LE DUE VIE

Discorso eterodosso sulla strumentalità e le umane intenzioni.

Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. 12 Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? 13 Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? 14 Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. 15 Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. (Dt 30, 11-15)

Ci sono sempre almeno due vie, due aspetti e due strategie magari non nettamente e schematicamente suddivise; la prassi è che il grano sia frammisto alla zizzania e che i due non siano facilmente individuabili se non al tempo della mietitura.

Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Un dualismo antico quasi ancestrale che si estrinseca anche e soprattutto negli strumenti e nel loro uso. Gli strumenti non sono quasi mai intrinsecamente utili o molesti, grande differenza è l’uso che se ne fa. Il concetto stesso di pharmakon che è assieme medicamento e veleno è una questione di tempi e modi di somministrazione  e a seconda di come vengono usati, possono venire in nostro aiuto o possono nuocerci. È il classico esempio del coltello che può essere utile come utensile in cucina e nei campi ma  può essere utilizzato come arma per uccidere. La vita e la morte, dunque; spesso dipende dall’intenzione che guida la mano non lo strumento in sé.

Il coltello dell’attualità è rappresentato, ad esempio, dalla digitalizzazione e dall’automatizzazione della produzione. Di fronte a questo  strumento possiamo avere diversi atteggiamenti. Possiamo rifiutarlo (luddismo) per continuare a salvare una non meglio identificata tradizione, come se questa già non fosse intrinsecamente un’evoluzione di qualcosa che le preesisteva, come la tradizione degli artigiani che a loro volta soppiantarono il lavoro dei singoli nella realizzazione di strumenti da lavoro ai tempi della pietra scheggiata, che soppiantò come tecnica quella del bastone. Possiamo poi utilizzarlo a favore di tutti oppure utilizzarlo per la soddisfazione solo di alcuni.

Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie. (Didaché)

L’assunto di questo articolo è che il coltello non è buono o cattivo, né tanto meno oggetto neutrale, dipende da chi e come lo usa. La tecnologia derivata dalle scoperte scientifiche, dall’applicazione del ragionamento alla natura, non è buona o cattiva a prescindere, dipende a chi è assoggettata per quale scopo viene impiegata e a quale principio risponde.

Facendo un esempio del presente: la ricerca farmaceutica, che poi si trasforma in presidi medici e molecole, è di per sé un bene se la stessa è diretta alla salvaguardia della salute dell’umanità; attraverso l’uso combinato della diagnostica, della prevenzione e delle cure, staremo tutti meglio per quanto possibile rispetto alle conoscenze fino ad oggi acquisite. Ma se la ricerca rimane appannaggio delle multinazionali del farmaco, l’obiettivo primario sarà la riproduzione del capitale, il plusvalore, quindi il profitto, e allora, come abbiamo più volte potuto osservare, siamo in guai seri. In fondo questo è il fine del capitalismo. Machiavellicamente il fine giustifica ogni mezzo. Oggi hanno capito che una pandemia può sviluppare un ingente fatturato globale; nulla osta che la stessa sia tenuta in vita artificiosamente in quanto le emergenze più sono grandi e complesse più fondi riescono a sbloccare, inondando i mercati di liquidità e prestando il fianco a speculazioni di proporzioni inimmaginabili.  Complottismo? Chiedetelo a quei “santi” capitalisti che ridevano per il terremoto dell’Aquila o a quelli che, sfregandosi le mani, commentavano sarcasticamente sull’uso del cemento depotenziato (o potenziato con qualche rifiuto tossico) utilizzato per realizzare ponti, ospedali e scuole.

Ritorniamo al discorso. Il coltello dell’attualità è rappresentato, dicevamo, dall’informatica utilizzata nella digitalizzazione, nell’intelligenza artificiale e nell’automazione della produzione. Già da tempo esistono linee produttive interamente robotizzate e controllate in remoto. Un video simpatico è girato in questi giorni in rete e mostra un robot capace di fare una pizza dalla A alla Z. Ma se la pizza è ancora un prodotto che rasenta l’arte e quindi difficilmente il pizzaiolo sarà sostituito da robot in tempi brevi, le automobili, i call center, la raccolta dei pomodori, la spazzatura delle strade, potrebbero già oggi essere completamente automatizzate.

Quante persone – pensiamo al lavoro bracciantile in agricoltura – sarebbero liberate da un lavoro schiavistico? Purtroppo, però, nella storia dei bivi che l’umanità si è trovata davanti ha spesso prevalso la via del male. Il coltello è sempre girato dalla parte della lama contro le masse diseredate e costantemente impugnato dal manico dai pochi predoni capitalisti.

Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male.

La via del male che è già ampiamente pianificata nelle menti perverse del comando capitalista passa dall’acquisizione di tutte le risorse naturali, del sapere scientifico  e della sua applicazione tecnica come mezzi di produzione che garantirà loro l’amministrazione dell’esistente emarginando lentamente ma con costanza il significato stesso della parola politica.

