CONTRO-EXPERTISE. PER UNA CRITICA DEGLI “ESPERTI CARISMATICI”

Proponiamo, per la sezione Kritik di Malanova, il capitolo conclusivo tratto dal volume La scienza incerta e la partecipazione, curato da Vincenza Pellegrino (Scienza Express edizioni, Trieste 2013, pp. 173-178). Attraverso una lunga inchiesta condotta dentro le nuove conflittualità sociali dell’ultima decade, in ambiti che potremmo definire “ecologici” e “epidemiologici” (Napoli, Taranto, Gela, Parma, Torino, Trento), la curatrice approfondisce le expertise contrapposte dentro il dibattito politico e il ruolo, spesso ambivalente, dei cosiddetti “esperti di movimento” che, inserendo nel conflitto come uniche argomentazioni  quelle scientifiche, producono un progressivo indebolimento delle  lotte. Non solo. Il pensiero tecnico-scientifico permea gli spazi del pensiero politico contribuendo a inibire l’elaborazione di visioni complessive circa la società e i suoi conflitti.

La scienza appare incerta, come la definisce la Pellegrino, capace di prospettare scenari complessi rispetto a questioni complesse, ma spesso senza riuscire a rompere con un quadro di compatibilità sistemica; il piano resta spesso vincolato a un confronto tra “verità scientifiche” dove ogni parte si schiera con la propria verità parziale indiscutibile, che si traduce negli “esperti di parte”. Sembra mancare la prospettiva politica.

Alla “scienza incerta” Vincenza Pellegrino contrappone la “scienza conflittuale”, cioè la scienza applicata a conflitti sociali e politici, individuando, al contempo, un limite, quello della “verità scientifica” utilizzata dagli stessi attivisti per far fronte alla progressiva scomparsa delle argomentazioni politiche dentro il conflitto in essere. Sembra però un cane che si morde la coda: la verità scientifica come argomentazione politica che produce l’indebolimento delle lotte.

Il libro trasmette, a chi lo legge, un sentimento ambivalente nei confronti delle forme dell’attivismo dentro la conflittualità ecologica perché se, da un lato, la conoscenza scientifica diffusa sembra liberare un notevole potenziale partecipativo di strati sociali che spesso non si mobilitano, dall’altro, l’effetto prodotto è quello di una ultra-tecnicizzazione del dibattito e il riduzionismo scientista del conflitto.

La conoscenza scientifica diventa un elemento non diffuso ma distribuito soltanto tra pochi soggetti, gli esperti carismatici appunto, che producono, o rischiano di produrre, quel senso di spaesamento che si prova davanti alla relativizzazione della conoscenza. 

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Vorrei riproporre alcuni elementi del dibattito sino a qui affrontato che a mio avviso valgono anche al di fuori delle tematiche ambientali, e più in generale riguardano le trasformazioni nel campo della politica e della democrazia. Quanto visto sino ad ora a proposito dei conflitti ambientali, infatti, permette di identificare alcune caratteristiche della trasformazione in atto nella società civile italiana.

Primo elemento: in molti contesti, il conflitto sociale viene ridefinito in termini eco-epidemiologici come risposta alla crisi di istituzioni politiche che non riuscirebbero più a garantire la salubrità per gli esseri viventi, in generale, e per gli esseri umani, in particolare. Si crea un nuovo linguaggio, un framing (o “regime di giustificazione” se vogliamo) di tipo scientifico-politico, nel quale la conoscenza e l’expertise assumono un ruolo importante e definiscono in buona parte l’autorevolezza degli attori in conflitto. In tal senso, la conoscenza scientifica viene chiamata in causa dalla politica per ricostruire proprio i contesti di credibilità, per riportare la politica alla capacità di elaborazione collettiva di verità che essa aveva prima del crollo delle ideologie. È con questa “conoscenza forte” che molti nuovi cittadini (esperti e professionisti ma non solo) si legittimano a una nuova stagione di confronto con le istituzioni, soprattutto in quei gruppi sociali dove il rapporto con esse non pare più mediato dalla rappresentanza tradizionale (partiti).

Al tempo stesso, la politica tradizionale si chiude a queste mobilitazioni, si oppone con forza a questi movimenti dalla voce autorevole e autoritaria, percepiti essenzialmente come forme di “contro-democrazia”. Pur tuttavia risponde nel merito usando gli stessi linguaggi scientifici e le stesse expertise tecniche. 

La conoscenza scientifica tende così a occupare interamente lo spazio di auto-riflessione della società su se stessa, a detrimento di altri registri o linguaggi della conoscenza, e in particolare di quelli normativo-valoriali.

