PER UNA CRITICA DELL’ORTODOSSIA DEMOCRATICA

Siamo abituati a legare inscindibilmente libertà e democrazia. Non riusciamo a pensare la prima senza le forme della seconda. Eppure esiste un’altra storia, poco nota, che rovescia il nostro abituale modo di intendere la democrazia, un altro modo di concepire questo regime politico trasformato nel peggiore incubo per la libertà.

Jacob Leib Talmon, professore di storia moderna all’Università ebraica di Gerusalemme, liquidato frettolosamente dalla sinistra come un liberale della Guerra Fredda a causa dell’antimarxismo delle sue tesi, è il padre – seppur non l’inventore – di un concetto «scandaloso», quello di “democrazia totalitaria”: la moderna democrazia totalitaria è una dittatura che si basa sull’entusiasmo popolare, ed è quindi completamente diversa dal potere assoluto esercitato da un Re per diritto divino o da un tiranno usurpatore. Da qui il “paradosso della libertà”: la libertà umana è compatibile con un unico modello di esistenza sociale, anche se tale modello mira al più alto grado di giustizia sociale e di sicurezza? Il paradosso della democrazia totalitaria consiste nell’asserzione di tale compatibilità (Jacob L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, il Mulino, Bologna 2000, pag. 9). 

La democrazia, dunque, legata alla libertà, mantiene però, di quest’ultima, tutte le più profonde contraddizioni. Qui, a nostro avviso, sta un punto da indagare: le contraddizioni della libertà come punto di crisi della democrazia che stravolge il senso comune, ormai intimamente acquisito dai più, della (falsa) condizione di libertà che, attraverso l’entusiasmo popolare, permette di dare un senso compiuto alla democrazia.

Una democrazia che, per acquisire potere, ha necessità di un “fervore” non inteso come potere del popolo, ma come potere dell’opinione pubblica, potere che è necessariamente immediato, effimero e soprattutto mediatico. Una democrazia che sfrutta il primato delle forme della comunicazione sulla prassi politica; una democrazia come dittatura del senso comune diffuso (cfr. M. Tronti, Dello spirito libero, il Saggiatore, Milano 2015, p. 196), come acquisizione del consenso di un surrogato di popolo. Consenso necessario per dare forza alle forme della democrazia e che permette al contempo di riprodurre il pensiero non soltanto della fatale necessità della democrazia, ma soprattutto dell’impossibilità di poter  immaginare e desiderare altro.

Un orizzonte di senso imperniato sul mantra dell’unico e solo mondo possibile, contornato da un corollario di “evidenze” che dovrebbero supportare questa narrazione totalizzante. Evidenze costruite sul fatto che il processo di democratizzazione del Novecento ha rovesciato i regimi totalitari ai quattro lati del pianeta. Passa quindi l’idea che la democrazia sia la forma più matura di governo, costruita attraverso la partecipazione popolare che, mediante libere deleghe, sceglie le migliori tra le strategie proposte dai vari soggetti politici, per affrontare il futuro. Governi liberamente scelti dal popolo che dovrebbero operare per il popolo.

Esiste un filone liberalconservatore di critica che spezza l’ortodossia e la sacralità della democrazia proponendo un’interpretazione dualistica della tradizione democratica, sviluppando l’antitesi tra un governo del popolo e un governo per il popolo, forma, quest’ultima, di democrazia monistica e dunque totalitaria. Alexis de Tocqueville nella sua Democrazia in America (cfr. A. de Tocqueville, La democrazia in America, in Id., Scritti politici, vol. II, UTET, Torino 1981, pp. 810-815), quasi due secoli orsono, tracciava profeticamente l’entrata in crisi della democrazia dentro il travaglio umano di due passioni contrastanti, “il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi: I governi democratici potranno diventare violenti e crudeli in certi momenti di grande fermento e di grande pericolo; ma queste crisi saranno rare e passeggere. Quando penso alle modeste passioni degli uomini di adesso, alla mitezza dei loro costumi, alla loro apertura mentale, alla purezza della loro religione, all’umanità della loro morale, alle loro abitudini laboriose e sistematiche, al ritegno che dimostrano quasi tutti nel vizio come nella virtù, non ho tanto paura che incontrino nei loro capi dei tiranni quanto dei tutori.

Penso dunque che la specie di oppressione che minaccia i popoli democratici non assomiglierà a nessuna di quelle che l’hanno preceduta nel mondo; i nostri contemporanei non possono trovarne nessun antecedente nei loro ricordi. Cerco inutilmente io stesso un’espressione che renda esattamente l’idea che me ne faccio e la contenga; le vecchie parole come «dispotismo» e «tirannide» non sono più adeguate. La cosa è nuova, bisogna dunque cercare di definirla, visto che non posso darle un nome.

Tocqueville intuisce che la regressione delle nuove democrazie non ha nulla a che vedere con le vecchie forme dispotiche e tiranniche del potere. La libertà ha omologato le esistenze e l’individualismo ha preso il sopravvento rendendo l’uomo estraneo al destino comune dell’umanità: Immaginiamo sotto quali nuovi aspetti il dispotismo potrebbe prodursi nel mondo: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed uguali che non fanno che ruotare su sé stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo. Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici costituiscono per lui tutta la razza umana; quanto al resto dei concittadini, egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca ma non li sente; non esiste che in sé stesso e per sé stesso, e se ancora possiede una famiglia, si può dire per lo meno che non ha più patria.

Parole profetiche che non sembrano scritte quasi due secoli fa. Dentro questa profonda crisi, si erge sopra i cittadini un potere assoluto e tutelare che lavora per il bene e la felicità dell’uomo, che toglie finanche il fastidio di pensare e la fatica di vivere, chiedendo in cambio “soltanto” di essere riconosciuto come l’unico potere in campo. Una critica feroce all’eguaglianza apparente che ha preparato gli uomini a sopportare tutto questo, addirittura facendogli credere che ciò possa rappresentare una qualche forma di beneficio: Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente ed il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere? È così che giorno per giorno esso rende sempre meno utile e sempre più raro l’impiego del libero arbitrio, restringe in uno spazio sempre più angusto l’azione della volontà e toglie poco alla volta a ogni cittadino addirittura la disponibilità di sé stesso. L’uguaglianza ha preparato gli uomini a tutto questo: li ha disposti a sopportarlo e spesso anche a considerarlo come un vantaggio.

Ma le funzioni del potere assumono potenza quando dal singolo individuo si passa all’intera società attraverso un apparato meticoloso e puntuale di regole e strutture di comando che agiscono preventivamente su ogni possibile forma di originalità ed esuberanza, di autonomie e critica dell’esistente. L’obiettivo è la costruzione di un gregge timido e industrioso libero di pascolare ma dentro i confine tracciati dal governo: Dopo aver, dunque, afferrato nelle sue potenti mani ogni singolo individuo e averlo plasmato a sua volontà, il sovrano stende le braccia su tutta quanta la società; ne ricopre la superficie di una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso cui gli spiriti più originali e gli animi più energici non possono mai farsi strada per superare la folla; non spezza la volontà, la fiacca, la piega e la domina; raramente obbliga all’azione, ma si oppone continuamente al fatto che si agisca; non distrugge, impedisce di nascere; non tiranneggia, ostacola, comprime, spegne, inebetisce e riduce infine ogni nazione a non essere più che un gregge timido e industrioso, di cui il governo è il pastore.

Una servitù democratica che non incontrerebbe alcuna incompatibilità con le forme apparenti ed effimere della libertà, anzi paradossalmente sarebbe tutelata direttamente dalla sovranità popolare. Qui entra in gioco il meccanismo della delega che, attraverso il voto, assume un aspetto consolatorio perché rompe – ma solo momentaneamente – la dipendenza dal sistema di potere avendo, i cittadini, scelto i loro tutori. Quella che si registra è una sensazione meno degradante rispetto alle forme di potere perché il cittadino identifica la sua obbedienza come una sottomissione a sé stesso necessaria per l’esercizio della libertà e della sovranità popolare: Ho sempre creduto che questa specie di servitù ben ordinata, facile e tranquilla, di cui ho fatto adesso il quadro, potrebbe combinarsi più di quanto non si immagini con qualche forma esteriore di libertà, e che non le sarebbe impossibile stabilirsi all’ombra stessa della sovranità popolare. I nostri contemporanei sono continuamente travagliati da due passioni contrastanti: il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi. Non potendo liberarsi né dell’uno, né dell’altro di questi istinti contrari, cercano di soddisfarli entrambi contemporaneamente. Immaginano un potere unico, tutelare, onnipotente, ma eletto dai cittadini; combinano centralizzazione e sovranità popolare. Questo dà loro un po’ di sollievo. Si consolano del fatto di essere sotto tutela, pensando che essi stessi hanno scelto i loro tutori. Ciascuno sopporta di essere tenuto al laccio, perché vede che non è un uomo o una classe a tenerne in mano il capo, ma il popolo stesso. In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare il loro padrone, e poi vi rientrano. […] Di tutte le diverse forme che il dispotismo democratico potrebbe assumere, questa sarebbe indubbiamente la peggiore. Quando il capo dello Stato è elettivo o controllato da vicino da un potere legislativo realmente elettivo ed indipendente, l’oppressione che egli esercita sugli individui è a volte maggiore; essa però è sempre meno degradante, perché ogni cittadino, quando viene limitato e ridotto all’impotenza, può ancora figurarsi che, obbedendo, non si sottomette che a sé stesso e che solo a una delle sue volontà egli sacrifica tutte le altre.

