è stata una risposta all&#8217;ondata rivoluzionaria che sconvolse il mondo negli anni immediatamente seguenti la Prima guerra mondiale. Si voleva far sparire quel tipo di classe operaia qualificata che aveva reso possibile la Rivoluzione russa nel &#8217;17 e il movimento dei Consigli di fabbrica in tutta Europa. La catena di montaggio dequaliticò tutti gli operai, respingendo indietro l&#8217;ondata rivoluzionaria e modificando anche il modo di manifestarsi della lotta di classe; tutto ció si tradusse in molti paesi in una sconfitta politica definitiva, in mancanza di una organizzazione politica che avesse la capacità di modificare il suo intervento secondo il nuovo tipo di comportamento operaio. Ma ora questa struttura tecnica si è rivoltata contro il capitale, producendo una massificazione delle richieste salariali che trova nella struttura così piatta del ciclo di produzione in fabbrica uno dei suoi motivi principali. Così il capitale sta rivoluzionando questa struttura cercando intanto di eliminare operai e di disporre gli altri su ventagli salariali molto più allargati di quanto non siano gli attuali, tutto questo attraverso l&#8217;introduzione dell&#8217;automazione che si configura come un vero e proprio attacco politico alla classe operaia.</p>



<p>Questa manovra è già passata in America, e l&#8217;unica ragione per cui i padroni non I’hanno già ripetuta in ltalia è perché essi non sono sicuri di poter controllare la risposta operaia a questo attacco. Così si vede che il progresso, lo sviluppo tanto sbandierato dai padroni e dai loro servi, non è altro che un tentativo continuo di adeguare l&#8217;organizzazione del capitale collettivo all&#8217;attacco della classe operaia. II progresso tecnologico non è mai qualcosa di neutro e di inevitabile, come dicono da sempre padroni e sindacati ogni volta che si parla di licenziamenti per l’introduzione di nuove macchine. Proprio perché credono nella balla della neutralità della scienza, i sindacati limitano in questi casi le lotte alla difesa del posto di lavoro (Sirma, Leghe Leggere ecc.) e non affrontano mai il problema dal punto di vista della riduzione dell&#8217;orario di lavoro. Essi credono, o fanno finta di credere, che sia vero quello che dice il padrone: che per esempio in quel reparto, con l&#8217;introduzione di quella macchina, non ci possano lavorare poniamo piü di cento operai dei duecento del reparto, e che gli altri debbono andarsene perché vittime dell&#8217;inevitabile progresso.</p>



<p>Ma gli operai hanno una logica diversa: essi pensano che invece di lavorare otto ore in cento, dopo l&#8217;introduzione della macchina summenzionata, possono lavorare benissimo in duecento facendo quattro ore a testa. Questa logica, oltre ad alleviare il peso della permanenza in fabbrica, risolverebbe anche il problema della disoccupazione.</p>



<p>Gli operai non sono quindi contro le macchine, ma contro coloro che usano le macchine per farli lavorare. A chi dice che lavorare è necessario, noi rispondiamo che la quantità di scienza accumulata (vedi per esempio i viaggi sulla Luna) è tale da poter ridurre subito il lavoro a fatto puramente di contorno della vita umana, anziché concepirlo come la &#8220;ragione stessa dell&#8217;esistenza dell uomo&#8221;. A chi dice che da sempre l&#8217;uomo ha lavorato noi rispondiamo che nella Bibbia c&#8217;è scritto che la Terra è piatta e che il sole gira attorno a essa: prima di Galileo questa era la verità, era una cosa esistita da sempre, era il punto di vista scientifico. Ma il problema non è quello di dare dimostrazioni scientifiche, quanto quello di rovesciare l&#8217;attuale ordinamento sociale imponendo gli interessi di chi ha materialmente creato le condizioni perché ciò avvenga, imponendo cioè gli interessi della classe operaia. Solo affermando questi interessi, spezzando il potere politico che a essi si contrappone, si può pensare di creare le condizioni di esistenza di una società migliore di quella attuale. Per questo c&#8217;è la necessità da parte operaia di creare un&#8217;organizzazione che sia in grado di respingere il controllo politico dei padroni; di assumere tutto il potere necessario perché siano gli interessi di classe a trionfare. Attualmente sono i padroni, i loro meccanismi di potere che utilizzano tutto, dalla scienza alla lotta operaia, quando questa non si pone realmente l&#8217;obiettivo della distruzione dei rapporti di produzione, cioè sfuggire al controllo politico dei padroni.</p>



<p>L&#8217;esigenza di controllare gli operai politicamente e di mantenere il loro potere è tanto forte nei padroni che per questo sono disposti anche a rimetterci denaro. Per esempio in America sono loro stessi che vanno contro il progresso. In certe fabbriche, per esempio, dove da tempo era stata introdotta l’automazione e quindi ridotto il numero degli operai, sotto le pressioni massicce delle lotte che si svolgono nella società americana, lotte che sono condotte soprattutto dai disoccupati negri (sic), si è preferito ritornare ai vecchi sistemi produttivi per poter dar loro lavoro. Questo evidentemente non vuol dire che i disoccupati negri (sic) mirassero a questo risultato, ma dimostra l&#8217;uso che i padroni fanno della scienza, cioè il controllo politico che attraverso essi riescono a esercitare sulla classe operaia. Questo comportamento dei padroni dimostra, quindi due cose: primo che il progresso non è un fatto neutro e che esso viene esclusivamente deciso secondo un particolare punto di vista che è quello del controllo politico sulle forze che possono togliere il potere al capitalismo, secondo, che questo controllo si esercita prima di tutto attraverso il lavoro; infatti i padroni di quelle fabbriche americane non vollero assolutamente, per poter far lavorare i nuovi assunti, ridurre l&#8217;orario a tutti, ma continuare a mantenere anche con il nuovo organico l&#8217;orario di prima, a costo di ritornare alle condízioni produttive antecedenti l&#8217;automazione degli impianti. Insomma, il capitale è disposto a rimetterci, a costruire impianti tecnicamente superati, pur di controllare gli operai politicamente; per questo egli è disposto anche a pagare della gente che lavori completamente a vuoto. È qui che il discorso sul rifiuto del lavoro diviene attuale. Con questo sviluppo delle macchine sarebbe possibile lavorare molto di meno, a patto che le macchine inventate dalla moderna scienza non diventino monopolio esclusivo dell&#8217;America e dell&#8217;Unione Sovietica come succede ora, ma sia possibile utilizzarle in tutto il mondo. Bisogna imporre la logica operaia secondo la quale bisogna inventare tante macchine da ridurre sempre più il tempo di lavoro fino a farlo in tendenza scomparire. A questo punto parlare di socialismo non è più possibile, il socialismo è quello che c&#8217;è in Russia, una nuova organizzazione del lavoro, ma gli operai non vogliono questo, gli operai vogliono lavorare sempre meno, fino a far sparire ogni forma di costrizione effettiva al lavoro.</p>



<p>Non è vero che in questa società siamo liberi. Siamo liberi solo di alzarci ogni mattina e di andare a lavorare. CHI NON LAVORA NON MANGIA! È libertà questa? C&#8217;è una cosa che impedisce la nostra libertà: il lavoro; a lavorare, in realtà noi siamo obbligati. II detto secondo il quale il lavoro nobilita è un&#8217;invenzione padronale.</p>



<p>Quando tutti gli uomini saranno liberati dalla necessità di lavorare, perché avranno da mangiare, da vestire, da soddisfare i loro desideri senza lavorare, allora ci sarà la vera libertà! Noi sosteniamo che già adesso con le macchine che ci sono, sarebbe possibile realizzare molte di queste cose che dette così sembrano fantascientifiche. Al Cv16 (reparto del petrolchimico di Porto Marghera dove veniva lavorato il Cloruro di Vinile Monomero, <em>ndr</em>), per esempio, durante gli ultimi scioperi “contrattuali” del 1969, la direzione fece tenere in marcia le autoclavi di quel reparto servendosi dei nuovi strumenti per la conduzione automatica degli impianti: gli operai erano a casa e gli impianti continuavano a produrre. Per dimostrare di essere più forte, il padrone in quell&#8217;occasione non si curò di mandare all&#8217;aria tutti i discorsi sulla necessità del lavoro umano.</p>



<p>Così nello stabilimento della Montedison Azotati c&#8217;è in funzione un calcolatore elettronico che conduce in &#8220;automatico&#8221; l&#8217;impianto di sintesi dell&#8217;ammoniaca: anche qui si punta sull&#8217;aumento della produttività e non ci si pone il problema della diminuzione dell&#8217;orario di lavoro.</p>



<p>In impianti come questi è molto più dimostrabile come l&#8217;interesse del sistema sia quello di usare il lavoro come forma di controllo politico sugli operai. Infatti la manualità dell&#8217;operazione e lo sforzo psichico sono ridottissimi; resta solo l&#8217;imposizione della presenza fisica dell&#8217;operaio accanto alla macchina, resta la violenza capitalistica che vuole l&#8217;uomo condizionato e asservito alla macchina.</p>



<p>Ma quali sono i mezzi per abolire tutto questo? Si tratta di spezzare il meccanismo di controllo che il capitale ha predisposto sugli operai.</p>



<p>Nessuno è in grado di ipotizzare quali saranno gli atti concreti con cui questa rottura si realizzerà, e tanto meno è possibile rispondere alla domanda di coloro i quali ci chiedono che cosa pensiamo di sostituire a quello che dobbiamo distruggere. Il problema non è questo; in nessuna delle grandi rivoluzioni della storia si sapeva a priori quello che si sarebbe sostituito a ciò che si stava abbattendo, perché le modificazioni nel carattere delle persone, nei rapporti tra le classi, sono così radicali nei periodi rivoluzionari da rendere impossibile una qualsiasi ipotesi storica. Quello che gli operai dovranno fare per abbattere il capitalismo modificherà la storia degli uomini in maniera molto più profonda e radicale della Rivoluzione francese e perciò è impossibile prevedere cosa accadrà dopo. Quello che è importante ora è piuttosto vedere come si fa a distruggere quello che c&#8217;è.</p>



<p>Anche fare la rivoluzione diventa un termine inadeguato, anche prendere il potere. Intatti il potere è più che altro una linea politica che si impone allo sviluppo, tutte le strutture della società formano l&#8217;organizzazione che i padroni si sono dati per poter imporre questa loro linea politica. Si tratta di creare una organizzazione più forte di quella dei padroni attorno alla nostra linea politica. Per questo noi diciamo che gli operai sono contro la società, che sono diversi dagli altri in quanto la società è tutta strutturata contro di loro ed è anzi venuta perfezionandosi in questa maniera come risposta ai movimenti della classe operaia.</p>



<p>La lotta della classe operaia è infatti, come abbiamo visto, il principale incentivo allo sviluppo del capitalismo: si pensi al Maggio francese dove le piccole fabbriche sono andate in crisi in seguito agli aumenti salariali strappati dagli operai con la loro lotta rivoluzionaria, e ciò ha favorito la concentrazione del capitale e lo sviluppo del monopolio. Si pensi all&#8217;Unione Sovietica, dove la Rivoluzione del &#8217;17 ha in tal modo accelerato lo sviluppo capitalistico da trasformare un paese arretrato come era la Russia zarista in uno dei più forti paesi capitalistici del mondo.</p>



<p>Il capitale è insomma una potenza che si riproduce al di là della buona volontà dei singoli individui; il problema della sua eliminazione non sta quindi nella eliminazione della proprietà privata, ma nella distruzione stessa del rapporto di produzione, cioè nella distruzione della necessità di lavorare per vivere.</p>
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		<title>L’AUTONOMIA NELLA PRODUZIONE: DAL RIFIUTO DEL LAVORO ALL’AUTODETERMINAZIONE DEL LAVORO NECESSARIO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/09/13/lautonomia-nella-produzione-dal-rifiuto-del-lavoro-allautodeterminazione-del-lavoro-necessario/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 09:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Riprendiamo il nostro lavoro di approfondimento intorno al concetto e alle forme del rifiuto del lavoro proponendo un pezzo del 1978 pubblicato sulla rivista ROSSO &#8211; PER IL POTERE OPERAIO (n.23-24, pag. 16). Nell’articolo vengono sviluppate alcune tracce di riflessione che provano a disarticolare il pensiero produttivista della sinistra riformista di quel tempo. Seppur da contestualizzare storicamente (il riferimento ad esempio all’operaio massa o al rapporto conflittuale tra il Pci riformista e la galassia antagonista degli anni ‘70), ci sembra che i contenuti proposti nel testo risultino ancora di estrema centralità.</em></p>



<p><em>Aspetti come le forme di autodeterminazione del lavoro necessario, la riduzione dell’orario di lavoro e il salario sociale come strumento che sviluppi l’autovalorizzazione della forza lavoro contro la riproduzione del capitale o, ancora, la socializzazione del lavoro vivo, restano, a nostro avviso, elementi teorici e di prassi che andrebbero ripresi e ricontestualizzati, come forme di lotta in controtendenza rispetto a una fase nella quale le spinte e le rivendicazioni politiche e sindacali tendono, paradossalmente e inconsapevolmente, a irrobustire la parte padronale.&nbsp;</em></p>



<p><em>Un concetto marxiano estremamente semplice, ad ogni modo, fa da fil rouge nel testo: se il lavoro produttivo &#8220;costituisce un elemento del processo di auto-valorizzazione del capitale” allora il rifiuto del lavoro diventa la lotta contro la “disgrazia” dell’essere operaio, diventa &#8211; parafrasando Malthus &#8211; una pratica necessaria per ridurre la ricchezza del padrone.</em></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>* * * * *</strong></p>



<p><strong>1.</strong> «Essere operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia»(K. MARX, Il Capitale, libro I, trad. it., Roma, 1970, p. 556).</p>



<p><strong>La lotta dell&#8217;«operaio massa» contro il lavoro produttivo</strong></p>



<p>La classe operaia che interessa al Pci è la classe operaia che conta, che è la spina dorsale della produttività del paese, quella solidamente ancorata al &#8220;lavoro produttivo&#8221;. Tuttavia questo ritorno all'&#8221;operaismo&#8221;, questa esaltazione della &#8220;centralità operaia&#8221; non ha nulla a che spartire con la storia della lotta dell’&#8221;operaio massa&#8221;, né con la saggezza marxiana, né con la centralità operaia oggi.</p>



<p>È dunque la esaltazione del &#8220;lavoro produttivo&#8221; come tale che serve a costruire le forze sane del paese, il benessere generale. Ma perfino Malthus si era accorto che &#8220;lavoratore produttivo è colui che aumenta direttamente la ricchezza del padrone&#8221;! Secondo Marx poi il lavoro produttivo &#8220;costituisce un elemento del processo di auto-valorizzazione del capitale&#8230; perciò la differenza fra lavoro produttivo e improduttivo è importante per riguardo all&#8217;accumulazione&#8230; si riduce a questo che il lavoro sia scambiato come denaro o contro denaro come capitale&#8221; (K. MARX, Il Capitale: libro I, capitolo VI inedito, trad. it., 1969, pp. 80, 83, 82). È il rifiuto del lavoro, la lotta contro la disgrazia di essere lavoratore produttivo che fonda la centralità operaia. Infatti la definizione di lavoratore produttivo varia con il variare dei modi di produzione di plusvalore, cioè dei modi in cui il capitale costringe l’operaio singolo e l&#8217;operaio collettivo al pluslavoro, cioè a un tempo di lavoro supplementare, non pagato, che riduce il lavoro necessario in cui l&#8217;operaio produce per sé. Lo sviluppo e la riproduzione di capitale tende a ridurre al minimo il tempo in cui la forza lavoro produce per sé — il lavoro necessario — per incrementare al massimo il pluslavoro: sia prolungando al massimo la giornata lavorativa dell&#8217;operaio singolo (plusvalore assoluto), sia intensificando attraverso l&#8217;automazione e l&#8217;organizzazione del lavoro combinato la produttività del lavoro sociale, &#8220;comandando&#8221; la cooperazione produttiva e le giornate lavorative simultanee (plusvalore relativo). Ma la variazione dei modi di estorsione di pluslavoro — cioè &#8220;la storia dell&#8217;industria — dipende dalla storia del rifiuto del lavoro: quanto più si sviluppa il rifiuto del lavoro, rigidità allo sfruttamento, tanto più il capitale deve aumentare la quota di forza lavoro occupata ma in proporzione tale da ridurre il costo del lavoro, cioè il lavoro necessario, il più possibile; al punto che la forza lavoro possa eseguire il lavoro necessario solo alla condizione che il suo plus-lavoro abbia valore per il capitale, cioè sia valorizzabile per il capitale. La tendenza di capitale è dunque quella di ridurre al minimo il lavoro necessario ma per riconvertire il tempo disponibile così creato in produzione di pluslavoro, di plusvalore.</p>



