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	<title>BIG TECH Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>BIG TECH Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>ECONOMIA DELLE APP E ISTERIA DIGITALE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/10/11/economia-delle-app-e-isteria-digitale/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2021 09:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra vita viaggia su un sistema binario fatto di zero e di uno. Il settore primario, l’agricoltura, in passato uno dei settori fondamentali delle società, oggi in realtà rappresenta lo spicchio più piccolo del valore aggiunto in un’economia digitalizzata. Inutile ricordare gli effetti della pandemia che hanno depresso ampi settori dell’economia “analogica” mentre hanno [&#8230;]</p>
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<p>La nostra vita viaggia su un sistema binario fatto di zero e di uno. Il settore primario, l’agricoltura, in passato uno dei settori fondamentali delle società, oggi in realtà rappresenta lo spicchio più piccolo del valore aggiunto in un’economia digitalizzata. Inutile ricordare gli effetti della pandemia che hanno depresso ampi settori dell’economia “analogica” mentre hanno fatto schizzare verso l’alto le azioni dei colossi digitali.</p>



<p>Le app sono entrate nel nostro patrimonio genetico (altro che vaccino all’mRNA). La nostra vita è condensata nello smartphone che, come una protesi artificiale, è indissolubilmente legato alla nostra persona. I servizi “social” recepiscono con facilità i nostri spostamenti, i nostri gusti, le nostre propensioni, il nostro stile e le nostre preferenze religiose o politiche. Siamo noi stessi che, attraverso il lavoro gratuito somministrato quotidianamente mediante l’uso intensivo dei dispositivi, forniamo i nostri dati &#8211; anche quelli più sensibili &#8211; a società che neanche conosciamo e che li utilizzano per profilarci. È esperienza diffusa fare una ricerca su Google ed essere successivamente “visitato” da un annuncio pubblicitario inerente alla ricerca fatta. Inserire un numero in rubrica e averlo suggerito tra le amicizie da chiedere su Facebook o, molto più semplicemente, trovare traccia, attraverso proposte pubblicitarie sui social, degli argomenti di una chiacchierata a “microfono aperto” tra amici. Così si dipana la nostra vita quotidiana ormai, tra un messaggio WhatsApp, un post social e, magari, una riunione via web.</p>



<p>Pochi giorni fa il capitombolo. WhatsApp, Instagram e Facebook improvvisamente irragiungibili all’utenza. Un “down” durato sette ore. Non si è trattato certamente di un record, perché un altro blackout delle stesse app nel marzo 2019 durò oltre quattordici ore.&nbsp;</p>



<p>Tutto è cominciato intorno alle 17.35 italiane dello scorso 4 ottobre, dopo un <em>errore di manovra</em> commesso durante un cambiamento di configurazione di Facebook. «Il problema interno che si è verificato in Facebook &#8211; spiega sulle pagine del New York Times, Graham Cumming, chief technology officer di Cloudflare &#8211; è stato l&#8217;equivalente del rimuovere i numeri di telefono degli utenti dai loro nomi in rubrica, rendendo impossibile chiamarsi». È come se improvvisamente fossero stati cancellati i percorsi che consentivano agli utenti di accedere ai server di Facebook. Miliardi di dispositivi hanno provato inutilmente a “trovare” le app di Facebook su Internet generando un enorme traffico che ha rallentato tutti gli altri accessi.</p>



<p>Incomunicabilità e impossibilità di reiterare molti dei “riti social” quotidiani per i singoli utenti, ma anche e soprattutto per chi, suI social di Zuckerberg, produce profitti, come le tantissime aziende che utilizzano le piattaforme per pubblicizzare le proprie attività produttive e commerciali, o più banalmente hanno affidato le loro comunicazioni interne a WhatsApp.</p>



<p>Crollano i nervi degli utenti, ma soprattutto vanno giù le azioni di oltre il 5% (aggiungendosi a un calo continuo di circa il 15% da metà settembre) con perdite per 6,1 miliardi di dollari per Mark Zuckerberg.</p>



<p>Giornata pessima per il colosso californiano, già iniziata male con l’uscita allo scoperto dell’ex dipendente Frances Haugen che, durante la trasmissione “60 minutes&#8221; andata in onda sul network televisivo CBS, dichiara che i vertici di Facebook sono consapevoli che le loro piattaforme diffondono disinformazione, violenza e odio, anche se hanno sempre cercato di nasconderlo per motivi economici.</p>



<p>Immediatamente sul web sono state aggiornate le classifiche degli uomini più ricchi del mondo facendo perdere un po’ di smalto a Zuckenberg proprio a causa del buco nero che ha messo offline i prodotti di punta di Facebook Inc.</p>



<p>Il patrimonio personale netto del patron di Facebook si attesta sui 97 miliardi di dollari e viene dopo quello di Bezos, 177 miliardi, Elon Musk, 151 miliardi, e Bill Gates che si ferma sui 124 miliardi. Per fare un esempio e per capire le proporzioni, il prodotto interno lordo del Congo è di 49,87 miliardi di dollari, quello della Serbia di 52,96 miliardi e quello del Ruanda di 10,33 miliardi di dollari nel 2020. Dunque, alcune nazioni sono meno ricche di alcuni individui.</p>



<p>Ricchezze personali a parte, queste crepe informatiche mostrano alcune fragilità dell’economia digitale dentro un sistema di mercato molto complesso nel quale la finanza assume una centralità rilevante. Una piccola disfunzione può mettere in crisi miliardi di vite sempre più dipendenti dalle app installate sui dispositivi o far scomparire dalla faccia della terra qualche piccola azienda incapace economicamente di reagire a poche ore di down informatico.</p>



<p>Questa può rappresentare una nuova frontiera per coloro i quali volessero mettere in difficoltà un sistema tecno-burocratico fondato sul bit? Per le élites economico-finanziarie, la maschera di Anonymous è più inquietante delle facce smascherate dei no vax, dello <em>sciamano</em> di Capitol Hill o di quelle in passamontagna degli antagonisti. È una provocazione ovviamente, ma sarebbe utile ritornare a riflettere, aggiornandole, su alcune vecchie intuizioni che negli anni Novanta ruotavano intorno al concetto di programmazione <em>open source</em>. Il concetto di proprietà privata &#8211; che ingloba anche quello della proprietà intellettuale e del copyright &#8211; dovrebbe essere aggiornato alla nuova fase di accumulazione capitalistica fatta anche di app, reti neurali, intelligenza artificiale e robotizzazione. Pensare (e poi iniziare a praticare) un contro-uso della scienza e della tecnologia, dentro i gangli del capitalismo e contro di esso, ci sembra un passaggio teorico che oggi non può più essere eluso. Sarebbe di gran lunga più interessante se i soldi di Zuckerberg, Bezos e Musk o di altre migliaia di paperoni venissero erosi e distribuiti equamente tra gli uomini e le donne di questo mondo o se la tecnologia fosse al servizio di tutti e utilizzata non per accumulare capitali, ma per liberarci dal lavoro salariato.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2021 10:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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		<category><![CDATA[BIG TECH]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continuiamo il nostro lavoro di inchiesta all’interno del mondo del lavoro attraverso una lunga e interessante intervista a un lavoratore del centro di distribuzione Amazon di Fara in Sabina in provincia di Rieti. Attraverso una lunga sequenza di lavori precari e sottopagati &#8211; dal tassista al noleggio con conducente (NCC), dal corriere con Bartolini e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Continuiamo il nostro lavoro di inchiesta all’interno del mondo del lavoro attraverso una lunga e interessante intervista a un lavoratore del centro di distribuzione Amazon di Fara in Sabina in provincia di Rieti.</em></p>



<p><em>Attraverso una lunga sequenza di lavori precari e sottopagati &#8211; dal tassista al noleggio con conducente (NCC), dal corriere con Bartolini e DHL al postino con Poste Italiane &#8211; Vincenzo approda al centro di distribuzione Amazon. Le condizioni lavorative all’interno del comparto logistico di Amazon sono analizzate attraverso la doppia lente del lavoratore e del militante. Questa doppia postura di Vincenzo ci permette di cogliere diversi elementi estremamente interessanti dell’organizzazione del lavoro all’interno delle “nuove fabbriche” del capitale.</em></p>



<p><em>Dai ritmi semischiavistici alle postazioni di lavoro assordanti e disumane, dalla robotizzazione dello stoccaggio ai sensori di movimento che controllano ogni singola fase lavorativa, il quadro tinteggiato è quello di un contesto produttivo dove paradossalmente si mescolano i vecchi ritmi, tipici della catena produttiva fordista, con quelli imposti dai sistemi di controllo e automazione necessari per l’iperproduzione dentro la cosiddetta industria 4.0. Qui il miraggio di un contratto a tempo indeterminato è legato esclusivamente alla capacità produttiva di ogni singolo lavoratore. La quasi totale assenza dei sindacati all’interno dei siti produttivi Amazon permette, ancora una volta, il ritorno in gioco di un’altra pratica produttiva che, su larga scala, sembrava scomparsa: quella del cosiddetto cottimo, cadenzato questa volta dalla più “piacevole” musica techno e house diffusa dagli altoparlanti aziendali.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>1)</strong> <strong>Come sei arrivato a lavorare ad Amazon?</strong></p>



<p>La mia condizione lavorativa è molto travagliata. Purtroppo non riesco a trovare un lavoro stabile e continuativo. Da una parte è stata colpa mia, perché non avendo continuato un percorso formativo per ottenere le competenze di un “mestiere specializzato” questo mi ha portato a cercare un lavoro generico sul “mercato del lavoro” attraverso la diffusione manuale del mio curriculum vitae ad attività commerciali generali (come botteghe, minimarket, negozi, ecc.), sia on-line attraverso siti internet di catene di distribuzione (supermercati, filiali per la grande distribuzione, logistica, ecc.) o di agenzie per la somministrazione del lavoro. Purtroppo da qualche anno questi lavori sono regolati da leggi dello Stato italiano che permettono il massimo sfruttamento per il datore di lavoro. Io non sono incappato nell&#8217;alternanza scuola-lavoro (per via dell&#8217;età anagrafica), ma ho visto per molti anni (fino al compimento del trentesimo anno di età) offrirmi contratti di stage con retribuzione minima pagati dallo Stato (circa euro 400 mensili). Ho iniziato con un contratto da “servizio civile” per un anno, in cui mi occupavo, all&#8217;interno di una cooperativa, di assistenza per disoccupati e immigrati senza permesso di soggiorno. Da lì ho percorso una serie di lavori tra i più disparati: dalla revisione di autoveicoli, alla vendita di minicar, da videoterminalista nella sede nazionale di una società internazionale di autonoleggio a commesso in un negozio al dettaglio: tutti rigorosamente contratti di sei mesi da stagista. Poi, compiuti i 30 anni, mi sono buttato, con un contratto a cottimo, in un&#8217;avventura ai limiti del paradossale: sono stato contattato da una società sconosciuta per un lavoro porta a porta per conto terzi, con tanto di formazione interna ai limiti della legalità. Dopo un periodo di circa 3 mesi, con una retribuzione da fame e un crollo vertiginoso del mio stato di salute, ho deciso di abbandonare questo pseudo-lavoro. Da lì ho deciso di prendere la patente KB e il Certificato di Abilitazione Professionale per poter guidare il taxi. Ma, spesi circa 1000 euro, mi sono ritrovato in un mondo regolato in modo settario che non dà spazio di lavoro. Infatti, tutto il mondo dei taxi è regolato dalle cooperative sociali che hanno affiliati “preselezionati” senza però chiare regole d’affiliazione. Per poter svolgere questa attività, oltre a prendere la patente e iscriversi al ruolo, bisogna acquistare una licenza che, nella capitale d&#8217;Italia, ha un prezzo medio di 250 mila euro. Una cifra che ovviamente non posso permettermi. Teoricamente ci sarebbe un&#8217;altra strada, ma si è rivelata praticamente impercorribile: quella delle sostituzioni. In teoria, i tassisti che vogliono prendersi un periodo di astensione dal lavoro (andare in vacanza, malattia o altro) possono farsi sostituire da una persona in possesso di patente e abilitazione. Ma, nella totalità dei casi, chi possiede un taxi, invoglia qualche familiare a ottenere tali requisiti e tutto rimane nel proprio ambito. Ma c&#8217;è di più: la licenza è ereditabile, quindi quel parente (spesso prole o coniuge), una volta che il possessore della licenza smette l&#8217;attività, invece di riconsegnarla al Comune, la cede al parente prossimo. Inoltre, nei principali comuni italiani negli ultimi dieci anni non ci sono state variazioni sostanziali del numero dei taxi e anche se dovessero programmare dei bandi per l&#8217;aumento delle licenze, chi avrà il punteggio adeguato a ottenerle sarà chi avrà potuto usufruire delle sostituzioni, cioè quei parenti prossimi a chi ha già le licenze e così aumenterà il numero di licenze alla “famiglia tassista” e, di conseguenza, aumenterà di parecchio anche il loro patrimonio ottenuto dal ricavato della vendita di quelle nuove licenze (ottenute gratuitamente dal comune). Da lì la consapevolezza che non c’era spazio in quel mondo settario per chi, come me, non ha “santi in paradiso”. Ho tentato allora di convertire l&#8217;iscrizione al ruolo da taxi a NCC (Noleggio Con Conducente) e questo aveva dei costi, perché avrei dovuto rifare tutte le visite mediche per l&#8217;idoneità (che si aggirano intorno ai 100 euro, poco meno se, come me, ti giri da solo tutte le strutture pubbliche, come le ASL, per ogni visita richiesta). Quello è un mondo ancora più variegato: chi ha i soldi per potersi permettere una licenza NCC, che non deve essere obbligatoriamente del comune di residenza (o almeno teoricamente sì ma, con alcuni accorgimenti, praticamente no) e proprio per questo costa molto meno di quella per i taxi, fa una vita da sfruttatore. Mi spiego meglio. La licenza NCC non è legata a un solo veicolo: si possono avere diversi veicoli, basta esser vincolati a una rimessa privata e ogni veicolo, per ogni corsa effettuata, dovrà ricordarsi di aggiungere, su un foglietto, oltre ai chilometri effettivi percorsi, anche il chilometraggio standardizzato dalla propria posizione al luogo (andata e ritorno) dove legalmente è la rimessa (è solo un momentaneo calcolo matematico, nulla di reale). C&#8217;è chi utilizza l&#8217;NCC come un taxi clandestino (ma per fortuna non ho mai vissuto quell&#8217;esperienza) e chi ne fa un uso proprio. Prima di convertire la mia iscrizione al ruolo ho voluto fare una prova di affiancamento (ovviamente non retribuita). Il collega mi ha detto subito che il 60% della sua giornata lavorativa andava al proprietario della licenza e che i danni al veicolo venivano prelevati dal suo ricavo mensile (cioè dal 40% di tutto il lavoro svolto). La nostra giornata è iniziata alle 4:15 di mattina e si è conclusa alle 20:30, senza alcun corso di formazione, alcun buono pasto, alcun DPI. Le pause sono legate alle giornate lavorative. Il collega mi raccontava che ci sono giornate dove si effettuano 7-8 corse, e altre dove non ci si ferma un attimo. Tornato a casa, il proprietario pretendeva che iniziassi a lavorare anche prima di fare la conversione dell&#8217;iscrizione al ruolo e lì ho deciso di non iniziare quell&#8217;avventura. Pochi mesi dopo, attraverso un parente, vengo a conoscenza che una cooperativa, affiliata a Bartolini, cercava “natalini”: si trattava di autisti per camion fino 3.5 t per il periodo da settembre a gennaio dalle 6:15 alle 19:30 circa. Il lavoro veniva pagato per i giorni effettivi di lavoro e la mattina stessa sapevi se lavoravi oppure no. Iniziammo l&#8217;affiancamento (ovviamente gratuito) che durò 10 giorni. Durante quel periodo molte persone, giustamente non contente di lavorare senza esser pagati, se ne andarono. Decisi di restare. Passati i 10 giorni finalmente iniziammo. La mattina dovevamo essere in sede, nel magazzino, alle 6:15 per prelevare i pacchi che venivano trascinati alle nostre postazioni da un rullo trasportatore. Per cui eravamo in un magazzino senza alcun DPI, tantomeno corsi di formazione. Caricato il camion con circa 130 pacchi, ogni giorno dovevamo effettuare circa un centinaio di consegne. Al momento della paga ho scoperto che, superato un numero di mancate consegne (non ho mai capito quante) scalavano i soldi dalla busta paga. Una volta mi capitò una zona dove l&#8217;indirizzo delle consegne non aveva i numeri civici, ma il chilometraggio della via (via X al km Y) e ovviamente questo mi mise in seria difficoltà per le consegne: un mese dopo saltò fuori che quel giorno di lavoro non mi venne pagato. Presa la prima paga me ne andai. Scoraggiato e senza speranze, quasi per inerzia e convinto da un compagno del gruppo Bakunin di Roma, decisi di inviare il curriculum vitae al sito di Poste Italiane. Fu la svolta. Venni chiamato quasi subito (tant&#8217;è che all&#8217;inizio pensavo fosse uno scherzo telefonico), feci di lì a breve una prova col motorino e, dopo 5 mesi, venni assunto. Nel frattempo ebbi una piccola parentesi come receptionist in un camping ma, alla chiamata di Poste Italiane, mi licenziai subito (pretendono che tu sia sempre liber* e a loro disposizione, come mi dissero al telefono: “Poste Italiane non aspetta nessuno”). Nel frattempo, il Parlamento italiano aveva emanato il “decreto dignità” che prevedeva un contratto determinato con un periodo massimo di 12 mesi. Iniziai con 3 mesi e, dato che questo lavoro mi aveva dato entusiasmo, volontà e mi riusciva piuttosto bene, arrivai al massimo possibile, cioè un anno completo. Quando stava per terminare il contratto di lavoro, il direttore locale delle Poste, davanti a me, chiamò la sede centrale per chiedere se fosse possibile una proroga con motivazione o un&#8217;assunzione immediata come indeterminato, ma questo non fu possibile perché per essere assunti bisognava passare per una graduatoria nazionale che, a distanza di 3 anni, ancora mi vede fuori. Passati quasi 2 anni, e terminata la Naspi, mi misi alla ricerca di un nuovo lavoro. Venni dapprima contattato da una cooperativa legata a DHL che mi offriva le stesse condizioni lavorative di Bartolini, e poi, durante il primo giorno di affiancamento gratuito senza DPI, mentre ero sul camion, venni contattato da un&#8217;agenzia interinale legata ad Amazon. All&#8217;inizio ero scettico, ma la proposta di un corso di formazione on-line retribuito di 5 giorni e la possibilità di avere DPI gratuiti oltre che buoni pasto per ogni turno superiore alle 6 ore, mi convinsero a salutare DHL e a scegliere Amazon.</p>



<p><strong>2)</strong> <strong>Come vivi la tua condizione di lavoratore Amazon? È un lavoro tranquillo, stimolante o mortificante per le tue aspirazioni?</strong></p>



<p>È difficile rispondere a questa domanda. Durante il mio contratto trimestrale mi è capitata la famosa settimana del “prime day” dove mi è stato cambiato ruolo e orario di lavoro. Ecco, se da subito mi fosse capitato quel ruolo ricoperto in quella settimana me ne sarei andato subito. Lì il lavoro è insostenibile. In quella settimana mi avevano assegnato al reparto “outbound” con il ruolo di “rebin”. Praticamente ero assegnato a una postazione “tripla”: un lungo rullo trasportatore si snodava in diverse diramazioni, tra cui tre postazioni. Queste sono occupate da due lavoratori. Un lavoratore ha un colore (rosso o verde) che identifica la sua postazione e, in comune, si gestisce la terza. Chi non ha la postazione occupata da pacchi in arrivo, prende in gestione la postazione in comune. Il compito è semplice e meccanico: prelevare i pacchi, girarsi, e inserirli in una cella di una lunga griglia metallica dove si accende il proprio colore. Tutto questo in velocità e con un continuo e fastidioso rumore di sottofondo provocato dai rulli trasportatori sempre in movimento tanto da consigliare l&#8217;uso di tappi per attenuare il rumore ed evitare danni all&#8217;udito. Diminuire la velocità del proprio lavoro impone al collega di lavorare anche per supplire a tale scelta. Inoltre, se c&#8217;è il bisogno impellente di andare in bagno, bisogna girare una chiave laterale che fa scattare l&#8217;allarme generale. Questo allarme fa avvicinare un responsabile che ti sostituisce finchè non torni in postazione. Inutile dire che tutto questo fa passare la voglia di esercitare i propri diritti se non in casi davvero estremi.</p>



<p>Per “fortuna” il ruolo che mi hanno assegnato è stato diverso e si inserisce in quello che viene chiamato “stow” cioè stoccaggio. Ho una mia postazione isolata con un monitor fisso che fa da interfaccia e registra ogni movimento e la velocità di lavoro, circondata da due bancali ai lati dove si inseriscono le cassette color nero chiamate “tote” contenenti i pacchi da stoccare, una “porta” davanti affiancata da sensori che registrano i movimenti delle mani e da una scaletta scorrevole (formata da tre gradini): il compito è prelevare gli oggetti, sparare il codice attraverso un sensore laser e inserirli in armadietti di plastica alti circa 4 metri, chiamati “bin”, portati davanti alla “porta” da robot che somigliano a macchinine telecomandate. Per inserirli nei ripiani più alti si usa la scaletta, per quelli più bassi bisogna piegarsi attraverso uno “squot”. Fin dal primo giorno è girata la voce che, per poter esser assunti a tempo indeterminato, bisogna stoccare un numero di oggetti compreso tra i 30 e i 50 al minuto ma ufficialmente nulla di tutto questo viene dichiarato. Durante tutto il turno, di quasi 8 ore, viene diffusa musica (molto spesso commerciale, techno o house) che, inconsciamente, scandisce il ritmo di lavoro. Ogni lavoratore dista circa 5-6 metri dall&#8217;altro e, indossando obbligatoriamente la mascherina, per poter comunicare bisogna contrastare la musica. Questo comporta che si possono pronunciare, urlando, solo brevi frasi. Nel corridoio che circonda le postazioni “open-space” passano spesso team-manager, amnesty, lavoratori della ditta di pulizia, lavoratori addetti al controllo dell&#8217;uso della mascherina e tecnici vari. Inoltre, in modo random, arrivano “istructor” che, con un pc fissato a carrellini con le ruote (chiamati cow), si presentano, registrano il tuo nominativo, controllano il lavoro che svolgi e danno indicazioni su come lavorare meglio. Questo rende il lavoro iper-controllato, mette ansia, agitazione e hai la sensazione che prima o poi qualcuno verrà in postazione. Inoltre, attraverso piccoli corsi di qualche ora (spesso organizzati i primi giorni di lavoro), ci sono altri ruoli che possono assegnarti durante il turno di lavoro. Li chiamano “indiretti” e consistono in diverse mansioni fisiche, come il “water spider” che preleva i “tote” vuoti e li porta in corridoi chiusi collegati meccanicamente a chi preleverà i pacchi stoccati (chiamati “picker” e inseriti in gabbie di ferro senza possibilità di comunicare con nessuno per tutto il turno di lavoro), il kart-runner che, con il transpallet, preleva le pedane da stazioni prestabilite e li porta agli stow per poi registrarli alla postazione, le “staffette” che aiutano i kart-runner nella distribuzione omogenea delle pedane e, infine, gli “allower” che prelevano i tote con i pacchi dai rulli trasportatori e li collocano nelle pedane. Ogni sera, un&#8217;ora prima del turno, comunicano quale di questi ruoli ti verranno assegnati e anche questo crea sempre molta incertezza e tensione. Inoltre, essendo lavori molto semplici, capita spesso che, nello stesso turno, possano spostarti all&#8217;improvviso da una postazione a un&#8217;altra, cambiarti ruolo, cambiare l&#8217;orario della pausa (che è uguale per chiunque ricopra quel ruolo). Sembrano tutte piccole azioni insignificanti, ma a livello emotivo creano disorientamento e sconforto. Vorrei raccontare un piccolo aneddoto. Durante la semifinale di Euro 2020, per evitare che le persone non si presentassero a lavoro, trasmisero in filodiffusione la radiocronaca della partita di calcio Italia – Spagna. Di solito un evento calcistico appassiona una percentuale significativa di lavoratori. Quella partita fu vinta ai rigori dalla nazionale italiana. Solamente io (che non ero neanche tanto appassionato a quell&#8217;evento) e un ragazzo cileno ci abbracciammo e saltammo felici, tanto per rompere il grigiume di quel luogo. Tutti gli altri non fecero una piega, neanche alzarono le mani o si staccarono dai loro movimenti meccanici. Nessuno della leadership o della security osò dirci nulla nonostante avevamo palesemente violato quasi tutte le disposizioni obbligatorie. La mia impressione è che anche i responsabili si resero conto dell&#8217;inquietante situazione. E qui arriva un altro accorgimento legato all&#8217;emotività. Amazon si è resa conto del clima altamente depressivo di quell&#8217;ambiente (che ovviamente inficia le prestazioni lavorative) e ha cercato di rimediare inserendo durante il turno uno speaker motivatore, spesso donna, per invogliare a rendere di più creando una specie di fittizia competizione con gli altri reparti oppure organizzando karaoke tra leader trasmessi in filodiffusione. Ma la mia impressione è che tutto questo crei ulteriore depressione e malumore. Un malumore da sconfitta, non da rabbia.</p>



<p><strong>3)</strong> <strong>La retribuzione è adeguata alle ore e all’intensità del lavoro?</strong></p>



<p>Le retribuzioni sono diverse a seconda del contratto firmato e del turno che si va a ricoprire. La mia retribuzione massima, lavorando part-time 34 ore a settimana tutte le notti, è proporzionale allo stipendio, anche perché dopo il grande sciopero di Aprile 2021 molto è cambiato nel sistema interno di pressione sulle prestazioni lavorative. Ovviamente in questa cifra è compresa la maggiorazione notturna del 25% per le ore antecedenti alle 6 di mattina. Quando firmai il contratto c&#8217;era appena stato quel grande sciopero internazionale, una settimana prima, e di lì a poco, cioè due settimane da quando iniziai a lavorare, venne raggiunto un&nbsp; accordo sindacale nazionale sul lavoro notturno e sulla maggiorazione notturna (inizialmente prevista del 15%). Senza questo aumento, per un lavoro notturno, la retribuzione sarebbe stata nettamente sotto le retribuzioni medie. In questo modo invece entra nella media, considerando che vengono pagati puntualmente anche contributi, tredicesima, quattordicesima e straordinari (che oggigiorno non è scontato). C&#8217;è da dire che queste retribuzioni sono uguali per tutte le mansioni, sia per lavori poco prestanti come quelli di stow, sia per lavori logoranti come quello di indiretto. Quando assegnano un ruolo da indiretto, la retribuzione incomincia a essere un pochino sotto la mansione corrispondente. Per chi, “sfortunatamente”, si trova in altri settori, come all&#8217;inbound o all&#8217;outbound, quella retribuzione è nettamente inadeguata, e siamo allo sfruttamento puro: la mole di lavoro, la pressione dei responsabili sul lavoro e i ritmi frenetici corrispondenti, in quei casi sono significativi. Chi è sotto il ricatto di un possibile rinnovo lavora intensamente oltre gli standard richiesti, per cui la retribuzione diventa inadeguata in tutti i settori.</p>



<p><strong>4)</strong> <strong>La sicurezza sul lavoro e i relativi dispositivi sono garantiti?</strong></p>



<p>Questo è il motivo principale per cui ho scelto di lavorare ad Amazon. Prima di essere assunti, sia l&#8217;agenzia di somministrazione, sia Amazon sottopongono i lavoratori a diversi corsi sulla sicurezza e sulle mansioni da svolgere. I DPI sono gratuiti e sempre disponibili e ogni due settimane vengono effettuati tamponi antigenici gratuiti per chi vuole. Dal punto di vista della sicurezza, apparentemente e secondo le norme di legge, Amazon è all&#8217;avanguardia. Forse anche troppo. Questo perché i ritmi sono talmente serrati che il pericolo è sempre presente e possibile. Inoltre, la presenza costante, ogni tre o quattro metri di personale addetto al controllo delle misure di sicurezza e sanitarie, crea una pressione psicologica molto forte. Ti senti controllato ovunque, ci sono telecamere lungo tutte le postazioni di lavoro e in sala mensa. Ci sono addetti al controllo all&#8217;uso di DPI e del mantenimento del distanziamento sociale (sia dentro che fuori è di due metri) che utilizzano ogni scusa per intervenire, controllare postazioni, perquisire con metal detector. L&#8217;installazione di barriere in plexiglass lungo i banchi della mensa e la forzatura di utilizzare mascherine anche prima e dopo aver posato le labbra su una tazza di caffè, impediscono ogni possibile dialogo tra colleghi. Viene spesso usata la sicurezza per mantenere un isolamento forzato che induce i lavoratori a chiudersi in se stessi.</p>



<p><strong>5)</strong> <strong>I tempi di pausa sono sufficienti? Mensa, schermo, sigaretta, bagno.</strong></p>



<p>La pausa non è a scelta. Come nelle scuole c&#8217;è un orario collettivo per andare in pausa. Di solito, per turni di più di 6 ore, c&#8217;è una pausa di mezz&#8217;ora a metà turno ma, la maggior parte delle volte, le pause vengono scaglionate per blocchi di lavoratori. Quello è l&#8217;unico momento in cui è possibile sedersi e guardarsi con altre persone anche se, per colpa del plexiglass, non è praticamente possibile comunicare, a meno di voler sfidare i controllori della sicurezza, piazzati ogni tre metri e violare le disposizioni per la sicurezza e correre il serio rischio di un feedback negativo. Sempre solo nelle pause è possibile fumare, ma solamente all&#8217;esterno, vicino ai parcheggi, dove ci sono cabine singole chiuse dal plexiglass. Anche lì il distanziamento di due metri e la presenza di mascherine e plexiglass impediscono la comunicazione. Oltre quello non c&#8217;è nient&#8217;altro. Le pause bagno, teoricamente possibili, per molte attività sono rese impossibili. Chi si trova in outbound per poter andare in bagno deve far scattare un allarme generale che convoca i responsabili: ti sostituiscono temporaneamente con qualche collega o si mettono loro [al tuo posto]. Scontato dire che, chi ha delle impellenze immediate è messo in condizioni di estremo disagio. In altri ruoli, come quelli di indiretto nel reparto RSP o in inbound, andare in bagno significa bloccare tutta la catena di lavoro. Per cui, di fatto, quasi tutti ci rinunciano. Gli schermi e gli orologi vengono utilizzati dai dirigenti e dai responsabili per gestire tutto: le comunicazioni, le pause, i tempi di lavoro e i cambi ruolo. Sono uno strumento di controllo immediato e molto efficace, perché segnalano anche quali sono i tuoi ritmi di lavoro, quando e quanto ti sei fermato (dopo un quarto d&#8217;ora viene applicato un lucchetto che è possibile sbloccare solo con l&#8217;identificazione attraverso il badge) e la qualità del lavoro.</p>



<p><strong>6)</strong> <strong>Come consideri il rapporto tra lavoratore e robot?</strong></p>



<p>Da molti colleghi i robot sono visti come una minaccia futura. A parte i robot sotto i bin, che di fatto consentono il lavoro da stow, quelli più inquietanti sono quelli trasportatori. Hanno una striscia magnetica a terra che permette loro di spostarsi avanti e indietro portando carichi e carrelli, sia vuoti che pieni. Hanno dei sensori di movimento per segnalare il pericolo e fermarsi. Per fortuna si rompono spesso e sono molto lenti, ma l&#8217;impressione è che l&#8217;automazione presto possa renderli molto performanti. Ci sono, inoltre, nastri trasportatori collegati con sensori in tutto il magazzino, che collegano tutti i piani e addirittura una postazione dove s&#8217;incrociano nastri a più livelli. Lì dentro c&#8217;è un addetto all&#8217;antiaccumulo dei tote che lavora con tote che viaggiano a velocità sostenute. Ho avuto modo di parlarci e mi ha raccontato che, chiuso in una gabbia, da solo, con diversi rulli e diverse casse di plastica che sfrecciano da ogni parte, oltre alla claustrofobia, creano un senso di disorientamento e non danno punti di riferimento. Per noi di stow e per i picker (chi preleva i pacchi dai bin), i robot sono come colleghi, anzi sono fondamentali per rendere il lavoro meno pesante. C&#8217;è però la consapevolezza che presto potrebbero prendere tranquillamente i nostri ruoli.</p>



<p><strong>7)</strong> <strong>Il tuo rapporto lavorativo ha prevalentemente un’interfaccia digitale oppure hai una relazione costante con i superiori/responsabili?</strong></p>



<p>Il manager che mi è stato assegnato per qualsiasi cosa o i miei responsabili non li ho mai conosciuti. Per ora ho avuto a che fare con dirigenti solamente per rispondere della qualità del lavoro e dei ritmi lavorativi, per cui preferisco non averci a che fare. Diversi instructor spesso vengono a ricordarci le norme sulla sicurezza e a darci informazioni sui tipi di prodotti dal lavorare, ma ogni volta che si avvicinano dobbiamo poi compilare un test e raggiungere un punteggio che garantisce che abbiamo ascoltato e appreso. Se non si supera il test non avviene nulla nell&#8217;immediato, ma il non superamento viene inviato ai manager attraverso un tablet. La maggior parte del lavoro di stow si fa isolati, con la musica che detta i ritmi e un monitor che ti dice che tipo di prodotto è, dove va inserito e se c&#8217;è qualche problema. Se non hai voglia di urlare (per superare i decibel della musica e/o del rumore dei nastri trasportatori, a seconda delle postazioni) per parlare con i colleghi che si trovano a più di 5 metri da te e che devono, anche loro, lavorare in velocità, il monitor è l&#8217;unico “compagno di lavoro” che hai. Teoricamente non è un lavoro da videoterminalista, però, di fatto, c&#8217;è una relazione lavorativa costante con il proprio monitor.</p>



<p><strong>8)</strong> <strong>Cosa cambieresti del lavoro che svolgi?</strong></p>



<p>È&#8217; un lavoro che non dovrebbe esistere. È così alienante che ti toglie l&#8217;allegria e la voglia di avere rapporti umani con i colleghi. Ho visto persone poco più che robot, che non parlavano, non ascoltavano, non avevano alcuna reazione. Erano come in trance, svolgevano meccanicamente il loro compito senza staccare mai gli occhi dal loro ruolo, senza parlare con nessuno per otto ore, apparentemente senza emozioni, senza entusiasmo, senza alcuna reazione. Altri colleghi li ho visti lavorare con l&#8217;ansia da prestazione, impauriti per non aver raggiunto i ritmi richiesti utili a un eventuale rinnovo o a un&#8217;assunzione a indeterminato. Ma, a questo punto, meglio l&#8217;ansia che l&#8217;atarassia totale. Con qualcuno mi sono messo paura, altri ho cercato di tranquillizzarli, ma vivere là dentro fa capire tantissimo sullo sfruttamento psicofisico e sulla rassegnazione.</p>



<p><strong>9)</strong> <strong>Cosa manterresti del lavoro che svolgi?</strong></p>



<p>La garanzia del lavoro. Al di la di tutto, Amazon continua ad assumere anche in tempo di crisi e questo dà l&#8217;opportunità a molte persone, anche in seria difficoltà lavorativa, di potersi garantire uno stipendio sicuro e una dignità lavorativa. Nonostante tutto è una ciambella di salvataggio per molte persone disperate che, anche in età considerata a rischio (per ricominciare da zero), cercano una garanzia sotto il punto di vista della retribuzione, della sicurezza sul lavoro ed evitare di esser completamente tagliati fuori dal mondo del lavoro. Nonostante tutti i limiti e tutti i problemi che si possono riscontrare, lì è garantito qualcosa che dovrebbe esser considerato “normale” (come l&#8217;accesso gratuito ai DPI, i corsi di formazione, la retribuzione lavorativa, gli straordinari pagati, ecc.) che, invece, nella quasi totalità delle aziende di logistica, non lo è. Questo permette ad Amazon di poter rivendicare come “condizione straordinaria lavorativa” qualcosa che in fin dei conti non dovrebbe esserlo.</p>



<p><strong>10)</strong> <strong>Hai un contratto a tempo determinato, atipico o indeterminato?</strong></p>



<p>In Amazon di Fara Sabina si possono incontrare, in un cambio turno, sei persone che hanno sei diversi contratti lavorativi e solo uno di questi lavora per conto di Amazon. Infatti l&#8217;accesso immediato avviene attraverso un&#8217;agenzia del lavoro, che può essere l&#8217;Adecco o Gi-Group. Queste due agenzie propongono cinque modalità di contratto: il full-time, che viene rinnovato di mese in mese fino a un massimo di 11 mesi, che prevede 5 giorni lavorativi 8 ore al giorno su turni settimanali in rotazione (mattina, pomeriggio o notte). Sempre su turni settimanali c&#8217;è il MOG (monte orario garantito) che garantisce 2 giorni pagati a settimana e gli altri attraverso espansioni. Ovviamente accettare le espansioni è “caldamente consigliato” in vista delle proroghe mensili. Questo vuol dire che sarai a disposizione dell&#8217;azienda, che aleatoriamente proporrà settimane intense di lavoro e settimane quasi nulle. Altri contratti hanno 3 mesi di durata, il primo, e poi durata variabile (ho parlato con colleghi che hanno avuto proroghe di una settimana e, successivamente, di 5 mesi); questi contratti prevedono turni di solo pomeriggio (4 giorni a settimana per 8 ore), il turno night (che prevede 35 ore settimanali dalle 23:30 alle 7:00 o dalle 22:30 alle 6:00) e il turno speed-weekend (che prevede di lavorare solo nella notte dei week-end). I contratti indeterminati sono riservati ai “fortunati vincitori selezionati da Amazon”. È una sorta di miraggio di chi lavora per quegli 11 mesi: vengono assunti direttamente da Amazon e hanno un segno distintivo (un budge di colore blu, mentre i determinati lo hanno di colore verde). I turni di lavoro e le modalità sono identiche a quelle appena descritte, solo che il contratto non ha scadenza. A me è capitato il contratto turno night, quindi lavoro dal lunedi sera al sabato mattina.</p>



<p><strong>11) Conosci il rapporto lavorativo dei tuoi colleghi?</strong></p>



<p>Sì, ho chiesto in giro che tipo di rinnovi propongono e le modalità per accedervi. Praticamente la prima proroga, spesso di un mese, è quasi automatica. Non ci sono grosse performance da stabilire per potervi accedere e di solito viene proposta a tutti sapendo che molti non accetteranno di continuare. La seconda proroga, di una settimana, è davvero paradossale, ancora non capisco perchè viene proposta, ma penso che serva a testare la flessibilità psicofisica di chi la accetta. Flessibilità che viene ulteriormente testata da una “sospensione” temporanea. Finita quella settimana non si fa più vivo nessuno per qualche mese, di solito due o tre. All&#8217;improvviso inizia a squillare il telefono e le due agenzie chiedono se si è ancora disponibili per un ultimo ulteriore rinnovo, questa volta di una durata variabile a seconda di quanto in là si possano spingere per una copertura lavorativa senza doverti assumere. Finito quel periodo per il 90% ci sono i saluti senza ringraziamento. Solamente chi ha fatto altissime prestazioni a ritmi folli ha il privilegio di esser chiamato direttamente da Amazon per un contratto indeterminato.</p>



<p><strong>12)</strong> <strong>Hai la possibilità di incontrarti e discutere con i tuoi colleghi?</strong></p>



<p>Come ho già raccontato, gli incontri sono possibili ma “caldamente sconsigliati”. Parlare è possibile solamente urlando in postazione per sovrastare i rumori e la musica ad alto volume o in sala mensa, disattendendo tutte le disposizioni, dalla mascherina, alla distanza obbligatoria di due metri, ai pannelli in plexiglass che rendono impossibile la ricezione di onde sonore da una persona all&#8217;altra. Spesso per parlare fugacemente (per nascondersi dalla security appostata ogni tre metri) è indispensabile saper leggere il labiale o non aver timore dei feedback negativi. Questi ultimi sono una sorta di “nota sul registro” come a scuola, che verranno registrati e trasmessi direttamente ad Amazon e all&#8217;agenzia. Anche fuori, nel parcheggio, di proprietà di Amazon, è obbligatoria la mascherina (anche se lo Stato italiano ha dato disposizione della non obbligatorietà della mascherina all&#8217;aperto) e la distanza di due metri e questo, teoricamente, disincentiverebbe il parlarsi. Ma, come detto, l&#8217;umanità e la voglia di contatto e di discutere porta molto spesso a violare le regole interne.</p>



<p><strong>13)</strong> <strong>Esiste un sindacato interno?</strong></p>



<p>Esiste ma per il 90% dei lavoratori è assolutamente inutile. Questi lavoratori, come me, sono a tempo determinato e nessun sindacato può imporre all&#8217;agenzia del lavoro un rinnovo o una proroga a un lavoratore. Quindi, nonostante abbiano eroicamente e faticosamente lottato per poter entrare in Amazon di Fara Sabina e nonostante esista uno sportello anche per i determinati, esso rappresenta un&#8217;entità astratta. Attraverso il corso sul sindacato sappiamo che la CGIL è presente e ci ha dato le informazioni utili sui contratti nazionali di categoria e altre informazioni sui nostri diritti, ma per noi è semplicemente quell&#8217;entità astratta che è riuscita a farci guadagnare di più nel turno notturno aumentando la percentuale dello straordinario dal 15% al 25%. Non conosco gli incontri che fanno, né saprei dove cercarli. Non ci sono volantini o sportelli del sindacato all&#8217;interno dello stabilimento (o almeno io non ne ho visti). Ma anche se fosse non avrebbe senso, per me, parteciparvi. Anche perché, a meno di situazioni gravissime (per cui neanche il sindacato potrebbe intervenire), per la maggior parte dei fatti che avvengono lì dentro tutto viene rinviato alla fine della scadenza contrattuale e alla non-proroga. Quest&#8217;arma della proroga per Amazon, come per qualsiasi altra azienda in Italia, è potentissima e nessun sindacato può contrastarla.</p>



<p><strong>14)</strong> <strong>Se sì, è utile per manifestare le problematiche alla dirigenza e risolvere le problematiche lavorative?</strong></p>



<p>Amazon ogni giorno fa test di valutazioni e propone in ogni modo e con ogni strumento (dalle bacheche delle idee alle proposte specifiche) metodi di interfaccia lavorativa. Non so bene se è uno strumento studiato dopo la grande manifestazione di Aprile 2021 oppure già da prima era così “sensibile”. Sta di fatto che, se ci sono problematiche logistiche che non danneggiano la produttività interna, è la stessa Amazon a correggere il tiro e a risolverla il prima possibile. Se invece sono problematiche riguardo ai turni, la durata del lavoro, la retribuzione, le pressioni psicologiche, ecc. non c&#8217;è la capacità politica e la conoscenza del mondo dei diritti sul lavoro sufficienti per poter permettere a un sindacato ufficialmente riconosciuto di poter intervenire con forza. La maggior parte dei lavoratori sono giovani dai 20 ai 30 anni che spesso sono convinti che quello sia il migliore dei mondi possibili e che la produttività sia l&#8217;unica cosa che conta. Per cui, purtroppo, un lavoro sindacale utile dovrebbe partire proprio dalle basi e questo, attualmente, in Amazon non avviene.</p>



<p><strong>15) Esistono altre forme di relazione tra lavoratori?</strong></p>



<p>Non ufficialmente. Io ho cercato di creare un gruppo di lavoratori all&#8217;interno dell&#8217;azienda, addirittura ho litigato pesantemente con due colleghi perché giustificavano la violazione della privacy che avevo subito un giorno da un dirigente. Erano convinti che, essendo un&#8217;azienda privata, non dovessero rispondere alle leggi dello Stato italiano. Quando ho visto che proprio culturalmente non ci arrivavano, con calma ho cercato, poi, di spiegare che anche le aziende private hanno l&#8217;obbligo di rispettare le leggi nazionali. Dopo aver spiegato i passaggi base del vivere sociale ho visto che volevano frequentarmi sempre più fino a uscire tutti insieme nei giorni in cui non si lavora. Questo aneddoto è per far capire come il capitalismo si è imposto psicologicamente sulle generazioni del nuovo millennio. Si crede davvero che le aziende possono tutto e sono quasi onnipotenti. E se giustificano tale atteggiamento alla “ribellione” di un collega, figuriamoci se sono loro stessi a subirla! Quindi, creare queste forme di relazione, anche se le condizioni lo impediscono in tutti modi, è possibile ed è indispensabile, ma purtroppo attualmente non esistono per incapacità politiche di questi ragazzi.</p>



<p><strong>16)</strong> <strong>Rispetto ad altri lavori fatti, il lavoro in Amazon lo ritieni migliore o peggiore?</strong></p>



<p>Per tutto quello che ho detto fino ad ora lo reputo peggiore dal punto di vista psicologico e migliore dal punto di vista delle garanzie lavorative.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/">IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>E SE AMAZON CI REGALASSE IL REDDITO UNIVERSALE?</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 08:49:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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		<category><![CDATA[BIG TECH]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ultimi dati di bilancio relativi ai colossi del commercio e della logistica risalgono al 2020, anno in cui Amazon ha fatturato 386 miliardi di dollari e il governo italiano ha approvato &#8211; per avere un parametro di ragguaglio &#8211; una manovra finanziaria da 32 miliardi di euro. Nel periodo 2018-2020 il fatturato di Amazon [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/15/e-se-amazon-ci-regalasse-il-reddito-universale/">E SE AMAZON CI REGALASSE IL REDDITO UNIVERSALE?</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gli ultimi dati di bilancio relativi ai colossi del commercio e della logistica risalgono al 2020, anno in cui Amazon ha fatturato 386 miliardi di dollari e il governo italiano ha approvato &#8211; per avere un parametro di ragguaglio &#8211; una manovra finanziaria da 32 miliardi di euro. Nel periodo 2018-2020 il fatturato di Amazon è aumentato del 65,77%, mentre il margine operativo lordo è passato da 27.762,00 a 48.150,00 milioni di dollari (+32,54%) con una crescita dell&#8217;Ebitda margin di 0,55 punti. Il risultato operativo è cresciuto del 84,36% a 22.899,00 milioni di dollari e l&#8217;utile di esercizio ha raggiunto quota 21.331,00 milioni di dollari, segnando un incremento pari al 112%.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><strong>Voci di bilancio</strong></td><td><strong>2018</strong></td><td><strong>var %</strong></td><td><strong>2019</strong></td><td><strong>var %</strong></td><td><strong>2020</strong></td></tr><tr><td>Totale Ricavi</td><td>232.887,00</td><td>20,45</td><td>280.522,00</td><td>37,62</td><td>386.064,00</td></tr><tr><td>Margine Operativo Lordo</td><td>27.762,00</td><td>30,86</td><td>36.330,00</td><td>32,54</td><td>48.150,00</td></tr><tr><td>Ebitda margin</td><td>11,92</td><td>&#8212;-</td><td>12,95</td><td>&#8212;-</td><td>12,47</td></tr><tr><td>Risultato Operativo</td><td>12.421,00</td><td>17,07</td><td>14.541,00</td><td>57,48</td><td>22.899,00</td></tr><tr><td>Ebit Margin</td><td>5,33</td><td>&#8212;-</td><td>5,18</td><td>&#8212;-</td><td>5,93</td></tr><tr><td>Risultato Ante Imposte</td><td>11.270,00</td><td>23,89</td><td>13.962,00</td><td>73,28</td><td>24.194,00</td></tr><tr><td>Ebt Margin</td><td>4,84</td><td>&#8212;-</td><td>4,98</td><td>&#8212;-</td><td>6,27</td></tr><tr><td>Risultato Netto</td><td>10.073,00</td><td>15,04</td><td>11.588,00</td><td>84,08</td><td>21.331,00</td></tr><tr><td>E-Margin</td><td>4,33</td><td>&#8212;-</td><td>4,13</td><td>&#8212;-</td><td>5,53</td></tr><tr><td>PFN (Cassa)</td><td>-17.755,00</td><td>-146,09</td><td>8.184,00</td><td>-100,09</td><td>-7,00</td></tr><tr><td>Patrimonio Netto</td><td>43.549,00</td><td>42,51</td><td>62.060,00</td><td>50,51</td><td>93.404,00</td></tr><tr><td>Capitale Investito</td><td>25.794,00</td><td>172,33</td><td>70.244,00</td><td>32,96</td><td>93.397,00</td></tr><tr><td>ROE</td><td>23,13</td><td>&#8212;-</td><td>18,67</td><td>&#8212;-</td><td>22,84</td></tr><tr><td>ROI</td><td>48,16</td><td>&#8212;-</td><td>20,70</td><td>&#8212;-</td><td>24,52</td></tr></tbody></table><figcaption>Riepilogo dati macroeconomici di Amazon &#8211; periodo 2018-2020</figcaption></figure>



<p>In Italia il colosso economico del patron Bezos ha raggiunto un valore di fatturato pari a 81,4 miliardi corrispondenti a un utile di 5,2 miliardi di dollari. Diverse fonti confermano che Amazon possa contare su una manodopera notevole: 9.500 operatori a tempo indeterminato e circa 15.000 lavoratori con contratti a termine. Questi ultimi sono impiegati, come afferma lo stesso gruppo, nei periodi di picco degli ordinativi. È notizia recente, proveniente dagli Stati Uniti, che i driver del gruppo non hanno neanche il tempo di trovare un bagno pubblico e fermarsi per i propri bisogni fisiologici. Neanche la bottiglia di ordinanza pare sia offerta dal datore di lavoro. Analizzando i dati del 2019 apprendiamo che in Italia il gruppo ha consolidato un utile di 4,5 miliardi di euro, erogando un contributo fiscale complessivo di 234 milioni di euro. Facendo due rapidi conti, Amazon lascia al fisco italiano il 5,20% dei suoi utili, una percentuale di imposizione fiscale che sarebbe il sogno di ogni lavoratore italiano costretto a ben altri livelli di aliquote Irpef.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>€ 4.500.000.000,00</td><td><strong>utili</strong></td></tr><tr><td>€ 234.000.000,00</td><td><strong>imposte pagate</strong></td></tr><tr><td>5,20%</td><td><strong>% imposizione sugli utili</strong></td></tr><tr><td>23,00%</td><td><strong>Aliquota Irpef per persone fisiche fino a € 15.000,00</strong></td></tr></tbody></table><figcaption><em> Amazon &#8211; Utili e imposte pagate</em> (2019)</figcaption></figure>



<p>Allargando per un momento lo sguardo oltre i confini italici, proprio in questi giorni a Bessemer, comune degli Stati Uniti situato nella contea di Jefferson dello Stato dell&#8217;Alabama, si è consumata una sfida storica tra sindacato e Amazon con implicazioni nazionali sul futuro del sindacato e delle relazioni industriali negli USA. I circa seimila lavoratori di un centro di distribuzione di Amazon, l’85% dei quali afroamericani, hanno votato se aderire o meno al sindacato. Quest’ultimo aveva sperato di puntare sulle pesanti condizioni di lavoro, raccogliendo denunce su carichi eccessivi e mancanza di pause. L&#8217;esito dello scontro è stato una netta vittoria della Corporate America e una drammatica sconfitta per il sindacato. I lavoratori si sono espressi per oltre il 70% contro l&#8217;adesione alla RWDSU (Retail, Wholesale and Department Store Union) di Stuart Appelbaum. Per il colosso di e-commerce, la sfida sindacale di Bessemer è stata la più significativa mai tenutasi negli Stati Uniti, dove impiega ormai un milione di persone (su un totale globale di 1,3 milioni), secondo datore di lavoro del Paese dietro Walmart, la più grande catena al mondo nel canale della grande distribuzione organizzata.</p>



<p>Interrogarsi su cosa sia successo nel centro Amazon di Bessemer, senza cedere a dietrologie e giustificazioni ideologiche, diventa strategicamente importante. Perché, dunque, i lavoratori, sfruttati e precari, votano contro l’adesione al sindacato?</p>



<p>Intanto, il sindacato di Stuart Appelbaum ha evitato sistematicamente la mobilitazione dei propri iscritti rinunciando, anche altrove, alla costruzione di momenti di solidarietà attiva e di mutuo appoggio a partire dai centri americani di Amazon. La RWDSU ha tentato di sfidare il colosso statunitense su un piano esclusivamente mediatico veicolando una rivendicazione estremamente debole e cioè sovrapponendo, fino a farli coincidere, i diritti sindacali con le rivendicazioni civili degli afroamericani (che rappresentano la maggioranza dei lavoratori nell’impianto di Bessemer). Il primo fatale errore è stato dunque non avere chiaro cosa c’è alla base della produzione e riproduzione sociale, credendo che tali rapporti siano una estensione lineare della mancanza di diritti civili e non, invece, un raccordo in continuo mutamento tra rapporti di produzione, razzismo e diritti civili: la razza e i processi di razzializzazione strutturano storicamente lo sviluppo del capitalismo.</p>



<p>Un secondo aspetto, che sembra esser stato completamente ignorato, è la capacità di Amazon di costruire la sua immagine aziendale puntando sulla fidelizzazione dei lavoratori, non soltanto attraverso le pratiche antisindacali &#8211; rivendicando, ad esempio, i vantaggi di una “diretta connessione” dei lavoratori con l&#8217;azienda, senza dunque filtri sindacali giudicati controproducenti &#8211; ma anche offrendo invidiabili polizze sanitarie e un salario minimo di 15 dollari l&#8217;ora, il doppio del minimo federale. Ma è soprattutto attraverso la costruzione della narrazione legata al successo e all’opportunità di una carriera individuale che Amazon è riuscita ad allontanare lo spettro sindacale dal suo polo logistico nonostante le conclamate condizioni di ipersfruttamento e precarietà.</p>



<p>Ma torniamo in Italia e proviamo ad azzardare un’ipotesi stravagante: e se Amazon, pur di non avere nessun tipo di contatto con lavoratori e sindacati, decidesse di pagare un salario di 1000€ ai 9.500 dipendenti italiani con l’obiettivo esplicito di farli stare a casa? L’operazione gli costerebbe annualmente 114 milioni di euro da sottrarre agli oltre 5 miliardi di utile: una bazzecola. E se Amazon e gli altri colossi dell’economia globale decidessero di “regalare” un reddito di cittadinanza, non soltanto ai propri lavoratori, ma a un numero sempre crescente di cittadini/consumatori? In sostanza, se a fare ciò fosse il capitalista collettivo e non più lo Stato? È ipotizzabile una traiettoria del capitale così bizzarra? Tutto sommato crediamo di sì. Certamente, una forma di sussistenza che sconvolge l’etica lavorista sulla quale si fonda l’azione di sindacati e partiti perché svincolata dalla prestazione lavorativa, ma con una chiara contropartita: il silenzio sociale, l’obnubilamento della coscienza e il simultaneo controllo del lavoro residuo, confinandolo magari alla riproduzione sociale come teorizzò Bill Gates qualche anno fa. Traiettoria bizzarra, appunto, ma un tale balzello val bene il potere mondiale, consapevoli che ciò che viene “regalato” ritornerà sotto forma di maggiori consumi legati a nuovi bisogni artificiali.</p>



<p>Allora, quando parliamo di lotta per il posto di lavoro, di capitalismo, di tutele sindacali e di maggiore welfare dobbiamo capire bene in quale contesto sociale ed economico innestiamo questi concetti e rivendicazioni perché se rimaniamo, ancora una volta, ancorati acriticamente alle pratiche novecentesche, senza avere contezza delle tendenze in atto nel Capitale, saremmo costretti a navigare a vista dentro le contraddizioni e le ambivalenze senza saperle individuare e indagare.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/04/15/e-se-amazon-ci-regalasse-il-reddito-universale/">E SE AMAZON CI REGALASSE IL REDDITO UNIVERSALE?</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>COLONIALISMO DIGITALE: L&#8217;EVOLUZIONE DELL&#8217;IMPERO AMERICANO</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2021 11:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG TECH]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riprendiamo il nostro lavoro di approfondimento e contro-formazione, proponendo un interessante contributo di Michael Kwet* sul “colonialismo digitale” messo in atto dai colossi Big Tech statunitensi nei confronti del Sud del mondo. L’articolo, pubblicato sul giornale autonomo americano &#8220;Roar Magazine&#8221; e tradotto dalla redazione di Malanova, pone l’accento sulla mole enorme di profitti generati dal [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Riprendiamo il nostro lavoro di approfondimento e contro-formazione, proponendo un interessante contributo di Michael Kwet* sul “colonialismo digitale” messo in atto dai colossi Big Tech statunitensi nei confronti del Sud del mondo. L’articolo, pubblicato sul giornale autonomo americano &#8220;Roar Magazine&#8221; e tradotto dalla redazione di Malanova, pone l’accento sulla mole enorme di profitti generati dal controllo sulle filiere delle materie prime e sull’utilizzo dei software proprietari nella pubblica amministrazione, nelle scuole e università, nei centri di ricerca e nelle carceri.</em></p>



<p><em>Il controllo della tecnologia digitale diviene strumento geopolitico per esercitare il dominio economico e sociale su nazioni e governi. Se in passato il colonialismo occidentale dipendeva dalla proprietà e dal controllo del territorio e delle infrastrutture, dallo sfruttamento del lavoro e dall&#8217;esercizio del potere statale, oggi questo processo passa anche dal controllo delle nuove tecnologie digitali.</em></p>



<p><em>Ai macchinari pesanti di ieri si sono sostituiti enormi server farm cloud che vengono utilizzati per archiviare, raggruppare ed elaborare i big data, processo fondamentale per poter estrarre da essi enormi profitti. I nuovi eserciti imperialisti sono composti da ingegneri e programmatori d&#8217;élite con salari da capogiro che possono sfiorare i 250.000 dollari all’anno. Alla base della catena produttiva, però, troviamo sempre una presenza costante: i lavoratori sfruttati e sottopagati. Operai di colore che estraggono i minerali in Congo e in America Latina, il lavoro cognitivo a basso costo in Asia, necessario per estrarre i dati dalle piattaforme social o ancora i tantissimi lavoratori che soffrono di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) dopo aver ripulito le piattaforme social dai “contenuti inopportuni”.</em></p>



<p><em>Il colonialismo digitale, dunque, diventa pratica baricentrica per il consolidamento di una divisione ineguale del lavoro, in cui i poteri dominanti utilizzano la proprietà dell&#8217;infrastruttura digitale, la conoscenza scientifica e il controllo dei mezzi di calcolo per mantenere il Sud in una situazione di dipendenza permanente. Questa divisione ineguale del lavoro si è comunque evoluta. Dal punto di vista economico, la produzione si è spostata verso il basso nella gerarchia del valore, rimpiazzata da un&#8217;economia hi-tech avanzata in cui le aziende Big Tech sono saldamente al comando.</em></p>



<p><em>Oggi spesso sentiamo parlare di una muova “guerra fredda” tra Usa e Cina per la </em><em>supremazia tecnologica globale. Tuttavia, uno sguardo ravvicinato all&#8217;ecosistema tecnologico come quello fornito da </em><em>Michael Kwet </em><em>in questo lavoro, mostra che le multinazionali statunitensi dominano in modo schiacciante l’ecosistema digitale globale.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Nel 2020, i miliardari si sono fatti come banditi. Le partecipazioni personali di Jeff Bezos sono aumentate da 113 a 184 miliardi di dollari. Elon Musk ha brevemente eclissato Bezos, con un aumento del patrimonio netto da 27 miliardi a oltre 185 miliardi di dollari.</p>



<p>Per la borghesia che presiede le società &#8220;Big Tech&#8221;, la vita è grandiosa.</p>



<p>Tuttavia, mentre il predominio di queste società nei loro mercati interni è oggetto di numerose analisi critiche, la loro portata globaleè un fatto raramente discusso, specialmente dagli intellettuali dominanti nell&#8217;impero americano.</p>



<p>In effetti, una volta esaminati i meccanismi e i numeri, diventa evidente che Big Tech non è solo di portata globale, ma è fondamentalmente di carattere coloniale e dominata dagli Stati Uniti. Questo fenomeno è chiamato &#8220;colonialismo digitale&#8221;.</p>



<p>Viviamo in un mondo in cui il colonialismo digitale ora rischia di diventare una minaccia significativa e di vasta portata per il Sud del mondo come lo era il colonialismo classico nei secoli precedenti. Il forte aumento della disuguaglianza, l&#8217;aumento della sorveglianza statale-aziendale e sofisticate tecnologie militari e di polizia sono solo alcune delle conseguenze di questo nuovo ordine mondiale. Il fenomeno può sembrare nuovo per alcuni, ma nel corso degli ultimi decenni si è radicato nello status quo globale. Senza un movimento di contro-potere considerevolmente forte, la situazione peggiorerà molto.</p>



<p>COS&#8217;È IL COLONIALISMO DIGITALE?</p>



<p>Il colonialismo digitale è l&#8217;uso della tecnologia digitale per il dominio politico, economico e sociale su un&#8217;altra nazione o territorio.</p>



<p>Sotto il colonialismo classico, gli europei conquistarono e si stabilirono in terre straniere attraverso infrastrutture installate come forti militari, porti marittimi e ferrovie; cannoniere schierate per la penetrazione economica e la conquista militare; costruì macchinari pesanti e sfruttò la manodopera per estrarre materie prime; eresse strutture panottiche per la polizia; schierato gli ingegneri necessari per lo sfruttamento economico avanzato (ad esempio i chimici per l&#8217;estrazione dei minerali); sottratto conoscenza indigena per i processi di produzione; rispedito le materie prime nella madrepatria per la produzione dei manufatti; indebolito i mercati del Sud del mondo con prodotti manifatturieri a basso costo; la perpetuata dipendenza dei popoli e delle nazioni nel Sud del mondo in una divisione globale ineguale del lavoro; e ampliato il dominio del mercato, diplomatico e militare per il profitto e il saccheggio.</p>



<p>In altre parole, il colonialismo dipendeva dalla proprietà e dal controllo del territorio e delle infrastrutture, del lavoro, dei saperi, delle merci e dall&#8217;esercizio del potere statale.</p>



<p>Questo processo si è evoluto nel corso dei secoli, con nuove tecnologie che si sono aggiunte al mix man mano che venivano sviluppate. Entro la fine del diciannovesimo secolo, i cavi sottomarini facilitavano le comunicazioni telegrafiche al servizio dell&#8217;impero britannico. Nuovi sviluppi nella registrazione, archiviazione e organizzazione delle informazioni sono stati sfruttati dall&#8217;intelligence militare statunitense utilizzata per la prima volta nella conquista delle Filippine.</p>



<p>Oggi L<em>e vene aperte </em>del Sud del mondo diEduardo Galeano sono le &#8220;vene digitali&#8221; che attraversano gli oceani, collegando un ecosistema tecnologico di proprietà e controllato da una manciata di società per lo più con sede negli Stati Uniti. Alcuni dei cavi in fibra ottica transoceanici, posseduti o affittati da aziende come Google e Facebook, sono necessari per favorire l&#8217;estrazione e la monopolizzazione dei dati. I macchinari pesanti di oggi sono le server farm cloud dominate da Amazon e Microsoft che vengono utilizzate per archiviare, raggruppare ed elaborare i big data, proliferando come basi militari per l&#8217;impero statunitense. Gli eserciti aziendali sono formati da ingegneri e programmatori d&#8217;élite con salari generosi di oltre 250.000 dollari. I lavoratori sfruttati sono le persone di colore che estraggono i minerali in Congo e in America Latina, l’esercito di manodopera a basso costo che elaborano i dati dell&#8217;intelligenza artificiale in Cina e Africa e i lavoratori asiatici che soffrono di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder, stress post-traumatico, <em>NdT</em>) dopo aver ripulito le piattaforme dei social media dai contenuti inopportuni. Le piattaforme e i centri di spionaggio (come la NSA) sono i nuovi panottici e i dati sono la materia prima elaborata per i servizi basati sull&#8217;intelligenza artificiale.</p>



<p>Più in generale, il colonialismo digitale riguarda il consolidamento di una divisione ineguale del lavoro, in cui i poteri dominanti hanno utilizzato la loro proprietà dell&#8217;infrastruttura digitale, la conoscenza e il controllo dei mezzi di calcolo per mantenere il Sud in una situazione di dipendenza permanente. Questa divisione ineguale del lavoro si è evoluta. Dal punto di vista economico, la produzione si è spostata verso il basso nella gerarchia del valore, rimpiazzata da un&#8217;economia high-tech avanzata in cui le aziende Big Tech sono saldamente al comando.</p>



<p>L&#8217;ARCHITETTURA DEL COLONIALISMO DIGITALE</p>



<p>Il colonialismo digitale è radicato nel dominio delle &#8220;cose&#8221; del mondo digitale che forma i mezzi di calcolo: software, hardware e connettività di rete. Comprende le piattaforme che fungono da guardiani, i dati estratti dai fornitori di servizi intermediari e gli standard del settore, nonché la proprietà privata della &#8220;proprietà intellettuale&#8221; e della &#8220;intelligenza digitale&#8221;. Il colonialismo digitale è diventato altamente integrato con gli strumenti convenzionali del capitalismo e della governance autoritaria, dallo sfruttamento del lavoro, all’acquisizione dei criteri della pianificazione economica ai servizi di intelligence, all&#8217;egemonia della classe dominante e alla propaganda.</p>



<p>Guardando prima al software, possiamo vedere un processo in cui il codice che una volta era liberamente e ampiamente condiviso dai programmatori è diventato sempre più privatizzato e soggetto a copyright. Negli anni &#8217;70 e &#8217;80, il Congresso degli Stati Uniti ha iniziato a rafforzare i diritti d&#8217;autore sul software. C&#8217;era una controtendenza a ciò nella forma di licenze “Free and Open Source Software” (FOSS) che garantivano agli utenti il diritto di utilizzare, studiare, modificare e condividere il software. Ciò ha avuto vantaggi intrinseci per i paesi del Sud del mondo in quanto ha creato un &#8220;bene comune digitale&#8221;, libero dal controllo aziendale e dalla spinta al profitto. Tuttavia, quando il movimento del Software Libero si è diffuso nel Sud, ha provocato una reazione negativa nelle aziende informatiche. Microsoft ha disprezzato il Perù quando il suo governo ha cercato di abbandonare il software proprietario di Microsoft. Ha anche cercato di impedire ai governi africani l&#8217;utilizzo del sistema operativo GNU/Linux FOSS nei ministeri e nelle scuole del governo.</p>



<p>Accanto alla privatizzazione del software è arrivata la rapida centralizzazione di Internet nelle mani di fornitori di servizi intermediari come Facebook e Google. Fondamentalmente, il passaggio ai servizi in cloud ha annullato le libertà concesse dalle licenze FOSS agli utenti perché il software viene eseguito sui computer delle società Big Tech. I cloud aziendali privano le persone della capacità di controllare i propri computer. I servizi cloud forniscono petabyte di informazioni alle aziende, che utilizzano i dati per addestrare i propri sistemi di intelligenza artificiale. L&#8217;intelligenza artificiale utilizza i Big Data per &#8220;apprendere&#8221;: richiede milioni di immagini per riconoscere, ad esempio, la lettera &#8220;A&#8221; nei suoi diversi caratteri e forme. Quando vengono applicati agli esseri umani, i dettagli sensibili della vita personale delle persone diventano una risorsa incredibilmente preziosa che i giganti della tecnologia cercano incessantemente di estrarre.</p>



<p>Nel sud, la maggior parte delle persone è essenzialmente obbligata all’uso di telefoni o smartphone di basso livello con pochi giga a disposizione da usare con parsimonia. Di conseguenza, diversi milioni di persone utilizzano le piattaforme social come se fossero “la rete” e i loro dati vengono fagocitati dagli imperialisti stranieri.</p>



<p>Gli &#8220;effetti di feedback&#8221; dei Big Data peggiorano la situazione: chi ha più e migliori dati può creare i migliori servizi di intelligenza artificiale, che attira più utenti, che forniscono loro ancora più dati per migliorare il servizio e così via. Proprio come il colonialismo classico, i dati sono stati ingeriti come materie prime per le potenze imperialiste, che elaborano i dati e producono i servizi al pubblico globale, il che rafforza ulteriormente il loro dominio e mette tutti gli altri in una situazione di dipendenza subordinata.</p>



<p>Cecilia Rikap, nel suo libro di prossima uscita, <em>Capitalism, Power and Innovation: Intellectual Monopoly Capitalism Uncovered</em>, mostra come i giganti tecnologici statunitensi basano il loro potere di mercato sui loro monopoli intellettuali, comandando una complessa catena di merci di aziende subordinate al fine di estrarre rendite e sfruttare il lavoro. Questo ha dato loro la capacità di accumulare il &#8220;know-who&#8221; e il &#8220;know-how&#8221; per pianificare e organizzare catene di valore globali, nonché per privatizzare la conoscenza, espropriare i saperi comuni e i risultati della ricerca pubblica.</p>



<p>Apple ad esempio coordina tutta la produzione lungo la filiera delle materie e dei sub componenti. I produttori di livello inferiore, come gli assemblatori di telefoni negli stabilimenti di produzione ospitati dalla Foxconn di proprietà di Taiwan, i minerali estratti per le batterie in Congo e i produttori di chip che forniscono processori, sono tutti subordinati alle richieste e ai capricci di Apple.</p>



<p>In altre parole, i giganti della tecnologia controllano le relazioni commerciali lungo la catena delle materie prime, traendo profitto dalla loro conoscenza, dal capitale accumulato e dal dominio dei componenti funzionali fondamentali. Ciò consente loro di contrattare o rinunciare anche a società relativamente grandi che producono in serie i loro prodotti come subordinati. Le università sono complici. Le più prestigiose nei paesi imperialisti centrali sono gli attori maggiormente dominanti nello spazio di produzione accademica, mentre le università più vulnerabili nella periferia o semi-periferia sono le più sfruttate, spesso mancano i fondi per la ricerca e lo sviluppo, la conoscenza o la capacità di brevettare i risultati e le capacità di reagire quando il loro lavoro viene espropriato.</p>



<p>COLONIZZAZIONE DELL&#8217;EDUCAZIONE</p>



<p>Un esempio di come si svolge la colonizzazione digitale è nel settore dell&#8217;istruzione. Mentre espongo dettagliatamente la mia tesi di dottorato sulla tecnologia dell&#8217;istruzione in Sud Africa, Microsoft, Google, Pearson, IBM e altri giganti della tecnologia stanno mostrando i loro muscoli nei sistemi educativi del Sud del mondo. Per Microsoft, questa non è una novità. Come accennato in precedenza, Microsoft ha tentato di obbligare i governi africani per sostituire il Software Libero con Microsoft Windows, anche nelle scuole.</p>



<p>In Sud Africa, Microsoft ha un esercito di formatori sul campo che addestrano gli insegnanti su come utilizzare il software Microsoft nel sistema educativo. Ha inoltre fornito tablet Windows e software Microsoft a università come quella di Venda, una partnership, quest’ultima, che ha ampiamente pubblicizzato. Più recentemente, ha collaborato con il provider di telefonia mobile Vodacom (di proprietà della multinazionale britannica Vodafone) per fornire istruzione digitale agli studenti sudafricani.</p>



<p>Se Microsoft è il principale fornitore, con contratti in almeno cinque dei nove dipartimenti educativi provinciali in Sud Africa, Google è anche alla ricerca di quote di mercato. In collaborazione con la startup sudafricana CloudEd, stanno cercando di stipulare il primo contratto di Google con un dipartimento provinciale.</p>



<p>Anche la Michael and Susan Dell Foundation si è unita al mix, offrendo una piattaforma Data Driven District (DDD) ai governi provinciali. Il software DDD è progettato per raccogliere dati che traccia e monitora insegnanti e studenti, inclusi voti, frequenza e &#8220;questioni sociali&#8221;. Mentre le scuole caricano i dati raccolti settimanalmente, l&#8217;obiettivo finale è quello di fornire un monitoraggio in tempo reale del comportamento e delle prestazioni degli studenti per la gestione burocratica e per una &#8220;analisi dei dati longitudinali&#8221; (analisi dei dati raccolti sullo stesso gruppo di individui col tempo).</p>



<p>Il governo sudafricano sta anche espandendo il cloud del Dipartimento di Educazione di Base (DBE), che potrebbe essere utilizzato per una sorveglianza tecnocratica di tipo invasiva. Microsoft si è avvicinata al DBE con una proposta per raccogliere dati &#8220;per il ciclo di vita dell&#8217;utente&#8221;, a partire dalla scuola e, per coloro che mantengono account Microsoft Office 365, fino all&#8217;età adulta, in modo che il governo possa condurre analisi longitudinali su elementi come la connessione tra istruzione e occupazione.</p>



<p>Il colonialismo digitale della Big Tech si sta diffondendo rapidamente in tutti i sistemi educativi del sud. Scrivendo dal Brasile, in un recente lavoro, Giselle Ferreira e i suoi coautori affermano: <em>La somiglianza tra ciò che accade in Brasile e l&#8217;analisi di Kwet (2019) del caso sudafricano (e probabilmente di altri paesi nel “sud globale”) è sorprendente. In particolare, quando le aziende GAFA [Google, Amazon, Facebook, Apple] offrono generosamente tecnologie a studenti svantaggiati, i dati vengono estratti senza impedimenti e successivamente trattati in un modo che rende le specificità locali prive di importanza</em>.</p>



<p>Le scuole sono ottimi siti per Big Tech per espandere il loro controllo sui mercati digitali. Le persone povere nel Sud spesso fanno affidamento sui governi o sulle società per fornire loro un dispositivo a costo zero, rendendole dipendenti dagli altri per decidere quale software utilizzare. Quale modo migliore per acquisire quote di mercato che precaricare il software Big Tech sui dispositivi offerti ai bambini, che potrebbero avere poco altro accesso alla tecnologia rispetto a un <em>feature phone</em>? Questo ha l&#8217;ulteriore vantaggio di catturare futuri sviluppatori di software, che potrebbero arrivare a preferire, ad esempio, Google o Microsoft (invece delle soluzioni tecnologiche basate sul software libero) dopo aver passato anni a usare il loro software e essersi abituati alla loro interfaccia e funzionalità.</p>



<p>SFRUTTAMENTO DEL LAVORO</p>



<p>Il colonialismo digitale è anche evidente nel modo in cui i paesi del Sud del mondo sono pesantemente sfruttati per il lavoro svolto nel campo estrattivo delle materie prime necessarie alle tecnologie digitali. È stato a lungo notato che la Repubblica Democratica del Congo fornisce oltre il 70% del cobalto mondiale, un minerale essenziale per le batterie utilizzate nelle automobili, negli smartphone e nei computer. Quattordici famiglie nella Repubblica Democratica stanno attualmente citando in giudizio Apple, Tesla, Alphabet, Dell e Microsoft, accusandole di beneficiare del lavoro minorile nell&#8217;industria mineraria del cobalto. Il processo di estrazione dei minerali spesso influisce negativamente sulla salute dei lavoratori e degli habitat circostanti.</p>



<p>Per quanto riguarda il litio, le principali riserve si trovano in Cile, Argentina, Bolivia e Australia. I salari dei lavoratori in tutti i paesi dell&#8217;America Latina sono bassi per gli standard dei paesi ricchi, soprattutto considerando le condizioni di lavoro che sopportano. Mentre la disponibilità dei dati varia, in Cile, gli impiegati delle miniere guadagnano da circa 1.430 a 3.000 dollari al mese, mentre in Argentina i salari mensili oscillano tra 300 e 1.800 dollari. Nel 2016, il salario minimo mensile dei minatori in Bolivia è stato <em>aumentato </em>a 250 dollari. Al contrario, i minatori australiani guadagnano circa 9.000 dollari al mese e possono raggiungere 200.000 dollari all&#8217;anno.</p>



<p>I paesi del sud offrono anche un&#8217;abbondanza di manodopera a basso costo per i giganti della tecnologia. Ciò include gli addetti all&#8217;annotazione dei dati per set di dati di intelligenza artificiale, addetti al call center e moderatori di contenuti per i giganti dei social media come Facebook. I moderatori di contenuti ripuliscono i feed dei social media da contenuti inquietanti, come sangue e materiale sessualmente esplicito, spesso lasciandoli psicologicamente danneggiati. Un moderatore di contenuti in un paese come l&#8217;India può guadagnare al massimo 3.500 dollari all&#8217;anno, e questo dopo un <em>aumento di </em>stipendio di 1.400 dollari.</p>



<p>UN IMPERO DIGITALE CINESE O STATUNITENSE?</p>



<p>In Occidente si parla molto di &#8220;una nuova Guerra Fredda&#8221;, con Stati Uniti e Cina che si battono per la supremazia tecnologica globale. Tuttavia, uno sguardo ravvicinato all&#8217;ecosistema tecnologico mostra che le multinazionali statunitensi dominano in modo schiacciante nell&#8217;economia globale.</p>



<p>La Cina, dopo decenni di forte crescita, genera circa il 17% del PIL globale e si prevede che supererà gli Stati Uniti entro il 2028, alimentando le affermazioni che l&#8217;impero americano è in declino (una narrazione che in precedenza era popolare con l&#8217;ascesa del Giappone). Quando si misura l&#8217;economia cinese in base alla parità del potere d&#8217;acquisto, risulta più grande di quella degli Stati Uniti. Tuttavia, come sottolinea l&#8217;economista Sean Starrs nella <a href="https://newleftreview.org/issues/ii87/articles/sean-starrs-the-chimera-of-global-convergence" target="_blank" rel="noreferrer noopener">New Left Review</a>, questo tratta erroneamente gli stati come unità autonome, &#8220;che interagiscono come palle da biliardo su un tavolo&#8221;. In realtà, sostiene Starrs, il dominio economico americano &#8220;non è diminuito, si è globalizzato&#8221;. Ciò è particolarmente vero quando si guarda a Big Tech.</p>



<p>Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, la produzione aziendale è stata distribuita attraverso le reti di produzione transnazionali. Ad esempio, negli anni &#8217;90, aziende come Apple hanno iniziato a esternalizzare la produzione di elettronica dagli Stati Uniti alla Cina e a Taiwan, sfruttando i lavoratori delle officine impiegati da aziende come Foxconn. Le multinazionali tecnologiche statunitensi spesso progettano gli IP per, ad esempio, switch router ad alte prestazioni (ad esempio Cisco), esternalizzando la capacità di produzione ai produttori di hardware nel Sud.</p>



<p>Starrs ha profilato le prime 2.000 società nel mondo quotate in borsa, classificate da Forbes Global 2000, e le ha organizzate in 25 settori, mostrando il predominio delle multinazionali statunitensi. A partire dal 2013, hanno dominato in termini di quote di profitto in 18 dei primi 25 settori. Nel suo nuovo libro <em>American Power Globalized: Rethinking National Power in the Age of Globalization, </em>Starrs mostra che gli Stati Uniti rimangono dominanti. Per il software e i servizi IT, la quota di profitto degli Stati Uniti è del 76% contro il 10% della Cina; per Technology Hardware &amp; Equipment è del 63% per gli Stati Uniti contro il 6% per la Cina e per l&#8217;elettronica è rispettivamente del 43 e del 10%. Anche altri paesi, come la Corea del Sud, il Giappone e Taiwan, spesso se la cavano meglio della Cina in queste categorie.</p>



<p>Descrivere gli Stati Uniti e la Cina come contendenti alla pari nella battaglia per la supremazia tecnologica globale, come spesso si fa, è quindi altamente fuorviante. Ad esempio, un rapporto delle Nazioni Unite sull&#8217;economia digitale del 2019 afferma che: &#8220;La geografia dell&#8217;economia digitale è altamente concentrata in due paesi&#8221;: Stati Uniti e Cina. Ma il rapporto non solo ignora i fattori identificati da autori come Starrs, ma non tiene nemmeno conto del fatto che la maggior parte dell&#8217;industria tecnologica cinese è dominante nel mercato interno, escludendo alcuni prodotti e servizi importanti, come 5G (Huawei), telecamere a circuito chiuso (Hikvision, Dahua) e social media (TikTok), che detengono anche grandi quote di mercato all&#8217;estero. La Cina ha anche investimenti sostanziali in alcune aziende tecnologiche straniere, ma questo difficilmente suggerisce una vera minaccia per il dominio degli Stati Uniti, che hanno anche una quota molto più grande di investimenti stranieri.</p>



<p>In realtà, gli Stati Uniti sono il supremo impero tecnologico. Al di fuori dei confini statunitensi e cinesi, gli Stati Uniti sono i primi nelle categorie dei motori di ricerca (Google), browser web (Google Chrome, Apple Safari), sistemi operativi per smartphone e tablet (Google Android, Apple iOS), sistemi operativi desktop e laptop (Microsoft Windows, macOS), software per ufficio (Microsoft Office, Google G Suite, Apple iWork), infrastruttura e servizi cloud (Amazon, Microsoft, Google, IBM), piattaforme di social networking (Facebook, Twitter), trasporti (Uber, Lyft), networking aziendale (Microsoft LinkedIn), intrattenimento in streaming (Google, YouTube, Netflix, Hulu) e pubblicità online (Google, Facebook), tra gli altri.</p>



<p>Che tu sia un individuo o un&#8217;azienda, il risultato è che se stai usando un computer, le multinazionali americane ne traggono vantaggio. Possiedono l&#8217;ecosistema digitale.</p>



<p>DOMINIO POLITICO E MEZZI DI VIOLENZA</p>



<p>Il potere economico dei giganti tecnologici statunitensi va di pari passo con la loro influenza nella sfera politica e sociale. Come con altri settori, esiste una porta girevole tra i dirigenti tecnologici e il governo degli Stati Uniti, e le società tecnologiche e i gruppi commerciali spendono molto facendo pressioni sui legislatori per politiche favorevoli ai loro interessi specifici e al capitalismo digitale in generale.</p>



<p>I governi e le forze dell&#8217;ordine, a loro volta, formano partnership con i giganti della tecnologia per fare il loro lavoro sporco. Nel 2013, Edward Snowden ha notoriamente rivelato che Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, YouTube, Skype, AOL e Apple condividevano tutte le informazioni con la National Security Agency tramite il programma PRISM. Sono seguite altre rivelazioni e il mondo ha imparato che i dati archiviati dalle società e trasmessi su Internet vengono risucchiati in enormi database governativi per essere sfruttati dagli stati. I paesi del Sud sono stati bersaglio di sorveglianza della NSA, dal Medio Oriente passando per l&#8217;Africa e l&#8217;America Latina.</p>



<p>La polizia e l&#8217;esercito lavorano anche con le società tecnologiche, che sono felici di incassare grossi assegni come fornitori di prodotti e servizi di sorveglianza, anche nei paesi del sud. Ad esempio, attraverso la sua poco conosciuta Divisione di Pubblica Sicurezza e Giustizia, Microsoft ha costruito un ampio sistema di partnership con i fornitori di sistemi di sorveglianza delle &#8220;forze dell&#8217;ordine&#8221;, che gestiscono la loro tecnologia sull&#8217;infrastruttura cloud Microsoft. Ciò include una piattaforma di sorveglianza di comando e controllo a livello di città chiamata &#8220;Microsoft Aware&#8221; acquistata dalla polizia in Brasile e Singapore e una soluzione per veicoli della polizia con telecamere di riconoscimento facciale che è stata implementata a Città del Capo e a Durban, in Sud Africa.</p>



<p>Microsoft è anche profondamente coinvolta nel settore carcerario. Offre una varietà di soluzioni software carcerarie che coprono l&#8217;intera <em>pipeline correttiva</em>, dai minorenni &#8220;autori di reato&#8221; al pre-processo e alla libertà vigilata, passando per il carcere e la prigione, nonché quelli rilasciati dalla prigione e messi in libertà vigilata. In Africa, hanno collaborato con una società chiamata Netopia Solutions, che offre una piattaforma Prison Management Software (PMS) che include la &#8220;gestione della fuga&#8221; e l&#8217;analisi dei prigionieri.</p>



<p>Anche se non è chiaro dove venga implementata esattamente la soluzione Netopia per la gestione delle prigioni, Microsoft ha dichiarato che <em>Netopia è [un partner/fornitore Microsoft] in Marocco, con una profonda attenzione alla trasformazione digitale dei servizi governativi nell&#8217;Africa settentrionale e centrale</em>. Il Marocco ha una storia di brutalizzazione dei dissidenti e tortura di prigionieri, e gli Stati Uniti hanno recentemente riconosciuto la loro annessione del Sahara occidentale, in violazione del diritto internazionale.</p>



<p>Per secoli, le potenze imperiali hanno testato le tecnologie per sorvegliare e controllare i propri cittadini sulle popolazioni straniere, dal lavoro pionieristico di Sir Francis Galton sul rilevamento delle impronte digitali applicato in India e Sud Africa, alla combinazione americana di biometria e innovazioni nella gestione delle statistiche e della gestione dei dati che ha formato il primo moderno apparato di sorveglianza per pacificare le Filippine. Come ha dimostrato lo storico Alfred McCoy, la raccolta di tecnologie di sorveglianza dispiegate nelle Filippine ha offerto un terreno di prova per un modello che alla fine è stato riportato negli Stati Uniti per essere utilizzato contro i dissidenti interni. I progetti di sorveglianza high-tech di Microsoft e dei suoi partner suggeriscono che gli africani continuano a fungere da laboratorio per la sperimentazione carceraria.</p>



<p>SPINGENDO INDIETRO</p>



<p>La tecnologia e l&#8217;informazione digitali giocano un ruolo centrale nella politica, nell&#8217;economia e nella vita sociale ovunque. Come parte del progetto dell&#8217;impero americano, le multinazionali statunitensi stanno reinventando il colonialismo nel sud attraverso il possesso e il controllo della proprietà intellettuale, dell&#8217;intelligenza digitale e dei mezzi di calcolo. La maggior parte delle infrastrutture principali, delle industrie e delle funzioni svolte dai computer sono proprietà privata delle società transnazionali americane, che dominano in modo schiacciante al di fuori dei confini degli Stati Uniti. Le aziende più grandi, come Microsoft e Apple, dominano le catene di approvvigionamento globali come monopoli intellettuali.</p>



<p>Ne derivano uno scambio e una divisione del lavoro ineguali, che rafforzano la dipendenza nella periferia e al contempo perpetuano l&#8217;immiserimento di massa e la povertà globale.</p>



<p>Invece di condividere la conoscenza, trasferire la tecnologia e fornire le basi per una prosperità globale condivisa a parità di condizioni, i paesi ricchi e le loro aziende mirano a proteggere il loro vantaggio e sfruttare il Sud per la manodopera a basso costo e l&#8217;estrazione di profitti. Monopolizzando le componenti principali dell&#8217;ecosistema digitale, spingendo la loro tecnologia nelle scuole e nei programmi di formazione professionale e collaborando con le élite aziendali e statali nel Sud, Big Tech sta conquistando i mercati emergenti. Potranno anche trarre profitto dai servizi di sorveglianza forniti ai dipartimenti di polizia e alle carceri, il tutto per fare soldi.</p>



<p>Eppure contro le forze del potere concentrato, c&#8217;è sempre chi respinge. La resistenza alla Big Tech nel Sud ha una lunga storia, che risale ai giorni delle proteste internazionali contro IBM, Hewlett Packard e altri che fanno affari nel Sudafrica dell&#8217;apartheid. All&#8217;inizio degli anni 2000, i paesi del Sud del mondo hanno abbracciato il Software Libero e i beni comuni globali come mezzi per resistere al colonialismo digitale, anche se molte di queste iniziative da allora sono svanite. Negli ultimi anni stanno emergendo nuovi movimenti contro il colonialismo digitale.</p>



<p>C&#8217;è molto di più in questo scenario. Una crisi ecologica creata dal capitalismo sta rapidamente minacciando di distruggere in modo permanente la vita sulla Terra e le soluzioni per l&#8217;economia digitale devono intersecarsi con la giustizia ambientale e lotte più ampie per l&#8217;uguaglianza.</p>



<p>Per eliminare il colonialismo digitale, abbiamo bisogno di un quadro concettuale diverso che sfidi le cause profonde e gli attori principali, in connessione con i movimenti di base disposti a opporsi al capitalismo e l&#8217;autoritarismo, all&#8217;impero americano e ai suoi sostenitori intellettuali.</p>



<p><strong><em>Traduzione a cura della Redazione di Malanova</em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>*<strong>Michael Kwet</strong> ha conseguito il dottorato di ricerca in sociologia presso la Rhodes University ed è Visiting Fellow dell’Information Society Project presso la Yale Law School. È l&#8217;autore di “Digital colonialism: US empire and the new imperialism in the Global South”, conduttore del podcast Tech Empire e i suoi contributi sono stati pubblicati su VICE News, The Intercept, The New York Times, Al Jazeera e Counterpunch.</p>
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		<title>E-COMMERCE E COMMESSO 4.0 &#8211; TENDENZE IN ATTO NEL SETTORE DEL COMMERCIO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/02/15/e-commerce-e-commesso-4-0-tendenze-in-atto-nel-settore-del-commercio/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2021 09:00:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia ha indubbiamente impresso una forte accelerata nella direzione della trasformazione digitale dei consumi, cambiando progressivamente gli stili di vita dei consumatori. In un recente articolo[1] abbiamo evidenziato come le economie delle piattaforme e i colossi americani dei big data siano riusciti a cumulare profitti record durante il primo anno di pandemia, consolidando un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La pandemia ha indubbiamente impresso una forte accelerata nella direzione della trasformazione digitale dei consumi, cambiando progressivamente gli stili di vita dei consumatori.</p>



<p>In un recente articolo[<strong>1</strong>] abbiamo evidenziato come le economie delle piattaforme e i colossi americani dei big data siano riusciti a cumulare profitti record durante il primo anno di pandemia, consolidando un dato ormai chiaro da tempo: logistica, distribuzione e consumo sono fasi fondamentali per la valorizzazione del capitale.</p>



<p>Ripercorrendo l’espansione di Amazon e delle altre piattaforme digitali negli ultimi 14 mesi, diventa chiaro come la loro idea di post-Covid sarà costruita incrociando tre settori: logistica, e-commerce e tecnologie digitali; per reggere la concorrenza nessun negozio, grande o piccolo che sia, potrà prescindere da queste leve economiche. La stessa Confesercenti recentemente ha affermato che in Italia sono a rischio di chiusura 150 mila imprese del terziario, di cui 80 mila nel commercio. Adeguarsi a questi standard tecnologici appare come la sola ancora di salvezza. L’adeguamento non è soltanto legato alla capacità gestionale, vuol dire soprattutto ripensare le forme e le modalità dell’organizzazione del lavoro all’interno del comparto commerciale.</p>



<p>Perché, se è vero che i consumatori già da tempo hanno fatto proprio lo stile dell’e-commerce, appaiono invece decisamente meno indagati i processi di trasformazione dei lavoratori del commercio. Per voler esemplificare, se il mondo del commercio sta evolvendo verso il cosiddetto <em>commercio 4.0, </em>legato all’economia delle piattaforme,diventa inevitabile per il comando capitalista richiedere un nuovo <em>commesso 4.0</em>[<strong>2</strong>], una nuova forza lavoro che, indipendentemente dal livello contrattuale, risponda a specifici requisiti curriculari. Ma vediamo quali sono.</p>



<p>Per capire la tendenza in atto nel capitalismo delle piattaforme occorre analizzare i processi là dove sono più avanzati. L’esperienza di un mercato avanzato come quello inglese, nel campo della GDO, ci permette di capire, con molta più nitidezza che nel resto dei paesi europei, come il capitale ristrutturi il suo assetto produttivo all’interno della catena di valore in settori come il retail, il food e l’e-commerce.</p>



<p>Il caso più interessante è quello della Tesco, un catena di negozi di generi alimentari britannica attiva a livello internazionale. Si tratta del primo gruppo di distribuzione del Paese e di uno dei maggiori in Europa, con oltre 6.800 punti vendita nel mondo, 450 mila dipendenti e un utile netto al 2019 di 1,5 miliardi di euro. Le attività di Tesco si basano su tre poli: distribuzione interna, distribuzione internazionale e servizi finanziari, questi ultimi avviati in seguito alla&nbsp;joint-venture&nbsp;con&nbsp;Royal Bank of Scotland. L’azienda è attiva anche come operatore telefonico e nel campo dei carburanti, dopo l’accordo con la Esso del 1997.</p>



<p>Parlare quindi di “generi alimentari” in questo caso appare abbastanza riduttivo: la multinazionale britannica è, senza alcun dubbio, una delle prime realtà multinazionali in Europa ad aver fiutato l’affare dell’e-commerce. Basta pensare che, prima dell’emergenza Covid, aveva nel solo mercato interno 600 mila ordini online alla settimana, mentre oggi può contare su una media di 1,5 milioni di ordini settimanali (+ 150%).</p>



<p>Questa evoluzione in chiave 4.0 ha riguardato ovviamente il comparto lavorativo: la Tesco, per sostenere questi livelli di domanda, ha avviato una campagna di assunzioni che l’ha portata, dall’inizio della pandemia e in pochi mesi, a contrattualizzare circa 20 mila nuovi lavoratori. Quello che colpisce non è soltanto il numero di assunzioni effettuate in 5 mesi, ma le caratteristiche e i profili curriculari ricercati: data scientist, programmatori, sviluppatori di interfacce, esperti di reti e tecnologie cloud, esperti nella gestione dinamiche dei prezzi e nei pagamenti digitali, cyber security manager[<strong>3</strong>], esperti di automazione dei processi e robotica. A questi ovviamente si sono affiancate diverse figure “tradizionali” del settore commerciale, ma con mansioni nuove: 10 mila <em>order picher</em>, addetti al ricevimento e alla preparazione degli ordini online.</p>



<p>La tendenza in atto appare chiara: puntare in prima battuta sulla multicanalità per poter tenere dentro il vecchio e il nuovo mondo del commercio, ma riorganizzando la forza lavoro nell’ottica di una transizione al nuovo commercio 4.0. Non è un caso che in Italia, solo nel 2019, le imprese associate a Federdistribuzione hanno investito in formazione 35 milioni di euro con oltre 2,5 milioni di ore di formazione su intelligenza artificiale, big data, analisi e gestione dei processi logistici e digitali. Questo impegno profuso da un pezzo del comando capitalistico nostrano indica, da una parte, la necessità di puntare sulle nuove opportunità che da tempo offre il mondo digitale, ma evidenzia al contempo l’enorme ritardo del comparto italiano, reso più evidente dall’emergenza Covid.</p>



<p>In Italia, nel settore food e food retail, l’e-commerce nel 2019 rappresentava il 2% con la prospettiva di raggiungere il 6% nel 2024. Valore che invece è stato raggiunto e superato nel 2020. Di conseguenza un’analoga impennata è stata registrata nel settore dei pagamenti digitali, sempre nel 2020, con un salto di 11 punti percentuali, passando dal 57% al 68% in otto mesi. Per registrare un salto equivalente bisogna considerare l’intervallo temporale degli otto anni precedenti.</p>



<p>Una tendenza importante seppur embrionale che si evince anche dallo scenario prospettato da Unioncamere[<strong>4</strong>] per il periodo 2020-2024 e che già tiene conto degli effetti della pandemia: nel commercio il fabbisogno di lavoratori di tipo tradizionale sarà in contrazione e negativo: &#8211; 63.500 addetti a fronte di 63.900 addetti in più nel comparto dei servizi informativi e 5.600 addetti in più nel comparto logistica. <em>Nel triennio 2022-2024</em> − afferma Unioncamere − <em>si prevede che solo nella filiera dell’informatica e telecomunicazioni la replacement demand rappresenterà meno del 50% del fabbisogno del triennio, essendo prevista una ulteriore accelerazione della trasformazione digitale proprio per le conseguenze economiche della crisi sanitaria. Un rilevante ostacolo alla crescita di questa filiera sarà però rappresentata dall’elevata difficoltà di reperimento di molte delle figure richieste</em>.</p>



<p>Nuove figure lavorative del settore commercio che progressivamente potrebbero soppiantare quelle più tradizionali; figure capaci di tenere insieme le mansioni contrattuali tradizionali con le nuove esigenze del comando capitalistico. Figure come il <em>data analyst</em>, specialista in grado di gestire, interpretare e elaborare enormi flussi di informazione, hanno il compito di tradurre i risultati delle proprie elaborazioni in strategie capaci di prevedere la domanda e aumentare le vendite. Chiaramente, più schizzano in alto i valori delle transazioni sulle piattaforme dell’e-commerce, più le aziende aumentano la propria capacità di profilazione per gruppi di comportamento, più ovviamente i fatturati aumentano. Un meccanismo competitivo che nell’ultimo decennio ha fatto le fortune di Amazon.</p>



<p>Si tratta di figure lavorative che oggi scarseggiano in Italia e che risultano “<em>eccessivamente costose</em>” per gli standard del capitalismo nostrano che prova a correre ai ripari con la normalizzazione di queste nuove figure lavorative attraverso – abbiamo visto – l’accorpamento delle competenze curriculari: oggi il nuovo commesso da assumere non dovrà soltanto essere capace di sistemare la roba negli scaffali o gestire le scorte del magazzino, ma avere una versatilità tale da poterla sfruttare anche in altri settori più avanzati.</p>



<p>Se il comparto logistico e della GDO da tempo hanno iniziato a riorganizzare il proprio assetto economico-produttivo, resta invece completamente in balia della crisi il settore al dettaglio. Un anno di restrizioni dovute alla pandemia ha comportato la chiusura di moltissimi negozi e piccole attività commerciali al dettaglio. Con esse sono stati spazzati via migliaia di posti di lavoro, anche se spesso dequalificati e sottopagati. La risposta di Confcommercio non si è fatta attendere e resta interamente nel solco della logica della multicanalità e del commercio 4.0 con l’introduzione di “nuove forme di resilienza creativa” come quella del <em>co-retail</em> che vede gruppi di commercianti magari di una stessa via, affidarsi a professionisti dell’e-commerce in grado di offrire le nuove competenze necessarie per “essere competitivi nel nuovo commercio”. Alle nuove figure professionali rimodulate su una scala ridotta, <em>e-commerce specialist di vicinato</em> e <em>big data analyst di quartiere</em>, vanno aggiunti i nuovi <em>commessi 4.0</em> capaci, ad esempio, di interagire con le piattaforme dell’e-commerce e con il modello ibrido del <em>click&amp;collect</em>, del “prenota online e ritira in negozio”.</p>



<p>Insieme ai consumatori dunque, la cosiddetta “rivoluzione digitale” sta mutando profondamente anche l’organizzazione del lavoro nel commercio. Un recente studio condotto dal <em>Capgemini research institute</em> su diverse aziende con oltre un miliardo di euro di fatturato (tra cui anche 80 italiane), incluse società del settore retail, ha dimostrato che l’uso sistematico dei big data per guidare le decisioni aziendali produce un incremento della produttività dei lavoratori fino al 70%[<strong>5</strong>].</p>



<p>Una mutazione dunque doppia perché, da un lato, cambiano le figure lavorative del settore in termini di caratteristiche curriculari sempre più orientate verso le competenze digitali e, dall’altro, le stesse specifiche competenze richieste − necessarie per generare i profitti sul nuovo mercato dell’economia delle piattaforme − sono poi applicate per il controllo produttivo sui lavoratori stessi. Per sintetizzare, la pratica analitica dei big data genera un atteggiamento <em>produttivista</em> nei lavoratori e una sorta di <em>affiliate marketing</em> nel consumatore.</p>



<p>Queste brevi riflessioni sulle mutazioni e le spinte innovatrici che stanno attraversando il mondo del commercio diventano, a nostro avviso, necessarie per ragionare sulle tendenze in atto nel capitalismo contemporaneo per meglio orientare il lavoro militante sul campo. Non riuscire ad anticipare lo sviluppo di queste tendenze significa pòrci sempre un passo indietro rispetto all’avanzata ristrutturatrice del capitale che ha come tragico epilogo il proporre fronti di lotta e parole d’ordine già superate o già sussunte, con l’aggravante di assumere, nel farlo, una postura e un atteggiamento <em>codista</em>.</p>



<p><strong><em>Redazione di Malanova</em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>NOTE</p>



<p>[<strong>1</strong>] «Malanova», <em>Pandemia: profitti record per i big tech</em>, 9 novembre 2020; articolo consultabile al seguente URL: <a href="https://www.malanova.info/2020/11/09/pandemia-profitti-record-per-i-big-tech/">https://www.malanova.info/2020/11/09/pandemia-profitti-record-per-i-big-tech/</a> </p>



<p>[<strong>2</strong>] A. Larizza, <em>Per il nuovo commesso 4.0 cloud, big data e blockchain,</em> «Il Sole 24 Ore», 10 febbraio 2021.</p>



<p>[<strong>3</strong>] Ricordiamo che la Tesco nel 2016 fu oggetto di un imponente attacco hacker che coinvolse oltre 20 mila correntisti della Tesco Bank con oltre 40 mila transazioni sospette che costrinsero la multinazionale britannica a sospendere tutto il suo sistema online.</p>



<p>[<strong>4</strong>] Cfr. Unioncamere, <em>Sistema informativo Excelsior</em>, 25 agosto 2020.</p>



<p>[<strong>5</strong>] Capgemini research institute, <em>The future of work: from remote to hybrid</em>, dicembre 2020.</p>
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		<title>IL TURISMO DELLE SMART DESTINATIONS</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 07:57:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che la pandemia fosse un’opportunità straordinaria in termini di profitti per le economie di piattaforma l’abbiamo più volte ribadito in diversi nostri interventi redazionali. L’onda lunga del lockdown ha spinto i ricavi e i profitti dei colossi della tecnologia targati Usa, oltre ogni più rosea aspettativa.[1] La mole enorme di dati che noi utenti produciamo [&#8230;]</p>
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<p>Che la pandemia fosse un’opportunità straordinaria in termini di profitti per le economie di piattaforma l’abbiamo più volte ribadito in diversi nostri interventi redazionali. L’onda lunga del lockdown ha spinto i ricavi e i profitti dei colossi della tecnologia targati Usa, oltre ogni più rosea aspettativa.[1]</p>



<p>La mole enorme di dati che noi utenti produciamo utilizzando app e piattaforme sono in realtà la contropartita alla gratuità. Immagini condivise, parole chiave sui motori di ricerca, gusti e tendenze commerciali, ecc. sono tutti elementi codificati in miliardi di bit che diventano merce da scambiare sul mercato, sia esso digitale o meno, sotto forma di servizi alle imprese, come ad esempio indagini di mercato per orientare o riconfigurare l’offerta in funzione di variazioni sostanziali delle “esigenze” dei consumatori.</p>



<p>Nessun aspetto della nostra vita quotidiana viene escluso da questo processo di messa a valore del lavoro gratuito degli utenti, facendo si che questa pandemia, da elemento di crisi per molti settori, si è trasformano in opportunità di crescita per altri. È indubbio, ad esempio, che il settore turistico si sia trovato difronte a una crisi che nel 2020 ha prodotto una perdita di 53 miliardi di euro, tanto da indurre il ministro Franceschini ad assegnare 3 miliardi a cultura e turismo con il Recovery fund, stanziamento tra l’altro ritenuto insufficiente dalle associazioni del comparto, le quali hanno però “dimenticato” i 4 miliardi già ricevuti con il cosiddetto Decreto Rilancio.</p>



<p>È proprio in questo settore che Google ha fiutato la possibilità di un nuovo e lucroso affare. Come? Mettendo a disposizione degli albergatori una piattaforma gratuita, <em>Hotel Insights</em>, tramite la quale intercettare i trend e le evoluzioni della potenziale domanda. I dati aggregati sulle preferenze di miliardi di utenti internet verranno “valorizzati” per fornire un nuovo servizio. La piattaforma è stata presentata in anteprima il 25 gennaio alla presenza del Mibact, di Enit, della Unwto e delle associazioni industriali di categoria (Federalberghi e Federturismo, Confindustria Alberghi); l’Italia, inoltre, sarà il paese scelto per il debutto di Hotel Insights.[2]</p>



<p>Un patrimonio enorme di dati personali e sensibili che l’utente medio fornisce gratuitamente ai big-tech ogni qualvolta interagisce con la rete interfacciandosi con motori di ricerca e applicazioni di vario genere.</p>



<p>I gestori di alberghi e tutti gli operatori del settore turistico avranno così a disposizione un prezioso aiutante che in tempo reale fornirà informazioni preziose sulle ricerche effettuate dai potenziali visitatori nel nostro Paese. Un modo “smart” per analizzare l’evoluzione della domanda di turismo e garantire un’adeguata offerta. D’altronde è lo stesso sottosegretario Bonaccorsi ad affermare che gli strumenti digitali offerti da Google servono a consolidare le <em>smart destination, </em>luoghi di attrazione nei quali tecnologia e territorialità si fondono <em>per garantire un uso responsabile delle risorse.</em>[3]</p>



<p>Google chiaramente non si limita a fornire il servizio ma ha necessità di costruire una nuova cultura del turismo digitale e lo fa attraverso i <em>Google digital training</em>, corsi online direttamente fruibili dai siti web di Confindustria e Federalberghi per tutti i loro associati. Una vera e propria “economia circolare dei dati” dove i nuovi fruitori delle informazioni prodotte dagli utenti sono a loro volta generatori di altri dati preziosi necessari a garantire nuovi profili da “valorizzare” sul mercato digitale.</p>



<p>Questa tendenza appare inarrestabile: dalla fabbrica alla scuola, dai magazzini della logistica al tempo libero e alla salute, <em>il capitalismo digitale è affamato di dati, non può farne a meno. E i nostri corpi sono allo stesso tempo il campo e il motore delle loro generazione. Ogni atto mediante cui attiviamo o sollecitiamo i più diversi dispositivi digitali, riconvertito in una “serie di dati e metadati&#8221;, viene proiettato in tempo reale negli sperduti i-cloud cimiteriali dove la loro morta natura verrà prontamente ricomposta in macabri profili. Un passaggio cruciale e delicato perché se i dati registrano gli atti compiuti, i profili predicono quelli che, stando a calcoli di probabilità, potrebbero seguire. Gli uni hanno un carattere retrospettivo e gli altri previsionale e predittivo. Schiacciati in questa morsa, i nostri corpi storici, la cui vitalità si nutre in ogni istante dalla linfa prodotta dai legami sociali, stentano nel buio digitale, a immaginare momenti e spazi discontinui e qualità aurorali in cui far nascere pratiche sfuggenti. La difficoltà è sotto i nostri occhi come il malessere che l&#8217;accompagna, ma proprio in questo difficile frangente i tentativi seppur rischiosi di disidentificazione dai profili entro cui interessati algoritmi al servizio di poche oligarchie digitali vorrebbero schiacciarci, diventano importanti. È solo da essi infatti che potranno scaturire le sorgenti sperimentali di nuovi immaginari istituenti. Certo, queste disidentificazioni comportano dei rischi. La cattura dei dati e la produzione di profili, infatti, si riverberano sui corpi operando inclusioni ed esclusioni e l&#8217;ombra di queste ultime, come ci ha raccontato l&#8217;Automa, scatena nella carne brividi di paura. D&#8217;altra parte, nel grande internamento in cui il modo di produzione attuale ci sta ambiguamente sprofondando l&#8217;adattamento passivo è senza dubbio un rischio anche più grande. Anzi, per dirlo chiaro, il rischio definitivo.</em> [4]</p>



<p>L’impatto trasformativo delle nuove tecnologie di piattaforma su settori chiave della vita collettiva come scuola, sanità, commercio, logistica, ecc., ci indica alcune linee di tendenze del capitale che con estrema velocità stanno attraversando il nostro agire quotidiano. Sono però linee liberticide camuffate all’interno di facilitazioni e servizi gratuiti, che estraggono valore dai dati che quotidianamente cediamo al capitale digitale fornendo un monte ore di lavoro gratuito mai visto nella storia dell’umanità.</p>



<p>Porre, allora, la tendenza, riuscendo a descriverla e a definirne le contraddizioni diventa un cammino urgente e necessario per conquistare un orizzonte teorico complessivo e una prassi adeguata alla fase digitale del capitalismo.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Note</strong></p>



<ol class="wp-block-list"><li><em>Pandemia: profitti record per i big tec</em>h, Malanova, 2020; l’articolo è consultabile al seguente url: <a href="https://www.malanova.info/2020/11/09/pandemia-profitti-record-per-i-big-tech/">https://www.malanova.info/2020/11/09/pandemia-profitti-record-per-i-big-tech/</a></li><li>T<em>urismo, Google lancia dall’Italia il piano Hotel Insights</em>, Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021</li><li>Ibidem</li><li>R. Curcio, <em>L’egemonia digital</em>e, Sensibili alle foglie, 2016</li></ol>
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		<title>PANDEMIA: PROFITTI RECORD PER I BIG TECH</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/11/09/pandemia-profitti-record-per-i-big-tech/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2020 10:43:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
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		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si era intuito che Amazon &#38; Co. avessero fatto buoni affari grazie al lockdown e alla consequenziale didattica a distanza, al lavoro agile e con gli acquisti on line. L&#8217;onda lunga del lockdown ha spinto, oltre ogni più rosea aspettativa, i ricavi e i profitti dei colossi della tecnologia targati USA. I dati del terzo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si era intuito che Amazon &amp; Co. avessero fatto buoni affari grazie al lockdown e alla consequenziale didattica a distanza, al lavoro agile e con gli acquisti on line.</p>



<p>L&#8217;onda lunga del lockdown ha spinto, oltre ogni più rosea aspettativa, i ricavi e i profitti dei colossi della tecnologia targati USA. I dati del terzo trimestre 2020 indicano chiaramente chi, durante il blocco pandemico, ha macinato quattrini: Facebook, Amazon, Apple e Google, tra vendite on line e servizi di cloud, hanno registrato entrate da capogiro.</p>



<p>Amazon ha riportato entrate in rialzo del 37% con 96,15 miliardi di dollari, con utili più che triplicati a 6,3 miliardi. Alphabet (holding a cui fanno capo Google LLC e altre società controllate) ha registrato un rialzo del 14% con 46,17 miliardi e utili del 59% pari a 11,25 miliardi.</p>



<p>I ricavi di Face­book sono saliti del 22% con 21,47 mi­liardi e utili lievitati del 29% a 7,85 miliardi nonostante il declino del numero di utenti in Nordamerica più propensi − soprattutto tra le giovani generazioni − ad altre piattaforme social. Anche Twitter, nonostante le sue difficoltà, ha superato le aspettative, per profitti e giro d&#8217;affari. Chiaramente anche i possessori di titoli sono stati tra i più premiati durante la crisi da coronavirus: Ap­ple ha guadagnato da gennaio il 54%, Amazon il 71%, Facebook il 34% e Alphabet il 15%.</p>



<p>Il con­fronto con i dati di previsione dà la misura dell&#8217;impatto sull&#8217;economia globale mostrata dai colossi della tecnologia. Amazon era attesa a un giro d&#8217;af­fari trimestrale di 92,7 miliardi e a utili per azione di 7,41 dollari. L&#8217;avanzata è stata trainata dal com­mercio elettronico e dalla divisione di servizi cloud, Aws (+29%). La pandemia ha generato impennate negli acquisti online dominati dal gruppo Amazon nonostante l&#8217;avanzata di concor­renti quali Microsoft.</p>



<p>Apple aveva previsto ricavi per 63,48 miliardi e utili per azione di 70 centesimi, sostenuti da forti avanzate nei servizi di streaming (Apple Tv). Per Alphabet le stime di en­trate erano pari a 42,9 miliardi e quelle degli utili per azione di 11,29 dol­lari. Per Facebook le attese erano 19,82 miliardi e gli utili per azione 1,94 dollari. (1)</p>



<p>Sul social network di casa Zuckerberg, crescono del 12% gli utenti attivi giornalieri: ciò significa che ogni giorno si connettono nella galassia virtuale di Facebook circa 1,82 miliardi di persone. E più utenti significa più pubblicità. (2)</p>



<p>Come per Facebook, è la pubblicità a far volare gli utili di Alphabet e YouTube. Nel primo caso, le entrate sono aumentate del 6,5% a 26,34 miliardi su base annua, mentre gli annunci su YouTube sono aumentati del 32,4% per 5,04 miliardi. Ad incidere più di tutto, però, sono state le entrate del cloud che sono aumentate del 44,5% a 3,44 miliardi di dollari su base annua. Non è un caso che la cosiddetta <em>Google Suite</em> è uno degli strumenti più utilizzati per lo smart working e per le attività scolastiche a distanza. (3)</p>



<p>D&#8217;altronde le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, ma anche del nostro corpo, con i devices che diventano protesi indispensabili per la nostra sopravvivenza. Le portiamo addosso ovunque: controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dal tempo libero ai luoghi di lavoro, dalla casa ai templi del consumo.</p>



<p>Una colonizzazione dell&#8217;immaginario a fini economici con un risvolto sociale ad essa funzionale: una nuova e spesso poco percepita subordinazione del cosiddetto popolo virtuale che, con i suoi like, i messaggi e i selfie condivisi sui social-network, contribuisce a potenziare il dominio dei Big Tech.</p>



<p>La potenza economica dispiegata da quello che Renato Curcio ha definito <em>l&#8217;impero virtuale </em>viene innervata nella società capitalistica attraverso i tanti dispositivi digitali che oggi mediano le nostre relazioni umane e le nostre attività lavorative. Siamo di fronte a una radicale metamorfosi antropologica che ha completamente rovesciato il rapporto tra gli umani e i loro strumenti di vita e di lavoro, modificando al contempo i ritmi e le relazioni umane che sembrano come affetti da un <em>autismo digitale </em>che «sterilizza ogni affettività relazionale costringendola a manifestarsi nei congelatori delle connesioni reticolate»<em>. </em>(4)</p>



<p>Colossi come Amazon, Google e Facebook oggi costituiscono i capisaldi del capitalismo digitale i cui profitti sono direttamente proporzionali al numero dei loro utenti, forza lavoro inconsapevole e gratuita nell&#8217;iperfabbrica virtuale di internet.</p>



<p>Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questa ulteriore fase del modo di produzione capitalistico; è chiaro però che sin da subito occorre, da un lato, iniziare a immaginare pratiche di decolonizzazione collettiva per istituire, nei luoghi reali della vita, varchi di autonomia, dall&#8217;altro, pensare un contro-uso degli strumenti del capitalismo digitale per provare a inceppare il meccanismo accumulativo del capitale.</p>



<p>Un lavoro politico difficile e complesso che non può essere delegato in alcun modo ai governi nazionali o alla regolamentazione delle istituzioni internazionali.</p>



<p><strong>La Redazione di Malanova</strong></p>



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<p>Note</p>



<ol class="wp-block-list"><li><em>Amazon &amp; Co. Vanno oltre le attese&#8230;</em>, «Il Sole24Ore», 30 ottobre 2020.</li><li><em>Ibidem</em>.</li><li><em>Covid-19: Big Tech è sempre più ricca</em>, «Il Fatto Quotidiano», 31 ottobre 2020.</li><li>Renato Curcio, <em>L&#8217;egemonia digitale</em>, Roma, Sensibili alle foglie, 2016.</li></ol>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/09/pandemia-profitti-record-per-i-big-tech/">PANDEMIA: PROFITTI RECORD PER I BIG TECH</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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