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IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON

Continuiamo il nostro lavoro di inchiesta all’interno del mondo del lavoro attraverso una lunga e interessante intervista a un lavoratore del centro di distribuzione Amazon di Fara in Sabina in provincia di Rieti.

Attraverso una lunga sequenza di lavori precari e sottopagati – dal tassista al noleggio con conducente (NCC), dal corriere con Bartolini e DHL al postino con Poste Italiane – Vincenzo approda al centro di distribuzione Amazon. Le condizioni lavorative all’interno del comparto logistico di Amazon sono analizzate attraverso la doppia lente del lavoratore e del militante. Questa doppia postura di Vincenzo ci permette di cogliere diversi elementi estremamente interessanti dell’organizzazione del lavoro all’interno delle “nuove fabbriche” del capitale.

Dai ritmi semischiavistici alle postazioni di lavoro assordanti e disumane, dalla robotizzazione dello stoccaggio ai sensori di movimento che controllano ogni singola fase lavorativa, il quadro tinteggiato è quello di un contesto produttivo dove paradossalmente si mescolano i vecchi ritmi, tipici della catena produttiva fordista, con quelli imposti dai sistemi di controllo e automazione necessari per l’iperproduzione dentro la cosiddetta industria 4.0. Qui il miraggio di un contratto a tempo indeterminato è legato esclusivamente alla capacità produttiva di ogni singolo lavoratore. La quasi totale assenza dei sindacati all’interno dei siti produttivi Amazon permette, ancora una volta, il ritorno in gioco di un’altra pratica produttiva che, su larga scala, sembrava scomparsa: quella del cosiddetto cottimo, cadenzato questa volta dalla più “piacevole” musica techno e house diffusa dagli altoparlanti aziendali.


1) Come sei arrivato a lavorare ad Amazon?

