DA MARX A KEYNES PASSANDO PER LENIN: LA CERTEZZA DI NON AVERCI CAPITO UN CAZZO!

Nel 1928, durante un evento seminariale, Keynes leggerà per la prima volta un testo dal titolo Prospettive economiche per i nostri nipoti. Questo breve scritto diventerà poi un testo per una conferenza che terrà nel giugno del 1930 a Madrid. Il noto economista, spesso citato per la sua teoria della spesa anticiclica, in questa riflessione si stacca dai temi economici contingenti per vestire i panni del profeta ed immaginare il mondo dopo 100 anni. In effetti siamo molto vicini alla fatidica data del 2030 da lui presa in esame:

“In questo saggio, tuttavia, mio scopo non è di esaminare il presente o il futuro immediato, ma di sbarazzarmi delle prospettive a breve termine e di librarmi nel futuro. Si parte da un’analisi storica in cui il nostro riscontra nelle scoperte tecnologiche e scientifiche che caratterizzarono la rivoluzione industriale un punto di assoluta novità nel percorso dell’umanità. Prima del XVIII secolo, infatti, la vita dell’uomo si è dipanata più o meno con le medesime modalità. Dopo la rivoluzione agricola, l’invenzione del fuoco, della ruota e di qualche attrezzo rudimentale, la qualità media della vita dell’homo sapiens non ha avuto grossi incrementi. L’età moderna si è aperta, ritengo, con l’accumulazione di capitale iniziata nel secolo XVI. Io credo che ciò, per ragioni con cui non devo gravare questa trattazione, sia stato dovuto inizialmente all’aumento dei prezzi (e ai profitti conseguenti) determinato dai tesori d’oro e d’argento che la Spagna portò dal Nuovo Mondo in quello Vecchio. Da allora a oggi il processo di accumulazione secondo l’interesse composto, che sembrava in letargo da tante generazioni, ebbe nuova vita e assunse nuove forze. E la portata di un interesse composto per un periodo di più di due secoli è tale da far vacillare la fantasia. Io, infatti, riconduco l’inizio degli investimenti inglesi all’estero al tesoro che Drake sottrasse alla Spagna nel 1580, anno appunto in cui rientrò in Inghilterra portando con sé le spoglie meravigliose del Golden Hind. La regina Elisabetta era una forte azionista del gruppo che aveva finanziato la spedizione. Con la sua quota del tesoro la regina pagò tutto il debito estero del paese, riportò in pari il bilancio e si ritrovò in mano ancora 40mila sterline. Questa fu appunto la somma che investì nella Levant Company, la quale prosperò. Con i profitti della Levant Company fu fondata la East India Company, e i profitti di questa grande impresa costituiscono la base dei successivi investimenti all’estero della Gran Bretagna. Ora, si dà il caso che la capitalizzazione di 40mila sterline al tasso di interesse composto del 3,25 per cento corrisponda approssimativamente al volume reale degli investimenti all’estero della Gran Bretagna in date diverse, e ammonterebbe effettivamente alla somma complessiva di 4 miliardi di sterline che ho già citata come volume attuale dei nostri investimenti all’estero. Pertanto, ciascuna delle sterline che Drake portò in patria nel 1580 si è trasformata in 100mila sterline. Tanta è la potenza dell’interesse composto!”[1]

Saccheggi, tecnologia e finanza, dunque, gli ingredienti della ricetta che permisero un’accumulazione di capitale mai visto prima nella storia e che diede l’avvio ad investimenti e scoperte sempre più grandi e meravigliose.

Anche Marx, prima di Keynes, nel capitolo 24 della sezione VI del libro I del Capitale pone nella scoperta “delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro.”

