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	<title>palestina Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>palestina Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>PALESTINA E ISRAELE: NOTE SULL’ATTACCO DEL 7 OTTOBRE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/11/03/palestina-e-israele-note-sullattacco-del-7-ottobre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2023 11:12:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Lorcon Pubblichiamo il contributo giuntoci come collaborazione esterna nell’ottica redazionale di stimolare il dibattito anche su alcune tematiche da noi poco elaborate, il tutto all’interno di un nostro personale percorso di critica del presente. I contributi possono anche non rappresentare necessariamente le posizioni del collettivo redazionale di Malanova. * * * * *&#160; L’attacco [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/03/palestina-e-israele-note-sullattacco-del-7-ottobre/">PALESTINA E ISRAELE: NOTE SULL’ATTACCO DEL 7 OTTOBRE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>di Lorcon</p>



<p><em>Pubblichiamo il contributo giuntoci come collaborazione esterna nell’ottica redazionale di stimolare il dibattito anche su alcune tematiche da noi poco elaborate, il tutto all’interno di un nostro personale percorso di critica del presente. I contributi possono anche non rappresentare necessariamente le posizioni del collettivo redazionale di Malanova.</em></p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *&nbsp;</p>



<p>L’attacco perpetrato da Hamas nei confronti delle città e dei villaggi Israeliani che si trovano a ridosso del confine e la risposta dell’IDF sono l’ennesimo capitolo di un conflitto pluridecennale. Non staremo qua a ricostruire la storia di quel conflitto, compito verso cui non siamo all’altezza e verso cui altri hanno diretto produttivi sforzi. Nel seguente scritto proveremo a delineare alcuni possibili scenari e ad analizzare quanto accaduto.</p>



<p>Il governo di Netanyahu è in profonda difficoltà da un anno. Per ottenere una coalizione governativa stabile in un paese che storicamente è invece caratterizzato da una certa instabilità parlamentare, il Likud si è dovuto alleare con gli elementi più oltranzisti del panorama politico, nello specifico con il variegato mondo del sionismo religioso e con raggruppamenti politici ultra-ortodossi. Nella storia politica israeliana tali gruppi non hanno mai goduto di peso politico come in questo momento. Il sionismo, sia nella sua componente socialista che in quella revisionista, ovvero liberale, nasce come progetto politico laico nelle sue componenti maggioritarie, e, soprattutto, trainanti, e tale rimane per decenni anche dopo la nascita dello stato di Israele. Le componenti religiose di estrema destra cominciano a guadagnare trazione a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Elettoralmente avevano un peso relativo ma riescono a influenzare pesantemente lo scacchiere politico fornendo una base di voti per il Likud. É da quegli stessi ambienti che arriverà l’assassino di Rabin nel 1995. Facciamo un salto avanti di una decina di anni. A metà anni 2000 il governo &#8211; per ironia della sorte del Likud &#8211; nell’ambito del processo di pace decide il ritiro dalla striscia di Gaza e la demolizione degli insediamenti dei coloni sul territorio che viene restituito alle autorità palestinesi. Bisogna qua chiarire alcuni passaggi: quegli insediamenti erano roccaforti dell’estrema destra religiosa e nulla avevano a che fare con Kibbuzim e Moshav dei pionieri e quel momento segna una frattura tra quei settori, dalla sinistra fino al centrodestra, della società israeliana che volevano un processo di pace con l’ANP e il movimento dei coloni che teorizza la necessità di stabilire l’autorità di uno stato con un’identità religiosa e politica &#8211; e non solo culturale &#8211; ebraica sull’intera area del cosiddetto Grande Israele. Il processo di pace di quegli anni naufragò ma la frattura, logicamente, non venne mai sanata.</p>



<p>Ma alla fine degli anni dieci del 21° secolo il Likud ha dovuto recuperare quella base elettorale per poter tornare al governo con una parvenza di stabilità, dopo anni di legislature instabili. Per farlo ha innalzato al potere una serie di personaggi parafascisti della destra religiosa che mai avevano avuto accesso alla stanza dei bottoni.</p>



<p>La contropartita che Netanyahu ha offerto a questa masnada è quella della sottomissione del potere giudiziario al potere legislativo. Da un lato permetterebbe di riaprire la partita degli insediamenti nella striscia di Gaza e di dare maggiore garanzie a quelli nella West Bank. Dall’altro permetterebbe allo stesso Netanyahu di cavarsi di impiccio dalle accuse di corruzione che rischiano di mandarlo in galera. Ma la partita non si ferma a uno scambio di favori tra personaggi inqualificabili: alla base del disegno dell’estrema destra religiosa vi è la necessità di sovvertire le basi stesse dello stato liberale per andare verso la costruzione di uno stato quasi teocratico. Forse si potrebbero tracciare dei paralleli tra questo progetto e il progetto bannoniano che ha caratterizzato le prime fasi della presidenza Trump basato sulla critica da destra allo stato liberale, sintetizzato nello slogan “<em>We have to dismantle the administrative state</em>” ripreso da J. Burnham collaboratore dell&#8217;amministrazione Trump. Anche se non disponiamo di tutti gli elementi per affermarlo il paragone è degno di approfondimento.</p>



<p>Fatto sta che gli afferenti all’ideologia Hardal, ovvero ebrei ortodossi e sionisti &#8211; i cultori della materia ci perdonino se tagliamo con l’accetta la questione -, sono arrivati alle leve del comando. Le premesse di una tempesta perfetta c’erano tutte e questa si è avverata.</p>



<p>Avventatisi con voracità ad occupare qualsiasi carica pubblica possibile e attaccato il potere giudiziario hanno causato una frattura senza precedenti nella storia politica israeliana.</p>



<p>Le proteste di massa contro il governo Netanyahu hanno caratterizzato l’ultimo anno e hanno coinvolto anche ampi settori delle IDF con molti riservisti che si sono rifiutati di presentarsi ai periodici richiami. Molti di coloro che in questo periodo hanno protestato contro la svolta autoritaria impressa dal governo Netanyahu, hanno anche ben chiaro che è necessario risolvere il conflitto con la popolazione palestinese. La sinistra israeliana e tutti coloro che si riconoscono nei valori liberal-progressisti su cui è stata costruita non solo l’immagine ma anche parte dell’identità nazionale si sono trovati ad essere additati dal governo come elementi nemici, escrescenze infette, amici dei terroristi.</p>



<p>Netanyahu ha costruito la sua immagine pubblica come quella del Signor Sicurezza, &#8220;<em>Mr. Security</em>&#8220;. Questo passava da buffi spot elettorali come dal ricordare che è stato membro delle Sayeret Matkal con una esemplare carriera militare, al pari dei suoi fratelli, tra i quali spicca uno dei maggiori eroi militari israeliani, caduto a Entebbe. Bene, il 7 ottobre 2023 il Signor Sicurezza si è mostrato essere un Signor Imbecille. Un totale idiota che in un anno di governo ha abbattuto l’efficienza di quelle che sono considerate tra le migliori agenzie di sicurezza e intelligence del mondo sotto la soglia minima dell’accettabile.</p>



<p>L’operazione terroristica condotta da Hamas non è stata tanto un successo militare, non ha minimamente portato l’apparato militare Israeliano sull’orlo del collasso come l’attacco congiunto Egiziano e Siriano del 1973 ma è stato un enorme successo di immagine. Da un punto di vista puramente militare Hamas ha già &#8211; probabilmente – perso l’iniziativa. Certo sarà lo stillicidio degli ostaggi, vi sarà la penetrazione nella striscia delle divisioni corazzate e meccanizzate dell’IDF con una copertura aerea e un dispositivo di artiglieria che non si vedeva dalla guerra del 2006 nel sud del Libano. Ma intanto rimane il fatto che un gruppo che pratica la guerra asimmetrica è riuscito a compiere una serie di attacchi ben coordinati e sanguinosi contro la popolazione civile e le installazioni militari del nord del Negev e della fascia costiera. E’ un fallimento a tutto tondo e Mr. Sicurezza ne è il responsabile politico.</p>



<p>Proviamo a delineare alcuni possibili scenari sia inerenti alla situazione interna che alla più generale situazione internazionale.</p>



<p>In questi casi è d’uopo formare governi di unità nazionale. Ma in questo caso l’accordo con il Partito Laburista e le altre componenti di centro e centro-sinistra significa necessariamente seppellire per sempre la riforma giudiziaria e mandare al diavolo, prima o poco dopo, l’estrema destra religiosa. In ogni caso la carriera politica di Netanyahu difficilmente si riprenderà da un tale smacco. Golda Meir, che pure era una leader enormemente più carismatica e intelligente di Bibi, terminò la sua carriera dopo la guerra dello Yom Kippur. E la guerra dello Yom Kippur terminò con le divisioni guidate da Sharon che varcavano il canale di Suez degradando in modo totale le capacità offensive egiziane sul fronte del Sinai mentre la controffensiva israeliana si fermava a 30 km da Damasco sul fronte del Golan. Nonostante l’oggettiva vittoria la carriera della Meir finì lì. La guerra portò all’accordo di pace con l’Egitto che spaccò il mondo arabo e il resto è storia. Ma oggi non vi sono né Meir o Dayan né Sadat. Da un lato vi è una banda di islamofascisti che considerano reali i Protocolli dei Savi Anziani di Sion e dall’altra una banda di fascisti con la stella di David che sono capaci giusto di bombardare un territorio sotto assedio quale la striscia di Gaza, facendo ogni volta strage di civili non combattenti mentre salmodiano qualche passo biblico. Per inciso parte della dirigenza della destra religiosa israeliana non ha neanche svolto il servizio militare: non per nobili obiezioni etiche e politiche come i refusnik ma perché imboscatisi con la scusa di dover studiare la Torah in qualche scuola ultra ortodossa, uno dei pochi motivi per cui si può evitare la coscrizione.</p>



<p>Certamente per il momento le manifestazioni contro il governo sono sospese. I riservisti che nell’ultimo anno si sono rifiutati di prestare servizio si sono ripresentati ai richiami. Buona parte dei villaggi, dei moshav e dei kibbutzim attaccati elettoralmente, ma soprattutto culturalmente, non sono dalla parte di Mr. Sicurezza ma, come notava Yossi Verter in un suo pezzo su Haaretz a poche ore dagli attacchi:</p>



<p>“[…]<em>Chi sono i primi che si sono presentati per rispondere agli attacchi? Sono stati i cosiddetti “anarchici” [il riferimento è all’uso del termine come epiteto da parte del governo contro certi settori dei dimostrante, anche verso le organizzazioni dei riservisti militari come Brothers in Arms, ndt], “elementi infetti”, quelli a cui è stato detto di andare all’inferno, appellati come “non sionisti, non israeliani, non patrioti”. Chi sono stati i primi a imbracciare le armi per combattere i terroristi [di Hamas, ndt]? Sono stati i residenti delle comunità che si trovano sul confine con Gaza, comunità che nella loro totalità non hanno votato per questo governo e di cui Netanyahu si è disinteressato per anni, che per anni non si è interessato di visitare o dialogarci. Loro sono stati la prima linea di difesa e i primi ad assorbire colpi letali.</em> <em>Sono passati quindici anni da quando Netanyahu promise di rovesciare il governo di Hamas. In questi anni è riuscito a rovesciare la società israeliana, la sua capacità di deterrenza militare e di governance mentre Hamas è divenuta un esercito addestrato e capace. Nessun governo al mondo può uscirne indenne. E’ un fallimento storico, un totale collasso di tutti i sistemi</em>.”</p>



<p>Per rincarare la dose il principale quotidiano della sinistra israeliana ha pubblicato un editoriale, firmato dal suo Editorial Board, in cui si accusa esplicitamente Netanyahu di essere il principale responsabile della situazione. Responsabile sia per non aver portato avanti uno straccio di processo di pace con i palestinesi, ovvero con i diretti interessati, preferendo tentativi di accordo con i vari paesi arabi, sia per essere a capo del governo che ha permesso una tale mattanza di civili.</p>



<p>Ma l’espulsione dalla scena politica di un tale inetto non sarà questione di giorni. Se la sua leadership è indebolita è probabile che le opposizioni decidano di rimandare la <em>redde rationem</em> a una fase in cui la situazione militare sarà ribaltata con il ristabilirsi della supremazia militare israeliana.</p>



<p>Questo si traduce in alcune conseguenze molto concrete: la necessità di ridurre ai minimi termini le capacità operative di Hamas e della Jihad Islamica, l’omicidio dei suoi dirigenti e di buona parte dei quadri, e colpi fermi e feroci a gli attori che hanno dato supporto ai due gruppi.</p>



<p>Non sarà semplice. La prassi militare israeliana prevede l’applicazione della così detta dottrina Dahiya, ovvero la distruzione sistematica delle infrastrutture in grado di fornire supporto a gruppi terroristici comprese le strutture civili con capacità dual-use, ovvero civile e militare. Questo comprende infrastrutture dei trasporti, infrastrutture energetiche, industriali, residenze dove si sa essere presenti sedi o abitazioni di quadri politici e militari. In un’area ad altissima densità abitativa &#8211; come è Gaza – questo si traduce nell&#8217;accettare di colpire la popolazione civile non combattente.</p>



<p>Forse Hamas ha scommesso sulla presa di ostaggi per mitigare i bombardamenti. Ne dubitiamo. Hamas sa benissimo dell’esistenza della Procedura Hannibal (o Hannibal Directive), ovvero delle regole di ingaggio delle unità militari davanti alla presa di propri prigionieri da parte di un nemico asimmetrico e sa che queste regole non pongono la vita dei prigionieri al primo posto. Ed è molto probabile che – almeno in una prima fase – questo si applicherà anche a una situazione in cui molti ostaggi sono civili israeliani. La presenza di molti cittadini dalla doppia cittadinanza &#8211; tra cui almeno una decina di israelo-statunitensi – complica il quadro in quanto moltiplica gli attori interessati e rende la partita un possibile campo minato per la dirigenza israeliana. Non si può assolutamente escludere che la presenza di così tanti cittadini statunitensi porti a un maggior coinvolgimento delle risorse militari, anche solo in funzione logistica, e di intelligence a stelle strisce. L’intero medio oriente ricade sotto i dispositivi militari della Quinta e della Sesta flotta della Marina, cosa che permetterebbe anche di tenere a bada possibili interventi iraniani.</p>



<p>Sul fronte palestinese sicuramente i vertici Israeliani, così come i quadri intermedi, dovranno rivedere l’intero dispositivo di difesa. Ancora una volta nella storia una difesa statica, per quanto imponente, si è dimostrata vulnerabile e bucabile da nemici dotati di creatività e determinazione. Si porrà la questione di costruire un sistema di difesa di profondità, maggiormente elastico e dotato di elementi celermente mobili in forze, capace di evitare simili smacchi. Uno stravolgimento dell&#8217;intera dottrina difensiva israeliana dai tempi del governo Sharon, uno stravolgimento che accelererà le dinamiche di militarizzazione della società già ben presenti nel paese.</p>



<p>Il governo israeliano è sicuramente in difficoltà, sfiduciato da buona parte della popolazione, con interi segmenti sociali che hanno solo rimandato il momento di uno scontro frontale ma che torneranno ad esso con una maggiore carica di rabbia. Bisognerà vedere se gli eventi di questi giorni faranno coagulare questa rabbia verso elementi politici guerrafondai, anche se di opposizione, o se il tema del processo di pace riuscirà a essere imposto.</p>



<p>In ogni caso alla crisi politica va aggiunta la crisi economica, che ha visto erodere i salari, e che la crisi militare di questi giorni ha acuito, con il corollario di quote di forze lavoro richiamate dalla riserva per servire sotto le armi. La partita per il governo israeliano è estremamente difficile.</p>



<p>La ierocrazia di Teheran e i suoi alleati/proxy di Hezbollah potrebbero essere tentata di approfittare del concentrarsi Israeliano su Gaza per lanciare ampi attacchi missilistici verso il nord di Israele, come nel 2006. Inutile dire che anche in questo caso la reazione del fuoco di controbatteria israeliano e, soprattutto, dell&#8217;aeronautica sarebbe esponenziale. Le guerre contro apparati militari come quello israeliano si basa sull’essere disposti a sacrificare un altissimo numero di combattenti e di civili che hanno la sventura di vivere nell’area. Se i secondi vanno inseriti in un cinico calcolo &#8211; puoi sempre costringerli ad appoggiarti anche se diventassi meno gradito – i primi, tra cui molti volenterosi martiri, vanno comunque dosati con cautela.</p>



<p>Teheran lancia messaggi ambigui su quanto sia stata direttamente coinvolta nella pianificazione e nell’esecuzione. Sicuramente sapeva molti dettagli, sicuramente ha fornito molti degli asset militari usati e copertura finanziaria. Se emergesse anche un coinvolgimento diretto nell’esecuzione degli attacchi è inutile dire che questo sarebbe un casus belli sufficiente e bastante anche a norma di diritto internazionale. E lo sarebbe non solo per Israele ma anche, e soprattutto, per gli Stati Uniti.</p>



<p>Ma sul campo rimangono anche altre incognite: Gaza condivide il confine terrestre con l’Egitto. Questo è corresponsabile dello stato di assedio decennale della striscia ma dai tunnel sotto il confine sono transitate tonnellate di attrezzatura per Hamas. Hamas è organizzazione gemella della Fratellanza Musulmana egiziana e contro questa è concentrata la quasi totalità degli sforzi delle potenti agenzie di sicurezza egiziane. Come non hanno fatto ad accorgersi di nulla? Come mai hanno sottovalutato la situazione? E se si sono accorti e non hanno sottovalutato perché non hanno avvisato i servizi israeliani con cui sono in buoni rapporti, come le economie dei due paesi?</p>



<p>E ancora, ci si può chiedere, quale è stato il ruolo del regime di Damasco, che ancora deve riconquistare parte dei territori che da un decennio sono finite sotto il controllo di altri attori &#8211; Jihadisti, opposizione laica, SDF, milizie filo-turche &#8211; e che proprio negli ultimi mesi sta aumentando il conflitto con le SDF?</p>



<p>Ma soprattutto: che influenza avrà quanto sta succedendo sugli accordi trilaterali israelo-sauditi-statunitense in corso di trattativa? L’architettura di un Medio Oriente sotto nuova guida statunitense, condito con il riconoscimento reciproco tra le due maggiori potenze militari ed economiche dell’area e un’alleanza formalizzata in funzione anti-iraniana è l’obiettivo strategico della diplomazia statunitense da anni. È una questione complessa, prevederebbe anche uno sblocco del processo di pace israelo-palestinese che l’attuale governo israeliano ha dimostrato di non volere, pur anelando a un’accordo con i Sauditi, e ampissimi segnali vi sono stati in questo senso, ma prevederebbe anche un colpo alla Cina, paese che si é inserito con un ruolo di mediazione sulla faglia geopolitica del Golfo tra Iran e Arabia Saudita.</p>



<p>Le variabili in gioco sono diverse e le diverse classi dirigenti dovranno essere in grado di affrontare la sfida della complessità e l’emergere di possibili cigni neri. La compagine governativa israeliana al momento non è palesemente in grado di farlo e grosse saranno le spinte per togliere centralità agli elementi più oltranzisti ma palesemente incapaci.</p>



<p>Abbiamo però alcune certezze: chi pagherà il prezzo immediato delle manovre sarà la classe subalterna di tutti gli attori in gioco, classe che al momento non è nelle condizioni di farsi classe per sé.</p>



<p>Questo dato di fatto permane anche a fronte della feticizzazione del lottarmatismo palestinese operato da buona parte delle sinistre di derivazione emmelle e terzomondista o di quel variegato calderone del post-tutto, formatosi più a botte di meme su Instagram che sullo studio della situazione mediorientale.</p>



<p>Coloro che hanno fatto finta di non vedere &#8211; quando non hanno direttamente esultato vedendole &#8211; le immagini di ragazze israeliane esposte come trofeo al pubblico ludibrio e stuprate in diretta social da una banda di islamisti che le avevano rapite, che hanno fatto finta di non vedere i quasi trecento giovani massacrati a un rave party o le centinaia di civili, di tutte le età, tra cui vecchi inermi rapiti insieme agli infermieri che li accudivano, ammazzati nei kibbutz, nei moshav e nei villaggi vicino al confine non sono differenti rispetto agli amanti dei bombardamenti punitivi sulla popolazione di Gaza “perché tanto forniscono il terreno fertile per Hamas”, affermazione per altro tutta da dimostrare data la sempre maggiore insofferenza di molti giovani davanti al regime islamofascista.</p>



<p>Alla completa ignoranza della questione, assolutamente centrale, del rapporto tra mezzi e fini, si aggiunge l’incapacità di riconoscere l’elemento antisemita alla base dell’ideologia islamista, in tutte le sue declinazioni, elemento presente &#8211; anche se meno visibile &#8211; anche nelle società europee, come nodo centrale nell’azione dei gruppi che di questa ideologia sono i portatori. Hamas e Hezbollah non combattono per la liberazione della Palestina, combattono per l’espulsione da un Medioriente arabo di quello che è rappresenta un unicum: un territorio in cui a dominare non è un élite araba di osservanza musulmana con gli altri gruppi sociali-religiosi relegati a posizioni subordinate.</p>



<p>È possibile ipotizzare che le comunità di confine attaccate con violenza da Hamas il sette di ottobre non siano state attaccate solo per una questione di opportunità geografica, sono quelle più vicine al confine, ma anche perché rappresentano l’antitesi dell’ordine sociale proposto dall’islamismo. Il movimento dei kibbutzim, nonostante l’oramai trentennale declino, ha rappresentato una sfida costante a chi propone, sia nel campo islamista che nel campo del sionismo religioso, un’ordine sociale basato sulle comunità escludenti. Gli islamisti non possono accettare l’esistenza di comunità con una forte eguaglianza di genere, in cui per altro per decenni si è destrutturato il concetto stesso di famiglia, e in cui i rapporti sociali sono messi in discussione. Lo stesso è inaccettabile anche per le componenti reazionarie della società israeliana per cui i kibbutzim sono stati una deviazione secolarista e di estrema sinistra rispetto a quello che per i sionisti religiosi dovrebbe essere il cuore dell’identità ebraica, la pratica religiosa entro i canali dell’ortodossia Haredi. Per costoro così come per gli islamisti i kibbutzim sono inaccettabili così come sono inaccettabili i giovani che vanno a ballare a un festival psy-trance.</p>



<p>Islamisti e sionisti religiosi non possono neanche accettare ciò che quelle comunità secolariste e progressiste &#8211; e non nella declinazione liberal del termine &#8211; continuano a esprimere a livello politico e anche militante: l’opposizione agli elementi guerrafondai israeliani, che con Hamas hanno un oggettivo rapporto di reciprocità, il movimento dei refusnik, l’appoggio ai raggruppamenti politici che sostengono un processo di pace, i tentativi, in alcuni momenti coronati anche da locali successi, di creare rapporti con la popolazione araba.</p>



<p>Chi si illude dell’esistenza di una soluzione militare che non prenda le forme di una pulizia etnica, e in questo ci rientrano dagli imbecilli del Likud che pensa di poter barattare la pace con i Sauditi e i Qatarini trasferendo lì quota parte della popolazione palestinese, in paesi che “hanno bisogno di manodopera” come i dementi che cianciano di distruzione dello stato Israeliano da parte di una banda di feroci antisemiti come Hamas e suoi alleati, gente il cui massimo successo militare nella propria storia è stato il massacro di un migliaio di civili, non ha capito nulla per quanto ami &#8211; magari &#8211; costruire sofisticate narrazioni teleologiche sulla necessità storica di questo o quello, siano esse supportate da qualche versione postcoloniale del DiaMat o da qualche ubriacatura sulla necessità storica del suprematismo israeliano, magari a nome d tutte l’Occidente.</p>



<p>Alla fine gli unici che danno un segnale che non sia di accettazione della mortifera politica degli apparati statali sono quelle centinaia di migliaia di persone che in terra israeliana e iraniana in questo ultimo anno sono scesi in piazza contro i loro governi, individuando nello stato di guerra permanente promosso dai propri governi la causa dell’immiserimento delle proprie vite, sono i giovani palestinesi che anche sotto l’assedio militare israeliano e il governo diretto di una banda di schifosi reazionari islamici, o della corrotta e marcescente ANP nella West Bank, cercano la loro via di uscita. Se dobbiamo augurarci qualcosa ci auguriamo che un giorno saranno loro a spezzare le multiple cinte di assedio e lo faranno con chi vive, anche se in modo diverso, simili assedi nel resto della regione. Se qualcosa di buono un giorno verrà, verrà da loro.</p>
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		<title>L&#8217;ULTIMA TERRA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/05/13/lultima-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 May 2023 10:26:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[Nakba]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>UNA STORIA PALESTINESE È uscito, recentemente, per i tipi I VENTI della Lebeg Edizioni, L&#8217;ULTIMA TERRA, un&#8217;opera di Ramzy Baroud* (traduzione di Romana Rubeo), di cui pubblichiamo la prefazione di Ilan Pappe, docente di Storia e direttore dell&#8217;European Centre for Palestine Studies presso l’Università di Exeter (Regno Unito) e autore di numerosi libri sulla questione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>UNA STORIA PALESTINESE</strong></p>



<p>È uscito, recentemente, per i tipi <em>I VENTI</em>  della Lebeg Edizioni, <em><a href="http://www.lebeg.it/index.php?route=product/product&amp;product_id=84" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>L&#8217;ULTIMA TERRA</strong></a></em>, un&#8217;opera di Ramzy Baroud* (traduzione di Romana Rubeo), di cui pubblichiamo la prefazione di Ilan Pappe, docente di Storia e direttore dell&#8217;<em>European Centre for Palestine Studies</em> presso l’Università di Exeter (Regno Unito) e autore di numerosi libri sulla questione palestinese.</p>



<p><em>L’ultima terra</em> è un focus puntuale, sulle vicende che hanno attraversato le terre palestinesi, condotto attraverso le lenti della critica alle pratiche colonialiste ed espropriative attuate da Israele. Un lungo viaggio narrativo che, a partire dalla Nakba (la “catastrofe” – come la chiamano i palestinesi &#8211; che battezzò il progetto sionista di uno Stato israeliano), giunge alle vicende politiche e sociali che caratterizzano la Palestina moderna.</p>



<p>In calce al testo, è possibile scaricare un estratto del volume, gentilmente fornito dalla case editrice.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * *</p>



<p><em>Al-Nakba al-Mustamera</em>, letteralmente ‘la Nakba permanente’, per i palestinesi costituisce oramai un <em>topos </em>che indica l’epoca e il periodo storico che vivono da settant’anni a questa parte. Ciò significa che vari capitoli della storia palestinese, come la ‘Catastrofe’ del 1948, non sono soltanto eventi del passato, ma parte integrante dell’era contemporanea. Stiamo ancora attraversando quella particolare fase. Pertanto, scrivere la storia di quei momenti, quali la Nakba, significa descrivere vicende contemporanee e non eventi del passato.</p>



<p>Di recente, questa tesi è stata abbracciata da vari studiosi che hanno analizzato il caso della Palestina adattando e applicando il paradigma del colonialismo. Patrick Wolfe, che ha analizzato questo modello con particolare attenzione alla vicenda palestinese, ha asserito che il colonialismo non è un singolo avvenimento, bensì un sistema. E in effetti, esaminando la storia del movimento sionista in Palestina, emerge chiaramente come il progetto coloniale, avviato già nel tardo XIX secolo, non si sia ancora esaurito; così come non si è esaurita la lotta contro di esso.</p>



<p>I concetti di catastrofe permanente e di lotta sono ben rappresentati dalle vicissitudini e dalle tribolazioni dei protagonisti di questo libro, che appartengono a diverse generazioni di palestinesi e provengono da luoghi diversi.</p>



<p>È solo attraverso la narrazione dettagliata, quasi forense, delle vicende che hanno coinvolto più generazioni, che si può comprendere appieno l’impatto di un’esperienza così poliedrica sulla psiche collettiva dei palestinesi in generale, e dei rifugiati palestinesi in particolare. Il racconto in cui si addentreranno i lettori descrive molto bene questo unico arco temporale che i palestinesi stanno vivendo e il conseguente senso di precarietà esistenziale.</p>



<p>In questa fase della vita della Palestina e dei palestinesi, oppressione e vittimizzazione hanno assunto forme diverse a seconda del tempo e dello spazio. Nel 1948, i palestinesi hanno subito pulizia etnica e massacri. Chi è rimasto in Israele, come parte di una minoranza, è stato soggetto alle</p>



<p>leggi militari che violavano i diritti umani praticamente in ogni ambito dell’esistenza. I profughi, al contempo, si sono visti negare il diritto al ritorno. Peraltro, alla prima ondata se ne è aggiunta una seconda, in seguito a un’ulteriore operazione di sradicamento ai danni dei palestinesi, conseguente alla guerra del 1967.</p>



<p>Nel corso degli ultimi cinquant’anni, i metodi di espropriazione sono diventati più complessi e, per certi versi, più subdoli e brutali in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. È una tendenza che continua, anche mentre questo libro va in stampa. Poiché, dopo il 1948, le mutate circostanze hanno diminuito l’efficacia della pulizia etnica, Israele ha deciso di fare leva su nuovi metodi di oppressione. I metodi sono cambiati, ma la visione che li fonda è la stessa ed è ricorrente in tutti i movimenti coloniali del passato: conquistare un territorio senza un popolo.</p>



<p>La pulizia etnica come principale strumento di compimento di tale visione è stata via via sostituita da una combinazione di espropriazione, arresti e restringimento dello spazio. Questo sistema è stato imposto inizialmente ai palestinesi rimasti in Israele, soggetti a un duro regime militare tra il 1948 e il 1967. Il principio era piuttosto semplice: se non è possibile rimuovere un popolo da uno spazio, bisogna imprigionarlo, per impedirne il libero movimento e l’espansione delle aree abitative. Tale strategia è stata perseguita cinicamente nelle aree territoriali palestinesi all’interno dei nuovi confini israeliani fino al 1967 e poi traslata in modo sistematico alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza.</p>



<p>In ogni caso, il metodo sionista si è scontrato con la resistenza palestinese. I palestinesi sono vittime, ma non vittime passive. Il dramma consiste nel fatto che, a causa dello squilibrio nei rapporti di forza (Israele è la principale potenza militare del Medio Oriente mentre i palestinesi sono i più vulnerabili), a ogni atto di resistenza – compresi quelli non violenti – Israele ha risposto con tutta la ferocia del potere. I vari aspetti e le sfaccettature di tale repertorio punitivo sono ben descritti in questo libro, attraverso i racconti dei protagonisti; per il lettore, questi costituiranno un’ottima base per approfondire la vicenda palestinese. Tra queste misure, si evidenzia la prigionia inflitta, senza equo processo, a uomini, donne e bambini, colpevoli non già di essere criminali, bensì solo di essere palestinesi.</p>



<p>Paradossalmente, il più grande traguardo del sionismo, quello della frammentazione dei palestinesi – che ha consentito di applicare la regola del <em>divide et impera </em>–, è stato mitigato dalla sostanziale uniformità delle condizioni a cui essi sono sottoposti da anni. Tale uniformità emerge con evidenza dai racconti di questo libro e trasforma la memoria, i ricordi e la storia orale dei palestinesi non solo in uno sterile elenco di atrocità, ma anche in uno strumento di resistenza culturale.</p>



<p>Antonio Gramsci sosteneva che la resistenza culturale può essere il presupposto della resistenza politica o l’insieme di strumenti impiegati quando la resistenza politica non si rende possibile. A mio avviso, entrambe le ipotesi sono valide nel caso palestinese, dove la resistenza si manifesta per mezzo di atti individuali amplificati dalla piena solidarietà collettiva. L’oppressione avviene su base quotidiana e il tempo a disposizione è poco, dunque anche gli atti di resistenza devono adeguarsi. Piccoli gesti, eroismo quotidiano e atti di sopravvivenza convergono in una storia di <em>sumud</em>, di ‘resistenza quotidiana’. Il messaggio convogliato da questo libro, come da altri volumi palestinesi, è che il sionismo non è un progetto di stampo coloniale che culminerà nell’eliminazione dei nativi. Perché i nativi sono lì per restare.</p>



<p>Come notato da Edward Said, una delle strategie di resistenza più efficaci è proprio la capacità che i palestinesi hanno di raccontare, nonostante questa condizione di perenne Nakba. Nel corso degli anni, la loro narrazione è stata spesso fraintesa, talvolta anche dagli stessi politici palestinesi, oltre che, ovviamente, dai media e dal mondo accademico occidentali; ed è proprio il racconto delle vicende personali, in grado di fornire una versione unica degli eventi, che riesce a sfidare e demolire suggestioni e miti infondati.</p>



<p>La tecnica, unica nel suo genere, usata da Ramzy Baroud in questo libro rende la narrazione ancora più potente, ponendola come un chiaro strumento di resistenza alla colonizzazione e all’espropriazione forzata. Le storie sono parte integrante di quella resistenza culturale a cui si è già accennato, che si è rivelata ben più uniforme e coerente rispetto alla resistenza politica che, invece, è stata minata, in passato come oggi, dal fazionalismo e dalla mancanza di unità. La memoria è diventata il principale mezzo usato dai palestinesi in Israele per identificarsi con le rivendicazioni dei rifugiati, che reclamavano il loro diritto al ritorno, e con i palestinesi in ogni parte del mondo, anch’essi vittime del sistema di stampo coloniale. Ne discende che ogni soluzione politica, tesa a perpetuare la frammentazione e la segregazione, finirà solo con il prolungare l’espropriazione e la sofferenza.</p>



<p>Tale memoria collettiva, come esperienza unitaria, è particolarmente viva al giorno d’oggi, ma non viene sempre riconosciuta da una classe dirigente frammentata, che rende inefficace la lotta. Fondere simmetricamente la memoria collettiva a un mezzo efficace di resistenza culturale è un’esigenza che viene dal basso, ed è proprio attraverso quello che Baroud definisce «storia dal basso» che possiamo ricostruire una narrazione del passato molto diversa e mettere a sistema le ambizioni del presente.</p>



<p>Il lettore può avvalersi di questo libro come fonte sulla storia della Palestina e dei palestinesi, insieme ad altri eccellenti volumi prodotti negli ultimi anni. Il testo va a integrare la tradizione accademica esistente, aggiungendo la voce autentica degli individui – che diventano i principali narratori del passato – e sovrapponendola alla narrazione basata su documenti e materiale storico tradizionalmente inteso, oltre che alle cronache giornalistiche, in riferimento agli eventi più recenti.</p>



<p>Il testo differisce dalle opere accademiche anche per lo stile, più propriamente letterario. Qui la storia si congiunge al racconto; non perché falsa, costruita, o frutto di fantasia. Il racconto della storia, però, non può prescindere dagli aspetti più propriamente emotivi: dalla rabbia, dal senso di ingiustizia, dalla speranza. Non sempre le opere accademiche riescono a entrare in connessione con questi onnipresenti aspetti dell’umanità, anche quando l’oggetto della scrittura è l’essere umano stesso. È solo attraverso lo stile letterario, anche per mezzo della figura del narratore, che si può entrare in connessione con questi lati dell’umanità, i più vulnerabili ma anche i più evocativi.</p>



<p>Forse, è solo usando questo approccio che possiamo comprendere appieno la connessione tra la distruzione dello spazio urbano in Palestina nel 1948 e quello della Siria dal 2011 a oggi. Tra le molte vittime della più recente tra queste atrocità figurano, di nuovo, i palestinesi (come nel caso degli abitanti del campo di Yarmuk in Siria), questa volta in tutto il Medio Oriente e non solo in Palestina.</p>



<p>La disumanità che, anche in questo caso, ha fagocitato i palestinesi, ha stravolto le vite di altri milioni di persone nella regione. La barbarie che ha investito la Siria, l’Iraq, la Libia e lo Yemen merita la nostra attenzione e una ferma condanna. Tuttavia, non possiamo dimenticare che questa disumanità è la regola in Palestina da oltre un secolo e che, tra le ragioni principali che rendono l’Occidente impotente di fronte alla carneficina del presente, dobbiamo considerare l’indifferenza globale, quando non addirittura il sostegno nei confronti dell’oppressore. È solo sottolineando il ruolo dell’Occidente nell’espropriazione e nell’ingiustizia subite dai palestinesi, iniziate un secolo fa con la <em>Dichiarazione Balfour</em>, che si può capire fino in fondo la sua responsabilità nel caos totale che oggi investe la regione. Il destino della popolazione autoctona della Palestina, così come quello di molte altre popolazioni native nel mondo distrutte dall’Occidente, è strettamente connesso a un futuro migliore e più roseo per l’intera regione mediorientale.</p>



<p>Per capire meglio come tutto è iniziato, per discernere i significati più profondi, è indispensabile ascoltare la voce di chi ha vissuto quegli eventi nel ruolo di vittima dell’imperialismo occidentale e del colonialismo sionista. Questo libro costituisce un ottimo strumento per intraprendere questo viaggio.</p>



<p><em>Ilan Pappe</em></p>



<div style="height:82px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>*Ramzy Baroud</strong> è nato nella Striscia di Gaza nel 1972. È giornalista, autore e direttore del«Palestine Chronicle», ex Managing Editor del «Middle East Eye» e del «Brunei Times», exDeputy Managing Editor di «Al Jazeera online». I suoi articoli sono stati pubblicati sucentinaia di riviste e giornali in tutto il mondo.Ha conseguito il PhD in &#8220;Palestinian Studies&#8221; presso l’European Centre for PalestinianStudies dell’Università di Exeter (Regno Unito). Attualmente è Non-resident Senior ResearchFellow presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) dell’Università Zaim di Istanbul(Turchia).È autore di sei libri tradotti in molte lingue tra cui il francese, il turco, l’arabo e il coreano. Ilsuo ultimo volume, co-edito con Ilan Pappe, è&nbsp;<em>Our Vision for Liberation: Engaged PalestinianLeaders and Intellectuals Speak Out&nbsp;</em>(Clarity Press, Atlanta, 2022).</p>



<p class="has-white-color has-cyan-bluish-gray-background-color has-text-color has-background has-small-font-size"><strong>R. Baroud &#8211; L&#8217;ultima terra</strong> <a href="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2023/05/Baroud-Lultima-terra-Excerpt.pdf"><em><strong>SCARICA QUI</strong></em></a></p>
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		<title>PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (IV)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jan 2022 15:49:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Nando Primerano* La seconda Intifada, col suo corollario di 3.300 palestinesi morti, finì nel 2005. Nel 2006 vennero indette libere elezioni legislative sotto il controllo internazionale per ridefinire la Presidenza della Palestina. Le Forze politiche in gioco sono sostanzialmente due, Al-Fatah storica leadership dell’OLP e i fondamentalisti di Hamas sempre più numerosi. La corrente [&#8230;]</p>
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<p>di Nando Primerano<strong>*</strong></p>



<p>La seconda Intifada, col suo corollario di 3.300 palestinesi morti, finì nel 2005. Nel 2006 vennero indette libere elezioni legislative sotto il controllo internazionale per ridefinire la Presidenza della Palestina. Le Forze politiche in gioco sono sostanzialmente due, Al-Fatah storica leadership dell’OLP e i fondamentalisti di Hamas sempre più numerosi. La corrente di Al-Fatah è sempre meno popolare, a causa della corruzione della classe dirigente e della “tiepidezza” nei confronti di Israele e USA. Questa contestazione viene portata avanti persino al suo interno dalla frazione più giovanile e radicale di Marwan Barghouti, capo della Brigata dei Martiri di Al-Aqsa, figura carismatica e molto amata.&nbsp; Barghouti viene fatto presto scomparire dalla scena politica con un arresto che lo seppellirà nelle carceri israeliane.</p>



<p>I fondamentalisti di Hamas, nutritisi della disperazione popolare e&nbsp; dell’abbandono di tutto il mondo, sono invece in forte crescita e stanno già cambiando il volto noto di una Palestina laica. In mezzo, altri partiti, per esempio il Fronte Popolare, stritolati dai due più grossi competitor. Tutto il mondo vigila sulla correttezza dell’agone elettorale. Il risultato dà la vittoria ad Hamas. Paradossalmente quasi tutti i Paesi del mondo, che avevano inviato osservatori internazionali, per constatare la correttezza e la legittimità di quelle elezioni, non riconoscono Hamas e continuano a rapportarsi con il più docile Abu Mazen. Lo scippo provoca la giusta indignazione e collera di Hamas, che sfoga in uno scontro fratricida molto cruento con Fatah. Un’epurazione sanguinosa da ambo le parti lascerà a Hamas il controllo di fatto sulla Striscia di Gaza ormai blindata dall’esercito israeliano e diventata di fatto una prigione a cielo aperto, e all’ANP, con Abu Mazen, il controllo più o meno della Cisgiordania.</p>



<p>Gli strateghi israeliani plaudono: dopo aver ridimensionato la capacità della Resistenza, dopo avere diviso la compattezza del fronte arabo, ostile nei loro confronti, sono ora riusciti a dividere persino il popolo palestinese e possono continuare a far credere ancor più al mondo che quel che fanno è giustificato dal diritto di difendersi dai terroristi di Hamas. E anche di propagandare la favola infinita dei “due popoli due stati”. Ma uno stato, in quanto tale, si caratterizza per la sovranità che ha sul proprio territorio. Quale stato si può immaginare per la Palestina di oggi, fatta di lembi di terra che non comunicano tra loro, di piccole riserve circondate dall’esercito e senza una continuità territoriale? Ma la favola è accattivante, e se ne parla continuamente facendo finta di crederla possibile, specie se ripetuta da tutti all’infinito.</p>



<p>In questo panorama diviso tra le due più grosse forze politiche palestinesi, dove non c’è un predominio netto di una sull’altra, e con le altre schiacciate in mezzo, scoppia la terza <em>Intifada</em>, o I<em>ntifada dei coltelli</em>. Poco partecipata rispetto alle altre, vede giovani attaccare con coltelli o tentare di investire con automezzi i sionisti. Durerà poco, sarà poco partecipata e non da tutti riconosciuta. In questo frangente verrà accoltellato a morte un giovane volontario calabrese scambiato per un ebreo, Angelo Frammartino di Caulonia.</p>



<p>A fine dicembre 2008 l’ennesimo incidente, creato ad arte o provocato, consente agli israeliani di operare l’ennesima strage con l’Operazione “Piombo Fuso” che costò a Gaza 1.400 morti, di cui un quarto bambini. Ma non fu solo questa la cifra della crudeltà. Vennero distrutte decine di quintali di scorte alimentari garantite dall’ONU, scuole, università, ospedali, le strutture idriche ed elettriche… come al solito. E orrore nell’orrore vennero sperimentate sul campo, cioè sui civili palestinesi, armi chimiche devastanti come il fosforo bianco che produce orribili ferite che continuano a bruciare nel tempo, o i proiettili al tungsteno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il mondo è annichilito ed impotente davanti a questa ennesima strage che grida indignazione, ma che non smuove di un millimetro la sudditanza e connivenza dei&nbsp; governi. Più di 80.000 i feriti con lesioni orribilmente devastanti mai viste prima che mettono in difficoltà gli operatori sanitari.&nbsp; All’interno della Striscia di Gaza, territorio già fra i più affollati del mondo, migliaia saranno gli sfollati dalle zone bombardate costretti a concentrarsi ancor più nei luoghi meno devastati. Alla stampa internazionale non venne consentito di entrare, così come venne impedito l’accesso anche successivamente alle Commissioni per i Diritti Umani dell’ONU. Solo pochissimi stranieri restarono sotto l’attacco e raccontarono in diretta gli orrori che vedevano. Tra questi Vittorio Arrigoni, “Vik”, i cui commoventi report si concludevano sempre –e inutilmente- con l’appello “Restiamo Umani”.&nbsp; Vik fu successivamente rapito, torturato ed ammazzato da un’ala fondamentalista; si dice per il suo essere troppo vicino alle posizioni di quel movimento giovanile che tentava di ricostruire l’unità palestinese e per questo inviso e represso sia da Fatah che da Hamas.&nbsp;</p>



<p>E la storia continua così, tra i morti giornalieri e le cicliche stragi, nell’indifferenza generale, tra l’operazione militare estesa che fa centinaia o migliaia di morti e la politica quotidiana del morto goccia a goccia. Le ultime e recenti manifestazioni dei Venerdì, ai confini dei Territori Occupati illegalmente, per pretendere il Diritto al Ritorno, riconosciuto a tutti i popoli del mondo ma non ai palestinesi, continuano a sgranare il rosario infinito dei morti per la repressione.</p>



<p>Continua indisturbato il genocidio di questo popolo, in una vita quotidiana sotto occupazione che vita non si può chiamare. Agli interrogativi che ponevo il Sindaco di Khan Younis, estremo lembo della Striscia di Gaza ai confini con l’Egitto, mi ha risposto: ”mi fai tante domande, tranne l’unica veramente importante, ossia: come facciamo ad essere ancora vivi? E non l’ho chiesto, ma avrei voluto: come fa un popolo a non piegarsi davanti ad un esercito occupante che si arresterà soltanto quando avrà ammazzato l’ultimo palestinese, oppresso da una politica genocida instancabile, che va avanti ormai da più di settanta anni?&nbsp;</p>



<p>Perché, incredibilmente, continua indomabile anche la Resistenza.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>*Nando Primerano</strong>, insegnante, vive e lavora a Reggio Calabria. Ha fatto parte per oltre dieci anni della redazione della rivista “Sud/Sud” dove si è occupato di Movimenti di Liberazione e Solidarietà Internazionale. Ha pubblicato: <em>Di fumo e di spari, di sangue e di pianto… di questo vi conto… di questo vi canto </em>(2021), <em>I trip dell’elefante </em>(2017), <em>Ci sono storie di donne…</em>(2011), <em>Diario di bordo </em>(2009), <em>Vite desaparecide </em>(2007), <em>Solo fumo è la paura che nasconde il tuo orizzonte </em>(2005), <em>L’ombrello di Pedro </em>(2003), <em>La piazza e la montagna </em>(1991), <em>A nueve anos… è necessario sognare </em>(1988), <em>Il Nicaragua è un dolce che prende il bus</em>(1986).</p>



<p>Eventuali copie dei libri possono essere richieste direttamente all’autore scrivendo alla seguente e-mail: <a href="&#109;&#97;&#x69;l&#116;&#x6f;&#x3a;r&#111;&#x73;&#x6d;a&#114;&#x6f;&#x40;t&#105;&#x6e;&#x2e;i&#116;">r&#111;&#x73;&#x6d;&#x61;r&#111;&#64;&#x74;&#x69;n&#46;&#105;&#x74;</a>&nbsp;</p>



<div style="height:58px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Le puntate precedenti:</strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2021/11/25/per-una-storia-della-resistenza-palestinese-i/">PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (I)</a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2021/12/17/per-una-storia-della-resistenza-palestinese-ii/">PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (II)</a></p>



<p>PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (III)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/01/28/per-una-storia-della-resistenza-palestinese-iv/">PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (IV)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (III)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/01/18/per-una-storia-della-resistenza-palestinese-iii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2022 12:56:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Nando Primerano* L’eccidio efferato di Sabra e Chatila non è altro che un passaggio, seppure abominevole, della politica di annientamento operata dal sionismo, che si tratti di singoli o di intere comunità. In questa strategia di accaparramento di terre e risorse all’interno del territorio palestinese, di divisione del mondo arabo all’esterno, di annientamento della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Nando Primerano<strong>*</strong></p>



<p>L’eccidio efferato di Sabra e Chatila non è altro che un passaggio, seppure abominevole, della politica di annientamento operata dal sionismo, che si tratti di singoli o di intere comunità. In questa strategia di accaparramento di terre e risorse all’interno del territorio palestinese, di divisione del mondo arabo all’esterno, di annientamento della resistenza dentro e fuori la Palestina, Israele rivendica il diritto, unilateralmente sancito, di colpire i membri dell’OLP in qualunque paese si trovino, violando qualunque sovranità territoriale e in barba alle sanzioni internazionali, grazie all’ombra onnipresente e protettrice degli USA.&nbsp;</p>



<p>I bombardamenti ed i raid nei paesi confinanti e le ripetute invasioni del Libano ne sono dimostrazione. Nel 1985, esattamente il 1° Ottobre, sei F-15 ed F-16, fabbricati negli USA ma a disposizione di Israele, attaccano con missili e bombe il quartier generale dell’OLP a Tunisi, facendo strage di civili, nel tentativo &#8211; non riuscito &#8211; di ammazzare Arafat. Ancora a Tunisi, il 16 aprile 1988, un commando di 39 uomini, sbarcati segretamente da una nave israeliana, attacca nella sua abitazione privata ed ammazza con 60 colpi di mitra Abu Jyad, il secondo di Arafat.</p>



<p>Arriva però un momento in cui l’arroganza e prepotenza dei colonizzatori, le violenze quotidiane o i ciclici massacri e stragi, i furti, le ruberie di terre, case e risorse, l’invivibilità di un quotidiano senza futuro, tocca il punto di massima sopportazione. Il 9 dicembre del 1987 due camion pieni di operai palestinesi di ritorno dal lavoro vengono investiti da un mezzo militare israeliano provocando quattro morti. In verità non c’è nulla di diverso da quanto quotidianamente avviene in tutti i territori occupati, ma è la goccia che fa traboccare il vaso. Scoppia così la&nbsp; Prima <em>Intifada</em> (o sollevazione popolare).</p>



<p>Tutta la popolazione palestinese, bambini compresi, scende in piazza con fionde e pietre contro uno degli eserciti più forti del mondo. Nulla potranno repressioni di massa, torture istituzionalizzate, arresti con detenzioni illegali e infinite, penetrazioni dei mezzi blindati che distruggono in primis acquedotti, scuole, centrali elettriche, ospedali, ambulanze… Persino i cimiteri perché neanche da morti i palestinesi possono stare tranquilli sulla loro terra.</p>



<p>L’ordine di stroncare la rivolta popolare è perentorio quanto inutile, la rivolta di pietre e fionde non si può fermare. Allora si ordina<em>“ spaccategli le braccia così non lanceranno più pietre”, </em>come documentato dalla<em> </em>rete televisiva americana CBS. Il suo video virale fa il giro del mondo, mostrando i militari israeliani che infieriscono con massi e bastoni contro due prigionieri palestinesi inermi, legati e bendati, nel tentativo ripetuto di spaccare loro le braccia; e alla fine ci riusciranno.&nbsp; Nella prima Intifada perderanno la vita circa 1.500 palestinesi e la rivolta si esaurirà solo nel 1993 con gli accordi di Oslo. Nella capitale finlandese vengono infatti create le premesse per la storica firma sugli accordi di pace, apposta poi da Yasser Arafat e Ytzhak Rabin, alla Casa Bianca, sotto la mediazione di Bill Clinton. L’evento storico, che conteneva la speranza di giungere ad una pace giusta e duratura dopo tantissimi anni di sangue, farà assegnare ai due firmatari il Nobel per la Pace del 1994.</p>



<p>Cosa viene stabilito in quel trattato? Non la restituzione dei territori illegalmente annessi dalla spartizione ONU in poi, non il diritto al ritorno, ma, fondamentalmente, viene fatta una ripartizione aggiornata della Palestina in tre zone di competenza, una <em>zona A</em> interamente sotto controllo palestinese, una <em>zona</em> <em>B</em> intermedia in cui l’autorità civile è di competenza palestinese ma il controllo militare resta israeliano, ed infine una <em>zona C</em><strong><em> </em></strong>attribuita<strong> </strong>interamente agli israeliani. È chiaro che si tratta di un accordo che non soddisfa molti, ma, per la prima volta, viene ufficializzata l’esistenza di uno Stato Palestinese dotato di una sua Autorità Nazionale, di una propria polizia, addirittura di un porto e di un aeroporto. Restano i Bantustan o le Riserve indiane dei villaggi e città palestinesi separate tra loro e circondate dagli insediamenti dei coloni, ma è già l’inizio di un riconoscimento seppur minimo, il miraggio di uno Stato Palestinese in nuce.</p>



<p>Il mondo intero ci stava credendo. Troppo pericoloso dunque per il sionismo: occorreva pianificare qualcosa che allontanasse definitivamente quell’indesiderato scenario. Il 4 novembre 1995, durante una manifestazione a Tel Aviv, un soldato israeliano “estremista e pazzo” ammazza Rabin. Successivamente salirà al potere il Partito di estrema destra del Likud con Presidente Netanyahu, avverso all’accordo sottoscritto, per quanto formalmente impegnato a sostenerlo. Di nuovo nel luglio del 2000 le parti vengono convocate a Camp David, ancora con la mediazione di Bill Clinton, ma la smilitarizzazione dei territori occupati non va avanti, così come l’attuazione del processo di pace.</p>



<p>Occorreva qualche altra forzatura per eliminare definitivamente dalla scena la possibilità dell’autonomia palestinese. Il 28 settembre del 2000 il generale Ariel Sharon, responsabile della efferata strage di Sabra e Chatila, fa una “passeggiata”, accompagnato da mille soldati, alla Spianata delle Moschee, dove si trovano la Cupola della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa,&nbsp; tra i luoghi più sacri per i musulmani. L’evidente sacrilegio sortisce, come auspicato e preventivato, l’indignata protesta dei palestinesi: si scatena così la Seconda<strong> </strong><em>Intifada</em>.&nbsp;</p>



<p>Questa volta contro aerei da guerra e carri armati di ultima generazione a pietre e fionde si sostituiscono qualche pistola e kalashnikov. Vengono immediatamente rioccupati&nbsp; i territori palestinesi, distrutte tutte le infrastrutture del nascente Stato di Palestina, stragi e massacri perpetrati dappertutto, con delle punte di devastazione massima come a Jenin. A Ramallah, la Muqata (il Palazzo presidenziale) viene bombardato e circondato dai carri armati; dentro le mura crollate, nelle poche stanze ancora agibili, il Presidente Arafat e la sua scorta personale resistono all’assedio israeliano. Ma dipendono interamente da loro, anche per il vitto e il vestiario e più di qualcuno sospetta che si sia approfittato di questa occasione per avvelenare Arafat col polonio. Sebbene Arafat, quale rappresentante di una borghesia nazionalista corrotta che si spartiva le grandi risorse garantite dalla fratellanza araba, non fosse benvoluto da tutto il suo popolo, in quel momento però, assediato tra quelle mura, diventava il simbolo di tutto un popolo prigioniero. A seguito di un lento e “misterioso” avvelenamento morirà nel 2004. Gli succederà Abu Mazen.&nbsp;</p>



<p>Vorrei qui fermare un momento questa fredda cronistoria che non rende giustizia dell’arroganza della forza, dell’ingiustizia subita da generazioni e generazioni no-future cresciute nell’incubo dei campi profughi non solo nei paesi limitrofi, ma anche all’interno della stessa Palestina.</p>



<p>Se la prima Intifada aveva come icona il bambino di 4 anni che affrontava con una pietra in mano un carro armato, la seconda quella del padre che, disarmato, implorava invano pietà quel figlio terrorizzato difeso col suo corpo dietro un masso, sotto una pioggia di pallottole israeliane. Uccisi infine tutti sotto gli occhi del mondo intero. E ancora le magliette indossate dai soldati israeliani con una donna musulmana incinta inquadrata attraverso il mirino di un fucile e&nbsp; sotto&nbsp; la scritta<em>” con una sola pallottola ne ammazzi due”. </em>E poi gli ulivi centenari sradicati da enormi bulldozer e messi a testa in giù per non potere più attecchire, paesaggio lunare di una devastazione ambientale tesa a sottrarre le poche fonti di sostentamento, e poi gli ospedali bombardati, le ambulanze crivellate o asfaltate dai tank, le case distrutte e la gente fuori tra le macerie, sotto le tende, ostinata a non abbandonare la propria casa, la loro terra.</p>



<p>Alcuni aneddoti anche dalla solidarietà internazionale che supplisce, per quel che può, all’acquiescenza supina di quasi tutti i governi del mondo di fronte all’ignominia ed alle aberrazioni sioniste: febbraio 2002 Ramallah, Arafat è prigioniero nel Palazzo Presidenziale, assediato e circondato dai carri armati israeliani. Un piccolo gruppo di internazionalisti, principalmente italiani, riesce a superare l’assedio, entrare fra quelle mura bombardate e sventrate, incontrare Arafat ed emettere un comunicato di solidarietà ad un Presidente già in evidente stato di avvelenamento. Pochi mesi dopo, a Betlemme, un improvviso rastrellamento e coprifuoco dei sionisti isola per strada centinaia di palestinesi ed una troupe della RAI. L’unica salvezza è rifugiarsi dentro la Chiesa della Natività, con Padre Ibrahim che apre le porte a tutti. L’assedio si protrae per il rifiuto del francescano a consegnare i suoi ospiti, anche se cibo e medicine stanno per finire. La troupe italiana contratta col proprio governo che media la sua uscita, abbandonando alla loro sorte quanti avevano condiviso con loro il poco cibo rimasto. L’assedio continua, intervallato da qualche tentativo di irruzione dei militari e da colpi che crivellano quel luogo santo per i cristiani, inficiando ancor più le pochissime risorse rimaste ed ormai praticamente esaurite. Ad un certo punto un gruppo di ragazzi, belgi e olandesi mi pare, con fare disinvolto e zaini pieni sulle spalle, distraggono e superano il cordone dei mezzi blindati dirigendosi verso la chiesa,&nbsp; incuranti delle minacce gridate dietro. In quegli zaini portano cibo, acqua e medicinali che permetteranno agli assediati di resistere ancora per un po’. E poi Rachel Corrie, giovane pacifista americana, stritolata dai cingoli di un enorme blindato nel tentativo di impedire la distruzione di una casa con la gente dentro, pratica usuale come raccontava&nbsp; lei stessa prima di essere ammazzata. E la Freedom Flotilla, coalizione internazionale di solidarietà, che con le sue navi tenterà ripetutamente di forzare il blocco illegale che impedisce di portare rifornimenti ed aiuti umanitari a Gaza assediata. La Flotilla subirà attacchi pirati in acque internazionali con morti ed addirittura il sabotaggio di diverse unità pronte a salpare da vari porti del mediterraneo.</p>



<p>L’inumanità, l’odio razziale, bestiale, di un popolo che ha subito l’Olocausto sulla propria pelle ed ora lo riversa a piene mani contro un altro è inaccettabile, ma ad Israele tutto è permesso. La Resistenza palestinese adesso è dotata di qualche razzo artigianale capace quasi mai di raggiunge un bersaglio, a fronte dell’armamento chimico e persino nucleare di Israele, unico fra tutti i paesi dell’area. Con la Seconda Intifada cresce a dismisura la violenza e l’orrore dell’invasore a fronte di una resistenza fatta spesso solo di mani nude. Il senso di impotenza cresce. Una giovane infermiera, stanca di vedere arrivare corpi maciullati troppo spesso anche di bambini, indossa una cintura esplosiva, si avvicina a dei soldati e si fa saltare in aria. È la prima kamikaze, o martire come viene chiamata dai palestinesi e darà il via a questa pratica disperata di fronte all’impotenza ed alla passività del mondo intero, pratica che verrà implementata e ripresa poi dalle formazioni religiose fondamentaliste.</p>



<p>* * * * *</p>



<p><strong>*Nando Primerano</strong>, insegnante, vive e lavora a Reggio Calabria. Ha fatto parte per oltre dieci anni della redazione della rivista “Sud/Sud” dove si è occupato di Movimenti di Liberazione e Solidarietà Internazionale. Ha pubblicato: <em>Di fumo e di spari, di sangue e di pianto… di questo vi conto… di questo vi canto </em>(2021), <em>I trip dell’elefante </em>(2017), <em>Ci sono storie di donne…</em>(2011), <em>Diario di bordo </em>(2009), <em>Vite desaparecide </em>(2007), <em>Solo fumo è la paura che nasconde il tuo orizzonte </em>(2005), <em>L’ombrello di Pedro </em>(2003), <em>La piazza e la montagna </em>(1991), <em>A nueve anos… è necessario sognare </em>(1988), <em>Il Nicaragua è un dolce che prende il bus</em>(1986).</p>



<p>Eventuali copie dei libri possono essere richieste direttamente all’autore scrivendo alla seguente e-mail: <a href="&#x6d;&#x61;&#105;l&#x74;&#x6f;&#58;ro&#x73;&#x6d;&#97;r&#x6f;&#x40;&#116;&#105;n&#x2e;&#x69;&#116;">rosmaro&#64;tin&#46;&#105;&#116;</a>&nbsp;</p>



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<p><strong>Le puntate precedenti:</strong></p>



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		<title>PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/12/17/per-una-storia-della-resistenza-palestinese-ii/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 12:40:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Nando Primerano* Se le potenze occidentali plaudono nel 1948 alla nascita dello Stato d’Israele, non altrettanto avviene per le nazioni arabe limitrofe, non disponibili ad assistere inerti alla distruzione della fraterna comunità palestinese. Gli “eserciti” &#8211; per modo di dire, in quanto male armati e peggio addestrati &#8211; di Egitto, Iraq, Siria, Libano e [&#8230;]</p>
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<p>di Nando Primerano*</p>



<p>Se le potenze occidentali plaudono nel 1948 alla nascita dello Stato d’Israele, non altrettanto avviene per le nazioni arabe limitrofe, non disponibili ad assistere inerti alla distruzione della fraterna comunità palestinese. Gli “eserciti” &#8211; per modo di dire, in quanto male armati e peggio addestrati &#8211; di Egitto, Iraq, Siria, Libano e Giordania entrarono in Palestina, scontrandosi con le milizie israeliane, queste sì ben armate e ben addestrate. Le truppe dei paesi arabi furono sconfitte e gli israeliani approfittarono di questa disfatta per estendere il loro controllo anche sulla parte di territorio assegnata ai palestinesi, ad eccezione di Gerusalemme, la Città Santa, che restò sotto controllo arabo fino al 1967. La prima guerra arabo-israeliana servì a consolidare l’immagine di Israele quale potenza militare di quell’area capace di esercitare la legge del più forte, al servizio proprio e degli interessi occidentali. Così nel 1956, gli israeliani, supportati da truppe anglo-francesi, tenteranno di rovesciare il regime egiziano del progressista e panarabista Nasser, colui che aveva nazionalizzato il Canale di Suez, al fine di esercitare il controllo su questo accesso strategico. Il tentativo non otterrà il successo sperato e le truppe miste dovranno ritirarsi, ma l’episodio lascerà il segno dell’aggressività militare e della voglia espansionista di Israele, sostenute dal supporto internazionale, che riconosce Israele come presidio degli interessi economici e geostrategici occidentali.</p>



<p>Il Parlamento israeliano vara nel frattempo la “Legge del ritorno”, che consente agli ebrei di tutto il mondo di tornare in Israele. La stessa legge ovviamente non varrà per la diaspora palestinese. Il Capo di Stato Maggiore, generale Moshè Dayan, sdogana il diritto alla ritorsione amplificata per qualunque attacco, in qualunque forma, contro gli israeliani, e dà vita all’uopo ad una unità d&#8217;élite, la “Compagnia 101”. Lo stabilizzarsi dello Stato sionista, grazie all’apparato militare, marcia di pari passo con il potenziamento economico della società. Nel 1964 il 40% delle acque del fiume Giordano viene dirottato verso il deserto del Negev provocando la reazione cristiana (“Non si deve modificare il corso del fiume dove fu battezzato Gesù”), ma ancor più quelle di Siria, Libano e Giordania che si videro impoveriti di colpo del loro vitale approvvigionamento idrico. I raid aerei contro Beirut e Damasco daranno il segno dell’arroganza e della prepotenza sionista, e la cosiddetta “guerra dell’acqua” costituirà i prodromi della guerra dei sei giorni. Gli eserciti arabi non erano pronti ancora ad affrontare una nuova guerra, ma non potevano continuamente subire angherie e provocazioni da parte del più forte e scomodo vicino, per altro mai riconosciuto.&nbsp;</p>



<p>Nel 1966 i Beatles si rifiutano di suonare in Israele, inaugurando una lunga sequela di ripudi di musicisti, artisti, uomini del mondo della cultura e dello sport che non vorranno avallare con la loro presenza quello stato di apartheid. Ripudi etici che continuano anche ai nostri giorni con la recente dichiarazione di Roger Waters, ex leader dei Pink Floyd &#8211; <em>Sono contro Israele per le stesse motivazioni per cui ero contro il Sud Africa, perché sono regimi razzisti &#8211; </em>ma che non basteranno a fermare mire espansionistiche e protervia di Israele.</p>



<p>Il 5 giugno 1967 scoppia&nbsp; la guerra dei sei giorni. Gli eserciti dei vicini paesi arabi cominciarono ad&nbsp; ammassare truppe alle frontiere ma gli israeliani si erano da tempo preparati ad una eventualità del genere. Il “casus belli” fu la chiusura da parte egiziana degli Stretti di Tiran alle navi commerciali israeliane. In due giorni l’aviazione israeliana distrusse a terra buona parte della flotta aerea da combattimento araba, completando nei giorni seguenti l’annientamento delle forze terrestri. Nei pochi giorni che durò la guerra, Israele quadruplicò il suo territorio di ingerenza,&nbsp; annettendosi le strategiche Alture del Golan dalla Siria, la Striscia di Gaza e la Penisola del Sinai &#8211; che consentiva l’accesso al Canale di Suez dall’Egitto &#8211; la Cisgiordania dalla Giordania. Ciliegina sulla torta l’annessione di Gerusalemme.</p>



<p>L’umiliazione subita non poteva essere accettata da parte egiziana che riteneva di avere&nbsp; un esercito forte e che voleva riprendersi con la forza le Alture del Golan e l’affaccio al Canale che con la forza gli erano state sottratte. Dal 1968 al 1970 si scatena ancora quella che verrà chiamata la Guerra dell’Attrito. Nel mentre avviene tutto questo intanto, nel 1964, in una affollata riunione, molte organizzazioni palestinesi danno vita all’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che si attiverà da subito per costruire la resistenza armata e la lotta per la Liberazione della Palestina. Le organizzazioni più importanti presenti sono Al-Fatah, espressione della borghesia nazionalista palestinese con a capo Arafat, ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP),&nbsp; laico, marxista e progressista, con a capo George Habbash. L’OLP rappresenta quindi l’ombrello sotto il quale si raccolgono tutte le organizzazioni palestinesi e diventa presto il rappresentante unico riconosciuto del suo popolo sotto la guida di Yasser Arafat.</p>



<p>Nel luglio 1968 avviene il primo riuscito dirottamento aereo e a fine anno viene fatto esplodere un aereo della compagnia israeliana El Al. Il comando generale palestinese, dapprima si trova in Egitto sotto l’ala protettrice di Nasser, poi si sposta&nbsp; in Giordania, territorio a forte presenza palestinese, che diviene così una grande base logistica e militare. Talmente forte non solo da lanciare da quel territorio attacchi ad Israele (con le ovvie ritorsioni sioniste), ma creare anche tensioni col Re Hussein di Giordania. Tensioni talmente alte da sconfinare in un vero e proprio scontro che vedrà nel 1970 l’esercito giordano attaccare in maniera cruenta i campi profughi e la popolazione civile palestinese. È il 1970, il Settembre Nero, e con questo nome e a ricordo di quelle stragi che un gruppo palestinese si farà sentire con le sue azioni. Le Forze palestinesi abbandonano quindi la Giordania e stabiliscono le loro basi soprattutto In Libano.</p>



<p>Nel 1972 una spettacolare operazione sotto gli occhi del mondo intero vede il sequestro degli atleti olimpici israeliani a Monaco e la richiesta di uno scambio con i prigionieri politici palestinesi. Il sequestro finirà in una indiscriminata carneficina all’arrivo delle forze speciali israeliane. Ma ormai nel mondo L’OLP è riconosciuto da molti più paesi di quanto non lo sia Israele. Ha addirittura un posto da “osservatore” all’Assemblea Generale dell’ONU. Il 13 novembre 1974 Arafat è lì, sulla tribuna. È riuscito anche a far passare una pistola. E la brandisce in una mano mentre ha un ramoscello d’ulivo nell’altra. E da quella tribuna lancia un appello storico al mondo intero: <em>e</em> <em>adesso diteci voi con quale mano volete che il popolo palestinese si rapporti… </em>(Citazione non letterale ma il senso era quello).</p>



<p>Nel 1976, ad Entebbe, un aereo di linea francese con un centinaio di ebrei a bordo, viene sequestrato da un commando palestinese. In realtà si tratta di un’iniziativa di supporto e appoggio alla Rote Armèe Fraktion tedesca che aveva rapito in patria Hanns Martin Schleyer, ex nazista e&nbsp; Presidente della Confindustria tedesca, e ne proponeva la liberazione in cambio dei compagni della RAF rinchiusi nel supercarcere di Stammhein. Questa operazione era parte di un rapporto di collaborazione e scambio tra organizzazioni antimperialiste. Il Boeing viene accerchiato dalle truppe speciali che fanno la solita carneficina. In contemporanea, nel super carcere di Stammhein, vengono “suicidati” contemporaneamente i capi RAF Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe; ma questa è un’altra poco edificante storia.</p>



<p>La determinazione e la capacità militare dei <em>Feddayn </em>palestinesi è evidente a tutto il mondo, e la loro sede principale è il Libano. Ai sionisti non sono sufficienti le cicliche rappresaglie, vogliono sradicare i palestinesi dai loro campi profughi. Già nel 1976 l’alleanza di Israele con i falangisti cristiano-maroniti aveva contribuito indirettamente alla guerra civile tra queste forze, i siriani (loro alleati in questa fase) ed i palestinesi dall’altra. C’era un solo campo profughi a Beirut Est, nella zona cristiana: quello di Tal-El Zaatar, la Collina del mirto. Dopo 55 giorni di un assedio bestiale, sotto i bombardamenti ed i cannoneggiamenti, senza che sia possibile far entrare rifornimenti od autoambulanze, il campo profughi cade. Sarà una strage immane, forse 5.000 morti, chissà, nessuno ha potuto contarli. Poi torture stupri, mutilazioni. Con i corpi martoriati ricomposti a croce o con le croci incise su quei poveri corpi con le lame, firma delle milizie Kataeb che faranno conoscere i loro orrori al mondo intero. Il campo profughi scomparirà, interamente raso al suolo.</p>



<p>Nel 1978 Israele entra direttamente nel sud del Libano con decine di migliaia di uomini, carri armati, aerei. Si posiziona vicino al fiume Litani dal quale poi, idrovore giganti e protette militarmente, sottrarranno l’acqua per indirizzarla nei territori occupati. Vengono affrontati dalle milizie progressiste libanesi e dai palestinesi e, finalmente, il 13 giugno 1978 l’esercito israeliano si ritira. Ma è solo un momento. Intanto, il 18 settembre 1978 a Camp David negli USA, con la mediazione del Presidente americano Jimmy Carter, il Presidente egiziano Sadat e quello israeliano Begin firmano un accordo che restituirà all’Egitto il Sinai mentre Israele avrebbe mantenuto il controllo su Cisgiordania e Striscia di Gaza. A parte che, ancora una volta i palestinesi non sono consultati e non esistono, l’accordo&nbsp; vede il forte Egitto,&nbsp; rientrare sotto l’influenza USA, rompendo la solidarietà con tutti gli altri stati arabi e, addirittura, riconoscere lo stato di Israele. La regia occulta di tutto ciò porta la firma di Henry Kissinger.</p>



<p>In un panorama mediorientale più tranquillo e gestibile Israele può riconcentrare la sua attenzione sul confinante Libano e sui palestinesi dei campi profughi. Nel 1982 ci riprova con l’operazione “Pace in Galilea”, ancora una volta un’aggressione militare ad un Paese sovrano violando tutte le regole di rapporti tra Stati. Ma Israele non riconosce altro che sé stesso e gli USA, grande protettore, si incaricheranno di rendere inefficienti tutte le sanzioni internazionali alle quali l’ONU lo condanna. L’esercito entra quindi con centomila uomini dal Libano meridionale, radendo al suolo Tiro, Sidone, Nabatieh. Poi, dopo un’incredibile resistenza dei palestinesi che gli ostacolano il cammino,&nbsp; le forze sioniste arrivano a Beirut. I bombardamenti israeliani distruggono tutto nel tentativo di sradicare i feddayn, ed alla fine persino le potenze occidentali decidono di intervenire per obbligare lo scomodo alleato ad accettare una fragile tregua. Mediatore dell’accordo è l’ambasciatore americano Philip Habib, il contingente di interposizione è formato da militari USA, francesi ed italiani. L’accordo prevede un cessate il fuoco e la possibilità per i miliziani palestinesi di lasciare il paese solo con armi leggere. La popolazione civile presente nei campi profughi non verrà toccata e saranno sotto la protezione delle forze internazionali di pace che ne garantiranno l’incolumità. Arafat ed i Feddayn abbandonano il Paese a bordo di navi francesi lasciando il resto della popolazione sotto la garanzia di sicurezza delle Forze ONU. Quello che accadrà poi rappresenterà una delle pagine più nere tra quelle che raccontano gli orrori della storia. L’occasione troppo ghiotta dell’attentato mortale a Gemayel, neo presidente del Libano, che si era rifiutato&nbsp; di riconoscere Israele (e più di qualche studioso sostiene “punito” per questo), fa scattare la trappola. Viene data la colpa ai palestinesi. Le truppe internazionali, “guarda caso”, anticipano la partenza lasciando mano libera all’esercito israeliano, mentre, da giorni, un ponte aereo sionista rifornisce di uomini e mezzi gli alleati falangisti . I soldati israeliani setacciano i campi profughi alla ricerca di qualche residua arma di difesa, poi circondano e blindano&nbsp; con i carri armati i campi di Sabra e Chatila. Le falangi cristiano maronite, fanatici mercenari al soldo israeliano, supportate in armi, viveri e logistica verranno fatte entrare col buio, con l’ordine di usare all’inizio le armi bianche&nbsp; affinché la gente, colta nel sonno, non potesse rendersi conto e dare l’allarme. Poi i razzi illuminanti, sparati dagli israeliani, manterranno ininterrottamente i campi rischiarati a giorno per facilitare il massacro. La gente che tenta disperatamente di uscire da quella trappola per topi viene ricacciata indietro dai tank che bloccano gli ingressi. Sarà una strage efferata, bestiale, le cui atrocità e crudeltà contro una popolazione inerme non si possono narrare. Saranno più di quaranta ore di orrore puro, e solo alla fine, quando l’odore nauseabondo dei cadaveri in putrefazione farà arrivare i primi giornalisti, il mondo comincerà ad avere contezza dell’accaduto. Più di tremila morti ma il numero non si saprà mai, anche perché negli anni successivi gli israeliani sequestreranno e distruggeranno tutto il materiale d’inchiesta prodotto dai centri di documentazione. Persino a Tel Aviv una manifestazione con oltre 400.000 persone protesterà contro il Governo e contro il principale responsabile del massacro: Ariel Sharon. &nbsp; Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con l’ennesima&nbsp; risoluzione condannò il massacro, definendolo un atto di genocidio.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><strong>*Nando Primerano</strong>, insegnante, vive e lavora a Reggio Calabria. Ha fatto parte per oltre dieci anni della redazione della rivista “Sud/Sud” dove si è occupato di Movimenti di Liberazione e Solidarietà Internazionale. Ha pubblicato: <em>Di fumo e di spari, di sangue e di pianto… di questo vi conto… di questo vi canto</em> (2021), <em>I trip dell’elefante </em>(2017), <em>Ci sono storie di donne…</em>(2011), <em>Diario di bordo</em>&nbsp;(2009), <em>Vite desaparecide </em>(2007), <em>Solo fumo è la paura che nasconde il tuo orizzonte </em>(2005), <em>L’ombrello di Pedro </em>(2003), <em>La piazza e la montagna </em>(1991), <em>A nueve anos… è necessario sognare </em>(1988), <em>Il Nicaragua è un dolce che prende il bus </em>(1986).&nbsp;</p>



<p>Eventuali copie dei libri possono essere richieste direttamente all’autore scrivendo alla seguente e-mail: <a href="m&#97;&#105;&#x6c;&#x74;&#x6f;&#x3a;r&#111;&#115;&#109;&#x61;&#x72;&#x6f;&#64;t&#105;&#110;&#x2e;&#x69;&#x74;">&#x72;&#x6f;&#115;m&#x61;&#x72;&#111;&#64;t&#x69;&#x6e;&#46;i&#x74;</a>&nbsp;</p>
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		<title>PER UNA STORIA DELLA RESISTENZA PALESTINESE (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/11/25/per-una-storia-della-resistenza-palestinese-i/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2021 12:18:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Nando PRIMERANO* Premessa necessaria e doverosa Chi scrive non è né uno storico né un saggista. Solo una persona che ha incrociato tanti anni fa la storia martoriata di questo popolo e la sua incredibile lotta. Gli oltre settanta anni di resistenza alle espulsioni, alle rapine, al genocidio raccontano di intere generazioni succedutesi nella [&#8230;]</p>
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<p>di Nando PRIMERANO<strong>*</strong></p>



<p><strong>Premessa necessaria e doverosa</strong></p>



<p>Chi scrive non è né uno storico né un saggista. Solo una persona che ha incrociato tanti anni fa la storia martoriata di questo popolo e la sua incredibile lotta. Gli oltre settanta anni di resistenza alle espulsioni, alle rapine, al genocidio raccontano di intere generazioni succedutesi nella repressione, nel razzismo, sotto i bombardamenti. Senza un orizzonte visibile o soltanto immaginabile di una svolta. Per chi lotta, per chi resiste, è importante credere che in tempi relativamente brevi la lotta può avere successo. I pochi anni della Resistenza italiana al nazifascismo sono un esempio. Il popolo palestinese invece tuttora schiacciato sotto il crudele tallone di uno degli eserciti più forti del mondo, è ancora lì, non rassegnato, non soggiogato. Incredibilmente per una tra le ultime colonie del mondo, che sopporta un’oppressione lunga più di tre quarti di secolo. Quando il pessimismo della mia ragione vedeva solo disperazione e strade senza uscita, trovavo sempre da parte del mio interlocutore occasionale un sorriso e la solita risposta: <em>Tranquillo compa, ci rivedremo presto nella Palestina liberata!&nbsp;</em></p>



<p><strong>La tragedia palestinese</strong></p>



<p><strong>1. Connotazioni storico-geografiche</strong></p>



<p>La tragedia della Palestina è inscritta principalmente nella sua collocazione geografica. Da sempre crocevia di passaggio si trova in una zona assai rilevante dal punto di vista geostrategico. In particolare è punto d’incontro di tre continenti: Europa, Asia e Africa ed è anche un ponte tra il mondo arabo d’Oriente e quello d’Occidente. Anticamente era abitata da una mescolanza di più popoli che per affinità al ceppo linguistico prevalente<strong> </strong>venivano definiti semiti. Wikipedia ci dà questa definizione: <em>Semiti sono tutti i popoli che parlano, o hanno parlato, lingue collegate al ceppo linguistico semitico (Arabi, Ebrei e </em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cananei"><em>Cananeo</em></a><em>&#8211;</em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fenici"><em>Fenici</em></a><em>)</em>. I Palestinesi sono i discendenti delle più antiche popolazioni che hanno abitato questo lembo di terra, ossia Aramiti, Cananei, Amoriti, Arabi, a loro volta frutto di correnti migratorie, che dal 3.500 a.C. si insediarono su questi territori. Intorno al 2.000 a.C. i Cananei formarono lì il primo Stato Cananeo. Nel 1.200 a.C.&nbsp; gli Ebrei fuggiti dall’Egitto sotto la guida di Mosè arrivarono nei pressi del Mar Morto e qui si fermarono. Successivamente fu Giosuè a lanciarsi alla conquista dello Stato cananeo<strong>. </strong>Le atrocità commesse contro i civili furono spaventose, come si evince dalle pagine dell’Antico Testamento. Da questi primi massacri, nacque il Regno Ebraico, che dominava solo una parte della Palestina, quella ad est del fiume Giordano, e che durò solo 100 anni fino al 923 a.C., fondato da Saul, e governato successivamente da David e da Salomone. Il resto del territorio palestinese non conobbe l’occupazione ebraica. Il regno ebraico si divise in due parti, Regno di Israele e Regno di Giudea. Gli Assiri prima e i Babilonesi poi sconfissero gli ebrei obbligandoli per la quasi totalità ad abbandonare il territorio, mentre gli abitanti originari continuarono a vivere lì, dove avevano sempre vissuto. Varie invasioni si susseguirono in questa terra senza pace, da quella persiana, a quella greca di Alessandro Magno, a quella romana. Sarà quella araba che connoterà per sempre il carattere arabo di questi popoli, la parentesi della dominazione dei Crociati, e poi ancora gli Arabi con Saladino. Infine i Turchi che governeranno per lungo tempo&nbsp; la Palestina, dal 1517 fino al 1917. Gli interessi delle potenze occidentali portarono alla distruzione l’Impero Ottomano divenuto troppo potente, ed anche attraverso l’infiltrazione di agenti molto capaci come il famoso Lawrence D’Arabia, aizzarono gli Arabi a sollevarsi contro i Turchi a fianco degli alleati occidentali, con la promessa, a guerra mondiale ultimata, di concedere loro l’indipendenza. A guerra vinta però la promessa ovviamente non venne rispettata. Si arrivò così alla spartizione tra i vincitori di quello che una volta era l’Impero Ottomano: la Palestina fu colonizzata sotto forma di protettorato inglese. Comincia qui il dramma che assumerà presto i contorni di una tragedia senza fine.&nbsp;</p>



<p><strong>2. Il sionismo</strong></p>



<p>Precedentemente, intorno alla metà del 1800, la situazione in Palestina era relativamente tranquilla. La minoranza ebrea, concentrata nelle città sacre alla loro religione, Gerusalemme, Safad, Tiberiade ed Hebron, viveva pacificamente con la stragrande maggioranza araba e con i cristiani. Le tre religioni monoteiste convivevano in pace. Ma altri erano i piani dell’imperialismo occidentale per questo pezzo di terra così strategico per i suoi interessi. Gli stati coloniali europei, alla fine della prima guerra mondiale, si spartiranno il mondo dopo averlo fatto a pezzi. In questo arco temporale nasce il sionismo, una visione coloniale e razzista che si innesta perfettamente all’interno delle logiche capitaliste. Nel 1896 vede la luce&nbsp; il primo programma sionista per la colonizzazione della Palestina, cristallizzato nella famosa frase di Theodoro Herzl “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Peccato che all’epoca 600.000 arabi popolassero 20 città e 800 villaggi. Ma il miraggio di una terra per un popolo senza patria era il carburante giusto per far marciare quel progetto. All’inizio in realtà si prospettarono soluzioni diverse con l’individuazione di paesi con grandi disponibilità di territorio, come l’Argentina o l’Australia. La Palestina però aveva quel maledetto appeal in più, per le implicazioni religiose, per un discutibile passato &#8211; benché assai remoto &#8211; e per l’interesse imperialista su quell’area. Il 2 novembre 1917 Lord Balfour, membro del Gabinetto del Governo inglese, invia la famosa lettera a Lord Rothshild, nella quale si dichiara esplicitamente che <em>il Governo di Sua Maestà vede con favore lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico.</em>&nbsp;</p>



<p>Il paradosso di una situazione di palese violazione di ogni diritto internazionale risulta evidenziata dalla parole dello scrittore ebreo Arthur Koestler che, interpretando la Dichiarazione di Balfour ebbe a dire che quella era una promessa con la quale una nazione (l’Inghilterra) dava ad un altro popolo (ebraico) un territorio appartenente ad un altro popolo (Palestinese) senza alcun coinvolgimento di quest’ultimo (sic!).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il banchiere Rothschild ed il milionario tedesco Hirsh cominciano a finanziare la colonizzazione degli Ebrei in Palestina ed a comprare le terre dai Palestinesi, soprattutto quelle ubicate nei posti più strategici. Chaim Weizmann, che sostituirà Herzl alla guida dell’organizzazione sionista dichiarerà: <em>se la Palestina entrerà nell’area di influenza britannica e se l’Inghilterra incoraggerà l’installazione di Ebrei, sarà possibile introdurre in quel paese un milione di Ebrei che faranno solida guardia al Canale di Suez” </em>(che era stato aperto alla navigazione nel 1869).</p>



<p>Ancor più David Triestsch, scrittore ed economista politico sionista,&nbsp; scrive a Herzl, dopo il primo congresso sionista svoltosi a Basilea in Svizzera, dicendo addirittura che occorreva parlare di “Palestina e Terre Vicine”, visto che non era possibile portare 10 milioni di ebrei su un territorio di soli 25.000 km quadrati. Il progetto imperialista, colonialista, razzista è già lì, pronto a dispiegarsi.&nbsp;</p>



<p>Contro il progetto anglo-sionista che si sviluppa nel corso dell’intero Mandato Inglese dal 1917 al 1948, il popolo palestinese si rivolta dando vita a varie ribellioni,&nbsp; soffocate sempre nel sangue. Con la fine della seconda guerra mondiale l’invasione della Palestina degli ebrei scampati all’Olocausto diviene via via più massiccia.&nbsp; Gli stessi inglesi vorrebbero ora contingentare l’arrivo degli esuli e cominciano ad opporsi all’aggressività delle bande paramilitari sioniste che si rivolge persino contro di loro, perché colpevoli di tentare di porre un freno al processo di afflusso continuo. Così si susseguono attentati terroristici, esecuzioni e omicidi. Fra i più eclatanti l’assassinio dell’assistente e dello stesso conte Lord Bernadotte, che aveva presentato all’ONU un Piano di spartizione non confacente alla voracità sionista, o la distruzione con 500 chili di esplosivo dell’Hotel “King David”, sede della rappresentanza del Governo Britannico. Ma gli interessi americani, che cominciano a manifestarsi per l’area e, soprattutto, l’ondata di sdegno che nel mondo si alza a ripudio degli orrori nazisti ed in favore dei sopravvissuti all’Olocausto, porta a il Regno di sua Maestà a dover optare per una scelta difficile: decidere se scontrarsi con gli ebrei –cosa poco gestibile davanti all’opinione pubblica mondiale- o abbandonare il terreno.&nbsp; Così, dopo avere per anni disarmato la resistenza palestinese e foraggiato militarmente i sionisti, nel 1948 gli inglesi abbandonano la Palestina, lasciando tutto il loro arsenale militare alle bande paramilitari sioniste, come Irgoun (con a capo Begin), la banda Stern con a capo Shamir (che diventerà Primo Ministro), l’Haganah (con a capo Ben Gurion) e simili. Queste bande, embrione del futuro esercito israeliano, e i loro capi, contro i quali gli inglesi avevano addirittura spiccato mandati di cattura internazionale con la pesante accusa di terrorismo, diventeranno personaggi di primo piano nel panorama politico del nascente stato ebraico.</p>



<p>A fine novembre 1947, L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in palese violazione dei diritti all’autodeterminazione del popolo palestinese, aveva votato la spartizione della Palestina fra arabi ed ebrei. Agli ebrei venivano&nbsp; assegnati circa il 57% delle terre a fronte del 43% dei palestinesi. Gerusalemme diventa territorio internazionalizzato. Ma questo non appaga l’appetito dei neo colonialisti. I sanguinosi massacri, come quello del villaggio di&nbsp; Der Yassin alcuni giorni prima della scadenza del Mandato Britannico nel 1948 e l’espulsione forzata attraverso il terrore caratterizzeranno da subito le loro mire espansionistiche. Le popolazioni scappano terrorizzate nei paesi vicini, portando con sé le chiavi delle loro case nell’illusoria speranza di un prossimo ritorno. Che non avverrà: nessun auspicato diritto al ritorno per loro, contemplato invece per tutti i popoli del mondo. 475 villaggi arabi vengono occupati militarmente, 385 rasi al suolo e cancellati persino dalle carte geografiche, le case e le terre espropriate con la scusa del “proprietario assente”. Assenti sì, in quanto in fuga obbligata dal terrore. È l’inizio della Naqba, la Shoah palestinese mai finita, e le migliaia di profughi che scappano dalle bande degli assassini sionisti cominceranno a popolare i campi profughi in Siria, Libano, Giordania e nella stessa Striscia di Gaza. Quei campi, nati nell’immediato per rispondere all’emergenza, sono ancora lì dal 1948. Sempre più numerosi e sempre più affollati, continuano ad esistere fino ai nostri giorni.&nbsp;</p>



<p> Il 15 Maggio 1948 Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele. Dopo solo dieci minuti la Casa Bianca ne annuncia il riconoscimento da parte degli Stati Uniti<strong> </strong>bloccando qualsiasi tentativo internazionale di reazione ed inaugurando quella politica di protezione assoluta verso il più grande amico ed alleato.</p>



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<p><strong>*Nando Primerano</strong>, insegnante, vive e lavora a Reggio Calabria. Ha fatto parte per oltre  dieci anni della redazione della rivista “Sud/Sud” dove si è occupato di Movimenti di Liberazione e Solidarietà Internazionale. Ha pubblicato: <em>I trip dell’elefante</em> (2017), <em>Ci sono storie di donne…</em>(2011), <em>Diario di bordo</em> (2009), <em>Vite desaparecide</em> (2007), <em>Solo fumo è la paura che nasconde il tuo orizzonte</em> (2005), <em>L&#8217;ombrello di Pedro</em> (2003),  <em>La piazza e la montagna</em> (1991), <em>A nueve anos&#8230; è necessario sognare</em> (1988), <em>Il Nicaragua è un dolce che prende il bus </em>(1986).</p>
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