AMBIVALENZA DEL PROCESSO D’INNOVAZIONE TECNOLOGICA

IL PARADIGMA TECNOLOGICO NEL PENSIERO ECONOMICO ETERODOSSO

Tra gli economisti classici è senz’altro Marx quello che con più forza evidenzia criticamente il ruolo del progresso tecnologico come volano dello sviluppo e della valorizzazione capitalistica, rilevandone la sua non neutralità dal momento che incide sul livello di produzione e sul saggio di profitto. Il progresso tecnologico non può essere considerato neutrale perché esso va a modificare il rapporto tra lavoro morto (le macchine o capitale costante) e lavoro vivo (capitale variabile). Questo rapporto viene chiamato da Marx composizione organica del capitale:

«La composizione del capitale è da considerarsi in duplice senso. Dal lato del valore essa si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile ossia valore della forza-lavoro, somma complessiva dei salari. Dal lato della materia, quale essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e in forza-lavoro vivente; questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati da una parte e della quantità di lavoro necessaria per il loro uso dall’altra. Chiamerò composizione del valore la prima e composizione tecnica del capitale la seconda. Fra entrambe esiste uno stretto rapporto reciproco. Per esprimere quest’ultimo, chiamerò la composizione del valore del capitale, in quanto sia determinata dalla sua composizione tecnica e in quanto rispecchi le variazioni di questa: la composizione organica del capitale»[1]. 

L’introduzione di nuove tecnologie dentro il processo produttivo tende inevitabilmente a far aumentare questo rapporto, le innovazioni diventano funzionali all’accrescimento del saggio di profitto proprio perché potenziano la produttività del sistema. Marx aggiunge però un’ulteriore considerazione, spiegandoci che, a parità di produzione e di tempo di lavoro, tutto ciò si traduce in un incremento della cosiddetta disoccupazione tecnologica:

«Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione»[2]. 

Lo sviluppo di questa disoccupazione strutturale, secondo Marx, favorisce la concorrenza tra lavoratori e, al contempo, mantiene basso il livello salariale. Dunque, un duplice effetto positivo per il capitale al quale si aggiunge la necessità di spostare grandi masse di lavoratori da cicli vecchi a cicli nuovi di produzione senza nessun pregiudizio della scala di produzione in altre sfere:

«Insieme coll’accumulazione e con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ad essa concomitante cresce la forza d’espansione subitanea del capitale non soltanto perché crescono l’elasticità del capitale funzionante e la ricchezza assoluta, di cui il capitale costituisce semplicemente una parte elastica, non soltanto perché il credito mette, ad ogni stimolo particolare, in un batter d’occhio, una parte straordinaria di questa ricchezza in veste di capitale addizionale, a disposizione della produzione. Le condizioni tecniche dello stesso processo di produzione, le macchine, i mezzi di trasporto ecc. consentono, sulla scala più larga, la più rapida trasformazione del plusprodotto in mezzi addizionali di produzione. La massa della ricchezza sociale che con il progredire dell’accumulazione trabocca e diventa trasformabile in capitale addizionale entra impetuosamente e con frenesia in rami vecchi della produzione, il cui mercato improvvisamente si allarga, oppure in rami dischiusi per la prima volta, come ferrovie ecc., la cui necessità sorge dallo sviluppo dei rami vecchi della produzione. In tutti questi casi grandi masse di uomini devono essere spostabili improvvisamente nei punti decisivi, senza pregiudizio della scala di produzione in altre sfere; le fornisce la sovrappopolazione»[3]. 

Ma l’aumento della composizione organica del capitale – ci avverte Marx – porta con sé una ambivalenza: riducendosi la forza lavoro produttiva vengono ridotti di conseguenza anche gli ambiti all’interno dei quali esercitare lo sfruttamento e questo produce effetti negativi sul saggio di profitto. Effetti che possono essere contrastati in due modi: con l’aumento del saggio di sfruttamento o con l’ampliamento della base dell’accumulazione che, a loro volta, possono essere introdotti attraverso l’innovazione tecnologica. Da qui, l’ambivalenza del processo d’innovazione tecnologica perché le due tendenze possono risultare tra loro antagoniste[4].

