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	<title>CRISI CLIMATICA Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>CRISI CLIMATICA Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>SCIAGURE, DISASTRI E TERRITORIO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2022 15:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[CRISI CLIMATICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>QUANDO SI PERDE DI VISTA IL PROBLEMA Premesso che non si intende qui minimizzare nessun fatto e neanche fare della polemica d’accatto su un fatto come quello di Casamicciola. Proprio per dare dignità ad un accadimento non episodico e non sporadico che ci accingiamo a proporre queste considerazioni. Dicevamo fatto non sporadico e non episodico, [&#8230;]</p>
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<p><strong><em>QUANDO SI PERDE DI VISTA IL PROBLEMA</em></strong></p>



<p>Premesso che non si intende qui minimizzare nessun fatto e neanche fare della polemica d’accatto su un fatto come quello di Casamicciola. Proprio per dare dignità ad un accadimento non episodico e non sporadico che ci accingiamo a proporre queste considerazioni.</p>



<p>Dicevamo fatto non sporadico e non episodico, in quanto più o meno gli ultimi 5-6 lustri, sono avvenuti delle innegabili modifiche climatiche che hanno influenzato il carattere stesso delle precipitazioni. Non che acquazzoni e piovaschi improvvisi e di una certa violenza non ce ne fossero nel passato, ma la loro frequenza e la loro distribuzione era sicuramente differente. Si alternavano con una certa costanza periodi sereni e periodi piovosi, negli ultimi anni la distribuzione delle precipitazioni ha subito una tangibile variazione. Lunghi periodi di precipitazioni scarse o addirittura assenti alternate a brevi periodi di piogge intense e torrenziali[1][2].</p>



<p>Questa premessa è d’obbligo per inquadrare quella parte di “dinamica” difficilmente controllabile da chiunque. Ma la questione non può concludersi solo con la presa d’atto dei cambiamenti climatici e dell’inevitabile ironia del fato. Ci sono fattori che sono assolutamente sotto il controllo dell’operato umano ed è su quelli che in questo momento vorremmo concentrare l’analisi che segue. Un dato che ci sembra immediatamente correlato alle alluvioni disastrose che sconvolgono i centri abitati è quella della mappatura del dissesto idrogeologico; esistono e sono di libera consultazione le mappe di rischio, sia dal punto di vista sismico che idrogeologico e sono efficientemente aggiornate.</p>



<p>Il problema è che queste mappe dovrebbero essere tenute in debita considerazione quando si redigono i piani urbanistici, ma una volta redatti e approvati questi strumenti necessitano degli opportuni aggiornamenti e dovute correzioni. Tutte procedure a carico della Pubblica Amministrazione, che notoriamente anche quando (raramente) eccelle per solerzia è sempre a corto di quattrini. Ma spesso ci si cura assai poco anche di quello già stabilito da tempo, abbandonando il territorio a quella che qualche urbanista particolarmente ironico definì “edilizia spontanea”.</p>



<p>Ora appare abbastanza chiaro che se per un qualsivoglia motivo si costruisce in barba ad ogni principio di buon senso, dove e come si vuole, un sisma o una pioggia particolarmente intensa possono creare danni. Ma se si può anche capire chi in tempi abbastanza lontani ha messo su casa ignorando ordinamenti, rischi ecc. è assai meno comprensibile quando gli abusi avvengono per la seconda terza o quarta casa, e ancor peggio se l’immobile in questione è un B&amp;B o una casa vacanze affittata a settimane a prezzi ben lontani da quelli di una comune residenza. Peggio ancora quando la struttura è un pubblico esercizio come un albergo o un centro benessere. Qui entriamo in un altro discorso, che è decisamente interessante e che interseca l’evoluzione economica del Bel Paese con l’uso del territorio. Se da secoli l’Italia è stata meta di studio e apprezzamento per paesaggi, antichità e buona cucina, da quando il comparto industriale si è ritratto, la produzione di reddito si è spostata sui servizi. All’interno dell&#8217;enorme massa dei servizi possiamo estrapolare il cluster del turismo con il suo indotto complessivo che pesa all’incirca il 13% del PIL [3]. Detto ciò si può comprendere come ci sia stato un certo stimolo alla costruzione di nuove abitazioni soprattutto in posti appetibili dal punto di vista ricettivo, specialmente quelli balneari o sciistici.</p>



<p>A fronte di un fenomeno tangibile e statisticamente comprovato, le scelte dei governi degli ultimi vent’anni circa sono andate nella direzione di un sostanziale sostegno a questo trend. Dal piano casa, ai bonus ed ecobonus per ristrutturazioni, adeguamenti e risanamenti, fino agli incentivi e ai programmi complessi per la realizzazione di nuovi insediamenti ricettivi. Questo processo ha sicuramente pesato non solo sul consumo di suolo ma in certa misura anche sulla situazione idrogeologica di alcuni territori particolari ad alta densità urbana. Negli anni un’altro aggravio alla situazione &#8211; forse il peggiore &#8211; è stato il periodo dei condoni degli anni 2000: un po’ per accattivarsi l&#8217;elettorato, un po’ per fare cassa in tempi di austerity il risultato è che un ingente patrimonio immobiliare assolutamente inadeguato strutturalmente o localizzato in siti ad alto rischio, si trova ancora lì, magari anche sottoposto ad adeguamenti energetici in barba alla sua sicurezza. Un insieme di fattori che concorrono a rendere sempre più complesse le condizioni dei suoli in un contesto già di per sé critico.</p>



<p>Servirebbe uno sforzo politico non da poco per cercare di mettere ordine in questo ginepraio, ma da quell’orecchio i vari governi sembrano non voler sentire. Eppure il PNRR avrebbe potuto essere un ottimo strumento per iniziare un processo di bonifica del rischio sismico e idrogeologico. Invece si è preferito rispolverare tutta la pletora di progetti faraonici della Legge Obiettivo e aprire i rubinetti alle consorterie locali di cementisti e affini invece che strutturare una strategia di reale salvaguardia del patrimonio territoriale italiano. Un peccato che in pochissimi abbiano sollevato obiezioni su dove stavano andando a finire i soldi prestati dall’UE per la ripresa economica. Qualche addetto ai lavori, un pigno di docenti universitari e qualche ambientalista un po’ più assennato. Da attivisti ed ecologisti un sostanziale silenzio, silenziosi anche gli infatuati del biologico, i neocontadinisti ecc. ecc. forse troppo concentrati su Green Pass e vaccini per capire con quali strumenti ci saremo indebitati collettivamente per i prossimi 20-30 anni senza ricevere in cambio nulla, dando anzi agio alle solite cordate finanziarie per aumentare i dividendi o salvarsi da speculazioni andate male.</p>



<p>Ci si chiede quindi cosa riesce a smuovere, oggi, le coscienze del variegato corpo sociale? Quali le tensioni avvertite dalle persone? Appare assai complessa la risposta, ma è utile abbozzarne una, senza ovviamente la pretesa di aver ragione su tutta la linea.</p>



<p>Preliminarmente vale la pena di comprendere cosa sia la società oggi, ossia un insieme non organico di individui; le comunità sono sempre più rarefatte, sostituite dalle organizzazioni di scopo, associazioni, gruppi culturali, gruppi sportivi, comitati di vario tipo. In questa disgregazione ciò che sembra veramente contare sono le libertà individuali, dire e fare ciò che si ritiene giusto. Fin qui in generale non c’è nulla da eccepire, se non fosse che se si va un passo oltre la sfera dell’individuo resta assai poco. Da questa considerazione di base si può forse dedurre l’abbozzo di risposta al quesito che ci siamo posti. Ossia ciò che apparentemente ha smosso migliaia di persone in maniera più o meno spontanea in tutta Italia, più che la situazione mal gestita della pandemia, è stata la limitazione di libertà individuali conseguente all’introduzione del Green Pass. Quello che è interessante far notare è che il Green Pass, per quanto limitante era comunque un provvedimento temporaneo, i debiti contratti per il PNRR sono qualcosa di assai più subdolo e duraturo. A conti fatti se proprio ci si deve indebitare, che quei balzelli servano almeno a qualcosa e non ad arricchire i soliti granai. Questo è assai difficile da comprendere rispetto alle reazioni delle persone. Come sia possibile che non si riesca a percepire l’intero PNRR come qualcosa che non solo limiterà qualcosa nella nostra esistenza futura, ma che sarà il grimaldello col quale si propinano nuove purghe di stampo ultra-liberista. Forse c’è da riflettere maggiormente sulla piega che la società ha preso, cercando di comprendere cosa le persone, più o meno comuni, vogliono realmente. Questa scollatura è lo scotto da pagare per aver abbandonato l’agire politico di strada, nei quartieri e nei territori. Quegli stessi territori che franano letteralmente sotto i nostri piedi, sia in senso fisico che politico.</p>



<p>NOTE:</p>



<p>[1]. cfr. <a href="https://www.isac.cnr.it/climstor/climate/mean_yr_ita_PCP_met.html">https://www.isac.cnr.it/climstor/climate/mean_yr_ita_PCP_met.html</a></p>



<p>[2]. cfr. <a href="http://www.idrologia.polito.it/web2/2019/06/nubifragi-italia-2019/">http://www.idrologia.polito.it/web2/2019/06/nubifragi-italia-2019/</a>&nbsp;</p>



<p>[3]. cfr. <a href="https://www.giovannicarlini.com/piu-industria-rispetto-al-turismo-prof-carlini/">https://www.giovannicarlini.com/piu-industria-rispetto-al-turismo-prof-carlini/</a></p>
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		<title>CRISI ENERGETICA: È TUTTA COLPA DELLE CASALINGHE DI VOGHERA!</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/09/09/crisi-energetica-e-tutta-colpa-delle-casalinghe-di-voghera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Sep 2022 07:07:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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<p>Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ci va giù pesante. In un attimo cade tutta la retorica dei cambiamenti climatici e della Green Economy. La guerra, ancora una volta, è usata dal capitale globale per ammantarsi di emergenza e continuare a perseguire i suoi scopi di massimizzazione dei profitti a danno dell’uomo e dell’ambiente. Il risparmio di 5,3 miliardi di metri cubi di gas fino a marzo 2023 avverrà, secondo il piano, grazie “alla massimizzazione delle 7 centrali a carbone e olio esistenti e al contenimento del riscaldamento invernale (un grado di temperatura in meno, taglio di un’ora dell’accensione giornaliera e periodo ridotto di 15 giorni)”. Questo riporta il Sole 24 Ore del 7 settembre.</p>



<p>Ovviamente nel mirino non sono i consumi industriali, che incidono pesantemente sul bilancio energetico nazionale, ma i consumi privati. Ci sono nobel della fisica che ci insegnano ad usare meno gas per cucinare la pasta. Influencer che ci spiegano come dimezzare il tempo della doccia. Aggeggi casalinghi che aumentano la pressione dell’acqua diminuendone il flusso. Insomma, se c’è crisi è colpa del consumatore! Tutto ciò nonostante i dati dicano il contrario. Scrivevamo a marzo in un articolo analitico sul consumo di energia in Italia: “Analizzando i consumi per comparto risulta che il consumo domestico è pari a circa il 24% del consumo totale. Dato utile quando la propaganda suggerisce che per tagliare i consumi energetici del paese è sufficiente ricordare agli utenti di chiudere le luci e i led rossi delle tv” (l’articolo è consultabile al seguente link: <a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/">https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/</a>).</p>



<p>È proprio quello che temevamo che si accinge a fare il il ministro Cingolani attraverso il suo piano: “misure di contenimento del riscaldamento invernale tra abitazioni private, commercio e uffici, ma senza toccare ospedali e simili (abbassamento di un grado di temperatura, riduzione di 15 giorni per il periodo di accensione e di un’ora per quello giornaliero). A questi si potrebbero aggiungere ulteriori economie chiedendo un contributo anche alle imprese e stimolando «misure comportamentali a costo zero», la cui efficacia, in termini di minori consumi di gas (si stima un taglio di altri 2,9 miliardi di metri cubi), dipenderà da quanto la campagna di sensibilizzazione che il ministero si appresta a lanciare riuscirà a scalfire le abitudini degli italiani. Spingendoli a essere più accorti con elettrodomestici, acqua calda e termosifoni” (fonte: Sole 24 Ore).</p>



<p>Ci immaginiamo già queste vetture della polizia, dei carabinieri forestali e dei vigili urbani che vanno casa per casa per impedire abusi nei condomini. Immaginiamo che le stesse autovetture verranno alimentate a vapore acqueo, più economico e meno inquinante.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh4.googleusercontent.com/W_1W5qvHMyFT7Yj8zqv50GzC_EhmExBNvn-hS1QzU2hKfJVruSZ9zNP0YtbkTyalcvQp7j5qDythwaujWBfqHBhoREbyZn8ywN4vXjMZn9vqhY_T7krl7DB55Z4RZRvP8sOheu6nelUPPg6oTKs63pPFa5m32zk8If20K7m1kTxopLRLSqcPucGLhw" alt=""/></figure>



<p>Nel frattempo, proprio oggi, è previsto lo studio della Commissione Europea sulla questione del mercato TTF di Amsterdam. Qualcuno ha finalmente compreso che gli aumenti energetici non sono dovuti a sovrapprezzi putiniani ma alle quotazioni di borsa europee che rappresentano il vero punto di riferimento per il gas naturale. Si è compreso, di fatto, che più che la guerra ad incidere sulle tasche dei consumatori è la speculazione finanziaria.</p>



<p>“La piattaforma dovrebbe essere sottoposta alla supervisione finanziaria dell’Esma, l’organismo di vigilanza sui mercati. Intanto, secondo uno studio di un centro di ricerca finlandese, nel primo semestre l’export di gas, petrolio e carbone verso l’Unione europea ha fruttato alla Russia entrate per 85 miliardi di euro contro i 113 miliardi dell’intero 2019” (fonte: Sole 24 Ore). Questi sono i dati, la retorica sulla funzionalità delle sanzioni europee alla Russia le lasciamo ai quattro saltimbanchi che occupano i media per questa ennesima tornata elettorale. Si vuole far passare come un attacco virile alla Russia lo stabilimento delle quote massime di vendita del gas naturale quando, al contrario, queste non rappresentano altro che un freno alla speculazione intra-europea.</p>



<p>In effetti uno dei paradossi dell’attuale contingenza economica è rappresentato dal fatto che mentre i prezzi dell’energia schizzano si decuplicano anche i profitti delle aziende del settore. Una delle azioni allo studio è proprio quella dell’uso degli extra-profitti delle aziende del settore energetico per calmierare le bollette. Questo meccanismo è sempre dovuto al fatto che mentre pagano lo stesso prezzo pre-guerra per l’importazione del gas e degli altri combustibili fossili, i prezzi sul mercato borsistico sono schizzati alle stelle nonostante i correttivi dovuti agli aiuti di Stato.&nbsp;</p>



<p>Il canovaccio è sempre uguale: responsabile della crisi è la speculazione finanziaria che colpisce le borse europee, in primo luogo il mercato TTF di Amsterdam. La soluzione indicata dai burocrati è la criminalizzazione della <em>casalinga di Voghera</em> che dovrà farsi qualche esame di coscienza prima di addormentarsi se avrà abusato del gas dei fornelli o fatto una doccia durata più del previsto.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>INCENERITORI: QUANDO IL BUONSENSO VIENE ADDITATO COME “INTEGRALISMO”</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/07/08/inceneritori-quando-il-buonsenso-viene-additato-come-integralismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jul 2022 08:18:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che ci sia certo ambientalismo un po’ sconnesso con la realtà che sarebbe contento di vedere il mondo tornare in un’era imprecisata tra il medioevo e l’età del ferro, ciò non implica che dissentire su un impianto di dubbia utilità voglia dire essere “integralisti”. Abbandoniamo per un momento la questione degli inquinanti e ragioniamo sulla [&#8230;]</p>
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<p>Che ci sia certo ambientalismo un po’ sconnesso con la realtà che sarebbe contento di vedere il mondo tornare in un’era imprecisata tra il medioevo e l’età del ferro, ciò non implica che dissentire su un impianto di dubbia utilità voglia dire essere “integralisti”. Abbandoniamo per un momento la questione degli inquinanti e ragioniamo sulla questione della sostenibilità economica, cioè proviamo a confrontarci realmente sui vantaggi economici degli impianti. Le cosiddette opportunità che la tecnologia della termovalorizzazione mette a disposizione della comunità. Proviamo a mettere in dubbio gli “indiscutibili vantaggi per la comunità”.</p>



