DISTOPIE ECOLOGICHE E NUOVI PROCESSI DI ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA

Durante la XV edizione del Festival dell’economia di Trento, l’economista e premio Nobel William Nordhaus ha sostenuto che i costi della transizione ecologica, e dunque della riconversione produttiva, saranno sostenuti in misura maggiore dalle generazioni future, visto che risulteranno più ricche di quelle attuali, grazie alla crescita economica che attiverà il processo di transizione verso una produzione cosiddetta green. Sicuramente in controtendenza rispetto alle affermazioni dei movimenti che sostengono esattamente il contrario: sono le generazioni presenti che devono farsi carico di quelle future, mitigando i danni all’ecosistema.

Si evince uno scollamento analitico tra le due letture. La prima parte dalle aspettative del “return of investment” ossia ciò che ci si attende dalla ristrutturazione green del modello socio-economico nel quale viviamo, la quale in forza di investimenti pubblici senza precedenti dovrebbe favorire la massimizzazione e l’ottimizzazione degli asset produttivi. In parole più semplici, la spesa pubblica attiverà una serie di meccanismi, finanziari in primis, attraverso i quali si suppone un aumento di ricchezza. L’unico dato certo è che questa ricchezza verrà sicuramente creata ma resterà concentrata nei consueti circuiti, senza una reale redistribuzione. Quindi le proiezioni di Nordhaus possono anche essere nominalmente esatte, nel senso di un aumento generalizzato del PIL in virtù di un investimento colossale, ma il meccanismo insito nella struttura economica della nostra società ad un PIL elevato non associa una reale redistribuzione della ricchezza. 

Se il punto di vista dell’analisi della crisi ecologica però si sposta da una generica responsabilità umana a quello di classe e si analizza il problema attraverso le lenti d’ingrandimento che ci forniscono i meccanismi di riproduzione del capitale, capiremmo che è necessario adottare un principio precauzionale che porti la generazione presente ad assumere qui e ora i costi di una transizione ecologica dell’economia, ma che la legge di riproduzione e tendenza, però, mette in luce anche un altro aspetto: né l’uno né gli altri attori di questa disputa accennano alla divisione in classi insita nel rapporto sociale di produzione. Come accade anche per altre tenzoni, sul debito pubblico come sul sistema previdenziale, ci si concentra esclusivamente su un generico conflitto generazionale. La lotta di classe sembra del tutto estranea al discorso ecologista. Eppure non ci vuol molto a capire che il conflitto sul clima è inestricabilmente legato al conflitto tra le classi sociali. A questo riguardo, lo schema di riproduzione e tendenza mostra che le crisi ecologiche impattano sui prezzi relativi del sistema in un modo che pressoché inesorabilmente, al giorno d’oggi, colpisce in misura preponderante le classi subalterne. Ma soprattutto, quello schema mette in luce che gli effetti prevalenti del cambiamento climatico non vengono catturati dai prezzi capitalistici: si tratta cioè di quella che gli economisti definirebbero una “esternalità” generale, un fenomeno che si pone al di là delle capacità di calcolo razionale del modo di produzione capitalistico[1]

Due aspetti  rilevanti, dunque, che proveremo ad analizzare. In primo luogo, la crisi ecologica e il tentativo di superamento hanno un costo che impatta in maniera rilevante sulle classi subalterne. In secondo luogo, gli effetti del cambiamento climatico, da un punto di vista economico, vengono trattati come esternalità del sistema.

Ritornando per un attimo al Festival dell’economia di Trento, lo stesso Nordhaus afferma che «aumentare il prezzo delle emissioni di CO2 è oggi l’unico sistema per fermare un processo di crescita pari al 2% annuo che non si è fermato, come molti ipotizzavano, neppure durante il periodo del lockdown causato dal Covid–19 e da un parziale blocco della produzione industriale». Sostanzialmente una carbon tax sui prodotti il cui consumo porta all’emissione di anidride carbonica con l’obbligo di fissare un prezzo del carbonio a livello mondiale che, secondo l’economista, potrebbe oscillare all’interno di una forbice che va dai 45 ai 200 dollari a tonnellata e, nello stesso tempo, stabilire elevate tariffe sanzionatorie per i trasgressori. Tutto questo si tradurrebbe in un aumento dei prezzi dei beni colpiti dalla carbon tax, come, ad esempio, la benzina, ma anche di tutti quei prodotti direttamente riconducibili all’uso di fonti fossili nella produzione. Un effetto che è ritenuto “necessario” dal premio Nobel, una sorta di purgatorio che tutta l’umanità dovrà attraversare per espiare le colpe della devastazione ecologica e per spingere imprese e consumatori (qui ancora intesi erroneamente come soggetti con responsabilità alla pari) verso la transizione energetica.

La filiera del valore, o catena del valore, sia essa locale o globale, ha come elemento cardine quello di trasferire i costi da un anello al successivo. In questo meccanismo il trasferimento non è affatto orizzontale e indifferente, non è una semplice addizione. Il processo si sostanzia a partire dal peso che un operatore ha all’interno della catena di valore, se è dominante quindi è un “price maker” (colui che decide il prezzo, ergo uno pseudo monopolista) ha il potere di tenere i costi confinati entro alcuni step della filiera, imponendo produzioni quasi a prezzo di costo. Questo meccanismo già insito nella produzione di valore, mette al riparo i big da ogni tipo di esternalità. Sarà poi l’acquirente finale che incasserà tutti i costi residui. Quindi beni “essenziali” al funzionamento del sistema socio-economico diventeranno erosivi di porzioni crescenti di reddito.

Le esternalità, sostiene l’economista bocconiana Valentina Bosetti, rifacendosi alle teoria dell’economista del welfare Arthur Cecil Pigou, vanno trattate con tasse (esternalità negative) e premialità (esternalità positive). Bosetti esplicita il concetto attraverso un esempio pratico: quando ognuno di noi acquista un flacone di latte, non paga costi esterni che sono legati alla sua produzione. Costi che, però, danneggiano le altre persone, anche se non fruiscono del bene. Nel caso della CO2 prodotta dai combustibili fossili si tratta di effetti per i quali è necessario, secondo l’economista, calcolare il costo esterno delle emissioni di gas serra e dare un prezzo al carbonio nella vita reale.

Ma di quanto salirebbero i prezzi con l’introduzione di una carbon tax (o di un qualsiasi altro meccanismo di tassazione della CO2)? Dal Festival di Trento “stranamente” non è arrivata nessuna indicazione al riguardo. Può però tornarci utile l’analisi prodotta dall’Osservatorio dei conti pubblici italiani[2]: con una carbon tax pari a 75 dollari a tonnellata, in Italia il prezzo del carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18% e quello della benzina del 12%.

L’Osservatorio precisa inoltre che l’imposizione di una tassa sulla CO2 avrebbe grande impatto su determinate categorie di lavoratori e settori industriali, in particolare quelle legate al carbone, il cui livello di occupazione è già previsto scendere in ogni caso. L’introduzione della carbon tax velocizzerebbe questi processi, aggravando così il conflitto di breve periodo tra obiettivi occupazionali e obiettivi ambientali. Come conciliare l’introduzione di una carbon tax con queste considerazioni? La chiave di volta sta nello sfruttare in maniera efficiente ed efficace le risorse derivanti dalla carbon tax.

Distribuire il gettito prodotto dalla transizione sulle fasce sociali più vulnerabili. Una bella intenzione, ma si sa che la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni. Una sorta di effetto economico trickle-down (di gocciolamento dall’alto verso il basso) tanto in voga negli Stati Uniti e che si basa sull’assunto secondo il quale i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti favoriscono – appunto per gocciolamento verso il basso – l’intera società, a partire dalla middle class e giù fino alle classi subalterne.

Se consideriamo i costi di trasferimento per recarsi sul posto di lavoro affidati in buona parte a un mezzo di trasporto individuale si può facilmente comprendere come quota parte del reddito venga speso per produrre lo stesso reddito. Nel momento in cui dovesse aumentare del 20% il costo del carburante, l’impatto immediato come erosione di reddito sarebbe devastante. Ma lo sarebbe ancor più come riduzione successiva di domanda di taluni beni non propriamente necessari, in risposta alla ridotta capacità di spesa. A ciò va aggiunto un altro ragionamento: minore è il reddito disponibile di un soggetto e più lontano esso si colloca dal posto di lavoro, dal momento che i prezzi degli affitti scendono con la distanza dai centri di produzione; quindi, i soggetti più colpiti da un aumento dei costi di trasporto sono quelli costretti a vivere più distanti per bilanciare il rincaro degli affitti.

Ad ogni modo, queste previsioni prodotte esattamente due anni fa, oggi vengono confermate con una precisione chirurgica: gli aumenti di benzina, elettricità e gas si stanno attestando su livelli previsti e in alcuni casi li stanno superando. Nell’immediato, è insostenibile il rincaro di bollette e dei beni di prima necessità come, ad esempio, il pane che ha segnato, in alcuni centri urbani, un aumento addirittura del 50%. Tutti questo accade soprattutto in quelle economie energeticamente dipendenti dai Paesi estrattivisti. 

Alcuni economisti del FMI, in un working paper del 2019[3], focalizzano l’attenzione sulle esternalità negative, sulla differenza tra tassa ottimale che i governi dovrebbero applicare e quella effettiva, denominata “tax subsidy”, e analizzano le politiche di sovvenzione di alcuni Stati ai prodotti fossili. A livello aggregato, questi sussidi ammontano a 4.700 e 5.200 miliardi di dollari, rispettivamente nel 2015 e nel 2017 (dunque un trend in costante aumento). I maggiori sovvenzionatori sono stati, nel 2015, la Cina, gli Stati Uniti e la Russia. Il carbone è il prodotto più sussidiato, seguito dal petrolio, dal gas naturale e dall’elettricità. Si stima infine che, se i prezzi dell’energia fossero stati pari a quelli efficienti, cioè se avessero tenuto conto di tutte le esternalità negative generate, le emissioni globali di CO2 sarebbero state del 28% più basse e le morti per inquinamento dell’aria inferiori del 46%. Ma così ovviamente non è stato e a confermarlo è una grande autorità in campo economico come, appunto, il Fondo Monetario Internazionale.

Lo studio dimostra ancora una volta un sistema che solo apparentemente è a doppia trazione, con l’Europa che prova la via green al rilancio dell’economia attraverso le politiche della Next Generation Eu e con le altre maggiori potenze economiche che continuano in larga misura con le tradizionali politiche estrattiviste e di produzione da fonti fossili. Apparentemente a doppia trazione, dicevamo, perché il processo di ristrutturazione capitalistica oggi, e non è un caso, avviene proprio per tamponare la falla aperta dalla crisi ecologica e lo fa con strumenti, come il Pnrr appena varato, con i quali il comando capitalista effettua un ulteriore balzo in avanti nei processi di accumulazione[4].

Ogni giorno assistiamo a nuovi record nel prezzo di gas, petrolio, carbone ed elettricità e la bolletta è diventata così pesante che comincia a produrre un effetto frenante sui consumi di combustibili: se l’offerta non riesce a salire, prima o poi ci sarà una reazione al ribasso sul fronte della domanda. Sono le leggi del mercato che, è bene ricordarlo, a minori consumi di energia fanno corrispondere un rallentamento delle attività manifatturiere: ciò si traduce, il più delle volte, in una minaccia di tipo sociale che comporta la perdita di posti di lavoro e, dal punto di vista del capitale, sistematiche ricadute sui processi di accumulazione.

Il fenomeno, ad ogni modo, si fa sentire un po’ ovunque e non solo nelle economie che segnano una forte dipendenza energetica da altri Paesi. Soprattutto lì dove la produzione manifatturiera, estremamente energivora, rappresenta una percentuale importante del PIL nazionale. In Cina, affermano gli analisti della banca d’affari americana Goldman Sachs, si stima che il 44% delle attività industriali nel Paese sia in qualche modo colpita da restrizioni nell’impiego di energia. Per restare alle sole fonderie di alluminio si prevede una perdita di capacità produttiva di almeno 2 milioni di tonnellate. I tagli alla produzione sono dovuti principalmente all’aumento della pressione normativa sulle province per raggiungere gli obiettivi di consumo energetico per il 2021 (e di neutralità sul carbonio entro il 2060, quindi l’uso del carbone per produrre elettricità è razionato), assieme all’aumento dei prezzi dell’energia. Oggi, per esempio, il gas naturale sta correndo del 7,36% a 6,12 dollari contro i 2,5 dollari di un anno fa[5].

Ma i problemi toccano ormai ogni settore industriale. Ritornando all’Europa, nel quarto trimestre ci sarà una distruzione delle domanda di gas per 14 milioni di metri cubi al giorno nel settore industriale, mentre altri 30 milioni di metri cubi di domanda si “perderanno” per il passaggio dal gas al carbone o al petrolio[6]. La crescita dei prezzi dell’elettricità sta già inducendo forti tagli produttivi e potrebbe spingere le imprese a ulteriori delocalizzazioni.

La stessa siderurgia, che paradossalmente sarà al centro della “transizione ecologica” attraverso colate di cemento e grandi opere in lungo e in largo per l’Italia, inizia a segnare i primi elementi di crisi con minacce di possibili chiusure di impianti. È il caso della bresciana Feralpi il cui presidente, Giuseppe Pasini, in un’intervista a Bloomberg, spiega che ai prezzi attuali le acciaierie italiane non possono trasferire ulteriormente i rincari della materia prima agli acquirenti. E il mercato ha già dato segnali di rallentamento negli ultimi mesi

