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	<title>REDDITO UNIVERSALE Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>REDDITO UNIVERSALE Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>SALARIO MINIMO E REDDITO DI CITTADINANZA: L&#8217;ESITO DEL NEOLIBERISMO</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Sep 2023 09:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito delle ultime settimane, dentro e fuori dal Parlamento, si è spesso focalizzato su due questioni, la soppressione (parziale) del reddito di cittadinanza e la proposta del salario minimo per legge. Ora del reddito di cittadinanza ci siamo ampiamente occupati negli scorsi anni[1][2], un ragionamento a parte richiede invece la questione del salario minimo. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/09/27/salario-minimo-e-reddito-di-cittadinanza-lesito-del-neoliberismo/">SALARIO MINIMO E REDDITO DI CITTADINANZA: L&#8217;ESITO DEL NEOLIBERISMO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>Il dibattito delle ultime settimane, dentro e fuori dal Parlamento, si è spesso focalizzato su due questioni, la soppressione (parziale) del reddito di cittadinanza e la proposta del salario minimo per legge. Ora del reddito di cittadinanza ci siamo ampiamente occupati negli scorsi anni[1][2], un ragionamento a parte richiede invece la questione del salario minimo. Oltre a dare numeri non ci sembra che ci sia un reale dibattito che riesca ad andare oltre gli slogan e all’indignazione. Non ci è sembrato che le cifre sul salario minimo siano ancorate a considerazioni reali. Si danno i numeri, nove o dieci euro l’ora, che siano poi netti o lordi non si capisce. Ma sarebbe interessante capire se questi dieci euro sono una cifra che scaturisce da una analisi specifica sul potere d’acquisto o da una qualche indagine sul livello minimo necessario dei salari. A noi sembrano numeri dati un po’ a caso da esponenti di partito che pare non abbiano idea delle condizioni medie di lavoro in questo paese.</p>



<p>Il salario minimo dovrebbe forse riguardare i contratti di categoria o qualsiasi tipo di contratto? Non abbiamo sentore che questo provvedimento possa di fatto annichilire, ad esempio, il lavoro sommerso, o le contrattazioni anomale, tipiche del lavoro bracciantile e stagionale. Contratti part-time da 4-5 ore che celano, neanche tanto bene, 10-12 e più ore di lavoro quotidiano. Questi tipi di impiego semplicemente non subirebbero grosse limitazioni dall’introduzione di un salario minimo.</p>



<p>Ma ragionando sulla fase nel suo complesso è interessante capire come si è giunti a dover introdurre, per legge, l’ipotesi di un salario minimo e un sussidio al reddito. Appaiono incontrovertibili almeno due considerazioni, la prima è&nbsp; che le leggi di mercato, nella fattispecie il mercato del lavoro, non siano in grado di regolare o autoregolare alcunché. La seconda è che se il salario deve essere blindato da una legge dello Stato, non possiamo che prendere atto che il potere di contrattazione dei lavori e delle organizzazioni sindacali è stato pressoché azzerato.&nbsp;</p>



<p>È sempre un’arma a doppio taglio ciò che viene acquisito come diritto senza una effettiva base conflittuale che l’abbia ottenuto e un soggetto reale che sappia difenderlo. In altri termini, se non è la lotta che produce il diritto, il rischio è sempre quello di vedersi smantellare da un giorno all’altro una misura &#8211; come ad esempio il reddito di cittadinanza, utile in una fase di profonda crisi &#8211; solo per scelte ideologiche del Governo che sussegue.</p>



<p>È interessante, ad ogni modo, comprendere come si sia giunti ad immaginare dispositivi di legge che sanciscano un salario minimo e un sostegno al reddito per individui e nuclei familiari in difficoltà. Solo quarant’anni addietro avrebbero fatto accapponare la pelle perché considerati assurdi. Assurdità che risiedeva da un lato nel fatto che l&#8217;esistenza del welfare statale sosteneva le esigenze di base di individui e nuclei familiari e dall’altro nella struttura di un sistema economico che si sosteneva nell&#8217;equilibrio fra spesa pubblica ed export.&nbsp;</p>



<p>Un sistema nel quale trasporti, istruzione, sanità e alloggi non solo erano accessibili, ma fornivano essi stessi una base reddituale stabile grazie alla forza lavoro necessaria al loro funzionamento (anche se spesso potesse apparire sovrannumeraria). Seppur tra alti e bassi e tra le mille pieghe dell&#8217;italica corruttela gli apparati statali hanno comunque garantito e sostenuto la crescita del Paese. Crescita che, seppur impostata su un modello &#8220;sviluppista&#8221; e senza badare ai costi sociali ed ambientali, ha consentito per oltre trent’anni quantomeno un miglioramento delle condizioni materiali della popolazione.</p>



<p>Non è un sussulto di nostalgia, ma solo una descrizione, seppur molto spiccia, di come funzionava il sistema socio-economico fino ai primi anni ‘90. In una sorta di rapporto sussidiario l&#8217;industria dava lavoro e lo Stato pensava, attraverso le commesse e i vari appalti, a garantire una domanda di un certo rilievo ai settori produttivi chiave. Senza contare al diretto impegno statale in alcune branche dell&#8217;economia e dell&#8217;industria. Queste con le varie catene di valore (chiamiamolo indotto se vogliamo) trasferiva la domanda sotto forma di produzione. Il tutto si concludeva con la paga di stipendi e salari, che seppur non stratosferici venivano compensati dai servizi che <em>de facto</em> agivano come reddito indiretto. L&#8217;<em>equo canone</em>, per esempio, ha mantenuto calmierati i prezzi degli affitti consentendo di massimizzare anche i salari più bassi (pur se con alterne fortune), favorendo mobilità geografica. A questo si univa il corollario di servizi alle famiglie, da quella pediatrica agli asili nido ecc.; pur con molti limiti e disfunzioni, consentivano di tenere alta la natalità. Fattore questo che manda in crisi il modello di sviluppo liberista. Analogo ragionamento si potrebbe fare sulla funzione che ha svolto per lungo tempo lo strumento economico della <em>scala mobile</em> sul potere d’acquisto dei salari attraverso l’indicizzazione automatica degli stessi in funzione degli aumenti dei prezzi di alcune merci.</p>



<p>Non era il paradiso socialista e non era la terra promessa, era molto semplicemente un sistema socio-economico nel quale la spesa pubblica mandava avanti non solo le cordate di banchieri, industriali e costruttori, ma cercava di ingraziarsi il popolo con una serie di servizi, dietro ai quali ovviamente c’era un complesso meccanismo di nepotismi, clientele, feudi, potentati e baronie varie. Un sistema che ammetteva la raccomandazione come elemento necessario per inserirsi nei ranghi. Quindi una architettura complessa di interessi politici ed economici che trovavano punti di equilibrio più o meno stabili nei gangli della burocrazia. Nella quale era assai normale essere servo di due padroni. Ma nella sua assurda complessità quel sistema non avrebbe mai preso in considerazione questioni come salario minimo o reddito di cittadinanza. Non tanto per ragioni ideologiche, ma perché non se ne ravvedeva la necessità.</p>



<p>La svolta ultra liberista o neo liberista, ha imposto un radicale cambio di rotta, diradando, fino a farli scomparire, i servizi gratuiti o a canone agevolato attraverso la progressiva aziendalizzazione del comparto pubblico. Con questo si è rarefatto il potere decisionale politico all’interno del meccanismo di spesa dei fondi pubblici, forse ciò ha contribuito a erodere la fiducia nella politica rappresentativa: se non mi puoi assumere cosa ti voto a fare? Ma quel che è peggio è che con lo sgretolamento di quel modello di economia mista pubblico-privato, sono saltati i calmieri sui prezzi di alimentari, casa ed energia. Assieme a ciò è stata ridisegnata l&#8217;architettura del diritto al lavoro e dello stesso mercato del lavoro. Più dinamico e flessibile, in altre parole la necessaria precarizzazione per garantire profitti più alti e meno problemi per licenziare.</p>



<p>Assieme a questo cambiamento strutturale si sono ovviamente “riconfigurati” (per non dire adeguati) soggetti socio-politici storici come partiti e sindacati, i quali perdendo gradualmente, ma inesorabilmente, terreno in termini di consenso, potere contrattuale e di mobilitazione, hanno assunto una funzione completamente diversa da 30-40 anni a questa parte. Soprattutto le organizzazioni sindacali, cosiddette di sinistra, sono passate nel giro di circa sessant&#8217;anni da soggetti politici con l&#8217;intento di organizzare le masse dentro e fuori dai posti di lavoro, a soggetti di mediazione fra il capitale e il lavoro per terminare come agenzia di servizi e facilitatori.&nbsp;</p>



<p>Su questa evoluzione del ruolo sindacale&nbsp; centreremo parte della nostra analisi. Ora è chiaro che non possiamo considerare i sindacati come capro espiatorio per tutti i disastri, gli arretramenti e l&#8217;erosione dei diritti dei lavoratori. Però se il sindacato diventa il fluidificante per i fisiologici attriti fra capitale e lavoro, facendo digerire dei contratti di categoria via via sempre più dequalificanti, non può neanche dirsi scevro da responsabilità.</p>



<p>Se da un lato abbiamo contratti di categoria fatti accettare come inevitabili, dall&#8217;altro abbiamo categorie non sindacalizzate, che devono accettare forme di sfruttamento e precariato senza alternative (vedi gli stagionali, dalle mondine degli anni &#8217;20 ai camerieri di oggi non c&#8217;è quasi soluzione di continuità). Quindi si configura un mondo del Lavoro a tutele differenziate, con i lavori tradizionali (industria su tutti) con contratti ancora accettabili e Iavori di nuova introduzione (vedi i riders) che non hanno una loro categoria di riferimento. Poi troviamo lavori sia storicamente non tutelati (stagionali agricoli e turistici) sia lavori che permangono nel sommerso come accompagnatori e badanti.</p>



<p>L&#8217;incedere della precarizzazione per flessibilizzare il mercato del lavoro, unito alla sparizione dei calmieri per le fluttuazioni di prezzo insite nell&#8217;aggressività di taluni mercati come quello immobiliare, ha finito per configurare una costante compressione della capacità di spesa di buona parte della popolazione. Ma la trasformazione da società in chiave socialdemocratica in una ultra capitalista non implica solo che la domanda di beni e servizi cresca. Quello che determina la regola del gioco è la concorrenza e il vantaggio competitivo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>I due sistemi non differiscono solo per il dinamismo intrinseco, ma per il piano della concorrenza, che fra gli anni ‘80 e ‘90 si è spalancata al mondo intero in maniera sempre più caustica. Da qui nascono le prime problematiche strutturali, la necessità cioè di essere competitivi e flessibili, di poter delocalizzare e ridisegnare l’architettura aziendale in tempi rapidi. L&#8217;esternalizzazione di parti della produzione in aree più convenienti ha aumentato i dividendi ma ha ridotto la forza lavoro. Lo spostamento del baricentro di interessi dal mercato nazionale a quello globale ha fatto sì che il consumo interno cominciasse a non essere più un assillo per determinate industrie, che nel tempo avevano cominciato ad invadere altri mercati.&nbsp;</p>



<p>Ma un’altra parte dell’economia nazionale si regge sui consumi, che venendo meno innescano un fenomeno anomalo, ossia alcuni settori in rapida crescita e altri in stagnazione, solo che a crescere non sono i settori che impiegano forza lavoro di massa, crescono i servizi con contratti a tempo determinato e salari bassi. Questo non stimola nessun tipo di crescita. Tutto ciò unito alla sparizione del welfare in tutte le sue declinazioni ha condotto ad un periodo di instabilità continua.</p>



<p>Gli alloggi costano sempre di piú sia da acquistare che da prendere in locazione. Il che implica o una spesa familiare che grava da un terzo a piú del 50% del reddito per la casa o trovare alloggi economici ma piú distanti dal luogo di lavoro, il che implica costi crescenti per gli spostamenti. Dove prima equo canone e trasporto collettivo riuscivano a mitigare le spese e massimizzare il potere d’acquisto del salario oggi il meccanismo è saltato. Il che vuol dire che tutto o quasi grava per intero (ossia a prezzo di mercato) su redditi discontinui ed esili.</p>



<p>È abbastanza ovvio che la domanda di beni e servizi tende ad assottigliarsi con questo meccanismo. Da qui l&#8217;esigenza di supportare la domanda con un sostegno al reddito[3]. É in quest&#8217;ottica che a nostro avviso vanno inquadrati tanto il reddito di cittadinanza quanto il salario minimo. Per ottenere i quali si deve ricorrere alla spesa pubblica. Quindi un processo di sostegno pubblico alla crescita della domanda. Non vediamo in questa strategia nessuna ombra di keynesismi di sorta.</p>



<p>In piú ravvisiamo il fallimento del comparto sindacale, nel pur misero ruolo di mediatore per la ridistribuzione della ricchezza prodotta. Se deve intervenire un dispositivo per imporre un trattamento salariale minimo per mantenere un certo equilibrio nei consumi significa che, come già accennato, il mercato tende a massimizzare il profitto più che trovare un optimum di equilibrio per garantire il prosieguo dei cicli di produzione. Ma significa anche che tutto l&#8217;apparato sindacale ha come obiettivo tutt&#8217;altro rispetto all’emancipazione di classe dal lavoro salariato.</p>



<p>In questo meccanismo manca ancora una considerazione, ossia che gli stati membri dell&#8217;UE non possono indebitarsi all&#8217;infinito per garantire il rientro dei prestiti contratti sui mercati azionari. Ciò apre un campo di analisi abbastanza complesso ma oltremodo interessante ossia il conflitto tra capitalismo finanziario e capitalismo produttivo. Il secondo tende a soccombere alle richieste del primo se la spesa pubblica (o i mancati introiti fiscali) non può crescere per sostenere la domanda.</p>



<p>È un circolo vizioso, solo che dalla parte della finanza c&#8217;è il mastodonte dell&#8217;UE, con le sue regole e i suoi apparati (Commissione europea MES e BCE), mentre dalla parte della produzione ci sono i goffi tentativi di governi sempre più improbi e male assortiti. Ora lungi da noi liquidare la questione del salario minimo o del reddito di cittadinanza. Sono comunque sostegni a situazioni di indigenza. Ma cosa succede quando questi vengono poi realmente applicati?</p>



<p>Il Reddito di Cittadinanza è stato smantellato e sarà ripristinato nell&#8217;ottica del workfare sul modello tedesco[4], un reddito condizionato non solo in entrata, ma anche in uscita. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che sarà condizionato all&#8217;accettazione di qualsiasi tipo di lavoro e in qualsiasi luogo e per periodi variabili. Immaginiamo una persona residente in provincia di Messina che per mantenere il reddito deve lavorare per Tre mesi a Milano, potrebbe tranquillamente accadere se entra il modello Hertz IV. Ora per mantenere 800 euro al mese dovrebbe spendere in quei Tre mesi magari 900 euro per alloggio, trasporto e alimenti. Come se non bastasse nell&#8217;ipotesi in cui restasse qualcosa in tasca, questo non sarebbe liberamente spendibile per comprare ciò che si vuole. Sarebbe invece vincolato a determinati prodotti. L&#8217;avvento della valuta digitale favorirebbe il processo di controllo della spesa.&nbsp;</p>



<p>Avviandoci alla conclusione possiamo considerare quindi il sistema nel suo complesso avendo qualche idea in più per confrontarlo con il passato. Il sistema attuale prevede comunque un esborso di fondi pubblici, ma mentre fino a circa trenta, trentacinque anni orsono la spesa pubblica era uno dei pilastri dell’economia reale. Oggi la spesa pubblica è sempre più imbrigliata dai grandi interessi finanziari, ostaggio del patto di stabilità e sempre meno utile a mantenere attiva l’economia reale. In sintesi si spende di più ma gli effetti di questa spesa non sono percepiti come investimento per la società ma per mantenere interessi particolari. Al di là della parentesi della pandemia nella quale si è potuto (o dovuto) spendere per puntellare un sistema economico fragile, oggi si intravede nuovamente la scure dell’austerity.&nbsp;</p>



<p>Quindi il “dilemma”: elargire denaro direttamente agli individui e famiglie per scongiurare tanto una recessione quanto una crisi sociale, oppure investire denaro pubblico per risollevare l’economia secondo uno schema tipicamente keynesiano. A quanto pare ambedue le soluzioni sembrano essere escluse dal dibattito. Si preferisce una sorta di terza via, un workfare misto ad un minimo salariale garantito, sostenuto dal taglio delle imposte. Sarebbe interessante qual è la contropartita. Un taglio alla contribuzione o un taglio alle imposte delle aziende (IVA, IRPEF, addizionale IRPEF, IRI, IRES e IRAP) sembrano quelle più gettonate, ma non sono provvedimenti senza conseguenze e non possono durare a lungo. La prima indebolirebbe la previdenza sociale già di per sé traballante in quanto il precariato ha ridotto il flusso di cassa in entrata dell’ INPS e gli investimenti hanno fatto il resto. Il taglio alle imposte alle imprese ridurrebbe sensibilmente una delle voci in entrata più corpose del bilancio statale. Certamente &#8211; qualcuno potrebbe obbiettare &#8211; ci sarebbero altre corposissime voci di bilancio “distratte” o “dirottate” altrove (vede le spese militari, ad esempio) ma resta, a nostro avviso, sempre una considerazione di fondo e cioè da cosa e da chi sono indotte le scelte economiche di governo. Sono effetti del conflitto capitale-lavoro o semplicementi aggiustamenti strutturali di un sistema economico in adattamento permanente? Visto l’attuale panorama del conflitto di classe, noi crediamo sia la seconda.</p>



<p>Al di là di speculazioni e tecnicismi rimane un punto fermo in questo discorso. Oggi si spende molto più di ieri[5], questa spesa ci costa in termini di tagli continui ai servizi e privatizzazioni continue. Da tale indebitamento non sortiscono vantaggi per la popolazione ma solo per determinati interessi. In tutto questo meccanismo&nbsp; le voci contrarie sembrano sparite del tutto o, se ancora esistono, sono ridotte al silenzio. Tutto ciò che un tempo si muoveva fuori dal parlamento sembra preoccupato da ben altri problemi più che dagli scenari da qui ai prossimi cinque o dieci anni. Quando cioè potrebbero esserci da un lato delle strette dell’austerità dall’altro potremmo arenarci un una stagnazione recessiva. Non che ci interessi molto che il motore economico si fermi, ma a livello sociale cosa può accadere nel momento in cui i riferimenti storici sono evaporati e al loro posto c’è un misto fra il “si salvi chi può” e &#8220;ognuno pensi per sé”?&nbsp;</p>



<p>Nel momento in cui il germe più nefasto dell&#8217;ideologia dominante, il liberismo più bieco, ha infettato tutta la struttura sociale, l’individualismo spinto ha soppiantato l’agire comunitario, collettivo e sociale. Quando questo sistema mostrerà tutte le contraddizioni in un vacillamento più evidente di quelli che ormai riteniamo la normalità, cosa ne sarà del rancore e della rabbia degli &#8220;ultimi&#8221; che nel frattempo lo saranno diventati ancora di più? Purtroppo non abbiamo notizia di organizzazioni che stiano prevedendo gli scenari più cupi e stiano cercando di creare quelle necessarie interconnessioni sociali che solo il recupero dell’agire collettivo può assicurare.</p>



<p>Ci giungono al contrario notizie di proteste contro l’eliminazione del reddito di cittadinanza &#8211; legittime per carità in un momento drammatico come questo &#8211; ma se possiamo esprimere un pensiero alla luce di quanto fin qui detto, va benissimo pretendere che il denaro pubblico sia speso per il popolo e non per mantenere i mercati finanziari o per gonfiare le spese militari ma, nell’ottica del significato che il reddito di cittadinanza ha nel sostegno all&#8217;economia, crediamo che forse assieme a tale rivendicazione, o attraverso tale rivendicazione, si dovrebbero costruire processi di critica al significato del reddito in questa fase storica[6].&nbsp;</p>



<p><strong>Note:</strong></p>



<p>[1].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2020/04/21/effetto-coronavirus-crescita-domande-reddito-di-cittadinanza/">EFFETTO CORONAVIRUS: CRESCITA DOMANDE REDDITO DI CITTADINANZA</a>, Malanova, 21/04/2020</p>



<p>[2].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2019/04/19/cosa-succede-al-reddito-di-cittadinanza/">COSA SUCCEDE AL REDDITO DI CITTADINANZA?</a>, Malanova, 19/04/2019</p>



<p>[3].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2022/07/13/reddito-di-cittadinanza-un-rattoppo-a-una-transizione-di-fase/">REDDITO DI CITTADINANZA: UN RATTOPPO A UNA TRANSIZIONE DI FASE</a>, Malanova, 13/07/2022</p>



<p>[4].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2022/09/02/lavoro-reddito-e-consumo-ii/">LAVORO, REDDITO E CONSUMO (II)</a>, Malanova, 02/09/2022</p>



<p>[5].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.intesasanpaolo.com/content/dam/vetrina/documenti/mercati/obbligazioni/2020/focus-obbligazioni-22052020.pdf">Il debito pubblico italiano: storia di un sasso diventato macigno</a>,&nbsp; Intesa Sanpaolo, Focus maggio 2020</p>



<p>[6].&nbsp; Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2023/02/28/reddito-e-movimento/">REDDITO E MOVIMENTO</a>, Malanova, 28/02/2023</p>
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		<title>REDDITO E MOVIMENTO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/02/28/reddito-e-movimento/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2023 17:25:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il testo che segue è incentrato sull’analisi di alcuni aspetti contraddittori legati alla ricerca di percorsi emancipativi, che il movimento sta tentando di mettere in pratica negli ultimi due lustri. L’analisi viene portata avanti partendo da alcuni concetti base, quali la redditualità diretta, la redditualità indiretta e il mutualismo; associati a questi si pone l’obbligo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il testo che segue è incentrato sull’analisi di alcuni aspetti contraddittori legati alla ricerca di percorsi emancipativi, che il movimento sta tentando di mettere in pratica negli ultimi due lustri.</p>



<p>L’analisi viene portata avanti partendo da alcuni concetti base, quali la redditualità diretta, la redditualità indiretta e il mutualismo; associati a questi si pone l’obbligo di ridefinire talune strategie e recuperare alcuni particolari significati. Nello specifico, prima di affrontare i concetti base, è utile un ragionamento per inquadrare il problema dal punto di vista storico e sociale, si farà quindi riferimento ad un processo necessario, che qui viene definito di “identificazione”, ossia il processo di percezione del proprio ruolo all’interno di un contesto storico, economico, sociale e politico. Processo a priori, rispetto alla ricostruzione del concetto, oramai svuotato di senso, di identità di classe. Il secondo significato oggetto dell’analisi è quello dell’incompatibilità col sistema, la quale si esplica come elemento essenziale per innescare una rottura sostanziale &#8211; quindi strutturale &#8211; con il sistema. L’incompatibilità è la prima importante fase da concepire, senza la quale si intraprendono percorsi che si ammantano di velleità antagoniste o di conflittualità col sistema ma che, nella sostanza, cercano di scavare nicchie comode all’interno dello stesso, nella fattispecie nicchie di mercato.</p>



<p>E’ chiaro che ci si muove nell’ambito di una critica radicale condotta con gli strumenti della decostruzione delle narrazioni ufficiali &#8211; la mercificazione totale e il mercato come unico orizzonte di senso possibile &#8211; e delle contro narrazioni “antagoniste”, ossia la ricerca di forme alternative per l’ottenimento di reddito apparentemente fuori dalla logica mercatale.</p>



<p><strong>Identificazione necessaria</strong></p>



<p>Cosa accade nel momento in cui alcune categorie sembrano saltare e la percezione del proprio essere parte di qualcosa viene meno? Spesso si genera una sorta di smarrimento edulcorato dalle esigenze e dai bisogni, si perde gradualmente la percezione di cosa si è e si tenta di ristabilire un equilibrio gettandosi in granitiche convinzioni identitarie o nella strenua difesa di tradizionalismi, dei quali si è smarrita la memoria del senso.</p>



<p>Identificarsi come componente sociale non è un passo semplice, non è un processo immediato; capire cosa si è e che ruolo si svolge nell’economia della società vuol dire portare fino in fondo una critica alla struttura stessa della società, nel nostro caso la società capitalista.</p>



<p>Identificarsi vuol quindi dire, analizzare la fase attuale, mettendola a confronto con l’analisi delle altre fasi nella storia, identificazione e identità sono due concetti dissonanti nella misura in cui il primo serve da bussola per capire in quale parte della società attuale dovremmo collocarci, l’identità dovrebbe invece definire la presa di coscienza sulla condizione che comporta il nostro essere in un punto della piramide sociale piuttosto che in un altro. La fase storica che stiamo attraversando è sì complessa, ma è anche molto confusa; lo schiacciamento che la classe media ha subito, come contrazione “necessaria” al superamento di una crisi ciclica, quindi come eliminazione di una parte sostanziale di garanzie socio-economiche in nome della sopravvivenza dell’upper class e dell’accumulazione capitalista, non è vista da molti nella sua genuina semplicità. L’errore storico commesso in questa fase è stato quello di innestare le rivendicazioni della classe media, cioè di riconquistare la sua egemonia perduta, in un percorso presuntuosamente antisistema. Da qui la centralità del reddito nei discorsi e nei documenti che si sono succeduti negli ultimi dieci anni. La domanda quindi a questo punto è inevitabile, pur nella sua brutalità, cosa cerca una buona parte del cosiddetto movimento, nuove modalità di conflitto e incompatibilità o semplicemente di riconquistare il terreno perduto, in quanto tale parte di movimento è innegabilmente borghese?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Identificazione quindi come passo necessario per capire cosa si è in funzione delle rivendicazioni che si perseguono. Solo nel momento in cui ci si riconosce come parte del problema si può lavorare a quella genuina decostruzione dei propri schemi e preconcetti per avviare un percorso di incompatibilità totale col sistema.</p>



<p><strong>Il mercato</strong></p>



<p>Un’altra osservazione necessaria per decostruire narrazioni viziate da contraddizioni profonde, è che se per mercato si intende l’ incontro tra domanda e offerta, da questa logica non si esce, il baratto e la banca del tempo, fortemente sbandierati come strumenti alternativi alla logica della mercificazione totale, non sfuggono affatto alla dinamica di domanda, offerta e valore dato all’oggetto o al tempo (leggi servizio) per quanto paradossale anche il capitalismo fa a meno del denaro in talune situazioni. I voucher che si propinano come pagamento (intero o parziale che sia) per prestazioni d’opera cosa sono se non una sorta di baratto tu mi dai il tuo tempo (di produzione) io ti ripago con beni o servizi commisurati al valore del tuo tempo. È un dato interessante che nella crisi di liquidità, anche le punte avanzate del capitale aggirino l’ostacolo della liquidazione del valore di scambio in moneta, preferendo usare la moneta come semplice indicatore, pagando lo stesso valore in servizi e merce.</p>