La distinzione tra valore d’uso delle macchine e loro valore di scambio nel processo di valorizzazione costituisce il punto di partenza dell’analisi marxiana del rapporto tra capitale fisso e circolante. Nel processo di produzione del capitale lo strumento di lavoro viene trasformato in macchina perché «finché lo strumento di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, strumento di lavoro, così come, storicamente e immediatamente, è accolto e inserito dal capitale nel suo processo di valorizzazione, esso subisce solo una mutazione formale per il fatto che, ora, non appare più solo – dal suo lato materiale – come mezzo di lavoro, ma anche – e nello stesso tempo – come un modo particolare di esistenza del capitale determinato dal processo complessivo di quest’ultimo: come capitale fisso. Ma, una volta accolto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine (sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali, in modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso. Nella macchina, e ancor più nel macchinario come sistema automatico, il mezzo di lavoro è trasformato – nel suo valore d’uso, e cioè nella sua esistenza materiale – in una realtà esterna adeguata al capitale fisso e al capitale in generale, e la forma in cui è stato accolto – come mezzo di lavoro immediato – nel processo produttivo del capitale, è tolta e trasformata in una forma posta dal capitale stesso e ad esso corrispondente»[5].

È la macchina «che possiede abilità e forza al posto dell’operaio, è essa stessa il virtuoso che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche che in essa operano»; è la macchina che impone i propri ritmi al lavoro vivo dell’operaio, che riduce «l’attività dell’operaio a pura astrazione» e che incorpora la scienza, la quale «non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce su di lui come potere estraneo della macchina stessa»[6].

Nel rapporto tra innovazione tecnologica e lavoro vivo, Schumpeter fa risalire a Marx la formulazione di una “teoria della compensazione” secondo la quale «la classe lavoratrice viene compensata dalle sofferenze iniziali conseguenti all’introduzione delle macchine che risparmiano lavoro in virtù dei suoi successivi effetti favorevoli di queste»[7].

La teoria secondo la quale la disoccupazione tecnologica possa essere assorbita naturalmente nell’economia viene in realtà smentita dalla stesso Marx che – nel criticare il sistema della compensazione ipotizzato da Jean-Baptiste Say e sistematizzato dal discepolo di Ricardo, John Ramsay McCulloch – ci spiega che solo l’innovazione di prodotto può creare nuova occupazione soltanto se il nuovo prodotto e la nuova occupazione che si genera non vadano a sostituire perfettamente il vecchio prodotto e la vecchia manodopera.

Sappiamo come la storia del capitalismo, nei decenni successivi, sia andata nella direzione ipotizzata dal Moro di Treviri: merci nuove immesse sul mercato, grazie all’innovazione tecnologica, sono state un fondamentale e potente volano per la valorizzazione capitalistica. Ad ogni modo, il merito di Schumpeter è stato quello di ridare centralità allo sviluppo tecnologico all’interno del processo di valorizzazione del capitale. La sua Teoria dello sviluppo economico, pubblicata nel 1912, evidenzia alcuni aspetti che reputiamo ancora attuali: tra gli altri, la centralità dell’attività d’investimento del capitalista come funzione nevralgica del sistema economico. Un impatto positivo del progresso tecnologico deriva, secondo Schumpeter, da questa attività d’investimento e il profitto diventa la giusta remunerazione dell’imprenditore innovatore.

Sta tutta qui, secondo Schumpeter, la potenza del capitalismo: nella capacità, cioè, di generare continuamente innovazione tecnologica attraverso l’uso capitalistico della scienza e della tecnica, piegando funzionalmente la stessa innovazione ai meccanismi di riproduzione del capitale. L’introduzione di innovazioni origina lo sviluppo economico ed è da considerarsi esclusivamente nella sua resa economicamente produttiva.

Per Schumpeter invenzione e innovazione sono due fattori del sistema economico ma che, rispetto ad esso, si pongono in maniera differente: la prima come variabile esogena, dunque generata al di fuori del sistema economico, la seconda come fattore endogeno al sistema e che ne costituisce la finalità della funzione di investimento.

Il punto di vista dell’economista austriaco diverge però dai sostenitori dell’Equilibrio Economico generale (Eeg), là dove sostiene che l’innovazione tecnologica non è un processo sempre esogeno, non è frutto soltanto di una serie di invenzioni nelle quali l’innovazione tecnologica sostanzialmente non esiste. Schumpeter afferma con forza, non soltanto la funzione vitale che svolge l’innovazione tecnologica dentro il ciclo di riproduzione capitalistica, ma ne evidenzia anche il carattere destabilizzante sia sul piano sociale che economico.

La tecnologia diventa, dunque, fattore di disequilibrio. È qui che l’imprenditore innovatore è capace di operare mutamenti radicali con rinnovamenti di prodotto e di processo, con l’introduzione di nuove materie prime e cambiamenti organizzativi. Le innovazioni rompono il flusso circolare del reddito secondo modalità routinarie, conquistando guadagni di produttività e crescita di lungo periodo. La creazione di credito da parte dei banchieri serve a finanziare gli investimenti delle imprese innovatrici. 

Si dà origine così al processo meglio noto come schöpferische zerstörung (distruzione creativa), anche nota come “burrasca di Schumpeter”, resa popolare popolare come teoria dell’economia dell’innovazione e del ciclo economico. Secondo Schumpeter, la “burrasca di distruzione creativa” descrive il «processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova»[8]. È in Capitalismo, socialismo e democrazia (1942) che Schumpeter, basandosi su un’attenta lettura del pensiero di Marx, sviluppa il concetto di distruzione creativa, intesa come  processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta e creandone sempre una nuova. Schumpeter spiega come l’innovazione deve essere finanziata dalla creazione bancaria dei mezzi di pagamento perché i profitti, nella prima fase di flusso circolare, sono nulli. Anche qui la teoria schumpeteriana si colloca fuori dagli schemi di matrice neoclassica dove la banca svolge soltanto un ruolo di mediazione. Nonostante ciò, paradossalmente la burrasca di Schumpeter ha ottenuto una forte popolarità nell’ambito dell’economia neoliberista (sebbene la sua posizione abbia svuotato di senso il concetto di equilibrio economico), essendo utilizzata per la descrizione dei processi di ridimensionamento della forza lavoro al fine di aumentare l’efficienza e il dinamismo di un’azienda. 

Il secondo Schumpeter però, quello del Business Cycles (1939), inizia a perdere potenza soprattutto lì dove viene resa più innocua la differenza tra i concetti di invenzione e innovazione che, insieme al ruolo dell’imprenditore innovatore (sostituito dai consigli di amministrazione) sono – abbiamo visto – alla base della teoria dello sviluppo tecnologico. Qui probabilmente il peso della crisi americana del ‘29 e la ricetta anticiclica keynesiana per uscirne si faranno sentire occupando centralità nel dibattito economico e politico.

Dobbiamo aspettare il successivo ciclo di crisi capitalistica, quello degli anni Settanta, per ridare centralità al concetto schumpeteriano di  progresso tecnologico come fattore di disequilibrio che sarò ripreso dall’eterodossia economica propria di quella stagione nella quale un nuovo salto tecnologico, basato sulle nuove applicazioni nel campo informatico e digitale, agevolerà l’uscita dalla crisi.

La teoria neo-schumpeteriana del progresso tecnologico sarà al centro degli studi del gruppo di ricerca guidato da Christopher Freeman presso il Science Policy Research Unit (il cosiddetto Spru).  A partire dagli studi di Schumpeter e di Marx, il gruppo rimetterà al centro dei propri interessi la variabile tecnologica, e la sua natura destabilizzante, come elemento fondamentale per spiegare la crisi del paradigma tecnologico taylorista degli anni Settanta.

Freeman e i suoi riescono, inoltre, a sistematizzare la teoria delle onde lunghe di Nikolai Kondratiev, teoria che in parte era stata ripresa dallo stesso Schumpeter nel suo lavoro del 1939. L’economista russo Kondratiev[9] pubblica, nel 1925, The Long Wave Cycle dove ipotizza l’esistenza di lunghi cicli di serie temporali di prezzi all’ingrosso nel Regno Unito e negli Stati Uniti dal 1790 al 1920. Lo Spru riesce a individuare cinque onde[10] che confermano la teoria di Kondratiev e che pongono il concetto di progresso tecnologico come volano della crescita economica. Il periodo storico in cui si sviluppa il cambio di paradigma tecnologico è di solito caratterizzato da forte instabilità sociale e politica.

Sebbene le sue conclusioni presentino alcuni punti deboli dal punto di vista statistico e qualche passaggio un po’ forzatamente deterministico, Kondratiev diviene famoso per la sua tesi sui cicli economici ricorrenti con una frequenza di 50-60 anni – nota come “cicli di Kondratiev” – la cui fase ascendente è caratterizzata da una forte crescita e da un’elevata assunzione di rischi da parte delle imprese. La fase  discendente (depressione), spesso accompagnata da fenomeni critici occasionali, è caratterizzata invece da un aumento della disoccupazione e da una concentrazione di aziende per sopravvivere di fronte alla crisi.

Secondo Kondratiev, le cause di questi cicli sono varie. Le onde lunghe non sono un fenomeno economico strettamente inteso, ma la manifestazione, ancor più misurabile in termini economici, del comportamento (armonico o disarmonico) del sistema socio-economico istituzionale complessivo a livello nazionale e internazionale. Ma la ragione principale di queste “onde” viene ricondotta nell’introduzione, all’interno del ciclo produttivo capitalistico, di nuove invenzioni e innovazioni che portano a rivoluzionare determinati settori economici fino addirittura a formarne di nuovi. Questi ultimi diventano così l’espressione di un nuovo paradigma tecnologico in cui i salti tecnologici, ciclicamente necessari al capitale per la sua riproduzione, sono caratterizzati da una serie di innovazioni capaci di produrre una rottura irreversibile nella linearità del progresso necessaria per pensare nuovi e rivoluzionari metodi nell’organizzazione della produzione fino a creare nuovi prodotti finali per il mercato. 

Tuttavia, un paradigma tecnologico è cosa complessa e va pensato come articolazione coordinata e controllata dell’insieme delle conoscenze e delle nozioni scientifiche, delle procedure e dei metodi di ricerca e gestione organizzativa, finalizzata allo sviluppo di una nuova tecnologia necessaria al salto tecnologico e all’uscita dalla coda depressiva dell’onda di Kondratiev. 

Se si segue la teoria di Kondratiev e la sistematizzazione empirica operata dello Spru, sgomberando chiaramente il campo da pulsioni deterministiche – non esistendo nessuna teoria che possa giustificare la temporalità costante di tale ciclo -, diventa interessante analizzare come le ipotesi dell’economista russo sembrino spiegare come la fase attuale del modo di produzione capitalistico si caratterizzi come un nuovo paradigma tecnologico. 

In fondo, l’ultimo paradigma ipotizzato dallo Spru è stato quello dell’Ict della metà degli anni Settanta, esattamente cinquant’anni fa. Dovremmo, pertanto, attenderci un nuovo paradigma tecnologico a breve? Non abbiamo la sfera di cristallo, ma è evidente come l’attuale fase tecnica ed economica confermerebbe questa prospettiva.

L’accelerazione del progresso tecnologico registrato nell’ultimo ventennio, soprattutto per quanto riguarda i processi di automazione, robotizzazione ed elaborazione dei dati (grazie al potenziamento delle tecnologie algoritmiche che permettono velocità di calcolo fino a qualche anno fa inimmaginabili), abbinata alla scrittura del genoma umano e, dunque, alle manipolazioni genetiche, sembra aprire una possibilità per un nuovo e radicale salto tecnologico proiettandoci verso un umano sempre più macchinico. Questo processo è già un dato di fatto che sta portando profitti da capogiro per le multinazionali che puntano sul  Big Data Analytics e sulle economie di piattaforma. Gli effetti sociali ed economici si sono in parte (ma ancora non del tutto) dispiegati: Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – solo per citare il cosiddetto Gafam – hanno mutato, nel corso di poco meno di vent’anni, i processi organizzativi del lavoro e di distribuzione del reddito, le modalità con le quali si sviluppano le relazioni sociali e, complessivamente, le nostre abitudini di vita. I processi che Marx definì di centralizzazione del capitale, oggi non riguardano più i colossi della tradizione fordista, ma principalmente i big della platform economy.

La stessa fase sindemica che stiamo attraversando pare trovare una sua collocazione dentro i cicli di crisi e espansione ipotizzati da Kondratiev e Schumpeter. Quello che abbiamo assistito negli ultimi due anni è stata un’intensificazione dei processi di distruzione creativa che hanno accelerato alcune tendenze già in atto la cui “naturale” evoluzione avrebbe richiesto  molto tempo anziché pochi mesi. Il covid, sostanzialmente, ha svolto una funzione di catalizzatore di processo.

Alcuni nuovi grappoli innovativi, con un forte impatto sociale e economico, stanno permettendo la nascita di nuovi settori produttivi, nuovi processi organizzativi e nuove modalità di lavoro (pensiamo all’introduzione del remote working e della didattica a distanza), influenzando anche la composizione della domanda la quale ha subito un’ulteriore accelerata probabilmente anche come conseguenza dei lockdown e dei divieti a cui siamo stati sottoposti.

Se la teoria delle onde lunghe di Kondratiev ci sembra essere confermata nelle modalità e nei tempi, quello che oggi, con urgenza, occorre capire (per provare ad anticiparle) sono le possibili traiettorie che questo nuovo e radicale paradigma tecnologico traccerà nei prossimi anni.

Nei «Grundrisse» Marx attaccava la presunta neutralità della scienza nella produzione industriale, profetizzando una crisi dell’accumulazione di valore e una nuova centralità del sapere astratto (quello scientifico soprattutto) che sarebbe diventato la principale forza produttiva in virtù della sua presunta autonomia dalla produzione. Progressivamente il lavoro parcellizzato avrebbe assunto una posizione via via residuale. Si tratta, in estrema sintesi, del sapere oggettivato nel sistema automatico di macchine. Oggi sappiamo che la nuova divisione del lavoro, quella di tipo cognitivo, si va ad aggiungere, senza sostituirla, a quella più tradizionale legata alle mansioni di tipo fordista. Una divisione del lavoro che assume caratteristiche diverse in base alle latitudini economiche, assumendo a volte l’aspetto tradizionale del lavoro fordista, altre volte quello del lavoro astratto dentro processi di industrializzazione del cognitivo[11]. Può essere questa una delle possibili traiettorie da indagare?

La redazione di Malanova

Note

[1] K. Marx, Il capitale, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 671.

[2] Ivi, p. 692.

[3] Ivi, p. 693.

[4] Si veda A. Fumagalli, Valore, moneta, tecnologia. Capitalismo e scienza economica, Derive Approdi, Roma 2021, p. 164.

[5] K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica «Grundrisse», 2 voll., Einaudi, Torino 1977, vol. I, pp. 706 e 707.

[6] Ivi, p. 707.

[7] J.A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, vol. II, Einaudi, Torino 1959, p. 836.

[8] Idem, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas libri, Milano 1977, pp. 82-83.

[9] Nikolai Dmitrievich Kondratiev nacque il 4 marzo del 1892 nella provincia di Kostroma da una famiglia di contadini. Effettuò i suoi studi presso l’università di Leningrado. Fu membro del Partito socialista rivoluzionario (SR) sotto lo zarismo. Durante la rivoluzione russa del febbraio 1917, fu viceministro delle forniture ai governi di Lvov e Kerenskij. Negli anni Venti fu direttore dell’Istituto di congiunture economiche presso il Commissariat aux Finances del popolo nonché sostenitore e teorico della Nuova politica Economica (NEP) di Lenin. Le sue teorie problematiche che mostravano come le economie capitaliste sperimentano una crescita sostenuta a lungo termine, seguita da un periodo di depressione e che il capitalismo avrebbe ripreso la sua espansione dopo ogni crisi, gli valsero l’ira di Stalin. Nel 1930, Kondratiev fu uno dei principali imputati nel processo truccato del “Partito industriale”, una cospirazione immaginaria di cui era accusato di essere un elemento centrale. Per questo fu condannato a 8 anni di prigione. Nonostante il suo cattivo stato di salute, Kondratiev è stato in grado di continuare la sua ricerca, preparando cinque nuovi libri, che ha menzionato in una lettera alla moglie. Nel settembre del 1938, durante le Grandi Purghe staliniste, fu condannato a 10 anni di carcere durante un secondo processo e privato del diritto di corrispondenza. È stato giustiziato lo stesso giorno della sentenza all’età di 46 anni.

[10] La prima onda è quella che risale al 1771, data a cui si fa risalire la prima Rivoluzione industriale con l’introduzione della cosiddetta spoletta volante. La seconda onda, collocata intorno al 1829, è quella dell’epoca del vapore e della ferrovia. La terza onda viene definita era dell’elettricità e dell’ingegneria pesante (1875). L’onda successiva, la quarta, è l’era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa (1908). Infine la quinta onda, quella  degli anni Settanta, caratterizzata dall’avvento dell’Information Communication Technology.

[11] S. Cominu, Lavoro cognitivo e industrializzazione, “Sud Comune. Biopolitica inchiesta soggettivazioni”, a. I, n. 0, giugno 2015, pp. 20-31.

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