Alla scienza si imputa l’aumento di rischi ambientali “terrificanti poiché smisurati” – percepiti appunto come minaccia non calcolabile – ma alla stessa scienza si affidano tutti gli spazi di pensiero utili per rispondere a tali minacce, per trovare “rifugio”.

Secondo elemento: tale “rifugio” però nei fatti non si trova nella conoscenza scientifica. La scienza contemporanea è divenuta anch’essa troppo complicata per produrre chiare verità: è fatta da scienziati in carne e ossa che si confrontano sulle probabilità, più che su lineari nessi “causa-effetto” come invece vorrebbe il pensiero comune. In tal senso, essa non produce lo sperato sollievo all’incertezza. Gli “esperti” – visti come (unici) legittimi produttori di verità in politica – vengono poi selezionati prevalentemente in quanto “tecnici” più che “scienziati” o ricercatori (vale a dire come “applicatori di scienza: applicatori di “conoscenze parziali” a “realtà sociali complesse”). In questo modo, si produce un trionfo delle “tecniche” (più che della scienza) come forma di semplificazione delle conoscenze più complesse e probabilistiche (più propriamente scientifiche). Il pensiero tecnico pare pervadere gli spazi propri del pensiero politico, e ciò contribuisce a inibire l’elaborazione di visioni complessive circa la società e i suoi conflitti.

La scienza appare così “incerta” in un doppio senso.

Da un lato, per la mole crescente di sapere che evoca interpretazioni teoriche plurali, probabilità più che previsioni (l’epidemiologia è certamente così). Dall’altro lato, per domare questa abbondanza di sapere che il contesto di oggi produce, ciascuno si schiera con la propria verità parziale indiscutibile, che si traduce negli “esperti di parte”. La scienza è amica (o nemica) quando è veicolata dagli amici (o dai nemici): i processi relazionali dominano quelli cognitivi (quelli definiti dai contenuti), e le conoscenze si fanno incerte e fragili anche se veicolate dai numeri. 

Infine si tenta di epurare la scena pubblica dall’incertezza tanto di matrice politico-ideologica quanto scientifico-probabilistica, e si rischia di tornare così a una condizione di necessità (“è ovvio fare come facciamo perché lo dicono i numeri”), condizione immaginaria sostanzialmente incompatibile con il dibattito democratico, e più caratteristica invece del pensiero politico totalitario. Si tratta di un dominio dell’immaginario di tipo post-ideologico (si è smarrito appunto il richiamo a visioni valoriali) ma pur tuttavia neo-ideologico (come asservimento ai numeri).

Terzo elemento: i gruppi politici si trovano quindi essenzialmente esposti a una difficilissima produzione di “conoscenza comune”, produzione di conoscenza che funga da guida credibile per un numero significativo di persone, almeno quel tanto da trattenerle un po’ nel proprio spazio politico. Se i gruppi politici evocano la scienza, guadagnano inizialmente consenso ma finiscono con “sanitarizzare” le questioni umane (nella buona parte dei casi), economicizzarle (sempre) e sostanzialmente “ridurle” (cioè mentono sul conflitto “sociale” contenuto nelle questioni umane poiché lo pongono in secondo piano). Se essi ricorrono alle argomentazioni ideologiche, perdono consenso poiché perdono di semplicità, certezza e trasversalità rispetto alle vecchie appartenenze (si ricollocano in spazi politici già occupati dai soggetti tradizionali, e non rispondono al nuovo desiderio di collocazione nel futuro espresso dai giovani). 

In tal senso, il nostro libro affronta un travaglio e nutre in noi un sentimento ambivalente nei confronti delle nuove forme di partecipazione. 

Se è vero che la conoscenza tecnica diffusa nella società civile libera il potenziale partecipativo di molti cittadini, prima sopito, e comporta la maturazione democratica di nuovi strati sociali – come insistono Armiero e in parte Pellizzoni – è vero anche che gli esiti sono spesso l’ultra-tecnicizzazione del dibattito e il riduzionismo scientista a essa legato. Se è vero che la conoscenza scientifica è strumento di empowerment, esso alla fine è distribuito tra pochi. Se è vero che la nuova capacità di mobilitazione dei giovani per fluidità, uso delle tecnologie web e comunicazione multi-metodo (dai blog alle lenzuola appese alle finestre), riversa un poco di discorso politico per le strade (fuori da tv e giornali, insomma), e se è vero che ciò incrementa la compatibilità con i modi e i tempi di relazione dei giovani, è anche vero che ne deriva scarsa riflessione sulle forme di coinvolgimento dei meno giovani, e quindi un accrescimento silente e inconsapevole di una frattura intergenerazionale che invece sarebbe meglio sanare. Se è vero che il confronto tra esperti con pareri diversi mette in scena finalmente la natura della scienza probabilistica è vero anche che la mediatizzazione di questi conflitti e la costruzione di esperti carismatici di parte rischia di incrementare lo spaesamento che tutti abbiamo davanti alla relativizzazione spinta della conoscenza. 

Infine, nei casi di studio qui discussi, si intravedono tentativi di innovazione politica in chiave di “contro-expertise” reciproca con processi che partono “larghi” (nel senso di questioni larghe e partecipazioni larghe), ma che poi si stringono rapidamente (si centrano su chi “conosce davvero la verità scientifica” e quindi poi su chi mente e chi no). Per essere nuove forme non sembrano molto nuove, non sembrano andare oltre al Novecento e al modo (maschile) di intendere la politica come scalata, contrapposizione, pulviscoli di titoli professionali e carriere usate come strumenti di forza, per citare Luisa Muraro.[1]

Certo, nei partecipanti alle manifestazioni come negli attivisti dei comitati o dei partiti impegnati sul fronte dell’ambientalismo c’è una ricerca, un nuovo desiderio di occuparsi della realtà circostante, come se la questione ambientale fosse nuova, “nostra” e non “dei padri”, come se la messa a tema del “vivente non solo umano” stimolasse in modo differente e nuovo la politica, come se la nuova consapevolezza ecologica legittimasse maggiormente il protagonismo politico ecc.

Ma ci sono anche gli avvitamenti, la ricaduta da questioni larghe a questioni piccole (dalla riflessione sul consumo e sugli scarti al “no inceneritore”, ad esempio), e l’uso della più vecchia e classica e tradizionale delle forme di dominio: il pensiero convinto che l’altro non “conosca” e per questo sia in errore.

Nonostante queste ambiguità, vorrei qui sottolineare come l’innovazione politica dal basso presenta comunque tutto l’interesse di una nuova sfida alle forme di elaborazione democratica, di una conoscenza comune sui rischi che corriamo.

Allora, in definitiva, la sfida è di come dare esito alle potenzialità insite nelle mobilitazioni ambientaliste. Per tornare all’analisi di Hay in Pellizzoni (2011, op. cit.) “le issues ecologiche politicizzano davvero quando divengono stabilmente oggetto di discussione, forma sperimentale di decisione e possibilità d’intervento, disconoscendone la precedente assegnazione al reame della necessità o di naturale doverosità”.

Ma cosa permette di farne “stabilmente” oggetto di discussione? Cosa produce reale avvicinamento alla politica?

Un reale e più stabile avvicinamento alla politica delle questioni ambientali può avvenire a mio avviso quando tali questioni si traducono in una nuova conoscenza collettiva che attinge alla scienza per la comprensione dei problemi ma non per l’elaborazione di risposte. Gli autori indicano alcuni modi attraverso i quali concretamente tale passaggio può compiersi:

Il gioco di apertura verso il tema politico più vasto, il ”framing per ampiamento” che consente lo spostamento tematico dal particolare al generale (quando in Val di Susa dai rischi sanitari si passa alle pratiche di appartenenza attiva al territorio; a Parma dall’aumento dei tumori si passa all’impegno di gestione collettiva degli scarti e del consumo individuale). 

La “science street”, citata a Napoli, come modalità di inserire collettivamente la propria esperienza biografica nei grandi cambiamenti ambientali che ti vengono spiegati dagli esperti (il discorso sull’inquinamento del cibo riportato alle nostalgie alimentari e a discorsi consapevoli sulla mediterraneità, ecc.). 

In definitiva, i movimenti presentati nel libro mostrano come da alcune forme di conoscenza ecologica possano emergere una consapevolezza e una maturazione politica diversa. Ma questa nuova conoscenza (intrinsecamente “scientifico-politica”) produrrà partecipazione più larga ed efficace continua nel tempo se e quando metterà in conto la capacità di lavorare sulla dimensione simbolica dei numeri (del linguaggio scientifico), se e quando metterà in gioco riformulazioni creative del nesso “numeri-parole” (dati e visioni). C’è la possibilità che un immaginario ecologico così nutrito orienti diversamente i contenuti dell’agenda politica di domani, e che la generazione si guadagni un protagonismo diverso da quello del primeggiare in conoscenza sugli altri, che pur ci hanno insegnato ma che si dimostra non funzionare più come vorremmo.

Note 

[1] L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2012.

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