La mia condizione lavorativa è molto travagliata. Purtroppo non riesco a trovare un lavoro stabile e continuativo. Da una parte è stata colpa mia, perché non avendo continuato un percorso formativo per ottenere le competenze di un “mestiere specializzato” questo mi ha portato a cercare un lavoro generico sul “mercato del lavoro” attraverso la diffusione manuale del mio curriculum vitae ad attività commerciali generali (come botteghe, minimarket, negozi, ecc.), sia on-line attraverso siti internet di catene di distribuzione (supermercati, filiali per la grande distribuzione, logistica, ecc.) o di agenzie per la somministrazione del lavoro. Purtroppo da qualche anno questi lavori sono regolati da leggi dello Stato italiano che permettono il massimo sfruttamento per il datore di lavoro. Io non sono incappato nell’alternanza scuola-lavoro (per via dell’età anagrafica), ma ho visto per molti anni (fino al compimento del trentesimo anno di età) offrirmi contratti di stage con retribuzione minima pagati dallo Stato (circa euro 400 mensili). Ho iniziato con un contratto da “servizio civile” per un anno, in cui mi occupavo, all’interno di una cooperativa, di assistenza per disoccupati e immigrati senza permesso di soggiorno. Da lì ho percorso una serie di lavori tra i più disparati: dalla revisione di autoveicoli, alla vendita di minicar, da videoterminalista nella sede nazionale di una società internazionale di autonoleggio a commesso in un negozio al dettaglio: tutti rigorosamente contratti di sei mesi da stagista. Poi, compiuti i 30 anni, mi sono buttato, con un contratto a cottimo, in un’avventura ai limiti del paradossale: sono stato contattato da una società sconosciuta per un lavoro porta a porta per conto terzi, con tanto di formazione interna ai limiti della legalità. Dopo un periodo di circa 3 mesi, con una retribuzione da fame e un crollo vertiginoso del mio stato di salute, ho deciso di abbandonare questo pseudo-lavoro. Da lì ho deciso di prendere la patente KB e il Certificato di Abilitazione Professionale per poter guidare il taxi. Ma, spesi circa 1000 euro, mi sono ritrovato in un mondo regolato in modo settario che non dà spazio di lavoro. Infatti, tutto il mondo dei taxi è regolato dalle cooperative sociali che hanno affiliati “preselezionati” senza però chiare regole d’affiliazione. Per poter svolgere questa attività, oltre a prendere la patente e iscriversi al ruolo, bisogna acquistare una licenza che, nella capitale d’Italia, ha un prezzo medio di 250 mila euro. Una cifra che ovviamente non posso permettermi. Teoricamente ci sarebbe un’altra strada, ma si è rivelata praticamente impercorribile: quella delle sostituzioni. In teoria, i tassisti che vogliono prendersi un periodo di astensione dal lavoro (andare in vacanza, malattia o altro) possono farsi sostituire da una persona in possesso di patente e abilitazione. Ma, nella totalità dei casi, chi possiede un taxi, invoglia qualche familiare a ottenere tali requisiti e tutto rimane nel proprio ambito. Ma c’è di più: la licenza è ereditabile, quindi quel parente (spesso prole o coniuge), una volta che il possessore della licenza smette l’attività, invece di riconsegnarla al Comune, la cede al parente prossimo. Inoltre, nei principali comuni italiani negli ultimi dieci anni non ci sono state variazioni sostanziali del numero dei taxi e anche se dovessero programmare dei bandi per l’aumento delle licenze, chi avrà il punteggio adeguato a ottenerle sarà chi avrà potuto usufruire delle sostituzioni, cioè quei parenti prossimi a chi ha già le licenze e così aumenterà il numero di licenze alla “famiglia tassista” e, di conseguenza, aumenterà di parecchio anche il loro patrimonio ottenuto dal ricavato della vendita di quelle nuove licenze (ottenute gratuitamente dal comune). Da lì la consapevolezza che non c’era spazio in quel mondo settario per chi, come me, non ha “santi in paradiso”. Ho tentato allora di convertire l’iscrizione al ruolo da taxi a NCC (Noleggio Con Conducente) e questo aveva dei costi, perché avrei dovuto rifare tutte le visite mediche per l’idoneità (che si aggirano intorno ai 100 euro, poco meno se, come me, ti giri da solo tutte le strutture pubbliche, come le ASL, per ogni visita richiesta). Quello è un mondo ancora più variegato: chi ha i soldi per potersi permettere una licenza NCC, che non deve essere obbligatoriamente del comune di residenza (o almeno teoricamente sì ma, con alcuni accorgimenti, praticamente no) e proprio per questo costa molto meno di quella per i taxi, fa una vita da sfruttatore. Mi spiego meglio. La licenza NCC non è legata a un solo veicolo: si possono avere diversi veicoli, basta esser vincolati a una rimessa privata e ogni veicolo, per ogni corsa effettuata, dovrà ricordarsi di aggiungere, su un foglietto, oltre ai chilometri effettivi percorsi, anche il chilometraggio standardizzato dalla propria posizione al luogo (andata e ritorno) dove legalmente è la rimessa (è solo un momentaneo calcolo matematico, nulla di reale). C’è chi utilizza l’NCC come un taxi clandestino (ma per fortuna non ho mai vissuto quell’esperienza) e chi ne fa un uso proprio. Prima di convertire la mia iscrizione al ruolo ho voluto fare una prova di affiancamento (ovviamente non retribuita). Il collega mi ha detto subito che il 60% della sua giornata lavorativa andava al proprietario della licenza e che i danni al veicolo venivano prelevati dal suo ricavo mensile (cioè dal 40% di tutto il lavoro svolto). La nostra giornata è iniziata alle 4:15 di mattina e si è conclusa alle 20:30, senza alcun corso di formazione, alcun buono pasto, alcun DPI. Le pause sono legate alle giornate lavorative. Il collega mi raccontava che ci sono giornate dove si effettuano 7-8 corse, e altre dove non ci si ferma un attimo. Tornato a casa, il proprietario pretendeva che iniziassi a lavorare anche prima di fare la conversione dell’iscrizione al ruolo e lì ho deciso di non iniziare quell’avventura. Pochi mesi dopo, attraverso un parente, vengo a conoscenza che una cooperativa, affiliata a Bartolini, cercava “natalini”: si trattava di autisti per camion fino 3.5 t per il periodo da settembre a gennaio dalle 6:15 alle 19:30 circa. Il lavoro veniva pagato per i giorni effettivi di lavoro e la mattina stessa sapevi se lavoravi oppure no. Iniziammo l’affiancamento (ovviamente gratuito) che durò 10 giorni. Durante quel periodo molte persone, giustamente non contente di lavorare senza esser pagati, se ne andarono. Decisi di restare. Passati i 10 giorni finalmente iniziammo. La mattina dovevamo essere in sede, nel magazzino, alle 6:15 per prelevare i pacchi che venivano trascinati alle nostre postazioni da un rullo trasportatore. Per cui eravamo in un magazzino senza alcun DPI, tantomeno corsi di formazione. Caricato il camion con circa 130 pacchi, ogni giorno dovevamo effettuare circa un centinaio di consegne. Al momento della paga ho scoperto che, superato un numero di mancate consegne (non ho mai capito quante) scalavano i soldi dalla busta paga. Una volta mi capitò una zona dove l’indirizzo delle consegne non aveva i numeri civici, ma il chilometraggio della via (via X al km Y) e ovviamente questo mi mise in seria difficoltà per le consegne: un mese dopo saltò fuori che quel giorno di lavoro non mi venne pagato. Presa la prima paga me ne andai. Scoraggiato e senza speranze, quasi per inerzia e convinto da un compagno del gruppo Bakunin di Roma, decisi di inviare il curriculum vitae al sito di Poste Italiane. Fu la svolta. Venni chiamato quasi subito (tant’è che all’inizio pensavo fosse uno scherzo telefonico), feci di lì a breve una prova col motorino e, dopo 5 mesi, venni assunto. Nel frattempo ebbi una piccola parentesi come receptionist in un camping ma, alla chiamata di Poste Italiane, mi licenziai subito (pretendono che tu sia sempre liber* e a loro disposizione, come mi dissero al telefono: “Poste Italiane non aspetta nessuno”). Nel frattempo, il Parlamento italiano aveva emanato il “decreto dignità” che prevedeva un contratto determinato con un periodo massimo di 12 mesi. Iniziai con 3 mesi e, dato che questo lavoro mi aveva dato entusiasmo, volontà e mi riusciva piuttosto bene, arrivai al massimo possibile, cioè un anno completo. Quando stava per terminare il contratto di lavoro, il direttore locale delle Poste, davanti a me, chiamò la sede centrale per chiedere se fosse possibile una proroga con motivazione o un’assunzione immediata come indeterminato, ma questo non fu possibile perché per essere assunti bisognava passare per una graduatoria nazionale che, a distanza di 3 anni, ancora mi vede fuori. Passati quasi 2 anni, e terminata la Naspi, mi misi alla ricerca di un nuovo lavoro. Venni dapprima contattato da una cooperativa legata a DHL che mi offriva le stesse condizioni lavorative di Bartolini, e poi, durante il primo giorno di affiancamento gratuito senza DPI, mentre ero sul camion, venni contattato da un’agenzia interinale legata ad Amazon. All’inizio ero scettico, ma la proposta di un corso di formazione on-line retribuito di 5 giorni e la possibilità di avere DPI gratuiti oltre che buoni pasto per ogni turno superiore alle 6 ore, mi convinsero a salutare DHL e a scegliere Amazon.

2) Come vivi la tua condizione di lavoratore Amazon? È un lavoro tranquillo, stimolante o mortificante per le tue aspirazioni?

È difficile rispondere a questa domanda. Durante il mio contratto trimestrale mi è capitata la famosa settimana del “prime day” dove mi è stato cambiato ruolo e orario di lavoro. Ecco, se da subito mi fosse capitato quel ruolo ricoperto in quella settimana me ne sarei andato subito. Lì il lavoro è insostenibile. In quella settimana mi avevano assegnato al reparto “outbound” con il ruolo di “rebin”. Praticamente ero assegnato a una postazione “tripla”: un lungo rullo trasportatore si snodava in diverse diramazioni, tra cui tre postazioni. Queste sono occupate da due lavoratori. Un lavoratore ha un colore (rosso o verde) che identifica la sua postazione e, in comune, si gestisce la terza. Chi non ha la postazione occupata da pacchi in arrivo, prende in gestione la postazione in comune. Il compito è semplice e meccanico: prelevare i pacchi, girarsi, e inserirli in una cella di una lunga griglia metallica dove si accende il proprio colore. Tutto questo in velocità e con un continuo e fastidioso rumore di sottofondo provocato dai rulli trasportatori sempre in movimento tanto da consigliare l’uso di tappi per attenuare il rumore ed evitare danni all’udito. Diminuire la velocità del proprio lavoro impone al collega di lavorare anche per supplire a tale scelta. Inoltre, se c’è il bisogno impellente di andare in bagno, bisogna girare una chiave laterale che fa scattare l’allarme generale. Questo allarme fa avvicinare un responsabile che ti sostituisce finchè non torni in postazione. Inutile dire che tutto questo fa passare la voglia di esercitare i propri diritti se non in casi davvero estremi.