<p>Un termovalorizzatore è un impianto utile principalmente a chi lo gestisce e come ricaduta riesce a dare qualche benefit alla comunità che ci vive attorno, ma a quale prezzo? Partiamo dai famosi inceneritori del Nord Europa, tipo quelli con la pista da sci sul tetto (che capolavoro di marketing, chapeau!), ebbene, da un po’ di anni a questa parte, i programmi di gestione dei rifiuti e di riciclo hanno ridotto al minimo il materiale da bruciare. Quindi per continuare ad esistere e giustificare la loro presenza queste installazioni devono importare CSS (combustibile solido secondario) dall’estero. Partiamo da qui per capire meglio alcuni meccanismi del processo di cogenerazione legato all’incenerimento. I fattori che pongono limiti, che potremmo definire strutturali, sono:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Il basso potere calorifico del combustibile che oscilla dai 1800/2000 kcal/kg dei rifiuti indifferenziati ai 3500/4500 kcal/kg per i rifiuti derivanti da una raccolta differenziata ben gestita (CSS).&nbsp;</li><li>La necessità di dover costruire solo impianti di grossa taglia capaci di trattare elevate quantità di rifiuti non inferiori alle 200 tonnellate giornaliere. Tali dimensioni sono necessarie visto e considerato il basso rendimento dell’impianto per la cogenerazione di energia elettrica. Questa caratteristica unita alla complessità e quindi l’elevato costo dell’apparato rendono economicamente sostenibili solo impianti di grandi dimensioni.</li></ul>



<p>A ciò va unito anche il fatto che ci si sta orientando sempre più verso la combustione di CSS invece che del tal quale, sia per le seppur scarsamente restrittive misure antinquinamento, sia per una questione di efficienza e longevità degli impianti. Il tal quale logora velocemente le strutture vista la produzione di sostanze aggressive a base di composti clorati. Mentre il CSS è un combustibile che ha subito un processo di cernita e trattamenti vari che annovera al suo interno principalmente sostanze polimeriche, ossia plastica. Ma per ottenerlo si deve spendere denaro ed energia, quindi la bilancia tende sempre più a sbilanciarsi sui costi piuttosto che sui guadagni, teniamolo ben presente in quanto più avanti tireremo fuori l’asso dalla manica.</p>



<p>Quanto fin qui esposto sta a significare che gli impianti o lavorano a ritmi sostenuti o sono difficilmente giustificabili economicamente. Ciò unito alla necessità di combustibile ad alto potere calorifico delinea chiaramente che il ciclo di termovalorizzazione sia in netto contrasto con la strategia rifiuti zero, tanto sbandierata a destra e a manca, che è poi il pilastro portante dell’economia circolare.</p>



<p>Quindi non appare logico parlare di economia circolare e termovalorizzazione come due processi appartenenti alla medesima strategia. L’economia circolare, pur se ancora con qualche incertezza, è un processo che se realizzato senza la smania di guadagni fantasmagorici può avviare i territori ad una progressiva sottrazione da esigenze esterne. Lo shortage di materie prime e semilavorati degli ultimi mesi, con l’immancabile conseguenza inflattiva, ha messo in evidenza come una seria politica di auto-sostenibilità, avrebbe sicuramente limitato i danni degli shock economici derivanti da COVID e guerra.</p>



<p>Proviamo a vedere cosa si dice a livello europeo della transizione verso un’economia circolare, ed è curioso che apparentemente ci sarebbe posto per la termovalorizzazione. Questo è quanto ha affermato il Comitato europeo delle regioni nel parere relativo al “<em>ruolo della termovalorizzazione nell’economia circolare</em>”, precisando che le soluzioni scelte non devono ostacolare un maggiore ricorso alla prevenzione e al riciclaggio dei rifiuti e alla riutilizzazione dei prodotti, obiettivi prioritari nella gerarchia dei rifiuti. Quest’ultima considerazione apre molti interrogativi che cercheremo di chiarire.&nbsp;</p>



<p>Sempre secondo il comitato, la termovalorizzazione dei rifiuti considerati inevitabili o non più riutilizzabili, effettuata in inceneritori ad alta efficienza e a determinate condizioni, contribuisce infatti all’approvvigionamento energetico e a ridurre significativamente lo smaltimento in discarica. Tuttavia, in un’economia circolare il recupero energetico non deve andare a discapito del riciclaggio, sicché è sempre meglio evitare un sovradimensionamento della capacità dei relativi impianti. Da qui, l’invito del Comitato a “<em>compiere tutti gli sforzi necessari per ridurre la quantità di rifiuti non riciclabili, con particolare attenzione per la prevenzione, lo sviluppo della raccolta differenziata e gli investimenti nelle attività situate a un livello superiore della gerarchia dei rifiuti</em>”.</p>



<p>Appare un po’ anomala questa situazione, se da un lato la pratica industriale suggerisce che un impianto per avere margini di economicità deve essere di grandi dimensioni, dall’altro abbiamo le raccomandazioni europee di non realizzare impianti troppo voraci. Difatti è questo il dilemma cui hanno risposto le repubbliche del nord Europa comprando combustibile da rifiuto dal resto dell’Unione. Impianti troppo grandi per essere “sfamati” con quel che resta da una raccolta differenziata spinta. Sembra abbastanza evidente che differenziata e sostenibilità economica della cogenerazione da incenerimento non vanno molto d’accordo.&nbsp;</p>



<p>Ora quindi si capisce ancora meno la ragione di un ricorso crescente alla termovalorizzazione delle frazioni trattate dei rifiuti urbani. Analizziamo ora per un attimo il rendimento di un impianto che abbiamo detto essere assai inferiore di quello di una centrale termoelettrica propriamente detta. Cerchiamo quindi di capire a cosa si riferisce il Comitato Europeo quando parla di alto rendimento e grande efficienza. Prendiamo qualcosa di certificato, Il termovalorizzatore di Brescia che è uno degli esempi più evoluti della tecnologia. In esercizio dal 1998, con un serie di ragionevoli interventi di adeguamento e upgrading, incenerisce 750.000 t/anno di rifiuti e biomassa, produce 600 GWh elettrici/anno e 800 GWh termici/anno per il teleriscaldamento della città.&nbsp;</p>



<p>Nel 2006 ha vinto l’Industry Award come miglior inceneritore del mondo dalla Columbia University, New York. L’efficienza del recupero energetico è del 29% ed è tra le più alte nel settore a livello mondiale. Ciò significa che di tutta l’energia necessaria al suo funzionamento il 71% viene dissipata all’interno del processo. Viene da chiedersi dove sia il vantaggio economico. Presto detto: la soluzione tipicamente italiana alle diseconomie o alle difficoltà del settore industriale, gli incentivi. Un capolavoro di ingegneria legislativa ha portato tutto il processo di incenerimento all’interno di un ambito “green”. Fin dalla materia combustibile che di nome in nome ha via via abbandonato lo status di rifiuto guadagnando quello di merce, altrimenti sarebbe stato impossibile movimentarla a destra e a manca. Questo processo ha anche portato all’assimilazione della frazione biodegradabile incenerita ad una fonte rinnovabile.&nbsp; In pratica è come se si sostenesse che la produzione di rifiuti urbani sia qualcosa da assimilare ad un ciclo naturale.</p>



<p>Il primo schema di supporto alle fonti energetiche rinnovabili (FER) fu lanciato in Italia nel 1992, includendo negli incentivi tutte le tecnologie FER Elettriche (FER-E), tale schema è noto anche come CIP6. Tale normativa conteneva appunto la nota equiparazione delle fonti rinnovabili propriamente dette a quelle assimilate, ovvero a termiche con utilizzo dei reflui. Queste ultime, caratterizzate da potenze e costi impiantistici superiori di diversi ordini di grandezza alle rinnovabili disponibili all’epoca, hanno velocemente prosciugato il budget degli incentivi in conto capitale di tali leggi (9 e 10 del 1991 e CIP6 del 1992) causando a detta di alcuni analisti, un ritardo nella produzione di vera energia rinnovabile.&nbsp;</p>



<p>Quindi se le borse statali si aprivano con tanta facilità per sostenere impianti strutturalmente assai poco redditizi va da sé che non c’erano molti ostacoli alla loro proliferazione. Questo ha agito come ulteriore freno all’attuazione di strategie di raccolta di recupero e riuso oltre che di differenziata spinta. In alcune regioni gli inceneritori sono spesso stati contrabbandati come unica alternativa all’emergenza rifiuti, giocando sul disagio pubblico e saltando sul fatto che gli impianti mal digeriscono l’immondizia non trattata. Quindi sostanzialmente la cogenerazione è un buon affare solo per chi vi opera, in quanto la collettività pur ricavandone qualche apparente beneficio in realtà ne incassa tutti i costi.</p>



<p>Attualmente l&#8217;incentivazione per le fonti di energia rinnovabili in Italia è prevalentemente basata sui seguenti meccanismi: Certificati Verdi (CV) e tariffa omnicomprensiva, Conto Energia, Conto termico, Contributi comunitari, nazionali e regionali. Ma in soldoni quanto valgono questi incentivi e quanto pesano sul conto energia delle famiglie? Per le assimilate si stimano 13,29 centesimi/kwh.</p>



<p>Per comprendere questa cifra dobbiamo fare una piccola deviazione per approfondire il sistema di questi incentivi e capirne la ratio.&nbsp; Si tratta di un meccanismo piuttosto complesso derivante dalle previsioni del Decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, il cosiddetto decreto Bersani, che ha imposto l’obbligo, per gli operatori che immettono in rete più di 100 GWh/anno, di produrre un quantitativo non inferiore al 2% dell&#8217;elettricità totale attraverso impianti che sfruttano fonti rinnovabili.&nbsp;</p>



<p>La quota è stata poi modificata con successivi incrementi, dello 0,35% dal 2004 al 2006 e dello 0,75% dal 2007 al 2012. Con la Legge 99/09 l’obbligo della percentuale minima di produzione da rinnovabili è stato trasferito sui soggetti che concludono con Terna contratti di dispacciamento di energia elettrica in prelievo e da questi ai distributori di energia elettrica. I produttori da fonti fossili che non riescono a trasformare ogni anno una percentuale della loro produzione da fossile a rinnovabile, devono comperare Certificati Verdi in quantità corrispondente alla quota non trasformata e consegnarla al GSE.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Di contro ai produttori da fonti rinnovabili viene concesso, ogni anno, un Certificato Verde (CV) per ogni MWh prodotto, che essi possono commercializzare, cioè cedere ai produttori da fonti fossili che non hanno raggiunto il risultato richiesto. Un volume di crediti che crea un vero e proprio mercato. Questo sistema di incentivazione viene anche definito a quota, il singolo CV è un titolo annuo di valore pari o multiplo di 1 MWh, relativo alla produzione dell’anno di riferimento e viene utilizzato l’anno successivo depositandolo presso il gestore di rete per essere annullato come prova della quota verde prodotta da parte dell’operatore che lo deposita. È un certificato al portatore conferito sulla base della generazione elettrica netta per tutte le tecnologie elettriche, che può essere scambiato anche più volte tra privati o collocato sulla Borsa dell’energia. I primi CV negoziabili sono stati quelli emessi relativamente alla produzione 2002.</p>



<p>&nbsp;Secondo l’art. 9 del Decreto MICA dell’11 novembre 1999, “<em>&#8230; il prezzo di offerta (del CV), riferito al kWh elettrico, prescinde dalla tipologia della fonte e dell&#8217;impianto cui sono associati i certificati, ed è pari al valore determinato in base al costo medio di acquisto, da parte del gestore della rete, … dell&#8217;energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, limitatamente ai casi in cui vengono riconosciute le componenti correlate ai maggiori costi della specifica tipologia di impianto come definite al titolo II, comma 3, della deliberazione del Comitato interministeriale prezzi del 29 aprile 1992 e con esclusione degli impianti da fonti assimilate, al netto dei ricavi derivanti dalla cessione dell&#8217;energia stessa</em>”.</p>



<p>Il prezzo dei certificati verdi nel 2006 è stato pari a circa 125 €/MWh, valore a cui va aggiunto il prezzo di cessione dell&#8217;energia elettrica sul mercato (oltre 70 €/MWh), per un totale di circa 200 €/MWh. Dal 2009 il prezzo del certificato sommato a quello dell&#8217;energia elettrica ceduta sul mercato è al massimo 180 €/MWh. Un gran bell’incentivo ad armeggiare con combustibili assimilati a rinnovabili. A questo va aggiunto anche che per conferire il materiale combustibile all’inceneritore bisogna pagare 140,00 €/ton. Quindi fra incentivi, energia prodotta immessa in rete a prezzo maggiorato e gli introiti per il conferimento, è più che ovvio che questa strategia sia vantaggiosa solo in quanto c’è chi la mantiene, ossia la collettività, peccato che i guadagni vadano in tasca al gestore che di per sé non rischia nulla avendo a che fare con la gestione di fattori a domanda rigida.&nbsp;</p>



<p>Non c’è alcuna capacità o lungimiranza imprenditoriale dietro a questa tipologia di industria, che se almeno fosse di pubblica gestione comporterebbe un minore esborso in termini di tariffe rifiuti e tariffe energetiche. Non abbiamo neanche sfiorato le questioni ambientali, quelle della salute e del bilancio energetico e dell’ economia locale, più volte approfondite da questa redazione.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>AGRICOLTURA: REALPOLITIK VS GREEN DEAL</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/06/11/agricoltura-realpolitik-vs-green-deal/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2022 08:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nuovi assetti geopolitici, manifestatisi con forza utilizzando il conflitto ucraino, hanno di fatto sepolto le seppur timide e controverse politiche verdi dell’Unione Europea ribadendo che per la fase conflittuale, è riabilitato il carbone al posto del gas, posticipando a tempi migliori la progettazione di impianti rinnovabili e ritornando, in agricoltura, al corso pre-crisi. Sembrano [&#8230;]</p>
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<p>I nuovi assetti geopolitici, manifestatisi con forza utilizzando il conflitto ucraino, hanno di fatto sepolto le seppur timide e controverse politiche verdi dell’Unione Europea ribadendo che per la fase conflittuale, è riabilitato il carbone al posto del gas, posticipando a tempi migliori la progettazione di impianti rinnovabili e ritornando, in agricoltura, al corso pre-crisi. Sembrano passati mille anni dalla strategia &#8220;Dal produttore al consumatore&#8221; che avrebbe consentito, secondo le istituzioni europee, di passare a un sistema alimentare basato sulla sostenibilità, a salvaguardia della sicurezza alimentare e riducendo l&#8217;impronta ambientale e climatica: <em>La strategia stabilisce obiettivi concreti per trasformare il sistema alimentare dell&#8217;UE, che comprendono ridurre del 50% l&#8217;uso di pesticidi e dei rischi correlati, di almeno il 20% l&#8217;uso di fertilizzanti, del 50% le vendite di antimicrobici utilizzati per gli animali d&#8217;allevamento e l&#8217;acquacoltura e infine raggiungere l&#8217;obiettivo di destinare il 25% dei terreni agricoli all&#8217;agricoltura biologica. Propone inoltre misure ambiziose per garantire che l&#8217;opzione più sana sia anche quella più facile per i cittadini dell&#8217;UE, anche grazie a una migliore etichettatura che risponde più adeguatamente alle esigenze dei consumatori circa le informazioni in materia di alimenti sani e sostenibili </em>(<a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_884"><strong><span style="text-decoration: underline;">link</span></strong></a> al comunicato stampa della Commissione europea).</p>



<p>Sotto la scusante della guerra nel cortile d’Europa, si è deciso di premere il pulsante ‘pause’ al programma <em>Farm to Fork</em><strong><em>, </em></strong>implementando deroghe che consentano agli agricoltori di piantare colture in aree di interesse ecologico o utilizzare copiosamente i nitrati, per far fronte all’innalzamento dei prezzi dei fertilizzanti, che erano stati banditi nei programmi ‘verdi’ per tutelare la salute delle acque.</p>