<p>Se per mercato si intende invece uno strumento, per mezzo del quale il sistema capitalista agisce sul controllo sociale, imponendo un percorso all’agire politico dei regimi democratici, allora siamo su un terreno più fertile per la discussione, anche se non privo di ostacoli o tranelli. Il mercato non è quindi solo quel momento in cui si trova un equilibrio tra interessi e bisogni, ma uno strumento che porta avanti interessi particolari nei confronti di necessità collettive, attraverso la creazione della scarsità e ripagando i suoi fedeli operatori con la massimizzazione degli utili. Quindi entra in gioco il valore di scambio e il valore associato allo scambio stesso che genera altro valore, in una successione di passaggi che generano valore, che capitalizzano quindi l’investimento iniziale massimizzandone il profitto.</p>



<p>Profitto che viene misurato in moneta, qui bisogna aprire una breve parentesi sul significato della moneta, il&nbsp; oscilla tra l’essere “merce delle merci” all’essere intermediaria tra le merci, in funzione dell’ambito cui ci si riferisce se macroeconomico e microeconomico, il che complica un po’ le cose creando sistemi dai quali è assai difficile svincolarsi nel momento in cui si ricorre al mediatore, costituito dalla moneta, per quantificare il valore di uno scambio.</p>



<p>Quindi quando alcuni percorsi si definiscono “spazi fuori mercato” non v’è chiarezza da quale mercato si intenda uscire, è quindi su questa ambiguità di fondo che si tenta di tenere in piedi una struttura che non accenna ad essere incompatibile con alcunché.&nbsp; A poco servono anche le monete locali o le monete virtuali o tutti questi meccanismi che apparentemente rompono alcuni schemi, ma che non sono altro che delle interfaccia utili al mantenimento di delicati equilibri economici locali, spesso vincolando piccoli commercianti ad un circuito che esiste solo nel momento in cui la moneta locale è esigibile, in un dato momento, in valuta legale.</p>



<p>Ma andando oltre i labirinti dei tecnicismi, ritroviamo in questi percorsi di emancipazione apparente dall’ambito mercatale delle logiche talune volte paradossali, ad esempio i tempi di lavoro e il valore del tempo di produzione.</p>



<p>La contraddizione maggiore risiede nella pratica dell’autosfruttamento, ossia il logorio fisico del darsi anima e corpo in un’esperienza, definita “altra” dalla logica mercatale, per perseguire un reddito inteso come scollegato dai rapporti di forza insiti nella produzione, senza accorgersi di essere caduti all’interno di una logica assai più bieca dello sfruttamento collettivo aziendale con un “autosalario” spesso più basso del minimo sindacale. Su questa falsa pista, in molti hanno costruito percorsi di auto-reddito, che hanno avuto come prima conseguenza l’abbandono della politica e della militanza attiva, piegata a quella stessa logica mercatale – e al suo necessario corollario di alienazione &#8211;&nbsp; dalla quale si pretende di sfuggire. In secondo luogo questi percorsi hanno imbrigliato forze militanti entro binari rigidi, avendo legato l’esistenza di un collettivo o di un gruppo generico all’autosussistenza, caduta la quale il gruppo si sfalda o a causa della quale il gruppo “degenera” in una azienda vera e propria, il cui scopo principale è produrre reddito, il che non è di per sé negativo se non fosse che spesso questa esigenza è celata dietro una cortina di impegno politico e di vaneggiamenti anti sistema.&nbsp;</p>



<p><strong>Il reddito nell’agire politico</strong></p>



<p>Negli anni recenti si è spesso dibattuto su varie tematiche legate alle conquiste sociali. Dall’abitare, all’istruzione, alla salute finendo poi, con un processo quasi filologico, all’enucleazione del reddito come elemento base per avere accesso a tutto ciò che da conquista è divenuto servizio, acquistabile in funzione della propria capacità di spesa. Questo ribaltamento nella visione sociale in termini di progressiva perdita di conquiste, quindi da qualcosa che è dovuto in quanto sancito da concordati, carte costituzionali, statuti e codici vari, si è giunti a qualcosa cui poter accedere tramite l’acquisto. Il fatto di acquistare un servizio comprende l’indebitamento come metodo per accedere al denaro necessario, ciò ha di fatto causato uno scivolamento delle rivendicazioni su un terreno assai impervio e pericoloso; rivendicare il reddito in sé come bene primario e necessario, ha potenziato i ranghi di coloro i quali valutano positivamente il reddito di cittadinanza, il reddito universale e il reddito sociale, come elemento necessario per superare il problema di accesso a beni e servizi.</p>



<p>Su queste tipologie di reddito, sociale, di cittadinanza e universale, va notato che il primo è fondamentalmente una forma di sussidio di disoccupazione, come il Reddito di Inclusione recentemente approvato dal Governo Italiano ma anche le proposte in tal senso fatte dal M5S, che, prendendo a modello l’Hartz IV tedesco introduce pesantissimi e pervicaci dispositivi disciplinari atti a controllare in modo costante e profondo la vita di chi andrà a percepire questi, per altro miseri, redditi. Nel paese, la Germania, dove questo modello è nato e si è sviluppato la riforma che ha trasformato il welfarestate in workfarestate, lungi dal creare nuovi posti di lavoro, ha semplicemente costretto milioni di persone a lavori a basso salario, in parte elargito dal datore di lavoro e in parte dallo stato, e a subire un costante monitoraggio da parte dell’apparato burocratico statale. Tale sistema, che si vorrebbe ora in parte replicare in Italia, atomizza i bisogni collettivi della classe-in-sé in bisogni individuali che vengono soddisfatti dall’alleanza tra stato e imprese in cambio della quiescenza dell’azione collettiva andando a inibire la coscienza di sé stessi come proletari, <em>portatori strutturali </em>di un collettivo e materialmente definito interesse di classe e gettando l’individuo dipendente da questi sussidi come in una vita da monade, pura vita biologica soggetta al totalitario potere del dispositivo di dominio da cui si potrà riscattare, secondo la narrazione dominante, solamente tramite un percorso individuale, guidato dalla burocrazia. con cui diventare imprenditore-di-sè. Inutile dire che per motivi strutturali, quali concentrazione di capitale e l’ovvia mancanza di mobilità sociale, questo obiettivo di auto-responsabilizzazione è assolutamente una vile menzogna.</p>



<p>Il Reddito Universale è un concetto che differisce dai redditi di sussidio in quanto è un reddito che dovrebbe essere percepito da chiunque a prescindere dalla sua situazione economica e collocazione di classe come compenso economico per la produzione di dati , sia nel senso di dati immediatamente quantificabili che di dati di tipo qualitativo, memi culturali, che vengono successivamente drenati e messi a valore dall’economia dei Big Data e più in generale vengono sussunti nel general intellect e messi a profitto.</p>



<p>In realtà non si tratta altro che di un nuovo modo di tentare di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto, di togliere la produzione dalla palude del mercato generata dalla stagnazione dei salari e, in questa fase, da un esercito industriale di riserva che diventa sempre più puro esubero di merce-lavoro non assorbibile da un modo di produzione nel quale aumenta costantemente l’automazione anche per i lavori cognitivi, oltre che per i manifatturieri. Questo reddito di base, garantito a tutti, infatti servirebbe a finanziare l’acquisto di beni accessori e beni di lusso, tecnologia soprattutto, tramite il mercato dei crediti. Nei fatti un sistema per finanziare ulteriormente la spirale del debito individuale, e ricordiamo che nel mondo anglosassone il debito studentesco, quanto i neolaureati devono restituire, con gli interessi, quanto le istituzioni finanziare che hanno prestato loro per accedere all’alta formazione, ammonta a 1,4mila miliardi di dollari, di cui 376,3 miliardi sono costituiti dal debito di studenti sotto i trenta anni[1].</p>



<p>In pratica chi si approccia al mercato del lavoro, con un’alta specializzazione come raccomandato per anni dalle istituzioni, ha da subito decine di migliaia di dollari di debiti da ripagare agli istituti di credito. Il Reddito Universale sarebbe quindi niente altro che un modo di finanziare il debito di una classe media sempre più in via di proletarizzazione a livello globale e non è un caso che venga sponsorizzato anche dai nuovi robber barons del digitale.</p>



<p><strong>Reddito e salario</strong></p>



<p>Al di là del reale significato e delle confusioni tra i vari tipi di reddito e gli strumenti che garantiscono il welfare, si dovrebbe aprire una discussione anche su quest’ultimo che va ricordato essere uno strumento di esproprio di quota parte del salario. Nelle fasi precedenti l’avverarsi della crisi economica (che è immanente al sistema capitalista), gli interventi sono sostanzialmente duplici, sostenere artificialmente la domanda prima e “socializzare” l’aumento del costo del lavoro nella fase di sovra produzione. “<em>Lo stato del capitale è perciò chiamato a pagare quelle componenti del salario di classe che figurano come oneri sociali, per alleviare i conti del capitale, fornendo “servizî” gratuiti o semi-gratuiti, che altrimenti dovrebbero essere comprati e pagati con reddito, e con reddito salariale in particolare</em>”[2]. Pagare i servizi con reddito anziché direttamente con capitale, secondo Marx, non vuol dire progresso ma è un dato di arretratezza, nel senso di supremazia del capitale. Ciò in definitiva vuol significare che le quote salariali che i capitalisti risparmiano grazie allo Welfare state, sono pagate dagli altri lavoratori, median­te un <em>trasferimento coatto</em> interno al totale dei salari, senza però incidere sul plusvalore totale &#8211; in quanto prelevato appunto dal salario stesso &#8211; ma anzi accrescendolo mediante un trasferimento in direzione a esso favorevole.</p>



<p>Quel che è interessante notare è come si sia progressivamente prodotta una mutazione nelle rivendicazioni concernenti proprio la questione del reddito. Ma a ben vedere la questione si amplia, nel momento in cui vi può essere una disponibilità economica maggiorata indipendentemente dal fatto se si percepisca o meno un reddito monetario, che è il presupposto del reddito universale, si pone quindi in essere l’aumento della capacità di spesa pro capite, quindi si è disposti, ad esempio, a pagare un canone locativo lievemente più alto o subire in maniera passiva la privatizzazione e l’aziendalizzazione dei pubblici servizi. Si rende socialmente accettabile un passaggio epocale, ossia il sostegno indiretto ma palese alla produzione di beni e servizi, insomma un trasferimento di denaro derivato dalla fiscalità generale (e quindi per la più parte dall’esproprio di una parte del salario) dalle casse statali alle casse delle aziende passando dalle tasche del cittadino-utente.</p>



<p>Ma questa non è che la parte emersa del problema, il cambio di prospettiva sul reddito diretto come diritto, ha di fatto distorto le prospettive di un immaginario collettivo, che ora rivendica denaro e non conquiste materiali o, ancor peggio, rivendica il denaro come strumento di accesso ai servizi pubblici, cancellando al contempo la questione fondamentale della diminuzione dell’orario di lavoro. Il reddito è oggetto di dibattiti complessi, ma la sua centralità è sempre stata vista come positiva, mai come problematica da decostruire. L’esigenza del reddito è centrale, ma questa sua centralità deve essere indagata, l’esigenza di moneta è sì centrale, ma solo in una società mercatale ossia nel modo di produzione capitalista. Quindi l’esigenza di moneta come unico mezzo per accedere a beni e servizi è già inscritto in una visione particolare della società, è essa stessa l’emanazione più genuina di una particolare narrazione, la quale concepisce l’acquisto di beni e servizi &#8211; non esclusi quelli essenziali &#8211; come unica forma possibile di accesso a tali mezzi di sostentamento dell’individuo e che vede nel mercato l’unica forma di relazione e di rapporto sociale: questo è in estrema sintesi il mantra del capitalismo.&nbsp;</p>



<p><strong>Costruire l’incompatibilità</strong></p>



<p>Una decostruzione analitica della narrazione neoliberista è quindi un passo essenziale nella costruzione di un immaginario conflittuale, che non deve però procedere sul solo binario del conflitto di piazza, ma deve mirare a costruire un livello di incompatibilità crescente, radicale e radicata nei territori. Con questo non si invita né all’eremitaggio né alla favola del ritorno all’antico e al bucolico &#8211; se mai l’antico fu un periodo di felicità contadina &#8211; né all’isolamento ideologico né tanto meno alla creazione di nuove società tribali. Quel che si propone è un rovesciamento della narrazione capitalista attraverso il riconoscimento delle contraddizioni prima e la pratica dell’incompatibilità poi.</p>



<p>Molte esperienze e discussioni non hanno mai creato le doverose istanze di incompatibilità con il sistema mercato, ci si ritrova quindi a dibattere su come riappropriarsi di reddito o su come disarticolare spazi per un libero ottenimento dello stesso, svincolato da leggi e regole, nella speranza che questo basti ad avviare un processo di reale emancipazione dai dettami del sistema mercatale di riproduzione del reddito. In realtà si liberano risorse e si creano dei micro redditi attraverso l’economia informale, che nel complesso sgrava lo Stato e il sistema in generale, da alcuni obblighi e oneri. In questo complesso flusso di dibattiti e analisi è spesso sfuggito il concetto stesso di reddito e cosa invece potrebbe configurarsi come suo sostituto, il riappropriarsi dei mezzi per la produzione di reddito indiretto &#8211; un tempo definito salario indiretto &#8211; cioè beni e servizi non mediati dalla quantità di moneta, in breve recuperare il valore d’uso nell’ottica di dissacrare il valore di scambio.</p>



<p>Quello che colpisce è che nella rincorsa al reddito, spesso si sottovaluta la direzione verso la quale si avvia la rivendicazione, si perde di vista il fatto che ciò che si chiede è la crescita economica nella sua più genuina formula neo-classica, ossia la generalizzata crescita del reddito pro capite. Che a chiedere ciò sia la classe media, in un tentativo di recupero del suo potere di spesa, quindi dei suoi storici privilegi, non sorprende; il problema e la contraddizione esplodono, quando queste istanze divengono le parole d’ordine di un intero movimento e di una intera generazione che in nome del conflitto di classe chiede semplicemente accesso al reddito, cioè potere d’acquisto.</p>



<p>Quando poi si ammantano di connotati rivoluzionari alcune pratiche, tendenti a scavare nicchie nel mercato globale, le quali non emancipano dalla necessità del reddito diretto ma ne fanno addirittura il fine ultimo, è chiaro che qualcosa è sfuggito di mano. Nella ricerca dell’autodeterminazione attraverso l’auto-reddito ci si imbatte in alcune dinamiche che tendono a costruire una serie di rapporti, allorché su scala ridotta, mimano la complessità della produzione di massa con effetti quali l’autosfruttamento. Quindi orfane di un preciso percorso politico verso la reale incompatibilità col sistema mercato molte sperimentazioni concedono al mercato molto di più di quel che ottengono in termini di lavoro politico verso la reale decostruzione della narrazione capitalista, e figuriamoci delle pratiche! In questi percorsi lo sforzo di realizzare un profitto finisce col depotenziare il conflitto e dirottare energie dal movimento alle produzioni di nicchia quindi alla produzione di reddito.</p>



<p>Si assiste inoltre alla nascita di relazioni di tipo meramente economico tra varie realtà, che sono anche lontane tra loro da un punto di vista di pratiche politiche &#8211; a questo punto vere o presunte &#8211; nelle quali le diversità o le divergenze vengono quasi annullate dalla comune esigenza di fare cassa. Accordi che possono venire meno nel momento in cui sparisce l’interesse principale che sostiene il reciproco interesse mercatale. Si assiste quindi alla riproposizione della nascita e dell’estinzione di meri rapporti commerciali, i quali seguono la ferrea logica da bottega della massimizzazione dei profitti a fronte di un minimizzazione dei costi. Questa quindi sovrintende alle relazioni altre in maniera sempre più pervasiva man mano che le relazioni si fanno sempre più di natura economica venendo meno il piano del percorso politico e sociale e rendendo , al contempo, sempre più difficile costruire delle pratiche di reale mutuo appoggio.</p>



<p>Va anche ricordato che tali produzioni trovano una domanda in quegli strati sociali che hanno una discreta capacità di spesa, in un paradosso tipico del nostro tempo e tutto interno al capitalismo: si tenta di combattere il soggetto sociale che sostiene economicamente il “conflitto”, ci si trova quindi ad essere mantenuti esattamente da quel soggetto contro il quale si è convinti di lottare.</p>



<p>Il concetto stesso di mercato è di per sé ineliminabile senza un passaggio necessario di eliminazione del concetto di valore, nella fattispecie del valore di scambio. Fintanto che si utilizza il denaro come mezzo per definire il valore di un processo produttivo o di un oggetto saremo immersi nel mercato e a nulla servono i proclami di presunte zone franche. Senza scendere troppo nelle definizioni e nei meccanismi economici, si deve qui porre in chiaro una serie di aspetti e affermazioni che si pongono come erronei o fuorvianti.</p>



<p>Sarebbe più corretto parlare di economia informale piuttosto che di spazi fuori mercato, anche perché la prima apre ad una serie di analisi, potenzialità e dinamiche molto interessanti, a patto che si accetti la contraddizione originaria di dipendere da un mercato monetario.</p>



<p>L’economia informale si pone come micro sistema svincolato da regole esterne e sostenuto dal solo scambio interno, un ibrido tra servizi, beni e moneta, questo tipo di economie è tipico, delle bidonville e delle favelas, o delle realtà rurali più o meno remote, un tempo sopravvivevano anche nei quartieri popolari, sistemi sociali nei quali il valore di scambio viene spesso a comporsi di una parte in denaro e una parte in beni o servizi, senza nessun costo aggiuntivo prodotto dalla tassazione, l’unico aspetto che lega questi microsistemi al mercato esterno è la svalutazione della moneta, ma solo nel momento in cui si acquistano prodotti all’esterno del sistema, il che produce una sorta di inerzia interna che rallenta l’aumento dei prezzi in quanto compensati dagli altri elementi che compongono il valore di scambio.</p>



<p>In termini assoluti il concetto di mercato è ineliminabile ma può essere riportato a scala umana modificando l’elemento che media lo scambio, passando dalla monetizzazione del servizio ad uno scambio di servizi, insomma dal valore di scambio al valore d’uso. Con questo non si intende buttarsi alla cieca nel baratto o nella banca del tempo, ma eliminare progressivamente l’esigenza assoluta di denaro, questo sarebbe già un percorso interessante da analizzare.</p>



<p>&nbsp;Veniamo quindi ad uno dei nodi centrali della questione, abbiamo fin qui distinto il reddito in due categorie, il reddito diretto &#8211; salario o stipendio &#8211; e il reddito indiretto &#8211; ossia il valore d’uso di beni e servizi forniti in un sistema di welfare state o di ciò che ne rimane. Il primo non è riproducibile al di fuori del mercato in senso lato, sia esso quello monetario, il quale determina il costo ed il valore di scambio della moneta, quello del lavoro che determina il costo del lavoro, quindi i salari e gli stipendi, e infine il mercato di beni e servizi il quale determina costi, prezzi e tariffe di beni e servizi. Il secondo tipo di reddito, quello indiretto, è riproducibile parzialmente al di fuori dell’egida mercatale o quantomeno fuori dal mercato monetario e del lavoro,&nbsp; nel momento in cui si entra in possesso di conoscenze e mezzi di produzione e attraverso l’organizzazione. E’ chiaro che un percorso politico che mira all’emancipazione sociale dal giogo della mercificazione totale, non può che puntare alla progressiva riduzione dell’esigenza di denaro primo e di un’ aumento dell’autoproduzione e autogestione di beni e servizi.</p>



<p>Siamo nel campo delle ipotesi e della speculazione teorica, un tempo definita utopia. Ma è pur vero che se da un lato il reddito serve per poter accedere a beni e servizi, nel momento in cui questi si riesce ad autoprodurli e autogestirli almeno in parte, il fabbisogno di moneta comincia a decrescere, fino a limiti fisiologici imposti dal sistema economico e sociale nel quale si è immersi, con questo non si intende un eremitaggio di massa o un ritorno alle istanze bucoliche, si intende mettere a sistema la tecnologia disponibile per sopperire alle tariffe dei servizi energetici, si intende una messa a sistema delle conoscenze per sopperire alla scarsità di servizi collettivi &#8211; ad esempio ambulatori popolari e istruzione autogestita.</p>



<p>È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia micro filiera produttiva è assai più semplice che autoprodurre progressivamente quello di cui si ha bisogno, dai beni di largo consumo fino all’energia, ma il portato socio-politico del percorso è decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione.</p>



<p>&nbsp;Utopia certo, ma altrove discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi. È chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, ma saltarli a piè pari senza prendersi la briga di ragionare sulle potenzialità e preferire percorsi meno complessi, non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut, o il reddito o il conflitto, probabilmente si può uscire dal dualismo, attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali.</p>



<div style="height:64px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>NOTE</strong></p>



<p><strong>[1]</strong> A. J. Hess, <em>Here’s how much the average American in their 20s has in student debt</em>, CNBC, 14 luglio 2017. L&#8217;Articolo è consultabile al seguente url: <a href="https://www.cnbc.com/2017/06/14/heres-how-much-the-average-american-in-their-20s-has-in-student-debt.html">https://www.cnbc.com/2017/06/14/heres-how-much-the-average-american-in-their-20s-has-in-student-debt.html</a>).</p>



<p><strong>[2] </strong>G. Pala, <em>CLASSE, SALARIO, STATO. La merce forza-lavoro per il salario sociale contro lo stato sociale</em>, in <em>Lo stato a/sociale</em>, Laboratorio politico, Napoli 1998</p>
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		<title>PERCHÉ GODERE IN POCHI?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/12/20/perche-godere-in-pochi/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul reddito di cittadinanza &#8211; che sarebbe interessante se diventasse universale per saggiare fin dove si possa spingere il sistema &#8211; c&#8217;è troppa confusione. Si ragiona con alcune categorie ottocentesche tralasciandone altre. Da allora molto è cambiato seppur, paradossalmente, alcune condizioni sociali ed economiche sono tornate ad essere del tutto simili al passato come ad [&#8230;]</p>
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<p>Sul reddito di cittadinanza &#8211; che sarebbe interessante se diventasse universale per saggiare fin dove si possa spingere il sistema &#8211; c&#8217;è troppa confusione. Si ragiona con alcune categorie ottocentesche tralasciandone altre. Da allora molto è cambiato seppur, paradossalmente, alcune condizioni sociali ed economiche sono tornate ad essere del tutto simili al passato come ad esempio i livelli di contrattazioni differenziate all’interno dello stesso stabilimento, grazie alle esternalizzazioni e all’utilizzo delle partite IVA (figure lavorative oggi cadute nell’oblio).</p>



<p>La tecnologia, nel bene e nel male, ha stravolto produzione e produttività &#8211; esattamente come previsto da Ricardo e Smith prima e da Marx poi &#8211; pur senza il portato benefico&nbsp; ipotizzato dai sostenitori del mantra capitalistico dell’unico sistema possibile, senza capire che anche questo muro, come quello del secolo scorso, è crollato e che aspetta solo di essere reso manifesto alla gente. Lo stesso Keynes profetizzava la sostanziale estinzione del problema economico: la tecnologia avrebbe reso talmente abbondanti le merci che non si sarebbe posta più per l’umanità la problematica esistenziale propriamente economica. (Cfr. <a href="https://www.malanova.info/2021/04/17/da-marx-a-keynes-passando-per-lenin-la-certezza-di-non-averci-capito-un-cazzo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Prospettive economiche per i nostri nipoti</strong></a>).&nbsp;</p>



<p>Il processo di produzione in chiave capitalista ha riportato l&#8217;orologio sociale esattamente agli anni d’oro della rivoluzione industriale, con una distanza siderale fra ricchi e poveri. Distanza misurabile dal fatto che alcune holding hanno un fatturato che supera il PIL di alcuni piccoli paesi in via di sviluppo. Ma è anche vero che, rispetto al passato, non è esistito mai un tempo con una produttività così elevata, con un potere finanziario senza precedenti che permea tutti i settori produttivi riuscendo a mettere a valore l’impensabile, il tutto finalizzato ad incrementare la ricchezza di pochissime persone.</p>



<p>Ce ne sarebbe per tutti di ricchezza materiale ed invece godono in pochi e questi pochi si fanno la guerra senza sosta. L’introduzione e l&#8217;uso sempre più spinto dell’intelligenza artificiale e di macchine tecnologicamente sofisticate, stanno progressivamente mutando il ruolo dell’umano dentro il processo produttivo. Da una parte fanno capolino nuove figure professionali con un alto profilo specialistico (programmatori, ingegneri informatici, esperti di AI e di sicurezza cibernetica, ecc.), spesso &#8211; ma non sempre &#8211; pagate profumatamente, e dall’altra il proliferare di figure iperdequalificate che trovano impiego nella logistica, nell’home delivery, nei lavori di cura in ambito privato e a domicilio o nei grandi hub di Amazon (a tal proposito segnaliamo una <a href="https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/"><strong>nostra intervista</strong></a> a un lavoratore del centro di distribuzione Amazon di Fara in Sabina in provincia di Rieti) dove i livelli salariali e di sfruttamento ci parlano di ritmi e condizioni di lavoro da epoca fordista. Se poi volgiamo lo sguardo oltre la prospettiva occidentale, verso oriente, noteremo come il comparto tecnologico, ad esempio, è sostanzialmente sorretto da forme di lavoro semischiavistico che va dall’estrazione delle materie prime alla produzione dei semiconduttori.</p>



<p>Un meccanismo che produce masse di disoccupati e inoccupati che difficilmente riescono a ricollocarsi nel cosiddetto mercato del lavoro semplicemente rimboccandosi le maniche, come sostiene l’attuale Governo. Dove, quindi, dovrebbero trovare lavoro le persone che oggi campano con il Reddito di Cittadinanza? Oggi non si tratta di prendere una zappa, non basta la sola forza bruta, servono &#8211; come già accennato &#8211;&nbsp; figure con un’alta formazione scientifica alla quale non tutti hanno la possibilità di accedere. E anche quando ancora ne avessero la possibilità, l’alta formazione attuale è veramente alta? Sempre di più servono master e dottorati per competere nel mattatoio delle carriere di alto profilo, i costi dei quali raramente sono supportati da enti pubblici e borse di studio. Qui occorrerebbe aprire una lunga e articolata riflessione sul mondo della formazione, su come questa sia stata delegata, quasi per intero, al privato e di come sia sempre più appannaggio di pochi. A chi non ha le possibilità economiche è proposta la formazione professionale (quasi sempre di basso livello) che oggi continua a produrre profitti per gli enti formatori e frustrazioni per i lavoratori.&nbsp;</p>