<p>La grande impresa degli anni sessanta intende appunto comandare la riproduzione della forza lavoro all&#8217;interno di tale tendenza: la finzione degli obiettivi egualitari e ridistributivi nella programmazione economica è esclusivamente diretta a imporre su scala sociale la regola della proporzione fra lavoro necessario e pluslavoro. È il mito del lavoro produttivo, dell&#8217;autovalorizzazione di capitale come condizione dell&#8217;innalzamento del benessere sociale. La centralità operaia è allora emersa nella sua gigantesca portata politica, come asse di ricomposizione dell&#8217;antagonismo sociale, esaltando la propria estraneità, la propria lotta rispetto al lavoro produttivo. L&#8217;innalzamento del costo del lavoro, che sconvolge le proporzioni del calcolo economico del capitalista collettivo, le conquiste normative e salariali, non sono il risultato del peso istituzionale che la classe operaia esercita nelle singole scadenze contrattuali, in maniera tale che il rifiuto del lavoro compaia come elemento residuale, primitivo, anarcoide, dell&#8217;operaio massa. La centralità operaia si impone e si sviluppa permanentemente, indipendentemente dalle scadenze contrattuali, attraverso la massificazione e l&#8217;organizzazione della strategia del rifiuto del lavoro, realizzando forme di autodeterminazione del lavoro necessario che incrementano il tempo in cui la forza lavoro produce per sé, valorizza se stessa, svalorizzando la capacità capitalistica di &#8220;comandare&#8221; la cooperazione produttiva. La lotta dell'&#8221;operaio massa&#8221; introduce una rottura politica a cui Marx riconosce una fondamentale importanza per la realizzazione del comunismo: il capitale attraverso il salario non riesce più a &#8220;comandare&#8221; il lavoro necessario in funzione del pluslavoro, del lavoro produttivo. È la riappropriazione di plusvalore, sia come crescente domanda di servizi (scuola, assistenza, ospedali, trasporti, ecc.), sia come rigidità all&#8217;attacco al salario reale (rivendicazione di &#8220;prezzi politici&#8221;, rigidità ai processi di ristrutturazione ecc.), che determina il lavoro necessario come strumento di autovalorizzazione operaia, come conquista di tempo disponibile per l&#8217;innalzamento dei bisogni operai. Nella grande impresa, l&#8217;organizzazione di forme di autonomia nella produzione (attacco alle gerarchie di fabbrica, sabotaggio, autoriduzione del carico di lavoro, sino all&#8217;assenteismo organizzato) ha costretto il capitale a pagare attraverso il salario di fabbrica le spese fisse di riproduzione della forza lavoro (soprattutto quelle più incisive relative alla assistenza mutualistica e alle pensioni), ma rifiutando al capitale le condizioni di disponibilità al lavoro produttivo. Il salario è perciò vissuto dal punto di vista operaio come &#8220;sistema delle garanzie&#8221; come vittoria politica rispetto al ricatto di capitale che deve finanziare forme di rifiuto del lavoro, forme di attacco al lavoro produttivo, di riduzione al minimo della giornata lavorativa che il capitale direttamente comanda e della erogazione del lavoro vivo. Il salario deve garantire la riproduzione della forza lavoro che valorizza se stessa sottraendo lavoro vivo al diretto comando di capitale. Più del 50% della popolazione attiva stabilmente occupata (dalla grande impresa al terziario, pubblico impiego, ai servizi) pratica il doppio lavoro; ed in tale percentuale si considera come seconda occupazione solo quell&#8217;attività che raddoppia con regolarità il reddito da lavoro dipendente (Cfr. L&#8217;occupazione occulta, CENSIS, Roma, 1976). Tale seconda attività non consiste nel ritorno ad attività artigianali, arcaiche rispetto all&#8217;astrattizzazione delle mansioni propria della grande impresa; ma consiste nell&#8217;autonoma innovazione della cooperazione produttiva, in cui cadono gli elementi di &#8220;coercizione&#8221; e di &#8220;disciplina&#8221; del regime di impresa in specie per quanto riguarda l&#8217;autodeterminazione del tempo di lavoro e l&#8217;assoluta intercambiabilità nella cooperazione.</p>



<p><strong><em>2.</em></strong><em> </em>«L&#8217;eliminazione della forma di produzione capitalistica permette di limitare la giornata lavorativa al lavoro necessario»<em> </em>(<em>Il Capitale</em>, cit., p. 578).</p>



<p><strong>La centralità oggi</strong></p>



<p>L&#8217;attacco operaio al plusvalore assoluto e al plusvalore relativo, l&#8217;organizzazione dell'&#8221;operaio massa&#8221; contro il lavoro produttivo è il reale soggetto che fonda processi di economia sommersa, processi spontanei di autovalorizzazione, di nuove forme di socializzazione di lavoro vivo. Con la ristrutturazione produttiva, il capitale sociale intende restaurare il comando del plusvalore sul lavoro necessario, cioè reimporre la produzione di plusvalore come condizione del lavoro necessario. Attraverso la fabbrica diffusa, il decentramento produttivo, inseguendo i processi di economia sommersa, sussumendo la spontanea socializzazione di lavoro vivo e gli elementi di innovazione della cooperazione sociale, la trasformazione di capitale impone il comando della valorizzazione al lavoro necessario, ricostituisce il calcolo economico della proporzione fra lavoro necessario e produzione di plusvalore. Conosciamo la strategia del capitale sociale per imporre la riduzione del costo del lavoro: attacco al salario reale attraverso l&#8217;aumento dei prezzi, la restaurazione della &#8220;disciplina&#8221; e del &#8220;controllo&#8221; mediante l&#8217;innovazione tecnologica (elettronica ed infortunistica), attacco al salario sociale attraverso la riduzione della spesa pubblica, generalizzazione dell&#8217;estorsione di plusvalore relativo attraverso la fluidificazione del ciclo produttivo, nuova divisione sociale del lavoro in maniera tale che il lavoro diffuso sia centralizzato sotto il comando di impresa, sia fonte di lavoro produttivo.</p>



<p>La nuova proporzione fra lavoro necessario e produzione sociale di plusvalore relativo si impone nella combinazione capitalistica fra mercato del lavoro ufficiale e mercato del lavoro occulto in maniera tale che il salario di fabbrica ed il salario sociale non siano più sufficienti alla riproduzione della forza lavoro se non si combinano con la seconda occupazione; ed in maniera tale che per il proletariato giovanile e per la forza lavoro femminile l&#8217;economia sommersa cessi di costituire una fonte di reddito che garantisce autovalorizzazione, nella forma dell&#8217;autodeterminazione del lavoro necessario, ma diventi piuttosto fonte di lavoro produttivo per il capitale, che impone il suo comando come unica alternativa all&#8217;esclusione dal reddito. Il capitale entra così nelle case proletarie, non paga né affitto, né riscaldamento, né luce; entra nella veste di capitale fisso e &#8220;comanda&#8221; la cooperazione produttiva, appropriandosi in modo coercitivo e selvaggio di una nuova fonte di produttività. Ma tale &#8220;ricomposizione&#8221; di capitale fra lavoro necessario e plusvalore pone oggi una nuova forma di centralità operaia che intensifica la strategia del rifiuto del lavoro produttivo, come rigidità diffusa alla nuova disciplina del lavoro sociale complessivo, e come diretta rivendicazione di ricchezza. L&#8217;autovalorizzazione operaia e proletaria non può realizzarsi che limitando la giornata lavorativa al lavoro necessario, imponendo la riduzione generalizzata dell&#8217;orario di lavoro attaccando l&#8217;accumulazione di plusvalore nel rifiuto del lavoro produttivo e nella diretta rivendicazione della ricchezza. E questo salto qualitativo nella storia del rifiuto del lavoro oggi è possibile non solo perché nella nuova composizione di classe si danno tali potenzialità di dissoluzione della forma capitalistica della produzione, ma anche perché la strategia del rifiuto del lavoro ha costruito le basi materiali di una nuova forma di produzione. La produzione di plusvalore oggi non può più porsi come condizione del lavoro necessario, nella misura in cui il lavoro necessario &#8211; il lavoro in cui la classe produce per sé &#8211; tende a svilupparsi in forma autonoma e separata dalle esigenze di comando di capitale. La combinazione reale fra mercato del lavoro ufficiale e mercato del lavoro occulto, nella conservazione della loro separatezza formale, coercitiva, come unica possibilità, come sola condizione di riduzione del costo del lavoro, di funzionamento della legge del valore, sta ad indicare che la liberazione del lavoro necessario dallo sfruttamento, dal pluslavoro sta nella dissoluzione del &#8220;mercato del lavoro&#8221;, nell&#8217;attacco alla separatezza &#8220;formale&#8221; che il capitale produce per porsi come condizione del lavoro necessario. La socializzazione di lavoro vivo non può svilupparsi che nella sua &#8220;separatezza&#8221; rispetto alla formazione di capitale: il lavoro necessario come autovalorizzazione della forza lavoro non può essere &#8220;misurato&#8221; dal comando di capitale, non può più combinarsi con il pluslavoro, il tempo di lavoro supplementare non pagato di cui il capitale si appropria, ma solo con l&#8217;organizzazione del rifiuto del lavoro produttivo, con l’attacco politico, organizzato all’accumulazione di plusvalore per la formazione della nuova società. &#8220;È questa una visione radicalmente diversa da quella degli economisti borghesi &#8211; e dei riformisti! &#8211; che, impigliati come sono nelle rappresentazioni capitalistiche, vedono come si produce entro il rapporto capitalistico, ma non come questo rapporto è prodotto e come, nello stesso tempo, si sprigionano dal suo seno le condizioni materiali della sua dissoluzione, sopprimendo così la sua giustificazione storica, in quanto forma necessaria dello sviluppo economico, della produzione della ricchezza sociale&#8221; (K. MARX, <em>Il Capitale: libro I</em>, capitolo VI inedito, cit., p. 100).</p>



<p>Se il capitale ha convertito l&#8217; economia sommersa a &#8220;sua&#8221; fonte di produttività, per ridurre il costo del lavoro, la centralità operaia deve colpire ogni forma di occupazione &#8220;occulta&#8221;; e imporre nel &#8220;mercato del lavoro ufficiale&#8221; i nuovi costi dell&#8217;autovalorizzazione della forza lavoro: la riduzione generalizzata della giornata lavorativa e un salario sociale che sviluppi l&#8217;autovalorizzazione della forza lavoro contro la riproduzione di capitale.</p>
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		<title>IL RIFIUTO DEL LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/04/22/il-rifiuto-del-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Apr 2022 11:20:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scritto che proponiamo è tratto dal volume Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della trasformazione sociale (Feltrinelli, Milano 1979, pp. 54-60) di Toni Negri. Insieme ad altri quattro lavori (Crisi dello Stato-piano; Partito operaio contro il lavoro; Proletari e Stato; Per la critica della costituzione materiale), sempre editi da Feltrinelli, Il dominio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo scritto che proponiamo è tratto dal volume <em>Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della trasformazione sociale</em> (Feltrinelli, Milano 1979, pp. 54-60) di Toni Negri. Insieme ad altri quattro lavori (<em>C</em><em>risi dello Stato-piano; Partito operaio contro il lavoro; Proletari e Stato; Per la critica della costituzione materiale)</em>, sempre editi da Feltrinelli<em>, Il dominio e il sabotaggio </em>ebbe una notevole fortuna editoriale anche se, all&#8217;indomani dell&#8217;arresto dell’autore, il 7 aprile 1979, sparì dalle librerie e, insieme agli altri quattro, fu inviato al macero. Oggi è possibile leggere questi lavori nella raccolta <em>I libri del rogo</em>, (DeriveApprodi, Roma 2006).</p>



<p>Il breve paragrafo che proponiamo analizza il concetto del <em>rifiuto del lavoro </em>inteso come chiave di lettura del<em> </em><em>contenuto</em> e della <em>misura</em> del processo di autovalorizzazione proletaria, ma in un rapporto <em>distruttivo</em> con la legge del valore la cui crisi può essere misurata, appunto, dalla diminuzione del tempo di lavoro (individuale e complessivo) e dalla quantità di <em>vita proletaria sottratta al capitale</em>.</p>



<p>Se lo sfruttamento del lavoro fonda l&#8217;intera società del capitale, allora non possono esserci risposte parziali: sabotaggio, sciopero e azione diretta diventano gli strumenti di classe che servono a dispiegare la negazione, nel suo complesso, della società capitalistica.&nbsp;</p>



<p>Ma al rifiuto del lavoro e alla sua pratica complessiva segue una risposta altrettanto globale del capitale in termini di ristrutturazione del modo di produzione: il rifiuto del lavoro diventa elemento di stimolo per una nuova <em>azione produttiva </em>del capitale che nasce proprio come risposta al rifiuto operaio. Dunque, la potenza del rifiuto del lavoro viene dettata dal ritmo incalzante della ristrutturazione capitalistica e la possibilità di rottura è data<em> </em>soltanto nella<em> </em>radicalizzazione e nella socializzazione del rifiuto del lavoro che ne amplifica gli aspetti di destrutturazione del modo capitalistico di produzione: «il fine del processo di autovalorizzazione è la liberazione intera del lavoro vivo, nella produzione e nella riproduzione, è l&#8217;intera utilizzazione della ricchezza al servizio della libertà collettiva».</p>



<p>A oltre quarant’anni di distanza, le intuizioni contenute nel testo possono ancora ritornare utili per decifrare gli attuali processi di trasformazione del modo di produzione capitalistica e gli assetti, sempre più complessi, del lavoro vivo globalizzato.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>Nessuna affermazione comunista, più di quella del rifiuto del lavoro, è stata violentemente e continuamente espulsa, soppressa, mistificata dalla tradizione e dall&#8217;ideologia socialiste. Se vuoi mandare in bestia un socialista, o se vuoi scoprirlo quando si copre di demagogia, provocalo sul rifiuto del lavoro! Nessun punto del programma comunista, lungo un secolo, da quando Marx parlava del lavoro come “essenza disumana” (e aggiungeva “non libera e asociale”, cfr. K. Marx, <em>Uber F. Lists Buch</em>, in <em>Archiv – Drucke</em>, I, VSA Berlin 1972, p. 25), è stato tanto combattuto: fino a quando la scomunica del rifiuto del lavoro è divenuta tacita, surrettizia, implicita, ma non meno potente: l&#8217;argomento è stato tolto. Ora. è su questo terreno indiretto che l&#8217;astuzia della ragione proletaria ha cominciato a restaurare la <em>centralità del rifiuto del lavoro nel programma comunista</em>. Dall&#8217;etnologia alla psicologia, dall&#8217;estetica alla sociologia, dall&#8217;ecologia alla medicina, questa centralità riappare, camuffata, talora obliterata in strane fogge. Eppure vien fuori dappertutto e presto saran costretti ad inseguirla come un tempo analoghi preti inseguivano l&#8217;onnipresente stregonesca verità del demonio.</p>



<p>Nostro compito è la <em>restaurazione teorica del rifiuto del lavoro nel programma, nella tattica, nella strategia dei comunisti</em>. Mai infatti, come oggi, a livello della composizione di classe a noi data, il rifiuto del lavoro si rivela così centrale, punto di sintesi del programma comunista. Nei suoi aspetti oggettivi e in quelli soggettivi. Il rifiuto del lavoro è infatti il fondamento più specifico, materialmente determinato, della forza produttiva riappropriata al processo della autovalorizzazione operaia.&nbsp;</p>



<p><em>Rifiuto del lavoro è innanzitutto sabotaggio, sciopero, azione diretta</em>. Già in questa soggettività radicale esso rivela la globalità della sua comprensione antagonistica del modo capitalistico di produzione. Lo sfruttamento del lavoro fonda l&#8217;intera società del capitale, il rifiuto del lavoro non nega un nesso della società del capitale, un aspetto della produzione o del processo di riproduzione del capitale, ma &#8211; nella sua radicalità &#8211; <em>nega la società intera del capitale</em>. Non è un caso, allora, se la risposta capitalistica al rifiuto del lavoro non riesce mai ad essere una risposta parziale: deve essere una risposta globale, in termini di ristrutturazione, di modo di produzione. Da questo punto di vista <em>gli effetti del rifiuto del lavoro esercitano un&#8217;azione produttiva diretta sul modo di produzione capitalistico</em>. Ma, quanto più il rifiuto del lavoro viene socializzandosi e radicalizzandosi, sul ritmo stesso della ristrutturazione capitalistica, tanto più la sua &#8220;azione produttiva&#8221; approfondisce gli aspetti di destrutturazione del modo capitalistico di produzione. Caduta del saggio di profitto, crisi della legge del valore, riarticolazione di questa nell’indifferenza del comando sono effetti diretti, sia pure non continui né omologhi, del rifiuto del lavoro. L&#8217;effetto continuo lo ritrovi sull&#8217;altra faccia della dialettica di capitale: laddove il sabotaggio si rivela come valorizzazione di classe e <em>il rifiuto del lavoro diviene la chiave di lettura dell&#8217;autovalorizzazione</em>. Diviene la chiave di lettura in almeno due sensi fondamentali, cui seguono alcune altre radicate conseguenze: nel senso che è uno dei contenuti, se non <em>il contenuto</em> fondamentale del processo di valorizzazione proletaria; nel senso che determina il criterio di misura del metodo della trasformazione sociale. Vediamo prima questi due sensi fondamentali, quindi le conseguenze che ne vengono.</p>