Questa accumulazione originaria coincide per Keynes con l’inizio dell’epoca della tecnologia che dal XVI al XVIII secolo e poi oltre, ha visto la realizzazione di una serie notevole di nuovi congegni, dalle macchine a vapore, alla chimica, all’elettricità, che hanno elevato mediamente il tenore di vita dell’umanità di circa quattro volte ed elevato notevolmente la produttività operaia:

“Vi sono buoni elementi per ritenere che le rivoluzionarie trasformazioni tecniche, che finora hanno interessato soprattutto l’industria, si applicheranno presto all’agricoltura. Può ben darsi che ci troviamo alla vigilia di un’evoluzione del rendimento della produzione agricola di portata analoga a quella verificatasi nell’estrazione mineraria, nell’industria manifatturiera, nel trasporti. Nel giro di pochissimi anni, intendo dire nell’arco della nostra vita, potremmo essere in grado di compiere tutte le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dell’energia umana che eravamo abituati a impegnarvi.”[2]

L’altro lato della medaglia di questo sorprendente sviluppo è l’insorgere di una nuova “malattia” chiamata “disoccupazione tecnologica”:

…”Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera. Ma questa è solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico. Mi sentirei di affermare che di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno. […] Giungo alla conclusione che, scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana. […] Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.”[3]

Disoccupazione tecnologica che tra l’altro aveva già attanagliato gli Stati Uniti con la grande depressione innescata non tanto dal crollo della borsa il fatidico “black friday”, ma dal passaggio dal lavoro animale a quello delle macchine nell’agricoltura. buona parte delle terre coltivate, in maniera non intensiva quindi con un rendimento piuttosto basso, forniva foraggio per gli animali dediti alla coltivazione, venuta meno la domanda in virtù della sostituzione con gli aratri meccanici, si è innescata una serie di reazioni che hanno condotto alla svalutazione delle terre e ai relativi investimenti ed ipoteche.  

Il punto di arrivo di questa “profezia” keynesiana è la fine del lavoro, un’epoca di prosperità in cui l’umanità potrà smettere di pensare al problema economico, al dilemma della sopravvivenza, per dedicarsi allo sviluppo culturale, scientifico, artistico. Se possiamo affermare che teoricamente il panorama pennellato da Keynes sarebbe attuabile già oggi, nove anni prima dello scadere del centesimo anno, visto l’incredibile sviluppo tecnologico che ci conduce verso l’intelligenza artificiale e la robotizzazione, dobbiamo constatare come in realtà questo scenario è reale solo per una piccolissima percentuale della popolazione mondiale. Il resto continua a lavorare anche alacremente e per più di 10-12 ore al giorno, spesso in condizioni schiavistiche, mentre dilaga la disoccupazione, tanto da pensare a sostegni pubblici per chi non riesce a trovare un’occupazione stabile semplicemente perché non esiste nonostante la ricerca spasmodica (sic!) dei navigator.

Uno scenario simile, anche se da punti di partenza teorici sicuramente divergenti, è tracciato dal Lenin economista della nuova rivoluzione socialista. Con il suo approccio quasi sempre disarmante e assolutamente non incline alla semplificazione dogmatica del programma ideologico, Lenin analizza con la massima libertà la realtà dei fatti per tracciare un percorso concreto per giungere al socialismo in Russia. L’unica via possibile, secondo il leader bolscevico, era quella di “imitare” lo sviluppo occidentale, di guardare ai progressi raggiunti dal capitalismo per poi piegarli al servizio delle masse popolari. Gli operai non potevano sin da subito autogestire le fabbriche come proponevano altri intellettuali di partito, non possedevano, nella contingenza  di quella fase storica, le capacità e le conoscenze necessarie. Era fondamentale inizialmente utilizzare quelle dei tecnici borghesi, magari pagandoli profumatamente nonostante l’assunto comunardo prescrivesse per tutti lo stesso salario. Solo quando le masse operaie avessero raggiunto livelli di autoformazione alti si sarebbe potuto fare a meno della sapienza borghese e giungere all’autogoverno degli opifici e successivamente dell’intera economia:

“Per mostrare quanto sia necessario al potere sovietico avvalersi dei servizi degli intellettuali borghesi proprio per il passaggio al socialismo, ci permetteremo di usare un’espressione che a prima vista sembrerà un paradosso: bisogna imparare il socialismo in larga misura dai dirigenti dei trust, bisogna imparare il socialismo dai massimi organizzatori del capitalismo. Che non si tratti di un paradosso, se ne convincerà facilmente chiunque rifletta che proprio le grandi fabbriche, proprio la grande industria meccanica, che ha portato a proporzioni mai viste lo sfruttamento dei lavoratori, proprio le grandi fabbriche sono i centri di concentrazione di quella classe che è stata la sola capace di distruggere il dominio del capitale e di iniziare il passaggio al socialismo. Perciò non deve sorprendere che per assolvere i compiti pratici del socialismo, quando si pone all’ordine del giorno l’aspetto organizzativo del socialismo, noi dobbiamo necessariamente attrarre in aiuto del potere sovietico un gran numero di intellettuali borghesi, particolarmente fra coloro che si erano occupati del lavoro pratico di organizzazione della grande produzione nell’ambito del capitalismo e, quindi, in primo luogo, dell’organizzazione dei sindacati, dei cartelli e dei trust.”[4]