<p>In questo quadro a tinte fosche gli schieramenti pro o contro il Reddito di Cittadinanza perdono di significato, andando a produrre, paradossalmente, più effetti benefici al Capitale che al Lavoro. Oggi, fermo restando la sacrosanta necessità di un reddito universale di sussistenza sganciato da ogni meccanismo lavorista, occorre a nostro avviso smarcarsi dalla dicotomia pro-contro e interrogarsi se interventi &#8211; come quello del Rdc &#8211; che piovono dall’alto possono avere una qualche utilità sociale. Il meccanismo della cosiddetta alternanza democratica alla guida del Paese ha dimostrato come, nel passaggio da un governo a un altro, si possono smontare interventi di una certa utilità senza che questo produca forme di indignazione e conflitto.</p>



<p>Se sulla scena politica manca una soggettività confliggente, forte e autentica, che rivendichi (individuando anche chi “dovrà pagare”) l’attuazione di una misura sociale ed economica, saremo sempre in balia delle tattiche elettoraliste di turno. Ieri il populismo dei Cinquestelle, oggi il nazionalismo dal volto moderno della Meloni. Le conquiste devono&nbsp; saper essere mantenute nel tempo e chi può farlo è solo una <em>nuova operaità</em> che, nella progressività delle rivendicazioni, prova a mettere in crisi il capitale aprendo possibilità di rottura senza, al contempo, farsi trovare immobili sul diritto acquisito.</p>



<p>Nel frattempo Amazon e company sguinzagliano i loro “robottini” che, come formiche laboriose ma senza stancarsi, contribuiscono all’aumento della produttività, del plusvalore e, dunque, alla ricchezza di un manipolo di uomini sulla Terra. Se i robottini invece fossero di tutti, <em>lavoreremmo meno</em> ma <em>lavoreremmo tutti</em>. Uno dei motti più profetici delle lotte che furono e che oggi potrebbe ritornare centrale per riuscire a migliorare le condizioni lavorative degli umani senza rimanere ingabbiati dentro logiche lavoriste.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/12/20/perche-godere-in-pochi/">&lt;strong&gt;PERCHÉ GODERE IN POCHI?&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>LAVORO, REDDITO E CONSUMO (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/09/02/lavoro-reddito-e-consumo-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 08:21:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quale senso ha oggigiorno il lavoro salariato? Se la tendenza in Occidente è quella di un peso specifico sempre minore del lavoro salariato come componente fondamentale di riproduzione del capitale, come si mantiene la società dei consumi? La risposta non è semplice, l’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro, inducono ad immaginare lo sviluppo [&#8230;]</p>
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<p>Quale senso ha oggigiorno il lavoro salariato? Se la tendenza in Occidente è quella di un peso specifico sempre minore del lavoro salariato come componente fondamentale di riproduzione del capitale, come si mantiene la società dei consumi? La risposta non è semplice, l’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro, inducono ad immaginare lo sviluppo di una sorta di “operaio non manuale”, ossia figure professionali iper-specializzate in mansioni tecnico-pratiche o procedurali; sono questi i casi della catena della logistica nella quale il facchinaggio è una componente numericamente bassa di tutta la forza lavoro impiegata, costituita in maggioranza da magazzinieri, tecnici meccanici o informatici che assistono e controllano le macchine.</p>



<p>Ma in tutto ciò viene introdotto anche un altro grosso cambiamento sociale, fino agli anni 80’ l’operaio era una figura con una sua valenza socio-economica, nel senso che il salario dell’operaio era la base minima su cui costruire la società dei consumi a livello nazionale. Il salario era la misura sociale della ricchezza, sotto quel livello si era considerati poveri, su quel livello si faceva una vita “normale”, superato il salario dell’operaio cominciava la borghesia agiata. Oggi questo ordine non solo è mutato, ma non vi è più uno strato sociale di riferimento che faccia da spartiacque tra il ricco e il povero, tutto è divenuto piuttosto relativo se si guarda al possesso di strumenti tecnologici o di una vettura. Il mercato ha reso disponibili prodotti per tutte le categorie sociali e pagamenti altrettanto accessibili, il credito al consumo ha esteso le potenzialità del reddito oltre la sua misura, portando milioni di persone a familiarizzare con il concetto di debito. Nella società di oggi anche i poveri sono diversificabili in categorie, c’è il povero sfortunato, al quale la crisi ed eventi avversi hanno portato via tutto e poi ci sono i poveri sconvenienti, il sottoproletariato urbano, costituito da migranti e minoranze etniche, quelli sono i poveri per i quali non vi è una giustificazione in quanto pur partecipando al generale processo riproduttivo della società capitalista, non sono accettati. Il loro ruolo non si esaurisce qui, il ruolo del sottoproletariato urbano è un ruolo cruciale, esso fornisce la spiegazione semplicistica per ogni sorta di problema.</p>



<p>Ma andiamo oltre, in chiave di relazione tra produzione e consumo, la base della piramide sociale fornisce due gradi di libertà alla libera riproduzione del capitale, da un lato svincola fondi pubblici da immettere nel sistema del terzo settore che innesca circuiti di consumo assistito, dall’altro tutto ciò che ha a che fare col sottoproletariato è quasi sempre di natura informale, compreso il lavoro, il quale viene adoperato in circuiti produttivi a basso costo. Il senso del lavoro, come elemento di emancipazione sociale, ha finito per dimostrarsi la menzogna che è sempre stata. Il lavoro emancipa solo nella misura in cui si è “liberi acquirenti” ed “eleva” solo nella misura in cui l’individuo vorrebbe guadagnare di più per acquistare di più. In quest’ottica il fordismo è ancora presente come orizzonte di benessere economico cui tendere. Ma come fare ad uscire dal vicolo cieco in cui versa attualmente l’occidente è un’incognita alla quale si deve prestare attenzione; sono su queste elaborazioni e su queste proposte che si giocano i futuri equilibri sociali o le strategie per ammansire gli individui.</p>



<p>Qui entra in gioco l’asso nella manica, la teoria legata ai redditi di cittadinanza o, in una visione ancora più “estrema”, al basic income. Ossia redditi monetari elargiti dallo Stato e prelevati attraverso dei meccanismi fiscali, atti a compensare il fatto che (almeno in occidente) il concetto di lavoro umano sta progressivamente abbandonando il campo.</p>



<p>In molti ci vedono il compimento di una società libera e felice, altri il compimento della supremazia dello Stato, altri una schiavitù senza catene, ecc.&nbsp;</p>



<p>A parte la differenziazione tra i redditi derivanti dal workfare e il basic income, aventi due significati assolutamente distinti, il concetto di base rimane grossomodo invariato, qualcuno deve darti quattrini perché il tuo lavoro non serve più. Il riferimento è sempre alla percentuale più consistente di lavoro salariato, ossia il manifatturiero e il logistico, rimangono fuori il lavoro cognitivo e quello agricolo, quest’ultimo è quello che maggiormente fa uso di manodopera irregolare, mentre il primo da anni soggiace sulla precarietà. Le soluzioni introdotte con i redditi di base o di cittadinanza, non sono reali soluzioni, ma processi compatibili con il sistema economico dominante, le quali non arrestano il principio di crescita lineare, anzi è proprio per permettere di consumare che si è disposti ad elargire reddito monetario.</p>



<p>A questo proposito sono d’obbligo alcune precisazioni sul significato di workfare e di come questo strumento si inserisca all’interno del tessuto socio-economico, non come supporto o sostegno al reddito individuale o familiare, ma come strumento che determina il comportamento individuale. Il workfare si estrinseca in un insieme di obblighi comportamentali e indirizzi all’acquisto. Chi è assoggettato al sistema deve attenersi ad un insieme di obblighi e sottostare ad alcuni controlli, e ciò che percepisce non può essere speso in un acquisto libero di prodotti di qualsivoglia natura. Questo stride in parte con la retorica della libertà degli individui di poter spendere liberamente il proprio denaro, mantra tanto caro alle scuole neo liberiste, ma è coerente con una visione paternalista dello Stato, il quale ti sta elargendo una certa somma ma ti controlla rispetto a quel che puoi comprare. Il sistema del workfare si estrinseca anche nell’obbligo di accettare le proposte di lavoro che ti vengono fatte e nel prestare lavoro volontario per la collettività. Se ad uno sguardo disattento, magari supino alla retorica che il sussidio non deve creare sfaticati e scansafatiche, ciò può sembrare legittimo e socialmente stimolante, ad uno sguardo un po’ più attento alcune contraddizioni emergono.</p>



<p>Una prima contraddizione risiede nell’essere costretto ad accettare un lavoro (potendo rifiutare due proposte) non solo per una questione di attitudine lavorativa, ma semplicemente per la ricattabilità insita nel meccanismo, se vieni licenziato comincia un periodo di osservazione per capire se sei un soggetto meritevole del sussidio mentre per chi licenzia nella sostanza non succede quasi nulla. In pratica chi assume attraverso i canali del workfare ha dei vantaggi economici incamerando alcune mensilità del sussidio destinate al lavoratore, che rigirerà a quest’ultimo. Ma oltre alla convenienza di non pagare alcune mensilità, il datore di lavoro ha il coltello dalla parte del manico dal momento che se licenzia sarà il lavoratore a doversi discolpare e dimostrare di essere una persona ossequiosa e ligia al dovere. Per quanto riguarda le ore da dedicare obbligatoriamente a lavori di pubblica utilità, circa 8 a settimana quelle previste dal sistema italiano, finiscono per essere lavori per conto dell’ente comunale o aziende che operano su servizi di rilevanza comunale, quindi si può immaginare che si possano passare due turni da 4 ore a falciare prati o potare siepi, oppure assorbiti come operatori base nel terzo settore. Il problema è che se da un lato può sembrare lecito e razionale, ripagare in qualche modo la società per il supporto economico, dall’altra chi gestisce questo tesoretto di forza lavoro “già pagata” si ritrova a poter svolgere più lavori senza aumento di costi. Questo tipo di razionalità comincia ad essere assai poco indirizzata verso qualcosa di socialmente utile.</p>



<p>Per quanto concerne invece in basic income, o reddito universale, se da un lato elimina la retorica del merito, in quanto sarebbe un fisso mensile per tutti, ricchi e poveri uomini e donne singoli e famiglia (quindi cumulabile), dall’altro apre l’interrogativo circa la provenienza di questo salario universale. Uno dei principali sostenitori del basic income è il professor van Parijs il quale quantifica il reddito universale come percentuale sul PIL nazionale (dal 15 al 25%) divisa per tutta la popolazione residente maggiore di 18 anni, l’esborso dovrebbe autofinanziarsi con l’eliminazione di tutti gli altri sussidi, comprese le pensioni. Senza scendere nel dettaglio fine sulle reali fattibilità di questo strumento, si parla per l’Italia di circa 350 euro al mese con un prelievo del 15% del PIL fino ad arrivare a circa 500 euro con un prelievo del 25%. Il che vuol dire, avendo legato il PIL al reddito, che maggiore è il PIL maggiore è il reddito universale, con tutto quello che comporta sostenere, in maniera lineare, la crescita del PIL che, per l’Occidente, è direttamente legato all’impoverimento di altre parti del mondo. Probabilmente nella visione apocalittica di popoli che sostengono la diretta ridistribuzione della ricchezza, proveniente dalla crescita economica indefinita e dalle transazioni finanziarie e azionarie, l’espansionismo economico sarà sostenuto come l’unica realtà possibile, tanto quanto lo è attualmente il pensiero neo-liberista.</p>



<p>Riteniamo, in conclusione, porre due considerazioni politiche su queste forme di sostegno al reddito. La prima considerazione è legata al soggetto sociale. Senza una soggettività conflittuale che ne rivendica, con la lotta, l’utilità e l’adozione, lo strumento rischia di diventare un boomerang contro le classi popolari e subalterne. La sua provenienza “dall’alto”, ci sembra che trascini e smantelli tutti gli strumenti di welfare già esistenti (come sta già avvenendo, ad esempio, con il cosiddetto assegno unico). La seconda considerazione è direttamente collegata alla prima: se le lotte servono a mutare i rapporti di forza, allora i fondi con i quali finanziare questi strumenti devono essere drenati dal capitale e non dal lavoro, questo per evitare &#8211; come sta già accadendo &#8211; che ciò che ci elargiscono sia sostanzialmente reddito indiretto, già prelevato, sotto altre forme, dallo Stato ai lavoratori contribuenti.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



<div style="height:39px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>La prima parte dell&#8217;articolo puoi <a href="https://www.malanova.info/2022/08/30/lavoro-reddito-e-consumo-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggerla QUI</a></strong></p>
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		<title>LAVORO, REDDITO E CONSUMO (I)</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2022 09:45:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, ma soprattutto le macchine le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale, [&#8230;]</p>
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<p>Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, ma soprattutto le macchine le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale, potrebbe fare a meno dell’essere umano se si potesse affidare ogni mansione ad un sistema meccanizzato o elettronico. Per quanto fantascientifico possa apparire, è quello che si sta realizzando, seppur in alcune aree economiche circoscritte dell’Occidente, ma questo non è un problema nuovo che attanaglia la contemporaneità, esso fu ipotizzato già nel momento stesso in cui si ravvisavano le prime innovazioni tecnologiche nel campo industriale. Ricardo, già nel 1817 nei “Principi di economia politica e dell&#8217;imposta” difatti scriveva: <em>l&#8217;opinione della classe lavoratrice secondo la quale l&#8217;impiego delle macchine è spesso dannoso ai propri interessi non si basa sul pregiudizio e sull&#8217;errore, ma è conforme ai corretti principi dell&#8217;economia politica</em>. Ciò che Ricardo non immaginava era che l’evoluzione dei mezzi di trasporto e di comunicazione, avrebbero diviso il mondo sostanzialmente in aree di due categorie, da un lato le aree a capitalismo avanzato che implementando lo sviluppo tecnologico richiedono meno forza lavoro, e le aree con un capitalismo in via di definizione, che attraggono quote crescenti di produzione dai paesi avanzati grazie al vantaggio competitivo costituito in primis il costo del lavoro, in secondo luogo da norme assai lasche o inesistenti circa salute, sicurezza e ambiente.</p>



<p>Si può immaginare sul lungo periodo che si raggiunga un equilibrio nello sviluppo globale del pianeta, ma non si può chiedere a chi versa in ambasce, quali la segregazione sociale e la povertà, di sperare in un ipotetico futuro migliore, ammesso e non concesso che gli sconvolgimenti climatici non ci spazzino via anzitempo. Forse spostando l’attenzione dal problema del lavoro in termini quantitativi, al problema del lavoro in quanto fattore di riproduzione che può essere surrogabile con altro, ci indurrebbe a rivedere alcune scelte del passato e rimodulare le azioni del presente.</p>



<p>Discutere sul significato del lavoro non equivale quindi a definirne il senso, il fatto che la domanda più pertinente della nostra contemporaneità ruoti attorno al senso del lavoro, dovrebbe far risuonare qualcosa nelle menti di coloro i quali negli anni si sono sempre dimostrati attenti ai cambiamenti. Molte cose sono cambiate definitivamente nell’ultimo quarto di secolo, alcune stanno cambiando molto rapidamente, per altre il cambiamento è sempre stato implicito nella loro natura; purtroppo ci si è spesso attardati nell’affrontare i sintomi dei mutamenti senza scendere alle radici stesse del problema.</p>



<p>Difendere il lavoro tout court fuori dal suo significato di fattore interno alla riproduzione capitalista pone certune organizzazioni in una posizione di sudditanza assai imbarazzante. Ma a fronte di una automazione imperante e vorace che sta trasformando non solo la produzione di merci (attività manifatturiere) vieppiù la produzione di servizi, quell’antico legame che intercorreva tra salario e riproduzione sociale pare farsi via via sempre più evanescente. Il profondo cambiamento di paradigma avvenuto nel corso dell’ultimo secolo sembra non aver destato molte preoccupazioni in alcuni ambiti.</p>



<p>Ciò mette in luce il ritardo analitico nel quale stiamo annaspando. Ritardo spesso assecondato da richieste di ripristinare lo status quo invece di tentare di mettere in discussione tutto il sistema. Negli anni passati si inneggiavano slogan contro la globalizzazione spesso non avendo idea di cosa fosse fino in fondo, ora che stiamo guardando i suoi effetti, spesso non ci viene in mente nulla di meglio che esigere redditi più alti e lavori stabili, questo vuol dire continuare a sottovalutare la portata del fenomeno.</p>



<p>Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio economiche, scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti che lasciano il segno e influenzano enormemente i territori su cui operano.</p>



<p>Il processo di integrazione globale è altrettanto scomodo per gli stessi soggetti che ne fanno uso, nel momento in cui si trovano ad armeggiare con un processo molto flessibile e rapido che con la stessa velocità con la quale riesce a far schizzare il PIL in una regione, ne affossa un’altra. Non è quindi semplice decifrare il senso del lavoro nella nostra contemporaneità senza comprendere fino in fondo cos’è il processo di globalizzazione e quali sono gli scenari che ha contribuito a chiudere e quali quelli che sta aprendo.</p>



<p>Il lavoro e la struttura economica sono molto più che fattori interdipendenti, sono elementi costitutivi dello stesso sistema, che pur essendo influenzati dai medesimi processi assumono ruoli diversi all’interno del meccanismo di riproduzione del capitale. Le relazioni che legano il lavoro alla struttura economica della società contemporanea sono relazioni nelle quali il lavoro deve essere identificato e catalogato per poter essere inteso e per comprenderne il ruolo all’interno dei processi produttivi. L’avanzamento tecnologico aumenta la velocità di trasferimento dei servizi delle risorse e del capitale, fino al punto in cui i flussi di investimento e i trasferimenti di denaro sono praticamente istantanei e virtualmente senza confini, mentre la velocità di trasferimento della forza lavoro oltre ad essere dettata dai tempi di trasporto è limitata dai confini istituzionali. Quindi da un lato i servizi e le merci non conoscono (o quasi) barriere, mentre il lavoro è bloccato e territorialmente circoscritto (Stiglitz, 2015).</p>



<p>L’innovazione tecnologica quindi crea le condizioni sulle quali si costruiscono nuovi scenari e sulle quali vengono ad essere impostate le istanze di cambiamento della struttura socio economica mondiale.</p>



<p>L’implementazione del sistema dei trasporti e dell’informatizzazione della logistica, ha contribuito in maniera assai profonda alla ridefinizione di tempi e costi attraverso un processo di efficientamento a livello mondiale. Ciò ha favorito la delocalizzazione della produzione in aree nelle quali il costo del lavoro è concorrenziale, addirittura con l’avanzamento tecnologico, nel momento in cui il lavoro umano costa poche decine di dollari al mese. Ma al di là di alcune eccezioni, il processo congiunto di delocalizzazione e robotizzazione sta rendendo problematica la gestione delle residualità di lavoratori attualmente impegnati in Europa e Stati Uniti. Per questi lavoratori l’economia neoliberista non è in grado di trovare una collocazione, se non chiedendo programmi statali di accompagnamento dolce alla disoccupazione.</p>



<p>È il caso della FCA che, non avendo più bisogno di lavoratori tra Pomigliano e Melfi, procede a ristrutturazioni della produzione, lasciando a casa gente problematica e trattenendo (chissà per quanto ancora) lavoratori più mansueti. Il problema che ci riporta all’inizio di questo discorso introduttivo è quindi il senso del lavoro, ed è nei paradossi e nelle contraddizioni che spesso si coglie il senso più profondo delle cose. Quindi abbiamo da un lato lavori che tendono a sparire perché semplicemente sono rimpiazzati o da automi o da esseri umani che costano meno, mentre quel poco che resta è spinto dal principio di massimizzazione della produttività. Dal momento che un lavoratore in Europa “costa troppo”, allora devo farlo lavorare più intensamente nelle 8 ore, solo così posso parzialmente bilanciare lo svantaggio competitivo di lasciare la produzione in Italia.</p>



<p>Quindi un paradosso potrebbe essere il seguente; si riduce il personale e quello che resta viene sottoposto a ritmi molto intensi e usuranti, chi perde il lavoro (soprannumerario o semplice contestatore del ritmo produttivo) lotta per essere riassunto in un posto di lavoro parimenti logorante o comunque destinato a sparire,&nbsp; per opera della delocalizzazione o per opera dell’automazione. Da qui nuovamente la domanda circa il significato che assume il lavoro salariato nella nostra fase storica. Seguendo il ragionamento fino alle sue conseguenze ultime, si approderebbe al nocciolo del problema e al fatto che il lavoro è l’unica attività che consenta la creazione di reddito monetario individuale, da qui la domanda basilare, sul significato autentico di reddito, il suo scopo nell’attuale struttura socio economica mondiale.</p>



<p>Precedentemente si è data una sommaria spiegazione del significato del salario in epoca fordista e le sue mutazioni in epoca post-fordista. Il passaggio dal salario dell’operaio al reddito generale dei vari strati della società non è un&#8217;operazione lineare, in questo passaggio logico è racchiusa, in parte, la ratio che denota il cambiamento fondamentale introdotto nell’economia dagli 80’ in poi. Ciò che è avvenuto è riassumibile nel concetto espresso da due economisti Grossman e Rossi-Hansberg che nel 2006 con un articolo dal titolo “<em>The rise of offshoring: it’s not wine for cloth anymore</em>”, introducevano nel dibattito economico mondiale la spiegazione per un cambio di paradigma assai profondo, che in buona parte mandava in soffitta le teorie del valore (per quanto concerne l’economia politica) di Smith e Ricardo. Nel momento in cui il vantaggio competitivo della delocalizzazione rende più conveniente produrre qualcosa altrove, non c’è più una specializzazione nazionale (la Germania esportava carbone all’Inghilterra e da questa importava cotone).</p>



<p>Quindi (anche se in maniera semplificata) l’attuale impalcatura dell’economia mondiale si basa su alcuni punti cardine; si ricolloca la produzione dove l’abbattimento dei costi rende l’operazione più competitiva, aumentando i profitti, si cercano altri mercati in via d’espansione per collocarvi il grosso della produzione, si mantiene una rete di servizi distributivi nei propri confini nazionali in quanto il grosso della produzione di beni è stata delocalizzata, mantenendo in loco il minimo indispensabile per poter continuare ad usare il made in (Italy, USA, Germany ecc. ecc.) non che questo sia garanzia di alcunché, solo il fatto di sfruttare una parvenza di qualità di bandiera. Nella società dei consumi è chiaro a cosa possa servire il reddito, ma qui si apre un altro punto, critico se non addirittura un altro paradosso, ossia che nella società attuale, la quale è sorretta dal principio di crescita lineare, tenda a ridurre la capacità di spesa inibendo l’istanza di base su cui essa si fonda ovvero il consumo a livello individuale. Posta in questo senso la questione appare paradossale, in realtà le cose non stanno esattamente così in quanto va chiarito un aspetto cruciale, ossia l’individuazione dell’elemento centrale che necessità della crescita lineare. A ben vedere la popolazione è parte di questo meccanismo ma non gioca un ruolo fondamentale. Soprattutto in una fase nella quale si può creare profitto impegnando risorse offshore oppure ridimensionando la forza lavoro e ampliando il “parco macchine”. Cosa fare della forza lavoro inutilizzata? In economia non si butta via mai nulla se mai si immagazzina o si utilizza in altro modo, la forza lavoro inattiva è, ad esempio, un grosso strumento di ricatto sociale per ritardare “puntualmente” la completa meccanizzazione della produzione che creerebbe un collasso sociale di proporzioni catastrofiche. È da evidenziare però come importanti sacche di “esercito industriale di riserva” garantiscono, assieme al lavoro (quasi)gratis, forme di profitto legate a particolari settori produttivi anche importanti come la logistica e l’agricoltura.&nbsp; Si cerca quindi di mantenere in equilibrio il sistema lasciando convivere, in alcuni settori produttivi, forme di lavoro fordiste (e addirittura ottocentesche) con quelle comunemente definite post-fordiste, entrambe utili per massimizzare i profitti e “non gettare via nulla”, come si diceva pocanzi. Le aziende, ad ogni modo, tendono a cercare fortuna altrove, avendo sia la localizzazione ottimale ove allocare risorse produttive, sia i compratori ottimali cui vendere. L’occidente non è più la terra dei consumi (men che meno quella della produzione industriale), pur rimanendo legata a questo concetto, i mercati più floridi sono ad oriente, non solo India e Cina, ma in tutta quella porzione geografica cui spesso non si fa molto caso, tipo i territori dell’ Azerbaijan.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>REDDITO DI CITTADINANZA: UN RATTOPPO A UNA TRANSIZIONE DI FASE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/07/13/reddito-di-cittadinanza-un-rattoppo-a-una-transizione-di-fase/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 12:08:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel febbraio del 2022 è stata pubblicata una ricerca dell’INPS riguardante il Reddito di Cittadinanza. Misura sociale da molti citata più che conosciuta ma, comunque, molto nota al grande pubblico. E’ stata nei fatti, nonostante quanto scritto nell’art. 1 del decreto-legge n. 4 del 2019, primariamente uno strumento di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza, all’esclusione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel febbraio del 2022 è stata pubblicata una <a href="https://welforum.it/wp-content/uploads/2022/02/INPS-Report-Reddito-di-cittadinanza-2021-2023.pdf">ricerca</a> dell’INPS riguardante il Reddito di Cittadinanza. Misura sociale da molti citata più che conosciuta ma, comunque, molto nota al grande pubblico. E’ stata nei fatti, nonostante quanto scritto nell’art. 1 del decreto-legge n. 4 del 2019, primariamente uno strumento di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza, all’esclusione sociale, e solo secondariamente collegata alle politiche attive del lavoro. Le prime domande sono state raccolte dal 6 marzo 2019, i primi pagamenti a partire dal successivo mese di aprile. La misura del reddito elargito non è individuale ma commisurata al nucleo familiare:</p>



<p><em>La misura [&#8230;] ha una doppia finalità. La prima, rivolta a tutti i beneficiari, è di offrire un sostegno economico a integrazione dei redditi familiari. La seconda, che riguarda solamente un sottoinsieme dei beneficiari, è di prevedere un percorso di reinserimento lavorativo o sociale. Le analisi proposte in questo rapporto riguardano essenzialmente la prima finalità.</em></p>