Intanto a settembre in Scozia circa 350 mila famiglie si sono svegliate senza elettricità. Il loro fornitore, l’operatore People’s Energy, una utility nata con una raccolta fondi su internet, ha chiuso i battenti nel giro di poche ore. Ma quella della società scozzese è solo uno di tanti casi nel Regno Unito. Tante piccole utilities stanno fallendo a catena e a oggi circa 2 milioni di famiglie sono rimaste senza un fornitore di elettricità e gas. Pochi giorni fa altre tre aziende hanno chiuso: Igloo Energy, che riforniva 179 mila famiglie, Symblo Energy, con 48 mila clienti, e la piccola Enstroga, che ne contava 4 mila. Nel giro di poche settimane hanno chiuso i battenti una decina di società energetiche. E non saranno probabilmente le ultime. Sono tutte aziende, economicamente debolissime, nate negli anni ’80 durante le politiche ultraliberiste di Margaret Thatcher. Anche qui i fallimenti a catena sono diretta conseguenza dei rincari dei prezzi dell’energia all’ingrosso. Semplicemente troppo piccole ed economicamente non equipaggiate per reggere all’impatto repentino ed estremamente violento della crisi energetica[7]. 

Questi nostri riferimenti incrociati provano a dare alcune parziali indicazioni su modo migliore per districarsi all’interno dei complessi meccanismi dell’economia, soprattutto in una fase in cui la narrazione di parte capitalista prova a tracciare un nuovo piano di espansione, caratterizzato da una sussunzione lessicale della narrazione ambientalista piegata alle necessità dell’accumulazione capitalistica. In altri termini, il capitale cattura le parole d’ordine del movimento, le normalizza e, infine, le usa per i propri scopi di accumulazione. Un quadro che prefigura futuri sviluppi e assetti sul piano politico, sociale e tecnologico per nulla piacevoli, all’interno del quale la società che il comando capitalista prova a costruire è infarcita di retorica “green” dentro però un quadro oggettivo di crisi ecologica permanente.

A scanso di equivoci, non abbiamo nessuna pulsione all’ineluttabilità catastrofista, ma porre alcune questioni come dirimenti per il futuro prossimo, quando l’innovazione tecnico-scientifica sarà posta alla base della transizione ecologica, ci sembra fondamentale. La scienza e la tecnologia, dentro il piano capitalistico, vengono presentate come variabili del tutto esterne al sistema, espressioni di una neutralità che le porrebbe in una posizione super partes all’interno del meccanismo sociale di riproduzione del capitale. 

Depurare le lotte ambientaliste, e quelle più specifiche contro i cambiamenti climatici, dalla prospettiva di classe significa, a nostro avviso, giocare la partita nel campo avverso, ma con rapporti di forza completamente sbilanciati verso agenti capitalistici che per loro natura tenderanno costantemente a forzare la scienza, la tecnica e l’innovazione tecnologica per metterla al servizio esclusivo della riproduzione del capitale. Non considerare gli effetti economici e sociali sulle classi subalterne, prodotti nell’immediato dalla cosiddetta transizione ecologica,  non rivendicare che il prezzo economico e sociale della transizione deve essere a carico di chi ha prodotto la crisi climatica, contro la retorica ampiamente condivisa delle responsabilità individuali dell’uomo, vuol dire assecondare una distopia ecologica che nega, per sua stessa natura, l’utopia antiprogressista di una autentica rivoluzione, qui intesa come le frein d’urgence.

La redazione di Malanova


Note 

[1] E. Brancaccio, Non Sarà un pranzo di gala, Meltemi, Milano 2020, p. 198.

[2] OCPI, Carbon tax: il prezzo da pagare per salvare il pianeta, Milano 2019.

[3] D.Coady; I. Parry; N. Le; B. Shang, Global Fossil Fuel Subsidies Remain Large: An Update Based on Country-Level Estimates, Washington (USA) 2019. La pubblicazione è consultabile al seguente link: https://www.imf.org/en/Publications/WP/Issues/2019/05/02/Global-Fossil-Fuel-Subsidies-Remain-Large-An-Update-Based-on-Country-Level-Estimates-46509.

[4] L’imbroglio neocoloniale dell’idrogeno: una proposta di lettura del Pnrr, “Malanova”, 21 maggio 2021; L’imbroglio delle energie alternative, “Malanova”, 31 Maggio 2021. Gli articoli sono consultabili ai seguenti link:

https://www.malanova.info/2021/05/21/limbroglio-neocoloniale-dellidrogeno-una-proposta-di-lettura-del-pnrr/ e https://www.malanova.info/2021/05/31/limbroglio-delle-energie-alternative/.

[5] E. Dal Maso, Goldman Sachs taglia le stime sulla Cina…, “Milano Finanza”, 28 settembre 2021, consultabile al seguente URL: https://www.milanofinanza.it/news/goldman-sachs-taglia-le-stime-sulla-cina-mentre-i-semafori-si-spengono-202109280854026729.

 [6] S. Bellomo, L’energia a prezzi record in Europa inizia a frenare le attività industriali, “Il Sole24ore”, 6 ottobre 2021.

[7] S. Filippetti, Strage di utility in Uk: case a rischio blackout, “Il Sole24ore”, 6 ottobre 2021.

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