Dunque un contro-uso operaio delle innovazioni scientifiche, logistiche e produttive, come ad esempio quelle introdotte da Taylor (ideatore in quel tempo di metodi tra i più innovativi nell’ambito delle tecniche organizzative del lavoro al fine di efficientare la produzione e aumentare la produttività), seppur necessariamente ripulite dagli effetti del pluslavoro e del plusvalore:

“Dirò di più. Il grande capitalismo ha creato sistemi di organizzazione del lavoro che, nelle condizioni di sfruttamento delle masse della popolazione, erano la forma peggiore per asservire e spremere una quantità supplementare di lavoro, di forza, di sangue e di nervi dai lavoratori ad opera della minoranza delle classi abbienti, ma che sono nello stesso tempo l’ultima parola dell’organizzazione scientifica della produzione e che debbono essere assimilati dalla Repubblica socialista sovietica, debbono essere rielaborati, da una parte, per realizzare il nostro inventario e controllo sulla produzione e poi, dall’altra parte, per elevare la produttività del lavoro. Ad esempio, il famoso sistema Taylor, che ha avuto larga diffusione in America, è famoso proprio perché rappresenta l’ultima parola del più sfrenato sfruttamento capitalistico. È quindi comprensibile che questo sistema abbia suscitato tra le masse lavoratrici tanto odio e tanto sdegno. Ma nello stesso tempo non si può dimenticare neppure per un istante che nel sistema Taylor vi è un immenso progresso della scienza, che analizza sistematicamente il processo di produzione e apre la strada a un immenso aumento della produttività del lavoro umano.”[5]

In Stato e rivoluzione la critica leninista al rapporto tra sviluppo e rivoluzione, così come era stata intesa da revisionisti e socialdemocratici di quel tempo, è spietata: sulla base delle elaborazioni marxiane, Lenin chiarisce che il rapporto sviluppo/rivoluzione è un rapporto necessariamente di rottura e discontinuità. In Lenin è forte l’idea che a partire dallo sviluppo della base capitalistica è possibile per successivi stadi passare alla gestione diretta del potere. Lo sguardo qui è quello di parte, è il punto di vista operaio che permette alla forza lavoro di transitare dalla complessità dello sviluppo industriale a quella che Toni Negri[6] chiama “capacità astratta di funzione”:

“La cultura capitalistica ha creato la grande industria, le fabbriche, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc. e su questa base l’immensa maggioranza delle funzioni del vecchio “potere statale” si è semplificato a tal punto e può essere ridotta a tali operazioni elementari di registrazione e di controllo che esse saranno pienamente accessibili a chiunque abbia un minimo di istruzione, che sarà pienamente possibile eseguirle per un normale “salario da operaio”, che infine queste funzioni potranno (e dovranno) essere private da ogni traccia che dia loro un carattere privilegiato, e “gerarchico”. […] queste semplici e “naturali” misure democratiche, mentre rispondono integralmente ai comuni interessi degli operai e della maggioranza dei contadini, servono contemporaneamente da passerella fra il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione statale, e cioè puramente politica, della società; ma naturalmente assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo realizzando o preparando “l’espropriazione degli espropriatori”, vale a dire il passaggio dalla proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione alla proprietà collettiva.”[7]

Dunque un rovesciamento dello sviluppo capitalistica a partire da una base materiale adeguata. Sappiamo quanto questa concezione estremamente ottimistica di Lenin sia stata a lungo criticata anche nella forma distorta in cui si tentò successivamente di attuarne il passaggio ma quello che resta interessante e per certi versi recuperabile è l’idea che la forma leniniana del governo operaio possa diventare capacità di rottura e estinzione non solo dello Stato ma anche del lavoro salariato. Come per l’azione rivoluzionaria – condotta dentro e contro il capitale – per Lenin l’utilizzo della base capitalistica era finalizzato alla progressiva emancipazione delle masse operaie:

Dinanzi alla Repubblica socialista sovietica sta un compito che possiamo così formulare in breve: dobbiamo introdurre in tutta la Russia il sistema Taylor e l’aumento scientifico americano della produttività del lavoro, unendo questo sistema alla riduzione dell’orario di lavoro, alla utilizzazione di nuovi metodi di produzione e di organizzazione del lavoro senza alcun danno per la forza-lavoro della popolazione lavoratrice. Anzi, l’impiego del sistema Taylor, giustamente diretto dai lavoratori stessi, se essi saranno abbastanza coscienti, sarà il mezzo più sicuro per un’ulteriore e grandissima riduzione della giornata lavorativa obbligatoria per tutta la popolazione lavoratrice, sarà il mezzo più sicuro che ci permetterà di realizzare, in un periodo di tempo relativamente breve, l’obiettivo che si può esprimere all’incirca in questi termini: sei ore di lavoro fisico quotidiano e quattro ore di lavoro per l’amministrazione dello Stato per ogni cittadino adulto.[8]

La “profezia” leniniana era pensata per l’immediato futuro del popolo russo, quindi più a corto raggio e in un quadro di rottura anticapitalista rispetto a quella keynesiana più tardiva e che proiettava la propria visione addirittura lungo un arco temporale di cento anni.

Come Lenin anche Keynes non si faceva illusioni e basava le sue riflessioni sulla realtà materiale della società di allora. Appare verosimile che nel 2030 ci sarebbe potuta essere una giornata lavorativa di 3 ore, che si sarebbe risolto il problema economico e di sussistenza dell’umanità, che i valori attuali della cupidigia, dell’avarizia, dell’idolatria del denaro sarebbero stati oltrepassati ma questo solo gradualmente e sicuramente dopo che il sistema tecnologico avrebbe raggiunto la sua maturità e comunque sempre dentro un quadro di compatibilità assoluta con il modo di produzione capitalistico:

Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto. Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno.[9]

Grande distanza, quindi, tra i due pensatori accomunati però da un obiettivo: liberare l’umanità dalla schiavitù del lavoro. Sappiamo come l’idea emancipativa dell’economista britannico non sia immanente al capitale ma mai come oggi questo obiettivo si approssima a diventare realtà. Affinché ciò avvenga è però necessario che il meccanismo capitalista si inceppi in qualche punto. L’evoluzione tecnologica e il consequenziale sviluppo capitalistico, come dedotto da Marx prima e da Lenin successivamente, non genera automaticamente le condizioni per il superamento del modo di produzione capitalistico. Non basta aspettare che il sistema avanzi inesorabilmente e porti con sé i semi della liberazione. Un avanzamento senza rivoluzione genera solo i vari Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Bill Gates, ecc., questi si, intellettuali borghesi non prestati al socialismo ma concentrati sul proprio personale portafogli. Il pensiero leninista può però ancora mostrarci una metodologia che ci svincoli dal dogmatismo ideologico e ci permetta di intravedere come gli attuali sviluppi tecnologici del capitalismo possano essere piegati alle esigenze di uno sviluppo socialista futuribile ma realisticamente realizzabile.

La redazione di Malanova


note: 

[1] J.M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, 1928. Pubblicato in due puntate in The Nation and Atheneum, 11 e 18 ottobre 1930. È stato inoltre pubblicato in The collected writings of John Maynard Keynes, vol IX, pp. 321-32.

[2] ibidem.

[3] ibidem.

[4] V. I. Lenin, Organizzazione del lavoro, uso degli specialisti e taylorismo. Variante iniziale dell’articoloI compiti immediati del potere sovietico”. Questa variante fu redatta tra il 23 e il 28 marzo del 1918. L’articolo è incluso nel libro/raccolta Economia della Rivoluzione a cura di Vladimiro Giacché, Il Saggiatore, 2017

[5] ibidem.

[6] A. Negri, Trentatre lezioni su Lenin, manifestolibri, 2004

[7] V.I. Lenin, Stato e rivoluzione, Samonà e Savelli, 1972

[8] V. I. Lenin, Organizzazione del lavoro, uso degli specialisti e taylorismo. Variante iniziale dell’articoloI compiti immediati del potere sovietico”.[9] J.M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, 1928

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