Per “fortuna” il ruolo che mi hanno assegnato è stato diverso e si inserisce in quello che viene chiamato “stow” cioè stoccaggio. Ho una mia postazione isolata con un monitor fisso che fa da interfaccia e registra ogni movimento e la velocità di lavoro, circondata da due bancali ai lati dove si inseriscono le cassette color nero chiamate “tote” contenenti i pacchi da stoccare, una “porta” davanti affiancata da sensori che registrano i movimenti delle mani e da una scaletta scorrevole (formata da tre gradini): il compito è prelevare gli oggetti, sparare il codice attraverso un sensore laser e inserirli in armadietti di plastica alti circa 4 metri, chiamati “bin”, portati davanti alla “porta” da robot che somigliano a macchinine telecomandate. Per inserirli nei ripiani più alti si usa la scaletta, per quelli più bassi bisogna piegarsi attraverso uno “squot”. Fin dal primo giorno è girata la voce che, per poter esser assunti a tempo indeterminato, bisogna stoccare un numero di oggetti compreso tra i 30 e i 50 al minuto ma ufficialmente nulla di tutto questo viene dichiarato. Durante tutto il turno, di quasi 8 ore, viene diffusa musica (molto spesso commerciale, techno o house) che, inconsciamente, scandisce il ritmo di lavoro. Ogni lavoratore dista circa 5-6 metri dall’altro e, indossando obbligatoriamente la mascherina, per poter comunicare bisogna contrastare la musica. Questo comporta che si possono pronunciare, urlando, solo brevi frasi. Nel corridoio che circonda le postazioni “open-space” passano spesso team-manager, amnesty, lavoratori della ditta di pulizia, lavoratori addetti al controllo dell’uso della mascherina e tecnici vari. Inoltre, in modo random, arrivano “istructor” che, con un pc fissato a carrellini con le ruote (chiamati cow), si presentano, registrano il tuo nominativo, controllano il lavoro che svolgi e danno indicazioni su come lavorare meglio. Questo rende il lavoro iper-controllato, mette ansia, agitazione e hai la sensazione che prima o poi qualcuno verrà in postazione. Inoltre, attraverso piccoli corsi di qualche ora (spesso organizzati i primi giorni di lavoro), ci sono altri ruoli che possono assegnarti durante il turno di lavoro. Li chiamano “indiretti” e consistono in diverse mansioni fisiche, come il “water spider” che preleva i “tote” vuoti e li porta in corridoi chiusi collegati meccanicamente a chi preleverà i pacchi stoccati (chiamati “picker” e inseriti in gabbie di ferro senza possibilità di comunicare con nessuno per tutto il turno di lavoro), il kart-runner che, con il transpallet, preleva le pedane da stazioni prestabilite e li porta agli stow per poi registrarli alla postazione, le “staffette” che aiutano i kart-runner nella distribuzione omogenea delle pedane e, infine, gli “allower” che prelevano i tote con i pacchi dai rulli trasportatori e li collocano nelle pedane. Ogni sera, un’ora prima del turno, comunicano quale di questi ruoli ti verranno assegnati e anche questo crea sempre molta incertezza e tensione. Inoltre, essendo lavori molto semplici, capita spesso che, nello stesso turno, possano spostarti all’improvviso da una postazione a un’altra, cambiarti ruolo, cambiare l’orario della pausa (che è uguale per chiunque ricopra quel ruolo). Sembrano tutte piccole azioni insignificanti, ma a livello emotivo creano disorientamento e sconforto. Vorrei raccontare un piccolo aneddoto. Durante la semifinale di Euro 2020, per evitare che le persone non si presentassero a lavoro, trasmisero in filodiffusione la radiocronaca della partita di calcio Italia – Spagna. Di solito un evento calcistico appassiona una percentuale significativa di lavoratori. Quella partita fu vinta ai rigori dalla nazionale italiana. Solamente io (che non ero neanche tanto appassionato a quell’evento) e un ragazzo cileno ci abbracciammo e saltammo felici, tanto per rompere il grigiume di quel luogo. Tutti gli altri non fecero una piega, neanche alzarono le mani o si staccarono dai loro movimenti meccanici. Nessuno della leadership o della security osò dirci nulla nonostante avevamo palesemente violato quasi tutte le disposizioni obbligatorie. La mia impressione è che anche i responsabili si resero conto dell’inquietante situazione. E qui arriva un altro accorgimento legato all’emotività. Amazon si è resa conto del clima altamente depressivo di quell’ambiente (che ovviamente inficia le prestazioni lavorative) e ha cercato di rimediare inserendo durante il turno uno speaker motivatore, spesso donna, per invogliare a rendere di più creando una specie di fittizia competizione con gli altri reparti oppure organizzando karaoke tra leader trasmessi in filodiffusione. Ma la mia impressione è che tutto questo crei ulteriore depressione e malumore. Un malumore da sconfitta, non da rabbia.

3) La retribuzione è adeguata alle ore e all’intensità del lavoro?

Le retribuzioni sono diverse a seconda del contratto firmato e del turno che si va a ricoprire. La mia retribuzione massima, lavorando part-time 34 ore a settimana tutte le notti, è proporzionale allo stipendio, anche perché dopo il grande sciopero di Aprile 2021 molto è cambiato nel sistema interno di pressione sulle prestazioni lavorative. Ovviamente in questa cifra è compresa la maggiorazione notturna del 25% per le ore antecedenti alle 6 di mattina. Quando firmai il contratto c’era appena stato quel grande sciopero internazionale, una settimana prima, e di lì a poco, cioè due settimane da quando iniziai a lavorare, venne raggiunto un  accordo sindacale nazionale sul lavoro notturno e sulla maggiorazione notturna (inizialmente prevista del 15%). Senza questo aumento, per un lavoro notturno, la retribuzione sarebbe stata nettamente sotto le retribuzioni medie. In questo modo invece entra nella media, considerando che vengono pagati puntualmente anche contributi, tredicesima, quattordicesima e straordinari (che oggigiorno non è scontato). C’è da dire che queste retribuzioni sono uguali per tutte le mansioni, sia per lavori poco prestanti come quelli di stow, sia per lavori logoranti come quello di indiretto. Quando assegnano un ruolo da indiretto, la retribuzione incomincia a essere un pochino sotto la mansione corrispondente. Per chi, “sfortunatamente”, si trova in altri settori, come all’inbound o all’outbound, quella retribuzione è nettamente inadeguata, e siamo allo sfruttamento puro: la mole di lavoro, la pressione dei responsabili sul lavoro e i ritmi frenetici corrispondenti, in quei casi sono significativi. Chi è sotto il ricatto di un possibile rinnovo lavora intensamente oltre gli standard richiesti, per cui la retribuzione diventa inadeguata in tutti i settori.

4) La sicurezza sul lavoro e i relativi dispositivi sono garantiti?

Questo è il motivo principale per cui ho scelto di lavorare ad Amazon. Prima di essere assunti, sia l’agenzia di somministrazione, sia Amazon sottopongono i lavoratori a diversi corsi sulla sicurezza e sulle mansioni da svolgere. I DPI sono gratuiti e sempre disponibili e ogni due settimane vengono effettuati tamponi antigenici gratuiti per chi vuole. Dal punto di vista della sicurezza, apparentemente e secondo le norme di legge, Amazon è all’avanguardia. Forse anche troppo. Questo perché i ritmi sono talmente serrati che il pericolo è sempre presente e possibile. Inoltre, la presenza costante, ogni tre o quattro metri di personale addetto al controllo delle misure di sicurezza e sanitarie, crea una pressione psicologica molto forte. Ti senti controllato ovunque, ci sono telecamere lungo tutte le postazioni di lavoro e in sala mensa. Ci sono addetti al controllo all’uso di DPI e del mantenimento del distanziamento sociale (sia dentro che fuori è di due metri) che utilizzano ogni scusa per intervenire, controllare postazioni, perquisire con metal detector. L’installazione di barriere in plexiglass lungo i banchi della mensa e la forzatura di utilizzare mascherine anche prima e dopo aver posato le labbra su una tazza di caffè, impediscono ogni possibile dialogo tra colleghi. Viene spesso usata la sicurezza per mantenere un isolamento forzato che induce i lavoratori a chiudersi in se stessi.

5) I tempi di pausa sono sufficienti? Mensa, schermo, sigaretta, bagno.

La pausa non è a scelta. Come nelle scuole c’è un orario collettivo per andare in pausa. Di solito, per turni di più di 6 ore, c’è una pausa di mezz’ora a metà turno ma, la maggior parte delle volte, le pause vengono scaglionate per blocchi di lavoratori. Quello è l’unico momento in cui è possibile sedersi e guardarsi con altre persone anche se, per colpa del plexiglass, non è praticamente possibile comunicare, a meno di voler sfidare i controllori della sicurezza, piazzati ogni tre metri e violare le disposizioni per la sicurezza e correre il serio rischio di un feedback negativo. Sempre solo nelle pause è possibile fumare, ma solamente all’esterno, vicino ai parcheggi, dove ci sono cabine singole chiuse dal plexiglass. Anche lì il distanziamento di due metri e la presenza di mascherine e plexiglass impediscono la comunicazione. Oltre quello non c’è nient’altro. Le pause bagno, teoricamente possibili, per molte attività sono rese impossibili. Chi si trova in outbound per poter andare in bagno deve far scattare un allarme generale che convoca i responsabili: ti sostituiscono temporaneamente con qualche collega o si mettono loro [al tuo posto]. Scontato dire che, chi ha delle impellenze immediate è messo in condizioni di estremo disagio. In altri ruoli, come quelli di indiretto nel reparto RSP o in inbound, andare in bagno significa bloccare tutta la catena di lavoro. Per cui, di fatto, quasi tutti ci rinunciano. Gli schermi e gli orologi vengono utilizzati dai dirigenti e dai responsabili per gestire tutto: le comunicazioni, le pause, i tempi di lavoro e i cambi ruolo. Sono uno strumento di controllo immediato e molto efficace, perché segnalano anche quali sono i tuoi ritmi di lavoro, quando e quanto ti sei fermato (dopo un quarto d’ora viene applicato un lucchetto che è possibile sbloccare solo con l’identificazione attraverso il badge) e la qualità del lavoro.

