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APPUNTI TEOLOGICO-POLITICI SUL CONFLITTO UCRAINO (I)

In un recente nostro articolo, abbiamo analizzato il concetto di sussunzione attraverso la specifica lente dei concetti di ‘deterritorializzazione’ e ‘riterritorializzazione’  dei filosofi Deleuze e Guattari (Mille piani: capitalismo e schizofrenia, 1980). “L’opera di deterritorializzazione”, dicevamo,  “potremmo pensarla, nel caso della sussunzione, come l’inoculazione di un pensiero o di un’idea, apparentemente innocua ma capace di scardinare la matrice della struttura che la incamera. Azione lenta e graduale che deve necessariamente passare dal processo di riterritorializzazione. Questo è in qualche modo il ciclo, che si ripete in una continua accettazione di un cambiamento e ridefinizione dello scopo dell’agire pur mantenendo immutata l’apparenza epifenomenica delle pratiche o delle parole d’ordine”.

Queste rappresentazioni potremmo metterli in relazione con la nostra analisi dei concetti fondamentali della Teologia Politica al centro della discussione teorica, da Carl Schmitt a Tronti in poi. La Teologia Politica, ribaltando il discorso marxiano, troverebbe nella metafisica, e non nell’economia, quel grimaldello capace di innescare cambiamenti sociali di una certa importanza. Ricordiamo, ancora una volta, la lapidaria sentenza schmittiana che vorrebbe che le idee politiche contemporanee altro non sono che idee teologico/religiose secolarizzate. Cambia, o meglio, secolarizza l’elemento teologico e troverai la risultante del sistema politico vigente. 

Una cosa analoga è accaduta nella vicina Ucraina dove storia politica e religiosa si sono spesso intrecciate: “Nella seconda metà del 9° secolo i variaghi, detti anche Rus´, fondarono con Rjurik (m. 879) il primo nucleo dello Stato russo attorno alla regione di Novgorod. Da questo nucleo, attraverso progressivi ampliamenti, nacque la Russia di Kiev. […]” Si trattava di una monarchia costituita dagli Slavi orientali che arrivò a inglobare parte del territorio delle attuali Ucraina, Russia europea, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia orientali. Territori che quindi hanno condiviso un lungo pezzo di storia. Kiev fu per tantissimi secoli la capitale di questo stato slavo che nelle fonti medievali coeve viene chiamato semplicemente Rus’, oppure Terra di Rus’, o appunto Rus’ di Kiev. “Unificate le terre russe sotto il dominio del principe Vladimir I (981)” […] si procedette alla “conversione al cristianesimo del principe (989) che aprì la strada a quella del suo popolo” (Russia di Kiev, Dizionario di Storia (2010), Treccani online).

Il motivo della conversione era, oltre che spirituale, teologico-politico. 

“I metodi della conversione sono stati diversi. Il potere papale si affidava alla spada dei cavalieri franchi e tedeschi, quello bizantino all’opera dei missionari. Gli slavi occidentali, per non soccombere alla spada germanica, trovarono nella conversione spontanea l’unica salvezza. Quelli meridionali e orientali scelsero con accortezza quale dei due poteri (germanico-papale o bizantino) fosse più conveniente alle proprie ambizioni di potere. In entrambi i casi la conversione era fonte di legittimazione, si entrava così a far parte dei popoli del “commonwealth” cristiano, portando lo stato nel “mondo che conta”. […] Ma la questione era più grande, e non era religiosa ma politica: con chi conveniva stare? Con l’imperatore bizantino o con il Papa di Roma? Il regno polacco, quello ungherese (dove gli slavi giocavano un ruolo decisivo accanto all’èlite magiara) e quello croato, scelsero di aderire alla pars occidentalis: la vicinanza, anche minacciosa, franco-germanica fu un buon argomento per i sovrani. Stesso ragionamento fecero serbi e bulgari scegliendo di stare con l’imperatore di Costantinopoli. […] Siamo nel X secolo; Volodomir, re di Kiev, comprendendo la necessità del “battesimo della nazione” (c’erano già stati tentativi di conversione infruttuosi in passato), decide di mandare degli emissari in Germania e a Costantinopoli. Al loro ritorno così dissero al re: “E siamo andati dai tedeschi, e vedemmo che nei templi molti riti officiavano ma nulla di bello vedemmo. E dai greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio, e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra: non v’è sulla Terra uno spettacolo di tale bellezza, e non riusciamo a descriverlo. Solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste e il rito loro è migliore di tutti. Ancora non possiamo dimenticare quella bellezza, ogni uomo che gusta il dolce non accetta, poi, l’amaro”.

Si tratta di quello che il già citato Francis Conte definisce uno “shock estetico“. Al di là delle ragioni politiche questo episodio mostra quali suggestioni agissero su un popolo barbaro ma sensibile come quello slavo: il mistero incarna il divino, che è meraviglia e porta alla grazia. Non è ancora oggi questa la caratteristica del rito ortodosso?” (M. Zola, La conversione degli slavi al cristianesimo, tra Roma e Costantinopoli, 20 febbraio 2015, Slavia).

Dunque, convenienza geopolitica, vicinanza geografica, specificità antropologiche, culturali e religiose, sono sempre stati ingredienti fondamentali ed utili nelle trasformazioni anche radicali dei popoli. Un’alleanza politica con il potentato di turno doveva passare dalla conversione religiosa del popolo. Oggi non meno che allora. Ieri i Franchi che nell’espansione di quello che poi divenne il “Sacro Romano Impero si allearono con il Papa di Roma proponendo a fil di spada la versione “latina” di un cristianesimo adattato alle mire del potente imperatore Carlo Magno. Pensiamo alla latinizzazione forzata dell’appendice calabra dell’Italia effettuata dai Normanni prima e finalizzata dai Franchi poi che espulsero o “convertirono” i tanti monaci che fino ad allora facevano parte del Patriarcato di Costantinopoli. Pensiamo al florido Mercurion del nord della Calabria o all’invenzione dell’Ordine Basiliano nel tentativo di facilitare l’adesione dei monaci calabro-greci alla Chiesa romana.  

Quindi, per gli stessi motivi di fondo, “il regno polacco, quello ungherese e quello croato, scelsero di aderire alla pars occidentalis” mentre il principe russo Vladimir scelse la pars orientalis. L’impero di Oriente e quello Occidentale per lungo tempo combatterono strenuamente per affermare ed allargare le loro rispettive sfere di influenza. E cos’altro, se non questo, starebbe accadendo in Ucraina oggi?

L’impero Occidentale, a guida statunitense e protetto militarmente dalla Nato, vincitore della ‘singolar tenzone’ della guerra fredda, non ha smesso neanche per un minuto, nel dopo ‘89, di allargare la sua sfera di influenza nell’Europa dell’Est. Reduce della sconfitta, minor carica espansiva ha avuto nel recente passato l’Impero Orientale a guida russa, la Terza Roma, ed oggi anche cinese. Oggi, però, l’Oriente appare riorganizzato e pronto ad una nuova ‘singolar tenzone’. Secondo lo storico Luciano Canfora, nell’introduzione al libro di Benjamin Abelow Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina (Fazi Editore, 2023), ci sono diversi storici che affermano che la Seconda guerra mondiale sia stato il frutto della Prima con la genesi, fondata sul rancore, del fenomeno nazista. In un parallelo con la probabile genesi di una Terza guerra mondiale, Canfora indica nell’esagerazione del vincitore nell’umiliazione inferta al perdente il gesto della successiva reazione dell’umiliato. Lungi dal giustificare l’ingiustificabile idea del Terzo Reich, questi storici descrivono gli eventi seguendo una relazione di causa ed effetto. Stesso principio che starebbe alla base del ‘fallo di reazione’ di una Russia continuamente umiliata dai vincitori della guerra fredda; fallo che rimane atroce ed inescusabile viste le centinaia di migliaia di morti e le devastazioni (come ogni guerra giusta o ingiusta, preventiva o difensiva, di occupazione o ‘per la libertà’) ma derivante dalle continue vessazioni subite nel tempo dalla forza egemone statunitense a nome di tutto l’“Occidente collettivo” secondo un’espressione putiniana. Tratteremo nella seconda parte, che pubblicheremo nei prossimi giorni, il caso specifico che rappresenta un esempio di commistione tra teologia e politica e di sussunzione nel senso di deterritorializzazione e riterritorializzazione su richiamato. 

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