<p>Nei primi tre anni (2019-2021) di applicazione della misura, sono stati oltre 2 milioni i nuclei familiari coinvolti, pari a 4,65 milioni di persone che hanno ricevuto il pagamento di almeno una mensilità, per un’erogazione totale di quasi 20 miliardi di euro per tre annualità ossia una media di 6.66 miliardi su base annua. Per confrontarlo con un altro dato, in Italia le spese militari si attestano a 25,8 miliardi di euro all’anno ossia quasi quattro volte tanto. Il recente dibattito parlamentare ha preso in considerazione la possibilità di aumentare ancora la spesa bellica fino alla quota del 2% del PIL pari a 38 miliardi/anno.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh3.googleusercontent.com/pgWD94GVSobZh-ZpclGecZTsmsD40x_u0W5A7CZY7lPjzB81N1_NHQzQaDPwmpGYlpuz7-CDSRw3iraG4JcJy0n35XP6Jx2xrdjmk1OUgwi7Zm-_Kk1H9auGlnjN7pZomIukZSXMc-PgaxYsahfE2w" alt=""/></figure>



<p>L’INPS individua un andamento non costante dei nuclei richiedenti il Reddito di Cittadinanza. Chiaramente il picco si situa nel momento dell’istituzione della misura quando, in appena tre mesi, hanno aderito 859 mila nuclei,<em> che rappresentano – senza esaurirlo – lo stock iniziale dei “poveri” esistenti (come definiti dai requisiti)</em>; successivamente si sono registrati semestralmente nuovi ingressi pari ad almeno 250 mila nuclei, con picchi in corrispondenza dei momenti più critici della pandemia da Covid-19. Si registra una diminuzione nel secondo semestre del 2021 (appena 100 mila esordienti), probabilmente causa della ripresa economica post-pandemica.&nbsp;</p>



<p>La maggior parte dei nuclei risulta ancora percepire il reddito alla fine del terzo anno dall’istituzione della misura. <em>I dati indicano che il 70% di chi ha ricevuto per la prima volta il beneficio tra aprile e giugno del 2019 è ancora risultato beneficiario nell’ultimo semestre oggetto di osservazione, percentuale che con qualche punto di oscillazione vale anche per i nuclei “entrati” nei semestri successivi (anche se chiaramente per essi l’arco temporale di osservazione è inferiore).&nbsp;</em></p>



<p>Il dato suggerisce quello che dicevamo all’inizio: il Reddito di Cittadinanza ha avuto più una funzione di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza, all’esclusione sociale che di politica attiva del lavoro. La retorica borghese del Ministro Di Maio che affermava la validità dei navigator e l’assoluta probabilità che i percettori avessero trovato rapidamente un lavoro si è mostrata in tutta la sua futilità. L’unico ad aver trovato un lavoro stabile è il Ministro medesimo nel frattempo emigrato in altro dicastero.&nbsp;</p>



<p>Per quanto concerne l’ammontare dell’erogazione questo può essere considerato un indicatore dell’evoluzione del processo di impoverimento degli strati meno abbienti della società. Difatti s<em>e per i nuclei “lunghi” (quelli che hanno richiesto il reddito fin dall’inizio) l’importo attualmente erogato è maggiore dell’importo iniziale significa che “oggi” è maggiore l’integrazione del reddito familiare fino alla soglia. In altri termini, la criticità dei parametri che indicano difficoltà economica o familiare, per quegli stessi nuclei, </em>ciò implica in maniera abbastanza evidente che la condizione di povertà si è acuita nel corso del tempo e del progredire dell’onda lunga dello shock economico indotto dalla pandemia<em>.&nbsp;</em></p>



<p>Il numero di nuclei percettori di Rdc è pari a 1,23 milioni e l’importo medio a dicembre 2021 è di 577 euro. Chiaramente un dato che pone i soggetti sicuramente in una condizione di povertà e non nelle condizioni paradisiache che alcuni imprenditori denunciano. Se questa denuncia avesse mai un qualche fondamento, lo si ritroverebbe piuttosto nel fatto che gli imprenditori non&nbsp; riescono a reclutare manovalanza, soprattutto stagionale, perché la media dei salari stagionali è analoga a quella del reddito di cittadinanza o di poco più alta. Al lavorare in queste condizioni spesso si sceglie, a buon diritto, il non lavorare godendo del reddito, magari decidendo di arrotondare con qualche part-time sottobanco.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh5.googleusercontent.com/uWrg4bhIrqhhSjAl8ymhm_H8lQyETrKmBmcZblTrYS9ZNNnzoHoUHXRlW-fXJmtoHl8MHQDS_XyooJYkP7EUFvfJBi5B1_8yhElSnK976HMx029IYP6RX14N1KG0C1vXd9_uCf5QuY43KtfWCdBZdg" alt=""/></figure>



<p><em>A fronte di 1.375.728 nuclei beneficiari a dicembre 2021, il numero di persone coinvolte è 3.048.988: una su quattro è minorenne, </em><strong><em>due su tre risiedono al Sud</em></strong><em>. Le prime cinque province per incidenza dei percettori sugli abitanti sono Napoli, </em><strong><em>Crotone</em></strong><em>, Palermo, Caserta, Catania.</em></p>



<p>La ricerca prende in esame il gruppo più omogeneo e di lungo recepimento della misura: parliamo quindi degli 859.486 nuclei (1.989.556 persone) che hanno fatto domanda entro i primi tre mesi del varo della legge e pari a circa due milioni di individui, ha evidenziato che:</p>



<ol class="wp-block-list"><li><em>Per il 41,8% (831.421) la ricerca di un’eventuale posizione lavorativa non è d’interesse/utile nel contesto di ricerca proposto in quanto minorenni, anziani, disabili, titolari di pensione</em></li><li><em>Per il 58,2% (1.158.135) la ricerca di un’eventuale posizione lavorativa ha permesso di classificare i soggetti “teoricamente occupabili” in tre gruppi distinti:&nbsp;</em></li></ol>



<p><strong><em>a. </em></strong><em>Circa 291mila soggetti (14,6% del totale beneficiari di Rdc) per i quali la ricerca ha dato esito nullo: non risulta alcuna giornata di contribuzione dal 1° gennaio 1975 al 31 marzo 2019. L’età media è di 33 anni, il 70% sono donne. In questo insieme rientrano gli studenti maggiorenni (sia scuole superiori che università) e chi è sempre risultato inattivo.</em></p>



<p><strong><em>b.</em></strong><em> Poco meno di mezzo milione di soggetti (24,9% del totale beneficiari di Rdc) che hanno una posizione contributiva lontana nel tempo (nel 2017 o prima). L’età media è di 46 anni, le donne sono poco più del 50%. Si tratta di soggetti che all’atto della prima domanda di Rdc erano da almeno quindici mesi fuori dal mercato del lavoro attivo e senza neanche prestazioni a sostegno del reddito, congedo di maternità, malattia, eccetera. L’età media elevata e l’anzianità contributiva bassa evidenziano uno scarso attaccamento al mercato del lavoro. È un insieme di persone ormai da tempo inattive oppure disoccupate e quindi ampiamente classificabili come “vulnerabili”.&nbsp;</em></p>



<p><strong><em>c.</em></strong><em> Circa 372 mila soggetti (18,7% del totale beneficiari di Rdc) che hanno una posizione contributiva contemporanea al Rdc o comunque ravvicinata. L’età media è di 40 anni, intermedia tra i due gruppi precedenti, rispetto ai quali è però l’unico gruppo in cui le donne sono minoranza. In questo insieme rientrano soggetti con un maggiore attaccamento al mercato del lavoro anche se con profilo da “working poor”: il Rdc, infatti, risulta integrare/proseguire la disoccupazione indennizzata oppure un part-time di modesta entità.</em></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh4.googleusercontent.com/KxcIekQPoNr4fdFMkaIXuUTZhuEk6x-hcIfVNd4WjqdXBY2ApmZBrAkLP1D5u44YPr_8UYHudLF5Ck9pZwS4SH5HB-uDeEPsuR559ZF47NXcSM7Q-OmliJE9Ca522seq2XdTfXwBqAOHSZe9sI-AGA" alt=""/></figure>



<p>Dall’analisi condotta dall’INPS si evince dunque un quadro sociale abbastanza chiaro: i nuclei familiari interessati dalla misura sono per il 40% costituiti da persone che non possono lavorare anche volendolo. Del 60% rimanente solo un 20% sarebbe subito riattivabile visto che il restante 40% è composto da persone che oramai non ricercano più il lavoro per sfiducia o per passate esperienze di sfruttamento e che l’analisi annovera fra i “vulnerabili”.</p>



<p>Molto probabilmente, ciò che l’analisi non dice, è che il lavoro&nbsp; per questo milione e mezzo di persone non esiste o non è attivabile per questioni di competenze. Il mondo del lavoro è in continua evoluzione. Soprattutto in occidente, ampi spazi lavorativi sono coperti dall’automazione, altri spazi si aprono&nbsp; in virtù dell’innovazione ma abbisognano di specifiche competenze cognitive e di studio. Un’app o un software non necessita di altro che di una intelligenza capace di programmare oltre che di calcolatori oramai alla portata dei più. Il progredire della tecnologia se da un lato aumenta l’accessibilità ai mezzi di produzione e l&#8217;ipotetica “libera iniziativa individuale”, nei fatti oggi giorno i limiti sono dati dalle proprietà intellettuali dei prodotti. Prodotti che spesso sono semplici processi di produzione o servizi. Tornando all&#8217;esempio della app, colui che la realizza non la possiede pur essendo non solo prodotto del suo lavoro, ma sua creazione intellettuale. In qualche modo lavoratore e prodotto, nell’economia immateriale sono assai più intimamente legati che nella produzione materiale. Di fatto il capitalista più che proprietario della macchina diventa padrone dello stesso lavoratore del quale si appropria non più della sola diade tempo/lavoro lasciando quel poco di spazio vitale necessario alla riproduzione, ma da cui estrae la sua stessa capacità cognitiva. Anche il tempo della riproduzione oramai è messo a profitto. Da questa realtà discende la necessità di sempre più stringenti leggi sulla proprietà intellettuale volte ad alienare da sé, mercificare, la capacità intellettiva del lavoratore. Esemplare in questo caso è la vendita di software che, per assumere la forma merce, si presentano come un foglietto con su scritto una password con la quale sbloccare il semplice download dalla rete (un processo puramente immateriale se si esula per un attimo dal pensiero dei server), il tutto contenuto in uno scafandro di plastica con tanto di copertina. Di fatto grazie a questa nuova modalità produttiva (che rappresenta tendenzialmente una parte sempre più significativa del plusvalore prodotto) saltano i riferimenti quantitativi che diventano sempre più qualitativi. Un tempo il capitalista pagava il lavoratore per compiere in un certo numero di ore, un tot di cicli o azioni produttive. Pago il raccoglitore di pomodori per riempire una cassa entro un tempo medio dato. Lo sviluppo di un App, invece, può impegnare un ingegnere informatico particolarmente abile per un mese e un altro meno abile per due mesi, o l’upgrade di un&#8217;app può richiedere più tempo di quello impiegato nella progettazione originaria, ciò che conta è quanto l’azienda spera di farci, e se l’ingegnere meno esperto costa meno, il guadagno ripaga di quell’ipotetico mese in più. Anche il risultato non è scontato e il lavoro di uno potrà mostrarsi più duraturo di quello di un altro, con meno bug e funzionalità più performanti. Inoltre lo stesso lavoro può essere fatto da casa come in ufficio e il tempo di lavoro da casa è statisticamente maggiore di quello in ufficio. Così si parla sempre di più di raggiungimento degli obiettivi piuttosto che di orario di lavoro. Nonostante questo processo che sembrerebbe allargare spazi di estrazione autonoma di plusvalore per il lavoratore dipendente, le statistiche continuano a parlare di un immane concentrazione dei profitti e della proprietà dei mezzi di produzione umani o umanoidi in capo a pochi capitalisti, gli unici capaci di innovazione attraverso l’acquisizione di macchinari sempre più complessi e costosi e gli unici che hanno la possibilità di comprare la stessa <em>umanità</em> del lavoratore; la sua capacità di pensiero. Per questo una misura di ”sostegno” al reddito potrebbe avere senso se pensata su base universale e libera dal vincolo lavorativo. Ma anche queste condizioni non bastano in quanto abbiamo la consapevolezza che finiranno con l’essere un sostegno alla spesa.</p>



<p>Non è un caso che tra i principali sostenitori dei redditi universali troviamo multimiliardari come Bill Gates, Mark Zuckerberg e qualche altro illuminato. Hanno ben chiaro che i consumi non possono autosostenersi dal momento che i salari si contraggono sempre più e, nei paesi a capitalismo avanzato, la forza lavoro non qualificata è richiesta sempre di meno. Ci si ritrova dunque, con una massa crescente di “inoccupabili” non adeguatamente formati per lavori specializzati e non impiegabili in altri ambiti proprio perché è venuta meno la richiesta del lavoro non specializzato. Quel poco che c’è è per forza di cose trattato al ribasso. In questa spirale l’unica valvola di sfogo per evitare esplosioni sociali sono i buoni pasto e il reddito integrativo che riescono a far digerire, ancora per poco, gli amari bocconi del sistema, fornendo una base minima sulla quale poi arrotondare con qualche lavoro saltuario.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Pensiamo ora per un attimo al rapporto pubblico privato e alle ultime frontiere delle privatizzazioni: la furia estrattiva del capitalismo è arrivata a creare la situazione per la quale i Comuni, prima ammaliati dal canto delle sirene dell’efficienza capitalista attraverso l’aziendalizzazione dell’ente, ora risultano quasi completamente spossessati delle risorse umane e finanziarie per gestire i servizi, adornatisi nel frattempo con un esoso corollario&nbsp; di innovazione. Ecco la deriva delle cosiddette multiutility, multinazionali che offrono servizi&nbsp; in vari comparti strategici, calando come orde barbariche sulle comunità locali per depredarle delle loro risorse più importanti e vitali. Arrivano con il loro carico di capitali, attingono anche alle risorse pubbliche (pensiamo al PNRR e prima ancora alle società miste), per costruire gli impianti, succhiando la linfa vitale degli enti collettivi per decenni. Oggi le principali aziende, per esempio in Calabria, sono tutte attive nell’ambito dei rifiuti, dell’energia, dell’acqua; con l’unica variante dei call center, i cui padroni hanno le mani in pasta un po’ ovunque.</p>



<p>Come rilevato da imponenti analisi economiche e dai report annuali di ONG come la Oxfam, risulta in rapida crescita il dislivello tra il patrimonio accumulato dai padroni del mondo a discapito di larghe fette della popolazione. Per produrre, il capitalista deve organizzare certamente le ‘reti neurali’ informatiche ma anche le ‘reti neurali’ umane senza le quali non reggerebbero i processi digitali. In questo senso il mezzo di produzione primario diventa la mente che ovviamente non è isolabile dall’operaio che un tempo era alienato del solo tempo di lavoro che, sempre di più nell’oggi, corrisponde con il tempo di vita. Produzione e riproduzione sociale sono termini sempre più sovrapponibili a quelli di produzione e riproduzione del capitale.</p>



<p>Questo cambio di paradigma tendenziale del rapporto capitale/lavoro se è dato per assodato nelle economie avanzate, ancorché&nbsp; da indagare profondamente da parte delle varie sinistre, porta a un’alienazione più grande da parte dell’operaio cognitivo di quanto non lo fosse l’operaio dell’industria 2.0. Di contro&nbsp; l’accumulo dei profitti da parte padronale si fa più rapido, ed è certamente dovuto a un esponenziale aumento della produttività per singolo lavoratore, in quanto la produzione immateriale e cognitiva non si esaurisce quasi mai una volta chiusa la porta dell’ufficio o una volta spento il computer. Questo innovativo processo di estrazione di plusvalore è come sempre apertamente sostenuto dalle politiche governative che per loro intima natura non possono che essere filo padronali. In Italia, e in Europa in generale, si sono inanellati decenni di politiche <em>lacrime e sangue</em> per i ceti popolari ed espansive per l’industria. Ancora oggi il dibattito italiano verte sul cuneo fiscale con l’obiettivo dell’aumento dei salari. Una procedura già collaudata che ha visto in realtà la decrescita infelice dei salari italiani anche a dispetto della media europea che vede per esempio in Germania una crescita dei redditi negli ultimi decenni al di sopra del 30%, con una parallela diminuzione degli orari lavorativi. Mai come in questo periodo pandemico si è mostrata la capacità del capitalismo di fatturare anche le sventure nel mentre le classi medie si sono estremamente impoverite e per quelle più basse si è dovuto ricorrere dall’alto, ovvero senza la spinta di lotte popolari, a misure governative come il reddito di cittadinanza. Questo indica il carattere sistemico di queste toppe che tentano di mantenere sotto i livelli di guardia il malcontento popolare.</p>



<p>Di fatto, nell’attuale fase post-pandemica e pre-guerra, le politiche, nonostante i miracoli profetizzati durante il Covid, sono tutte ancora incentrate al sostegno dell’industria bellica, dello sviluppo e alla restrizione del welfare. Non c’è traccia degli immani investimenti promessi in personale e strutture della sanità pubblica, della scuola e delle infrastrutture specialmente digitali. Si è prospettata invece una ulteriore fase di sacrificio per le classi popolari che vanno dal blocco del condizionatore al contenimento della spesa pubblica per i servizi.</p>



<p>In una fase siffatta occorrerebbe svincolarsi dalla narrazione tossica circolante e riattivarsi intorno a un programma collettivo che sappia tradurre e attivare processi di liberazione che coniughino la coscientizzazione collettiva a nuove forme di organizzazione e di lotta. L’una non può andare senza le altre. Non può esistere una coscienza di classe senza una teoria che la rappresenti, la unifichi e le indichi una prospettiva, così come altrettanto non può esistere una teoria sradicata dalle reali necessità materiali di classe e dal livello di coscienza in essa sviluppato.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>SCHEDA SINTETICA RDC</strong></p>



<p>Nei primi tre anni di Rdc/Pdc sono stati erogati quasi&nbsp;</p>



<p><strong>20 miliardi </strong>di euro <em>a</em>&nbsp;</p>



<p><strong>2 milioni</strong> di nuclei <em>per un totale di&nbsp;</em></p>



<p><strong>4,65</strong> <strong>milioni</strong> di persone.&nbsp;</p>



<p>L’analisi ha evidenziato che circa il 70% dei nuclei che hanno richiesto il Reddito nelle prime fasi di attuazione (aprile-maggio-giugno 2019) è ancora beneficiario alla fine del 2021.</p>



<p>L’analisi dei beneficiari a dicembre 2021 indica che</p>



<p>il <strong>44,7%</strong> dei nuclei sono <strong>monocomponenti</strong> e che&nbsp;</p>



<p>il 67,3% <strong>sono senza minori</strong>.&nbsp;</p>



<p>il 17% sono i nuclei con disabili.&nbsp;</p>



<p>L’importo medio è di <strong>546 euro</strong>, molto differenziato tra Rdc (577 euro) e Pdc (281 euro).</p>



<p>L’analisi longitudinale dei beneficiari del Reddito di cittadinanza, condotta sui percettori nel trimestre aprile-giugno 2019, ha evidenziato che su&nbsp;</p>



<p><strong>100 soggetti beneficiari</strong> del Rdc</p>



<p><strong>60</strong> sono quelli “teoricamente occupabili”</p>



<p>di questi,<strong> 15 </strong>non sono mai stati occupati,</p>



<p><strong>25</strong> lo sono stati in un lontano passato,</p>



<p><strong>20</strong> sono ready to work.</p>



<p><strong>2</strong> percettori su <strong>3</strong> risiedono al Sud o nelle Isole (67% in termini di persone, 62% di nuclei, a dicembre 2021).</p>
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		<title>LAVORO, NON LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/07/05/lavoro-non-lavoro/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2022 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[AUTOMAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
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<p>Il mondo del lavoro e del pensiero sul lavoro oscilla tra una vertenza e una diminuzione del cuneo fiscale. La parte imprenditoriale e predatoria è concentrata a demolire il reddito di cittadinanza, reo, secondo molti imprenditori, di impedire il procacciamento della manodopera necessaria per tante attività, la maggior parte delle quali stagionali. Ti dò, quando va bene, 1500 euro per due mesi di lavoro per 10 ore al giorno e non corri da me? E gli altri 10 mesi? Chiedono i disoccupati con reddito di cittadinanza. Almeno oggi riusciamo a sopravvivere con i nostri 550€ di media familiari mensili.</p>



<p>Seguendo il nostro filone di ricerca, abbiamo notato come in Occidente il numero dei posti di lavoro disponibili è in decrescita. Non come quella felice ipotizzata da Latouche, ma infelice come quella che lascia dietro di sé milioni di disoccupati.</p>



<p>Di questo parla in <a href="https://espresso.repubblica.it/attualita/2022/06/20/news/de_masi_lavorare_meno_lavorare_meglio-354719769/?fbclid=IwAR0_aeXpCwcBT8JuGbj4pouRex6Wl_G8veG_rgMjrHU54NcezqJ28KgC7Gc">un’intervista su l’Espresso</a> il sociologo De Masi:</p>



<p><em>“No, è la società che è cambiata. Dalla produzione dei beni siamo passati a un’economia basata sull’immaterialità. Sulla cultura, intesa, secondo le definizioni dell’antropologia, come bagaglio sia di carattere ideale, sociale (usi e costumi della comunità) e materiale, cioè costituito dai manufatti”.</em></p>



<p>Questo non significa che non ci sia più produzione industriale. Guardando al mondo abbiamo più volte sottolineato come la produzione industriale a carattere ottocentesco sia stata appaltata dall’Occidente all’Oriente. Cina e India su tutti rappresentano l’officina del mondo. La tendenza generale rimane comunque quella di automatizzare gli impianti e spostare l’economia dal settore primario e secondario a quello terziario dei servizi. A livello globale, infatti, le principali imprese parlano una lingua digitale supportata dal web. Amazon, Google e altri colossi della rete.</p>



<p><em>“L’Italia è l’emblema di questo processo di trasformazione della società da industriale a post-industriale. Non ci sono grandi industrie, l&#8217;estensione territoriale è limitata e la popolazione non è numerosa ma siamo l’ottavo paese al mondo per il prodotto interno lordo. Perché la maggior parte delle persone lavora nei servizi, nell’informazione, svolge professioni di carattere intellettuale. Lavori che stancano mentalmente, per cui è impensabile produrre dieci ore al giorno. Ma anche gli unici per cui l’uomo non può essere sostituito dalle macchine. Con l’avanzamento della tecnologia, dal telaio meccanico all’intelligenza artificiale, il lavoro si è velocizzato e diminuito. Non è più l’elemento centrale della vita e della nostra democrazia, anche tempo libero e studio hanno acquisito spazio, dobbiamo prenderne atto”.</em></p>



<p>Seguendo le analisi di alcuni economisti come Fumagalli, il lavoro si è sempre più “intellettualizzato” tanto da portare a coniare l’espressione di <em>capitalismo bio-cognitivo</em> o, secondo l’ultimo libro di Griziotti, <em>neurocapitalismo</em>. La soluzione secondo De Masi? <em>“Ridurre l’orario di lavoro per evitare che il numero dei disoccupati continui a crescere. Siamo già quasi a tre milioni. Oggi ci sono padri che lavorano dieci ore al giorno e figli che restano a digiuno. La Germania, ad esempio, di pari passo con l’introduzione di nuovi macchinari ha ridotto l’orario di lavoro. Un tedesco in media lavora 1400 ore all’anno, un italiano 1800 ore. 40 ore a settimana. Se anche noi riducessimo l’orario di lavoro avremmo 6 milioni di posti in più”.</em></p>



<p>Il problema di questa ricetta, per altro condivisibile, è che si inscrive nel modo di produzione attuale. Chi dovrebbe convincere, infatti, l’imprenditoria nostrana a diminuire il numero di ore lavorate a parità di salario? Dato che la fase ci pone come contemporanei di una politica espressione, da destra a sinistra, degli interessi del capitale, chi varerà le leggi appropriate che obblighino le grandi imprese ad attingere agli enormi profitti accumulati in questi ultimi decenni per spalmarli socialmente attraverso la riduzione dell’orario di lavoro con la conseguente attivazione di nuovi posti? Ad oggi si è preferito attingere ancora a risorse pubbliche per attivare l’elemosina di Stato per cui chi lavora 10-12 ore al giorno copre anche (parzialmente) le necessità dei disoccupati. In questo meccanismo la sfangano come sempre i ceti imprenditoriali che possono bellamente stare sull’onda della comunicazione social e massmediatica con la boutade della pizza a 65 euro. Chiaramente si è già attivata la corsa dei poveri ad assaggiarla per partecipare alla discussione sul fatto che sia buona o cattiva. Nel frattempo l’imprenditore buontempone gode della pubblicità occulta e incassa per la benzina del suo yacht, mentre l’operaio spende un quarto del suo stipendio per una cena a base di pizza che lo proietta, per qualche ora, nell’Olimpo della gente che conta, magari con una storia su facebook!</p>



<p>Fino a quando il povero si ispirerà al ricco, fino a quando la retorica del “se vuoi, ce la fai” sarà imperante, fino a quando godremo solo per sfoggiare il nostro ultimo i-phone acquistato a rate dopo una fila di tre ore allo store della Apple, difficilmente le cose potranno cambiare. C’è da rovesciare la narrazione prima che i governi. C’è da tessere un nuovo programma che visualizzi il possibile <em>sol dell’avvenire</em> nell’oggi. Prima di inaugurare nuovi partiti, nuovi spezzoni di movimento, nuove sigle sindacali, ci sarebbe il bisogno di tessere teoria e fabbricare visioni alternative capaci di attrarre nuovamente la massa popolare. Sganciare i lavoratori dall’incanto tessuto dalla narrazione padronale per renderli autonomi nella costruzione della propria via alla felicità.</p>



<p>La storia del movimento operaio ci ha lasciato una visione che all’epoca era avveniristica, fin troppo anticipatrice di un sogno, con il suo rifiuto del lavoro, dell’autorità costituita, della democrazia borghese e i suoi ammiccamenti alla rivoluzione, alla trasformazione dello stato presente delle cose. Oggi la visione politica dei lavoratori spesso coincide con quella dei padroni. Vivendo i quartieri, raramente si sentono discorsi sul non lavoro e la rivoluzione. Più di frequente si sentono discorsi sprezzanti dei lavoratori rispetto ai percettori di reddito di cittadinanza, anche comprensibili visti i modi della sua attuale implementazione. Nella sostanza il sentire popolare è molto più vicino a quello padronale che a quelli che dovrebbero essere i propri reali interessi di classe.</p>



<p>Se la produttività è aumentata e i posti di lavoro diminuiti, se i profitti sono smisuratamente cresciuti a dispetto dei salari, se l’inflazione avanza e il reddito arranca c’è forse da ritentare una riflessione sui fondamentali. L’analisi del modo di produzione capitalistico nella contingenza, la riflessione sulla proprietà dei mezzi di produzione, la distribuzione della ricchezza. Su tutti un nuovo e urgente disincanto rispetto ai meccanismi della democrazia borghese.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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