<p><em>Il rifiuto del lavoro come contenuto del processo di autovalorizzazione</em>. Si badi bene: contenuto non significa obiettivo. L&#8217;obiettivo, il fine del processo di autovalorizzazione è la liberazione intera del lavoro vivo, nella produzione e nella riproduzione, è l&#8217;intera utilizzazione della ricchezza al servizio della libertà collettiva. È quindi di più del rifiuto del lavoro che comunque copre lo spazio fondamentale della transizione, ne caratterizza la dialettica, ne stabilisce la normativa. Rifiuto del lavoro quindi è ancora un momento del processo di autovalorizzazione nel suo rapporto distruttivo con la legge del valore, la sua crisi, <em>l&#8217;obbligo al lavoro produttivo di tutta la società</em>. Che tutti debbano lavorare, nella società fondata sulla autovalorizzazione, nella fase della transizione, è una norma che attiene al rifiuto del lavoro esattamente come vi attiene la programmazione della riduzione dell&#8217;orario di lavoro, del lavoro costretto alla riproduzione e alla trasformazione. Riconoscere questa normatività del rifiuto del lavoro è coglierlo come contenuto del processo di transizione e non come finalità del processo di autovalorizzazione, è non mistificarlo ma determinarlo dentro la lotta di classe nella specificità della sua funzione costruttiva. Il rifiuto del lavoro è dunque il contenuto della strategia comunista, dopo essersi rivelato come <em>funzione</em> <em>tattica fondamentale della destrutturazione del nemico. </em>I due aspetti sono profondamente legati. La lotta per la destrutturazione del capitale, e in particolare per la destrutturazione &#8211; distruzione del capitale costante nella forma che assume nell&#8217;ultima fase, nella maturità del modo di produzione capitalistico e del suo Stato, stabilisce infatti particolari rapporti con la permanenza della ricchezza nella forma capitalistica. Il processo di separazione di classe si scontra con la dura costanza del capitale, del <em>capitale costante. </em>Questo rapporto non può essere eliminato ma solo dominato nell&#8217;immediatezza. La forza-invenzione, come trasfigurazione della forza-lavoro in questa prima fase della transizione, deve applicarsi alla destrutturazione del capitale costante. Il rifiuto del lavoro è la sua prima arma fondamentale cui s&#8217;aggiunge <em>l&#8217;invenzione </em>in senso proprio, la determinazione qualitativa di un modo di produzione non più dominato dalle categorie del capitale. Ma il rifiuto del lavoro è appunto fondamentale perché ripropone continuamente la lotta di classe <em>all&#8217;interno del problema della transizione, </em>perché riporta nella sua esperienza la complessità della dialettica liberazione-destrutturazione. Ciò si può vedere anche da un ulteriore punto di vista. Quando la coscienza critica dell&#8217;economia politica avverte l&#8217;attualità del processo proletario di rifiuto del lavoro, reagisce o in termini utopistici o in termini puramente ideologici. <em>L&#8217;utopia tecnologica </em>è la negazione del rifiuto del lavoro nella sua concretezza e il tentativo di attribuire le esigenze che da questa concretezza promanano allo sviluppo tecnologico, all&#8217;allargamento del capitale fisso, ed all&#8217;approfondimento dell&#8217;intensità della composizione organica del capitale. <em>L&#8217;ideologia quietistica </em>è il rovesciamento dei termini collettivi dell&#8217;esperienza del rifiuto del lavoro nella prospettiva della liberazione artigianale, nell&#8217;isolamento della grande vicenda collettiva nel segreto della coscienza individuale o nello interscambio comunitario fra individui. Bene, tutto questo non esiste: il rifiuto del lavoro è insieme destrutturazione del capitale e autovalorizzazione di classe, il rifiuto del lavoro non è invenzione che si affidi allo sviluppo del capitale né invenzione che finga l&#8217;inesistenza del dominio del capitale. Non è fuga né in avanti (utopisticamente), né all&#8217;indietro (quietistica, coscienziale) a fronte del rapporto collettivo che solo ci pennette di introdurre una logica della separazione (collettiva) di classe. La liberazione non è pensabile senza un processo che innesti la positività della costruzione di un nuovo modo, collettivo, di produrre sulla negatività della distruzione del modo capitalistico di produzione. La forza esaltante e dimostrativa del concetto di rifiuto del lavoro consiste marxianamente nella duplicità delle funzioni argomentate. Nella loro complementarietà. È chiaro che nel processo della transizione sarà diverso il peso che le due funzioni a mano a mano verranno assumendo. Ma guai a dividere il nucleo fondamentale che le produce o a fondare omologie fra di loro nel loro alterno sviluppo: la storia delle depravazioni socialiste del processo rivoluzionario si è sempre fondata sull&#8217;esaltazione di un momento sull&#8217;altro &#8211; alla fine entrambi ne risultavano distrutti, utopia ed individualismo ricomparivano, perché la prassi collettiva, il contenuto unitario del processo rivoluzionario, la sintesi di odio e di amore, il rifiuto del lavoro nella sua materialità erano stati con ciò distrutti.</p>



<p><em>Il rifiuto del lavoro come misura del processo di autovalorizzazione. </em>Dunque, il rifiuto del lavoro è davvero uno strano concetto: è misura di se stesso, è misura del processo di autovalorizzazione di cui è il contenuto! Ebbene, si. Lo permette la sua natura dialettica, l&#8217;intensità della sintesi di destrutturazione e di azione dalla quale è investito. Innanzitutto dunque il progredire del processo di autovalorizzazione viene misurato negativamente, dal progredire della diminuzione del tempo di lavoro individuale e complessivo, della quantità di vita proletaria venduta al capitale. In secondo luogo il progredire del processo di autovalorizzazione viene misurato, positivamente, dalla moltiplicazione del lavoro socialmente utile dedicato alla libera riproduzione della società proletaria. <em>L&#8217;odio per il lavoro e per lo sfruttamento </em>è <em>il contenuto produttivo della forza-invenzione, che </em>è il <em>prolungamento del rifiuto del lavoro. </em>Cogliere il rifiuto del lavoro come misura del metodo di trasformazione sociale significa per noi un enorme passo in avanti. Significa puntare alla <em>riduzione generalizzata dell&#8217;orario di lavoro </em>e nello stesso tempo collegare a questo passaggio un <em>processo di innovazione rivoluzionaria, </em>teorico e pratico, scientifico ed empirico, politico ed amministrativo, subordinato alla continuità della lotta di classe su questo contenuto. Significa poter cominciare a <em>riproporre parametri</em><em> materiali di misurazione del progresso operaio in termini comunisti. </em>Il problema della misura della forza produttiva. Infatti, non è un problema solo capitalistico: d&#8217;altra parte non sembra davvero che nella crisi, e nella permanenza della crisi, della legge del valore il capitale sia molto capace di automisurazione. Il comando non è una misura ma un&#8217;efficacia, un vigore, un atto di forza. Né il criterio della gerarchia salariale, né l&#8217;ordinamento monetario hanno più una logica che non sia quella del comando. La forza produttiva del lavoro sociale è più subita che organizzata dal capitale: gli si rovescia contro come destrutturazione. La misura della produttività del lavoro in termini di rifiuto del lavoro porta a completa demistificazione il comando capitalistico &#8211; sulla produttività, nega la possibilità di una produttività del lavoro che sia comunque sfruttamento, introduce una misura che nello stesso tempo squilibra il sistema. <em>Una misura dell&#8217;approfondimento dell&#8217;intensità rivoluzionaria del processo di autovalorizzazione. </em>A quel punto, finalmente, ci abitueremo a considerare la misura non una funzione dello sfruttamento (com&#8217;è finora sempre stata, come gli economisti &#8211; anche quelli della scuola del valore &#8211; continuano a pensare: fidatevi di loro!) bensì come misura della libertà. Una misura adeguata al lavoro vivo, e non agli esiti di sfruttamento e di morte del lavoro consolidato nel capitale. Una misura della quantità di rivoluzione prodotta, della qualità della nostra vita e della nostra liberazione. E il metodo della trasformazione sociale lo formeremo e lo trasformeremo continuamente su questa base, su questa misura.</p>



<p>La determinazione del rifiuto del lavoro come contenuto e misura dei processi di autovalorizzazione comporta anche, come s&#8217;è detto, alcune rilevanti conseguenze. Ci basta qui indicarne una di fondamentale, poiché incide immediatamente sulla composizione di classe. Ed è il <em>nesso </em>dinamico che, sulla base della pratica del rifiuto del lavoro e delle sue proiezioni pratico-teoriche, si propone <em>fra avanguardia operaia della produzione diretta </em>e <em>avanguardia proletaria nella produzione indiretta. </em>Ora, anche nelle più rivoluzionarie fra le varianti del marxismo teorico, il nesso fra lavoro produttivo diretto ed indiretto non ha mai trovato una collocazione, non s&#8217;è mai posto in una tendenza che non fosse di carattere meramente oggettivo. Il capitale allarga, integra, sviluppa e ricompone socialmente il lavoro produttivo in generale: bene, in questo quadro qualcuno talora osava identificare un movimento di unificazione del lavoro direttamente e indirettamente produttivo. Ma se noi ci poniamo dal punto di vista del rifiuto del lavoro, allora possiamo reinterpretare queste tensioni<em> derivate dalla logica del capitale ed identificare, in maniera complementare </em>e/o antagonistica, un processo ben più profondo, dialettico (e desiderabile dal punto di vista di classe) che percorre il tessuto del lavoro produttivo. Il rifiuto del lavoro è infatti, prima di tutto, rifiuto del lavoro più alienato, quindi più produttivo. È in secondo luogo rifiuto del lavoro capitalistico, come tale, cioè dello sfruttamento in generale. È in terzo luogo tensione al rinnovamento del modo di produrre, allo scatenamento della forza-invenzione. <em>Nell&#8217;intreccio di questi motivi l&#8217;intensità dinamica del rifiuto del lavoro investe la globalità del modo di produzione capitalistico. </em>Se tutto questo è vero, l&#8217;interscambio che socialmente il capitale impone, e la divisione che solo lentamente viene meno fra lavoro direttamente ed indirettamente produttivo, viene assunta dal rifiuto del lavoro a tema fondamentale. Nei rifiuto del lavoro vive il riconoscimento dell&#8217;interscambio fra lavoro direttamente e indirettamente produttivo perché vive una tensione distruttiva (del lavoro più sfruttato e insieme della sua riproduzione sociale) che è affatto unitaria. Anzi: è nell&#8217;interesse operaio negare i veli che il capitale stende sull&#8217;unità del lavoro sociale, e di contro potenziarla, articolarla. Il rifiuto del lavoro, quando poi si presenta come forza-invenzione, deve muoversi dentro l&#8217;unità di tutti gli aspetti del lavoro sociale, di quello direttamente e di quello indirettamente produttivo: il metodo radicale della trasformazione sociale non può infatti <em>che </em>applicarsi a questa unità, non può che riassumersela e riarticolarla dall&#8217;interno. Il rifiuto del lavoro, sia in termini di definizione sia in termini di prospettiva, investe così la composizione di classe data, forzandone le caratteristiche unitarie, e insistendo sulla riarticolazione operaia del lavoro produttivo in tutte le sue figure.</p>



<p>Altre sono le conseguenze che derivano dalla dinamica del rifiuto del lavoro e ad esse faremo cenno nei due prossimi paragrafi. Qui è stato importante insistere <em>sull&#8217;unità del lavoro produttivo sociale in termini di rifiuto del lavoro. </em>Infatti, in questo caso, non è solo un&#8217;operazione scientifica quella che si fa ma anche, e soprattutto, politica. Perché infatti dentro quest&#8217;unità complessa del rifiuto del lavoro, su questa ampiezza e densità della definizione di classe, tutti i fili del programma operaio rivoluzionario che fin qui siano venuti seguendo, si riannodano. Questa composizione di classe vuole allora un programma comunista che sia adeguato alla propria figura sociale, che incida efficacemente sul livello della produzione e insieme, in egual misura, su quello della riproduzione. Sul terreno della riproduzione la più immediata figura che assume il rifiuto del lavoro è quella<em> </em><em>della riappropriazione diretta della ricchezza, </em>sia a livello mercantile che a livello istituzionale. E poi su questa composizione il rifiuto del lavoro agisce attaccando l&#8217;orario di lavoro e proponendosi fino in fondo come prima normativa relativa allo sviluppo della forza-invenzione proletaria. Insomma, questa composizione di classe che vediamo investita dal rifiuto del lavoro e dalla forza-invenzione, comincia a rappresentare globalmente il processo di autovalorizzazione, nella sua indipendenza e separatezza. (Ci si permetta di aggiungere ancora una volta che questa separatezza non è utopia tecnologica, non è solitudine individuale, non è illusione comunitaria. D&#8217;altra parte, dopo l&#8217;esperienza di questo decennio, c&#8217;è ancora qualcuno che possa mettere in dubbio l&#8217;efficacia e la complementarietà dell&#8217;azione di destrutturazione del sistema del capitale ed insieme di destabilizzazione del regime del capitale messa in atto dal rifiuto del lavoro?)</p>
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		<title>RIFIUTO DEL LAVORO CONTRO APPARENZA DEL VALORE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2021 12:24:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pezzo che di seguito proponiamo è estratto dal documento politico Alle avanguardie per il partito, pubblicato nel 1970 come supplemento al n.36 di “Potere Operaio”, elaborato dalla Segreteria Nazionale di P. O. e proposto alla discussione dei militanti.&#160; Il tema centrale è il concetto di rifiuto del lavoro come pratica contro la centralità del [&#8230;]</p>
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<p>Il pezzo che di seguito proponiamo è estratto dal documento politico <em>Alle avanguardie per il partito</em>, pubblicato nel 1970 come supplemento al n.36 di “Potere Operaio”, elaborato dalla Segreteria Nazionale di P. O. e proposto alla discussione dei militanti.&nbsp;</p>



<p>Il tema centrale è il concetto di <em>rifiuto del lavoro</em> come pratica contro la centralità del <em>valore del lavoro</em> inteso come legge unica ed esclusiva dell&#8217;organizzazione produttiva e sociale. Una decisa presa di posizione contro il modo di riproduzione capitalista che da un lato sfrutta il processo di produzione come momento di estrazione di plusvalore, e dall&#8217;altro rende questo processo l&#8217;unico possibile, per il lavoratore, per poter ottenere il reddito necessario alla sopravvivenza. A questo deve necessariamente affiancarsi una narrazione che renda il tutto credibile, quindi il mantra che questo è l&#8217;unico modo/mondo possibile e che basta impegnarsi per raggiungere il miglioramento personale/materiale.</p>



<p>La falsa promessa di un diffuso benessere e dell’equità sociale diventa strumento funzionale allo sfruttamento del capitale sul lavoro vivo. Viene, dunque, smascherato da una parte l’inganno capitalista del lavoro come valore e, dall&#8217;altra, l&#8217;eguaglianza capitalistica come unica forma possibile. Contro l’illusione del capitale, il documento pone l’accento sulla centralità delle avanguardie per distruggere questa <em>apparenza del valore</em> attraverso la riappropriazione <em>del comando sulla ricchezza sociale prodotta. </em>La pratica operaia del rifiuto del lavoro è usata, tra gli anni &#8217;60 e &#8217;70,&nbsp; contro il meccanismo mistificatorio del valore del lavoro ma, soprattutto, contro la produzione di valore che costringe l&#8217;intero complesso delle attività umane a farsi lavoro, e dunque, <em>produzione di valore e di plusvalore</em>.</p>



<p>A distanza di cinquant’anni, ci sembra che questo documento non solo non abbia perso smalto ma abbia invece ancora tanto da dirci. Resta, a nostro avviso, intonsa la necessità <em>di distruggere il lavoro come espropriazione quotidiana di ogni energia umana, come forma di organizzazione della società, come fondamento di legittimità dell&#8217;autorità </em>e unica forma di legittimazione dell&#8217;individuo nella societá<em>. Una enorme base materiale è stata accumulata dal lavoro umano durante secoli di sfruttamento; contro il lavoro vivo questa massa materiale è usata dalla mano armata del capitale e del suo Stato</em>.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>Premuti da questo nuovo, sempre più incalzante esprimersi della coscienza operaia dello sfruttamento e della necessità del comunismo, i padroni resistono &#8211; come sempre &#8211; alternando crisi e sviluppo, repressione e riforme.&nbsp;</p>



<p>Riforme e repressione oggi si presentano in una proposta di ristrutturazione che vuole l&#8217;uso della schiavitù salariale per lo sviluppo produttivo dentro un ordinamento ricalcato sul «valore del lavoro», come legge esclusiva dell&#8217;organizzazione produttiva e sociale. L&#8217;esclusività con cui i padroni intendono muoversi su questo terreno comporta una forte tensione riformista contro tutte quelle specie di sfruttamento che non possono raggrupparsi sotto la legge del valore: contro la rendita parassitaria, contro tutte le disfunzioni improduttive che impediscono di regolare in modo pianificato il rapporto di sfruttamento a livello sociale. Coll&#8217;imporre la legge del valore come legge della società intera, il capitale cerca di legittimare il proprio sviluppo, di mostrarsi un giusto legislatore e garante di un potere che le lotte operaie gli vengono contestando. Ma la legge del valore è la legge dello sfruttamento. L&#8217;«equo sfruttamento» che l&#8217;estensione illimitata del dominio della legge del valore vorrebbe stabilire fra i lavoratori, è l&#8217;eguaglianza apparente che esiste fra gli sfruttati da un unico padrone: il capitale come potenza impersonale e astratta, i padroni come suoi funzionari tutti intesi all&#8217;opera senza fine di accrescere la ricchezza produttiva e a stravolgerla in comando sugli operai. II problema degli operai non è quello di sapersi uguali nella miseria dello sfruttamento, ma di abolire lo sfruttamento e il comando del capitale. Agli operai non interessa un nuovo imbroglio, una «giustizia» astratta e mostruosa, &#8211; a ciascuno secondo il lavoro &#8211; astratto e mostruoso il dominio del capitale: nel suo comando la regola dell&#8217;equità può solo presentarsi come rinnovata funzione dello sfruttamento. Agli operai le lotte hanno mostrato che non c&#8217;è più alcuna misura tra lavoro e capitale che non sia misura del comando, della necessità dei padroni di comandare perché il capitale possa riprodursi come figura del loro potere. All&#8217;operaio-massa, intercambiabile nelle sue funzioni produttive, soggetto all’orribile ricatto di dover accettare comunque il comando del padrone solo per godere della «libertà» di vivere come vuole il padrone, schiavo del capitale dentro la fabbrica e nella società dominata dalla volontà e dal puzzo del padrone, nessuno può più raccontare che il lavoro è un valore e che l’«uguaglianza» capitalistica è giusta. Distruggiamo questa apparenza del valore, riappropriamoci del comando sulla ricchezza sociale prodotta, opponiamo la forza operaia al capitale! Una nuova epoca della lotta di classe operaia si è aperta: dobbiamo osare viverla!&nbsp;</p>



<p>Nella situazione di sempre maggiore sfruttamento che la legge del valore determina, nelle lotte che gli operai hanno condotto e conducono tra gli anni &#8217;60 e gli anni &#8217;70, gli operai hanno lanciato contro l&#8217;apparenza mistificata del valore il rifiuto del lavoro! Rifiuto del lavoro significa prima di tutto rifiuto operaio di accettare il lavoro come sistema di fabbrica, di legarsi ad ogni forma di partecipazione (da quella brutale del cottimo a quelle raffinate della cogestione produttiva); significa &#8211; in secondo luogo &#8211; rifiuto da parte degli operai di vedersi non solo collocati nello sporco sistema di fabbrica, ma anche nello sporco sistema dello sviluppo, all&#8217;interno del progetto capitalistico di subordinare la società alla legge del valore e dello sfruttamento. Ma soprattutto, rifiuto del lavoro significa comprendere che &#8211; al di là del mondo del lavoro salariato, della legge del valore, del dominio capitalistico che stravolge la capacità dell&#8217;uomo di produrre ricchezza nella costrizione a produrre valore (che cioè costringe l&#8217;attività umana a farsi lavoro, cioè produzione di valore e di plusvalore) &#8211; esiste, e già si scopre nei comportamenti dell&#8217;autonomia operaia, la possibilità di creare un mondo nuovo che rinneghi la barbarie dell&#8217;oppressione, della povertà e dell&#8217;ignoranza e che sia costruito sull&#8217;affinamento dell&#8217;operatività operaia, della capacità di produrre ricchezza (beni utili) e non merci, valore, capitale, dell&#8217;invenzione e di una intelligenza liberata dalla subordinazione alle necessità della produzione e della scienza capitalistica. Gli operai non vogliono subordinare se stessi ad una nuova figura dell&#8217;organizzazione capitalistica del lavoro &#8211; più avanzata, più raffinata, più astratta: il processo di valorizzazione si è mangiato il lavoro vivo senza dare speranza di riscatto e di alternativa. Solo la distruzione del lavoro incorporato al capitale può liberare, solo il rifiuto è la condizione di un mondo liberato.&nbsp;</p>



