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L’URGENZA DELLA CONRICERCA (II)

Per un nuovo progetto “malanovista”

Il primo passo che vogliamo fare sarà quello della “preparazione del campo” partendo da una prima attività prettamente di inchiesta nell’ambito del settore della conoscenza. Focalizziamo quest’attività preliminare nell’indagare il mondo della scuola, nei suoi diversi gradi, cominciando dagli “operai della conoscenza” – formatori e pedagogisti, dirigenti, personale tecnico ed amministrativo – e delle loro impressioni sulle trasformazioni di questo specifico settore e sulle inafferrabili nuove generazioni.

La conricerca come percorso e metodo per un diverso e consapevole agire sociale che ci porti continuamente a doversi confrontare con la realtà, ci permetta di costruire un punto di vista della realtà considerata, e soprattutto ad essere attivi nel trasformare questa realtà. La qualità di questa elaborazione dipende principalmente dal rapporto con la situazione sociale, quindi c’è un problema di diffusione della presenza, presenza del militante che si radica in un contesto di attività sociali, di conflitti, di lotte e di proposte e ne costruisce relazioni iterative (R. Alquati, Per fare conricerca, Calusca edizioni, 1993, p. 5).

Un percorso, dunque, come dicevamo, che punta ad una finalizzazione (strategia) ben chiara che si svolga attraverso fasi attive (tattica) che partono dalla definizione di un’identità di parte, di un punto di vista preciso capace di situarsi per analizzare e provare a deviare lo stesso flusso sociale dato. Una progettualità, direbbe Alquati, che si oppone al mero abbandonarsi all’evoluzione e all’alterazione, come d’altronde a quella di farsi portare passivamente da un’innovazione (che per me nella specificità è sempre capitalistica). […] E suggerisce anche che la tendenza vada anticipata per deviarla altrove e non solo per precorrerla, e che per deviarla bisogna cercare contro-risorse nell’ambivalenza del presente finché la tendenza è ancora aperta, ovvero prima che sia conclusa; il che è tutto meno che farsi portare dall’innovazione (ibidem, p. 6).

Innovazione fa rima con progresso e progressisti. Identità, seppure di parte, pare alludere a tradizione e/o conservazione. Eppure, secondo il fare della conricerca, proprio l’abbandonarsi all’innovazione, miracolisticamente, fatalmente, è specificamente caratterizzato come capitalista. L’innovazione può essere pensata come nuovo mantra del capitalismo se viene colta nel suo portato di accelerazione quantitativa dei processi, come espediente tecnologico che accelera, ottimizza e massimizza il concetto di produzione. Fortunatamente l’innovazione è anche altro, ma rimane sempre un oggetto pericoloso col quale baloccarsi, vista la facilità col quale l’approccio innovativo si presta al processo di sussunzione da parte del capitale. Molte di queste categorie troveranno, forse, una qualche sistematizzazione nel farsi dell’inchiesta. Ci proponiamo di non rifiutare nulla aprioristicamente ovvero ideologicamente. Per aprire vie nuove nella scalata della vetta non ci sono certezze, solo incognite: scopo immediato della conricerca e di acquisire nuova ulteriore conoscenza più “potente” di quella che già abbiamo. Più potente nel senso di più estesa, più profonda e più aggiornata, oltreché più efficace ed efficiente nel conseguimento degli scopi di trasformazione della realtà odierna. Se si tien conto della maniera in cui molti oggi, soprattutto giovani, si buttano piuttosto su vecchie identità relativamente forti, e così vecchie pratiche e modelli paventando l’incertezza, si inferisce che la conricerca interessa ben poco (Ibidem, p. 13).

Fare così come si è sempre fatto dà certamente sicurezza. Anche quando le prassi e le teorie si sono manifestate inadeguate e comunque almeno non “vincenti”, pare sia sempre più gratificante reiterare il medesimo invece di tentare altro. Di fatto siamo reduci da una completa dismissione “dei fondamentali”. Tutto ciò che era antico, storico, consueto è stato buttato giù dalle piccole e grandi “rivoluzioni” del XX secolo. In questo senso le pratiche e le teorie sono rimaste abbarbicate a quel periodo storico “epico” e spesso “mitico”. Quanto di tutta quella iconoclastia è stata utile ad un processo di vera liberazione? Allo Stato nazionale è succeduta la globalizzazione; il libero mercato su livelli planetari. Alla famiglia nucleare tradizionale è succeduta la sperimentazione degli affetti della cosiddetta famiglia allargata. Al patriarcato non è succeduto il matriarcato ma di certo non si vivono più (almeno in termini tendenziali ed in occidente) i tempi del padre padrone, anzi si è transitati all’oggi dalla fase dell’uccisione di ogni padre. Dall’autoritarismo privo di libertà si è passati, molto probabilmente, ad un democraticismo privo di regole, dal maestro con la bacchetta in mano alla professoressa denunciata per aver sgridato uno studente completamente indisciplinato, da una sessualità compressa ad una espressione sconfinata delle possibilità pensabili e spesso mercificate e schiavizzanti. Sono solo tracce di ricerca che non possiamo declinare se non attraverso il percorso di inchiesta e conricerca che dovrà situarci nella condizione storica attuale, consci della mutevolezza e temporalità di ogni condizione sociale.

Ancora oggi, però, sembra che risuonino in una stantia sinistra i medesimi slogan. Educazione sessuale nelle scuole, liberazione dei costumi, abbattimento del patriarcato, pedagogia democratica, dissoluzione della patria, della religione e della famiglia…come se il ‘900 fosse ancora lì e non avesse prodotto alcun effetto concreto. Proprio questi effetti concreti vogliamo indagare per comprendere l’oggi attraverso le lenti delle battaglie vinte e soprattutto di quelle perse.

Cos’hanno prodotto? Quali vittorie? Quali sconfitte? Viviamo in un mondo iper-tecnologico che ci conduce negli scenari virtuali del metaverso. Cosa significa tutto ciò per le nuove generazioni? Come interpretano il presente? Di quali lotte si fanno promotori? Quanto sono autonomi rispetto al flusso dell’innovazione capitalistica? Quanto e come la comunicazione mediale e social produce conoscenza e si fa coscienza? 

Ho già parlato prima di “ipotesi iniziali contrastanti”, di partire da ipotesi provvisorie da selezionare e sempre meglio fondare. Questo è proprio il punto da cui una ricerca può partire. Quando si hanno ipotesi (e concetti) relative allo stesso fenomeno in contrasto e quante più così se ne hanno tanto più vale la pena di fare ricerca (Ibidem, p. 21).

Il percorso ci dirà – speriamo – se la teoria – e la prassi da essa discendente – è da reinventare (perché si è mostrata errata ed ha portato a fallimenti anche gravi e clamorosi) non solo la teoria più ampia e generale in cui sono inscritti, ma poi anche i modelli e le modalità organizzative delle pratiche che da tale teoria sono derivate. Ma questo purtroppo non sembra a taluni un motivo per cambiare strada. Prevale il bisogno di identificazione e di praticare un’organizzazione autoreferente, ossia fine a sé stessa! (Ibidem, p. 13).Noi dobbiamo incominciare a fare un lavoro preliminare, nel corso del quale si creino le condizioni perché almeno vengano fuori le ipotesi per una successiva fase di ricerca; quindi noi dobbiamo da un lato discutere e conformare le nostre concettualizzazioni cominciando a riconcettualizzare insieme; e dall’altro fare prima una specie di “prericerca”, o “ricerchina preliminare”, sia formativa che sperimentale ed esplorativa, che però serva a sua volta a tirare fuori queste ipotesi per una successiva fase di ricerca, e ad una prima riconcettualizzazione comune; e così anche a costruire un certo minimo linguaggio comune, con cui ci si capisca operando e per operare, e quindi dei significati comuni (Ibidem, p. 23).

Le precedenti puntate…

L’URGENZA DELLA CONRICERCA (I)

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