<p>“Il settore agricolo francese punterà all&#8217;’indipendenza agricola’, dando la priorità alla produttività rispetto agli obiettivi dell&#8217;agricoltura sostenibile nel Green Deal dell&#8217;UE per far fronte all&#8217;Europa del dopoguerra in Ucraina”<strong>, </strong>ha detto il presidente francese Emmanuel Macron<strong> </strong>in un’intervista<strong> </strong>del marzo scorso.</p>



<p>Come nel caso del sistema energetico che avrebbe bisogno, per una maggiore sostenibilità ambientale ed economica, di organizzarsi dal basso verso l’alto con tanti piccoli impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili, puntuali e regionalizzati, come nel campo dei rifiuti dove occorrerebbe prevedere piccoli impianti diffusi, ingegnerizzati per smaltire l’afflusso dei residui produttivi e alimentari locali, anche nel commercio agricolo servirebbe una rideterminazione dei mercati verso una strategia a “km zero” che non rimanga uno slogan ma un’efficace alternativa. Tutto ciò è ben descritto nei testi ufficiali dell’UE e completamente ignorati dall’economia reale.</p>



<p>Nel testo della strategia <em>Dal produttore al consumatore</em><strong><em> </em></strong>del 2020 si affermava che la Commissione si porrà l&#8217;obiettivo “di rafforzare la resilienza dei sistemi alimentari regionali e locali, allo scopo di creare filiere più corte, sosterrà la riduzione della dipendenza dai trasporti a lunga distanza (nel 2017 circa 1,3 miliardi di tonnellate di prodotti primari dell&#8217;agricoltura, della silvicoltura e della pesca sono stati trasportati su strada)”.</p>



<p>Nel medesimo testo l’Unione si preoccupa paternalisticamente della nostra salute affermando che gli “attuali modelli di consumo alimentare sono insostenibili sia dal punto di vista della salute sia dal punto di vista ambientale. Nell&#8217;UE l&#8217;assunzione media di energia e il consumo medio di carni rosse, zuccheri, sale e grassi continuano ad eccedere i livelli raccomandati, mentre il consumo di cereali integrali, frutta e verdura, legumi e frutta secca è insufficiente. È fondamentale invertire la tendenza all&#8217;aumento dei tassi di sovrappeso e obesità nell&#8217;UE entro il 2030”. Il tutto ritorna alla responsabilità del singolo individuo e ai suoi modelli dietistici ma nulla si dice degli autori e fautori di tali modelli di consumo. Gli scaffali riempiti di cibi economici ma cancerogeni, i fast food alla moda che sfornano legalmente leccornie a basso prezzo e ad alto potenziale di malattie cardiovascolari, le norme sulla trasformazione agricola con parametri che contemplano soglie di tolleranza &#8211; mai provate in laboratorio specialmente nelle loro interazioni e accumulazioni nell’organismo &#8211; che consentono il commercio di veri e propri veleni, sono tutte realtà permesse dal sistema europeo e perfettamente legali.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Non posso più mangiare la soppressata calabrese fatta dal contadino così come si è fatta per centinaia di anni (il <em>km zero</em> reale…) ma posso mangiare la soppressata fatta dal grande salumificio industriale che deve per legge utilizzare coloranti e conservanti. Non pongo freni al ribasso dei prezzi in agricoltura che obbligano gli agricoltori a far uso di manodopera sottopagata e quantità immani di pesticidi e fertilizzanti al fine di non rischiare annate avverse, attacchi parassitari, ecc. In pandemia blocco immediatamente i mercati contadini all’aperto e di prossimità mentre lascio aperti gli ipermercati al chiuso. Se vi ammalate è colpa vostra, l’UE si preoccupa per voi e vi avverte. Ma quante persone leggeranno la strategia <em>Farm to Fork</em> e quanti cittadini continueranno a fidarsi delle immondizie completamente legali che affollano le corsie dei supermercati con tanto di bollini dop, igt, doc, bio, ecc.?</p>



<p>Una cosa è quello che ci consiglia la ricerca scientifica e che spesso trova posto nei documenti istituzionali, altro è ciò che comanda la realpolitik e il sistema di produzione capitalistico.&nbsp;</p>



<p>Immediata infatti l’avversione delle lobby ai principi verdi dell’Unione. In uno studio finanziato dalla lobby dei pesticidi CropLife, pubblicato ad ottobre 2021, i ricercatori dell&#8217;Università di Wageningen nei Paesi Bassi hanno scoperto che la combinazione di molti degli obiettivi Farm to Fork potrebbe ridurre la produzione alimentare fino al 30% per alcune colture. Immediata la ‘controffensiva’ dei ‘verdi’ che hanno lanciato la loro <a href="https://www.greens-efa.eu/dossier/how-the-farm-to-fork-strategy-can-fix-our-food-system-2/?source=gg_press%20ad_food_2021-09-22"><strong><span style="text-decoration: underline;">controcampagna</span></strong></a> di pressione sulle caselle di posta degli eurodeputati. Gruppi come Slow Food, Humane Society International, Compassion in World Farming e la lobby dei piccoli agricoltori di <a href="https://www.eurovia.org/43608/"><strong><span style="text-decoration: underline;">Via Campesina</span></strong></a> hanno lanciato missive ai legislatori esortandoli a sostenere una transizione all&#8217;agricoltura verde.</p>



<p>Abbiamo già visto sopra com’è finita la partita! Prendendo al balzo l’occasione della guerra ucraina, l’Unione Europea ha deciso di mettere in pausa la strategia agricola verde, ovviamente, dichiarando di lasciare inalterati gli obiettivi in essa contenuti. Cioè, non faremo nulla, non investiremo niente, ma speriamo di raggiungere ugualmente gli obiettivi prefissati, una volta finita la guerra. La stessa storia la sentimmo durante la fase pandemica in più ambiti. Ad esempio in quello sanitario. La pandemia ci ha insegnato questo e quello e quindi nulla sarà come prima. Tanti saranno gli investimenti nella sanità per prevenire e non permettere più una preparazione sanitaria come quella del 2020. Diminuita la pressione virale, scoppiata la guerra, oggi quelle risorse riservate alla sanità sono state spostate per l’acquisto di strumentazione bellica, per aiutare la resistenza ucraina. Non solo non sono aumentati gli investimenti ma, sotto il governo dell’euroburocrate Draghi, sono addirittura diminuiti per ragioni di sicurezza europea (leggi NATO).</p>



<p>SINTESI. La ricerca applicata ai documenti della Commissione Europea andrebbe verso un decentramento produttivo: aziende locali che producono per il territorio di riferimento prodotti biologici. Filiera corta, riduzione dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici, aumento dell’agricoltura naturale e della biodiversità, diminuzione dei pascoli. La politica economica reale sospinta dalle lobby dei produttori agricoli industriali mette in pausa il programma verde per continuare a implementare la produttività a scapito dell’ambiente visto le necessità di guerra: filiera lunga, aumento di pesticidi e fertilizzanti magari con l’aumento dei parametri per utilizzare sui suoli agricoli i fanghi di depurazione, utilizzo di ulteriori terre anche vincolate ecologicamente, sostegno all’allevamento per la produzione autarchica di carni.</p>



<p>Le lobby capitalistiche hanno ragioni che i cuori contadini non possono capire ma che le menti burocratico-politiche ben intendono!</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>VINO NUOVO IN OTRI NUOVI</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2022 09:05:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Agricoltura, economia e guerra Un’intera economia basata sulle energie fossili trascina nella sua débâcle anche l’agricoltura, il manualistico “settore primario” che oggi decade sempre di più nelle percentuali del prodotto interno lordo. “Quando avranno inquinato l&#8217;ultimo fiume, abbattuto l&#8217;ultimo albero, preso l&#8217;ultimo bisonte, pescato l&#8217;ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il [&#8230;]</p>
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<p><strong>Agricoltura, economia e guerra</strong></p>



<p>Un’intera economia basata sulle energie fossili trascina nella sua débâcle anche l’agricoltura, il manualistico “settore primario” che oggi decade sempre di più nelle percentuali del prodotto interno lordo. “Quando avranno inquinato l&#8217;ultimo fiume, abbattuto l&#8217;ultimo albero, preso l&#8217;ultimo bisonte, pescato l&#8217;ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”, profetizzava Toro Seduto.&nbsp; Senza chimica, senza i fertilizzanti derivati dal petrolio pare che non si possa più coltivare. Echi di carestia si alzano nel mondo. Secondo alcuni analisti la guerra in Ucraina avrebbe fatto innalzare il costo dei fertilizzanti del 170%.</p>



<p><em>A lanciare l&#8217;allarme è la Borsa merci telematica italiana (Bmti) che ha effettuato un approfondimento sui listini delle Camere di commercio e delle Borse Merci italiane. Dall&#8217;analisi emergono diffusi aumenti nella settimana che va dal 28 febbraio al 4 marzo, con un +3,8% per l&#8217;urea, attestata sugli 875 euro a tonnellata (+120% rispetto a un anno fa), e un +0,9% per il nitrato ammonico, salito sui 675 euro a tonnellata (+140% rispetto al 2021). Gli incrementi però &#8211; sottolineano a Bmti &#8211; si estendono a tutto il comparto, interessando anche i fertilizzanti a base di potassio e fosforo, con rialzi su base annua del +112% per il cloruro di potassio e del +96% per il perfosfato triplo. L&#8217;area del Mar Nero &#8211; prosegue ancora Bmti &#8211; costituisce, inoltre, uno snodo fondamentale per il commercio globale di questi prodotti, con la Russia primo esportatore mondiale e l&#8217;Ucraina che ricopre un ruolo importante per l&#8217;export dell&#8217;urea (ottavo esportatore mondiale nel 2020), principale elemento nutritivo a base di azoto per le coltivazioni</em> (a questo <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/guerra-ucraina-e-fertilizzanti-preoccupazione-gli-aumenti-record-prezzi-AEwEqjIB"><span style="text-decoration: underline;">link</span></a> l’articolo del <em>Sole 24 Ore</em>).</p>



<p>Secondo altri osservatori un aumento ben più cospicuo del costo dei fertilizzanti è avvenuto a causa del blocco del Covid.</p>



<p><em>Secondo il report di Christine Ro, della BBC, l’anno scorso (e ancora non c’era la guerra in Ucraina) il prezzo dei fertilizzanti si è impennato del 320%. Motivi? L’interruzione della catena degli approvvigionamenti, il costo dei noli marittimi, la fiammata della ripresa post-pandemica, con lo sbilanciamento tra domanda e offerta e l’astronomico rialzo del costo del gas. Che era già alto prima dell’invasione di Putin (</em>a questo <a href="https://www.remocontro.it/2022/05/30/larma-segreta-fertilizzanti-nella-guerra-del-cibo-che-ci-nascondono/?fbclid=IwAR3EJRAuriVdijB8yGzhguynm9rCT4xaMBn6FxQfOxhjMItMNrCVExpbB68"><em><span style="text-decoration: underline;">link</span></em></a><em> </em>l’articolo di approfondimento).</p>



<p><em>Già prima dell’invasione russa dell’Ucraina il commercio mondiale di prodotti agro-alimentari stava vivendo una acuta fase di stress dovuta a prezzi record. Tra le cause, una combinazione di crescenti costi energetici</em><strong><em> </em></strong><em>legati alle tensioni diplomatiche tra i maggiori produttori mondiali di gas e petrolio e il resto della comunità internazionale; le </em><a href="https://www.ft.com/content/8a7cdc0d-99aa-4ef6-ba9a-fd1a1180dc82"><span style="text-decoration: underline;"><em>criticità logistiche e gli ampi sprechi legati al funzionamento </em>just-in-time<em> delle filiere produttive globalizzate investite dalle chiusure e dai ritardi causati dalle politiche di contrasto al COVID-19</em></span></a><em>; e una serie sempre più ricorrente di eventi climatici estremi</em><strong><em> </em></strong><em>verificatisi in Paesi del mondo che ricoprono un ruolo fondamentale nel commercio agroalimentare quali lunghi periodi di siccità in </em><a href="https://www.nytimes.com/2021/12/03/world/americas/brazil-climate-change-barren-land.html"><em><span style="text-decoration: underline;">Brasile, Argentina</span></em></a><em> ed </em><a href="https://www.unep.org/news-and-stories/story/verge-record-drought-east-africa-grapples-new-climate-normal"><em><span style="text-decoration: underline;">Africa Orientale</span></em></a><em> uniti a </em><a href="https://www.bbc.com/news/world-asia-china-58866854"><em><span style="text-decoration: underline;">vaste inondazioni in Cina</span></em></a><em> (</em><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/se-il-granaio-del-mondo-brucia-34881"><em><span style="text-decoration: underline;">link</span></em></a><em> all’articolo dell’ISPI).</em></p>



<p>Secondo l’agronomo Paolo Caruso, “coltivare un ettaro di frumento costa circa 600 euro in più rispetto all’anno scorso. Un terzo dell’aumento riguarda soltanto i fertilizzanti”. L’aumento dei prezzi dei concimi chimici e quello relativo all’energia hanno prodotto una tale situazione che naturalmente si riverbera sui prezzi al dettaglio, rincari del cibo e delle bollette che peseranno evidentemente sugli stipendi fissi dei dipendenti italici.&nbsp;</p>



<p>Se gli aumenti del gas e i relativi aumenti dei fertilizzanti chimici hanno subito aumenti vertiginosi già prima della guerra in Ucraina, molto probabilmente la stessa è usata come foglia di fico per nascondere la deriva sistemica del capitalismo. Così come la pandemia più che essere prevenuta viene curata con i costosissimi vaccini, la carestia globale viene giustificata da una guerra che riguarda un’area relativamente piccola del globo terraqueo. Non si vogliono vedere, anzi si vogliono deliberatamente occultare, i danni sistemici che il modello economico mondiale ci sta procurando. All’alert prodotto da diversi rapporti scientifici che propongono una netta inversione dei modelli produttivi mondiali si risponde con delle pezze per nascondere gli squarci di una tela consunta che sarà destinata a squarci maggiori nei prossimi tempi. Anzi, in verità, lo spauracchio del blocco dell’export russo di gas, ha velocizzato la “riconversione della conversione” europea. Dal trionfalistico Green deal si è immediatamente passati alla ri-conversione a carbone delle industrie e delle centrali da tempo alimentate a gas considerata l’energia ponte, più economica e meno inquinante, verso le rinnovabili. Addio cambiamenti climatici, addio economia verde.</p>



<p>“Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l&#8217;uno e gli altri si conservano” (Mt 9, 16-17).</p>



<p>La scommessa allora non è implementare strategie per mantenere lo status quo dell’economia mondiale trovando dei piccoli correttivi ma come cambiare radicalmente un sistema che ha ampiamente dimostrato di non funzionare, <em>un nuovo otre dove versare un nuovo vino</em>. Ma le abitudini, si sa, sono difficili da correggere e quindi si preferisce, per non scontentare nessuno, continuare a versare vino negli otri vecchi destinati inevitabilmente a rompersi. Sarà colpa di Putin e della sua guerra imperialista o difensiva, a seconda di come la si pensi, sarà colpa della Cina e dei suoi esperimenti virali o della tradizione di mangiare pipistrelli, sarà colpa del destino cinico e baro… tutto pur di non cambiare un modello di sviluppo che invece di inverare le famose “magnifiche sorti e progressive” ci sta conducendo, lentamente ma inesorabilmente, nel baratro dell’inquinamento climalterante, di una stabile pandemia globale e, pare, tra qualche tempo in una carestia senza sbocchi.</p>