<p>Il rifiuto di farsi merce, che esprima in se un programma di dittatura che imponga l&#8217;abolizione del lavoro salariato, che distrugga il rapporto fra lavoro e diritto all&#8217;esistenza.&nbsp;</p>



<p>Nella lotta gli operai hanno già opposto il rifiuto del lavoro all&#8217;apparenza del dominio capitalistico! Su questa via dobbiamo marciare!&nbsp;</p>



<div style="height:78px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><em>Alle avanguardie per il partito [1970, <em>Potere operaio</em>]</em>   <a href="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/Potere-operaio.-Alle-avanguardie-per-il-partito_1970.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>SCARICA IL PDF</strong></a></p>
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		<title>LAVORO, NON LAVORO, GRATUITÀ</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/08/27/lavoro-non-lavoro-gratuita/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2021 10:05:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo la trascrizione di un interessante intervento di Anna Curcio presso l’Università estiva del 2017, annuale appuntamento di Attac Italia, i cui atti – tutti incentrati sulle forme del lavoro e del non lavoro –&#160; sono stati raccolti ne Il Granello di sabbia (n. 31, nov./dic. 2017).&#160; Al di là delle costruzioni ideologiche, la realtà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Proponiamo la trascrizione di un interessante intervento di Anna Curcio presso l’Università estiva del 2017, annuale appuntamento di Attac Italia, i cui atti – tutti incentrati sulle forme del lavoro e del non lavoro –&nbsp; sono stati raccolti ne <em>Il Granello di sabbia</em> (n. 31, nov./dic. 2017).&nbsp;</p>



<p>Al di là delle costruzioni ideologiche, la realtà del lavoro odierno ci parla di un universo di iper-sfruttamento e precarizzazione, di estrazione, più o meno forzata, di valore materiale e immateriale, fino a forme di neo-schiavismo e lavoro “volontario” e “gratuito” proposto dalla parte padronale come opportunità curricolare.</p>



<p>L’autrice, nell’affrontare il concetto del <em>rifiuto del lavoro</em> al tempo del lavoro precario e gratuito, critica l’impianto lavorista di una certa sinistra che associa <em>il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società, </em>puntualizzando al contempo la differenza tra “lavoro” e “attività”<em> </em>attraverso riferimenti analitici ben precisi che spaziano all’interno dell&#8217;Operaismo italiano e del pensiero Autonomo (dunque, Romano Alquati e Franco Berardi Bifo in primis). Attraverso questa distinzione teorica vengono individuate alcune possibili linee di inchiesta rigorose, aderenti alle reali trasformazioni che il mondo del lavoro e del capitale oggi ci impongono, mettendoci però in guardia sui concreti rischi di rovesciamento delle conquiste di <em>autonomia soggettiva da sfruttamento</em> in altre e più insidiose forme di alienazione e sfruttamento, attraverso i costanti processi di sussunzione e ristrutturazione capitalistica.&nbsp;</p>



<p>Se il lavoro è storicamente determinato e dunque non associabile a un’idea di <em>naturalità del lavoro </em>(qui diventa centrale l’insegnamento del femminismo marxista che ha smontato il legame “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito) e l’agire umano è potenzialmente autonomo, è proprio questo spazio di ambivalenza dell’<em>attività che si fa lavoro</em> che occorre attraversare, praticare e politicizzare. Coscienti che questi processi di rovesciamento non arriveranno attraverso ricette  precompilate (come ad esempio, sottolinea l’autrice, quelle sul reddito), serve innescare in primis un processo di identificazione del proprio agire all&#8217;interno del tessuto sociale assoggettato al modo di riproduzione capitalista. In secondo luogo è necessario individuare quei percorsi di incompatibilità attraverso i quali giungere a un reale processo di rottura e di controsoggettivazione.</p>



<p class="has-text-align-center">***********</p>



<p>Per affrontare il tema del lavoro gratuito e discutere la sua attualità vorrei innanzitutto provare a definire l’oggetto della riflessione, ovvero provare a rispondere alla domanda: di cosa parliamo quando diciamo rifiuto del lavoro? La domanda, tutt’altro che retorica, muove da due esigenze tra loro complementari: la prima, di carattere metodologico, ha a che fare con un’esigenza definitoria che accompagna o dovrebbe accompagnare ogni esercizio analitico; l’altra, su un piano evidentemente differente, risponde a una necessità di carattere politico che intende mettere a critica il vizio lavorista di questa società, compresa la (o meglio a partire dalla) sinistra. Nel senso che resta forte l’esigenza anche a sinistra, tanto che ci si trovi davanti a interlocutori informati tanto che si abbia a che fare con interlocutori non politicamente formati e informati, di sgomberare il campo da quell’idea che associa il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società.</p>



<p>In secondo luogo vorrei in queste brevi note provare a discutere di rifiuto del lavoro al tempo della precarietà e del lavoro gratuito, per provare a tratteggiare possibili piste di inchiesta all’altezza delle sfide che le trasformazioni produttive e del lavoro oggi ci pongono.</p>



<p><strong>Lavoro e attività</strong></p>



<p>«Credi davvero che il mondo possa funzionare se tutti rifiutassimo il lavoro?» È la domanda, forse un po’ ingenua ma assolutamente conseguente, che la mamma di una bambina che frequenta la scuola con mia figlia, mi rivolge quando apprende che sto preparando un intervento sul tema. Non si tratta propriamente di una militante ma è una donna politicamente informata che potremmo definire, in senso lato, “di sinistra” (ricorrendo per esclusiva esigenza di sintesi a una categoria che poco mi piace e che mi pare abbia sempre meno presa sul reale).</p>



<p>Vorrei porre questa domanda, spiazzante ma tutt’altro che oziosa, come punto di partenza di questa riflessione, perché come ho provato sinteticamente a spiegare a quella mamma e come vorrei oggi qui riprendere, ciò che rifiutiamo non è il lavoro in quanto attività, ma sono l’alienazione e lo sfruttamento del lavoro salariato e le conseguenze profonde e violente che ricadono sul nostro corpo (anche in termini di salute), sulla nostra vita nel suo insieme, e sulla produzione della soggettività contemporanea più complessivamente. Nello stesso tempo, rifiutare il lavoro, ci hanno insegnato i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, vuol dire anche sottrarsi ai processi di valorizzazione del capitale, interrompere cioè la catena capitalista di produzione di valore; un atto di sabotaggio potremmo dire, dei processi di alienazione e sfruttamento che attanagliano la nostra vita.</p>



<p>Su di un piano teorico, parlando di lavoro e del suo rifiuto, occorre appunto distinguere il “lavoro” dalla “attività”. Secondo una definizione generica ma largamente condivisa dagli esperti del settore (economisti e sociologi del lavoro in primis) il lavoro è quell’attività umana che produce ricchezza. È in questo senso un’attività di trasformazione della natura, della società nel suo insieme, dei suoi mezzi e strumenti, non da ultimo degli esseri umani che la abitano e delle loro capacità e abilità. Non solo, dunque, il lavoro è una forma “specifica” di attività, una forma particolare e circostanziata di esercizio di un’attività umana. Il lavoro, proprio per il suo carattere “specifico”, è anche “storico”, cioè storicamente determinato (tutt’altro che naturale dunque). L’attività è invece, potremmo dire, propriamente umana.</p>



<p>Romano Alquati, che al tema del lavoro, delle sue trasformazioni e dell’articolazione tra lavoro e attività ha dedicato un’attenzione puntuale, ci ricorda che il lavoro «è nato artificiale col capitalismo. E come gli abbiamo dato nascita potremmo anche sopprimerlo»(1). Quanto all’attività, «si presenta come un luogo di passaggio: verso il lavoro o viceversa per uscire dal lavoro»(2). Da questa prospettiva, dunque, il lavoro, a differenza dell’attività, e con buona pace del capitale e della sinistra, è un’invenzione umana, e in quanto tale può essere superato o rifiutato. Ed è qui, io credo, che vada collocato il punto di partenza di ogni riflessione sul rifiuto del lavoro.</p>



<p>Il lavoro è, detto altrimenti, un’attività specifica del nostro agire (di un agire che Alquati definisce «lavorizzato») che si svolge all’interno dei processi di valorizzazione del capitale, con tutto un portato di alienazione e sfruttamento. L’attività, per contro, è un’espressione almeno in potenza autonoma dell’agire umano che sfugge all’alienazione ponendosi in una posizione di autonoma gestione dei contenuti e soprattutto dei tempi del lavoro, nonché come autonomia nella conoscenza e gestione del processo di lavoro nel suo insieme(3). In questo senso l’attività si pone come momento di estraneità produttiva, dove la produttività è intesa come valorizzazione capitalista e sfruttamento. È estraneità gioiosa alla produttività, avrebbe detto il movimento del Settantasette, che del rifiuto del lavoro ha fatto la sua parola d’ordine diffusa e generalizzata.</p>



<p>Franco Berardi Bifo, che di quel movimento è stato tra i protagonisti, ha scritto in un documento di quegli anni, raccolto nel recente volume Quarant’anni contro il lavoro, che «l’attività si trasforma in lavoro quando l’uomo si appropria del tempo dell’altro uomo (…) Il lavoro è morte sospesa. Non tutte le forme di attività e di trasformazione manuale, conoscitiva e tecnica assumono la forma sociale del lavoro. Il lavoro è quella forma di attività di trasformazione della natura che è espropriata, alienata e piegata al dominio dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo»(4).</p>



<p>E questo, occorre aggiungere, non vale solo per il Movimento del Settantasette e il periodo cosiddetto “fordista”, in un processo di «iper-industrializzazione» del lavoro e della produzione(5) vediamo oggi anche il lavoro cosiddetto “immateriale” farsi alienazione ed espropriazione di tempo di vita/lavoro, come espropriazione dell’autonoma capacità di agire propria dell’umano, sia sul piano mentale che in termini corporei. È la sussunzione del corpo e delle attività mentali che, private di ogni autonomia, sono soggette al dominio del «conquistatore» sullo «sconfitto»(6). È la «sussunzione effettiva»(7) dell’agire umano nel lavoro.</p>



<p>Per contro, negli anni Settanta, il rifiuto del lavoro è stata l’apertura dell’ambivalenza data dall’attività che si fa lavoro (dove, come si diceva, il lavoro è storicamente determinato, dunque aperto al suo rifiuto e) dove «l’attività si presenta come un luogo di passaggio verso il lavoro o viceversa per uscire dal lavoro»(8). È l’apertura di un’ambivalenza capace di «portare l’agire umano oltre il lavoro»(9).</p>



<p>È la costruzione di nuove condizioni sociali, nuovi rapporti di lavoro e nuove forme di relazione con gli altri, che hanno sottratto l’agire all’alienazione dalla valorizzazione capitalista e respinto l’espropriazione di tempi e contenuti dell’agire umano. Facendo eco alla politologa femminista statunitense Kathie Weeks – che legge il rifiuto del lavoro alla luce dell’etica lavorista di ispirazione calvinista(10) – potremmo parlare di un’etica del non lavoro, come rovescio dello «spirito del capitalismo» di weberiana memoria. E qui torna utile Bifo quando, giocando la ricchezza cooperativa e la felicità gioiosa del rifiuto del lavoro contro la “miseria” di un’etica lavorista, scrive: «quanto più povera è la vita quotidiana, quanto più essa è infelice, tanto più può affermarsi il dominio capitalistico sul tempo di vita. Quanto più misera è la relazione sociale, tanto più facilmente e completamente può venire sottomessa alla produzione di valore»(11). Nel senso che l’economico (il lavoro) prevale sull’(agire) umano quando il tempo di vita è svuotato della sua autonomia e colonizzato.</p>



<p>Come sappiamo, nel ciclo di lotte degli anni Settanta, quest’etica del non lavoro ha prodotto – attraverso le lotte e la costruzione di radicati processi di contropotere – nuove forme di vita e relazionali e nuove soggettività (politiche) che hanno introdotto nel circuito di lavoro infedeltà e flessibilità; hanno sostituito il concetto di disoccupazione con quello di “tempo liberato”, scompaginando il modello socioeconomico e politico dominante con al suo centro il lavoro. Poi quel ciclo della soggettività ha visto la sua rapida e tragica conclusione sotto i colpi della repressione e dell’eroina di Stato, oltre che delle sue incapacità a dare forma complessivamente organizzata all’autonomia e determinare rottura, che hanno aperto il campo alla cosiddetta controrivoluzione liberista, formalmente ratificata, in Italia, dalla “marcia dei quarantamila” il 14 ottobre del 1980 a Torino. Schematizzando, potremmo assumere questa data come lo spartiacque tra rapporti di forza differenti che ora, invertiti di segno, rovesciano le conquiste di autonomia soggettiva da sfruttamento e</p>



<p>valorizzazione del lavoro in altre forme di alienazione e sfruttamento. Flessibilità e infedeltà da conquiste di autonomia sono diventate imperativi del capitale, come mostra la lunga stagione di riforme del lavoro nel segno della deregolamentazione e del taglio delle garanzie: dal cosiddetto “pacchetto Treu” nel 1997 al “Jobs Act” nel 2015.</p>



<p><strong>Gratuità e rifiuto</strong></p>



<p>Oggi, a conclusione di quella stagione di riforme sul lavoro, lo scenario è profondamente mutato. In tante e tanti, soprattutto tra i giovani, un lavoro non lo hanno mai visto, soprattutto quel “lavoro normale” fissato dalla convenzione capitalistica del Novecento.</p>



<p>In moltissimi hanno sempre conosciuto il lavoro solo associato all’aggettivo, precario, interinale, a chiamata, a somministrazione. E il salario, ormai, ha smesso di essere una prerogativa “normale” del lavoro. Così, quelli che una volta erano visti come “vizi orrendi” del lavoro salariato, che ci tenevano inchiodati a vita nel medesimo impiego, vincolati a rigidi orari di lavoro nel monotono ripetere delle stesse mansioni, mostrano oggi le loro “appetibilissime” virtù, le virtù di uno stipendio a fine mese e la possibilità di rimanere a casa per una malattia, sic! Oggi, in un modo che potremmo dire speculare al rifiuto del lavoro caro al movimento del Settantasette, si chiede e non si rifiuta lavoro, e si è anche disposti a «lavorare per nulla»(12), mentre, alienazione, sfruttamento e dominio restano saldamente ai loro posti, e l’attività rimane soggetta all’esproprio del lavoro, sempre più pervasivo.</p>



<p>Che spazio può oggi esserci per un’etica del non lavoro? Quali possibilità per una vita felice, per relazioni sociali ricche? Come reimmaginare oggi la “gioiosa estraneità produttiva” del movimento del Settantasette? Ritengo che sia intorno a queste domande che risieda il nodo politico oggi dirimente, mentre il lavoro sempre più precario si sgancia dal salario e si lavora spesso con l’ambizione di mettersi in evidenza o per il mero riconoscimento sociale e personale, divenuti moneta di una sorta di “salario psicologico” che integra o addirittura sostituisce quello reale. Cosa può allora voler dire rifiuto del lavoro oggi? Ovvero come rovesciamo alienazione e sfruttamento del lavoro a favore dell’autonomia dell’agire umano per sottrarci alla produzione di valore per il capitale e dare spazio alla ricchezza della cooperazione autonoma?</p>



<p><strong>Contro la naturalità del lavoro</strong></p>



<p>Certamente abbiamo di fronte a noi la possibilità di una sacrosanta battaglia per la rivendicazione di un reddito, come i precari hanno fatto negli ultimi vent’anni almeno, e come le élite capitaliste più “illuminate” cominciano giù da un po’ a paventare in vista di una ripartenza del ciclo produzione-consumi, al palo negli anni della crisi. Credo tuttavia che questo non sia sufficiente, perché le rivendicazioni sono sempre legate a delle istanze di lotta e dunque a processi di soggettivazione collettiva, oppure diventano mantra ideologici estranei alla composizione di classe concretamente esistente. Ciò che mi pare invece più adeguato alla fase attuale è un cambiamento anche radicale del modo in cui guardiamo alla questione del lavoro oggi. Credo cioè necessario allargare lo spettro della nostra osservazione al piano della soggettività e, insieme alla dimensione economica, che ci permette di mettere a fuoco la rivendicazione sul reddito, porre maggiore attenzione al piano antropologico e di costruzione della soggettività. È qui, sul piano della soggettività, che credo si giochi la possibilità di rovesciare l’idea del lavoro come spazio di riconoscimento, rispetto a sé e rispetto agli altri, che muove nella direzione esattamente opposta a quell’etica del non lavoro che si pone come possibilità per una vita sociale ricca e densa di relazioni.</p>



<p>Detto altrimenti, è qui, che occorre lavorare concettualmente e politicamente per interrompere l’idea di naturalità del lavoro con il suo portato di alienazione e sfruttamento (versus l’essere del lavoro una specificità storica), che troppo spesso sembra rimbalzare nei commenti di chi presta lavoro gratuitamente o di chi spinto dalla precarietà dell’esistenza accetta contratti di lavoro a zero tutele o quasi. Si tratta in questo senso di seguire l’insegnamento del femminismo marxista che ha smontato il nesso “naturale” tra l’essere donna e il lavoro domestico non retribuito(13) e interrompere la continuità semantica tra soggettività e lavoro (che è invenzione del capitale), in un contesto segnato da profonda precarietà, da forti spinte al declassamento e all’impoverimento e con una crescente psicopatologizzazione dell’esistenza (alienazione, spaesamento, solitudine, depressione, panico e molto altro). La ricerca delle nuove forme di rifiuto non può guardare a quelle del passato, perché è fin troppo scontato sottolineare come ogni pratica collettiva sia legata a una fase storicamente determinata. Dobbiamo invece scavare all’interno dei nuovi comportamenti per vedere quali forme di rifiuto reali o potenziali si danno o si possono dare, quali sono le ambivalenze specifiche, qual è la politicità intrinseca, quali i possibili percorsi di trasformazione in processi di organizzazione e sovversione. Tornare insomma a guardare alla forza e non alla debolezza, a ricercare la potenza e non a piangere la sfiga. È questa, io credo, una pista importante da percorrere per un’ipotesi politica di analisi e inchiesta su rifiuto del lavoro all’altezza delle sfide del presente: perché il lavoro è storicamente determinato, si diceva in apertura, l’agire umano è potenzialmente autonomo, e lo spazio di ambivalenza dell’attività che si fa lavoro è lo spazio di politicizzazione che occorre praticare.</p>



<p>Ben sapendo che questo processo di rovesciamento non si può risolvere sul piano della mera coscienza, dell’opera pedagogica, né tantomeno di ricette e proposte illuminate, come troppo spesso sono state quelle del reddito. Sarà un processo di lotta, rottura e controsoggettivazione, oppure non sarà.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>NOTE</p>



<p>(1) Romano Alquati, <em>Lavoro e attività</em>, manifestolibri, Roma 1997, p. 16, corsivo nel testo.</p>



<p>(2) <em>Ibidem</em>, corsivo nel testo.</p>



<p>(3) Devo quest’ultima considerazione allo scambio con Marco Bersani in occasione della presentazione di questo testo durante l’Università estiva di Attac Italia, a Cecina (Li), il 15 settembre scorso.</p>



<p>(4) Franco Berardi Bifo, <em>Quarant’anni contro il lavoro</em>, Derive approdi, Roma 2017, p. 154, corsivo mio.</p>



<p>(5) Con «iper-industrializzazione» Romano Alquati si riferisce a quel processo a noi coevo caratterizzato dall’estensione verso nuovi ambiti produttivi, compresi i settori del lavoro «mentale» e «timico» (oltre dunque il mero settore industriale manifatturiero), della razionalità industriale e delle sue forme organizzative nei termini soprattutto dell’innovazione produttiva, dell’organizzazione e divisione del lavoro, dell’estensione della tecnica e dei suoi mezzi che si fanno parte integrante del processo produttivo (Alquati parla in questo senso di «macchinizzazione») e si combinano, depotenziandole, con le capacità umane cognitive e affettive (Alquati parla in questo senso di «mezzificazione») e dalla sussunzione della cooperazione. (Romano Alquati, <em>Sulla società industriale oggi</em>, manoscritto inedito, 2000).</p>



<p>(6) Bifo, <em>Quarant’anni contro</em>, cit., p. 154.</p>



<p>(7) Alquati, <em>Sulla società industriale</em>, cit.</p>



<p>(8) Alquati, <em>Lavoro e attività</em>, cit., p. 16, corsivo nel testo.</p>



<p>(9) <em>Ibidem</em>.</p>



<p>(10) Kathie Weeks, T<em>he Problem with Work</em>, Duke Press 2011.</p>



<p>(11) Bifo, <em>Quarant’anni contro</em>, cit., p. 160.</p>



<p>(12) Andrew Ross, “<em>Lavorare per nulla”: l’ultimo dei settori produttivi ad alta crescita</em>, in commonware.org 2014, <a href="http://www.commonware.org/index.php/neetwork/502-lavorare-per-nulla">http://www.commonware.org/index.php/neetwork/502-lavorare-per-nulla</a>&nbsp;</p>



<p>(13) Sul tema si veda Silvia Federici, <em>Salario per il lavoro domestico</em> (1975), in Ead., <em>Il punto zero della rivoluzione</em>, ombre corte, Verona 2014.</p>
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		<title>MARCEL DUCHAMP E IL RIFIUTO DEL LAVORO</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2021 10:01:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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<p>Di seguito proponiamo la prefazione all’edizione italiana del libro <em>Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro </em>(edizioni temporali, Milano 2014) di Maurizio Lazzarato. L’autore analizza la categoria politica del <em>rifiuto del lavoro,</em> cara all’operaismo italiano come pratica di lotta dell’<em>operaio massa</em>, attraverso le concettualizzazioni di Marcel Duchamp che vedeva nel rifiuto del lavoro una pratica individuale di sottrazione alla logica lavorista, a partire da quella artistica, permanentemente subordinata alla valorizzazione del capitale.</p>



<p>Nella storia dell&#8217;umanità nessuna generazione ha sacrificato più tempo al lavoro di quanto abbiano fatto tutti coloro che hanno vissuto sotto il giogo del capitale. Le invenzioni e le innovazioni tecniche, sociali e scientifiche, anziché liberare il tempo dal lavoro, hanno esteso il dominio dell’impresa capitalistica sull’uomo e sulla sua temporalità. L&#8217;arte, come ogni altra attività, è dentro la divisione sociale del lavoro: essere un artista è una professione (o una specializzazione) come un&#8217;altra. È proprio a partire da questo assunto e dalla relativa imposizione capitalistica sui corpi (e sulle menti) che impone di occupare una posizione e un ruolo sociale prestabilito che Duchamp costruisce l&#8217;oggetto del suo rifiuto categorico e permanente del lavoro.&nbsp;</p>



<hr class="wp-block-separator is-style-default"/>



<p>Il &#8220;rifiuto del lavoro&#8221; è forse la categoria politica più importante dell&#8217;operaismo italiano. Rinvia alle pratiche di lotta individuali e collettive dell&#8217;operaio massa nelle grandi fabbriche fordiste che, con le loro catene di montaggio e le loro grandi concentrazioni operaie, rappresentavano lo sfruttamento del capitalismo industriale.</p>



<p>Il rifiuto del lavoro di Marcel Duchamp è invece una pratica individuale di sottrazione alla logica del lavoro (compreso quello artistico) subordinato alla valorizzazione del capitale che anticipa i possibili comportamenti di rifiuto nel capitalismo contemporaneo.</p>



<p>Duchamp si è trovato al centro di due momenti essenziali nella storia del rapporto capitale-lavoro e capitale-arte. Da una parte, il suo &#8220;ozio&#8221; arriva alla fine della prima fase di formazione forzata della forza lavoro che, durante il XIX secolo trasforma la vita di milioni di proletari in una vita dipendente dal lavoro salariato. Dall&#8217;altra Duchamp è testimone diretto dell&#8217;inizio dell&#8217;integrazione dell&#8217;arte e dell&#8217;artista al mercato, cioè di una diversa, ma non meno pervasiva forma di subordinazione della vita al capitale.</p>



<p>Il rifiuto del lavoro di Duchamp è sicuramente figlio del rifiuto del lavoro che ha caratterizzato tutto il XIX secolo, se non altro per revocazione ricorrente del &#8220;diritto all&#8217;ozio&#8221; di Paul Lafargue (1880) che di quelle lotte costituisce un omaggio. Se con la socialdemocrazia la memoria di questi comportamenti si è persa (riemergerà con l&#8217;operaismo italiano per poi scomparire di nuovo), resta presente, in maniera non direttamente politica, nello stile di vita di Duchamp.&nbsp;</p>



<p>Michel Foucault definisce in questo modo l&#8221;&#8216;illegalisme&#8221; dei proletari che rifiutano di &#8220;impiegare&#8221; il loro corpo e la loro forza alla produzione: &#8220;1. la decisione dell&#8217;ozio: rifiuto di offrire sul mercato del lavoro queste braccia, questo corpo, questa forza; 2. l&#8217;irregolarità operaia: rifiuto di applicare la sua forza dove bisogna e nel momento richiesto: si tratta di disperdere le forze, decidere il tempo durante il quale si applicheranno; 3. la festa: non conservare questa forza per renderla utilizzabile, sprecarla non prendendo cura del proprio corpo, cadendo nel disordine; 4. il rifiuto della famiglia: non utilizzare il suo corpo alla riproduzione delle sua forza lavoro nella forma della famiglia; è il rifiuto della famiglia tramite la convivenza e la dissolutezza&#8221;[1]. È l&#8217;irregolarità, l&#8217;imprevedibilità, l&#8217;indisciplina del comportamento che bisogna domare, normalizzare. E questo in ogni genere di lavoro, anche in quello artistico come intuisce benissimo Duchamp. Già nel XIX secolo rifiutare il lavoro è rifiutare la normalizzazione del tempo della vita invaso, dalla nascita alla morte, dalla produzione. L&#8217;impiego del tempo che non a caso costituirà la vera opera d&#8217;arte di Duchamp, è l&#8217;oggetto principale del controllo e del disciplinamento capitalista. Bisogna che il tempo sia portato sul mercato e questo tempo sia trasformato in tempo di lavoro. È questo il grande rifiuto di Duchamp, neanche l&#8217;arte ha il diritto di occupare e comandare il tempo della vita.</p>



<p>Tanto più che le pratiche artistiche, prototipo di tutte le nuove forme del lavoro detto &#8220;cognitivo, intellettuale, immateriale&#8221;, sembrano aver realizzato la profezia dell&#8217;anartista: conformiste, inoffensive, accomodanti, si pensano, producono e, in ultima analisi, non hanno altra scelta che vendersi al mercato. Il mercato dell&#8217;arte (sempre come prototipo del mercato del lavoro detto &#8220;cognitivo&#8221;) è il mercato del lavoro più diseguale, concorrenziale, differenziato che ci sia. Per poche decine di eletti le cui opere sono comprate dagli arricchiti della finanza, migliaia e migliaia di poveri, precari, &#8220;disoccupati&#8221; senza nessuna prospettiva, consolati solo dalla pretesa di fare un lavoro creativo, concetto del quale già Duchamp diffidava.</p>



<p>La piramide delle ineguaglianze ha nel lavoro artistico, intellettuale, immateriale la sua più completa e perfetta realizzazione. Qui la distinzione tra lavoro e impiego raggiunge vertici ineguagliati altrove. L&#8217;artista (il lavoratore detto cognitivo) lavora sempre, ma è pagato (impiegato) raramente. Non solo la maggior parte del lavoro che eroga è gratuito, ma è anche &#8220;alienato&#8221;, come si diceva una volta. Nel senso che deve adeguarsi alla &#8220;domanda&#8221;, adattarsi al mercato e alle possibilità che la produzione culturale offre. Queste nuove e variegate professioni sono &#8220;risorse&#8221; per l&#8217;urbanizzazione, per la gentrificazione, per il turismo, per l&#8217;industria audio-visiva, per le multinazionali dei social-network, per il marketing, ecc .. Partecipano così all&#8217;impoverimento soggettivo e non solo economico delle nostre società. La massificazione di questo tipo di lavoro è andata di pari passo a una proletarizzazione che i diretti interessati sembrano, per il momento, non voler riconoscere. Proletarizzazione non significa solo impoverimento, ma anche perdita dei propri saperi e perdita del controllo sulla propria produzione. È anzi questa espropriazione che è all&#8217;origine dell&#8217;impoverimento economico.</p>



<p>Duchamp può aprire qualche prospettiva in questo dominio del Capitale, pur sapendo che nel suo caso si tratta di scelte difficilmente riproducibili oggi e di forme di vita che evitano il conflitto. Non vedo come si possa uscire da questa situazione se non imparando dai proletari del XIX e dagli operai non cognitivi del XX secolo. Trovare cioè delle modalità di lotta, delle forme di organizzazione che da un lato garantiscono i diritti che, avuti in eredità dagli operai non cognitivi, la nuova composizione di classe sta perdendo uno a uno. La maniera per essere ali&#8217; altezza di questa eredità è di inventarne e di conquistarne di nuovi, adattati alla nuova situazione. Dall&#8217;altro lato costruire delle forme di solidarietà che impediscano l&#8217;esproprio del proprio sapere e che evitino di farsi dettare la propria produzione dalle necessita della valorizzazione culturale contemporanea. È soltanto a questa condizione che si potrà ritrovare, la radicalità, l&#8217;impertinenza, il desiderio d&#8217;invenzione e di rottura che sembra sia stato perso.</p>



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<p>Note</p>



<p>[1] B. Marcadé, <em>Marcel Duchamp. La vita a credito</em>, Johan &amp; Levi, Milano 2009, pp. 502-503</p>
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		<title>RIFIUTO DEL LAVORO, ECOLOGIA E CRITICA DELLO SVILUPPO</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2021 09:46:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un frammento dell’intervista ad Alberto Magnaghi contenuta nel volume Gli operaisti (DeriveApprodi, 2005). A partire dall’analisi della ricchezza e dei limiti dell’esperienza operaista e del lungo ‘68 italiano vengono affrontati alcuni nodi cruciali, quali il rifiuto del lavoro e la critica alle teorie tradizionali dello sviluppo. Magnaghi individua nella mancata centralità di quest’ultima uno [&#8230;]</p>
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<p>Proponiamo un frammento dell’intervista ad Alberto Magnaghi contenuta nel volume <em>Gli operaisti</em> (DeriveApprodi, 2005). A partire dall’analisi della ricchezza e dei limiti dell’esperienza operaista e del <em>lungo ‘68 italiano</em> vengono affrontati alcuni nodi cruciali, quali il rifiuto del lavoro e la critica alle teorie tradizionali dello sviluppo. Magnaghi individua nella mancata centralità di quest’ultima uno dei limiti di quell’esperienza. Il ragionamento politico e l’azione militante ruotavano correttamente intorno al conflitto di classe come motore dello sviluppo e al rifiuto del lavoro, senza però aver mai messo in discussione il tipo, la qualità e il modello dello sviluppo; l’obiettivo immediato era quello di natura riappropriativa e redistributiva della ricchezza tra le classi. Senza ovviamente voler fare dietrologia e ben coscienti che quello del modo di produzione è ancora oggi un nodo aperto e irrisolto all’interno del movimento, l&#8217;orizzonte avrebbe dovuto prevedere lo smantellamento di quel tipo di organizzazione sociale con la quale era praticamente impossibile pensare una forma di sviluppo diverso. Legare la lotta a un’idea di sviluppo diverso era forse impossibile in quegli anni, data la natura del lavoro e il contesto produttivo e sociale. Probabilmente, come afferma Magnaghi, c’era una difficoltà oggettiva a pensare l&#8217;operaio-massa come soggetto di un altro sviluppo, perché espropriato di tutto e ridotto a pura forza-lavoro. Il tema “ecologista” e “territorialista” inizierà ad acquisire centralità nel dibattito politico negli anni ’70 in alcuni ambienti dell’Autonomia. Ad ogni modo l&#8217;excursus di Magnaghi &#8211; seppur elaborato oltre 15 anni fa, ancor prima della crisi del 2007 &#8211; a nostro avviso traccia una linea di ragionamento che, dentro la crisi ecologica odierna, può e deve assumere una centralità strategica, provare a dipanare la matassa capitalistica e ragionare sulla forma del lavoro non come relazione salariale, ma come attività umana, quindi sociale &#8211; da qui il rifiuto del lavoro &#8211; all’interno di possibili elementi di disarticolazione del modo di produzione capitalistico.</p>



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<p><strong>Complessivamente quali sono stati, secondo te, i limiti e le ricchezze delle esperienze e dei percorsi politici degli anni Sessanta e Settanta, in particolare di quelli legati alla costellazione operaista?</strong></p>



<p>Attraverso un rilancio dell&#8217;analisi della composizione di classe, sia politica che tecnica, con gli studi dei «Quaderni rossi», di «Classe operaia» e di Alquati in particolare a Torino, secondo me la ricchezza è stata quella di aver individuato, in modo anche volutamente semplificato, quale era la forma «contemporanea» del conflitto di classe, intendo la forma dominante del conflitto e la forma dominante dei rapporti sociali di produzione. Ciò non in termini quantitativi, si badi bene, ma qualitativi, di centralità culturale, sociale, politica: la figura dell&#8217;operaio-massa era al centro dell&#8217;indagine. Per operaio-massa si intende una figura in cui il lavoro diviene totalmente astratto, parcellizzato e alienato, lontano dai fini della produzione stessa, senza più la mediazione dei saperi tecnici dell&#8217;operaio professionale (incorporati nel macchinario), senza più la mediazione della conoscenza produttiva, del processo produttivo nel suo insieme. Una figura che è completamente estranea al processo produttivo, non ha più nessuna affinità o interesse per ciò che produce, ha solo interesse a difendersi dalla fatica della propria condizione astratta e atomizzata di forza-lavoro. Da qui lo slogan «più soldi, meno lavoro», che allora sembrava a molti un po&#8217; semplificativo ed economicista, ma che culturalmente denunciava l&#8217;essenza socio-culturale di questa figura. L&#8217;idea forza, conseguente a questa messa a nudo dell&#8217;essenza del rapporto sociale di produzione dell&#8217;operaio massa, è stata il discorso del <em>rifiuto del lavoro, </em>che era interpretato in termini positivi come molla dello sviluppo tecnologico e del progresso: e questo è stato un fatto molto importante perché ha chiarito il valore dialettico e il ruolo costruttivo della negazione della fatica operaia e del lavoro salariato.</p>



<p>Teniamo conto che stiamo parlando di un&#8217;epoca in cui il lavoro salariato era la forma dominante dei rapporti sociali di produzione; oggi siamo in un&#8217;altra epoca; lo studio di Sergio Bologna sul «lavoro autonomo di seconda generazione» mette in evidenza il cambiamento radicale avvenuto fra gli anni Settanta e Novanta sulla composizione di classe. Allora nel rapporto di produzione era dominante il rapporto di lavoro salariato, quindi attenzione: quando parliamo di rifiuto del lavoro non intendiamo rifiuto dell&#8217;attività umana o dell&#8217;attività produttiva o dell&#8217;attività creativa di ricchezza in generale, bensì rifiuto di <em>quel tipo di lavoro </em>che allora si configurava come totalmente astratto, totalmente impossibile da affrontare con un rapporto affettivo o di interesse. Quindi, parliamo della fase matura del processo storico di astrattizzazione del lavoro che è iniziato con la manifattura del Settecento in Inghilterra, ma che con il fordismo e con l&#8217;industria di massa ha avuto il suo compimento. Allora, con rifiuto del lavoro e con ruolo <em>positivo </em>di questo rifiuto intendiamo un&#8217;autonegazione da parte della classe operaia di questa condizione di astrazione del lavoro, quindi di alienazione; parliamo dunque di un comportamento, il rifiuto, che costringe il capitale a forme di trasformazione tecnologica che in fondo portano al superamento di questa figura del lavoro salariato.&nbsp;</p>



<p>È ciò che in gran parte è avvenuto, naturalmente non in tutto il mondo: per ogni operaio autonomo di microimpresa di terziario avanzato in Italia o in Europa crescono cinque disgraziati sottoproletari o lavoratori, non so come meglio si possano definire quelli del cosiddetto Terzo mondo. Comunque, il processo di rifiuto di questa condizione è stata una forte molla di trasformazione capitalistica. Non c&#8217;è niente di scandaloso in ciò, perché, come in tutte le situazioni conflittuali, la finalità del processo è molto ambigua: da una parte l&#8217;operaio rifiuta questa condizione e quindi mette in crisi il capitale con la richiesta salariale <em>indipendente e impazzita rispetto al profitto, </em>con la richiesta di servizi, con il rifiuto dell&#8217;orario, l&#8217;autoriduzione, tutti quei processi che nel &#8217;69-70 avvengono; naturalmente, ciò dal punto di vista operaio è una conquista di riduzione della fatica e di aumento della quota di ricchezza, mentre per il capitale è costrizione a un salto tecnologico che neghi la possibilità per l&#8217;operaio di appropriarsi della ricchezza. Si verifica perciò il noto processo del decentramento produttivo, dell&#8217;astrattizzazione del comando, cioè l&#8217;informatizzazione del ciclo produttivo, l&#8217;isola di montaggio, l&#8217;esplosione del processo produttivo su scala mondiale, l&#8217;articolazione geografica degli insediamenti produttivi in modo da rendere meno offensivo lo sciopero. Quindi, le motivazioni sono ovviamente diverse, però tutto ciò mette in moto dei processi che hanno come sempre la loro ambivalenza: da una parte conducono a nuove forme di sfruttamento, ma dall&#8217;altra portano anche a nuove opportunità di riappropriazione dei saperi e a possibilità di riavvicinamento tra produzione e fini della produzione. Sono le potenzialità (descritte appunto da Sergio Bologna e che io riprendo nel mio recente testo, <em>Il progetto locale) </em>del lavoro autonomo, cioè di quel lavoro che in qualche modo può riappropriarsi dei mezzi di produzione, dei saperi, delle tecniche, che si mette sul mercato come proprietario dei mezzi di produzione. Naturalmente resta sempre da fare, molto chiaramente, la distinzione tra composizione politica e composizione tecnica della forza-lavoro che non coincidono mai, nemmeno allora coincidevano. Questi sono stati gli aspetti interessanti, sia culturalmente sia come motore delle lotte, della fine degli anni Sessanta della cultura operaista, con grosse aperture sulle tematiche territoriali.</p>



<p>Gli aspetti negativi di tutto questo movimento secondo me sono stati di due ordini. Da una parte<em>, </em>il non aver saputo prospettare un ceto politico che in qualche modo interpretasse questo passaggio dalla figura dell&#8217;operaio salariato a una figura di produttore-abitante che si andava riavvicinando nel modello dei distretti, della fabbrica diffusa ecc. Dall&#8217;altra<em>, </em>di non aver saputo governare con chiarezza i processi di militarizzazione del movimento dovuti a una crescente insoddisfazione: questo movimento operai-studenti non trova infatti risposte fra il &#8217;68 e il &#8217;77, fino al compromesso storico (che è una risposta di chiusura all&#8217;innovazione sociale), non trova elementi di cambiamento nella società politica e quindi tende poi a un processo di incancrenimento e di violenza diffusa, che fa sì che i gruppi armati «spontanei» crescano e alimentino la formazione di gruppi armati organizzati.</p>



<p>I movimenti di Potere operaio, di Lotta continua, dell&#8217;Autonomia non sono stati molto chiari in mezzo a questo casino. lo ricordo nel marzo &#8217;77 la situazione molto confusa a Bologna in quelle grandi manifestazioni: 1oo.ooo persone in piazza che esprimevano una nuova progettualità, gli infermieri di Napoli che discutevano di come trattare i malati, le donne, le cooperative, i Centri sociali ecc. A Milano in quel periodo abbiamo censito circa 200 Centri sociali che non facevano solo attività di militanza, facevano musica, artigianato, cultura, cioè erano centri propulsivi di una nuova società che si andava costruendo. A Bologna allora c&#8217;erano 100.000 persone, come le 300.000 di Genova del 2001: erano una società civile che portava progettualità, che praticava progettualità in microimprese, nel no profit, nel terzo settore, nella nuova cooperazione; rifiorivano cooperative nelle campagne, agricoltori biologici, artigiani, cultura alternativa. Esisteva una società <em>in nuce, </em>come quella che si sta esprimendo oggi con il movimento antiglobal, che ha tante facce (produttive sociali, culturali, sindacali ecc.).</p>



<p>A fronte di questa <em>società civile </em>che esprimeva una domanda di gestione politica c&#8217;erano, asserragliati nel palazzetto dello sport di Bologna, 5000 militanti che aspiravano a essere il <em>ceto politico </em>di questa nuova società: c&#8217;erano i discendenti di Lotta continua, i gruppi dell&#8217;Autonomia, vari altri gruppetti, che discutevano dell&#8217;egemonia del processo di militarizzazione, della lotta armata da contendere alle Br. Quindi, uno stacco a mio parere totale tra questa generazione politica di militanti e questa formazione sociale, che delusa&nbsp; e abbandonata dalla sinistra istituzionale, chiedeva costruzione politica in forme nuove, sperimentazioni di nuove forme di organizzazione del lavoro sociale, il governo del processo di radicamento istituzionale dell&#8217;innovazione sociale (io avevo scritto un lungo diario su questa divaricazione fra società civile e ceto politico, l&#8217;avevo scritto a Bologna seguendo quelle giornate e annotando questi commenti: mi è stato sottratto quando mi hanno arrestato per il processo 7 aprile, me l&#8217;hanno fatto sparire e non me l&#8217;hanno mai restituito, perché era una prova a mio discarico di cosa pensassi allora del processo di militarizzazione).</p>



<p>Dunque, c&#8217;è stato questo aspetto negativo del non aver saputo inventare, partendo da questa grossa mobilitazione, nuove forme di organizzazione non dico partitica ma di aggregazione, di guida del processo insomma. Io ricordo che «Potere operaio» è uscito con il primo numero nel &#8217;71 «Cominciamo a dire Lenin» , una cosa da far venire i brividi sulla schiena vista adesso: cosa diavolo significava interpretare <em>il primo movimento postindustriale </em>con i canoni dell&#8217;ultimo movimento industriale? C&#8217;è stata questa miopia, anche dal punto di vista organizzativo. Non ha ovviamente riguardato solo noi, se si prendeva «Lavoro politico», la rivista di Renato Curcio fatta a Verona nel&#8217;68, era un incubo, era tutto un ismo, marxismo-leninismo, operaismo, c&#8217;erano 40.000 riedizioni, il trotzkismo, la Quarta, la Terza, la linea rossa, la linea nera. Era un fiorire di tentativi di dare organizzazione al &#8217;68 attraverso canoni politici dei primi del Novecento. Come avanguardie, nel loro insieme, tra trotzkisti, operaisti, leninisti, maoisti di tutti i tipi, alla fine ci siamo trovati a tentare di organizzare un movimento che stava dischiudendosi verso la società postindustriale, che metteva le basi (non parlo solo degli operai, ma del movimento operai-studenti, le esperienze più interessanti di organizzazione), con modelli organizzativi vetusti, che prevedevano ancora <em>la fase insurrezionale, la presa del potere, lo Stato </em>ecc. Invece, questi movimenti andavano da tutt&#8217;altra parte, e oggi lo si vede: la talpa che ha lavorato per trent&#8217;anni dopo il &#8217;68 sta andando verso forme di organizzazione del movimento che assolutamente non prevedono prese del potere o palazzi d&#8217;inverno, ma processi autorganizzativi, processi complessi di organizzazione reticolare, non gerarchica. Quindi, questo fu un limite altrettanto grosso, ma non solo dell&#8217;operaismo, bensì generale di quell&#8217;esperienza degli anni Settanta. Fummo bravissimi ad analizzare, a stimolare le lotte, pessimi a organizzare.</p>



<p>Sempre parlando di limiti di quella esperienza, c&#8217;è un&#8217;altra questione più teorica: la maggior parte della sinistra è ancora una cultura inscritta nelle <em>teorie tradizionali dello sviluppo. </em>Intendo con ciò quelle teorie che accomunano il capitalismo, il capitalismo di Stato, il comunismo, che hanno come caratteristiche dominanti il rapporto lineare tra scienza, applicazione scientifica e progresso sociale, l&#8217;idea di sviluppo economico fra Stato e mercato, l&#8217;idea di continuità, di sviluppo lineare e di modernizzazione, l&#8217;idea salvifica dell&#8217;Occidente (la teoria degli «stadi» di sviluppo): non dimentichiamo che Lenin propugnava le colonie come mezzo per modernizzare il Terzo mondo costruendo fabbriche e classe operaia. Quindi, anche l&#8217;operaismo italiano di cui ho fatto parte non ha mai messo in discussione le teorie tradizionali dello sviluppo. I temi centrali erano la redistribuzione del reddito prodotto e la classe operaia come motore dello sviluppo: ma quale sviluppo? Quello dato: anzi, un po&#8217; irridevamo alla Cina di Mao, ai contadini. Lo sviluppo era lo sviluppo dato, il problema era l&#8217;appropriazione sociale, economica e poi anche statale del potere da parte della classe operaia. Ciò non riguardava solo noi ovviamente: non lo metteva in discussione il movimento operaio istituzionale, non lo metteva in discussione l&#8217;Unione Sovietica, tanto è vero che le risposte di Lenin o di Stalin al problema dello sviluppo sono state l&#8217;imitazione accelerata, la famosa pianificazione dell&#8217;industria pesante, la messa in pari dell&#8217;Unione Sovietica con l&#8217;Occidente dal punto di vista dello sviluppo economico e industriale. Ma il modello era identico, semplicemente era gestito dai soviet anziché dai capitalisti privati. Questo modello si prolunga ad esempio in Africa, dopo i movimenti di liberazione anticoloniali degli anni Sessanta. A Maputo e ad Algeri il modello di sviluppo, «curato» dall&#8217;Unione Sovietica e dall&#8217;Europa è lo stesso di prima. Questo secondo me è un altro elemento molto importante da tenere in conto: nessuno di noi allora intravedeva una crisi delle teorie tradizionali dello sviluppo. Dico questo, però negli anni Settanta esistevano già le teorie della dipendenza di Barane Sweezy in America latina, cioè la crisi della teoria degli stadi di Rostow che prevedeva che i paesi sottosviluppati, seguendo l&#8217;esempio dei paesi ricchi, avrebbero aumentato il loro benessere. Già le teorie della dipendenza in America latina attorno alla rivista «Monthly review» evidenziavano che lo sviluppo dell&#8217;industrializzazione e dei mercati dipendenti dal Primo mondo aumentava la dipendenza e il divario anziché diminuirlo. Poi vengono gli «approcci normativi» allo sviluppo, le teorie dell&#8217;ecosviluppo, I Sachs, Galtung ecc., fino alle critiche radicali allo sviluppo , Illich, Amin, Shiva, Latouche ecc. Nel Terzo mondo negli anni Settanta, attraverso la verifica delle inattendibilità del modello di sviluppo occidentale a determinare una diminuzione del divario della ricchezza, della morte, della povertà, cominciava a crescere in modo abbastanza lineare una coscienza teorica ma anche pratica, nelle esperienze di governo e via dicendo. Si pensi alle teorie dello sganciamento dal mercato mondiale, di Samir Amin negli anni Settanta, fino a Vandana Shiva che scrive <em>Sopravvivere allo sviluppo, </em>titolo del suo primo libro; ci sono poi gli studi di Wolfgang Sachs, <em>Archeologia dello sviluppo, </em>un bellissimo libretto, ma il testo più importante è <em>Dizionario dello sviluppo. </em>Un libro molto importante che riassume tutto questo dibattito tra teorie tradizionali, approcci alla dipendenza, e poi approcci alternativi, l&#8217;ecosviluppo ecc., è un testo di Bjorn Hettne, <em>Le teorie dello sviluppo e il Terzo mondo.</em></p>



<p>In conclusione un limite di quell&#8217;epoca, di questo nostro ragionamento intorno al conflitto di classe come motore dello sviluppo, il rifiuto del lavoro e via dicendo, è che non veniva messo in discussione poi il tipo, la qualità, il modello dello sviluppo: quindi, c&#8217;era un discorso puramente riappropriativo e redistributivo della ricchezza tra le classi. Questo forse anche perché allora effettivamente pensare che quell&#8217;operaio astratto, così lontano dai fini della produzione, potesse occuparsi di ecologia, di ambiente, di qualità della produzione e legare la propria lotta a uno sviluppo diverso, era forse anche impossibile data la natura del lavoro. Voglio dire che c&#8217;è anche una difficoltà oggettiva a pensare all&#8217;operaio Fiat (per fare un esempio di una figura espropriata di sapere tecnico, espropriata dell&#8217;orto, espropriata del sapersi farsi una casa, espropriata di tutto, ridotta a pura forza-lavoro astratta in una metropoli) come soggetto di un altro sviluppo. Probabilmente l&#8217;orizzonte era quello di smantellare questo tipo di organizzazione sociale con la quale era impossibile pensare a uno sviluppo diverso, più attento all&#8217;ambiente, più equilibrato ai valori dell&#8217;alimentazione, di cosa pensiamo oggi della vita, della qualità della vita, della lentezza nel tempo. Tutto ciò è più pensabile in una società dove i produttori hanno la possibilità di produrre territorio, qualità territoriale, qualità ambientale, di produrre merci sane, cosa che allora era probabilmente irrealizzabile dentro una società che andava da tutt&#8217;altra parte, cioè industria di massa, consumo di massa, trasporti di massa, quartieri di massa, cibi di massa, vacanze di massa, ospedali di massa, era tutto di massa e quindi non c&#8217;era il campo per pensare a un modello di vita diverso. Con questo non voglio però giustificare l&#8217;assenza totale di barlumi di consapevolezza rispetto a ciò. È per questo che io chiamo il movimento del &#8217;68 l&#8217;ultimo della società industriale e il primo della società postindustriale, perché presenta aspetti intrecciati al culmine dell&#8217;operaizzazione della società, ma gli studenti portano anche le prime problematiche di fuoriuscita dalla società di massa industriale. Tanto è vero che poi il movimento che matura nel &#8217;77 esprime proprio questa sperimentazione: dai germi del &#8217;68 non nasce solo il discorso del rifiuto del lavoro, ma nascono tutta una serie di esperienze propositive, i discorsi sulla salute ambientale, sui problemi dell&#8217;alimentazione, cominciano le tematiche sull&#8217;ecologia, nascono le ipotesi di produzione biologica, nascono i discorsi di un diverso rapporto di cura del territorio e dell&#8217;ambiente, nasce il movimento femminista e quindi c&#8217;è tutto un discorso di trasformazione dei rapporti di convivenza, di relazione, di nuove problematiche comunitarie. Quindi, nascono le istanze identitarie, rinasce un discorso di comunità che riguarda le esperienze di autorganizzazione nei quartieri, nel territorio e via discorrendo.</p>



<p>Se si rileggono «Quaderni rossi», «Classe operaia», «Potere operaio», si nota che non c&#8217;è questa tematica della trasformazione del modello di sviluppo come guida poi di un discorso di militanza politica. Mentre nel movimento queste istanze cominciano a nascere fin da allora e poi si svilupperanno pesantemente negli anni Novanta e fino a oggi, fase in cui sono alla base di tutti i movimenti antiglobalizzazione, di tutti i movimenti propositivi di iniziativa di base, ma anche del dibattito istituzionale.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/25/rifiuto-del-lavoro-ecologia-e-critica-dello-sviluppo/">RIFIUTO DEL LAVORO, ECOLOGIA E CRITICA DELLO SVILUPPO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>USO CAPITALISTICO DELLA TECNOLOGIA E RIFIUTO DEL LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/10/uso-capitalistico-della-tecnologia-e-rifiuto-del-lavoro/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 10 May 2021 08:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/10/uso-capitalistico-della-tecnologia-e-rifiuto-del-lavoro/">USO CAPITALISTICO DELLA TECNOLOGIA E RIFIUTO DEL LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>All’interno del nostro percorso di approfondimento sul lavoro, proponiamo un brano &#8211; <em>Il rifiuto del lavoro</em> &#8211; tratto da <em>L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale</em> di Nanni Balestrini e Primo Moroni (prima ed. SugarCo, 1988; Feltrinelli, 2007, pp. 426–434). Il rifiuto del lavoro &#8211; trattato nella duplice valenza di coscienza diffusa antiproduttiva e come schema interpretativo del conflitto tra capitale e lavoro – fu uno dei tratti salienti delle lotte operaie degli anni sessanta; una conflittualità che aveva completamente sconvolto il sistema disciplinare della fabbrica mandando in crisi il sistema economico del profitto. La reazione del capitale per ridare centralità alla produttività fu strategicamente vincente. Non si basò infatti sulla linea dura della scontro frontale (perché su questo piano in quegli anni la risposta sarebbe stata adeguata) ma su una ristrutturazione di ampie proporzioni che andava a modificare profondamente la composizione organica del capitale: ridurre il peso quantitativo della forza-lavoro con l’introduzione delle macchine e attraverso l’uso capitalistico della tecnologia. Il <em>salto tecnologico</em>, dunque, come <em>ritrovato padronale</em> a cui seguì la riduzione qualitativa della classe operaia. Ma quella esperienza straordinaria, condensata nel grido operaio «più soldi e meno lavoro» può, in una certa qual misura, ritornarci utile oggi? Quello slogan era un manifesto, non era una semplice frase scritta su un triste e solitario striscione, ma era incorporato nei comportamenti della <em>rude razza pagana</em> che voleva soddisfare immediatamente i propri bisogni rifiutando l’idea di rivoluzione collocata in un futuro indeterminato e segnata da un presente fatto solo di sacrifici in una attesa messianica del sol dell’avvenire. Riuscirono a far saltare quello che oggi invece è tornato in auge anche tra il cosiddetto blocco antagonista, cioè furono in grado di rompere, con la loro <em>feconda impazienza, </em>la separazione tra lotta economica e lotta politica, tra partito e sindacato, tra classe e avanguardie.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Nella formula stessa “rifiuto del lavoro” occorre sottolineare due significati diversi, e due diverse prospettive di funzionamento teorico-pratico.</p>



<p>Rifiuto del lavoro significa: a) uno schema interpretativo dell&#8217;intero processo nel quale si intrecciano le lotte operaie e lo sviluppo capitalistico, l’insubordinazione e la ristrutturazione tecnologica; b) una coscienza diffusa, un comportamento sociale antiproduttivo, una difesa della propria libertà e della propria salute: una coscienza che divenne fortissima, e praticamente costituì la base inattaccabile della resistenza operaia contro i tentativi di ristrutturazione capitalistica fino a meta del decennio settanta.</p>



<p>Vediamo più analiticamente il senso di queste due diverse prospettive in cui si può comprendere la formula del rifiuto del lavoro. Innanzitutto il rifiuto del lavoro è una forma di comportamento immediato di quei proletari che, inseriti nel circuito della produzione industriale avanzata senza aver subìto la lunga e deformante riduzione percettiva, esistenziale e psicologica che costituisce la storia della modernizzazione industriale, si ribellano quasi istintivamente.</p>



<p>Il piemontese educato a considerare il lavoro in Fiat come un destino familiare, cresciuto nel culto dei valori dell&#8217;industrialismo, poteva sopportare forse il costante aumento dello sfruttamento che si verificava in quegli anni di boom della produzione automobilistica. Ma per un calabrese cresciuto lungo il mare e nel sole quella vita di merda sembrava subito insopportabile. La percezione del calabrese, naturalmente, era quella giusta, coglieva la possibilità di emanciparsi da quell&#8217;abbrutimento. Il rifiuto del lavoro, in questa prospettiva, era reazione immediata, ma anche la coscienza raffinata e lungimirante di chi diceva: non solo questa schiavitù è disumana per gli operai, essa è anche inutile per la società.</p>



<p>E qui passiamo all&#8217;altra prospettiva del rifiuto del lavoro, cioè l&#8217;orizzonte del rifiuto del lavoro come modello interpretativo delle dinamiche sociali e della trasformazione storica. L&#8217;intera storia del divenire scientifico, tecnologico, produttivo, può essere letta come la storia del rifiuto degli uomini a prestare la loro attenzione, la loro fatica, la loro abilità e la loro creatività alla riproduzione materiale. Questo rifiuto ha prodotto la divisione in classi (alcuni rifiutano il lavoro e fanno lavorare gli altri al posto loro, schiavizzandoli). Ma il principio del rifiuto del lavoro, controllato e diretto dall&#8217;intelligenza sociale collettiva potrebbe invece realizzare un uso della tecnica e del macchinario capace di liberare gli uomini dalla schiavitù del lavoro salariato.</p>



<p>La riflessione sulla tecnica, sul suo uso determinato dal profitto, sulla sua finalizzazione di controllo politico o di aggressione militare &#8211; sulla struttura del sapere scientifico &#8211; diviene centrale nel dibattito politico e filosofico dei primi anni settanta. Questa riflessione si collegò alla problematica del salto tecnologico e della composizione di classe, due espressioni sostanzialmente nuove nel pensiero rivoluzionario e nell&#8217;ambito del marxismo.</p>



<p>La nozione di composizione di classe esprimeva le forme sociali, politiche, organizzative attraverso le quali il proletariato costruisce la propria identità soggettiva e la propria coscienza in funzione della struttura determinata del sistema produttivo, in funzione del rapporto fra lavoro vivo e lavoro morto, in funzione delle condizioni tecnologiche e organizzative del processo di lavoro. In sostanza con l&#8217;espressione composizione di classe ci si riferiva all&#8217;elaborazione soggettiva e cosciente delle condizioni oggettive del rapporto produttivo.</p>



<p>In una certa misura, la nozione di composizione di classe trova la sua radice filosofica nel pensiero della sinistra marxista degli anni venti, e in particolare nella nozione lukácsiana di “ontogenesi della coscienza sociale”. Come si forma la coscienza sociale? Quali sono i procedimenti attraverso i quali una massa di persone individualizzate, separate, frammentate nel processo produttivo e nella loro condizione economica e sociale riesce a trasformarsi in un movimento attivo, a produrre un punto di vista politico comune, a elaborare stili di comportamento e orizzonti di consapevolezza che sono sostanzialmente comuni, anche se rispettosi delle differenze di sensibilità e di formazione?</p>



<p>Come accade questo miracolo per cui la forza-lavoro si trasforma in classe operaia, e la disciplina di fabbrica si trasforma in ribellione organizzata, e la separazione degli ambiti sociali si trasforma in movimento rivoluzionario, onda incontenibile che sommerge e travolge lo stato di cose presenti?</p>



<p>A queste domande si cercava una risposta con la formulazione del processo di “ricomposizione di classe&#8221;, a partire da determinate condizioni tecnologiche del processo lavorativo. Ecco allora che la nozione di composizione di classe, come soggettivizzazione consapevole e organizzata dei comportamenti collettivi di una comunità implicata nel processo di lavorazione massificato, implica una considerazione approfondita del sistema tecnologico, del rapporto fra tecnologie e attività sociale produttiva, attività cosciente, attenzione, percezione, memoria, immaginazione.</p>



<p>Ad esempio, come succede che a certe condizioni tecnologiche e organizzative del processo produttivo corrisponda una certa coscienza, una certa organizzazione politica, una certa ideologia e una certa immaginazione sociale? Come mai la struttura tecno-produttiva dei primi decenni del secolo dava forma a modelli di tipo consiliare? Occorre comprendere il processo di ricomposizione di classe entro le condizioni della fabbrica meccanica pretayloristica, occorre comprendere le caratteristiche del lavoro individualizzato e qualificato dell&#8217;operaio professionalizzato. Occorre comprendere le condizioni di socialità possibili entro la fabbrica del 1920, una fabbrica in cui gli operai avevano una sfera di socialità e di autonomia produttiva, in cui il rapporto uomo macchina era individualizzato e relativamente personalizzato, in cui l&#8217;abilità si differenziava.</p>



<p>Ed allora comprenderemo anche perché gli operai di quel periodo rivendicavano con orgoglio la loro funzione produttiva, rivendicavano il diritto di gestire, controllare e organizzare il lavoro, la sua destinazione sociale, la sua utilità. Ma negli anni sessanta più nulla di questo esisteva, nelle grandi fabbriche. Il taylorismo e l&#8217;introduzione delle tecniche automatizzate, la catena di montaggio, la standardizzazione dei ritmi e delle cadenze di lavoro, tutto questo aveva reso la fabbrica un luogo assolutamente asociale, in cui le comunicazioni fra un lavoratore e l&#8217;altro erano quasi impossibili per la distanza, il rumore, la separazione fisica, e in cui il posto di lavoro era spersonalizzato e strutturato in maniera dispotica, ripetitiva, concepito per imporre tempi, movimenti, gesti, reazioni a un operatore sempre meno umano, sempre più meccanico.</p>



<p>La ricomposizione di classe degli operai delle linee di montaggio parte proprio da questa disumanizzazione. La rivolta dell&#8217;operaio massa è la rivolta dell&#8217;uomo meccanizzato che prende alla lettera la sua meccanizzazione e dice: allora, se debbo essere del tutto disumanizzato, se non debbo avere un&#8217;anima, un pensiero, un&#8217;individualità, lo sarò fino in fondo, decisamente, illimitatamente, spudoratamente. Non parteciperò più con la mente al processo lavorativo. Sarò estraneo, freddo, distaccato. Sarò brutale, violento, disumano come il padrone ha voluto che io sia. Ma lo sarò fino al punto di non concedere più neppure un milligrammo della mia intelligenza, della mia disponibilità, della mia intuizione al lavoro, alla produzione.</p>



<p>Quella che i filosofi avevano descritto come alienazione subita dall&#8217;operaio si trasforma qui allora in estraneità voluta, organizzata, intenzionale, creativa. Estraneità vuol dire: neppure un grammo di umanità alla produzione. Tutta l&#8217;umanità alla lotta. Nessuna comunicazione e socialità per la produzione. Tutta la comunicazione e la socialità per il movimento. Nessuna disponibilità per la disciplina. Tutta la disponibilità per la liberazione collettiva. Ricomposizione di classe, dunque, voleva dire, semplicemente e conseguentemente: sabotaggio, blocco, distruzione delle merci e degli impianti, violenza contro i controllori delle cadenze schiavistiche.</p>



<p>L’intelligenza operaia si rifiutò di essere intelligenza produttiva, e si espresse interamente nel sabotaggio, nella costruzione di ambiti di libertà antiproduttiva. La vita cominciò a rifiorire proprio laddove era stata più radicalmente cancellata ed estinta, fra le linee, nei reparti, nei cessi, dove i giovani proletari cominciarono a farsi le canne, a fare l&#8217;amore, ad aspettare i capireparto carogne per tirar loro in testa dei bulloni e così via. La fabbrica era concepita come un lager disumano, e comincio a divenire un luogo di studio, di discussione, di libertà e di amore. Questo era il rifiuto del lavoro. Questa era la ricomposizione di classe.</p>



<p>Ma accanto alla questione della ricomposizione e del rifiuto del lavoro si colloca, lo abbiamo già detto, la problematica della ristrutturazione produttiva e del salto tecnologico. Che cosa significa ristrutturazione? Significa riorganizzazione di un sistema, riacquisizione della funzionalità e della performatività finalizzata di un sistema, in risposta a dei fattori di disturbo (interni o esterni al sistema stesso) che ne hanno turbato, distorto o completamente sconvolto il funzionamento e la struttura.</p>



<p>Alla fine degli anni sessanta la lotta operaia aveva completamente sconvolto il sistema disciplinare della fabbrica sociale, e il sistema economico del profitto; dentro questo terremoto, proprio in quegli anni, il grande padronato, gli economisti, il cervello organizzativo del capitale cercava di riattivare alcune delle funzioni fondamentali della riproduzione capitalistica. Soprattutto si doveva riattivare la produttività &#8211; drasticamente messa in crisi dall&#8217;insubordinazione, dall&#8217;assenteismo &#8211; e la disciplina, drasticamente messa in crisi dalla solidarietà operaia, dall&#8217;egualitarismo e dal clima antiautoritario. Ma per far questo il cervello capitalistico sapeva bene di non poter contare sulla forza bruta. Se si faceva ricorso alla forza, in quegli anni, si otteneva una risposta terribilmente dura e adeguata. Lo aveva dimostrato corso Traiano, lo aveva dimostrato via Larga, lo dimostravano centinaia di picchetti e cortei duri in tutte le città italiane.</p>



<p>Occorreva dunque dar vita a una ristrutturazione di ampie proporzioni, capace di ridurre sostanzialmente il peso quantitativo della forza-lavoro nella produzione (cioè modificare la composizione organica di capitale, aumentando il peso del macchinario, delle tecnologie labor- saving) e quindi di ridurre il peso qualitativo della classe operaia cosciente. A questo progetto l&#8217;intelligenza pianificatrice del capitalismo internazionale (e particolarmente quello italiano) si applicò seriamente per tutta la prima parte degli anni settanta &#8211; e a metà degli anni settanta, in effetti, i primi risultati di questa offensiva e di questa ristrutturazione cominciano a farsi sentire, per manifestarsi poi in modo dirompente nella seconda metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, ma questo è un altro discorso.</p>



<p>Intanto, nel &#8217;69, si cominciava a percepire la prospettiva entro cui il processo doveva svolgersi, si cominciava a parlare di salto tecnologico, si cominciava a delineare la possibilità di una trasformazione in senso postindustriale della società intera, della produzione. Il capitale doveva far tesoro del rifiuto del lavoro, doveva trasformare il rifiuto operaio in risparmio organizzato tramite automazione. Il pensiero rivoluzionario cominciò a riflettere su questi temi e formulò le categorie di salto tecnologico, e preparo le modalità culturali necessarie a farvi fronte.</p>



<p>Quella del salto tecnologico costituisce una delle feconde ossessioni che perseguitano la corrente “operaista&#8221; rivoluzionaria nel biennio 1968-69. “La scadenza è il capitale stesso a offrircela. La preparazione del salto tecnologico nella misura in cui investe tutta insieme la realtà di classe non può non rappresentare per noi una condizione di scontro generale. Il progresso tecnologico, come violenza dei padroni e del loro stato, non è e non può essere per noi un elemento contrattabile. Su questa base noi vogliamo la rottura anticipata, per battere il padrone e costruire l&#8217;unità per consolidare e rilanciare la nostra organizzazione politica.” Organizzazione politica contro salto tecnologico. Ma cosa significava salto tecnologico nell&#8217;immaginazione e nella previsione dei rivoluzionari e delle avanguardie operaie? E perché occorreva opporvisi come al peggiore nemico?</p>



<p>In realtà qui trova la sua origine e la sua radice una divaricazione che si determinerà nella teoria e nella pratica dei movimenti operai nel corso degli anni ottanta, in modo prevalentemente inconsapevole. Qui affonda la sua radice l&#8217;ambivalenza irrisolta dei movimenti nei confronti dell&#8217;innovazione capitalistica, della continua rivoluzione tecnologica e simbolica che il capitale introduce nella società, manipolandone continuamente i contorni e le identità, decomponendo le forme organizzate e sconvolgendo le identità sociali e politiche.</p>



<p>Il rifiuto del lavoro era concepito come una molla fondamentale dello sviluppo capitalistico. Senza lotte operaie, senza sottrazione operaia allo sfruttamento, senza sabotaggio, assenteismo, niente sviluppo. Lo sviluppo e essenzialmente furto dell&#8217;innovazione operaia, furto capitalistico dell&#8217;invenzione dell&#8217;operaio che per fumarsi una sigaretta in tranquillità trova il modo di fare il suo pezzo più in fretta. L’innovazione tecnologica e essenzialmente un ritrovato padronale che tenta di eliminare un segmento di lavoro vivo, un operatore, una sezione intera, una mansione. Insomma, l&#8217;innovazione tecnologica e la forma necessaria per risparmiare lavoro, è la risposta padronale al rifiuto del lavoro. Ma allora: la ristrutturazione, l&#8217;innovazione, il salto tecnologico, deve proprio essere considerato come un nemico? Non vi è forse nella ristrutturazione la premessa della libertà, la condizione per ridurre la dipendenza della vita dal lavoro? La questione va vista in tutta la sua complessità. In effetti l’intenzione del padrone, quando trasforma un&#8217;officina o automatizza un segmento di lavoro, è quella di massimizzare il profitto complessivo, di eliminare sacche di insubordinazione, di realizzare un controllo meccanico più stretto sul lavoro umano. L&#8217;uso capitalistico della tecnologia è così riassumibile: piegare la struttura della macchina, dello strumento di lavoro, e anche la struttura conoscitiva, scientifica, necessaria a produrre quella macchina; piegarla a una finalità di controllo, di sottomissione sempre più perfetta, sempre più totale, sempre più soffocante. L&#8217;uso capitalistico della tecnologia &#8211; e la ristrutturazione come rivoluzione capitalistica del macchinario, del sistema tecnologico &#8211; permea le stesse strutture, la forma e la funzione degli oggetti, e indirettamente permea le menti, le relazioni sociali, il mondo produttivo.</p>



<p>Il pensiero e la pratica operaista rivoluzionaria viene ben presto a trovarsi di fronte a una contraddizione, e in una certa misura vi rimarrà presa. L&#8217;intensa rivoluzione tecnologica che si dispiega nel corso degli anni settanta, e che giunge a maturazione alla fine di questo decennio manifestandosi con vere e proprie ondate di licenziamenti di massa è la causa della crisi dell&#8217;autonomia operaia; ma in realtà è anche la causa della tendenziale dissoluzione della classe operaia di fabbrica, e dell&#8217;industria come sistema di produzione predominante. La ristrutturazione, l&#8217;innovazione tecnologica sono la risposta al rifiuto del lavoro, ma ne sono anche il compimento. Tramite la ristrutturazione infatti si realizza l&#8217;obiettivo operaio di ridurre il lavoro necessario, ma le condizioni sociali e politiche entro cui si determina questo spostamento sono dominate dall&#8217;interesse capitalistico, finalizzate al dominio e al profitto, non all&#8217;utilità sociale.</p>



<p>Ed ecco allora che l&#8217;effetto della ristrutturazione è un maggiore sfruttamento, una maggiore dipendenza, una divisione politicamente rovinosa fra occupati e disoccupati. Ma questo si verifica, nel corso degli anni settanta, perché il movimento rivoluzionario non riesce a portare fino in fondo il suo programma di direzione operaia sull&#8217;intero processo di trasformazione produttiva, perché su questo punto mediazione sindacale ed estremismo si fronteggiarono senza riuscire a trovare il punto di sbocco: la riduzione generalizzata dell&#8217;orario di lavoro, la redistribuzione sociale del tempo di lavoro socialmente necessario. Insomma, il potere operaio sulle condizioni di transizione postindustriale, sulle condizioni della deindustrializzazione e della trasformazione dell&#8217;intero mondo della produzione.</p>



<p>Ma qui non è la sede per sviluppare un argomento di questo genere. Qui ci occupiamo di ricostruire le linee generali di un processo che inizia con l&#8217;esplosione delle lotte spontanee del &#8217;68, con la confluenza fra movimento studentesco e organismi operai di base, e che giunge a generalizzazione nell&#8217;autunno del 1969. In questo processo si preparano quegli elementi che ritroveremo, a un grado ben diverso di densità e di miscelazione, nell&#8217;esplosione dell&#8217;autonomia operaia, nel corso degli anni settanta.</p>
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		<title>LAVORO, REDDITO E BENESSERE MATERIALE (PARTE II)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2021 09:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continuiamo il nostro lavoro di analisi sul lavoro pubblicando la seconda parte di Lavoro, reddito e benessere materiale. La prima parte è disponibile qui. Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio-economiche; scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Continuiamo il nostro lavoro di analisi sul lavoro pubblicando la seconda parte di <em>Lavoro, reddito e benessere materiale</em>. La prima parte è disponibile <a href="https://www.malanova.info/2021/05/04/lavoro-reddito-e-benessere-materiale-parte-i/">qui</a>.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio-economiche; scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti che lasciano il segno e influenzano enormemente i territori su cui operano.&nbsp;</p>



<p>Il processo di integrazione globale è altrettanto scomodo per gli stessi soggetti che ne fanno uso, nel momento in cui si trovano ad armeggiare un processo molto flessibile e rapido che con la stessa velocità con la quale riesce a far schizzare il PIL in una regione, ne affossa un’altra. Non è quindi semplice decifrare il senso del lavoro nella nostra contemporaneità senza comprendere fino in fondo cos’è il processo di globalizzazione e quali sono gli scenari che ha contribuito a chiudere e quali quelli che invece sta aprendo.</p>



<p>Il lavoro e la struttura economica sono molto più che fattori interdipendenti, sono elementi costitutivi dello stesso sistema che, pur essendo influenzati dai medesimi processi, assumono ruoli diversi all’interno del meccanismo di riproduzione del capitale. Le relazioni che legano il lavoro alla struttura economica della società contemporanea prevedono che il lavoro debba essere identificato e catalogato per poter essere inteso e per comprenderne il ruolo all’interno dei processi produttivi. L’avanzamento tecnologico aumenta la velocità di trasferimento dei servizi delle risorse e del capitale, fino al punto in cui i flussi di investimento e i trasferimenti di denaro sono praticamente istantanei e virtualmente senza confini; mentre la velocità di trasferimento della forza lavoro oltre a essere dettata dai tempi di trasporto è limitata dai confini istituzionali. Da un lato, i servizi e le merci non conoscono (o quasi) barriere; dall’altro, il lavoro è bloccato e territorialmente circoscritto (Stiglitz, 2015).&nbsp;</p>



<p>L’innovazione tecnologica crea le condizioni sulle quali si costruiscono nuovi scenari e sulle quali sono impostate le istanze di cambiamento della struttura socio economica mondiale. L’implementazione del sistema dei trasporti e dell’informatizzazione della logistica ha contribuito in maniera&nbsp; assai profonda alla ridefinizione di tempi e costi attraverso un processo di efficientamento a livello mondiale. Ciò ha favorito la delocalizzazione della produzione in aree nelle quali il costo del lavoro è concorrenziale, addirittura con l’avanzamento tecnologico, nel momento in cui il lavoro umano costa poche decine di dollari al mese. Ma, al di là di alcune eccezioni, il processo congiunto di delocalizzazione e automazione sta rendendo problematica la gestione delle residualità di lavoratori attualmente impegnati in Europa e Stati Uniti. Per questi lavoratori l’economia neoliberista non è in grado di trovare una collocazione, se non chiedendo programmi statali di accompagnamento dolce alla disoccupazione.&nbsp;</p>



<p>È il caso della FCA che, non avendo più bisogno di lavoratori tra Pomigliano e Melfi, procede a ristrutturazioni della produzione, lasciando a casa gente problematica e trattenendo (chissà per quanto ancora) lavoratori più mansueti. Quindi abbiamo, da un versante, lavori che tendono a sparire perché semplicemente sono rimpiazzati o dalle macchine o da esseri umani che costano meno, mentre, dall’altro, quel poco che resta è spinto dal principio di massimizzazione della produttività. Dal momento che un lavoratore in Europa “costa troppo”, allora devo farlo lavorare più intensamente nelle 8 ore, solo così posso parzialmente bilanciare lo svantaggio competitivo di lasciare la produzione in Italia.&nbsp;</p>



<p>Il meccanismo che si produce è il seguente: si riduce il personale e quello che resta viene sottoposto a ritmi molto intensi e usuranti, chi perde il lavoro (soprannumerario o semplice contestatore del ritmo produttivo) lotta per essere riassunto in un posto di lavoro parimenti logorante o comunque destinato a sparire,&nbsp; per opera della delocalizzazione o per opera dell’automazione.</p>



<p>Precedentemente si è data una sommaria spiegazione del significato del salario in epoca fordista e delle sue mutazioni in epoca post-fordista. Il passaggio dal salario dell’operaio al reddito generale dei vari strati della società non è un&#8217;operazione lineare. In questo passaggio logico è racchiusa, in parte, la ratio che denota il cambiamento fondamentale introdotto nell’economia dagli Ottanta in poi. Ciò che è avvenuto è riassumibile nel concetto espresso da due economisti, Grossman e Rossi-Hansberg, che nel 2006 con un articolo dal titolo <em>The rise of offshoring: it’s not wine for cloth anymore</em>, introducevano nel dibattito economico mondiale la spiegazione di un cambio di paradigma assai profondo che mandava in soffitta le teorie del valore (per quanto concerne l’economia politica) di Smith e Ricardo. Nel momento in cui il vantaggio competitivo della delocalizzazione rende più conveniente produrre qualcosa altrove, non c’è più una specializzazione nazionale (la Germania esportava carbone in Inghilterra e da questa importava cotone).&nbsp;</p>



<p>Semplificando, l’attuale impalcatura dell’economia mondiale si basa su alcuni punti cardine: si ricolloca la produzione dove l’abbattimento dei costi rende l’operazione più competitiva, aumentando i profitti; si cercano altri mercati in via d’espansione per collocarvi il grosso della produzione; si mantiene una rete di servizi distributivi nei propri confini nazionali in quanto il grosso della produzione di beni è stata delocalizzata, mantenendo in loco il minimo indispensabile per poter continuare a usare il <em>made in</em> (Italy, USA, Germany, ecc.). Nell società dei consumi è chiaro a cosa possa servire il reddito, ma qui si apre un altro punto critico di discussione, se non addirittura un altro paradosso: nella società attuale, sorretta dal principio di crescita lineare, si tende a ridurre la capacità di spesa inibendo l’istanza di base su cui essa si fonda, ovvero il consumo a livello individuale. Posta in questo senso la questione appare paradossale, ma in realtà le cose non stanno esattamente così in quanto va chiarito un aspetto cruciale, ossia l’individuazione dell’elemento centrale che necessita della crescita lineare. A ben vedere la popolazione è parte di questo meccanismo, ma non gioca un ruolo fondamentale. Soprattutto in una fase nella quale si può creare profitto impegnando risorse offshore, oppure ridimensionando la forza lavoro e ampliando il “parco macchine”. Le macchine &#8211; e i mezzi più in generale &#8211; sono dunque sviluppati in un uso capitalistico ostile alla forza-lavoro (Alquati, 1994).</p>



<p>Cosa fare della forza lavoro inutilizzata? In economia non si butta via mai nulla; semmai, si immagazzina o si utilizza in altro modo. L’<em>esercito industriale di riserva</em> di marxiana memoria ha sempre svolto una precisa funzione sociale anche come strumento di ricatto sociale per ritardare la completa meccanizzazione della produzione. Si cerca quindi di mantenere in equilibrio il sistema per garantire un minimo di inerzia di moto, ma solo per semplici ragioni di stabilità sociale, in quanto le aziende vanno a cercare fortuna altrove, avendo sia la localizzazione ottimale, ove allocare risorse produttive, sia i compratori ottimali cui vendere. L’occidente non è più la terra dei consumi, pur rimanendo legata a questo concetto. I mercati più floridi sono a oriente, non solo India e Cina, ma in tutta quella porzione geografica cui spesso non si fa molto caso, come ad esempio i territori dell&#8217;Azerbaijan.</p>



<p>Che senso ha oggigiorno il lavoro salariato in occidente nel momento in cui si punta alla progressiva <em>virtualizzazione della produzione</em> (Tronti, 2009)? Se il lavoro umano salariato non è più la componente principale della riproduzione del capitale, come si riproduce la società dei consumi? La risposta non è semplice. L’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro induce a immaginare lo sviluppo di una sorta di “operaio non manuale”, ossia di una figura professionale iper-specializzata in mansioni tecnico-pratiche o procedurali. Sono questi i casi della catena della logistica nella quale il facchinaggio è una componente numericamente bassa di tutta la forza lavoro impiegata, costituita in maggioranza da magazzinieri, tecnici meccanici o informatici che assistono e controllano le macchine.</p>



<p>Ma in tutto ciò viene introdotto anche un altro grosso cambiamento sociale: fino agli anni ’80 l’operaio era una figura con una sua valenza socio-economica, nel senso che il salario dell’operaio era la base minima su cui costruire la società dei consumi a livello nazionale. Il salario era la misura sociale della ricchezza: sotto un certo livello si era considerati poveri, su quel livello si faceva una vita “normale”. Superato il salario dell’operaio cominciava la borghesia agiata. Oggi quest’ordine non solo è mutato, ma non vi è più uno strato sociale di riferimento che faccia da soggetto mediano (Alquati, 1978) tra le due classe storiche di riferimento. Tutto è divenuto piuttosto relativo, soprattutto se l’analisi si limiti al solo possesso di strumenti tecnologici o dell’autovettura.</p>



<p>Il mercato ha reso disponibili e facilmente accessibili prodotti per tutte le categorie sociali. Il credito al consumo ha esteso le potenzialità del reddito oltre la sua misura, portando milioni di persone a familiarizzare con il concetto di debito. Nella società di oggi anche i poveri sono diversificabili in categorie; c’è il povero “sfortunato”, al quale la crisi ed eventi avversi hanno portato via tutto, e poi ci sono i poveri “sconvenenti”, il sottoproletariato urbano, costituito da migranti, minoranze etniche e soggetti marginalizzati. Questi sono i poveri per i quali non vi è una giustificazione in quanto, pur partecipando al generale processo riproduttivo della società capitalista, non sono accettati. Il ruolo del sottoproletariato urbano cruciale perché fornisce la spiegazione semplicistica per ogni sorta di problema.&nbsp;</p>



<p>Ma andiamo oltre. In chiave di relazione tra produzione e consumo, la base della piramide sociale fornisce due gradi di libertà alla libera riproduzione del capitale, da un lato, svincola fondi pubblici da immettere nel sistema del terzo settore che innesca circuiti di consumo assistito; dall’altro, tutto ciò che ha a che fare col sottoproletariato è quasi sempre di natura informale, compreso il lavoro, il quale viene adoperato in circuiti produttivi a basso costo.</p>



<p>Il senso del lavoro, come elemento di emancipazione sociale, ha finito per dimostrare la menzogna che è sempre stata. Il lavoro “emancipa” solo nella misura in cui si è liberi acquirenti ed “eleva” solo nella misura in cui l’individuo vorrebbe guadagnare di più per acquistare di più. In quest’ottica il fordismo è ancora presente come orizzonte di benessere economico cui tendere. Ma come fare a uscire dal vicolo cieco in cui versa attualmente l’occidente è un’incognita alla quale si deve prestare attenzione perché è su queste elaborazioni e su queste proposte che si giocano i futuri equilibri sociali o le strategie per ammansire gli individui.</p>



<p>Qui entra in gioco l’asso nella manica, la teoria legata ai redditi di cittadinanza o, in una visione ancora più “estrema”, al basic income: redditi monetari elargiti dallo Stato e prelevati attraverso dei meccanismi fiscali, atti a compensare il fatto che (almeno in occidente) il concetto di lavoro umano sta progressivamente abbandonando il campo. In molti ci vedono il compimento di una società libera e felice, altri il compimento della supremazia dello Stato, altri ancora una schiavitù senza catene, ecc.</p>



<p>A parte la differenziazione tra i redditi derivanti dal workfare e il basic income, il concetto di base rimane grossomodo invariato: qualcuno deve darti quattrini perché il tuo lavoro non serve più. Il riferimento è sempre alla percentuale più consistente di lavoro salariato, ossia il manifatturiero e il logistico. Rimangono fuori il lavoro cognitivo e quello agricolo: quest’ultimo è quello che maggiormente fa uso di manodopera irregolare, mentre il primo da anni soggiace sulla precarietà. Le soluzioni introdotte con i redditi di base o di cittadinanza non sono reali soluzioni, ma processi compatibili con il sistema economico nel quale siamo inseriti, le quali non arrestano il principio di crescita lineare; anzi, è proprio per permettere di consumare, che si è disposti a elargire un reddito monetario.&nbsp;</p>



<p>A questo proposito sono d’obbligo alcune precisazioni sul significato di workfare e su come questo strumento si inserisca all’interno del tessuto socio-economico, non come supporto o sostegno al reddito individuale o familiare, ma come strumento che determina il comportamento individuale. Il workfare si estrinseca in un insieme di obblighi comportamentali e indirizzi all’acquisto. Chi è assoggettato al sistema deve attenersi a un insieme di obblighi e sottostare ad alcuni controlli e ciò che percepisce non può essere speso in un acquisto libero i prodotti di qualsivoglia natura.</p>



<p>Questo stride in parte con la retorica della libertà degli individui di poter spendere liberamente il proprio denaro, mantra tanto caro alle scuole neoliberiste, ma è coerente con una visione paternalistica dello Stato, il quale ti sta elargendo una certa somma, ma ti controlla rispetto a quel che puoi comprare. Il sistema del workfare si estrinseca anche nell’obbligo di accettare le proposte di lavoro che ti vengono fatte e nel prestare lavoro volontario per la collettività. Se a uno sguardo disattento, magari supino alla dichiarazione retorica che il sussidio non deve creare sfaticati e scansafatiche, ciò può sembrare legittimo e socialmente stimolante ma, a uno sguardo un po’ più attento, alcune contraddizioni emergono.</p>



<p>Una prima contraddizione risiede nell’essere costretto ad accettare un lavoro (potendo rifiutare due proposte) non solo per una questione di attitudine lavorativa, ma semplicemente per la ricattabilità insita nel meccanismo: se vieni licenziato comincia un periodo di osservazione per capire se sei un soggetto meritevole del sussidio mentre per chi licenzia, nella sostanza, non succede quasi nulla. In pratica, chi assume attraverso i canali del workfare ha dei vantaggi economici incamerando alcune mensilità del sussidio destinate al lavoratore che rigirerà a quest’ultimo. Ma oltre alla convenienza di non pagare alcune mensilità, il datore di lavoro ha il coltello dalla parte del manico dal momento che, se licenzia, sarà il lavoratore a doversi discolpare e dimostrare di essere una persona ossequiosa e ligia al dovere. Per quanto riguarda le ore da dedicare obbligatoriamente a lavori di pubblica utilità &#8211; circa 8 a settimana quelle previste dal sistema italiano &#8211; finiscono per essere lavori per conto dell’ente comunale o di aziende che operano su servizi di rilevanza comunale, quindi si può immaginare che si possano passare due turni da 4 ore a falciare prati o potare siepi, oppure assorbiti come operatori base nel terzo settore. Il problema è che se, da un lato, può sembrare lecito e razionale ripagare in qualche modo la società per il supporto economico, dall’altro, chi gestisce questo tesoretto di forza lavoro “già pagata” si ritrova a poter svolgere più lavori senza aumento di costi. Questo tipo di razionalità comincia a essere assai poco indirizzata verso qualcosa di socialmente utile.</p>



<p>Per quanto concerne invece in basic income, o reddito universale, se da un lato elimina la retorica lavorista e meritocratica, in quanto fisso mensile per tutti, ricchi e poveri, uomini e donne, singoli e famiglia (quindi cumulabile), dall’altro, apre l’interrogativo circa la provenienza di questo salario universale. Uno dei principali sostenitori del basic income è il professor van Parijs il quale quantifica il reddito universale come percentuale sul PIL nazionale (dal 15 al 25%) divisa per tutta la popolazione residente maggiore di 18 anni. L’esborso dovrebbe finanziarsi con l’eliminazione di tutti gli altri sussidi, comprese le pensioni. Tralasciando l’effettiva fattibilità di questo strumento, si parla per l’Italia di circa 350 euro al mese con un prelievo del 15% del PIL fino ad arrivare a circa 500 euro con un prelievo del 25%.</p>



<p>Il che vuol dire, avendo legato il PIL al reddito, che maggiore è il PIL maggiore è il reddito universale. Le implicazioni sono assai semplici: chi contesterà la crescita del PIL per ottenere la quale si è disposti ad esempio a svendere pezzi di territorio all’imprenditoria selvaggia o a intraprendere campagne militari per mantenere alta la produttività e accaparrarsi risorse offshore? Ma consideriamo un’altra via per finanziare il reddito universale: immaginiamo una Tobin Tax, quindi un prelievo di qualche centesimo percentuale sulle transazioni del mercato azionario che sostenga l’esborso statale. Ebbene in questo caso sarà difficile poi convincere le persone che la speculazione finanziaria genera crisi sempre più ampie dal momento che più si specula, più denari entrano nelle tasche di tutti. La crescita lineare indefinita non sarà più un mantra, ma una solida realtà da mantenere a tutti i costi.</p>



<p>Legare PIL e transazioni finanziarie direttamente con il benessere materiale delle persone sarebbe catastrofico dal momento che siamo pienamente inseriti in un sistema che induce bisogni inutili sempre più costosi. Senza contare che la crescita di una parte di mondo può avvenire solo a scapito di qualche altra. Il che vuol dire innescare una corsa all’accaparramento di ogni singola risorsa sulla quale poter speculare e non ci si riferisce qui alle sole risorse minerarie, ma all’acqua e alla terra, elementi scarsi, ma dei quali non si può fare a meno per nutrirsi e vivere. Probabilmente nella visione apocalittica di popoli che sostengono la diretta ridistribuzione della ricchezza, proveniente dalla crescita economica indefinita e dalle transazioni finanziarie e azionarie, l’espansionismo economico sarà sostenuto come l’unica realtà possibile, tanto quanto lo è attualmente il pensiero neoliberista.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
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