6) Come consideri il rapporto tra lavoratore e robot?

Da molti colleghi i robot sono visti come una minaccia futura. A parte i robot sotto i bin, che di fatto consentono il lavoro da stow, quelli più inquietanti sono quelli trasportatori. Hanno una striscia magnetica a terra che permette loro di spostarsi avanti e indietro portando carichi e carrelli, sia vuoti che pieni. Hanno dei sensori di movimento per segnalare il pericolo e fermarsi. Per fortuna si rompono spesso e sono molto lenti, ma l’impressione è che l’automazione presto possa renderli molto performanti. Ci sono, inoltre, nastri trasportatori collegati con sensori in tutto il magazzino, che collegano tutti i piani e addirittura una postazione dove s’incrociano nastri a più livelli. Lì dentro c’è un addetto all’antiaccumulo dei tote che lavora con tote che viaggiano a velocità sostenute. Ho avuto modo di parlarci e mi ha raccontato che, chiuso in una gabbia, da solo, con diversi rulli e diverse casse di plastica che sfrecciano da ogni parte, oltre alla claustrofobia, creano un senso di disorientamento e non danno punti di riferimento. Per noi di stow e per i picker (chi preleva i pacchi dai bin), i robot sono come colleghi, anzi sono fondamentali per rendere il lavoro meno pesante. C’è però la consapevolezza che presto potrebbero prendere tranquillamente i nostri ruoli.

7) Il tuo rapporto lavorativo ha prevalentemente un’interfaccia digitale oppure hai una relazione costante con i superiori/responsabili?

Il manager che mi è stato assegnato per qualsiasi cosa o i miei responsabili non li ho mai conosciuti. Per ora ho avuto a che fare con dirigenti solamente per rispondere della qualità del lavoro e dei ritmi lavorativi, per cui preferisco non averci a che fare. Diversi instructor spesso vengono a ricordarci le norme sulla sicurezza e a darci informazioni sui tipi di prodotti dal lavorare, ma ogni volta che si avvicinano dobbiamo poi compilare un test e raggiungere un punteggio che garantisce che abbiamo ascoltato e appreso. Se non si supera il test non avviene nulla nell’immediato, ma il non superamento viene inviato ai manager attraverso un tablet. La maggior parte del lavoro di stow si fa isolati, con la musica che detta i ritmi e un monitor che ti dice che tipo di prodotto è, dove va inserito e se c’è qualche problema. Se non hai voglia di urlare (per superare i decibel della musica e/o del rumore dei nastri trasportatori, a seconda delle postazioni) per parlare con i colleghi che si trovano a più di 5 metri da te e che devono, anche loro, lavorare in velocità, il monitor è l’unico “compagno di lavoro” che hai. Teoricamente non è un lavoro da videoterminalista, però, di fatto, c’è una relazione lavorativa costante con il proprio monitor.

8) Cosa cambieresti del lavoro che svolgi?

È’ un lavoro che non dovrebbe esistere. È così alienante che ti toglie l’allegria e la voglia di avere rapporti umani con i colleghi. Ho visto persone poco più che robot, che non parlavano, non ascoltavano, non avevano alcuna reazione. Erano come in trance, svolgevano meccanicamente il loro compito senza staccare mai gli occhi dal loro ruolo, senza parlare con nessuno per otto ore, apparentemente senza emozioni, senza entusiasmo, senza alcuna reazione. Altri colleghi li ho visti lavorare con l’ansia da prestazione, impauriti per non aver raggiunto i ritmi richiesti utili a un eventuale rinnovo o a un’assunzione a indeterminato. Ma, a questo punto, meglio l’ansia che l’atarassia totale. Con qualcuno mi sono messo paura, altri ho cercato di tranquillizzarli, ma vivere là dentro fa capire tantissimo sullo sfruttamento psicofisico e sulla rassegnazione.

9) Cosa manterresti del lavoro che svolgi?

La garanzia del lavoro. Al di la di tutto, Amazon continua ad assumere anche in tempo di crisi e questo dà l’opportunità a molte persone, anche in seria difficoltà lavorativa, di potersi garantire uno stipendio sicuro e una dignità lavorativa. Nonostante tutto è una ciambella di salvataggio per molte persone disperate che, anche in età considerata a rischio (per ricominciare da zero), cercano una garanzia sotto il punto di vista della retribuzione, della sicurezza sul lavoro ed evitare di esser completamente tagliati fuori dal mondo del lavoro. Nonostante tutti i limiti e tutti i problemi che si possono riscontrare, lì è garantito qualcosa che dovrebbe esser considerato “normale” (come l’accesso gratuito ai DPI, i corsi di formazione, la retribuzione lavorativa, gli straordinari pagati, ecc.) che, invece, nella quasi totalità delle aziende di logistica, non lo è. Questo permette ad Amazon di poter rivendicare come “condizione straordinaria lavorativa” qualcosa che in fin dei conti non dovrebbe esserlo.

10) Hai un contratto a tempo determinato, atipico o indeterminato?

In Amazon di Fara Sabina si possono incontrare, in un cambio turno, sei persone che hanno sei diversi contratti lavorativi e solo uno di questi lavora per conto di Amazon. Infatti l’accesso immediato avviene attraverso un’agenzia del lavoro, che può essere l’Adecco o Gi-Group. Queste due agenzie propongono cinque modalità di contratto: il full-time, che viene rinnovato di mese in mese fino a un massimo di 11 mesi, che prevede 5 giorni lavorativi 8 ore al giorno su turni settimanali in rotazione (mattina, pomeriggio o notte). Sempre su turni settimanali c’è il MOG (monte orario garantito) che garantisce 2 giorni pagati a settimana e gli altri attraverso espansioni. Ovviamente accettare le espansioni è “caldamente consigliato” in vista delle proroghe mensili. Questo vuol dire che sarai a disposizione dell’azienda, che aleatoriamente proporrà settimane intense di lavoro e settimane quasi nulle. Altri contratti hanno 3 mesi di durata, il primo, e poi durata variabile (ho parlato con colleghi che hanno avuto proroghe di una settimana e, successivamente, di 5 mesi); questi contratti prevedono turni di solo pomeriggio (4 giorni a settimana per 8 ore), il turno night (che prevede 35 ore settimanali dalle 23:30 alle 7:00 o dalle 22:30 alle 6:00) e il turno speed-weekend (che prevede di lavorare solo nella notte dei week-end). I contratti indeterminati sono riservati ai “fortunati vincitori selezionati da Amazon”. È una sorta di miraggio di chi lavora per quegli 11 mesi: vengono assunti direttamente da Amazon e hanno un segno distintivo (un budge di colore blu, mentre i determinati lo hanno di colore verde). I turni di lavoro e le modalità sono identiche a quelle appena descritte, solo che il contratto non ha scadenza. A me è capitato il contratto turno night, quindi lavoro dal lunedi sera al sabato mattina.

11) Conosci il rapporto lavorativo dei tuoi colleghi?

Sì, ho chiesto in giro che tipo di rinnovi propongono e le modalità per accedervi. Praticamente la prima proroga, spesso di un mese, è quasi automatica. Non ci sono grosse performance da stabilire per potervi accedere e di solito viene proposta a tutti sapendo che molti non accetteranno di continuare. La seconda proroga, di una settimana, è davvero paradossale, ancora non capisco perchè viene proposta, ma penso che serva a testare la flessibilità psicofisica di chi la accetta. Flessibilità che viene ulteriormente testata da una “sospensione” temporanea. Finita quella settimana non si fa più vivo nessuno per qualche mese, di solito due o tre. All’improvviso inizia a squillare il telefono e le due agenzie chiedono se si è ancora disponibili per un ultimo ulteriore rinnovo, questa volta di una durata variabile a seconda di quanto in là si possano spingere per una copertura lavorativa senza doverti assumere. Finito quel periodo per il 90% ci sono i saluti senza ringraziamento. Solamente chi ha fatto altissime prestazioni a ritmi folli ha il privilegio di esser chiamato direttamente da Amazon per un contratto indeterminato.

12) Hai la possibilità di incontrarti e discutere con i tuoi colleghi?

Come ho già raccontato, gli incontri sono possibili ma “caldamente sconsigliati”. Parlare è possibile solamente urlando in postazione per sovrastare i rumori e la musica ad alto volume o in sala mensa, disattendendo tutte le disposizioni, dalla mascherina, alla distanza obbligatoria di due metri, ai pannelli in plexiglass che rendono impossibile la ricezione di onde sonore da una persona all’altra. Spesso per parlare fugacemente (per nascondersi dalla security appostata ogni tre metri) è indispensabile saper leggere il labiale o non aver timore dei feedback negativi. Questi ultimi sono una sorta di “nota sul registro” come a scuola, che verranno registrati e trasmessi direttamente ad Amazon e all’agenzia. Anche fuori, nel parcheggio, di proprietà di Amazon, è obbligatoria la mascherina (anche se lo Stato italiano ha dato disposizione della non obbligatorietà della mascherina all’aperto) e la distanza di due metri e questo, teoricamente, disincentiverebbe il parlarsi. Ma, come detto, l’umanità e la voglia di contatto e di discutere porta molto spesso a violare le regole interne.

13) Esiste un sindacato interno?

Esiste ma per il 90% dei lavoratori è assolutamente inutile. Questi lavoratori, come me, sono a tempo determinato e nessun sindacato può imporre all’agenzia del lavoro un rinnovo o una proroga a un lavoratore. Quindi, nonostante abbiano eroicamente e faticosamente lottato per poter entrare in Amazon di Fara Sabina e nonostante esista uno sportello anche per i determinati, esso rappresenta un’entità astratta. Attraverso il corso sul sindacato sappiamo che la CGIL è presente e ci ha dato le informazioni utili sui contratti nazionali di categoria e altre informazioni sui nostri diritti, ma per noi è semplicemente quell’entità astratta che è riuscita a farci guadagnare di più nel turno notturno aumentando la percentuale dello straordinario dal 15% al 25%. Non conosco gli incontri che fanno, né saprei dove cercarli. Non ci sono volantini o sportelli del sindacato all’interno dello stabilimento (o almeno io non ne ho visti). Ma anche se fosse non avrebbe senso, per me, parteciparvi. Anche perché, a meno di situazioni gravissime (per cui neanche il sindacato potrebbe intervenire), per la maggior parte dei fatti che avvengono lì dentro tutto viene rinviato alla fine della scadenza contrattuale e alla non-proroga. Quest’arma della proroga per Amazon, come per qualsiasi altra azienda in Italia, è potentissima e nessun sindacato può contrastarla.

14) Se sì, è utile per manifestare le problematiche alla dirigenza e risolvere le problematiche lavorative?

Amazon ogni giorno fa test di valutazioni e propone in ogni modo e con ogni strumento (dalle bacheche delle idee alle proposte specifiche) metodi di interfaccia lavorativa. Non so bene se è uno strumento studiato dopo la grande manifestazione di Aprile 2021 oppure già da prima era così “sensibile”. Sta di fatto che, se ci sono problematiche logistiche che non danneggiano la produttività interna, è la stessa Amazon a correggere il tiro e a risolverla il prima possibile. Se invece sono problematiche riguardo ai turni, la durata del lavoro, la retribuzione, le pressioni psicologiche, ecc. non c’è la capacità politica e la conoscenza del mondo dei diritti sul lavoro sufficienti per poter permettere a un sindacato ufficialmente riconosciuto di poter intervenire con forza. La maggior parte dei lavoratori sono giovani dai 20 ai 30 anni che spesso sono convinti che quello sia il migliore dei mondi possibili e che la produttività sia l’unica cosa che conta. Per cui, purtroppo, un lavoro sindacale utile dovrebbe partire proprio dalle basi e questo, attualmente, in Amazon non avviene.

15) Esistono altre forme di relazione tra lavoratori?

Non ufficialmente. Io ho cercato di creare un gruppo di lavoratori all’interno dell’azienda, addirittura ho litigato pesantemente con due colleghi perché giustificavano la violazione della privacy che avevo subito un giorno da un dirigente. Erano convinti che, essendo un’azienda privata, non dovessero rispondere alle leggi dello Stato italiano. Quando ho visto che proprio culturalmente non ci arrivavano, con calma ho cercato, poi, di spiegare che anche le aziende private hanno l’obbligo di rispettare le leggi nazionali. Dopo aver spiegato i passaggi base del vivere sociale ho visto che volevano frequentarmi sempre più fino a uscire tutti insieme nei giorni in cui non si lavora. Questo aneddoto è per far capire come il capitalismo si è imposto psicologicamente sulle generazioni del nuovo millennio. Si crede davvero che le aziende possono tutto e sono quasi onnipotenti. E se giustificano tale atteggiamento alla “ribellione” di un collega, figuriamoci se sono loro stessi a subirla! Quindi, creare queste forme di relazione, anche se le condizioni lo impediscono in tutti modi, è possibile ed è indispensabile, ma purtroppo attualmente non esistono per incapacità politiche di questi ragazzi.

16) Rispetto ad altri lavori fatti, il lavoro in Amazon lo ritieni migliore o peggiore?

Per tutto quello che ho detto fino ad ora lo reputo peggiore dal punto di vista psicologico e migliore dal punto di vista delle garanzie lavorative.

La redazione di Malanova

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Una risposta a “IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON”