CRISI E INCOERENZA DELL’AGIRE POLITICO

Per ogni soggetto politico, sia esso individuale o di massa, che voglia in qualche modo definirsi all’interno dell’azione politica di rottura – in altri tempi si sarebbe detto rivoluzionaria – il fattore coerenza dovrebbe rappresentare se non proprio una bussola quantomeno un punto cardinale. Nella nostra lunga disamina sulla crisi dei movimenti o del movimento – dettata dalla necessità di capire cosa negli ultimi 25 anni è andato irrimediabilmente storto più che da una infausta smania polemica – abbiamo spesso sottolineato alcune cadute di irrazionalità che per pudore definiamo “incoerenze tattiche”. Queste si manifestano nel tempo con iniziative o discorsi contraddittori, come ad esempio idolatrare le tradizioni e poi creare nicchie di mercato su quelle tradizioni, cosa che sta perfettamente nella teoria dello sviluppo locale sostenuto dai fondi strutturali europei[1].

Un’altra anomalia tra le tante è quella di chi, da un lato, si scatena sui social contro il depotenziamento dei servizi pubblici o la privatizzazione dei “beni comuni”, ma poi con lo stesso slancio organizza eventi in chiave primitivista, condannando senza se e senza ma la tecnologia. Potremmo andare avanti per intere pagine, ma fare l’enciclopedia dell’incoerenza che regna nella nostra fase storica non gioverebbe affatto al recupero di un agire politico scevro da storture. Con tutta probabilità le incoerenze di fondo sono da ricercarsi spesso nella posizione da parvenu di molte individualità. Persone dall’indiscussa sensibilità ma che mancano di una base teorica. Può sembrare un atteggiamento elitario, ma nella complessità del nostro presente solo la capacità di non farsi schiacciare dal fenomeno singolo può evitarci di finire in un vicolo cieco. 

Ma la capacità di osservare la fase, individuandone i macrofenomeni e le ipotetiche linee di tendenza, è un fatto che, pur restando potenzialmente alla portata di tutti, viene poco praticato.  Si avverte una certa ritrosia a investire del tempo nell’analisi del contesto (geografico, sociale, economico territoriale o altro) e si preferisce agire alla cieca o seguendo un canovaccio più o meno consueto. Siamo nell’epoca dei paradossi: iper-specializzazione, su un versante, e, sull’altro, assoluta mancanza di visione organica pretendendo di ricostruire il meccanismo di funzionamento delle prevaricazioni partendo dal micro. Una sorta di visione da enclave che, in alcuni casi, pretende di descrivere fenomeni come globalizzazione e precariato partendo da specifiche vertenze. La grandezza dei pensatori del passato non era nella perfezione dei loro modelli o delle loro previsioni, ma nella capacità di individuare i meccanismi di base che determinavano i processi in corso; da Marx a Kropotkin, dalla Luxemburg alla Goldman, c’era la capacità di intercettare i fattori chiave di una fase storica.

Oggi tutto ciò che non si sa lo si assume come opinione liberamente esprimibile, senza però la necessaria consapevolezza di poter essere in errore. Questo conduce a quei paradossi che citavamo prima che in tempi di pandemia hanno generato piattaforme rivendicative a dir poco schizofreniche. Da un lato, la sacrosanta critica all’industria del farmaco, dall’altra l’altrettanto lecita critica alla sanità pubblica, con sintesi che spesso hanno rasentato l’aporia. Dal momento che sanità e industrie farmaceutiche vanno a braccetto abbandoniamo l’idea della sanità pubblica e autogestiamo la sanità. Come idea non sarebbe male se non si pretendesse di gestire la sanità di quartiere con le tisane e gli impacchi di ortica e arnica. L’idea di una sanità sociale basata sulla prevenzione e la diagnosi precoce sarebbe più che auspicabile, pur non essendo noi feticisti del modello castrista, va riconosciuto che in un paese con scarsissime risorse economiche la prevenzione ha consentito di abbattere il carico economico sanitario destinando l’apparato solo alle cure più urgenti e ai casi più gravi. 