La dipendenza dal potere attraverso la delega democratica fa regredire la capacità di pensare e agire dei cittadini. Un impoverimento che nel tempo renderà incapaci di esercitare finanche l’unico “privilegio” rimastogli, quello appunto di scegliere i rappresentanti del potere. Qui si intravede, seppur attraverso un lungo viaggio temporale, un lucido spaccato dell’attualità dove gli elettori sono considerati, alternativamente e all’occorrenza, zimbelli del sovrano o cittadini dalle immense facoltà: Invano incaricherete questi medesimi cittadini, che avete resi così dipendenti dal potere centrale, di scegliere di quando in quando i rappresentanti di tale potere; questo uso così importante, ma così breve e così raro, del loro libero arbitrio non impedirà che essi perdano poco alla volta la facoltà di pensare, di sentire e d’agire da soli, e che cadano così gradualmente al di sotto del livello umano. Aggiungo che diventeranno comunque ben presto incapaci di esercitare questo grande e unico privilegio che rimane loro. I popoli democratici, che hanno introdotta la libertà nella sfera politica mentre accrescevano il dispotismo nella sfera amministrativa, si sono trovati in una situazione molto strana. Allorché si tratta della gestione dei piccoli affari in cui il semplice buon senso potrebbe bastare, ritengono che i cittadini ne siano incapaci; allorché invece si tratta del governo di tutto lo Stato, attribuiscono a questi cittadini immense facoltà; ne fanno alternativamente lo zimbello del sovrano e i suoi padroni, più che dei Re e meno che degli uomini. Dopo avere provato tutti i diversi sistemi di elezione senza trovarne uno che convenga loro, si stupiscono e continuano a cercare; come se il male che notano non dipendesse più dalla costituzione del paese che da quella del corpo elettorale.

La critica viene portata a fondo evidenziando il legame di necessità e di crisi tra il governo e il suffragio di un popolo di servi perché chi ha perso l’abitudine ad autogovernarsi difficilmente saprà scegliere altri per guidarlo. Questo corto circuito però può aprire una possibilità per il popolo stanco dei suoi rappresentanti e di sé stesso, quella di costruire  delle istituzioni più libere o di tornare a genuflettersi ai piedi di un nuovo padrone: È, in effetti, difficile capire come uomini, che hanno interamente rinunciato all’abitudine di dirigersi da soli, potrebbero riuscire a scegliere bene quelli che debbono guidarli; e nessuno riuscirà mai a far credere che un governo liberale, energico e saggio, possa mai uscire dai suffragi di un popolo di servi. Una costituzione che fosse repubblicana al vertice e ultramonarchica in tutte le altre parti, mi è sempre sembrata un mostro effimero. I vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati non tarderebbero a cagionarne la rovina; e il popolo, stanco dei suoi rappresentanti e di sé stesso, creerebbe delle istituzioni più libere, o tornerebbe ben presto a stendersi ai piedi di un solo padrone.

C’è una possibilità dunque di rompere con l’ortodossia democratica? Sembra proprio di sì anche se oggi è arduo immaginare un sovvertimento dell’apparato ideologico del pensiero unico dominante. Per il socialismo è stato possibile. L’occidente capitalista c’è riuscito. Il crollo del Muro l’ha derubricato a rovina del Novecento chiudendo un ciclo, per altro breve, di sperimentazione di una possibilità. Da qui bisogna partire, dalla decostruzione del pensiero democratico, coscienti della scomodità di questo punto di vista. Forse è giunto il momento di iniziare a pensare come portare al capolinea la democrazia del capitalismo: La democrazia appartiene dunque al novero delle rovine? Ecco un buon rovesciamento di prospettiva: cominciare, nel momento in cui se ne parla come il novum da introdurre fin nei rapporti tribali, a considerarla, anch’essa, come sopra, la maschera di legno della favola antica, bella a vedersi ma senza cervello. Il Novecento ha consegnato ai nostri occhi intellettuali, perché potessimo ammirarle, tutte le rovine del Moderno. In questo, più avanziamo oltre, più ci rendiamo conto di aver attraversato veramente il secolo della fine. Sono di più le cose cadute che quelle cominciate. O meglio, nulla ha avuto in realtà inizio, bensì tutto è precipitato verso una soluzione finale. Le avanguardie artistiche come le rivoluzioni politiche, le guerre mondiali come le restaurazioni statuali, le rivolte giovanili come le insurrezioni femminili, non hanno aperto, hanno chiuso un’epoca, anzi un’età, un evo, un piccolo eone. Domanda: perché la democrazia dovrebbe sottrarsi a questo destino della fine? Perché solo essa dovrebbe sopravvivere? (M. Tronti, Dello spirito libero cit., pp. 183-184).

La redazione di Malanova

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