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I PADRONI DELL’ACQUA E DELL’ENERGIA

di Pino FABIANO*

Periodo movimentato per la bresciana multiutility A2A in terra di Calabria.

Lo scorso 17 ottobre il presidente di A2A Marco Patuano ha presentato la prima edizione del Bilancio di sostenibilità territoriale della Calabria con i risultati del 2021, in un incontro con gli stakeholders locali (assente il governatore Occhiuto). A detta di Patuano, il momento di restituzione dei risultati rappresenta un ulteriore passo nel percorso di collaborazione di A2A con la Regione Calabria, per fornire insieme un contributo concreto alla transizione energetica e all’economia circolare del territorio.

Tutto questo, perché venisse a dirlo in Calabria direttamente il presidente di A2A, appare di un certo peso. Può starci dentro la previsione di qualche progetto da finanziare con il PNRR, può starci la previsione di qualche possibile rogna nella gestione dei bacini imbriferi. Di certo, A2A è strategicamente determinata a tenersi ben cara la Calabria, esibendo l’immagine, la mission di una Life Company che si prende cura ogni giorno della vita delle persone, utilizzando correttamente le risorse, proponendo azioni positive sull’ambiente per assicurare una migliore qualità della vita.

In sintesi qualche dato: venti milioni di euro di valore economico distribuito sul territorio; sei milioni di euro investiti in infrastrutture ed impianti; 247mila tonnellate di CO2 evitata grazie alla produzione idroelettrica e 598 GWh di energia rinnovabile prodotta.

Le solite narrazioni quelle di Patuano, come quelle di qualsiasi azienda protesa al profitto, ovvero sul come siamo belli e come distribuiamo ricchezza sul territorio. Mai che presentassero un dato riguardante gli utili, il profitto. Giusto per fare qualche comparazione.

Ma non è questo il problema.

Pochi giorni dopo scoppia una guerra dell’acqua con la questione laghi silani e, guarda caso, l’immagine e la mission di A2A ne esce frantumata, altro che la cura delle persone, l’ambiente e la qualità della vita.

Infatti, si scopre che l’acqua dei laghi non è in grado di soddisfare usi agricoli e domestici perché pochissima. Per ammissione di A2A, dei 130 milioni possibili di invasamento ne restano soltanto 4 milioni. La Regione Calabria pare cadere dalle nuvole, quando invece doveva obbligare A2A a conservare l’acqua negli invasi, nati principalmente come serbatoi artificiali di accumulo.

Robuste accuse sono arrivate da Roberto Torchia, presidente del Consorzio Ionio crotonese, che ha messo in risalto l’assurda e vergognosa situazione, oltre alla mancata valorizzazione di uno dei principali beni di cui dispone la Calabria.

Qualcuno ha scritto che i padroni, quelli di A2A, si sono bevuti l’acqua dei laghi. In senso metaforico rende l’idea. I laghi sono stati svuotati per lo sfruttamento intensivo a fini energetici. Per tutta l’estate, nonostante la siccità persistente, le turbine delle centrali di Orichella, Timpagrande e Calusia hanno ruotato a pieno regime perché il business, il profitto è più importante di tutto il resto, più importante delle vuote narrazioni sulle persone, sull’ambiente, sulla qualità della vita in terra di Calabria.

Adesso, sperando che il cielo possa restituire pioggia e neve durante l’inverno per riempire sufficientemente i bacini, quanto accaduto dovrebbe rappresentare un momento di separazione sul prima e sul dopo, sul passato e sul futuro. La Regione Calabria, le amministrazioni comunali dei territori compresi nei bacini imbriferi, i consorzi di bonifica e quant’altri, devono posizionare i paletti sul rispetto delle regole. A2A deve attenersi alle regole sull’utilizzo dell’acqua, perché sulle riserve di quella stessa acqua si reggono gli equilibri dell’ambiente e della qualità della vita delle persone. Diversamente bisogna intervenire sulla risoluzione anticipata della concessione. Non esistono alternative.

Quanto accaduto dovrebbe anche suggerire un diverso approccio sulla valorizzazione delle riserve idriche. I tre salti delle centrali rilasciano a valle l’acqua prelevata dai laghi: in una minima parte viene confluita in bacini di raccolta e tutto il resto scorre inutilizzata nel fiume Neto per arrivare a mare. Occorrono altri bacini, altri punti di raccolta lungo il fiume, per garantire costantemente l’acqua per uso irriguo e potabile. Sembra facile a dirsi, complicato forse per quanti si ritrovano le leve del comando e i poteri decisionali.

Andiamo oltre.

Nell’ultimo semestre, giusto per non farci mancare nulla, i costi dell’energia e del gas sono schizzati alle stelle. Bollette a dir poco vergognose sono arrivate alle famiglie, alle attività produttive e commerciali, agli enti, dappertutto. Inizialmente l’operazione è stata spacciata come conseguenza della guerra in Ucraina. Dopo si è scoperto che gli aumenti sono stati determinati dalle speculazioni nella borsa di Amsterdam, con tanto di ammissione della UE. Ci viene da chiedere in quali mani hanno consegnato la sovranità dei popoli, la democrazia, i diritti sanciti in dozzine di trattati. Altre storie.

L’insostenibilità dei costi dell’energia rendono ancora più fragili le economie dei calabresi: non è possibile consentire l’ulteriore impoverimento delle famiglie e la chiusura delle attività. Questo preciso momento storico implica una presa di coscienza collettiva per cambiare lo stato delle cose attuali.

La Calabria possiede l’autosufficienza energetica, producendo il triplo dell’energia che consuma. Le centrali termoelettriche e idroelettriche, gli impianti eolici e fotovoltaici producono circa 16mila gigawattora a fronte dei 5mila necessari alla regione. Il resto viaggia sugli elettrodotti per immettersi nelle reti di altre regioni.

Tutta questa energia prodotta non comporta ricadute economiche sulle popolazioni. Escludendo qualche prebenda a beneficio dei comuni in cui sorgono le centrali, i calabresi non portano nulla in saccoccia pagando le bollette come tutte le altre regioni italiane, perché il prezzo dell’energia elettrica nel “mercato tutelato” è uguale in tutta la penisola.

Anche il gas – estratto dall’Eni al largo di Crotone in un quantitativo consistente per il fabbisogno nazionale – non è soggetto al prezzo devettoriato, cioè abbattuto dei costi di trasporto e fiscali: il “cane a sei zampe” si comporta con l’arroganza dei peggiori privati, come del resto continua a fare nel crotonese almeno dagli ultimi trent’anni.

Tempi infami quelli che viviamo. Quanti gestiscono il potere politico e amministrativo in questa regione devono guardare alle esigenze economiche della popolazione e sottrarre parte dei guadagni ai padroni del vapore, perché il profitto è un venir meno al valore della produzione, alla qualità della vita delle persone, all’ambiente, al benessere collettivo in terra di Calabria.

* Pino FABIANO lavora nel settore delle telecomunicazioni, giornalista, è direttore responsabile del periodico Cotroneinforma. Ha pubblicato: Nessun rimpianto. Storia di Rosa la Rossa (Sicilia Punto L, 2020); Periferie. Storia minima di Crotone e della cooperativa Agorà (Sensibili alle foglie, 2016); Come il bue di Rembrandt (Sensibili alle foglie, 2015); Novantanove. Idealisti e sognatori nel ricordo della Repubblica napoletana, (Città del Sole, 2010); Contadini rivoluzionari del Sud. La figura di Rosario Migale nella storia dell’antagonismo politico (Città del Sole, 2010).

L’editoriale è tratto dal n.146/2022 della rivista.

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