Ma oltre al proclama come si pensa di poter operare? C’è necessità di un lavoro politico di lungo respiro che coinvolga le comunità, con un certo numero di persone che si dedichino a queste attività. Per ovviare alla mancanza di conoscenze cliniche, si dovrebbero trovare medici e paramedici disponibili. Sarebbe auspicabile riuscire a ridefinire il sistema sanitario di prossimità come un’estensione delle comunità locali, magari abbattendo, per quanto possibile, l’esigenza di moneta e basando il tutto su uno scambio di servizi. Sarebbe interessante, certo. Peccato che quando si tenti di passare dai proclami all’operatività ci si trova, nella migliore delle ipotesi, in un deserto, nella peggiore con personaggi in cerca d’autore che confondono la prevenzione con la new age e la diagnosi con lo sciamanesimo.

Ognuno ha il diritto di scegliere la propria filosofia esistenziale, ma c’è l’esigenza di riconoscere che non viviamo nelle praterie o nelle foreste montane; viviamo, nostro malgrado, in un ambiente assai più aggressivo che è quello urbano, contaminato sul piano fisico e su quello ambientale. 

Il cosiddetto capitalismo urbano fornisce una prima visione di quelli che saranno i cambiamenti in tutti gli altri contesti; l’antropizzazione e la densificazione urbana si riproducono, seppur con differenze quantitative, anche nelle aree rurali. La dipendenza crescente dalle reti tecnologiche così come la ruralità come rifugio dalle dinamiche urbane hanno finito col trasferire la logica urbana anche in altri contesti che urbani non sono: chi fugge dalla città la porta con sé sotto forma di necessità connettive e consumistiche. Il mediattivista che tenta la fuga dalla metropoli non fa altro che spostarsi geograficamente, ma si porta dietro la dinamica metropolitana ogni volta che deve “documentare” e aggiornare i social su ciò che fa. Senza un post, una foto o un selfie sembra che non esista lavoro politico. 

In questa necessità narrativa si può rintracciare un’altra sfaccettatura della crisi in atto. Necessità di narrare che si è imposta alla necessità di comprendere e analizzare. L’analisi della fase è tutt’altra cosa: si cerca di allineare processi apparentemente slegati e fatti asincroni per rintracciare un comune denominatore. Questo è quello che ha fatto il movimento nella storia, tra alterne fortune.  

Da quando invece il movimento ha ceduto la posizione di avanguardia e si è determinato in una sorta di retroguardia codista dei processi sociali, si è anche deciso, più o meno consapevolmente, di  rinunciare alla comprensione dei fenomeni macrosociali e di chiudersi (talune volte anche fisicamente) tra quattro mura sicure e sopravvivere denunciando un singolo fenomeno o inanellando vertenze, pur legittime, ma senza la volontà di rintracciare quel filo rosso che lega fenomeni simili ai quattro angoli del paese o del continente.

Questa involuzione ha contribuito a generare la mancanza di visione organica che comporta l’inseguire un processo nel posto in cui esso si manifesta, senza avere la capacità di prevederlo o di anticiparlo. Ciò sta alla base delle sconfitte e della ritirata da ambiti cruciali di lotta. Se permangono ragioni etiche più che valide per intraprendere alcune battaglie, queste però diventano azioni spesso puntuali, slegate da un contesto più generale. La fame di leaderismo o di semplice esposizione mediatica spesso riduce un comitato o un presidio a una individualità sovraesposta dietro la quale si assiepano gli abitanti del luogo. Le contraddizioni che svelano la crisi profonda dell’agire politico contemporaneo si possono rintracciare nell’invocazione del diritto penale o tributario o nel richiedere accoratamente allo Stato di intervenire. 

La redazione di Malanova

Note

[1] Il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) è uno dei principali strumenti finanziari della politica di coesione dell’UE. Si prefigge di contribuire ad appianare le disparità esistenti fra i diversi livelli di sviluppo delle regioni europee e di migliorare il tenore di vita nelle regioni meno favorite. Un’attenzione particolare è rivolta alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, come le regioni più settentrionali, con densità di popolazione molto basse, e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna.

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