Né destra, né sinistra è il leitmotiv dei soggetti politici di nuova generazione, anche quelli che si autodefiniscono rivoluzionari e di rottura. Non servono i partiti, i programmi, le costruzioni ideali e utopistiche, servono soltanto bravi tecnici che sappiano dove mettere le mani nella stanza dei bottoni. Le élite mondiali si stringeranno sempre più in circolo per controllare le vite delle masse che saranno gratificate di tutto ciò che occorre per vivere una vita semplice ma sempre dentro binari dati. Lasciate fare a noi che siamo esperti, voi godetevi la vita!

Molto probabilmente una qualche forma di reddito universale sarà elargito direttamente dal capitale stornandolo dalla massa immane del fatturato creato. State buoni se potete! Lasciate a noi il governo dell’esistente. Rilassatevi e riposatevi. Nel frattempo noi usiamo dell’intelligenza collettiva per i nostri scopi privati di accumulazione.

La via del bene, purtroppo, non è che appena accennata nelle menti di pochi, pochissimi militanti che hanno capito l’importanza del momento storico e non si lasciano abbindolare dall’agenda dei potenti. Il coltello dell’attualità deve essere espropriato in modo che le masse possano impugnarlo dalla parte del manico. 

Informatica, automazione e intelligenza artificiale, devono diventare un bene collettivo capace di garantire la produzione di beni e servizi essenziali riducendo la quantità di lavoro ripetitivo, faticoso e schiavizzante. Per far questo non servono dei tecnici amministratori ma occorre l’agire Politico capace di idee antiche, ma sempre nuove, come quella di praticare l’utopia, di immaginare una società altra, impostata su principi radicalmente diversi, dove l’utilità del prossimo non si estrinseca nella sua capacità di produrre plusvalore, ma la sua capacità di produrre e riprodurre relazioni sociali mutualistiche per raggiungere un tipo di benessere che non può essere solo materiale. Utopie che fino a qualche tempo fa ancora animavano il dibattito tra militanti, che ora appare schiacciato sulla realpolitik. Utopie necessarie per avere lo slancio verso un futuro da scrivere a misura umana, una misura che dia il limite di quello che si può prendere e pretendere dal mondo, inteso come connubio di società e natura. L’utopia comunista intesa nelle sue accezioni positive e libertarie ha bisogno di essere praticata nel reale e non solo scandita come slogan o come gadget. 

Prendendo in prestito l’articolo 14 della costituzione cubana possiamo far nostra la necessità urgente di ripensare un sistema economico basato sulla proprietà socialista di tutto il popolo dei mezzi fondamentali di produzione e sulla soppressione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo e reinventare in chiave odierna un meccanismo di distribuzione socialista che faccia suo l’antico motto da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno.

A questo pensava Lenin quando spingeva l’organizzazione della produzione industriale russa a recepire le tecniche del Taylorismo che erano usate fraudolentemente dal capitalismo per succhiare più lavoro vivo dagli operai e massimizzare il profitto ma che dovevano servire alla repubblica dei soviet per aumentare la produttività diminuendo l’orario lavorativo individuale.

All’automazione che libera dal lavoro pensavano anche Ricardo e Kropotkin, da due posizioni differenti è chiaro ma con una visione chiara del fatto che il lavoro inserito nel meccanismo di produzione di massa è pensato per una macchina ma eseguito da persone. A questo, da altra prospettiva, pensava Keynes sognando la fine del “problema economico”. 

Questo è il significato riattualizzato del passo del libro dell’Esodo che descrive il dono della manna che Dio fa al popolo: 

Allora il Signore disse a Mosè: ‘Io farò piovere per voi pane dal cielo. Ogni giorno il popolo dovrà raccogliere il necessario per quel giorno. Voglio metterlo alla prova per vedere se vive o no secondo la mia legge. 5 Ma il sesto giorno, quando lo raccolgono, devono prenderne il doppio degli altri giorni’. […] 16 Ed egli vi comanda di raccoglierne quanto ciascuno può mangiarne: la misura di un omer a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ciascuno ne prenda per quelli della sua tenda’. 17 Gli Israeliti fecero così: alcuni ne raccolsero molto, altri poco. 18 Quando si misurò la quantità, si vide che chi ne aveva raccolto molto, non ne aveva più degli altri, mentre chi ne aveva raccolto poco, ne aveva a sufficienza. Ciascuno ne aveva quanto poteva mangiarne. 19 Poi Mosè disse loro: ‘Non dovete farne avanzare fino a domani mattina!’. 20 Alcuni però non gli ubbidirono e ne conservarono un po’ fino al mattino seguente; ma vi nacquero dentro dei vermi e marcì. (Es 16, 4-20)

Oggi potremmo vivere realmente questa fine del problema economico come profetizzata da Keynes, dopo Mosè. La facilità nel produrre le merci potrebbe rendere sempre più economici i prodotti e rimarrebbe solo il dilemma di cosa realmente produrre e della distribuzione. Una distribuzione che deve tener conto della necessità di tutti, compresa quella dell’ambiente in cui l’essere umano vive e degli animali suoi coinquilini. Così produzione e distribuzione sarebbero finalizzati non all’accumulazione ma alla realizzazione di un sistema ecologico, sobrio, solidale ed egualitario:

In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni! (K. Marx; F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1969, pag. 962)

La redazione di Malanova

Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: