MARCEL DUCHAMP E IL RIFIUTO DEL LAVORO

Di seguito proponiamo la prefazione all’edizione italiana del libro Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro (edizioni temporali, Milano 2014) di Maurizio Lazzarato. L’autore analizza la categoria politica del rifiuto del lavoro, cara all’operaismo italiano come pratica di lotta dell’operaio massa, attraverso le concettualizzazioni di Marcel Duchamp che vedeva nel rifiuto del lavoro una pratica individuale di sottrazione alla logica lavorista, a partire da quella artistica, permanentemente subordinata alla valorizzazione del capitale.

Nella storia dell’umanità nessuna generazione ha sacrificato più tempo al lavoro di quanto abbiano fatto tutti coloro che hanno vissuto sotto il giogo del capitale. Le invenzioni e le innovazioni tecniche, sociali e scientifiche, anziché liberare il tempo dal lavoro, hanno esteso il dominio dell’impresa capitalistica sull’uomo e sulla sua temporalità. L’arte, come ogni altra attività, è dentro la divisione sociale del lavoro: essere un artista è una professione (o una specializzazione) come un’altra. È proprio a partire da questo assunto e dalla relativa imposizione capitalistica sui corpi (e sulle menti) che impone di occupare una posizione e un ruolo sociale prestabilito che Duchamp costruisce l’oggetto del suo rifiuto categorico e permanente del lavoro. 


Il “rifiuto del lavoro” è forse la categoria politica più importante dell’operaismo italiano. Rinvia alle pratiche di lotta individuali e collettive dell’operaio massa nelle grandi fabbriche fordiste che, con le loro catene di montaggio e le loro grandi concentrazioni operaie, rappresentavano lo sfruttamento del capitalismo industriale.

Il rifiuto del lavoro di Marcel Duchamp è invece una pratica individuale di sottrazione alla logica del lavoro (compreso quello artistico) subordinato alla valorizzazione del capitale che anticipa i possibili comportamenti di rifiuto nel capitalismo contemporaneo.

Duchamp si è trovato al centro di due momenti essenziali nella storia del rapporto capitale-lavoro e capitale-arte. Da una parte, il suo “ozio” arriva alla fine della prima fase di formazione forzata della forza lavoro che, durante il XIX secolo trasforma la vita di milioni di proletari in una vita dipendente dal lavoro salariato. Dall’altra Duchamp è testimone diretto dell’inizio dell’integrazione dell’arte e dell’artista al mercato, cioè di una diversa, ma non meno pervasiva forma di subordinazione della vita al capitale.

Il rifiuto del lavoro di Duchamp è sicuramente figlio del rifiuto del lavoro che ha caratterizzato tutto il XIX secolo, se non altro per revocazione ricorrente del “diritto all’ozio” di Paul Lafargue (1880) che di quelle lotte costituisce un omaggio. Se con la socialdemocrazia la memoria di questi comportamenti si è persa (riemergerà con l’operaismo italiano per poi scomparire di nuovo), resta presente, in maniera non direttamente politica, nello stile di vita di Duchamp. 

Michel Foucault definisce in questo modo l”‘illegalisme” dei proletari che rifiutano di “impiegare” il loro corpo e la loro forza alla produzione: “1. la decisione dell’ozio: rifiuto di offrire sul mercato del lavoro queste braccia, questo corpo, questa forza; 2. l’irregolarità operaia: rifiuto di applicare la sua forza dove bisogna e nel momento richiesto: si tratta di disperdere le forze, decidere il tempo durante il quale si applicheranno; 3. la festa: non conservare questa forza per renderla utilizzabile, sprecarla non prendendo cura del proprio corpo, cadendo nel disordine; 4. il rifiuto della famiglia: non utilizzare il suo corpo alla riproduzione delle sua forza lavoro nella forma della famiglia; è il rifiuto della famiglia tramite la convivenza e la dissolutezza”[1]. È l’irregolarità, l’imprevedibilità, l’indisciplina del comportamento che bisogna domare, normalizzare. E questo in ogni genere di lavoro, anche in quello artistico come intuisce benissimo Duchamp. Già nel XIX secolo rifiutare il lavoro è rifiutare la normalizzazione del tempo della vita invaso, dalla nascita alla morte, dalla produzione. L’impiego del tempo che non a caso costituirà la vera opera d’arte di Duchamp, è l’oggetto principale del controllo e del disciplinamento capitalista. Bisogna che il tempo sia portato sul mercato e questo tempo sia trasformato in tempo di lavoro. È questo il grande rifiuto di Duchamp, neanche l’arte ha il diritto di occupare e comandare il tempo della vita.

Tanto più che le pratiche artistiche, prototipo di tutte le nuove forme del lavoro detto “cognitivo, intellettuale, immateriale”, sembrano aver realizzato la profezia dell’anartista: conformiste, inoffensive, accomodanti, si pensano, producono e, in ultima analisi, non hanno altra scelta che vendersi al mercato. Il mercato dell’arte (sempre come prototipo del mercato del lavoro detto “cognitivo”) è il mercato del lavoro più diseguale, concorrenziale, differenziato che ci sia. Per poche decine di eletti le cui opere sono comprate dagli arricchiti della finanza, migliaia e migliaia di poveri, precari, “disoccupati” senza nessuna prospettiva, consolati solo dalla pretesa di fare un lavoro creativo, concetto del quale già Duchamp diffidava.

La piramide delle ineguaglianze ha nel lavoro artistico, intellettuale, immateriale la sua più completa e perfetta realizzazione. Qui la distinzione tra lavoro e impiego raggiunge vertici ineguagliati altrove. L’artista (il lavoratore detto cognitivo) lavora sempre, ma è pagato (impiegato) raramente. Non solo la maggior parte del lavoro che eroga è gratuito, ma è anche “alienato”, come si diceva una volta. Nel senso che deve adeguarsi alla “domanda”, adattarsi al mercato e alle possibilità che la produzione culturale offre. Queste nuove e variegate professioni sono “risorse” per l’urbanizzazione, per la gentrificazione, per il turismo, per l’industria audio-visiva, per le multinazionali dei social-network, per il marketing, ecc .. Partecipano così all’impoverimento soggettivo e non solo economico delle nostre società. La massificazione di questo tipo di lavoro è andata di pari passo a una proletarizzazione che i diretti interessati sembrano, per il momento, non voler riconoscere. Proletarizzazione non significa solo impoverimento, ma anche perdita dei propri saperi e perdita del controllo sulla propria produzione. È anzi questa espropriazione che è all’origine dell’impoverimento economico.

Duchamp può aprire qualche prospettiva in questo dominio del Capitale, pur sapendo che nel suo caso si tratta di scelte difficilmente riproducibili oggi e di forme di vita che evitano il conflitto. Non vedo come si possa uscire da questa situazione se non imparando dai proletari del XIX e dagli operai non cognitivi del XX secolo. Trovare cioè delle modalità di lotta, delle forme di organizzazione che da un lato garantiscono i diritti che, avuti in eredità dagli operai non cognitivi, la nuova composizione di classe sta perdendo uno a uno. La maniera per essere ali’ altezza di questa eredità è di inventarne e di conquistarne di nuovi, adattati alla nuova situazione. Dall’altro lato costruire delle forme di solidarietà che impediscano l’esproprio del proprio sapere e che evitino di farsi dettare la propria produzione dalle necessita della valorizzazione culturale contemporanea. È soltanto a questa condizione che si potrà ritrovare, la radicalità, l’impertinenza, il desiderio d’invenzione e di rottura che sembra sia stato perso.


Note

[1] B. Marcadé, Marcel Duchamp. La vita a credito, Johan & Levi, Milano 2009, pp. 502-503

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