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APPUNTI TEOLOGICO-POLITICI SUL CONFLITTO UCRAINO (II)

La matrice metafisico/religiosa in alcuni avvenimenti storici

Il focus di questi appunti sul conflitto ucraino (qui la prima uscita) è la visione della Teologia Politica di matrice schmittiana che tende a far prevalere il discorso metafisico/culturale su quello economico di marxiana memoria. Se la parte economica è fondamentale per capire molti dei riflessi politici sullo scacchiere internazionale, è pur vero che un reale mutamento delle cose non avviene se non quando cambiano le matrici culturali e antropologiche. Questo discorso è talmente chiaro e storicamente dato che, come abbiamo visto, nell’antichità spesso un cambiamento politico è preceduto quasi sempre da un cambiamento metafisico/culturale. 

Non solo in ambito medioevale, quando la religione costituiva un elemento fondativo della società e dove lo stesso Imperatore doveva chiedere l’incoronazione al Papa o fare penitenza per un’eventuale scomunica. Anche la rivoluzione francese partì da elementi metafisico/filosofici, da quell’illuminismo che si contrapponeva fortemente all’età buia della credenza per inaugurare, a dir loro, l’età fulgida della ragione. Di fatto, almeno agli esordi, si spodestò il Dio di Israele per far posto alla Dea Ragione: “Già nell’estate del 1793 si registrarono degli incidenti che lasciarono intravedere la volontà scristianizzatrice di alcuni militanti come gli avvenimenti verificatisi col pretesto della ricerca dei metalli preziosi all’interno delle chiese o nella fusione delle campane necessaria all’industria di guerra. Il cosiddetto fenomeno della “scristianizzazione” si affermò inizialmente nei diversi dipartimenti a causa dell’azione intrapresa da alcuni rappresentanti in missione: il 26 settembre 1793 Fouché dichiarò alla società popolare di Moulins di voler sostituire «ai culti superstiziosi e ipocriti» quello della Repubblica e della morale naturale, e il 10 ottobre vietò ogni cerimonia religiosa al di fuori delle chiese e laicizzò i cimiteri facendo trascrivere al loro ingresso «la morte è un sonno eterno»; a Rochefort, Lequinio trasformò la chiesa in un tempio della Verità; nella Somme, Dumont fece sequestrare a Maubeuge gli oggetti preziosi usati per il culto (definiti «ornamenti del fanatismo e dell’ignoranza»); e altri rappresentanti incoraggiarono il matrimonio dei sacerdoti. Questo movimento si estenderà successivamente anche a Parigi: il 7 novembre il vescovo della città, Gobel, fu costretto a dimettersi pubblicamente insieme ai suoi vicari; mentre il 10 si festeggiò una “Festa della Libertà” all’interno della chiesa di Notre-Dame, che venne successivamente consacrata alla Ragione. La scristianizzazione non passò tuttavia solo attraverso la violenza, ma anche introducendo delle innovazioni come il calendario rivoluzionario costituito dalle decadi al posto delle settimane, e l’istituzione dell’era repubblicana (fatta iniziare il 22 settembre 1792). Inoltre, parallelamente alla scristianizzazione, si affermò anche il culto dei martiri della libertà (individuati in figure come Marat o Chapelier), le cui effigi si sostituirono nelle chiese, divenute templi della Ragione, a quelle dei santi cattolici” (cfr. A. Sobul, La rivoluzione francese, Roma 1998, pp. 272-276).

Il processo rivoluzionario, come sempre, non si può limitare alla fiammata del 1789 e alla presa della Bastiglia. I tizzoni metafisico/filosofici erano già stati attizzati precedentemente da figure come D’Alembert, Diderot, Montesquieu, Rousseau, Voltaire…

La rivoluzione è un fatto episodico, un’evenienza favorevole che apre quelle porte a cui però si bussava da tanto tempo senza riuscire ad entrare. Ci sono delle condizioni oggettive che portano le masse popolari ad insorgere ma questo non basta. A cavalcare l’onda ci saranno sempre delle idee nel frattempo diventate ‘virali’ – per usare un concetto social – che saranno quelle che informeranno di sé il dopo rivoluzione. Nella Russia del 1917 ci furono, ad esempio, ben due rivoluzioni. Le masse popolari erano sempre le stesse, a cambiare fu il gruppo di ‘intellettuali’, moderato quello di febbraio e socialista quello dell’ottobre. Quando si dice la preminenza dell’azione sulle vuote filosofie! 

Questa è l’età, questa età moderna, questa età rivoluzionaria, in cui la filosofia moderna produce gli effetti più profondi nella vita di ogni giorno. Prima, la filosofia era in gran parte una questione delle classi superiori, specie di persone oziose che avevano il tempo di pensare. E d’ora in poi, tutti sono attratti da questa, la filosofia moderna, perché trasforma tutta la vita. Questi due aspetti, la filosofia e l’attivismo, non sono del tutto separati ma si intrecciano. E quindi dobbiamo capire prima di tutto come sono collegati tra loro. Innanzitutto la filosofia ispira l’atto. Senza la filosofia moderna non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione. Infatti Napoleone ha persino detto: ‘Senza Jean Jacques Rousseau non sarei mai esistito’. In secondo luogo, la filosofia non è qualcosa che viene prima e si agisce dopo; la filosofia continua mentre l’atto va avanti. E possiamo dire che consolida ciò che l’atto ha guadagnato e continua a spingere gli attivisti a fare di più. Gli atti rivoluzionari sono spesso opera di un piccolo gruppo organizzato, ma riescono perché hanno il sostegno della mente comune, cioè lo spirito dei tempi, che è disposto a scusare ogni tipo di eccesso. Senza questo supporto della mentalità comune dei tempi, la rivoluzione, tutte le rivoluzioni crollano non appena i cospiratori sono uccisi” (P. Seraphim Rose, Corso di Sopravvivenza, traduzione nostra).

Ritorniamo in Francia. Il 7 maggio 1794, Robespierre introdusse il deismo come religione di Stato: “il decreto che, approvato per acclamazione postulava nei suoi primi due articoli: 1°) Il popolo francese riconosce l’esistenza dell’Essere Supremo e dell’immortalità dell’anima. 2°) Esso riconosce che il culto più degno dell ‘Essere Supremo è la pratica dei doveri dell’uomo. In successivi articoli venivano poi precisate le norme del culto consistente in una serie di feste consacrate sia ai grandi eventi della Rivoluzione (14 luglio,10 agosto,21 gennaio e 31 maggio), sia alle diverse entità (Essere Supremo, Natura, Genere Umano, Libertà, ecc.) sia infine alla glorificazione di Virtù civiche e morali quali la verità, l’Amor Patrio, l’odio verso i tiranni e così via. Eletto frattanto il 16 pratile presidente della Convenzione, Robespierre presiedé in abito blu e sciarpa tricolore, e con un mazzo di fiori e una spiga in mano, la magnifica festa – scenograficamente curata dal pittore David – in onore dell’Essere Supremo, che si tenne nei giardini delle Tuileries il 20 pratile a. II (8 giugno 1794), giorno della Pentecoste, alla presenza di una folla immensa. Robespierre stesso, quasi sommo sacerdote di una religione nazionale, celebrando solennemente l’Essere Supremo e la Virtù, appiccò il fuoco, con una torcia, a tre enormi figure simboleggianti l’Ateismo, la Discordia e l’Egoismo dietro le quali apparve l ‘effige della Saggezza. Nel pomeriggio una cerimonia analoga venne ripetuta al Campo di Marte. Da quel giorno le parole Virtù ed Essere Supremo furono su tutte le bocche. Sui frontoni dei templi le scritte recenti “A la Raison” cedettero il posto a l’”Etre Suprême” e in omaggio al decreto del 25 germinale le ceneri di J.-J. Rousseau, l’autore della “Professione di fede del vicario savoiardo” vennero trasportate al Pantheon” (Tratto da Storia Illustrata, anno 1968, mese 133, numero dicembre).

Questa è stata l’epoca dei lumi che si stagliava contro le tenebre delle poche passate! 

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” (Franco Battiato, Prospettiva Nevski). 

Una fiammata, più che una vera illuminazione, visto che ne seguì l’impero napoleonico e il concordato con la Chiesa cattolica del 1801. Dal cattolicesimo al deismo, dalla monarchia alla repubblica e di nuovo all’Impero. Ma non finisce qui. Lo stesso Napoleone lavorò intensamente al cambio di paradigma metafisico/religioso capendo che questa vena era fondamentale per chi bramasse un potere forte e duraturo nel tempo. 

“Ero pieno di sogni” – spiegò molto tempo dopo – “mi vedevo fondare una nuova religione, marciare in Asia su un elefante, con un turbante in testa e nelle mani il nuovo Corano, che avrei scritto a misura delle mie necessità” (P. Hopkirk in Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia centrale, Milano, Adelphi Edizioni, 2004, p. 47). 

Lo stesso P. Seraphim Rose nel suo Corso di Sopravvivenza analizza alcune espressioni dell’imperatore corso:

«”Il richiamo dell’Oriente”, dice questo Merezhkovsky, “lo attanaglia per tutta la vita. In Egitto prima della campagna siriana, il giovane generale Bonaparte, scrutando per ore a terra su enormi mappe sparse, sogna una marcia verso l’India attraverso la Mesopotamia seguendo la rotta di Alessandro Magno. Dice: “Con forze schiaccianti, entrerò a Costantinopoli, rovescerò il Sultano e fonderò il nuovo e grande impero d’Oriente. Questo mi porterà fama immortale”. Ora vediamo come si circonda di un certo misticismo. A Sant’Elena, quando è in esilio definitivo, dice: “Ho sempre capito la necessità del mistero… Ho sempre capito che i miei fini potevano essere serviti al meglio circondandomi di un alone di mistero che ha un fascino così forte per la moltitudine. Accende l’immaginazione, apre la strada a quegli effetti brillanti e drammatici che danno un tale potere sugli uomini. Questa fu la causa della mia sfortunata marcia verso Mosca. Se fossi stato più deliberato avrei evitato ogni male, ma non avrei potuto ritardarlo. Era necessario che il mio movimento e il mio successo dovessero sembrare, per così dire, soprannaturali. […] Napoleone capì che, come disse: “Non appena un uomo diventa re, è un essere separato dai suoi simili. Ho sempre ammirato il sano istinto politico di Alessandro (il Grande) che lo ha spinto a proclamare la sua origine divina”. “Se fossi tornato da Mosca”, dice, “come conquistatore avrei avuto il mondo ai miei piedi, tutte le nazioni mi avrebbero ammirato e benedetto. Avrei potuto ritirarmi misteriosamente dal mondo, e la credulità popolare avrebbe fatto rivivere la favola di Romolo; si sarebbe detto che ero stato portato in cielo per prendere il mio posto tra gli dèi!’…” […]

Vorresti che inventassi una religione nuova e sconosciuta secondo la mia fantasia? No, io ho un’opinione diversa sulla questione. Ho bisogno dell’antica fede cattolica; solo essa mantiene la sua presa su tutti i cuori, e solo può rivolgere i cuori delle persone verso di me e rimuovere tutti gli ostacoli dal mio cammino” (P. Seraphim Rose, Corso di Sopravvivenza, traduzione nostra).

Tutto questo, ripetiamo, in piena modernità illuminista. Ma si potrebbe continuare con le influenze esoteriche del Terzo Reich e le folle germaniche in visibilio per il Fuhrer o con la recente, anche se antica, opera di creazione a tavolino di una religione spezzatino mondiale, messa insieme con un copia-incolla di credenze prese dalle diverse tradizioni religiose, che fosse più a suo agio nella congerie culturale della globalizzazione liberista. Un po’ di yoga in palestra, un pizzico di reincarnazione, un tantino di riti scaramantici e la domenica ad affollare i nuovi templi che siano lo stadio o il centro commerciale.  

In questi vichiani corsi e ricorsi storici, direbbe il nostro beneamato Franco Iachetta, si nota come al potere, che sia un uomo carismatico o un cartello di multinazionali o un’agenzia di rating, occorre l’appoggio di quella che il P. Seraphim Rose chiamava più su la “mentalità comune dei tempi”, una sorta di egemonia culturale che giustifichi un dato sistema, “lo stato presente delle cose”, lo avrebbe chiamato Marx. Solo una “contro-egemonia”, una nuova e diffusa ‘mentalità comune’ può innescare cambiamenti duraturi nella vita sociale e politica delle masse popolari. Senza questo, come dicevamo, esistono solo esempi riformisti o, che è più o meno lo stesso, di sussunzione che, sotto l’apparenza della rottura, in realtà preparano nuove compatibilità sistemiche.

I precedenti contributi:

APPUNTI TEOLOGICO-POLITICI SUL CONFLITTO UCRAINO (I)

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