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	<title>automazione | robotica Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
	<lastBuildDate>Thu, 15 May 2025 14:47:06 +0000</lastBuildDate>
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	<title>automazione | robotica Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>Rapporto annuale ILO: l&#8217;intelligenza artificiale e la digitalizzazione del mondo del lavoro.</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/05/15/rapporto-annuale-ilo-lintelligenza-artificiale-e-la-digitalizzazione-del-mondo-del-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 14:18:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di st@m Data: 15 maggio 2025 Un articolo che sintetizza e analizza il report 2025 dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Lavoro che riflette sui rischi e le potenzialità della digitalizzazione e robotizzazione del lavoro dal punto di vista della sicurezza. Nel cuore del cambiamento tecnologico e culturale che investe il mondo della produzione di beni e servizi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/05/15/rapporto-annuale-ilo-lintelligenza-artificiale-e-la-digitalizzazione-del-mondo-del-lavoro/">Rapporto annuale ILO: l&#8217;intelligenza artificiale e la digitalizzazione del mondo del lavoro.</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-8e0d52870e9521df726934ea51591977"><strong><em>di st@m</em></strong></p>



<p><strong>Data: 15 maggio 2025</strong></p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-c5a4aab740467409b767fc58acc77004"><em>Un articolo che sintetizza e analizza il report 2025 dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Lavoro che riflette sui rischi e le potenzialità della digitalizzazione e robotizzazione del lavoro</em> <em>dal punto di vista della sicurezza</em>.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Nel cuore del cambiamento tecnologico e culturale che investe il mondo della produzione di beni e servizi, un nuovo report dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), pubblicato di recente, si basa sulla ricerca svolta negli ultimi due anni dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA).</p>



<p>Ancora oggi, la sicurezza sul lavoro (SSL) è spesso percepita come un insieme di adempimenti burocratici e formali, scollegati dalla vita reale delle imprese e dei lavoratori: un mero adempimento spesso molto oneroso. Il documento sottolinea la necessità di superare questa visione della sicurezza lavorativa per abbracciare un modello in cui prevenzione, benessere e coinvolgimento attivo siano parte integrante della gestione aziendale.</p>



<p class="has-one-color has-text-color has-link-color wp-elements-f81acc89a9c48756a3fc225341249e91">La digitalizzazione e l’automazione stanno avendo un impatto, in positivo ed in negativo, su milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, aumentando, da una parte, il controllo dei datori di lavoro sul capitale vivo e quindi la sua produttività e il suo sfruttamento (vedi il <a href="https://www.malanova.info/2025/04/29/il-prezzo-della-velocita-linchiesta-del-senato-usa-svela-la-verita-sui-magazzini-amazon/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostro articolo</a> sul lavoro in Amazon) e offrendo, dall&#8217;altro lato della medaglia, opportunità senza precedenti per migliorare la sicurezza e la salute sul lavoro. Tutto questo non è così scontato: come analizzavamo in altri articoli, l&#8217;automazione ha portato maggiore stress lavorativo in alcuni ambiti come la logistica con un aumento delle probabilità di infortunio o di &#8220;burnout&#8221;.</p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-c07b2f18985f1b34890ea084c46ed7be"><strong><em>&#8220;Per massimizzare i benefici della digitalizzazione nell&#8217;ambito della SSL, mitigando al contempo i rischi, è essenziale un approccio proattivo, basato sull’evidenza e partecipativo. Ciò richiede il coinvolgimento attivo di governi, datori di lavoro e lavoratori, nonché dei professionisti della SSL e di altre parti interessate, al fine di garantire che la trasformazione digitale rafforzi, anziché comprometta, la sicurezza e la salute sul lavoro&#8221;.</em> (</strong>Organizzazione Internazionale del Lavoro, &#8220;Rivoluzionare la salute e la sicurezza sul lavoro. L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione nel mondo del lavoro&#8221;, Roma 2025, <strong>p.5)</strong></p>



<p>L’evoluzione tecnologica del lavoro porta con sé novità fondamentali come lo smart working (vista anche l&#8217;accelerazione pandemica della sua sperimentazione e diffusione), l&#8217;utilizzo dell’intelligenza artificiale, i rischi psicosociali, le disuguaglianze generazionali e di genere, il vulnus formativo. La prevenzione del rischio non può più seguire le logiche tradizionali ma deve saper leggere e affrontare fenomeni complessi e inediti. I nuovi strumenti digitali come l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il monitoraggio in tempo reale e i modelli predittivi <em>&#8220;possono migliorare la valutazione dei rischi e le strategie di sicurezza, ma devono integrare, e non sostituire, la<br>valutazione umana delle pratiche di SSL&#8221;</em>. (Ibidem, p. 6)</p>



<p>Se da una parte si intravedono importanti risvolti positivi della digitalizzazione che, ottimisticamente, potrebbe ottimizzare l’organizzazione del lavoro semplificando i processi, automatizzando le attività ripetitive e fisicamente impegnative e migliorando la distribuzione del carico di lavoro, come pure riducendo lo stress sia fisico che mentale (EU-OSHA 2019) oltre che migliorare la sicurezza sul lavoro identificando preventivamente i principali pericoli, lo stesso report è cosciente della realtà che porta con se ben altri e negativi approdi. La proprietà privata di questi mezzi di produzione, infatti, non fa altro che postulare una loro utilizzazione che favorisca l&#8217;aumento della produttività del singolo lavoratore senza preoccuparsi molto delle conseguenze fisiche e psicologiche di tali utilizzazioni.  </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-609d0ca232d882a766f0b3dd766f6a31"><strong><em>&#8220;I progressi tecnologici possono anche portare a un’intensificazione del lavoro, all’insicurezza lavorativa e al &#8220;tecnostress&#8221;, poiché i lavoratori sono sottoposti a una pressione crescente per adattarsi a strumenti e processi in rapida evoluzione (OIL 2022)&#8221;. </em>(Ibidem p.7)</strong></p>



<p>Questo tipo di tecnologia, inoltre, travalica il confine del tempo di lavoro fino ad occupare praticamente tutto il tempo di vita del lavoratore: se da una parte lo smartwork mi consente di lavorare da casa telematicamente, dall&#8217;altra comprime irrimediabilmente gli spazi liberati dal lavoro. Non dobbiamo neanche dimenticare la pervasività delle tecnologie informatiche capaci di un monitoraggio ossessivo e compulsivo che erode ogni spazio della vita privata. </p>



<p>L&#8217;ILO pare avere una visione positiva dell&#8217;impatto dell&#8217;intelligenza artificiale e dell&#8217;automazione sul lavoro umano. Secondo il report del 2023 l’automazione porterebbe alla perdita di circa 75 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, ma l’intelligenza artificiale ne creerebbe 427 milioni in vari settori. Un bilancio molto positivo con differenze geografiche significative tra aree sviluppate (Europa e Nord America) e<br>aree in ritardo (parte dell&#8217;Asia, Africa e America latina) dove predominano i settori dell’agricoltura e della produzione informale che sono meno interessati dall’impatto dell&#8217;IA generativa(ONU/ILO 2024).</p>



<p>Le nuove tecnologie diminuirebbero il lavoro puramente umano in settori ad elevato pericolo e con attività pesanti e ripetitive (miniere, bonifiche, uso o disinnesco di esplosivi, irrorazione di pesticidi in agricoltura).</p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-38ceda1f36933e9c1da4e990f55bc1d7"><strong><em>&#8220;Ad esempio, è stato dimostrato che gli esoscheletri a propulsione integrale riducono l’attività muscolare della schiena fino al 53% e la tensione alle gambe del 63%, riducendo il rischio di infortuni e contribuendo, nel lungo termine, alla riduzione dei costi legati alla sanità o e alla diminuzione di produttività (Zelik et al. 2022; Kirpestein et al. nd). Riducendo al minimo la tensione e l’affaticamento fisico, gli esoscheletri possono anche alleviare lo stress e migliorare il benessere psicologico generale di lavoratori e lavoratrici (Vallée 2024)</em>&#8220;. (<strong>Ibidem</strong> p. 10)</strong></p>



<p>Non c&#8217;è settore che non possa prevedere l&#8217;utilizzo dei robot o dell&#8217;intelligenza artificiale che non solo si stanno sostituendo agli uomini nei lavori fisici ma, sempre di più, anche nei lavori cognitivi. Pensiamo alle vocine sempre più umane che rispondono nei call center, le chatbot e gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale che possono gestire richieste sempre più complesse mostrando una sempre maggiore versatilità e naturalezza. Molti, per diminuire il loro senso di solitudine, si intrattengono in conversazioni con servizi di intelligenza artificiale messi a disposizione dai vari giganti dell&#8217;informatica (Goolge, Whatsapp, Amazon). Da alcuni studi realizzati in Inghilterra  si evince che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire ad automatizzare circa l’84% delle transazioni ripetitive in 400 servizi governativi (The Alan Turing Institute 2024). Addio al &#8220;posto fisso&#8221; di Zaloniana memoria, ci pensa l&#8217;androide!</p>



<p>Non ci sono solo impatti positivi. Il report continua mostrando anche i rischi inediti provenienti proprio dall&#8217;adozione delle nuove tecnologie. L&#8217;interazione tra robot e persona può costituire di per sé un rischio. Errori meccanici o di programmazione, malfunzionamenti, sbalzi elettrici, la non corretta utilizzazione degli strumenti o la non applicazione delle regole di ingaggio, delle distanze o la semplice distrazione possono provocare nuove possibilità di rischio lavorativo. Anche la velocizzazione delle attività umane parametrate sulle possibilità robotiche possono indurre all&#8217;esaurimento delle capacità fisiche e psicologiche dei lavoratori. </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-f8512f057f16f52b986206a9593727c9"><strong><em>&#8220;Questa necessità di adeguarsi all’efficienza robotica aumenta la pressione sui lavoratori, in particolare in ambienti frenetici come la produzione e la logistica, dove il continuo allineamento con i sistemi robotici può portare nel tempo ad affaticamento, stress e riduzione della soddisfazione lavorativa (Smids et al. 2020)&#8221;</em>. (Ibidem p. 13)</strong></p>



<p>Un altro rischio tecnologico è rappresentato dall&#8217;abolizione della vicinanza e dalla rarefazione delle interazioni tra lavoratori. Dalle casse delle postazioni Amazon, scientificamente posizionate a &#8220;distanza di chiacchiera&#8221;, fuoriesce un motivetto tecno che scandisce il ritmo sincopato di lavoro e impedisce al contempo la possibilità di conversazione tra gli operatori. Lo smartworking, che risolve il problema degli spostamenti, annulla le relazioni tra colleghi. Diventa così sempre più complesso il supporto tra colleghi o l&#8217;iterazione con i dirigenti, il che crea di fatto un isolamento che certamente influisce negativamente sul benessere psichico e che produce un ecosistema lavorativo meno coinvolgente. Altro elemento per noi fondamentale è il fatto che la lontananza, sfavorendo le relazioni tra lavoratori, azzera anche i processi organizzativi o di sindacalizzazione. Tra estranei o estraniati è difficile trovare strategie e prassi comuni per il miglioramento della propria condizione lavorativa.</p>



<p>Il mondo del lavoro sta sempre più diventando un lavoro su piattaforme. Tanti gli applicativi web-based che vengono utilizzati nella produttività individuale. Sempre più spesso, il lavoratore ha relazioni dirette solo con un&#8217;applicazione che scandisce i suoi obiettivi e le sue tempistiche. </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-5ee9f8ad95824969d4f863d075bcc32f"><em>&#8220;La gestione algoritmica (GA) del lavoro assegna, monitora e valuta le attività lavorative e le prestazioni dei lavoratori e delle lavoratrici attraverso un’ampia raccolta di dati, la sorveglianza, il processo decisionale in tempo reale e le valutazioni basate su metriche (Mateescu e Nguyen 2019). La GA integra tecnologie digitali come l’analisi dei big data, l’apprendimento automatico, la geolocalizzazione e i dispositivi indossabili per automatizzare o supportare funzioni tradizionalmente svolte dai dirigenti (ILO 2022). &#8220;Sebbene il suo utilizzo sia particolarmente diffuso nelle piattaforme di lavoro digitali, la GA si è estesa ai settori tradizionali, tra cui magazzini, fabbriche, call center, trasporti, sanità e edilizia (ILO/Commissione Europea 2024)&#8221;</em>. (Ibidem p. 22)</p>



<p>Per capire bene l&#8217;impatto di questi software utilizzati per il monitoraggio del lavoro, si stima che negli Stati Uniti d’America l’80% delle aziende private utilizza sistemi di gestione algoritmica (Kantor J., Sundaram A., Aufrichtig A., Taylor R. 2022. &#8220;Produttività sul posto di lavoro: vieni monitorato?&#8221; The New York Times.). L&#8217;app innestata nella postazione lavorativa monitora attimo per attimo la tua prestazione lavorativa e ti sprona ad aumentare i ritmi se questi non sono in linea con le aspettative, non importa se sei nel pieno delle tue forze o magari sei andato a lavorare con una forte emicrania o una contusione alla mano. Anche questo un tempo era risolto nelle relazioni interpersonali dei dipendenti che potevano chiedere al collega una mano in caso di assenza o di malattia temporaneamente debilitante. L&#8217;estrema individualizzazione del lavoro apportata dalle tecnologie, desertificando le relazioni interumane anche verticali, ha lasciato sul campo il solo rapporto diretto lavoratore-algoritmo. </p>



<p>Se da una parte, analizza il report, gli algoritmi possono dare un grande aiuto nella distribuzione dei carichi lavorativi, nell&#8217;equità della misurazione della performance, nel facilitare la formazione continua ed anche nell&#8217;alleggerimento delle modalità lavorative (costruendo ad esempio dei giochi connessi al lavoro con obiettivi e livelli da superare &#8211; gamification), dall&#8217;altra rimane il rischio, anzi la certezza, di un controllo asfissiante della produttività da parte dell&#8217;azienda che genera la compressione e velocizzazione dei ritmi lavorativi che possono condurre ad incidenti e forti disturbi di natura fisiologica e psichica fino al punto di rottura. Nei comparti più evoluti tecnologicamente come la logistica, il turnover dovuto ad abbandono del lavoro da parte dei dipendenti è molto elevato. </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-1687d89e2065618e4365859e342e712c"><em>&#8220;<strong>Controllo e autonomia del lavoro.</strong> I sistemi GA spesso supervisionano, monitorano e controllano i processi lavorativi, riducendo l’autonomia dei lavoratori. Ad esempio, il monitoraggio costante delle attività, come la pressione dei tasti, la durata delle chiamate e i tempi di pausa, possono ridurre il potere decisionale dei lavoratori (Piasna 2024; CDT 2021). Questo livello di sorveglianza, abbinato a valutazioni delle prestazioni basate su determinati parametri, può portare a esaurimento, stress e problemi di salute fisica come mal di<br>schiena, mal di testa e problemi cardiovascolari (Bérastégui 2021).<br><strong>Carico di lavoro e ritmo di lavoro</strong>. I sistemi di produzione additiva basati sui dati possono aumentare il carico di lavoro e la pressione sui tempi di lavoro impostando obiettivi di produttività o fornendo raccomandazioni in tempo reale, spesso incoraggiando i lavoratori a lavorare più velocemente e più a lungo senza pause adeguate (EU-OSHA 2023f, Moore 2018). Le penalità basate su algoritmi, come le detrazioni automatiche per ritardi o errori minori, aumentano ulteriormente l’ansia e la pressione, influendo sulla salute mentale dei lavoratori (EU-OSHA 2023f).&#8221; (Ibidem p. 23) </em></p>



<p>I software aziendali utilizzati per scopi di sorveglianza nei sistemi gestionali (GA) sono molto invasivi e, come del resto tantissime altre applicazioni in uso per altri scopi come i social, hanno la capacità di raccogliere continuamente dati e informazioni personali in grado di profilare il comportamento di ogni singolo lavoratore, <strong>anche al di fuori dell’orario di lavoro</strong>. Spesso, tali software, utilizzano i dati biometrici come il riconoscimento facciale automatico, la scansione e l’analisi delle comunicazioni, il tracciamento della posizione e la registrazione dei tasti premuti dai lavoratori, l&#8217;attività dello schermo, fino alla registrazione vocale. Lavorare sapendosi sorvegliato continuamente, con alert e messaggi continui, influisce sul benessere dei dipendenti, cambia la cultura aziendale che non viene basata più sulla fiducia reciproca ma sul controllo e sulla produttività e sulla scansione stringente dei tempi invece che sugli obiettivi. </p>



<p>I lavoratori, in molti casi, sono divenuti utenti della piattaforma al pari degli acquirenti. Da una parte si acquista un servizio, dall&#8217;altra ci si accredita per poter lavorare. Entrambi, con scopi diversi, devono essere forniti del codice utente e della password per accedere alla medesima piattaforma dalle due estremità opposte. La pandemia Covid ha fortemente accelerato questa rivoluzione del lavoro e si stima che &#8220;tra 154 e 435 milioni di lavoratori operino su piattaforme online, rappresentando fino al 12% della forza lavoro globale (Datta et al. 2023). Il numero di piattaforme online è cresciuto in modo significativo, con stime in aumento da 193 nel 2010 a 1.070 nel 2023&#8221;. (Organizzazione Mondiale del Lavoro, &#8220;Rivoluzionare la salute e la sicurezza sul lavoro&#8230;&#8221;, op.cit., p. 25)</p>



<p>Il quadro dell&#8217;evoluzione tecnologica e della sua applicazione al mondo del lavoro è in continuo e velocissimo cambiamento. Anche questa velocità di cambiamento dovrebbe essere inserita tra i fattori che producono il rischio lavorativo vista la lentezza del nostro adattamento a questo frenetico e continuo aggiornamento tecnologico. Le conoscenze lavorative di base divengono presto obsolete e la prassi produttiva si modifica da un anno all&#8217;altro. Anche la legislazione arranca dietro a questa quotidianità fluida e spesso questo apre le maglie del tessuto normativo sempre a scapito degli utenti e dei lavoratori. Questo perché, e sempre di più, tutta l&#8217;innovazione tecnologica è nelle mani di poche, anche se giganti, multinazionali tecnologiche, di pochi padroni del mondo che indirizzano tutto il processo secondo i loro desiderata. Non si tratta di generare un nuovo movimento luddista ma di favorire una nuova riflessione sulla proprietà dei mezzi di produzione che parli di una socializzazione della tecnologia tesa a redistribuire gli indubbi vantaggi che l&#8217;automazione propone alla contemporaneità e a diminuirne al contempo i lati più distruttivi.</p>



<p></p>
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		<title>L&#8217;UOMO DA SEI MILIONI DI DOLLARI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/06/16/luomo-da-sei-milioni-di-dollari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jun 2023 15:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[automazione | robotica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’“uomo nuovo”, la “nuova creazione” dell’umano, il transumanismo, incomincia a muovere i suoi temuti passi. Lo fa partendo da una start-up privata che vuole creare, dopo l’automobile, l’uomo ibrido. Purtroppo, non ci troviamo di fronte al remake della serie tv statunitense L&#8217;uomo da sei milioni di dollari, meglio conosciuta come l’Uomo bionico, che negli anni [&#8230;]</p>
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<p>L’“uomo nuovo”, la “nuova creazione” dell’umano, il transumanismo, incomincia a muovere i suoi temuti passi. Lo fa partendo da una start-up privata che vuole creare, dopo l’automobile, l’uomo ibrido. Purtroppo, non ci troviamo di fronte al remake della serie tv statunitense <em>L&#8217;uomo da sei milioni di dollari</em>, meglio conosciuta come l’<em>Uomo bionico</em>, che negli anni ’80 veniva proposta nei palinsesti delle reti del biscione.</p>



<p>Siamo di nuovo di fronte ad uno di quei pochi uomini che detengono ormai la quasi totalità della ricchezza mondiale e che sondano nuovi confini di business: comunicazione, viaggi sulla Luna, Intelligenza Artificiale, mobilità elettrica. La start-up Neuralink di Elon Musk (fondata nel 2016) è uscita con un comunicato stampa in cui afferma di aver ottenuto dalla Food and Drug Administration l&#8217;autorizzazione ad avviare i test per impiantare il suo chip sperimentale in un vero cervello umano.</p>



<p>Ma come aggirare le normali inquietudini e barriere delle persone a farsi installare un chip nel cervello? Lo faranno in maniera forzosa come alcuni complottisti immagino? Useranno la via del 5G irrorata di scie chimiche e potenziata dai vaccini? No, semplicemente faremo a gara per averlo come già si fanno file chilometriche fuori dagli Apple store per acquistare l’ultimo iphone!</p>



<p>Le chiavi che aprono tutto sono sempre state e rimarranno due, salute e vanità: <em>Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male» </em>[Gn 3,4-5].</p>



<p>Infatti sulla home page della start-up Neuralink appare subito e ben in vista la <em>mission </em>della company: <em>Create a generalized brain interface to restore autonomy to those with unmet medical needs today and unlock human potential tomorrow (</em>trad.: Creare un&#8217;interfaccia cerebrale generalizzata per restituire l&#8217;autonomia alle persone con esigenze mediche insoddisfatte oggi e sbloccare il potenziale umano domani).</p>



<p>La promessa antica dell’immortalità e della sapienza fino all’auto-divinizzazione: sarete come Dio. Ed il serpente non dovette obbligare Eva e quindi Adamo ma i due ci cascarono più che volontariamente. Non dovette irrorarli di scie chimiche e neanche bombardarli con il 5G ma elaborò un’efficace strategia di marketing per vendere il famoso frutto della conoscenza del bene e del male: la mela (in inglese Apple!).</p>



<p>Se installeremo il chip nel nostro cranio potremo tenere sotto controllo immediato i nostri dati biochimici (pressione, glicemia, battito, zuccheri, grassi, radicali liberi), stabilizzare il nostro umore, potremo ridare la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, far camminare i paralitici e addirittura potremmo potenziare le capacità intellettive dell’uomo. Pensate che calcoli potremo mai fare con un chip innestato nel nostro cervello. Magari si potrà fare una telefonata solo pensando alla persona amata. Si potrà persino acquistare direttamente ed immediatamente quel prodotto che sta stuzzicando la nostra fantasia. Guardiamo il prodotto in vetrina o sullo schermo di un Pc, lo ordiniamo, paghiamo con la moneta digitale: fatto! Ora possiamo stamparlo con la nostra stampante 3D casalinga o aspettare il robottino di Amazon che ci busserà a casa. Potete immaginare allora che fila ci sarà fuori dalle sale operatorie della Neuralink store?</p>



<p>Tornando seri, l&#8217;azienda ha sviluppato un dispositivo che viene inserito chirurgicamente nel cervello da un robot e che è in grado di decodificare l&#8217;attività cerebrale e collegarla ai computer. Fino ad ora, l&#8217;azienda ha condotto ricerche <a href="https://www.youtube.com/watch?v=rsCul1sp4hQ&amp;t=9s&amp;ab_channel=Neuralink" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>solo sugli animali</strong></a>.</p>



<p>Se da una parte le applicazioni mediche sono formidabili, e non solo di questo dispositivo esistendone già altri che stanno sperimentando in vari laboratori del mondo, pensiamo a quali ulteriori ripercussioni sulla privacy. Già oggi le piattaforme conoscono praticamente tutto sui nostri gusti commerciali, estetici, politico-religiosi. Domani avranno degli immensi archivi anche dei nostri pensieri tradotti in onde cerebrali! Stati d’animo, parametri biologici, medici, chimici: <em>Neuralink è una società privata con attività a Fremont, in California, e un vasto campus in costruzione fuori Austin. La società ha più di 400 dipendenti e ha raccolto almeno 363 milioni di dollari, secondo il fornitore di dati PitchBook. Già aziende come Blackrock Neurotech e Synchron hanno impiantato dispositivi nelle persone per test clinici e almeno 42 persone in tutto il mondo hanno avuto impianti cervello-computer. Tali dispositivi hanno consentito imprese che un tempo appartenevano al regno della fantascienza: un uomo paralizzato che batte il pugno con il presidente Barack Obama con una mano robotica; un paziente affetto da SLA che digita pensando ai tasti premuti; un paziente tetraplegico che riesce a camminare con passo lento ma naturale. Mentre la maggior parte delle aziende che cercano di commercializzare gli impianti cerebrali si concentrano su coloro che hanno esigenze mediche, Neuralink ha ambizioni ancora più grandi: creare un dispositivo che non solo ripristini la funzione umana, ma la migliori.</em><strong><em> </em></strong><em>&#8220;Vogliamo superare le prestazioni umane abili con la nostra tecnologia&#8221;, </em><a href="https://twitter.com/neuralink/status/1648478559093264387?cxt=HHwWhsDQ6f6gyeAtAAAA"><em>ha twittato</em></a><em> Neuralink ad aprile. [&#8230;] &#8220;Musk ha bisogno di abbandonare la sua ossessione per l&#8217;inserimento di un dispositivo nelle nostre teste&#8221;, ha dichiarato venerdì in una dichiarazione Ryan Merkley, direttore della difesa della ricerca presso il Comitato dei medici. &#8220;Se avesse a cuore la salute dei pazienti, investirebbe in un&#8217;interfaccia cervello-computer non invasiva&#8221; (fonte: </em><a href="https://www.washingtonpost.com"><em>https://www.washingtonpost.com</em></a><em>).</em></p>



<p>Questo è uno dei nodi dunque. Non v’è dubbio che le tecnologie informatiche stanno invadendo lo spazio medico facilitando le operazioni e velocizzando le guarigioni. Si comprende la necessità di sperimentare opzioni per chi nasce privo della vista o dell’udito o per permettere ai paraplegici di ritrovare la capacità di alzarsi e camminare. Ma perché spingersi verso un impianto definitivo nel cervello massificato? In caso di utilizzo meramente diagnostico perché non pensare ad apparati esterni alla persona? I motivi etici che fanno rimanere in guardia tanti specialisti così come il cittadino medio sono ovviamente tanti. Come sempre bisognerà valutare se i benefici andranno così oltre gli inconvenienti e le paure da permettere la rottura degli indugi. Questo perché una società privata deve fare soldi e come può farli individuando come target solo ciechi e paraplegici? Avranno tutti loro la possibilità di pagarsi questo dispositivo e il relativo impianto? Se invece le masse saranno indotte a acquisire “un’app” capace di aumentare le prestazioni della loro misera umanità, quanti non saranno vinti dall’aprire un mutuo pur di affacciarsi a questo nuovo e meraviglioso mondo dell’uomo bionico?&nbsp;</p>



<p>Mentre noi ci arrovelliamo su tali quesiti, il<em> frenetico programma di Musk lo porta a destreggiarsi tra gli impegni con ciascuna delle sue società contemporaneamente. Viaggia per il paese con un jet privato, visitando le sue fabbriche Tesla e i siti di lancio di SpaceX nel mentre tiene discorsi per Twitter e visita il quartier generale della Bay Area, a volte tutto nella stessa settimana (fonte: </em><a href="https://www.washingtonpost.com"><em>https://www.washingtonpost.com</em></a><em>).</em></p>



<p>Non disturbatelo, poverino, sta lavorando per noi e per la nostra salvezza! Amen!</p>
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		<title>LAVORO E CIBERNETICA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/02/04/lavoro-e-cibernetica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2023 10:24:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[automazione | robotica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Condizioni lavorative ed evoluzione tecnologica La complessità della nostra era è qualcosa con la quale facciamo i conti ogni giorno ma della quale rifiutiamo di indagare la natura. Non è un atteggiamento limitato all’individuo medio ma è purtroppo una condizione nella quale a vario titolo ci si ritrova la quasi totalità della popolazione. Il sistema [&#8230;]</p>
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<p><strong><em>Condizioni lavorative ed evoluzione tecnologica</em></strong></p>



<p>La complessità della nostra era è qualcosa con la quale facciamo i conti ogni giorno ma della quale rifiutiamo di indagare la natura. Non è un atteggiamento limitato all’individuo medio ma è purtroppo una condizione nella quale a vario titolo ci si ritrova la quasi totalità della popolazione. Il sistema Socio economico nel quale siamo immersi si sostiene sempre più sull’innovazione tecnologica, molto più che sull’innovazione socio-culturale, va da sé che alcuni aspetti della vita quotidiana sono stati soppiantati dall’interazione individuo-macchina in sostituzione del rapporto individuo-individuo. Dal distributore automatico, alla prenotazione per visite e servizi di varia natura, fino alla conversazione con un call-center, l’innovazione digitale e cibernetica ha mano mano sostituito l’interfaccia umana con schermi, voci registrate e display. Ma la digitalizzazione non riguarda i soli servizi commerciali e&nbsp; alla persona. Com’è logico aspettarsi ogni ambito è stato direttamente o indirettamente influenzato da questa repentina evoluzione.</p>



<p>L’industria non poteva certo rimanere sulla soglia, anzi è stato proprio grazie allo sviluppo repentino delle tecnologie di comunicazione che il processo di integrazione globale ha potuto raggiungere il livello attuale di capillarità e di complessità. Una rete di attività produttive, commerciali e finanziarie interconnesse in tempo reale. Dalle strutture produttive a quelle economiche passando per quelle delle comunicazioni, la complessità delle reti e delle connessioni è qualcosa che per i più è di fatto insondabile. Ciò anche grazie al fatto che l’utente si relaziona sempre solo con delle interfacce, dietro le quali si trova la complessità della gestione di tutto il sistema con le sue regole e i suoi protocolli. Una sorta di sistema nel sistema che permette a miliardi di persone di dialogare, fare acquisti, ordinare merci e organizzare la propria attività.</p>



<p>Fra qualche anno tale complessità guiderà le nostre auto e forse anche aerei,&nbsp; convogli ferroviari e navali. Ma non è un inno alla modernità quello che qui si tenta di presentare. Il proposito di questo articolo è quello di cercare di capire l’evoluzione del mansionario lavorativo in atto, ossia come si stanno modificando le richieste di lavoro, dove si stanno ricollocando e quali sono le aspettative future. Un’altro punto che andremo ad analizzare, strettamente legato al primo, è la relazione che intercorre fra l’intelligenza artificiale (IA) e alcune fasi lavorative ad essa collegate, dal momento che oltre alla parte ingegneristica, affidata a tecnici esperti in informatica, elettronica e logica c’è poi chi deve reperire le informazioni per istruire la IA. Quest’ultimo non è un lavoro per ricercatori e tecnici altamente qualificati, è piuttosto un lavoro monotono e logorante di catalogazione e archiviazione di files indicizzati in modo specifico (etichettatura) tali da dare alla macchina un numero elevatissimo di informazioni per conformare il suo operato a quelle che sono le istruzioni. Un sorta di operaio tecnologico o peggio “bracciante digitale”. Ma andiamo per ordine. La complessità che possiamo solo immaginare come una sorta di groviglio informatico, può apparire nelle mente delle persone come qualcosa di incomprensibile ma probabilmente sempre meno bisognosa di operatori.</p>



<p>Con tutta probabilità se si chiedesse ad un passante quante persone mandano avanti un certo apparato o un certo servizio, la risposta peccherebbe per difetto di parecchie migliaia di unità lavorative. In quanto è assai difficile capire quante persone servono per far funzionare qualcosa di apparentemente immateriale come un social network tipo Instagram o Facebook. Eppure dietro alle varie funzioni e ai miliardi di post al giorno c’è un numero incredibile di “operatori” ognuno dei quali passa al vaglio migliaia di immagini e contenuti per decidere se sono consoni alle politiche aziendali o sono da segnalare e quindi da rimuovere. Lavoro da fare in poco tempo e senza errori. Pochi secondi a contenuto per segnalarlo o lasciarlo lì. Lavoro da bassa manovalanza digitale, che fa un po’ a gara con la bassa forza da call-center. Lavori per addetti non particolarmente specializzati che fanno parte di una sorta di catena di montaggio sparsa su tutto il globo. Un addetto può vagliare immagini in Italia ma il centro di controllo che blocca i contenuti può essere da tutt’altra parte. Qualcuno avrà magari immaginato che la censura di determinati contenuti su Instagram, Facebook, Tic Toc ecc. fosse automatica: in realtà attualmente non è così. Ma questi sono solo esempi della massiccia presenza umana dietro l’apparente semplicità di un interfaccia.</p>



<p>Il medesimo ragionamento lo si deve fare per la nuova esperienza di acquisto nei supermercati Amazon, tutto automatico e completamente senza personale. Ciò che avviene nelle retrovie è un lavoro fatto di magazzinieri e addetti a rifornire gli scaffali della merce venduta. Ma non basta, per quanto automatizzato Il supermercato del nuovo millennio è lì per degli umani, quindi la disposizione della merce, la musica e gli odori seguono ancora le regole del marketing e delle varie strategie psicologiche di vendita: posizione del prodotto sullo scaffale, posizione dello scaffale nel reparto, posizione del reparto nei confronti di entrata ed uscita ecc. Questa organizzazione è ancora debitamente affidata a squadre di operatori che nottetempo tengono conto delle statistiche di vendita e strutturano la riconfigurazione dell’ambiente di vendita, un lavoro da svolgere più o meno da mezzanotte alle 5-6 del mattino.</p>



<p>Gli esempi sono molteplici e generalmente quanto si parla di tecnologia “smart”,&nbsp; quando le varie aziende parlano di automazione e digitalizzazione, non fanno accenno alla mole di addetti preposti ad un mansionario assai poco qualificato. C’è un apparente e forse momentanea idiosincrasia fra i proclama e la realtà lavorativa di tutti i giorni, ossia l’inno alle smart cities, all’automazione totale e tutta la retorica osannante l’innovazione. Diciamo apparente in quanto da un lato alcuni lavori vengono sistematicamente eliminati o drasticamente ridotti dall’automazione, dall’altro lato però l&#8217;automazione richiede un certo numero di addetti, tra i quali, come già accennato, alcuni sono altamente qualificati e remunerati altri sono manovalanza a basso costo. Diciamo anche momentanea in quanto l’automazione e la robotica sono ancora in una fase iniziale di diffusione ed evoluzione, e ancora molti lavori possono essere svolti da soli umani, anche se non si sa ancora per quanto. Ma l’immagine che si dà della fase evolutiva è forse più rosea di quanto sia in realtà.</p>



<p>Senza scadere nella narrazione complottarda d&#8217;accatto, diremo solo che le strategie comunicative per far accettare un prodotto seguono la logica del venditore di auto usate o di case. Si tende cioè a sopravvalutare alcuni aspetti, minimizzandone altri o semplicemente non facendo cenno ad alcuni “dettagli”.</p>



<p>Si parla di auto senza conducente, si parla di intelligenza artificiale, di robotizzazione, di meccatronica e domotica come conquiste umane. Attualmente tali conquiste non sono al servizio dell’umanità nella sua totalità, sono destinate a chi vive in alcune aree geografiche e a chi ha sufficienti zeri nel conto in banca per potersele permettere. Il problema è che il resto dell’umanità che non è utente di questa tecnologia, non si limita a guardare ed invidiare chi le usa, ma in molti casi lavora nel chiuso di qualche stanzetta affinché quell&#8217;apparato possa espletare la sua apparente automazione.</p>



<p>Automazione che non vive di vita propria ma che ha sempre bisogno di un minimo di assistenza da remoto o di istruzioni varie. Qui entra il non detto del venditore: un veicolo senza conducente che si muove guidato da una rete di sensori esterni, da un GPS, e da una serie di sensori interni al veicolo, tutti interagenti fra loro ma che necessitano di istruzioni alcune volte in tempo reale. Migliaia di immagini di segnali e cartelli stradali per individuare dei pericoli, migliaia di informazioni per distinguere una persona in piedi in attesa di attraversare da un lampione o un idrante ecc. Informazioni fornite da operatori che, come dicevamo in apertura, codificano ed etichettano queste mole sterminate di dati per istruire una intelligenza artificiale.</p>



<p>Come avveniva qualche decennio fa con l’offshoring delle fasi produttive meno remunerative in paesi nei quali la manodopera costa pochissimo, così anche queste operazioni vengono affidate a lavoratori malpagati in giro per il mondo. Asia e Africa in prima linea nel fornire questo tipo di prestazioni, come fu per i call center in India che gestivano, e gestiscono, le chiamate più svariate dagli USA, tenendo conto del fuso orario e del tipo di servizi elargiti senza grandi meraviglie per lo stress accumulato dagli operatori e i relativi suicidi.</p>



<p>Dunque innovazione tecnologica, mirabolanti ritrovati cibernetici, ma la logica che sottende tutto il processo è sempre quello del modo di produzione capitalista, basato su un concetto chiave che è quello dello sfruttamento di qualcosa o qualcuno, per cavarne profitto. A tale concetto si deve necessariamente aggiungere quello della limitatezza del prodotto, che sia un limite naturale di una risorsa o che sia un limite di produzione per tenere alto il prezzo, l’importante è che quel bene &#8211;&nbsp; merce o servizio che sia, abbia i requisiti della convenienza ad essere prodotto. L’unica cosa che non deve essere limitata è la forza lavoro: più ce n’è in giro e meno la si deve pagare. Fintanto che l&#8217;innovazione tecnologica seguirà questo sentiero si produrrà solo ciò che conviene non ciò che serve realmente e poco importa se le nuove tecnologie siano più energivore di quelle del passato, perché tanto regna il principio che i costi si socializzano e profitti si valorizzano tra i pochi che detengono brevetti, azioni e royalties di sorta.</p>



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		<title>AMBIVALENZA DEL PROCESSO D’INNOVAZIONE TECNOLOGICA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/01/21/ambivalenza-del-processo-dinnovazione-tecnologica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 12:28:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[automazione | robotica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>IL PARADIGMA TECNOLOGICO NEL PENSIERO ECONOMICO ETERODOSSO Tra gli economisti classici è senz’altro Marx quello che con più forza evidenzia criticamente il ruolo del progresso tecnologico come volano dello sviluppo e della valorizzazione capitalistica, rilevandone la sua non neutralità dal momento che incide sul livello di produzione e sul saggio di profitto. Il progresso tecnologico [&#8230;]</p>
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<p><strong>IL PARADIGMA TECNOLOGICO NEL PENSIERO ECONOMICO ETERODOSSO</strong></p>



<p>Tra gli economisti classici è senz’altro Marx quello che con più forza evidenzia criticamente il ruolo del progresso tecnologico come volano dello sviluppo e della valorizzazione capitalistica, rilevandone la sua non neutralità dal momento che incide sul livello di produzione e sul saggio di profitto. Il progresso tecnologico non può essere considerato neutrale perché esso va a modificare il rapporto tra lavoro morto (le macchine o capitale costante) e lavoro vivo (capitale variabile). Questo rapporto viene chiamato da Marx <em>composizione organica del capitale</em>:</p>



<p>«La composizione del capitale è da considerarsi in duplice senso. Dal lato del valore essa si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile ossia valore della forza-lavoro, somma complessiva dei salari. Dal lato della materia, quale essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e in forza-lavoro vivente; questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati da una parte e della quantità di lavoro necessaria per il loro uso dall’altra. Chiamerò <em>composizione del valore </em>la prima e <em>composizione tecnica </em>del capitale la seconda. Fra entrambe esiste uno stretto rapporto reciproco. Per esprimere quest’ultimo, chiamerò la composizione del valore del capitale, in quanto sia determinata dalla sua composizione tecnica e in quanto rispecchi le variazioni di questa: la <em>composizione organica </em>del capitale»[1].&nbsp;</p>



<p>L’introduzione di nuove tecnologie dentro il processo produttivo tende inevitabilmente a far aumentare questo rapporto, le innovazioni diventano funzionali all’accrescimento del saggio di profitto proprio perché potenziano la produttività del sistema. Marx aggiunge però un’ulteriore considerazione, spiegandoci che, a parità di produzione e di tempo di lavoro, tutto ciò si traduce in un incremento della cosiddetta <em>disoccupazione tecnologica:</em></p>



<p>«Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura <em>una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalistico. </em>Essa costituisce un <em>esercito industriale di riserva disponibile </em>che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l&#8217;avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione»[2].&nbsp;</p>



<p>Lo sviluppo di questa disoccupazione strutturale, secondo Marx, favorisce la concorrenza tra lavoratori e, al contempo, mantiene basso il livello salariale. Dunque, un duplice effetto positivo per il capitale al quale si aggiunge la necessità di spostare grandi masse di lavoratori da cicli vecchi a cicli nuovi di produzione senza nessun pregiudizio della <em>scala di produzione in altre sfere</em>:</p>



<p>«Insieme coll’accumulazione e con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ad essa concomitante cresce la <em>forza d’espansione subitanea del capitale </em>non soltanto perché crescono l’elasticità del capitale funzionante e la <em>ricchezza assoluta, </em>di cui il <em>capitale </em>costituisce semplicemente una <em>parte </em>elastica, non soltanto perché il credito mette, ad ogni stimolo particolare, in un batter d’occhio, una parte straordinaria di questa ricchezza in veste di capitale addizionale, a disposizione della produzione. Le condizioni tecniche dello stesso processo di produzione, le macchine, i mezzi di trasporto ecc. consentono, sulla scala più larga, la più rapida trasformazione del plusprodotto in mezzi addizionali di produzione. La massa della ricchezza sociale che con il progredire dell’accumulazione trabocca e diventa trasformabile in capitale addizionale entra impetuosamente e con frenesia in rami vecchi della produzione, il cui mercato improvvisamente si allarga, oppure in rami dischiusi per la prima volta, come ferrovie ecc., la cui necessità sorge dallo sviluppo dei rami vecchi della produzione. In tutti questi casi grandi masse di uomini devono essere spostabili improvvisamente nei punti decisivi, senza pregiudizio della scala di produzione in altre sfere; le fornisce la sovrappopolazione»[3].&nbsp;</p>



<p>Ma l’aumento della composizione organica del capitale – ci avverte Marx – porta con sé una ambivalenza: riducendosi la forza lavoro produttiva vengono ridotti di conseguenza anche gli ambiti all’interno dei quali esercitare lo sfruttamento e questo produce effetti negativi sul saggio di profitto. Effetti che possono essere contrastati in due modi: con l’aumento del saggio di sfruttamento o con l’ampliamento della base dell’accumulazione che, a loro volta, possono essere introdotti attraverso l’innovazione tecnologica. Da qui, l’ambivalenza del processo d’innovazione tecnologica perché le due tendenze possono risultare tra loro antagoniste[4].</p>



<p>La distinzione tra valore d&#8217;uso delle macchine e loro valore di scambio nel processo di valorizzazione costituisce il punto di partenza dell&#8217;analisi marxiana del rapporto tra capitale fisso e circolante. Nel processo di produzione del capitale lo strumento di lavoro viene trasformato in macchina perché «finché lo strumento di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, strumento di lavoro, così come, storicamente e immediatamente, è accolto e inserito dal capitale nel suo processo di valorizzazione, esso subisce solo una mutazione formale per il fatto che, ora, non appare più solo – dal suo lato materiale – come mezzo di lavoro, ma anche – e nello stesso tempo – come un modo particolare di esistenza del capitale determinato dal processo complessivo di quest’ultimo: come capitale fisso. Ma, una volta accolto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine (sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali, in modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso. Nella macchina, e ancor più nel macchinario come sistema automatico, il mezzo di lavoro è trasformato – nel suo valore d’uso, e cioè nella sua esistenza materiale – in una realtà esterna adeguata al capitale fisso e al capitale in generale, e la forma in cui è stato accolto – come mezzo di lavoro immediato – nel processo produttivo del capitale, è tolta e trasformata in una forma posta dal capitale stesso e ad esso corrispondente»[5].</p>



<p>È la macchina «che possiede abilità e forza al posto dell&#8217;operaio, è essa stessa il virtuoso che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche che in essa operano»; è la macchina che impone i propri ritmi al lavoro vivo dell&#8217;operaio, che riduce «l&#8217;attività dell&#8217;operaio a pura astrazione» e che incorpora la scienza, la quale «non esiste nella coscienza dell&#8217;operaio, ma agisce su di lui come potere estraneo della macchina stessa»[6].</p>



<p>Nel rapporto tra innovazione tecnologica e lavoro vivo, Schumpeter fa risalire a Marx la formulazione di una “teoria della compensazione” secondo la quale «la classe lavoratrice viene compensata dalle sofferenze iniziali conseguenti all’introduzione delle macchine che risparmiano lavoro in virtù dei suoi successivi effetti favorevoli di queste»[7].</p>



<p>La teoria secondo la quale la disoccupazione tecnologica possa essere assorbita naturalmente nell’economia viene in realtà smentita dalla stesso Marx che &#8211; nel criticare il sistema della compensazione ipotizzato da Jean-Baptiste Say e sistematizzato dal discepolo di Ricardo, John Ramsay McCulloch &#8211; ci spiega che solo l’innovazione di prodotto può creare nuova occupazione soltanto se il nuovo prodotto e la nuova occupazione che si genera non vadano a sostituire perfettamente il vecchio prodotto e la vecchia manodopera.</p>



<p>Sappiamo come la storia del capitalismo, nei decenni successivi, sia andata nella direzione ipotizzata dal <em>Moro di Treviri</em>: merci nuove immesse sul mercato, grazie all’innovazione tecnologica, sono state un fondamentale e potente volano per la valorizzazione capitalistica. Ad ogni modo, il merito di Schumpeter è stato quello di ridare centralità allo sviluppo tecnologico all’interno del processo di valorizzazione del capitale. La sua <em>Teoria dello sviluppo economico</em>, pubblicata nel 1912, evidenzia alcuni aspetti che reputiamo ancora attuali: tra gli altri, la centralità dell’attività d’investimento del capitalista come funzione nevralgica del sistema economico. Un impatto positivo del progresso tecnologico deriva, secondo Schumpeter, da questa attività d&#8217;investimento e il profitto diventa la giusta remunerazione dell’<em>imprenditore innovatore</em>.</p>



<p>Sta tutta qui, secondo Schumpeter, la potenza del capitalismo: nella capacità, cioè, di generare continuamente innovazione tecnologica attraverso l’uso capitalistico della scienza e della tecnica, piegando funzionalmente la stessa innovazione ai meccanismi di riproduzione del capitale. L’introduzione di innovazioni origina lo sviluppo economico ed è da considerarsi esclusivamente nella sua resa economicamente produttiva.</p>



<p>Per Schumpeter <em>invenzione</em> e <em>innovazione</em> sono due fattori del sistema economico ma che, rispetto ad esso, si pongono in maniera differente: la prima come variabile esogena, dunque generata al di fuori del sistema economico, la seconda come fattore endogeno al sistema e che ne costituisce la finalità della funzione di investimento.</p>



<p>Il punto di vista dell’economista austriaco diverge però dai sostenitori dell’Equilibrio Economico generale (Eeg), là dove sostiene che l’innovazione tecnologica non è un processo sempre esogeno, non è frutto soltanto di una serie di invenzioni nelle quali l’innovazione tecnologica sostanzialmente non esiste. Schumpeter afferma con forza, non soltanto la funzione vitale che svolge l’innovazione tecnologica dentro il ciclo di riproduzione capitalistica, ma ne evidenzia anche il carattere destabilizzante sia sul piano sociale che economico.</p>



<p>La tecnologia diventa, dunque, fattore di disequilibrio. È qui che l’<em>imprenditore innovatore </em>è capace di operare mutamenti radicali con rinnovamenti di prodotto e di processo, con l’introduzione di nuove materie prime e cambiamenti organizzativi. Le innovazioni rompono il flusso circolare del reddito secondo modalità routinarie, conquistando guadagni di produttività e crescita di lungo periodo. La creazione di credito da parte dei banchieri serve a finanziare gli investimenti delle imprese innovatrici.&nbsp;</p>



<p>Si dà origine così al processo meglio noto come <em>schöpferische zerstörung</em> (distruzione creativa), anche nota come “burrasca di Schumpeter”, resa popolare popolare come teoria dell&#8217;<em>economia dell&#8217;innovazione</em> e del c<em>iclo economico</em>. Secondo Schumpeter, la &#8220;burrasca di distruzione creativa&#8221; descrive il «processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall&#8217;interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova»[8]. È in <em>Capitalismo, socialismo e democrazia</em> (1942) che Schumpeter, basandosi su un&#8217;attenta lettura del pensiero di Marx, sviluppa il concetto di distruzione creativa, intesa come&nbsp; processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta e creandone sempre una nuova. Schumpeter spiega come l’innovazione deve essere finanziata dalla creazione bancaria dei mezzi di pagamento perché i profitti, nella prima fase di flusso circolare, sono nulli. Anche qui la teoria schumpeteriana si colloca fuori dagli schemi di matrice neoclassica dove la banca svolge soltanto un ruolo di mediazione. Nonostante ciò, paradossalmente la <em>burrasca di Schumpeter</em> ha ottenuto una forte popolarità nell&#8217;ambito dell&#8217;economia neoliberista (sebbene la sua posizione abbia svuotato di senso il concetto di equilibrio economico), essendo utilizzata per la descrizione dei processi di ridimensionamento della forza lavoro al fine di aumentare l&#8217;efficienza e il dinamismo di un&#8217;azienda.&nbsp;</p>



<p>Il secondo Schumpeter però, quello del <em>Business Cycles</em> (1939), inizia a perdere potenza soprattutto lì dove viene resa più innocua la differenza tra i concetti di invenzione e innovazione che, insieme al ruolo dell’<em>imprenditore innovatore</em> (sostituito dai consigli di amministrazione) sono – abbiamo visto &#8211; alla base della teoria dello sviluppo tecnologico. Qui probabilmente il peso della crisi americana del ‘29 e la ricetta anticiclica keynesiana per uscirne si faranno sentire occupando centralità nel dibattito economico e politico.</p>



<p>Dobbiamo aspettare il successivo ciclo di crisi capitalistica, quello degli anni Settanta, per ridare centralità al concetto schumpeteriano di&nbsp; progresso tecnologico come fattore di disequilibrio che sarò ripreso dall’eterodossia economica propria di quella stagione nella quale un nuovo salto tecnologico, basato sulle nuove applicazioni nel campo informatico e digitale, agevolerà l’uscita dalla crisi.</p>



<p>La teoria neo-schumpeteriana del progresso tecnologico sarà al centro degli studi del gruppo di ricerca guidato da Christopher Freeman presso il Science Policy Research Unit (il cosiddetto Spru).&nbsp; A partire dagli studi di Schumpeter e di Marx, il gruppo rimetterà al centro dei propri interessi la variabile tecnologica, e la sua natura destabilizzante, come elemento fondamentale per spiegare la crisi del paradigma tecnologico taylorista degli anni Settanta.</p>



<p>Freeman e i suoi riescono, inoltre, a sistematizzare la teoria delle onde lunghe di Nikolai Kondratiev, teoria che in parte era stata ripresa dallo stesso Schumpeter nel suo lavoro del 1939. L’economista russo Kondratiev[9] pubblica, nel 1925, <em>The Long Wave Cycle </em>dove ipotizza l&#8217;esistenza di lunghi cicli di serie temporali di prezzi all&#8217;ingrosso nel Regno Unito e negli Stati Uniti dal 1790 al 1920. Lo Spru riesce a individuare cinque onde[10] che confermano la teoria di Kondratiev e che pongono il concetto di progresso tecnologico come volano della crescita economica. Il periodo storico in cui si sviluppa il cambio di paradigma tecnologico è di solito caratterizzato da forte instabilità sociale e politica.</p>



<p>Sebbene le sue conclusioni presentino alcuni punti deboli dal punto di vista statistico e qualche passaggio un po’ forzatamente deterministico, Kondratiev diviene famoso per la sua tesi sui cicli economici ricorrenti con una frequenza di 50-60 anni &#8211; nota come &#8220;cicli di Kondratiev&#8221; &#8211; la cui fase ascendente è caratterizzata da una forte crescita e da un&#8217;elevata assunzione di rischi da parte delle imprese. La fase&nbsp; discendente (<em>depressione</em>), spesso accompagnata da fenomeni critici occasionali, è caratterizzata invece da un aumento della disoccupazione e da una concentrazione di aziende per sopravvivere di fronte alla crisi.</p>



<p>Secondo Kondratiev, le cause di questi cicli sono varie. Le onde lunghe non sono un fenomeno economico strettamente inteso, ma la manifestazione, ancor più misurabile in termini economici, del comportamento (armonico o disarmonico) del sistema socio-economico istituzionale complessivo a livello nazionale e internazionale. Ma la ragione principale di queste “onde” viene ricondotta nell’introduzione, all’interno del ciclo produttivo capitalistico, di nuove invenzioni e innovazioni che portano a rivoluzionare determinati settori economici fino addirittura a formarne di nuovi. Questi ultimi diventano così l’espressione di un nuovo paradigma tecnologico in cui i salti tecnologici, ciclicamente necessari al capitale per la sua riproduzione, sono caratterizzati da una serie di innovazioni capaci di produrre una rottura irreversibile nella linearità del progresso<em> </em>necessaria per pensare nuovi e rivoluzionari metodi nell’organizzazione della produzione fino a creare nuovi prodotti finali per il mercato.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, un paradigma tecnologico è cosa complessa e va pensato come articolazione coordinata e controllata dell’insieme delle conoscenze e delle nozioni scientifiche, delle procedure e dei metodi di ricerca e gestione organizzativa, finalizzata allo sviluppo di una nuova tecnologia necessaria al salto tecnologico e all’uscita dalla coda depressiva dell’onda di Kondratiev.&nbsp;</p>



<p>Se si segue la teoria di Kondratiev e la sistematizzazione empirica operata dello Spru, sgomberando chiaramente il campo da pulsioni deterministiche &#8211; non esistendo nessuna teoria che possa giustificare la temporalità costante di tale ciclo -, diventa interessante analizzare come le ipotesi dell’economista russo sembrino spiegare come la fase attuale del modo di produzione capitalistico si caratterizzi come un nuovo paradigma tecnologico.&nbsp;</p>



<p>In fondo, l’ultimo paradigma ipotizzato dallo Spru è stato quello dell’<em>Ict</em> della metà degli anni Settanta, esattamente cinquant&#8217;anni fa. Dovremmo, pertanto, attenderci un nuovo paradigma tecnologico a breve? Non abbiamo la sfera di cristallo, ma è evidente come l&#8217;attuale fase tecnica ed economica confermerebbe questa prospettiva.</p>



<p>L’accelerazione del progresso tecnologico registrato nell’ultimo ventennio, soprattutto per quanto riguarda i processi di automazione, robotizzazione ed elaborazione dei dati (grazie al potenziamento delle tecnologie algoritmiche che permettono velocità di calcolo fino a qualche anno fa inimmaginabili), abbinata alla scrittura del genoma umano e, dunque, alle manipolazioni genetiche, sembra aprire una possibilità per un nuovo e radicale salto tecnologico proiettandoci verso un umano sempre più macchinico. Questo processo è già un dato di fatto che sta portando profitti da capogiro per le multinazionali che puntano sul&nbsp; <em>Big Data Analytics</em> e sulle economie di piattaforma. Gli effetti sociali ed economici si sono in parte (ma ancora non del tutto) dispiegati: Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – solo per citare il cosiddetto Gafam – hanno mutato, nel corso di poco meno di vent’anni, i processi organizzativi del lavoro e di distribuzione del reddito, le modalità con le quali si sviluppano le relazioni sociali e, complessivamente, le nostre abitudini di vita. I processi che Marx definì di <em>centralizzazione del capitale,</em> oggi non riguardano più i colossi della tradizione fordista, ma principalmente i big della <em>platform economy</em>.</p>



<p>La stessa fase sindemica che stiamo attraversando pare trovare una sua collocazione dentro i cicli di crisi e espansione ipotizzati da Kondratiev e Schumpeter. Quello che abbiamo assistito negli ultimi due anni è stata un’intensificazione dei processi di <em>distruzione creativa </em>che hanno<em> </em>accelerato alcune tendenze già in atto la cui &#8220;naturale&#8221; evoluzione avrebbe richiesto&nbsp; molto tempo anziché pochi mesi. Il covid, sostanzialmente, ha svolto una funzione di catalizzatore di processo.</p>



<p>Alcuni nuovi <em>grappoli innovativi</em>, con un forte impatto sociale e economico, stanno permettendo la nascita di nuovi settori produttivi, nuovi processi organizzativi e nuove modalità di lavoro (pensiamo all’introduzione del <em>remote working</em> e della <em>didattica a distanza</em>), influenzando anche la composizione della domanda la quale ha subito un’ulteriore accelerata probabilmente anche come conseguenza dei lockdown<em> </em>e<em> </em>dei divieti a cui siamo stati sottoposti.</p>



<p>Se la teoria delle onde lunghe di Kondratiev ci sembra essere confermata nelle modalità e nei tempi, quello che oggi, con urgenza, occorre capire (per provare ad anticiparle) sono le possibili traiettorie che questo nuovo e radicale paradigma tecnologico traccerà nei prossimi anni.</p>



<p>Nei «Grundrisse» Marx attaccava la presunta neutralità della scienza nella produzione industriale, profetizzando una crisi dell’accumulazione di valore e una nuova centralità del sapere astratto (quello scientifico soprattutto) che sarebbe diventato la principale forza produttiva in virtù della sua presunta autonomia dalla produzione. Progressivamente il lavoro parcellizzato avrebbe assunto una posizione via via residuale. Si tratta, in estrema sintesi, del sapere oggettivato nel sistema automatico di macchine. Oggi sappiamo che la nuova divisione del lavoro, quella di tipo cognitivo, si va ad aggiungere, senza sostituirla, a quella più tradizionale legata alle mansioni di tipo fordista. Una divisione del lavoro che assume caratteristiche diverse in base alle latitudini economiche, assumendo a volte l’aspetto tradizionale del lavoro fordista, altre volte quello del lavoro astratto dentro processi di <em>industrializzazione del cognitivo</em>[11]. Può essere questa una delle possibili traiettorie da indagare?</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



<div style="height:61px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Note</p>



<p>[1] K. Marx, <em>Il capitale</em>, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 671.</p>



<p>[2] Ivi, p. 692.</p>



<p>[3] Ivi, p. 693.</p>



<p>[4] Si veda A. Fumagalli, <em>Valore, moneta, tecnologia. Capitalismo e scienza economica</em>, Derive Approdi, Roma 2021, p. 164.</p>



<p>[5] K. Marx, <em>Lineamenti fondamentali di critica dell&#8217;economia politica «Grundrisse»</em>, 2 voll., Einaudi, Torino 1977, vol. I, pp. 706 e 707.</p>



<p>[6] Ivi, p. 707.</p>



<p>[7] J.A. Schumpeter, <em>Storia dell’analisi economica</em>, vol. II, Einaudi, Torino 1959, p. 836.</p>



<p>[8] Idem, <em>Capitalismo, socialismo e democrazia, </em>Etas libri, Milano 1977, pp. 82-83.</p>



<p>[9] Nikolai Dmitrievich Kondratiev nacque il 4 marzo del 1892 nella provincia di Kostroma da una famiglia di contadini. Effettuò i suoi studi presso l’università di Leningrado. Fu membro del Partito socialista rivoluzionario (SR) sotto lo zarismo. Durante la rivoluzione russa del febbraio 1917, fu viceministro delle forniture ai governi di Lvov e Kerenskij. Negli anni Venti fu direttore dell&#8217;Istituto di congiunture economiche presso il Commissariat aux Finances del popolo nonché sostenitore e teorico della Nuova politica Economica (NEP) di Lenin. Le sue teorie problematiche che mostravano come le economie capitaliste sperimentano una crescita sostenuta a lungo termine, seguita da un periodo di depressione e che il capitalismo avrebbe ripreso la sua espansione dopo ogni crisi, gli valsero <a href="https://it.frwiki.wiki/wiki/Staline">l&#8217;</a>ira di Stalin. Nel 1930, Kondratiev fu uno dei principali imputati nel processo truccato del &#8220;Partito industriale&#8221;, una cospirazione immaginaria di cui era accusato di essere un elemento centrale. Per questo fu condannato a 8 anni di prigione. Nonostante il suo cattivo stato di salute, Kondratiev è stato in grado di continuare la sua ricerca, preparando cinque nuovi libri, che ha menzionato in una lettera alla moglie. Nel settembre del 1938, durante le <em>Grandi Purghe</em> staliniste, fu condannato a 10 anni di carcere durante un secondo processo e privato del diritto di corrispondenza. È stato giustiziato lo stesso giorno della sentenza all’età di 46 anni.</p>



<p>[10] La prima onda è quella che risale al 1771, data a cui si fa risalire la <em>prima Rivoluzione industriale</em> con l’introduzione della cosiddetta spoletta volante. La seconda onda, collocata intorno al 1829, è quella dell’<em>epoca del vapore e della ferrovia</em>. La terza onda viene definita <em>era dell’elettricità e dell&#8217;ingegneria pesante</em> (1875). L’onda successiva, la quarta, è l’<em>era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa</em> (1908). Infine la quinta onda, quella&nbsp; degli anni Settanta, caratterizzata dall’avvento dell’<em>Information Communication Technology</em>.</p>



<p>[11] S. Cominu, <em>Lavoro cognitivo e industrializzazione</em>, “Sud Comune. Biopolitica inchiesta soggettivazioni”, a. I, n. 0, giugno 2015, pp. 20-31.</p>
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		<title>ORWELL: TECNOCAPITALISMO TRA DISTOPIE E REALTÀ</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 09:59:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcuni testi della letteratura distopica del 1900 hanno, a diversi livelli, fecondato la fantasia dei lettori fino a diventare pezzi di teorie complottiste che hanno dato a questi scritti la natura di novelle profezie. In realtà gli autori non erano altro che attenti analisti e osservatori della società e spesso anche titolari di curricula scientifici [&#8230;]</p>
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<p>Alcuni testi della letteratura distopica del 1900 hanno, a diversi livelli, fecondato la fantasia dei lettori fino a diventare pezzi di teorie complottiste che hanno dato a questi scritti la natura di novelle profezie. In realtà gli autori non erano altro che attenti analisti e osservatori della società e spesso anche titolari di curricula scientifici importanti.</p>



<p>Un brano del libro <em>1984</em> di George Orwell stimola il pensiero per la sua attualità. Alcune pieghe da lui previste sembrano di un’attualità disarmante e molte delle sue “fantasie” sembrano ormai destinate ad avverarsi nel prossimo futuro. Certo, se nell’opera orwelliana l’obbedienza a uno Stato ipercentralizzato era dovuta a un livello di sorveglianza capillare e a forme vere e proprie di lavaggio del cervello, possiamo dire che oggi i meccanismi reali sono persino più perfezionati. Per sapere tutto di noi non c’è stato bisogno di installare nelle nostre case e per la strada televisori capaci di trasmettere ma anche di riprendere e registrare tutta la nostra vita quotidiana; è bastata l’invenzione dei social a cui affidiamo tutta la nostra vita liberamente e gioiosamente. Basta uno smartphone in tasca con su installata una qualsiasi applicazione social affinché le big company digitali abbiano i dati sufficienti per sapere quasi tutto su di noi, i nostri gusti, le nostre scelte commerciali e quelle filosofiche.</p>



<p>Questo fatto implica che, mentre nel capolavoro orwelliano si evidenziano forme di ribellione, complicate ma reali, oggi la pubblicità dei nostri usi, consumi e preferenze è divenuta un fatto naturale e privo di ogni forma di contestazione e senza adeguate tutele al di là delle norme meramente formali che compongono oggi il campo del diritto alla privacy.</p>



<p>Interagiamo con il testo:</p>



<p><em>[&#8230;] per un periodo di circa cinquant&#8217;anni compreso fra la fine del XIX e l&#8217;inizio del XX secolo, le macchine innalzarono moltissimo il generale tenore di vita. Era però altrettanto chiaro che un incremento generalizzato del benessere avrebbe avuto come effetto indesiderato la distruzione di una società organizzata gerarchicamente. Già in un mondo in cui tutti avessero lavorato solo poche ore, avuto cibo a sufficienza, vissuto in case fornite di bagno e frigorifero, posseduto un&#8217;automobile o addirittura un aereo, sarebbero scomparse le forme di ineguaglianza più ovvie e forse più importanti. Una volta, poi, che una simile condizione fosse divenuta generale, la ricchezza non sarebbe stata più un segno di distinzione fra un individuo e l&#8217;altro.</em></p>



<p>Orwell aveva compreso che una forte macchinizzazione del lavoro avrebbe portato a un aumento impressionante della produttività che a sua volta avrebbe generato l’abbassamento dei prezzi di una variegata quantità di utensili e prodotti in grado di alzare il livello medio della vita. Inoltre questo avrebbe prodotto, ma così non è stato, una graduale e generalizzata diminuzione dell’orario lavorativo. Così non è stato perché, con la fine della contrapposizione tra il modello capitalista e quello socialista, a rimanere in piede è stata soltanto la narrazione “occidentale”. L’esistenza del blocco comunista ispirava, in un modo o nell’altro, la lotta degli operai anche in occidente attraverso la quale si concretizzò un aumento dei diritti e delle tutele sul lavoro e, a inizio del secolo scorso, una riduzione a 8 ore dell’orario di lavoro e un aumento dei salari. Con la caduta del muro di Berlino il pallino è rimasto in mano al capitale, unico timoniere delle<s> </s><em>magnifiche sorti e progressive</em> della storia. Il risultato è sotto agli occhi di tutti: all’aumento esponenziale della produttività del lavoro non è più seguita la diminuzione degli orari lavorativi a parità di salario, anzi le condizioni della maggior parte dei lavoratori sono peggiorate e si sono precarizzate.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>Era possibile, naturalmente, immaginare una società in cui la ricchezza, intesa come possesso di beni personali e di lusso, venisse distribuita equamente, nel mentre il potere restava nelle mani di una minuscola casta privilegiata, ma nella pratica una società del genere non avrebbe potuto rimanere stabile. Se, infatti, il benessere e la sicurezza fossero divenuti un bene comune, la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà si sarebbero alfabetizzate, apprendendo così a pensare autonomamente; e una volta che questo fosse successo, avrebbero compreso prima o poi che la minoranza privilegiata non aveva alcuna funzione e l&#8217;avrebbero spazzata via. Sul lungo termine, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull&#8217;ignoranza. Ritornare al passato agricolo, come avevano auspicato alcuni pensatori all&#8217;inizio del XX secolo, era una soluzione impraticabile. Cozzava infatti contro quella tendenza alla meccanizzazione divenuta pressoché istintiva in quasi tutto il mondo; inoltre, tutti i paesi che non si fossero sviluppati industrialmente sarebbero rimasti indifesi da un punto di vista militare e destinati a essere dominati, direttamente o indirettamente, dai paesi rivali.</em></p>



<p>Le sorti della storia, dunque, secondo Orwell, erano destinate a migliorare grazie alla diffusione della cultura e a una pressoché totale alfabetizzazione. Le persone avrebbero appreso a “pensare autonomamente”. Questa cultura generalizzata avrebbe presto svelato l’arcano che i governanti non servono a un bel niente e quindi una società cooperativa avrebbe sostanzialmente preso il posto delle gerarchie politiche e burocratiche. Infatti, secondo l’autore, “una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull&#8217;ignoranza”<em>. </em>&nbsp;In realtà, in maniera artificiale, il capitalismo è riuscito nel miracolo di non abbattere né la povertà e neanche l’ignoranza. Certamente non ci troviamo con le percentuali di analfabetismo dei secoli passati, ma questo non ha impedito a strumenti sofisticati come i social e i media di indurre la generale convinzione negli utenti di essere possessori di un sapere enciclopedico su tutto lo scibile umano. Inutile sottolineare come in questa fase pandemica siano sorti eserciti di virologi ed epidemiologi che si aggirano tra i post a commentare ogni evoluzione del virus, bocciando vaccini o promuovendo cure alternative. Questo meccanismo scatta su ogni questione palesando l’esistenza di miriadi di migrantologi, strutturisti, chimici, senza tralasciare i tanti filosofi, parapsicologi e trainer del corpo e dello spirito. Certo tutti alfabetizzati, ma forse ancora più pericolosi di chi aveva dalla sua parte la sola scuola della vita (per altro molto citata oggi su facebook insieme all’università della strada), conscio, però, dei limiti della sua preparazione “accademica”, rimaneva silente su tante tematiche.&nbsp;</p>



<p>In ultima istanza, lo sviluppo tecnico che pure lo permetterebbe, non ha concretizzato quel sogno di eguaglianza e felicità diffusa tra tutte le classi sociali.</p>



<p><em>D&#8217;altra parte, mantenere le masse in uno stato di povertà comprimendo la produzione delle merci non rappresentava una soluzione soddisfacente. Ciò avvenne di fatto e su larga scala durante la fase finale del capitalismo, più o meno nel periodo compreso fra il 1920 e il 1940. Si consentì all&#8217;economia di molti paesi di stagnare, la terra non venne coltivata, le ricapitalizzazioni arrestate, ampi strati della popolazione mantenuti senza occupazione, sorretti unicamente dalla carità dello Stato</em>.</p>



<p>Quest’ultimo punto sembra richiamare da vicino la misura del cosiddetto reddito di cittadinanza e la proposta di reddito universale sempre più attuale e presente nel dibattito politico, specie in questo tempo pandemico e di lockdown.</p>



<p>Per Orwell, le élites avevano un’unica via per mantenere l’equilibrio fra l’innovazione tecnica e il potere ed era quella di distruggere il prodotto sociale ottenuto grazie alle macchine attraverso una guerra perenne che nel contempo instillasse paura nelle masse e desiderio di protezione da parte di uno Stato forte, guidato dal faccione rassicurante del Grande Fratello.</p>



<p>In realtà, il meccanismo di mercato ha trovato una via sicuramente più indolore per mantenere le élites stabilmente al loro posto di comando. Non che le guerre difettino nella nostra epoca, ma il meccanismo riesce perfettamente a drenare le risorse dal basso verso l’alto mantenendo ineluttabilmente gran parte della popolazione in stato di povertà o in una semi-povertà diffusa equilibrata dalla continua promessa di un prossimo riscatto per tutti. La mano invisibile prima o poi avrebbe fatto percolare verso tutte le classi sociali quanto basta per una vita quantomeno dignitosa. Quelli bravi, quelli capaci, i ricchi, secondo la vulgata del sistema, avrebbero prima o poi fatto la felicità di tutti.</p>



<p>Alle élites politiche, in effetti, si è sostituita un’élite tecnica e specialistica capace di pigiare opportunamente i bottoni dell’intricata sala macchina sistemica. Solo un gruppo di esperti può guidarci verso la risoluzione del problema virale così come solo un gruppo di economisti autorevoli e “tecnici” &#8211; Draghi in testa &#8211; potrà ricondurci sani e salvi al porto, nonostante i marosi dei mercati e specie in questo periodo particolarissimo della storia mondiale.</p>



<p>Voi non capite nulla, non siete degli specialisti, continua a gridare il Grande Fratello del XXI secolo. Lasciate fare a noi e ci troveremo nel migliore dei mondi possibili. Così continuano a permetterci per pura magnanimità di lavorare 8/12 ore al giorno (quanto ne basterebbero due o tre), ci invitano a studiare solo l’essenziale per mandare avanti la baracca e di sognare sulle ali di un social. Eppure, oggi più che mai, si potrebbe realizzare il sogno di una società liberata dal lavoro schiavo. Oggi più che mai si potrebbe programmare una produzione razionale che permetta livelli di vita molto alti per tutti e con un impatto minimo sull’ambiente circostante. Oggi più che mai si potrebbe liberare tempo di vita grazie a un uso equo e di parte della tecnologia, da dedicare all’innalzamento morale, culturale e artistico dell’intera umanità. Un tempo gridavano lavorare meno, lavorare tutti.&nbsp;</p>



<p>In un sistema siffatto, questa volta un’utopia per il XXI secolo, i migranti si imbarcherebbero solo per turismo, i “disoccupati” ci sarebbero, ma solo per scelta, i governanti non esisterebbero e la politica tornerebbe a essere un affare quotidiano per tutti i cittadini cooperanti, agita per il bene collettivo.</p>



<p>Ma questo è un altro libro.</p>



<p><strong><em>La Redazione di Malanova</em></strong></p>
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		<title>AUTOMAZIONE, ROBOTICA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIERANNO PER SEMPRE IL LAVORO (CHE NON C’È)</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2020 17:09:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con questo intervento proviamo a continuare la nostra inchiesta redazionale su robotica e intelligenza artificiale (leggi qui e qui), due settori della ricerca &#8211; pubblica e privata &#8211; che stanno progressivamente trasformando i sistemi di produzione. Anche in Italia la diffusione della robotica nei vari settori produttivi si fa sempre più incisiva. È infatti lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Con questo intervento proviamo a continuare la nostra inchiesta redazionale su robotica e intelligenza artificiale (leggi <strong><a href="http://www.malanova.info/2020/05/11/nei-prossimi-cinque-anni-meta-dei-lavori-saranno-fatti-da-macchine/">qui</a></strong> e <strong><a href="http://www.malanova.info/2020/05/01/1-maggio-festa-dal-lavoro/">qui</a></strong>), due settori della ricerca &#8211; pubblica e privata &#8211; che stanno progressivamente trasformando i sistemi di produzione.</p>



<p>Anche in Italia la diffusione della robotica nei vari settori produttivi si fa sempre più incisiva. È infatti lo stesso Censis che nel suo 53° rapporto dedica un intero capitolo a questo processo: «<em>negli ultimi cinque anni oltre la metà delle imprese italiane ha investito in alcuni dei fattori abilitanti necessari per applicare le innovazioni ai processi produttivi, quali una connessione internet in grado di assorbire grandi volumi di dati scambiati in tempo reale, insieme a una infrastruttura anche basata sul cloud e al conseguente sforzo verso una maggiore sicurezza informatica</em>».</p>



<p>Il nesso tra tecnologie avanzate e grandi investimenti è strettissimo: i settori nei quali maggiormente si registrano imprese che hanno effettuato investimenti importanti nell’innovazione digitale e conseguentemente nella robotica sono quelle tecnologicamente più avanzate: automotive, energia, biotech e servizi finanziari.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="739" height="720" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tabella-30.jpg" alt="" class="wp-image-7604" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tabella-30.jpg 739w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tabella-30-300x292.jpg 300w" sizes="(max-width: 739px) 100vw, 739px" /></figure>



<p>In Italia, la produzione industriale diventa sempre più automatizzata e la presenza massiva dell’automazione robotica nel ciclo produttivo italiano è confermata dal rapporto robot/addetti nell’industria manifatturiera. Nel solo 2018 nel nostro Paese sono stati installati 200 robot ogni 10.000 addetti nell’industria, il doppio rispetto alla media mondiale e alle medie nazionali di paesi come la Francia e la Spagna. Siamo invece in ritardo rispetto ad altri Paesi leaders della produzione industriale, come Germania (338) e Giappone (327), e rispetto a economie con una manifattura altamente tecnologica, come Singapore (831) e la Corea del Sud (774).</p>



<p>Anche le analisi scientifiche seguono questa tendenza, con oltre 10mila pubblicazioni sull’argomento: l&#8217;Italia è sesta al mondo nella ricerca robotica davanti a Francia, Canada, Corea del Sud e Spagna, con buona pace per chi, ancora oggi, è convinto della neutralità delle scienze applicate e della ricerca.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="952" height="676" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/fig-26.jpg" alt="" class="wp-image-7605" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/fig-26.jpg 952w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/fig-26-300x213.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/fig-26-768x545.jpg 768w" sizes="(max-width: 952px) 100vw, 952px" /></figure>



<p>L’importanza di questo settore per le aziende produttrici italiane la si può dedurre dai dati sul commercio con l’estero: secondo il succitato rapporto Censis, la quota italiana relativa alle esportazioni mondiali di macchinari e apparecchiature meccaniche è pari al 6,1%, per un controvalore di 81,7 miliardi di euro e un saldo attivo pari a circa 50,6 miliardi di euro.</p>



<p>Come comparto industriale, la filiera della robotica italiana conta ben 104mila imprese, che sono cresciute del 10% negli ultimi cinque anni.</p>



<p>Dai robot domestici a quelli spaziali, crescono le tecnologie applicate all’industria, alla ricerca e alla sanità ma anche quelle relative alle pratiche quotidiane. Nel 4° rapporto sull’innovazione made in Italy curato dalla Fondazione Symbola e da Enel, con tecniche da storytelling ci spiegano come robot e automi entrano nella vita quotidiana e come la loro presenza è sempre più importante in varie attività: dalla pulizia della casa a quelle ludiche, ma anche nei servizi sanitari e di assistenza.</p>



<p>È “l’ambientalista” Ermete Realacci, Presidente di Symbola, a dirci che «<em>Se si guarda l&#8217;Italia con occhi diversi si scoprono cose che altri umani non sanno leggere</em>» aggiungendo «<em>È così anche per la robotica che già oggi contribuisce a importanti filiere del Made in Italy come l’agroalimentare, la moda, il legno-arredo, la meccanica. Ed è attraversata dalle sfide del futuro, a cominciare dalla necessità di affrontare la crisi climatica, coniugando empatia e tecnologia. […] l’Italia è in grado di vincere qualsiasi sfida, grazie alla sua capacità di far sintesi tra funzionalità, bellezza, umanesimo, figlia di una cultura che nelle sfide tecnologiche più avanzate non dimentica la ricerca di un&#8217;economia e una società più a misura d&#8217;uomo, come affermiamo nel Manifesto di Assisi</em>».</p>



<p>Ma ritorniamo per un attimo al rapporto del Censis e proviamo a incrociare un po’ di dati sulla produzione, il lavoro e il reddito. Quello che viene fuori – è lo stesso Censis che sostanzialmente lo afferma – è il «<em>bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita</em>».</p>



<p>Tralasciando i nefasti esiti che nei prossimi mesi produrrà la crisi da Covid-19, tra il 2007 e il 2018 l’occupazione è aumentata di 321.000 unità, con una variazione positiva dell’1,4%. La tendenza è rimasta invariata anche nei primi sei mesi del 2019 quando si è registrato un incremento di mezzo punto percentuale rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.</p>



<p>Questo dato però nasconde alcuni elementi di criticità.</p>



<p>Se i dati vengono letti attraverso la lente delle ore lavorate, l’esito è decisamente diverso: il Censis stima una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di quasi 1,2 milioni di occupati part time. Nel periodo 2007-2018 quest’ultima tipologia di lavoro è cresciuta del 38% e oggi, ogni cinque lavoratori, uno è impegnato sul lavoro per metà del tempo.</p>



<p>Ancora più drammatico è il dato relativo al part time cosiddetto involontario. Il numero di occupati che è obbligato senza alternativa a lavorare a mezzo tempo ha superato la soglia dei 2,7 milioni, passando tra il 2007 e il 2018 dal 38,3% del totale dei lavoratori part time al 64,1%. L’incremento in termini assoluti è stato superiore al milione e mezzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1412" height="870" src="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab8.jpg?fit=640%2C394" alt="" class="wp-image-7606" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab8.jpg 1412w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab8-300x185.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab8-1024x631.jpg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab8-768x473.jpg 768w" sizes="(max-width: 1412px) 100vw, 1412px" /></figure>



<p>Dunque, il lavoro, se visto come volume di risorse dedicate alla produzione di valore e se misurato con le unità di lavoro a tempo pieno, è diminuito nell’arco degli undici anni considerati. L’input di lavoro si riduce di 959.000 unità e parallelamente il volume di ore effettivamente lavorate diminuisce di oltre 2,3 miliardi.</p>



<p>La dinamica produttiva basata sul “<em>più occupati e meno lavoro</em>” condiziona la disponibilità di reddito: l’impatto negativo sulle retribuzioni del lavoro dipendente è pari al 3,8% che in soldoni significa oltre 1.000 euro in meno.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1445" height="606" src="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.10.jpg?fit=640%2C268" alt="" class="wp-image-7607" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.10.jpg 1445w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.10-300x126.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.10-1024x429.jpg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.10-768x322.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1445px) 100vw, 1445px" /></figure>



<p>Nel solo 2018, escludendo i lavoratori agricoli, sono circa 2 milioni i lavoratori dipendenti del comparto privato che possono contare soltanto su 79 giornate retribuite all’anno. Questa tendenza si sta estendendo anche nel settore pubblico con 142.000 dipendenti che versano in analoghe condizioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1431" height="976" src="https://i2.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.11.jpg?fit=640%2C436" alt="" class="wp-image-7608" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.11.jpg 1431w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.11-300x205.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.11-1024x698.jpg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.11-768x524.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1431px) 100vw, 1431px" /></figure>



<p>Sono invece 2.113.000 i lavoratori – escludendo i lavoratori agricoli e i lavoratori domestici – che hanno bisogno di più di un rapporto di lavoro per poter raggiungere un livello reddituale dignitoso, ma che per molti resta sempre e comunque di sopravvivenza: 913.000 ricevono una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi per almeno un rapporto di lavoro di quelli in essere e circa un terzo di chi è sotto i 9 euro ha un’età compresa tra 15 e 29 anni (circa un milione di lavoratori).</p>



<p>La concentrazione maggiore riguarda gli operai, che costituiscono il 79% del totale. In sostanza, 8 operai su 10 in Italia ricevono un salario inferiore a quello stabilito per legge.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1427" height="768" src="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.9.jpg?fit=640%2C344" alt="" class="wp-image-7609" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.9.jpg 1427w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.9-300x161.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.9-1024x551.jpg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/tab.9-768x413.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1427px) 100vw, 1427px" /></figure>



<p>Incrociando adesso i dati relativi allo sviluppo dell’automazione con il dato occupazionale e reddituale si può iniziare a tracciare una tendenza, oramai sufficientemente consolidata, dell’accumulazione flessibile del Capitale, nella quale il nesso tra produzione e occupazione appare incrinato: a una diminuzione della produzione corrisponde automaticamente una drastica riduzione del dato occupazionale, ma questa dinamica non è più vera al contrario. Le capacità tecnologiche e informatiche, infatti, consentono incrementi importanti della produzione ai quali però non corrispondono altrettanti incrementi occupazionali, proprio in virtù degli alti livelli di produttività introdotti dalle nuove tecnologie.</p>



<p>L’automazione, la robotica e le tecnologie informatiche più in generale rappresentano infatti soltanto delle innovazioni di processo che modificano senz’altro il ciclo di produzione ma poco o nulla il prodotto finale e la logica che lo determina: una automobile resta sempre un automobile se pur tecnologicamente più avanzata rispetto a quella di un ventennio fa, ma risponde alla medesima logica di qualsiasi altro prodotto di consumo. L’innovazione sta solo nell’abbattere i costi.</p>



<p>Le vie verso nuovi mercati, quindi, diventano sempre più strette e gli sbocchi su di essi non vengono certamente creati dalle nuove tecnologie, anzi − senza voler scomodare Marx e i Grundrisse – occorre sempre tenere ben a mente che nella storia del capitalismo il progresso tecnologico ha sempre “liberato” lavoro e, come processo intrinseco, ha sempre causato disoccupazione.</p>



<p>Il sistema capitalistico prova a compensare il dato disoccupazionale (non per spirito umanistico ma solo per necessità di autotutela) creando nuovi prodotti e nuovi mercati, nuova domanda e nuova produzione. Questo ciclo però ha iniziato a incepparsi in quanto l’automazione non amplia di molto la gamma di produzione ma “semplicemente” la ristruttura e la modifica tramite un incremento sempre più elevato di flessibilità. Tutto questo non crea occupazione ma, in tutta evidenza, la distrugge.</p>



<p>La disoccupazione non è più quindi un fenomeno esclusivamente congiunturale. Esso diventa strutturale e, di conseguenza, il salario viene progressivamente sganciato dalla produttività per il semplice fatto che quest’ultima dipende in massima parte non più dall’apporto lavorativo, ma dal tipo di macchinario esistente e utilizzato nella filiera produttiva.</p>



<p>Se oggi, nonostante l’onda lunga della crisi del 2008, i dati sulla produzione risultano in costante crescita è perché − a parità di lavoro e di tempo − basta premere un tasto per inviare un input elettronico alla macchina e questo a discapito dell’utilizzo di forza-lavoro.</p>



<p>È evidente allora come il lavoro e il salario a esso connesso, stiano progressivamente assumendo i connotati di elementi esterni al meccanismo di accumulazione.</p>



<p>Se questa tendenza progressivamente sta assumendo un valore strutturale, la rivendicazione del posto di lavoro e della piena occupazione diviene una lotta di retroguardia il cui esito sta assumendo toni drammatici sia in termini di sconfitta e frustrazione che di costruzione di una soggettività confliggente.</p>



<p>Coscienti di questi nostri limiti, proveremo dalle pagine di questo giornale ad abbozzare alcune possibili linee di tendenze che andrebbero esplorate e soprattutto praticate.</p>



<p><em><strong>Redazione Malanova</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/05/13/automazione-robotica-e-intelligenza-artificiale-cambieranno-per-sempre-il-lavoro-che-non-ce/">AUTOMAZIONE, ROBOTICA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIERANNO PER SEMPRE IL LAVORO (CHE NON C’È)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>NEI PROSSIMI CINQUE ANNI META&#8217; DEI LAVORI SARANNO FATTI DA MACCHINE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 14:28:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proseguiamo il ragionamento sulla tendenza, già prevista da Marx ed addirittura prima di lui, all&#8217;automazione degli impianti produttivi con la perdita relativa di lavoro. Lo facciamo spulciando alcune conclusioni del World Economic Forum di Gennaio. Secondo il Forum nei prossimi cinque anni oltre la metà di tutte le attività lavorative saranno eseguite da macchine. Molti [&#8230;]</p>
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<p>Proseguiamo il ragionamento sulla tendenza, già prevista da Marx ed addirittura prima di lui, all&#8217;automazione degli impianti produttivi con la perdita relativa di lavoro. Lo facciamo spulciando alcune conclusioni del <strong>World Economic Forum</strong> di Gennaio.</p>



<p>Secondo il Forum nei prossimi cinque anni <strong>oltre la metà di tutte le attività lavorative saranno eseguite da macchine</strong>. <strong>Molti lavori, come li conosciamo, cesseranno di esistere. </strong>Paper su Paper, studi su studi, inclusi questi del World Economic Forum, avvertono dell&#8217;impatto dell&#8217;automazione sui lavoratori.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Dai tempi in cui i Luddisti hanno distrutto i telai nella Gran Bretagna preindustriale alle nostre attuali preoccupazioni riguardo all&#8217;intelligenza artificiale, abbiamo a lungo considerato le macchine una minaccia esistenziale ai nostri mezzi di sussistenza. Eppure le economie &#8211; specialmente nei paesi sviluppati &#8211; sono sopravvissute&#8221;.</p></blockquote>



<p>Ecco come si presenta il tasso di automazione</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://assets.weforum.org/editor/GxGNDb6kfIjKr3irsh5b5LNLZcwcXPYBky5XfrRme0Y.png" alt="The rate of automation "/><figcaption><a href="https://www.weforum.org/agenda/2020/01/davos-2020-future-work-jobs-skills-what-to-know/">World Economic Forum Future of Jobs Report 2018</a></figcaption></figure>



<p>La soluzione del FORUM è quello di sperare nel futuro, sperare che alla perdita di posti di lavoro &#8220;tradizionali&#8221; subentri la crescita di posti di lavoro di nuova tipologia che avranno bisogno di una maggiore specializzazione visto che crescerà la domanda di matematica, informatica e analisi dei dati.</p>



<p>I lavoratori saranno sempre più giovani e specializzati (ndr. il Forum non considera l&#8217;invecchiamento della popolazione in Occidente?) alla ricerca di ambienti lavorativi più decentralizzati, attraverso il lavoro agile, e maggiore autonomia contrattuale.</p>



<p>Ma mentre le imprese private cresceranno sia economicamente che dimensionalmente chi pagherà questa necessità di specializzazione delle nuove leve? Sempre la scuola pubblica o saranno gli stessi privati a finanziare le nuove Università capital-friendly? </p>



<p>Anche in questo il FORUM dimentica la crisi delle nostre Accademie con sempre meno iscritti e con tasse sempre più alte. Vabbè, ci penseranno i prestiti agli studenti così da aprire anche in Europa, essendo una pratica consueta nel mondo anglosassone, questa nuova branca di sfruttamento finanziario sulle nuove genrazioni.</p>



<p>Ma soprattutto, dove finiranno tutti coloro che non avranno la possibilità economica o le capacità intellettuali di conseguire livelli sempre più alti di specializzazione?</p>



<p>Risposte non ce ne danno ma speranze sì:</p>



<p>le economie &#8211; specialmente nei paesi sviluppati &#8211; sono sopravvissute alle macchine a vapore, sopravviveranno in qualche modo anche all&#8217;intelligenza artificiale. Non si può programmare nulla dunque, non ci resta che sperare nelle sorti progressive dell&#8217;umanità&#8230;</p>



<p><strong>MALANOVA VOSTRA!</strong></p>
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		<title>1 MAGGIO. FESTA DAL LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/05/01/1-maggio-festa-dal-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 09:23:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da una parte abbiamo una sterminata quantità di merci, quanta mai ne è stata prodotta nella storia. Si produce così tanto che il pianeta si sta consumando. Il meccanismo di produzione è sempre più automatizzato seguendo le linee di programmazione e solcando le onde digitali dell&#8217;Internet delle cose.Laddove serve ancora, l&#8217;uomo è diventato un&#8217;appendice dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da una parte abbiamo una sterminata quantità di merci, quanta mai ne è stata prodotta nella storia. Si produce così tanto che il pianeta si sta consumando. Il meccanismo di produzione è sempre più automatizzato seguendo le linee di programmazione e solcando le onde digitali dell&#8217;Internet delle cose.<br>Laddove serve ancora, l&#8217;uomo è diventato un&#8217;appendice dei robot. Il suo coordinatore è un tablet. Dall&#8217;altra parte cresce a dismisura la povertà, l&#8217;impossibilità (non voluta) di trovare lavoro e quando si riesce a trovarlo assume spesso la forma di rapporti feudali e schiavistici. Una massa sterminata di poveri ed emarginati dal sistema dominante.<br>Altrove si studia come distribuire qualche briciola in giro per non fare inceppare l&#8217;ingranaggio di un sistema sempre più in crisi. Bastano due mesi di chiusura per mandarlo in coma. Ma ci penseranno le istituzioni a tenerlo ancora in vita riattaccandolo al polmone artificiale delle Banche attraverso copiosi finanziamenti che non arriveranno mai alle masse diseredate.<br>Domani saranno le stesse Big Company del web (Amazon, Facebook, Google) a riconoscerci un piccolo “reddito universale” da poter spendere per acquistare i loro servizi &#8220;gratuiti&#8221; così da potergli garantire un accumulo infinito, profilandoci e vendendoci qualche altra paccottiglia.<br>C&#8217;è bisogno di analizzare profondamente la fase che stiamo vivendo per immaginare un nuovo paradigma capace di far cortocircuitare la linea di accumulo capitalistica proprietà/lavoro/produzione/reddito. Tutto il resto rimangono palliativi, toppe di sistema che provano a riformarlo in maniera inconcludente. Allora oggi festeggiamo pure <em>dal</em> lavoro ma domani tutti e tutte a costruire un altro mondo, veramente diverso da quello attuale!</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1308" height="1416" src="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/frammento.png?fit=640%2C693" alt="" class="wp-image-7461" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/frammento.png 1308w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/frammento-277x300.png 277w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/frammento-946x1024.png 946w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/frammento-768x831.png 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/frammento-1024x1109.png 1024w" sizes="auto, (max-width: 1308px) 100vw, 1308px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="990" height="510" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/trave.jpg" alt="" class="wp-image-7464" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/trave.jpg 990w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/trave-300x155.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/trave-768x396.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 990px) 100vw, 990px" /></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/05/01/1-maggio-festa-dal-lavoro/">1 MAGGIO. FESTA DAL LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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