<p>Questo dato sarebbe motivo sufficiente per far nascere nuove idee del campo dell’antagonismo mondiale che invece rimane a guardare l’evolversi “dell’internazionale conservatrice”, nazionalista e razzista. Divisi in mille rivoli che inseguono sempre le falle del sistema moribondo, aggredendo la coda invece che attaccarsi alla testa del flusso degli eventi per provare ad analizzarli e dirigerli verso prospettive nuove. Mentre i reparti nazisti dell’esercito Ucraino diventano i nuovi eroi della resistenza europea, mentre ideologie occultiste e razziste stanno alla base dei nuovi <em>maître-à-penser</em> di destra, mentre la Meloni vola nei sondaggi, la sinistra internazionale, istituzionale e non, pensa ai diritti civili LGBTQ, al gender fluid, al diritto dei migranti ad essere sfruttati ‘decorosamente’ dal capitale in un campo di concentramento coltivato a pomodori,&nbsp; al problema &#8211; sollevato dal segretario del Pd Letta poco tempo fa &#8211; dell’apertura del sacerdozio alle donne; tutte questioni ben tollerate e addirittura sponsorizzate dal mainstream. Proposte di ‘costume’ (passateci il termine) e mai declinate come si dovrebbe, come forme di dominio del capitale. Proposte che non scalfiscono il modo di produzione e riproduzione imperante. Nessun cenno alle dinamiche dell’automazione, del lavoro sempre più inesistente, precario e parcellizzato nel nord del mondo con i lavori usuranti spostati strategicamente nel sud del globo. Informatica e automazione in occidente, opifici tradizionali in oriente: <em>possiamo affermare, senza tema di smentite, che se si fermano Cina, India, Pakistan e altri importanti pezzi del mosaico asiatico si ferma l’intera produzione mondiale.&nbsp; Semplicemente perché negli ultimi 30-35 anni abbiamo designato quei luoghi come quelli preposti alla produzione manifatturiera e in special modo i passaggi produttivi meno remunerativi o più costosi in termini di lavoro e più impattanti a livello ambientale</em> (da un recente <a href="https://www.malanova.info/2022/05/26/capitale-e-natura-le-strategie-di-smaltimento-e-il-mantra-della-decarbonizzazione/"><span style="text-decoration: underline;">articolo</span></a> di Malanova).</p>



<p>Oggi, però, in epoca di conflittualità geopolitica, ci si accorge che in molti campi la Russia, la Cina, l’India sono ormai indispensabili, perché i fertilizzanti si producono lì come gran parte delle altre merci fondamentali che poi vengono impacchettate e distribuite da Amazon o pubblicizzate da Google. Gli stessi dazi e le stesse sanzioni spesso si ritorcono contro le economie di chi le ha comminate. Un esempio su tutti per ritornare al tema: pare che il costo dei fertilizzanti non sia decuplicato a causa della stretta russa mai avvenuta ma a causa dei dazi imposti dall’occidente e le minori importazioni: <em>L’inasprimento delle tensioni sui mercati delle materie prime dei diversi comparti da fine febbraio 2022 (energia, metalli, non metalli, fertilizzanti, derrate agricole) è dipeso dal fatto che Russia e Ucraina, e in misura minore anche la Bielorussia, sono tra i principali fornitori mondiali di queste commodity. I tre paesi, infatti, detengono quote molto elevate dell’export mondiale di diverse commodity. […] Presi insieme, i due paesi arrivano quasi al 25% dell’export mondiale di grano. Per il mais, Russia e Ucraina esportano circa il 17,5% su scala globale. […] Ricadute economiche delle cosiddette “auto-sanzioni” da parte dei paesi occidentali, mossi in alcuni casi dalla volontà di ridurre i propri rapporti commerciali con l’economia russa per motivazioni reputazionali e/o legali: l’eventuale interruzione, anche temporanea, dell’import di qualche materia prima dalla Russia (sebbene le sanzioni ufficiali non lo prevedano) inevitabilmente contribuirebbe ad acuire la tensione sui mercati e quindi sui prezzi, perché ridurrebbe l’offerta effettivamente disponibile di quella specifica commodity (</em>Centro Studi Confindustria<em>,</em><a href="https://doc.confindustria.vicenza.it/sito/docweb.nsf/0/01BCD942C166944EC125881B00429319/$File/Rapporto_di_previsione_CSC_020422_Confindustria.pdf"> <em><span style="text-decoration: underline;">L’economia italiana alla prova del conflitto in Ucraina</span></em></a><em>, 2022).</em></p>



<p>La propaganda di guerra e il clima emergenziale, come al solito, sono utilizzati come strumento di governance per ricalibrare le politiche economiche a danno dei popoli e dell’ambiente. Non si parla più dell’inversione verde che aveva caratterizzato tutto il dibattito pre e post covid. Rimangono sulla carta, certo, gli obiettivi prefissati ma non le azioni che avrebbero dovuto essere compiute per avere da qui a 30 anni una reale diminuzione delle emissioni inquinanti e climalteranti e un autentico impatto sui cambiamenti climatici. Non che fossimo appassionati del programma farlocco che andava sotto il nome di Green Deal (Malanova, <a href="https://www.malanova.info/2022/05/26/capitale-e-natura-le-strategie-di-smaltimento-e-il-mantra-della-decarbonizzazione/"><span style="text-decoration: underline;">Capitale e natura: le strategie di smaltimento e il mantra della decarbonizzazione</span></a>, 2022) ma oggi cade anche l’ultima foglia di fico che copriva, colorandola di verde, l’immane tragedia che vivremo se nessuno avrà il coraggio di proporre una vera inversione sistemica. Questa tragedia, non giriamoci intorno, ha il nome di capitalismo.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>CAPITALE E NATURA: LE STRATEGIE DI SMALTIMENTO E IL MANTRA DELLA DECARBONIZZAZIONE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 May 2022 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[CRISI CLIMATICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che il profitto sia il vettore principale che spinge il “progresso” occidentale non dovrebbe più essere un mistero per nessuno, o quantomeno non dovrebbe più suonare come una provocazione fatta da qualche sovversivo. È oramai un dato di fatto, o meglio è un fatto normalizzato e assunto come evidenza. Se quindi il profitto deve sempre [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che il profitto sia il vettore principale che spinge il “progresso” occidentale non dovrebbe più essere un mistero per nessuno, o quantomeno non dovrebbe più suonare come una provocazione fatta da qualche sovversivo. È oramai un dato di fatto, o meglio è un fatto normalizzato e assunto come evidenza. Se quindi il profitto deve sempre e comunque essere presente in ogni attività è assai strano attendersi un cambiamento radicale che preveda una ridefinizione dei presupposti base del sistema di riproduzione capitalista.</p>



<p>Quindi potremmo immediatamente sgomberare il campo da alcuni ostacoli, tipo credere che il green deal sia l’inizio di un ribaltamento di paradigma. Tutti i cambiamenti che non avvengono in antitesi al modo di riproduzione capitalista sono compatibili e complementari con lo status quo. Partiamo quindi con un piccolo postulato (che non è neanche tanto infondato vista la ritrosia al cambiamento strutturale in atto da circa 50 anni) cioè: che tutti i cambiamenti che mettono in discussione il modo di riproduzione capitalista non vengono accettati dal sistema. Useremo questa affermazione per cercare di analizzare quanto accade fuori e dentro la porta di casa nostra, sia esso il domicilio, il quartiere, l’area urbana o la nazione nei quali viviamo.</p>



<p>Partiamo dal generale. Parlando di processi di lotta al cambiamento climatico, si possono eliminare forse alcune storture in alcune aree geografiche specifiche, ma non sembra ci siano i presupposti per innescare il necessario cambiamento radicale su base mondiale per salvare il pianeta. Da Glasgow a Parigi il mantra contro le emissioni di gas serra è sempre il medesimo, i paesi in fase espansiva non accettano restrizioni. Ma è forse tutta colpa loro? Possiamo affermare, senza tema di smentite, che se si fermano Cina, India, Pakistan e altri importanti pezzi del mosaico asiatico si ferma l’intera produzione mondiale.&nbsp; Semplicemente perché negli ultimi 30-35 anni abbiamo designato quei luoghi come quelli preposti alla produzione manifatturiera e in special modo i passaggi produttivi meno remunerativi o più costosi in termini di lavoro e più impattanti a livello ambientale.&nbsp;</p>



<p>Ora se il greenwashing riguarda solo l&#8217;occidente (leggi sono USA, UE e&nbsp; Canada), che per inciso hanno già da tempo spostato le fasi più inquinanti della produzione altrove, capiamo bene che di tutto stiamo parlando fuorché di qualcosa di realmente nuovo. Con buona pace degli entusiasti ambientalisti istituzionali, associazionistici e parastatali che plaudono al “coraggio del cambiamento”. Va da sé che quindi la decarbonizzazione e la lotta ai cambiamenti climatici proposti in salsa capitalista non potranno mai cambiare di una virgola la condizione necessaria del sistema, ossia il profitto, queste più che strategie di cambiamento sembrano palliativi per procrastinare lo status quo piuttosto che una cura per il pianeta.&nbsp;</p>



<p>In questo discorso sulle buone intenzioni si fa spesso riferimento all’economia circolare, al recupero, al riuso ecc. ma difficilmente queste “buone pratiche” avranno vita facile in questa fase storica. Infatti in questa nostra epoca è più la carenza di risorse o la diseconomicità della loro estrazione a preoccupare piuttosto che i disastri climatici. O nella migliore delle ipotesi i cambiamenti climatici stanno minando alcuni interessi specifici da qui la “corsa ai ripari”.&nbsp; Ma più che una corsa per la salvezza del pianeta appare sempre più una corsa per salvare il costante circolo dei flussi di capitale (cfr. D. Harvey, “l’enigma del capitale”, 2018, Feltrinelli.), ed è probabilmente in quest’ottica che devono essere interpretate le azioni governative degli ultimi due anni.&nbsp;</p>



<p>Il green deal quindi passa dal revamping industriale all’ottimizzazione dei prodotti secondari di vari processi chimici e chimico-fisici (cfr. Malanova, <a href="https://www.malanova.info/2021/05/21/limbroglio-neocoloniale-dellidrogeno-una-proposta-di-lettura-del-pnrr/"><em><strong><span style="text-decoration: underline;">L’imbroglio neocoloniale dell’idrogeno: una proposta di lettura del PNRR</span></strong></em></a>, 2021) quindi una sostanziale ottimizzazione e massimizzazione di processi obsoleti e vantaggiosi solo per chi li gestisce. Per questo motivo In questi tempi è sempre più forte l’azione dello Stato per salvaguardare la riproduzione capitalista, potenziando l’impalcatura normativa e portando all’estremo le interpretazioni e le ratio legislative e, sostanzialmente, pagando il processo di “ammodernamento” del comparto produttivo. Non senza ovviamente provocare grossolani cortocircuiti tra intenti ecologici e pratiche economiche.</p>



<p>Una delle più grossolane contraddizioni si annida nelle fonti energetiche rinnovabili, o assimilate, in questa piccola estensione del significato o della copertura normativa, si concentra una delle speculazioni più danarose e meglio riuscite degli ultimi vent’anni. Il concetto di “rinnovabile” non ha direttamente un significato ecologico, sta semplicemente a significare che un certo processo si rinnova fornendo nuovi input per i cicli successivi. Immaginiamo un ciclo produttivo agricolo, ad esempio il grano,&nbsp; vedremo che la produzione genera alcuni scarti che forniscono nutrimento per gli animali e le deiezioni degli stessi fertilizzano il terreno garantendo il riavvio del processo. Ora per le fonti energetiche come sole, aria, moto ondoso, acqua ecc., il processo di produzione non consuma la risorsa, la quale si ripresenta identica a sé stessa ad ogni ciclo.&nbsp;</p>



<p>Ma quando si associa al significato di fonte energetica rinnovabile l’output di un ciclo di consumo come urbano, il cortocircuito è più che evidente. La fonte in sé sarà anche rinnovabile nel senso di provenire da una continua produzione di materie di scarto, ma il senso del suo essere fonte energetica è assolutamente discutibile tanto per questioni tecniche, sanitarie ed economiche quanto per ragioni politiche. Al di là della mera motivazione dell’inquinamento. Il processo di incenerimento e valorizzazione energetica del calore prodotto vanno pensati all&#8217;interno di sistema nel quale questo passaggio non è la fase finale.&nbsp;</p>



<p>Tenteremo quindi di delineare la strategia che sorregge tutto il sistema di smaltimento cercando di delineare le tacite accettazioni insite nel processo e le contraddizioni economiche e politiche più che rispolverare le pur legittime controindicazioni del processo di incenerimento in sé. Ragioniamo un momento sul significato di CDR (Combustibile Da Rifiuto) e sul processo che lo genera. Abbiamo un costante produzione di rifiuti che viene data per assodata. Già questo primo passaggio ha in sé delle contraddizioni. Accettare lo status quo come un fatto ineliminabile, quindi come un dato assodato al quale semplicemente bisogna trovare soluzioni innovative è già di per sé qualcosa che deve essere analizzato.&nbsp;</p>



<p>Se affermiamo che una città produce quotidianamente alcune centinaia o alcune migliaia di tonnellate di spazzatura e non ci chiediamo se c’è la possibilità di ridurre la produzione alla radice, vuol dire che diamo per scontato questo dato, come diamo per scontato il fatto che ogni giorno il sole ci investe con una forza radiante di milioni di MegaWatt di energia. Ma mentre risulta un po’ difficile spegnere il sole forse è un po’ meno complicato capire se possiamo ridurre il problema della produzione di rifiuti. Non indugeremo molto sulla strategia “rifiuti zero” (sulla proposta <a href="https://lickreperca.blogspot.com/2019/04/scarica-rifiuti-zero-una-rivoluzione-in.html"><strong><span style="text-decoration: underline;">Zero-Waste</span></strong></a> di Paul Connett non le scopiazzature di quart’ordine) ma è ovvio che il processo di riduzione a monte del rifiuto riguarda la fase produttiva, quindi bisogna andare a scomodare i profitti.&nbsp;</p>



<p>Ricordando il postulato enunciato all’inizio, non si può scomodare il profitto quindi la strategia rifiuti zero non si può applicare in senso pieno ma solo quelle parti che non vanno ad incidere sui guadagni. Da qui la narrazione tossica: si mantiene il nome accattivante “rifiuti zero” per poi annacquare il tutto in strategie che di zero hanno assai poco. Da qui i discorsi sull’economia circolare ovviamente dirottata alla preservazione del profitto più che alla salvaguardia del pianeta (cfr. Malanova, <a href="https://www.malanova.info/2019/11/24/economia-circolare-per-i-soliti-circoli-viziosi/"><em><strong><span style="text-decoration: underline;">Economia circolare (per i soliti circoli viziosi)</span></strong></em></a>, 2019). Volendo prendere quel che di buono potrebbe esserci, troviamo comunque dei paradossi macroscopici dal momento che i Piani Regionali per la Gestione dei Rifiuti, spingono per la raccolta differenziata e l&#8217;implementazione di filiere di recupero e riuso in virtù dei benefici dell’economia circolare.&nbsp;</p>



<p>Peccato però che poi sempre negli stessi programmi trovano posto anche disposizioni per nuovi impianti di incenerimento. Premesso che tali sistemi tutto sono fuorché impianti di valorizzazione di alcunché di diverso dal profitto di chi li gestisce, appare macroscopica la contraddizione fra le buone intenzioni di andare verso un processo a rifiuti zero e l’implementazione di impianti di incenerimento. Se da un lato fino al 2019 si assisteva ad un lento trend di dismissione di impianti, dall&#8217;altro, post pandemia, il PNRR sembra letteralmente riaccendere la corsa a nuovi impianti.&nbsp;</p>



<p>Osservando i dati ISPRA si nota che: “<em>Nel 2019, i rifiuti urbani inceneriti, comprensivi del CSS, della frazione secca e del bioessiccato ottenuti dal trattamento dei rifiuti urbani stessi, sono oltre 5,5 milioni di tonnellate (-0,9% rispetto al 2018). Il 70,7% di questi rifiuti viene trattato al Nord, il 10,3% al Centro e il 19% al Sud (Figura 1). Dal confronto con l’annualità precedente, nel 2019, si osservano decrementi delle quantità incenerite di RU nelle macro aree del Nord e del Centro, rispettivamente dell’ 1% e del 3,1%, mentre nel Sud Italia si osserva una crescita dello 0,9%. In totale a livello nazionale sono state trattate circa 50 mila tonnellate in meno al 2018. Gli impianti di incenerimento operativi nel 2019 in Italia sono 37, di cui 26 localizzati al Nord, 5 al Centro e 6 al Sud. In particolare in Lombardia e in Emilia-Romagna sono presenti rispettivamente 13 e 8 impianti operativi che, nel 2019, hanno trattato complessivamente 2,9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, rappresentanti oltre il 50% del totale incenerito in Italia. La quantità dei rifiuti urbani inceneriti sul totale dei prodotti si attesta nel 2019 a oltre il 18% con una crescita rispetto al 2007 di quasi 6 punti percentuali (Fig.2).</em>”</p>



<p class="has-text-align-left">Da quanto emerge quindi dall’indagine ISPRA, analizzando il trend del numero di impianti e del quantitativo di rifiuti prodotti si assiste ad un processo in controtendenza rispetto ai desiderata dei piani di gestione dei rifiuti. Praticamente ogni Piano regionale di gestioni dei rifiuti parte con le premesse di sostenibilità, di implementare le filiere del riciclo, del riuso innescare circuiti imprenditoriali sulla gestione ecologica e smart dei rifiuti e ovviamente spingere la differenziata verso il massimo consentito dall’attuale tecnologia. I dati dicono invece qualcosa di diverso: se il quantitativo di rifiuti presenta una tendenza alla diminuzione, quello dell’incenerimento aumenta (Fig.2).&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-left"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="574" height="307" src="https://lh3.googleusercontent.com/-iFDxN6HH_DO_cRGM8i0IQwXzYMemLwbjv3CXFRiWjmi5YhqVZR_OwDpKFIg-qEZoTTtABDezXyumyqqPXn7Tz2bfmIX-qPGdS9N0RjMgCZ2Q2YltWqnjzX0rFw5zkv5XhArMt0YLiUlIDtOxg"></p>



<p class="has-text-align-left has-small-font-size"><em>Fig. 1 Dati relativi al rapporto Rifiuti prodotti e rifiuti inceneriti</em></p>



<p class="has-text-align-left">Va da sé che se il quantitativo incenerito tende ad aumentare, vuol dire che ci sono meno materie prime seconde da riprocessare e più combustibili fossili consumati. Rispetto quindi alla programmazione europea sembra che si vada in controtendenza.&nbsp;<br><img decoding="async" src="https://lh4.googleusercontent.com/5NUfC3Ss8EzB1JsljHCrKVjvLrqulAZfTl1FBHdC7IZi_RRsdpttPQg8jAKYffJ5j4NdpvUnmciRjJmttuJZbvcNlZGJadR0ce7Ma1lLSfOLOIb5BRvjwjxPPLBAYiRoEzEPN9rYWaU-aaAf3A" width="612" height="316"></p>



<p class="has-text-align-left has-small-font-size">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fig. 2a Totale dei rifiuti inceneriti a livello nazionale</p>



<p>Il 2019 sembra quindi uno spartiacque nel processo di incenerimento, difatti si ha un trend di crescita dell’incenerimento con una diminuzione degli impianti (Fig.2a e 2b), il che vuol dire che c’è stato un processo di ottimizzazione delle strutture a fronte di un aumento del quantitativo incenerito. Ma dopo il 2019 interviene il PNRR che sostanzialmente ribalta la tendenza della riduzione di impianti operanti e spinge per una riconfigurazione del sistema di incenerimento con un occhio al sud Italia, nell’ottica di aprire nuovi impianti.&nbsp;<br><img decoding="async" src="https://lh4.googleusercontent.com/ZJNHPTYLaNp1BXaLokSr2vyolC7JbGDbmkjnH9xEBjGsjPxCZtJiOs8gQo8_GqkR2nhb7epVJqIxy2SQ9_2vJOE72Ugrn78N-NkhfYxrqzVawFfyzhMFCQzeP9bswuMhaIyzyAtboRMLSfcAcg" width="543" height="298"></p>



<p class="has-small-font-size"><em>Fig.2b Numero totale di impianti di inc</em>enerimento presenti e attivi in Italia</p>



<p>Per alimentare le voraci tramogge di un inceneritore che debba andare a regime, servono mediamente circa 100.000 tonnellate di rifiuti trattati all’anno, il che vuol dire che in regioni non molto popolose è assai difficile mantenere a regime un impianto. Questo ci spinge a fare due considerazioni: o in quelle regioni (Calabria e Sicilia in primis) si decide di non servirsi più delle discariche e di bruciare il tal quale &#8211; ipotesi che difficilmente può trovare riscontro nella realtà &#8211; oppure si inceneriranno rifiuti provenienti da altri luoghi nazionali europei o addirittura extraeuropei. Nell’ultimo grafico possiamo farci un’idea di quella che è la tendenza nella produzione di rifiuti urbani nel mezzogiorno (Fig.3).</p>



<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://lh4.googleusercontent.com/gtXRRl9txFIDwTyGkLGfd4XnDmAU6Z9B8uQmwWYTSjPYZrFA2mf1PQpMmyw0U3044bBZRZwdvxi75HzYSirQJaK6tkYsdn2QQh-SjYgcqFnaG1Jj3Z8NN8VU9uBkCSppqpAgVurV2CcD0mf8kw" width="602" height="288"></p>



<p class="has-small-font-size"><em>Fig.3  totale rifiuti prodotti nel Meridione d&#8217;Italia</em></p>



<p>Da ciò si evidenzia la tendenza decisamente in calo della produzione di rifiuti, che dovrebbe quindi stimolare tutt’altro ragionamento, ossia il fatto che forse, per quanto mal gestita, la raccolta differenziata sta producendo qualche effetto. che unito al trend di spopolamento del sud (da fonte ISTAT circa 880.000 abitanti in meno dal 2014 al 2019) dovrebbe far riflettere sulla reale necessità di tali impianti. Altra considerazione necessaria a conclusione di queste poche righe, è quella che dovrebbe spingere le popolazioni locali a chiedersi il perché del revival dell’incenerimento quando anche le tanto citate “democrazie del Nord Europa” stanno cominciando a smantellare i loro inceneritori. Non basta un semplice NO! per comprendere le motivazioni profonde che orientano le pubbliche amministrazioni a scegliere questa tipologia di processi di gestione dei rifiuti. Al di là delle emergenze rifiuti pluriennali e i vari commissariamenti, quello che appare chiaro è che ai fini speculativi questi impianti sono perfetti, a suon di incentivi li si tiene operativi e si ammortizzano abbondantemente le spese, si viene pagati per ogni grammo di immondizia che finisce dentro al forno, in barba al fatto che che sperperano molta più energia di quanta non ne producano. Inoltre il Parlamento Europeo, in Commissione Ambiente, ha deciso che dal 2026 le emissioni degli inceneritori dovranno essere pagate, secondo i principi dell’<em>Emission Trading System</em> europeo, da cui finora questo tipo di impianti era esentato. Quindi le cose sono due, o aumentano ancora di più i prelievi in bolletta (CIP6) o aumentano le tariffe per il conferimento dei rifiuti, non sembra ci sia altro modo per tenere in piedi questo circuito.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/26/capitale-e-natura-le-strategie-di-smaltimento-e-il-mantra-della-decarbonizzazione/">CAPITALE E NATURA: LE STRATEGIE DI SMALTIMENTO E IL MANTRA DELLA DECARBONIZZAZIONE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>LE COMUNITÀ RINNOVABILI (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/04/15/le-comunita-rinnovabili-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2022 07:06:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[CRISI CLIMATICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’articolo del 30 ottobre 2020 di Vincenzo Miliucci ospitato dalla nostra rivista si proponeva una “transizione “all’energia 100% rinnovabile + risparmio” accelerata e consolidata attraverso “l’autoproduzione e le comunità energetiche territoriali”. Passando così da un sistema centralizzato dove dominano le multinazionali dell’energia (Enel, Eni, Edison, Eon, le multiutility A2A-Hera-Iren-Acea e altre) ad un “sistema territoriale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/04/15/le-comunita-rinnovabili-ii/">LE COMUNITÀ RINNOVABILI (II)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell’articolo del 30 ottobre 2020 di Vincenzo Miliucci ospitato dalla nostra rivista si proponeva una “transizione “all’energia 100% rinnovabile + risparmio” accelerata e consolidata attraverso “l’autoproduzione e le comunità energetiche territoriali”. Passando così da un sistema centralizzato dove dominano le multinazionali dell’energia (Enel, Eni, Edison, Eon, le multiutility A2A-Hera-Iren-Acea e altre) ad un “sistema territoriale dal basso, a km zero, dove l’energia diventa bene comune nella disponibilità della cittadinanza produttrice-consumatrice e custode dell’ecosistema” (Malanova, <em>Energia. Transizione e comunità energetica</em>, 30 ottobre 2020. L’articolo è consultabile al seguente URL:&nbsp; (<a href="https://www.malanova.info/2020/10/30/energia-transizione-e-comunita-energetica/">https://www.malanova.info/2020/10/30/energia-transizione-e-comunita-energetica/</a>).</p>



<p>In un articolo più recente, come redazione, mettevamo in guardia sulla sussunzione sempre possibile del capitale di ogni concetto, anche quello più radicale. Di fatto “oggi l’ideologia delle “alternative” ha imbrigliato il movimento in un’ottica di subalternità al dominio capitalista che produce il meccanismo degli “esperti” di movimento per cui, ad ogni azione del capitale, corrisponde una controproposta di aggiustamento, in un quadro di sostenibilità e mai di rottura. Si assiste, dunque, alla piena compatibilità sistemica, perché le energie alternative non sono “neutrali”, nel senso che non basta solo ipotizzarle come prospettiva – o magari usarle prima del capitale – per considerarle al riparo dal sistema predatorio capitalista; le fonti di cui parliamo sono già fatte proprie dal sistema energetico internazionale e qualsiasi controproposta progettuale dal basso, se resta interna al quadro delle proposte di riforma che il capitale si è dato, diventa immediatamente integrabile e sussumibile” (Malanova, <em>L’imbroglio delle energie alternative</em>, 31 maggio 2021. L’articolo è consultabile al seguente URL: <a href="https://www.malanova.info/2021/05/31/limbroglio-delle-energie-alternative/">https://www.malanova.info/2021/05/31/limbroglio-delle-energie-alternative/</a>).</p>



<p>Di fatto nel PNRR sono previste risorse per ben 2,2 miliardi, destinati a finanziare la nascita di Comunità di Energia Rinnovabile. E quando è l’istituzione ad agire dall’alto, la normalizzazione sistemica sta nelle cose.</p>



<p>Avendo ben chiara questa base teorica, senza pregiudizi, vediamo come stanno fiorendo alcuni tentativi comunitari, nuovi e antichi, su base comunale che tentano di attuare piccole trasformazioni nel senso di una proposta produttiva energetica diffusa, territoriale e gestita collettivamente. Ci sarà tempo per valutare la reale alternatività ed incompatibilità di queste sperimentazioni.</p>



<p>Ad esempio, il Comune di Biccari che sorge nella provincia di Foggia, e conta circa 2.700 abitanti, esprime da tempo una propensione verso le energie rinnovabili con particolare riferimento al fotovoltaico. Negli ultimi anni in questo piccolo borgo montano dell’estremo sud si sono installati pannelli fotovoltaici per una potenza complessiva di 200 kW. Questo esperimento è partito dagli edifici pubblici e dell&#8217;illuminazione cittadina implementata con lampade a LED e lampioni fotovoltaici posizionati nelle aree rurali e nelle contrade periferiche. Forte di questa piccola esperienza, l’amministrazione comunale prova oggi a sperimentare un percorso di Comunità Energetica Rinnovabile aiutata da una Cooperativa di Comunità già presente ed operante sul territorio.&nbsp;</p>



<p>Il Sindaco del borgo pugliese a fine 2021 ha presentato il progetto che si propone di investire 90 mila euro come base per l’avvio dell installazione a regime di 51 MW partendo dalle palazzine dell’Arca Capitanata (l’agenzia regionale per</p>



<p>le Case Popolari). Il passo successivo è quello di sensibilizzare l’intera popolazione per arrivare a rendere indipendente energeticamente l’intera comunità cominciando dal coinvolgimento di almeno 70 famiglie per la costituzione della prima comunità rinnovabile. Il progetto non si sviluppa su base individuale ma comunitaria. Chi partecipa alla comunità energetica, infatti, ha un risparmio percentuale in base ai consumi e soprattutto alla capacità produttiva degli impianti installati nel comune. Anche qui si prefigura la possibilità di un mix di produzioni che tiene dentro, oltre al fotovoltaico, il microeolico, la micro biomasse e l’accumulo di idrogeno. La comunità energetica produce, autoconsuma e vende il surplus di energia che ritorna come contributo agli aderenti fino all’azzeramento della bolletta. Al momento è possibile fare progetti fino a 200 Kw ma in un prossimo futuro la legislazione prevederà impianti più grandi fino ai 1000 kw, impianti di quartiere o zonali. Il comune prevede di iniziare con il finanziamento di due primi impianti la cui energia è utilizzata direttamente dagli abitanti della case popolari e da tutti quegli utenti che aderiranno alla comunità e che risiedono all’interno della zona servita dalla cabina secondaria. L’adesione non prevede la partecipazione agli investimenti ma solo una quota simbolica di 10 euro per entrare nella comunità. Tutto questo avviene, come sempre, non senza incoerenze visto che nello stesso territorio dei Monti Dauni ci sono contemporaneamente forti interessamenti da parte delle multinazionali per installare alcuni parchi eolici capaci di sfruttare i venti della zona. Progetti grandi e piccoli. Dicevamo pericoli di appropriazione indebita da parte del capitale di intuizioni di per sé positive e alternative (R. Zingaro, <em>Parte la Comunità Energetica di Biccari con partner pubblici e privati</em>, l’Attacco, 10 dicembre 2021. L’articolo è consultabile al seguente URL: (<a href="https://www.lattacco.it/it/economia/59-innovazione/18406-parte-la-comunita-energetica-di-biccari-con-partner-pubblici-e-privati">https://www.lattacco.it/it/economia/59-innovazione/18406-parte-la-comunita-energetica-di-biccari-con-partner-pubblici-e-privati</a>).</p>



<p>Non possiamo non occuparci della Comunità energetica dell’Angitola. Parte da Filadelfia, un piccolo comune calabrese della Provincia di Vibo Valentia, per espandersi su tutti i comuni limitrofi. Lo scopo&nbsp; della Comunità energetica, per come emerge dallo statuto approvato, si propone di “operare in campo sociale, culturale ed istituzionale al fine di promuovere: la tutela dell’ambiente, il risparmio energetico, la diffusione delle fonti di energia rinnovabile, la produzione di energia sul territorio, l’autosufficienza energetica dei cittadini soci”.</p>



<p>Il Comune di Filadelfia ha già da tempo installato dieci impianti fotovoltaici su diversi edifici di proprietà comunale, rendendole energeticamente autosufficienti. Il primo step progettuale è quello di studiare la fattibilità per realizzare 10 impianti fotovoltaici di 200 KW ubicati nel centro urbano su pensiline create su parcheggi pubblici e recanti anche alcune colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici. Tutto ciò disegnato in modo da rendere possibile la connessione con gruppi di utenze appartenenti alla stessa cabina di bassa-media tensione. Accanto alle pensiline fotovoltaiche, per realizzare il solito mix produttivo e conformandosi alle caratteristiche del territorio, è in progetto la realizzazioni di due impianti mini idroelettrici di circa 200 KW sui principali fiumi del territorio consentendo di abbattere ulteriormente la bolletta energetica dei cittadini. L’energia prodotta verrà impiegata in parte in regime di autoconsumo, con l’obiettivo di garantire inizialmente una copertura del fabbisogno di ciascuna utenza di almeno il 50%. “Nei prossimi giorni – spiega il sindaco Maurizio De Nisi – sarà avviato l’iter per la redazione di uno studio di fattibilità di dettaglio, dopodiché si procederà alla pubblicazione dell’avviso per la&nbsp; ricerca di un investitore privato a cui affidare la realizzazione degli impianti e si procederà alla creazione della Comunità energetica ossia dell’associazione, gestita direttamente dai cittadini con una governance eletta direttamente dai soci consumatori”. Anche qui una sperimentazione tra pubblico, privato e cittadini, che deve ancora esplicitare la sua efficacia dal punto di vista della sostenibilità ambientale, economica e sociale (B. La Rizza, <em>Parte la realizzazione di 10 impianti fotovoltaici a Filadelfia: sarà costituita la Comunità energetica dell’Angitola</em>, Il Meridio, 26 novembre 2020. L’articolo è consultabile al seguente URL: <a href="https://ilmeridio.it/parte-la-realizzazione-di-10-impianti-fotovoltaici-a-filadelfia-sara-costituita-la-comunita-energetica-dellangitola/">https://ilmeridio.it/parte-la-realizzazione-di-10-impianti-fotovoltaici-a-filadelfia-sara-costituita-la-comunita-energetica-dellangitola/</a>).</p>



<p>Chiudiamo con un pezzo di storia della cooperazione italiana. La Società Elettrica Cooperativa dell’Alto Bût. Dal sito web apprendiamo che la sua storia inizia nel 1911. È la prima azienda friulana per la produzione e distribuzione di energia idroelettrica sorta in forma di cooperativa. Nasce dopo una lotta con altre aziende di natura squisitamente capitalistica e speculativa che chiedevano insistentemente l’utilizzo delle acque comunali. ”La storia della SECAB è la storia di una comunità che agli albori dell’industria idroelettrica si raccoglie attorno alla figura carismatica di Antonio Barbacetto e si organizza per portare luce e progresso nei paesi dell’Alto Bût. È la storia di un’iniziativa che fin dalla nascita ha perseguito il bene comune e lo sviluppo sociale ed economico del territorio, salvaguardando le risorse naturali dallo sfruttamento capitalistico in un’azione che saprà tutelare gli interessi della popolazione e delle imprese locali (Per ulteriori approfondimenti: <a href="https://www.secab.it/storia/">https://www.secab.it/storia/</a>).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh6.googleusercontent.com/Lr4JCHLxMj6BB3ycc26H46TTXEfPveBcR6XtTRyZu92cinzwH1VTnPh_GC26AHCop9mvmtjDyiYvNsqrUIqMlLNEWL05GqdlIYWW9a2OBvsE748LIgLh4rFF2u3u4A" alt=""/></figure>



<p>“Fino ai primi anni ’90 dell’Ottocento i problemi tecnici ed economici connessi al vettoriamento dell’energia elettrica impediscono l’utilizzo delle risorse idrauliche in luogo dei tradizionali combustibili, di cui il nostro Paese è deficitario. Lo impediscono almeno fino a quando l’introduzione di alcune importanti innovazioni, come il trasformatore e il motore a campo magnetico rotante, e il ricorso alla corrente alternata rendono tecnicamente possibile la diffusione dei moderni sistemi di trasmissione e distribuzione dell’elettricità, valorizzando, di conseguenza, «le cadute d’acqua e anche quei torrenti montani, che parevano adatti solo a scopo di distruzione» e orientando il Paese, in ragione della sua naturale vocazione, verso l’industria idroelettrica. Tra le regioni che maggiormente rispecchiano questa vocazione v’è indubbiamente il Friuli, che, con 1.369 salti d’acqua utilizzabili, capaci d’una energia idraulica di 485.000 HP , risulta tra le regioni più importanti per disponibilità di forze idrauliche”. (A. Cafarelli, La cooperativa della Luce, Paluzza 2001, p.14)</p>



<p>In questo contesto nasce la cooperativa ed “il carattere della istituzione esula per la sua larga base di consenso dalla gretta speculazione privata per accostarsi ad una specie di cooperativa (permettendo forse) della luce” scrive Barbacetto, uno dei fondatori, certamente il più carismatico, a Vittorio Cella di Tolmezzo, fidato corrispondente.</p>



<p>Una storia antica, dunque, ma attualissima. Una storia al contrario. Oggi tutto il settore energetico, e non solo, è assoggettato al puro spirito speculativo. Alla nascita di questa avventura mutualistica, al contrario, si rigetta la “gretta speculazione” per abbracciare uno spirito solidaristico verso la comunità. “Sono questi, a ben vedere, i prodromi dello “spirito municipalista” che emergerà in seno alla società negli anni seguenti, riflettendo un orientamento emerso in età giolittiana nell’ambito del cosiddetto “socialismo giuridico”, diretto a favorire la municipalizzazione dei servizi pubblici, cui concorrevano in modo determinate le cooperative”&nbsp; (A. Cafarelli, La cooperativa della Luce, Paluzza 2001, p.14)</p>



<p>Un socialismo giuridico giolittiano oggi completamente trapassato in un liberismo giuridico privatizzatore. Un amministratore illuminato che volesse ri-pubblicizzare i servizi comunali dovrebbe fare delle giancane giuridiche sperando in svarioni legislativi che nelle pieghe delle norme permettano, o meglio non escludano, una gestione municipalista.&nbsp;</p>



<p>Comunque nel 1911 “viene costituita fra i contraenti una Società anonima cooperativa, con la sua sede in Paluzza, avente lo scopo di acquisto ed utilizzazione di cadute di acque poste nel bacino dell’Alto But, e l’acquisto e la produzione di energia elettrica con impianti idraulici e termici e la sua vendita distribuzione ed utilizzazione nelle applicazioni delle industrie inerenti ed in genere l’esercizio di tutte le operazioni commerciali ed industriali comunque concorrenti al raggiungimento dello scopo di favorire specialmente le piccole industrie locali, e di dare ai soci ed ai non soci la forza e la luce elettrica alle migliori condizioni possibili” (Dall’Atto Costitutivo della Cooperativa).</p>



<p>“Nel 1913 viene inaugurato l’impianto del Fontanone e già nel 1925 i soci sono 260 e tra questi figurano i comuni di Treppo Carnico, Sutrio, Ravascletto, Paluzza, Ligosullo e Cercivento. Le linee a bassa tensione si sviluppano per 22 chilometri e 35 sono i chilometri di linee ad alta tensione; all’impianto del Fontanone seguono quelli di Cima Moscardo, del 1926, e la centrale di Enfretors (1932). Nel dopoguerra, siamo nel 1955 e si contano 783 soci e 3590 utenze e dieci anni dopo iniziano le prime pulsioni privatizzatrici alle quali la SECAB rivendica con forza e determinazione la propria autonomia e indipendenza e sopravvive all’avvento delle industrie elettriche. La nascita dell’ENEL (1962) tuttavia condiziona fortemente lo sviluppo e la crescita della Cooperativa e solo nel 1982 vengono innalzati i limiti di legge che vincolano l’operatività e la produzione delle piccole imprese idroelettriche. Le liberalizzazioni, gli incentivi all’energia rinnovabile e le politiche europee fortificano il progetto che arriverà ill 25 giugno 2011 a celebrare i cento anni di storia.</p>



<p>Forte di circa 2500 Soci e con una produzione annua media di 45 milioni di kWh, ancora oggi la Cooperativa sostiene lo sviluppo sociale, economico e produttivo dell’Alto But e della Carnia, nella tutela del patrimonio ambientale e culturale di queste terre”.</p>



<p>La cooperativa si regge sull’assemblea dei soci che elegge i vari organi amministrativi. Lo scopo rimane quello della produzione energetica che grazie alla proprietà degli impianti e della rete riesce ad ottenere importanti vantaggi per i soci. Nel 2020 i Soci consumatori hanno realizzato mediamente un risparmio di circa il 30% sulla bolletta dell’energia elettrica rispetto alle tariffe del mercato a maggior tutela. Siamo lontani dalla bolletta zero ma in tempi di raddoppio della bolletta elettrica trovarsi con un 30% in meno potrebbe apparire un ottima cosa. Tutti i soci ovviamente secondo lo spirito cooperativistico possono partecipare alle assemblee ed all’elezione degli organi della società.</p>



<p>Abbiamo visto come i cardini di un sistema energetico sono la produzione di energia e la sua trasformazione. Attualmente la nostra società è basata su un sistema energetico di tipo centralizzato, nel quale l’energia viene prodotta in poche grandi centrali e distribuita, ai diversi centri di consumo, attraverso una imponente rete di trasmissione unidirezionale. Al contrario in un sistema decentralizzato l’energia potrebbe essere prodotta in piccoli impianti distribuiti sul territorio e consumata prevalentemente dagli stessi produttori. La rete di distribuzione che si presta maggiormente a questo sistema di produzione è di tipo bidirezionale perché più solidaristica per cui i produttori possono, ad esempio, utilizzare l’energia in eccesso prodotta in una zona per coprire la carenza energetica di un’altra.&nbsp;</p>



<p>Questa piccola lista di sperimentazioni di comunità rinnovabili, che hanno principi ispiratori e obiettivi variegati, le abbiamo analizzate allo scopo di capire se è realisticamente possibile pensare ad un sistema energetico sempre più sganciato dai mega impianti termici che si nutrono di liquami petroliferi o di gas, di alberi o finanche di rifiuti, per pensare a piccoli impianti decentrati che utilizzano in maniera eco-compatibile le risorse del territorio. Sistemi energetici sganciati dalla pratica speculativa del capitale e che abbiano uno sguardo di complicità verso la natura circostante e le esigenze materiali dei cittadini.</p>



<p>Ma può esistere &#8211; ci chiediamo &#8211; una pratica di autogoverno senza conflitto? Una riflessione più urgente che mai, visto il problema climatico ed i miliardi che saranno riversati sul comparto energetico attraverso il PNRR che imporrà una (falsa) riforma energetica dall’alto dove le comunità e i territori continueranno ad avere un ruolo marginale. In una fase di profonda crisi delle lotte sociali, la capacità del capitale di assimilare e normalizzare ipotesi alternative, spesso anche interessanti, è sempre dietro l’angolo. La fraseologia ecologista è stata fatta propria dal capitale svuotandola completamente del significato originario e usata per distruggere, saccheggiare e inquinare intere aree del pianeta. A ciò va aggiunto l’uso capitalistico della scienza e della tecnologia contro il quale, oggi, nessuno sembra in grado di opporsi adeguatamente. Dentro questo quadro, e con rapporti di forza completamente sbilanciati verso il capitale, se l’autogestione &#8211; anche quella energetica &#8211; viene normata a suon di leggi, non solo ci troviamo di fronte a una contraddizione in termini ma appare evidente come, ancora una volta, il ruolo dello Stato sia quello di agevolare la pratica sussuntiva del capitale. La critica del sistema economico e quella del sistema energetico, sono legate a un doppio filo: è impensabile una transizione energetica senza il rovesciamento del sistema socio-economico dominante.</p>



<p><em><strong>La redazione di Malanova</strong></em></p>



<div style="height:68px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>LE PRECEDENTI PUNTATE:</strong></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PRODUZIONE ENERGETICA. QUALE PROSPETTIVA?</a></strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/18/geopolitica-energetica-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GEOPOLITICA ENERGETICA (I)</strong></a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/25/geopolitica-energetica-ii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GEOPOLITICA ENERGETICA (II)</strong></a></p>



<p><a href="ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR"><strong>ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR</strong></a></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2022/04/08/le-comunita-rinnovabili-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">LE COMUNITÀ RINNOVABILI (I)</a></strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>LE COMUNITÀ RINNOVABILI (I)</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2022 11:24:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
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		<category><![CDATA[CRISI CLIMATICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>IL Piano energetico della Regione Calabria è datato 2005. Un vuoto enorme se si considerano gli enormi passi avanti che, anno dopo anno, si registrano in questo settore. Il problema energetico può essere conciliato con il rispetto ambientale solo se l’attuale modello impiantistico viene quanto meno affiancato e gradualmente soppiantato da modelli alternativi “federalisti” e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/04/08/le-comunita-rinnovabili-i/">LE COMUNITÀ RINNOVABILI (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>IL Piano energetico della Regione Calabria è datato 2005. Un vuoto enorme se si considerano gli enormi passi avanti che, anno dopo anno, si registrano in questo settore. Il problema energetico può essere conciliato con il rispetto ambientale solo se l’attuale modello impiantistico viene quanto meno affiancato e gradualmente soppiantato da modelli alternativi “federalisti” e diffusi. Piccoli impianti per autoconsumo capillarmente sparsi sul territorio. Micro idroelettrico, micro eolico, fotovoltaico, geotermico, piccoli impianti per la valorizzazione delle biomasse soprattutto in territori agricoli. Utilizzare le risorse lì dove sono. Una sperimentazione relativamente recente è quella delle comunità energetiche rinnovabili, un po&#8217; il “km zero” applicato all’energia. Come sempre anche le idee migliori possono subire falsificazioni e idealizzazioni, ma andiamo all’analisi del fenomeno sospendendo, al momento, il giudizio complessivo.</p>



<p>&#8220;La Calabria è stata tra le prime regioni italiane ad approvare una legge regionale (19/2020 n. 25)&nbsp; che promuove l&#8217;istituzione di Comunità energetiche rinnovabili, per la produzione, lo scambio, l&#8217;accumulo e la cessione di energia rinnovabile ai fini dell&#8217;autoconsumo e per la riduzione della povertà energetica e sociale, nonché per la realizzazione di forme di efficientamento e di riduzione dei prelievi energetici dalla rete. Si stanno sviluppando, quindi, le prime esperienze di Comunità di energia rinnovabile (Cer) che coinvolgono diversi piccoli comuni della regione innescando il necessario processo verso la decarbonizzazione della produzione dell&#8217;energia&#8221;. Questo si legge in una nota di Legambiente che invitava ad un incontro svoltosi mercoledì 19 dal titolo &#8220;Comunità rinnovabili: quale energia per una Calabria proiettata nel futuro?&#8221;.</p>



<p>In questo articolo utilizzeremo proprio i dati contenuti nel report 2021 di Legambiente dedicato al tema delle cosiddette <em>comunità rinnovabili</em>.</p>



<p>Al convegno di gennaio dell’associazione ambientalista è seguita la presentazione avvenuta il 21 Febbraio presso la cittadella regionale del Piano delle comunità energetiche rinnovabili.&nbsp;</p>



<p>«Il mio obiettivo &#8211; ha dichiarato il presidente della Regione, Roberto Occhiuto -, è aiutare la Calabria a sfruttare le risorse energetiche che possiede, facendo in modo che questa ricchezza sia utile ai cittadini calabresi, non solo ai colossi dell’energia. In questo senso le comunità energetiche sono un’importante opportunità. Con l’assessore al ramo stiamo anche lavorando all’aggiornamento del piano energetico che è datato.&nbsp; La Regione &#8211; ha sostenuto il governatore calabrese &#8211; deve attrezzare per tentare di risolvere strutturalmente il problema energetico. Non bastano contributi una tantum donati dallo Stato. La nostra regione è una miniera di energia, in passato l’ha prodotta spesso a vantaggio di grandi imprese nazionali e multinazionali e con pochi vantaggi per i calabresi. Anche in questo ambito occorre un governo regionale che sappia utilizzare le risorse della regione a vantaggio soprattutto dei cittadini calabresi”.</p>



<p>Fino ad oggi, in Calabria, queste parole sicuramente condivisibili e auspicabili non si sono lontanamente verificate. In realtà, come spiegavamo in un precedente articolo, la gran parte del sistema produttivo energetico è in mano a grosse multinazionali ovviamente private. Spesso tra il dire ed i fare, quando si parla di governatori, c’è di mezzo il mare. Certo è che un’importante fetta delle risorse del PNRR è strategicamente programmata per la risoluzione del problema energia, certamente aggravatosi a causa del conflitto Ucraino-Russo.&nbsp;</p>



<p>Nel report di Legambiente <em>Comunità rinnovabili 2021 </em>si censiscono le tante esperienze che cominciano a muovere i primi passi rispetto al tema:&nbsp; “Si tratta di 7.832 Comuni in cui è presente almeno un impianto fotovoltaico, 7.549 Comuni con impianti solari termici, 1.874 Comuni in cui è presente almeno un impianto mini idroelettrico, concentrati soprattutto nel centro-nord e 1.056 Comuni in cui è presente almeno un impianto eolico (soprattutto al centro-sud). A questi si aggiungono i 7.662 delle bioenergie (con una forte incidenza dei piccoli impianti a biomassa solida finalizzati alla sola produzione di energia termica) e i 601 Comuni della geotermia (tra alta e bassa entalpia). Anche in questa edizione risulta interessante raccontare i 3.493 Comuni già 100% elettrici. Ovvero quelle realtà dove la produzione elettrica</p>



<p>da rinnovabili supera i fabbisogni delle famiglie residenti, ma soprattutto i 40 Comuni 100% rinnovabili dove il mix delle fonti rinnovabili è in grado di coprire sia i fabbisogni elettrici che termici delle famiglie residenti. In alcuni di questi territori l’autosufficienza energetica è già realtà da tantissimi anni, grazie alla gestione dell’intera filiera energetica da parte o di società energetiche pubbliche, come nel caso dei Comuni delle Valli del Primiero e Vanoi (TN) o grazie alla presenza di cooperative energetiche, come nei Comuni di Dobbiaco e Prato allo Stelvio in Provincia di Bolzano, per citare le più famose. Qui questi soggetti sono protagonisti della gestione dell’intero sistema, dalla produzione alla distribuzione in un sistema locale e distribuito in grado di portare risparmi in bolletta fino al 40% rispetto alle normali tariffe energetiche”.</p>



<p>Prima di passare ad analizzare cosa accade nei comuni virtuosi elencati nel report di Legambiente, poniamo l’attenzione su uno dei progetti calabresi che prende le mosse dall&#8217;Università della Calabria.&nbsp;</p>



<p>In un comunicato stampa di metà Febbraio il “Dipartimento di Ingegneria Meccanica Energetica e Gestionale (DIMEG) in collaborazione con ben sedici Comuni Calabresi, assieme per fronteggiare strutturalmente il grave problema del caro energia, muovendosi lungo la strade della transizione Energetica e traguardando le risorse del PNRR, ben 2,2 miliardi, destinati a finanziare la nascita di Comunità di Energia Rinnovabile. [&#8230;] L’obiettivo è dare alle popolazioni locali la possibilità di passare da semplici passivi consumatori di energia a veri e propri esportatori di una risorsa locale quale, appunto, la preziosa energia solare, per generare risorse economiche per lo sviluppo locale e, nel contempo, decisamente contribuire alla transizione energetica. La Calabria attualmente, infatti, produce ben 12mila GWh/anno di energia da centrali termoelettriche tradizionali (quasi esclusivamente alimentate a gas) che, tolta una parte destinata al fabbisogno interno, destina all’esportazione verso altre regioni (circa 10.500GWh/anno). È quindi un grande controsenso per una regione come la Calabria essere un importante produttore ed esportatore di energia da fonte fossile nonostante la preziosa “miniera” di fonti rinnovabili che insistono sul proprio territorio. Risorse preziose in questa grave congiuntura energetica, per l’economia e soprattutto per il soddisfacimento di fabbisogni primari di molte famiglie in difficoltà”.</p>



<p>La prima rete di soggetti coinvolti nella creazione delle comunità rinnovabili sono stati ovviamente i comuni, ben 16&nbsp; (Aprigliano,&nbsp; Belmonte, Carlopoli, Cerzeto, Cervicati, Crotone, Francica, Galatro, Morano Calabro, Mongrassano,&nbsp; San Marco Argentano, Parenti , Platì, Panettieri, San Fili,Tiriolo) che hanno partecipato il 14 febbraio, presso l’Università della Calabria, ad un incontro operativo per iniziare a programmare l’intervento insieme al Dipartimento di Ingegneria meccanica energetica e gestionale dell’UNICAL.</p>



<p>Ritorniamo ora ai dati contenuti nel report 2021 di Legambiente. A livello mondiale la Cina risulta essere la “locomotiva verde” che stacca di diverse lunghezze gli Stati Uniti.</p>



<p>Nel 2020 la produzione di energia eolica si è attestata a 111 GW considerando solo i primi 10 Paesi per potenza installata.&nbsp;</p>



<p>1) Cina: 72 GW</p>



<p>2) Stati Uniti: 14,1 GW&nbsp;</p>



<p>&nbsp;…</p>



<p>10) &nbsp; Italia: 221 MW</p>



<p>Stessa cosa per il fotovoltaico che, insieme all’eolico e al geotermico, rappresenta la principale fonte rinnovabile di energia elettrica. Nel 2020 sono stati prodotti 126,8 GW di cui:</p>



<div class="wp-block-group is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p>1) Cina: 49,36 GW</p>



<p>2) Stati Uniti: 14,89 GW</p>



<p>3) Vietnam: 11,60 GW</p>



<p>…</p>



<p>10)&nbsp; Italia: 765 MW</p>
</div>



<p>L’incidenza delle fonti rinnovabili rispetto ai consumi nazionali complessivi è arrivato al 37,6%. Leggendo i dati si percepisce una crescita troppo lenta rispetto agli obiettivi climatici fissati a livello internazionale. Nel 2020, secondo i dati Terna, il solare fotovoltaico fa registrare un incremento del 9,8%, mentre l’idroelettrico e le biomasse crescono rispettivamente solo 0,8% e 0,3%. In calo anche l’energia eolica e quella geotermica che vede una lieve riduzione nella produzione 2020 dello 0,8%. Complessivamente si registra nel 2020 una produzione di circa 113,9 TWh, contro i 63,8 TWh del 2008. Certamente, dunque, si registra una crescita costante ma non esplosiva; un solo TWh di aumento dal 2019 al 2020, è sicuramente insufficiente. Anche per questo l’Italia registra una performance sicuramente negativa rispetto alle altre potenze energetiche seppur rimane tra le prime 10 realtà mondiali.</p>



<p>IL sistema nel suo complesso è cambiato molto negli ultimi venti anni. Si registra una sterzata verso le fonti rinnovabili ed un sistema più distribuito. Grazie anche ai contributi gestiti dal GSE il solare fotovoltaico, ad esempio,&nbsp; “è passato da 6,3 MW installati a oltre 20 mila, l’eolico da 363 MW a oltre 10 mila &#8211; ma sono cresciuti anche idroelettrico con quasi 6 mila MW in più (da 16.600 MW a oltre 22 mila), geotermia da 626 MW ad oltre 800, biomasse e bioenergie (oltre 3 mila MW in più). Complessivamente gli impianti da fonti rinnovabili sono aumentati di 40 mila MW partendo da 18.196 MW del 2000, e molto di più dovranno crescere per raggiungere gli obiettivi fissati a livello internazionale per fermare i gas serra.</p>



<p>Ma anche le fonti fossili continuano a crescere, e il nuovo incentivo del capacity market non arresterà questa tendenza. Sebbene sia calato l’uso di alcuni combustibili come carbone, lignite e i prodotti petroliferi (-17.000 MW), la potenza complessiva degli impianti continua a crescere passando dal 2000 ad oggi da 57 a 57,9 GW di potenza, considerando i 15 mila MW di impianti dismessi nello stesso periodo. Per affrontare la transizione energetica, il gas certamente svolgerà un ruolo cruciale, ma nessun nuovo impianto a gas fossile è realmente necessario per arrivare agli obiettivi di decarbonizzazione” (Legambiente, <em>Comunità Rinnovabili</em>, 2021, p. 25).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh5.googleusercontent.com/oA2c_q_VxjgvMQt7vyi8_7UK1GBAnYPaTSEvGXrim7oZWP8ByZruYbrmQYVIRNKuE8NNNpOwS9OVZ44S312uKB3RHZFoTc7j7N5a41O5znUT4jWUaTfnFL7C913E2Q" alt=""/></figure>



<p>Analizziamo ora i dati locali. Nel report 2021 <em>Comunità Rinnovabili</em> di Legambiente sono censiti 40 Comuni 100% Rinnovabili&nbsp; “ovvero quelle realtà in cui le fonti rinnovabili riescono a soddisfare i consumi elettrici e termici delle famiglie residenti. E in alcuni di questi luoghi non lo sono solo teoricamente, ma di fatto, grazie alla gestione locale dell&#8217;intera filiera energetica che va dalla produzione alla distribuzione” (Report 2021, p. 28). In molti di questi 40 Comuni si produce mediamente più energia elettrica e termica di quella consumata dai residenti, attraverso l’utilizzo di un mix di tecnologie. È vero che tra le rinnovabili il report di Legambiente considera anche gli impianti a biomasse ma solo quelli che insieme agli impianti geotermici sono allacciati a reti di teleriscaldamento che soddisfano i fabbisogni termici dei cittadini residenti. Alle nostre latitudini, pensiamo alle centrali a biomasse presenti nel territorio di Rende (CS), quella del Mercure a Laino Borgo (CS) o quelle nel crotonese che non solo depauperano le risorse boschive ma non prevedono alcun vantaggio termico per le popolazioni residenti che, dunque, riceve solo l’impatto negativo dovuto alla combustione delle biomasse e alla movimentazione delle ceneri spesso fatta <em>en plein air. </em>Al mix energetico partecipano il fotovoltaico, il solare termico, il mini idroelettrico e il mini eolico.</p>



<p>Sul piano nazionale le comunità energetiche più note sono certamente Dobbiaco e Prato allo Stelvio, entrambe in provincia di Bolzano, e Primiero San Martino di Castrozza in provincia di Trento. “In questi territori la produzione locale è assicurata dal mix delle tecnologie: impianti idroelettrici, biomasse, biogas, solare fotovoltaico e termico, reti di teleriscaldamento, mentre la distribuzione avviene attraverso reti in media e bassa tensione locali. <strong>L’intera filiera in questi territori è gestita da cooperative energetiche o società pubbliche, in cui cittadini, amministrazioni e aziende locali sono unite con un obiettivo generale di autoproduzione e indipendenza energetica</strong>. Ma anche realtà come Montieri o Castelnuovo Val di Cecina, insieme a tutti gli altri Comuni toscani, dove la geotermia ad alta entalpia ricopre certamente il ruolo principale. Affianco a questi numeri, troviamo inoltre 3.493 Comuni già oggi 100% elettrici, ovvero in grado di produrre, grazie ad una o più tecnologie più energia elettrica di quella necessaria alle famiglie residenti” (Report 2021, p. 30).</p>



<p>Analizzeremo, nel prossimo articolo, queste comunità locali citate nel report e che sembrerebbero unire l’autoproduzione energetica ad una gestione pubblica attraverso l’interazione di cooperative, società in house e cittadinanza.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



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<p><strong>LE PRECEDENTI PUNTATE:</strong></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PRODUZIONE ENERGETICA. QUALE PROSPETTIVA?</a></strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/18/geopolitica-energetica-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GEOPOLITICA ENERGETICA (I)</strong></a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/25/geopolitica-energetica-ii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GEOPOLITICA ENERGETICA (II)</strong></a></p>



<p><a href="ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR"><strong>ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR</strong></a></p>
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		<title>ENERGIA: QUANDO È CONFINDUSTRIA A SCRIVERE IL PNRR</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/04/01/energia-quando-e-confindustria-a-scrivere-il-pnrr/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 10:29:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Agostino Re Rebaudengo, presidente di «Elettricità Futura» di Confindustria, ha tenuto pochi giorni fa una conferenza stampa sul tema delle energie rinnovabili. Non fa dunque scalpore che la richiesta principale fatta è speculare a quella presente nel PNRR: sbloccare l’iter burocratico per l’installazione di impianti energetici. La proposta è quella di semplificare la burocrazia autorizzativa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Agostino Re Rebaudengo, presidente di «Elettricità Futura» di Confindustria, ha tenuto pochi giorni fa una conferenza stampa sul tema delle energie rinnovabili. Non fa dunque scalpore che la richiesta principale fatta è speculare a quella presente nel PNRR: sbloccare l’iter burocratico per l’installazione di impianti energetici.</p>



<p>La proposta è quella di semplificare la burocrazia autorizzativa per sbloccare immediatamente circa 60 GW di rinnovabili entro giugno 2022 che rappresentano un terzo delle domande di allaccio già presentate a Terna. Questo limiterebbe, secondo l’associazione, i disagi energetici dovuti all’attuale congiuntura geopolitica limitando l’importanza delle fonti fossili nel sistema elettrico nazionale.</p>



<p>Questi 60 GW, secondo Re Rebaudengo, “faranno risparmiare 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, ovvero il 20% del gas importato. O, in altri termini, oltre 7 volte rispetto a quanto il Governo stima di ottenere con l’aumento dell’estrazione di gas nazionale” (2,2 miliardi di mc, <a href="https://www.qualenergia.it/pro/articoli/emergenza-caro-energia-informativa-cingolani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">come spiegato da Cingolani</span></strong></a>, ndr). “Il settore elettrico potrebbe quindi investire 85 miliardi di euro in 3 anni nelle rinnovabili, creando 80.000 nuovi posti di lavoro”.</p>



<p>Secondo l’ipotesi confindustriale si potrebbero installare 12 GW di eolico, idroelettrico, bioenergie e altre fonti, oltre a 48 GW di fotovoltaico che richiederebbero una superficie pari a 48.000 ettari. La parte da leone la farebbe dunque l’energia solare che però non è quella auspicata dagli ambientalisti, cioè quella micro e diffusa che va ad occupare superfici già cementificate come quella dei tetti delle case, ma quella macro da realizzare su superficie agricola, opzione bloccata in molte regioni dove la speculazione ha interessato molta parte del terreno agricolo visto i profitti garantiti dall’energia rispetto a quelli generati dall’agricoltura. Secondo l’ipotesi si utilizzerebbe appena lo 0,3% della superficie agricola totale oppure l’1,3% di quella non utilizzata. L’idea è quindi quella di favorire i grossi player energetici liberandoli da lacci e lacciuoli burocratici tesi alla tutela ambientale. Questo il bisticcio argomentativo: abolire la tutela ambientale a favore dell’ambiente!&nbsp;</p>



<p>Ricordiamo che &#8211; come riportato in una loro brochure informativa dal titolo “<em>Come immagini il futuro della tua impresa?</em>” &#8211;&nbsp; Elettricità Futura è un&#8217;associazione “delle imprese che operano nel settore&nbsp; elettrico italiano che rappresenta oltre il 70%&nbsp; dell’elettricità prodotta e venduta in Italia. Oltre 500 imprese di ogni dimensione attive nella produzione&nbsp; e commercializzazione di energia elettrica da fonti convenzionali&nbsp; e rinnovabili, nella distribuzione, nella fornitura di servizi per il settore che rappresentano 40.000 addetti, 75.000 MW di potenza elettrica&nbsp; installata, 1.150.000 km di linee di distribuzione”. Tra le imprese associate troviamo i soliti nomi noti: A2A Spa, ACEA ENERGIA Spa, EDISON RINNOVABILI Spa, ENEL ITALIA Spa, Eni SpA (Eni GGP –Eni Plenitude Spa), FALCK RENEWABLES Spa per citare solo le più grandi.</p>



<p>Ritorniamo all’analisi della proposta. In effetti l’iter autorizzativo che sulla carta dovrebbe avere una durata di un anno, impiega mediamente 7 anni. Questo significa investimenti bloccati per gli industriali che poco si interessano ai motivi del blocco (vincoli ambientali, impatto sociale o paesaggistico) preoccupandosi solo del margine di remunerazione del capitale investito e degli anni di perdita degli utili visto l’impossibilità a procedere.</p>



<p>Nelle slide di presentazione della proposta per fronteggiare l’emergenza energetica così afferma Confindustria: “Abbiamo la capacità di installare 20 GW di rinnovabili all’anno. Già dieci anni fa avevamo installato oltre 11 GW disponendo di sistemi di tecnologie meno performanti e installazione meno efficienti. 60 GW di nuovi impianti faranno risparmiare 15 miliardi di m3 di gas ogni anno, ovvero il 20% del gas importato. O, in altri termini, oltre 7 volte rispetto a quanto il Governo stima di ottenere con l’aumento dell’estrazione di gas naturale. Un altro contributo importante dalla crescita della produzione potrebbe arrivare dal biometano da 1 miliardo di m3 a 10 miliardi, utilizzando la frazione organica dei rifiuti urbani, industriali e agricoli. Il settore elettrico è pronto a investire, nei prossimi 3 anni, 85 Mld€ necessari per installare 60 GW di nuovi impianti rinnovabili e creare 80.000 nuovi posti di lavoro. Questi investimenti all&#8217;economia darebbero un grande slancio all’economia e renderebbero l&#8217;Italia energeticamente più sicura e indipendente. Negli ultimi 30 anni, l&#8217;Italia è fanalino di coda in Europa per crescita del PIL. Dal 1993 il PIL italiano è cresciuto solo del 22% rispetto a una media europea del 56%” (il documento è consultabile al seguente<strong> <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://cdn.qualenergia.it/wp-content/uploads/2022/02/2022.02.25_EF_CONFERENZA-STAMPA_SOLUZIONE-STRUTTURALE_CARO-ENERGIA.pdf">link</a></span></strong>).</p>



<p>“Altre proposte sono arrivate da Utilitalia nel corso della X edizione del <em>Top utility award </em>organizzato da Althesys. Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, ha affermato che “nel breve e medio periodo è necessario lavorare a dei patti territoriali che coinvolgano imprese ed enti locali per accelerare sul fronte delle energie rinnovabili”, individuando le aree idonee e velocizzando le procedure. Secondo Colarullo, bisogna ragionare “su un ampio spettro di vettori a sostegno della transizione energetica. Penso al teleriscaldamento, a un’impiantistica adeguata per la gestione dei rifiuti che possa valorizzarli anche dal punto di vista energetico e al biometano, che ha un potenziale di 8 miliardi di metri cubi, pari al 10% del fabbisogno nazionale”. (al seguente <a href="https://www.qualenergia.it/articoli/contro-caro-energia-60-gw-rinnovabili-3-anni-ecco-come-farli/"><span style="text-decoration: underline;"><strong>link</strong></span></a> puoi leggere l&#8217;articolo) Altri settori stesso pensiero: velocizzare e snellire la burocrazia.</p>



<p>Certo, i 60 GW di nuove installazioni rappresenterebbero un piccola parte dell’energia necessaria all’Italia per uno switch off dalla rete russa ma certamente un grosso passo in avanti rispetto alle performance degli ultimi anni che vede l’Italia ultima nella costruzione di nuovi impianti tra le prime dieci potenze mondiali dell’energia (<a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">link</span></strong></a> al nostro articolo).</p>



<p>La problematica che riscontriamo è sempre la stessa. Il capitalismo, insieme alla governance europea, tende a prendere scorciatoie che poi risulteranno nel prossimo futuro perdenti. Oggi si è rivelata falsa la politica-ponte europea basata sulla transizione alle energie rinnovabili pensata come passaggio dal petrolio al gas. Oggi il clima di emergenza, dovuto alla necessità di trovare una rapida alternativa al gas russo, porterà la politica italiana, sempre al servizio delle grosse sigle dell’energia nostrana, ad utilizzare i fondi del PNRR &#8211; e non solo &#8211; per implementare strategie con lo scopo di potenziare una rete energetica ipercentralizzata e concentrata su pochi mega impianti fortemente impattanti verso l’uomo e l’ambiente. Questi impianti sono gli unici a poter garantire una remunerazione del capitale soddisfacente e in linea con altri tipi di investimento. Favorire i piccoli e micro impianti decentrati e vocati all’autoproduzione, sarebbe per i nostri statisti troppo lungo e dispendioso.</p>



<p>Quali garanzie a questo punto ci saranno affinché davvero l’Italia diventi autonoma e green, con una bolletta pro capite calmierata e nessuna minaccia esterna? Se pensiamo alla regione Calabria, come dicevamo in un <a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>p</strong><span style="text-decoration: underline;"><strong>recedente nostro articolo</strong></span></a>, dove si produce il triplo dell’energia consumata ma senza avere alcun vantaggio in bolletta ma solo problemi derivanti dall’inquinamento e da una gestione scriteriata, possiamo sicuramente affermare che, nonostante le tinte rosee con cui dipingono la proposta confindustriale, l&#8217;efficacia sociale e ambientale sarà sicuramente negativa.&nbsp;</p>



<p>Il clima emergenziale, purtroppo, spingerà ancora di più verso questa direzione come già emerso dalla lettura del PNRR. Una scorciatoia che facilita il compito dei decisori politici indirizzando la parte più corposa dei finanziamenti verso due o tre idee progettuali da affidare a un novello (si fa per dire) partenariato tra pubblico e privato che significherà la pubblicizzazione dei costi degli investimenti e una privatizzazione futura degli utili di esercizio. Molto più complesso, faticoso, e, soprattutto, meno congeniale al capitale, una strategia che porti ad investire le risorse pubbliche affinché ogni casa, ogni condominio, ogni fabbricato, ogni Comune possa implementare politiche energetiche decentrate e finalizzate all’autoproduzione e all’autoconsumo. Un modello che implicherebbe un rapporto competitivo tra il pubblico e il privato che abbasserebbe sensibilmente l’importo delle bollette dei cittadini e della spesa in bilancio per gli enti pubblici. Una traccia di questa possibilità la troviamo nelle cosiddette <em>comunità rinnovabili </em>che prenderemo in esame nei prossimi articoli, depurate però da una parte dai sempre presenti processi di normalizzazione del capitale e, dall&#8217;altra, dai facili entusiasmi ideologici di talune associazioni ambientaliste.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>



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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">LE PRECEDENTI PUNTATE</span>:</strong></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PRODUZIONE ENERGETICA. QUALE PROSPETTIVA?</a></strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/18/geopolitica-energetica-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GEOPOLITICA ENERGETICA (I)</strong></a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/03/25/geopolitica-energetica-ii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GEOPOLITICA ENERGETICA (II)</strong></a></p>
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		<title>GEOPOLITICA ENERGETICA (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/03/25/geopolitica-energetica-ii/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 12:19:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>LA FALSA ALTERNATIVA DELL’IDROGENO VERDE. COSTI E COMPLEMENTARITÀ ALLE FONTI RINNOVABILI. Vista la situazione geopolitica attuale, l’agenda politica imposta dalla guerra in Ucraina, i nuovi blocchi di alleanze che cominciano ad emergere intorno alla Nato e all’asse Russia, Cina e India, ritorna prepotentemente di attualità il dibattito sulle politiche energetiche. Come dicevamo in un recente [&#8230;]</p>
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<p><strong><strong>LA FALSA ALTERNATIVA DELL’IDROGENO VERDE. COSTI E COMPLEMENTARITÀ ALLE FONTI RINNOVABILI.</strong></strong></p>



<p>Vista la situazione geopolitica attuale, l’agenda politica imposta dalla guerra in Ucraina, i nuovi blocchi di alleanze che cominciano ad emergere intorno alla Nato e all’asse Russia, Cina e India, ritorna prepotentemente di attualità il dibattito sulle politiche energetiche. Come dicevamo in un <strong><a href="https://www.malanova.info/2022/03/18/geopolitica-energetica-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">recente articolo</a></strong>, la politica energetica europea era fortemente ancorata allo sfruttamento della materia energetica “ponte”, rappresentata dal gas naturale, che avrebbe dovuto prendere il posto del più inquinante petrolio nella fase di transizione alle fonti rinnovabili necessaria per permettere all&#8217;Unione europea di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.</p>



<p>In vista di un possibile blocco delle importazioni del gas dalla Russia &#8211; principale partner commerciale di tante nazioni europee (Italia compresa) &#8211; ritorna centrale nel dibattito sulle fonti energetiche, il cosiddetto idrogeno verde. È dell’8 luglio 2020 il documento intitolato <em>Una strategia per l&#8217;idrogeno per un&#8217;Europa climaticamente neutra, </em>comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e sociale e al Comitato delle Regioni. Oggi l’idrogeno risulta essere una parte infinitesimale del mix energetico mondiale ed europeo. In Europa al 2019 sono attivi 300 elettrolizzatori, che rappresentano meno del 4% della produzione totale di idrogeno e non concorrono alla decarbonizzazione energetica in quanto prodotti quasi integralmente attraverso l’utilizzo di combustibili fossili che producono da 70 a 100 milioni di tonnellate di CO2 l&#8217;anno. La vera sfida affinché l’idrogeno rappresenti una vera alternativa ecocompatibile è realizzare processi di produzione che utilizzino fonti rinnovabili. Altrimenti ci troveremmo di fronte all’ennesima finta alternativa come quella delle auto elettriche il cui processo di produzione implica un forte impatto ambientale oltre a una politica energetica di tipo neocoloniale come nel caso delle batterie di cui sono dotati i veicoli elettrici che, nella maggior parte dei casi, sono composte da materiali come litio e cobalto il cui processo di estrazione ha un pesante impatto sociale legato allo sfruttamento della manodopera (soprattutto minorile) nelle miniere in Africa. Probabilmente quando siamo alla guida delle nostre ultramoderne macchine elettriche ci sentiamo con la coscienza pulita avendo versato l’obolo ecologico. Purtroppo si tratta, molto banalmente, di una semplice delocalizzazione della combustione e dello sfruttamento della forza lavoro che non avvengono più direttamente nelle nostre città ma nelle decentrate centrali termoelettriche e nelle sperdute miniere di qualche paese impoverito. Questo migliora senz’altro l’aria cittadina del ricco occidente ma non il bilancio globale dell’inquinamento e della giustizia sociale.</p>



<p>Il problema della produzione di energia delle rinnovabili, rispetto alle fonti fossili, è la difficoltà all’accumulo e alla programmabilità. Dipendono infatti da elementi variabili come il sole o il vento dunque non facilmente accumulabili e utilizzabili al bisogno. Al contrario basta bruciare più petrolio o gas per avere istantaneamente un surplus di energia prodotta.&nbsp; Le energie rinnovabili applicate agli elettrolizzatori producono scorte di idrogeno che assicurano riserve in caso di variazioni stagionali della domanda o per essere utilizzate in siti distanti e geograficamente non idonei alla produzione diretta di “energia verde”.&nbsp; “L&#8217;idrogeno rinnovabile comincerà a svolgere un&#8217;azione di bilanciamento del sistema elettrico fondato sulle rinnovabili: trasformerà l&#8217;energia elettrica rinnovabile in idrogeno quando è abbondante ed economica e fornirà flessibilità. Sarà usato anche per lo stoccaggio quotidiano o stagionale e fungerà da riserva e da buffer, migliorando la sicurezza dell&#8217;approvvigionamento a medio termine” (p. 8 del documento UE).</p>



<p>Nel 2018 la visione strategica della Commissione per la decarbonizzazione prospettava la crescita della quota dell&#8217;idrogeno nel mix energetico europeo, oggi inferiore al 2%, fino al 13-14 % entro il 2050. “La progressiva diffusione delle soluzioni basate sull&#8217;idrogeno può anche indurre a riconvertire o riutilizzare parti dell&#8217;infrastruttura del gas naturale esistente ed evitare così che i gasdotti si trasformino in attivi non recuperabili” (p. 3 della comunicazione). La problematica principale rimane sempre il costo di produzione dell’idrogeno. “Se guardiamo ai costi, oggi né l&#8217;idrogeno rinnovabile né quello a basse emissioni di carbonio, in particolare l&#8217;idrogeno di origine fossile con cattura del carbonio, sono competitivi rispetto all&#8217;idrogeno di origine fossile. Si stima che i costi attuali di quest&#8217;ultimo, fortemente dipendenti dai prezzi del gas naturale, si attestano nell&#8217;UE a circa 1,5 EUR/kg, senza tener conto dei costi del CO2. Per l&#8217;idrogeno di origine fossile con cattura e stoccaggio del carbonio i costi stimati sono di circa 2 EUR/kg, mentre l&#8217;idrogeno rinnovabile arriva a 2,5-5,5 EUR/kg” (p. 6 del documento UE).</p>



<p>Attendendo gli sviluppi tecnologici e la diffusione degli impianti che consentirebbero di produrre idrogeno verde a bassi costi c’è da indagare i costi relativi alla transizione. Per conseguire entro il 2024 e il 2030 gli obiettivi previsti dall’UE, gli investimenti per costruire gli elettrolizzatori potrebbero variare tra 24 e 42 miliardi di euro. Questa programmazione dovrebbe andare in parallelo alla crescita della produzione delle energie rinnovabili per cui occorrerebbero ulteriori 220-340 miliardi di euro per ottenere energia pari a 80-120 GW e creare collegamenti diretti che portino l&#8217;energia elettrica agli elettrolizzatori. Altri 65 miliardi di euro servirebbero per la strutturazione della rete di distribuzione senza contare i distributori di idrogeno (circa 400 stazioni) la cui costruzione implicherebbe l’utilizzo di oltre 800 milioni di euro. Gli investimenti nelle capacità di produzione di qui al 2050 si posizionerebbero nella forbice tra 180 e 470 miliardi di euro solo per l’idrogeno. Grande impegno in questo senso traspare tra le righe del PNRR dove il capitolo idrogeno è molto presente.&nbsp;</p>



<p>Accanto al problema economico si situa la mancanza in Europa delle materie prime fondamentali per la costruzione delle celle a combustibile e per gli elettrolizzatori. “Una totale dipendenza per quanto riguarda l&#8217;approvvigionamento di 19 delle 29 materie prime indispensabili (ad esempio i metalli del gruppo del platino) e di diverse materie prime essenziali per varie tecnologie di generazione dell&#8217;energia elettrica rinnovabile” (p. 13 del documento UE).</p>



<p>Per raggiungere la parità con altre fonti energetiche, dunque, la programmazione economica dell’UE prevede un forte sostegno economico all’idrogeno per i primi decenni e fino a quando questa fonte di energia, o meglio questo accumulo di energia, sia competitivo con altre fonti. In realtà è il solito gioco che prevede l’utilizzazione di risorse pubbliche per creare le infrastrutture utili e le professionalità adeguate affinché il privato successivamente possa subentrare per fare utili. “Un piano così ambizioso non poteva non prevedere un’adeguata voce di investimento legata alla ricerca e allo sviluppo. Storicamente le più grandi fasi di ristrutturazione hanno fatto leva strategicamente sull’uso capitalistico della scienza e della tecnologia, con lo Stato che si fa carico di investire nei settori di ricerca e sviluppo più “utili”, finanziando il know-how scientifico adeguato alle necessità industriali. Programmi di ricerca, investimenti mirati al finanziamento di partnership pubblico-private e tutto un carnet di operazioni e strumenti che orientano di fatto la ricerca a tutti i livelli, fornendo personale qualificato immediatamente spendibile nell’organizzazione della catena del valore (produzione, trasporto e stoccaggio)” (a questo <strong><a href="https://www.malanova.info/2021/05/21/limbroglio-neocoloniale-dellidrogeno-una-proposta-di-lettura-del-pnrr/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a></strong> un nostro articolo di approfondimento sul tema).</p>



<p>In effetti, nonostante la pubblicità e la centralità che sta avendo il dibattito sull’idrogeno verde, dobbiamo concludere che esso non rappresenta l’elemento primario del discorso energetico. Infatti la produzione di idrogeno rinnovabile è legata, come abbiamo visto, alla produzione di energia rinnovabile della quale rappresenta una sorta di accumulo dicevamo, come un altro tipo di batteria. L’idrogeno è un mezzo che consente di stabilizzare l’utilizzo delle energie rinnovabili rendendole maggiormente &#8220;programmabili&#8221; nel loro utilizzo grazie agli stock liquidi che possono essere immagazzinati nei periodi di picco della produzione delle rinnovabili, per poi essere utilizzati nei periodi di bassa produzione e di maggiore domanda.</p>



<p>L’importanza dell’idrogeno sta tutta nella sua duttilità di impiego. “L&#8217;idrogeno come vettore energetico nell&#8217;UE presuppone la disponibilità di infrastrutture energetiche per collegare la domanda all&#8217;offerta. L&#8217;idrogeno può essere trasportato in gasdotti, ma anche con mezzi di trasporto indipendenti dalla rete, ad es. su autocarri o su navi che attraccano a terminali di GNL riconvertiti, se tecnicamente fattibile. L&#8217;idrogeno può viaggiare allo stato puro gassoso o liquido, oppure combinato per formare molecole più grandi e più facili da trasportare (ad es. ammoniaca o vettori liquidi organici)” (p. 17 del documento UE).</p>



<p>Chiaramente ci troviamo di fronte ad un grande bluff se i governi pensassero di creare idrogeno utilizzando fonti fossili già oggi facilmente trasportabili o trasferibili ma terribilmente inquinanti. Altra cosa sarebbe la produzione di idrogeno da fonti veramente rinnovabili alternative agli impianti considerati green dall’Europa come le centrali a Biomassa o addirittura, nel dibattito odierno, come il&nbsp; nucleare. Allo stato dell’arte abbiamo, però, solo un immane programma di investimenti pubblici che saranno facile premessa a immani profitti privati.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>



<div style="height:80px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-vivid-red-color has-text-color"><strong>LE PRECEDENTI PUNTATE:</strong></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2022/03/11/produzione-energetica-quale-prospettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PRODUZIONE ENERGETICA. QUALE PROSPETTIVA?</a></strong></p>



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