GLI ALBERI DEL BOSCO ANDARONO PER UNGERSI UN RE

Appunti di Teologia Politica (III)

La Teologia (dal greco Theos = Dio e Logos = parola, discorso) porta in sé il suo carattere umano-divino. Il Dio viene detto dall’uomo nella versione scientifica. Il Dio che dice all’uomo nella versione mistica. In quanto discorso umano su Dio è intesa come parte dicibile di una relazione altrimenti indicibile. È nota, ad esempio, la natura apofatica della teologia patristica che afferma l’indicibilità di Dio o meglio che della divinità è possibile dire solo ciò che non è, essendo Dio più grande della ragione umana. Comprendere Dio equivarrebbe a circoscriverlo all’interno della capacità razionale umana e un dio circoscrivibile non sarebbe Dio.

Dicevamo che in quanto discorso umano su Dio, la teologia non può che utilizzare quelle stesse parole e quelle convenzioni proprie dell’esperienza umana. Così, quando si afferma che Dio è Padre o che il Cristo è Figlio, lo si fa utilizzando un certo grado di analogia del pensiero. La teologia, così come la mistica, è costretta a utilizzare le parole e le esperienze umane incardinate in una vita vissuta sulla terra. I parallelismi con la politica, la fratellanza con il diritto direbbe qualche filosofo e giurista, diventano molti quando per esempio si parla del modo in cui deve vivere un monaco nel suo monastero o nella sua cella. Un monastero, alla fine, è entità certamente spirituale ma profondamente umana consistendo in un edificio fabbricato di pietra e calce che ospita un gruppo di persone che vivono insieme; non è altro che una comunità, una piccola polis, da organizzare e dove si vivono relazioni sociali. Molto interessanti gli spunti politici che si possono ricavare quasi traslitterando il discorso ascetico (Asceticon) di Nilo Asceta contenuto nella Filocalia, raccolta di testi mistico-spirituali dei primi secoli cristiani che ha come perno l’esichia (una vita di quiete) e la preghiera. Nilo visse a Costantinopoli, capitale dell’Impero, e crebbe alla scuola del Crisostomo considerato un Padre della Chiesa “sociale”. Nobile e ricco fu anche governatore della sua città prima di lasciare il mondo per raggiungere il Sinai e dedicarsi all’ascesi.

Nella tipologia descrittiva di un certo tipo di “monaco” proviamo a individuare parallelismi che potrebbero essere utili per capire anche un certo tipo di “politico” che pare essere molto praticato oggigiorno.

Nilo Asceta descrive i tanti che indossavano la veste monacale come ultima ratio, magari proprio dopo aver avuto delle forti frustrazioni sociali. In uno degli esempi da lui stesso usati parla di un monaco che, fallita la carriera politica, si è buttato in quella religiosa con il medesimo piglio. Non quello di chi, rinnegato il mondo, si dedica totalmente a una vita mistica, nascosta, ora et labora, ma quello di chi, fallita un’opportunità di “diventare qualcuno” e conosciuti appena i rudimenti di una vita esicasta, prova a farsi maestro di molti. Con grande rovina per sé e per gli altri, conclude Nilo. In questo “tipo” di monaco possiamo fin da subito ritrovare la figura di chi si dedica alla politica, anche extraparlamentare – come si diceva un tempo – non per uno spirito di servizio alla rivoluzione sociale, che tenderebbe a rendere tutti gli uomini uguali, ma come rampa di lancio sociale per acquisire fama di maestro, quindi di uomo (o donna) superiore e acquisire discepoli che possano con le loro lodi appagare uno smisurato ego. Questo spesso, oggi come ieri, è l’unico motivo di una candidatura a Sindaco, di un percorso per essere leader di quel partito o di quell’organizzazione, di un impegno socialmente rilevante.

Così, intorno alla seconda metà del V secolo, questo afferma Nilo in merito al tipo di “monaco” che noi facciamo “politico”: “la loro lotta consiste nel non trascinarsi dietro, nelle processioni, meno persone delle altre fraternità, come se si trattasse di schiavi, facendo mostra di uno stato più di bettolieri che di maestri. E quando giudicano facile dare ordini a parole, anche se gli ordini fossero pesanti, ma non sopportano di insegnare con le opere, rendono a tutti manifesto il loro vero scopo, che cioè assumono una tale guida non per lo zelo giovanile verso coloro che li seguono, ma con quello di conseguire il proprio piacere [la propria vanità, n.d.r.]. Costoro imparino, se vogliono, da Abimelech e da Gedeone che non la parola ma l’opera spinge i sudditi all’imitazione; del primo quando fece un carico di legna e dopo averlo fatto se lo caricò dicendo: come avete visto fare a me, fatelo anche voi” (Nilo Asceta, Filocalia, Vol. I, Gribaudi Editore, Milano 2000, p. 310).

Tanti i parallelismi. La prima molla di questo tipo di “politico”, dunque, è la vanità proveniente dal potere. Il monaco-maestro si mostra tronfio alle processioni che, invece di essere vissute quali pratiche devozionali rivolte alla maggiore glorificazione di Dio, non rappresentano altro che l’esibizione del proprio ego nella dimostrazione del gran numero di discepoli irretiti. Nulla di diverso si nota in tante manifestazioni di piazza degli ultimi decenni, processioni laiche come i cortei dove i vari spezzoni, più che pensare all’obiettivo per cui furono indette, pensano a come meglio apparire nei confronti degli altri spezzoni. Grande sfoggio di bandiere, colori, striscioni. E poi l’importanza dei numeri con il ping pong tra organizzatori e questura. Siamo in tanti e tante e quindi abbiamo ragione! Siamo in pochi e in poche, ma abbiamo ragione uguale! Poco o nulla importano i temi. Prima il partito, l’organizzazione o, meglio, prima il leader. Alcune volte funziona, ci mancherebbe. Pensiamo all’emergere dall’oggi al domani della figura di Silvio Berlusconi, l’uomo-partito, o alla meteora pentastellata nata sull’onda della popolarità e dei meriti comunicativi di Beppe Grillo. La personalizzazione della politica è un fatto di attualità estrema. Persino nelle ultime elezioni regionali calabresi abbiamo avuto uno schieramento guidato da un partito/cognome.

Proprio in relazione a questi casi riusciti è interessantissimo il modo in cui si tratta il tema della sovranità o, ma è la medesima cosa, quello del governo, sempre tra le pagine dell’asceta Nilo. Attraverso una pagina biblica, il monaco isolato che ragiona nella sua cella, riesce a cogliere la tipologia umana, la psicologia di chi si candida alla guida dei monaci, così come a quella dei popoli, aggiungiamo noi.

Nel mentre la storia dei grandi santi ci racconta di tanti tentativi di fuga dalla nomina a episcopo o a igumeno (superiore di un monastero) – vedi ad esempio Ambrogio a Milano – ci illustra anche le “lotte per l’investitura” di personaggi meno che mediocri. Non poche volte, da comuni mortali quali siamo, ci siamo chiesti al bar il motivo per cui sono sempre i peggiori a governare, ad avere il potere, anche quando si autoproclamano come i migliori. Ricordiamo tutti l’attesa messianica, sorta dopo la designazione del re Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, per il governo Monti. Conosciamo tutti gli esiti postumi. Ricordiamo tutti il 40% di Renzi alle elezioni europee e ne ricordiamo l’epilogo. Viviamo oggi la stessa attesa messianica intorno al governo Draghi e alle immense ricchezze che stanno calando prepotentemente dall’Europa: non faremmo fatica a profetizzarne gli sviluppi. Atteggiamento politico-messianico già da tanti esimi studiosi qualificato come secolarizzazione di un discorso tradizionale teologico-messianico.

Ma vediamo con quale chiarezza, Nilo ci spiega, attraverso la storiella biblica, come mai a governare sono sempre i peggiori, mentre i migliori o si astengono o sono tenuti fuori dai giochi. Un’altra pagina teologica che potrebbe essere tranquillamente, come supponeva Carl Schmitt, “secolarizzata”, tradotta in linguaggio politico.

“Ma che sia proprio di uomini incuranti e senza alcuna risorsa personale addossarsi il primato sugli altri, è chiaro anche dall’esperienza. Uno che avesse gustato l’esichia e la contemplazione (la vera filosofia per il nostro ndr), per quanto avesse appena incominciato a dedicarcisi, non sceglierebbe di legare l’intelletto alle preoccupazioni del corpo, allontanandolo dalla conoscenza, e di trascinarlo verso gli affari della terra mentre si trova tutto lanciato nelle altezze. Ed è ancora più chiaro da quella parabola che propose Gionata il Sichemita (Gdc 9,7 ss) dicendo:

Gli alberi del bosco andarono per ungersi un re e dissero alla vite: regna su di noi; e la vite disse: lascerò il mio buon frutto che Dio ha glorificato, e anche gli uomini, per andare a governare gli alberi? E rifiutarono similmente il fico, per la sua dolcezza, e l’olivo per la sua ricchezza. Il rovo, albero senza frutto e spinoso, accolse il governo di costoro, poiché non aveva ricchezza propria né alberi che gli stessero sotto; infatti la parabola non parlava di alberi di giardino ma di bosco, bisognosi di governo” (Nilo Asceta, Filocalia cit., pp. 311-312).

Da qui si potrebbe snodare un ben più proficuo percorso di psicologia-politica e anche di psicologia della massa.

La redazione di Malanova

I precedenti contributi:

Appunti di Teologia Politica (I) – LA POLITICA COME PENSIERO SCORRETTO

Appunti di Teologia Politica (II) – SPAZZOLARE LA STORIA CONTROPELO

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